di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 16 maggio 2020
Le direzioni decideranno le modalità dei colloqui in presenza. Si avviano alla Fase 2 anche le carceri italiane, partendo da una graduale ripresa dei colloqui visivi tra detenuti e familiari. Dal 18 maggio, con diverse misure di sicurezza onde evitare il contagio, le Direzioni di ogni carcere potranno decidere quante volte permettere i colloqui in presenza.
di Giovanni M. Jacobazzi
Il Dubbio, 16 maggio 2020
Intercettato con l'ex capo dell'Anm: Baldi si dimette dal ruolo apicale di via Arenula. Le conversazioni con Luca Palamara, già presidente dell'Anm e leader di Unicost, sono state fatali a Fulvio Baldi, l'ormai ex capo di gabinetto del ministro della Giustizia Bonafede.
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 16 maggio 2020
"Fin dall'inizio dell'emergenza, è stato deciso di indirizzare una parte importante del lavoro dei detenuti nella produzione di mascherine". Lo ha sottolineato il Ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, durante l'audizione di giovedì in Commissione Giustizia alla Camera.
di Luca Cereda
Vita, 16 maggio 2020
Negli Istituti di pena del Paese, la Fase 2 si è fermata ai cancelli d'ingresso. Tutto è rimasto immobile. Ornella Favero (presidente Cnvg): "Riaprire al volontariato significherebbe riportare in cella la funzione riabilitativa della pena. Invece per noi il blocco rimane".
di Gian Domenico Caiazza*
Il Riformista, 16 maggio 2020
Altro che caso Palamara, il sistema dei "fuori ruolo" sovverte il principio della separazione dei poteri. Come era del tutto prevedibile, le intercettazioni depositate dalla Procura di Perugia a conclusioni delle indagini su quello che si è voluto fino ad oggi spacciare come "il caso Palamara", terremotano da subito gli assetti e gli equilibri della magistratura italiana: si è appena dimesso il capo di Gabinetto del Ministero di Giustizia, e ne vedremo ancora delle belle.
Intanto, sarebbe il caso di piantarla con questa definizione di comodo della inchiesta, che non riguarda una persona ma, come è del tutto evidente, un sistema ben radicato e strutturato, da sempre al centro dell'attenzione e dell'impegno associativo della magistratura italiana.
È il sistema dei "fuori ruolo", cioè del massiccio trasferimento di centinaia di magistrati dal ruolo per il quale hanno vinto il concorso a ruoli di primo piano nei vari Ministeri, in primis quello di Giustizia ovviamente, per i quali non è ben chiaro quali titoli possano esattamente vantare più di un pubblico funzionario che abbia invece vinto uno specifico concorso nella Pubblica Amministrazione.
Il sistema funziona benissimo da anni, è strutturato ed oliato a puntino per riprodurre in questo organigramma di vero e proprio sconfinamento tra poteri dello Stato i tumultuosi equilibri correntizi della magistratura. Come tutti i sistemi di potere, esso esprime di volta in volta uno o più protagonisti, uno o più leader, con connotazioni e qualità personali diversi, con inciampi o degenerazioni più o meno evidenti e gravi: ma il sistema resta, ed è quello il problema, non le persone che lo interpretano meglio o peggio. Siamo un caso unico nel mondo, e non c'è verso che qualcuno ce ne spieghi la ragione in modo convincente.
Soprattutto perché si tratta di un sistema che letteralmente sovverte il principio fondamentale della separazione dei poteri. O vogliamo forse sostenere che la foglia di fico della collocazione fuori ruolo risolva questo scandalo costituzionale?
Le intercettazioni depositate dalla Procura perugina dovrebbero finalmente porre fine alla sceneggiata delle solite anime belle che ora trasecolano, e dell'esercito di ipocriti o di pavidi che da sempre fingono di non capire. Il Ministero di Giustizia nel nostro Paese è consegnato mani e piedi alla Magistratura associata, che lo occupa con scientifica precisione quale che sia il colore del governo democraticamente eletto [...]
Questo quadro di alterazione del rapporto tra poteri costituzionali è aggravato e reso ancora più inquietante dal peso davvero abnorme che la giurisdizione penale ha, come è a tutti noto, assunto da venticinque anni a questa parte sull'ordinario fluire della vita politica ed amministrativa nel nostro Paese. La Politica, sia locale che nazionale, è sempre più evidentemente ridotta ad un ruolo ancillare rispetto al potere giudiziario.
D'altronde, non potrebbe essere diversamente, visto come in questo Paese possa essere sufficiente la iscrizione nel registro degli indagati per segnare le sorti politiche di un Ministro, di un sindaco, di un Governatore, e delle rispettive maggioranze politiche [...]
Dunque, quello che va in scena a Perugia non è il caso Palamara ma è il caso Italia: una democrazia malata, con un potere giudiziario strabordante ed incontrollabile, dentro e fuori dai propri ambiti funzionali, ed una classe dirigente che, da ultimo, conquistato il potere proprio con le armi della criminalizzazione dell'avversario politico e la santificazione della magistratura, ora raccoglie i cocci di questo disastro e ne viene travolta [...]
*Presidente dell'Unione camere penali italiane
di Aldo Torchiaro
Il Riformista, 16 maggio 2020
"Lo ascolteremo e decideremo, ma quanta incapacità e sottovalutazioni...", dice la capogruppo di Italia viva in Commissione giustizia alla Camera. "Ora va riaperto il dossier prescrizione". Lucia Annibali, diventata avvocato a 28 anni, ha una vita segnata da un "prima" e un "dopo".
E vale anche per la professione è passata dalle aule di giustizia a quelle parlamentari, ed è oggi capogruppo di Italia Viva in commissione Giustizia a Montecitorio. Il suo partito, più volte in contrasto con il resto della maggioranza sulla giustizia, sarà determinante per le sorti di Alfonso Bonafede. Mercoledì 20 Palazzo Madama mette ai voti la mozione di sfiducia individuale presentata dal centrodestra contro il ministro-capodelegazione dei Cinque Stelle nel governo e Italia Viva controlla 14 voti. Decisivi: se cade Bonafede, cade tutto.
Avete già deciso?
No. Ascolteremo prima il ministro e decideremo di conseguenza. Siamo stati molto chiari: non abbiamo un pregiudizio per partito preso. Ci riserviamo di ascoltare e di fare le nostre valutazioni. Una cosa è certa: così non va. La gestione Bonafede è stata caratterizzata da sottovalutazioni e incapacità.
Un giudizio tondo, e dunque?
Cerchiamo di avere una posizione dialettica su tutto, siamo una forza di maggioranza che dà il suo contributo e vorremmo che Italia Viva fosse valutata alla stregua degli altri.
Cosa c'è sul tavolo?
Due cose. Il nostro piano shock per le infrastrutture che rilancia anche posti di lavoro. 120 miliardi di lavori da sbloccare. E chiediamo di riaprire la partita della prescrizione, che non si è concluso, il dibattito è stato interrotto dal virus.
È un'altra battaglia di bandiera M5S...
Non condividiamo l'approccio ideologico dei Cinque Stelle, sempre improntato al giustizialismo, alla retorica delle manette facili. Hanno una visione carcerocentrica della vita, questa dialettica del "marcire in galera" non la sopporto.
Con Bonafede come sono i rapporti personali?
Mah. Ci siamo parlati pochi giorni fa in Commissione Giustizia. Non mi ha convinta più di tanto.
Del giallo Di Matteo, che idea si è fatta?
Che è una pagina bruttissima per la giustizia. Di Matteo ha fatto affermazioni che hanno una loro gravità. E se fosse vero quanto afferma Di Matteo, è grave che lo stesso abbia taciuto per anni. Purtroppo temo che non conosceremo mai la verità.
Dopo il capo del Dap, via anche il capo segreteria di Bonafede, intercettato insieme a Palamara. A via Arenula il ministro è rimasto solo...
È un'altra brutta pagina, su cui spero venga fatta piena luce. Ci dà il segno che i Tribunali del Popolo poi si dimostrano molto meno impermeabili di quel che professano.
È un redde rationem tra anime giustizialiste?
Non so. Faccio un appello: abbandonate l'ideologia, abbracciate la Costituzione senza paura di sopperire nel consenso. I populisti trattano la giustizia in modo superficiale, spettacolarizzano emotività, paura e dolore.
Tema che lei conosce bene...
Sì. E trovo fastidiosa e strumentale la leva dell'emotività, su cui poi plana anche la televisione. Il diritto di cronaca dovrebbe incontrare qualche limite quando si parla dei diritti delle persone, e delle vittime soprattutto. Calpestare i sentimenti e inquinare la verità sono cose che non dovrebbero far parte del servizio di informazione pubblica.
Perché tanta violenza verbale e non solo, contro le donne?
Fa parte del retaggio di una società ancora maschilista. È una arretratezza culturale. Ma se penso a Silvia Romano, anche lì questa sovraesposizione politica andava evitata. Sulle vicende personali e di dolore non è tollerabile che la politica entri in modo così dirompente e irrispettoso. Manca il senso delle istituzioni.
Perfino sulla Ministra Bellanova...
Guardi, una donna così coraggiosa che vince la sua battaglia e si commuove, meriterebbe doppio rispetto.
Qualsiasi cosa attiene alle donne, viene subito riferita alla sfera del corpo...
È così. Un uomo viene attaccato per le sue idee, una donna per il suo corpo. E sempre in modo molto volgare.
Ha visitato carceri femminili?
Sì, Rebibbia. E molti altri in tutta Italia. Al di là dell'emergenza carceraria c'è una gestione fallimentare della politica detentiva. La popolazione carceraria nel suo complesso non può più sottostare a una visione carcerocentrica.
Che cosa le chiedono i detenuti?
È sempre un confronto reciproco. Uno scambio di esperienza di vita, sono persone e provo a mettermi nei loro panni. Molti di loro intraprendono un percorso di consapevolezza Chi sbaglia, deve essere messo in condizione di correggersi.
Vale anche per Bonafede?
Vedremo mercoledì.
di Carmine Gazzanni
lanotiziagiornale.it, 16 maggio 2020
Parla il sottosegretario alla Giustizia: "La mozione di sfiducia? Solo un atto irresponsabile". "La lotta alla criminalità organizzata è una priorità per questo Governo". Tanto basta per capire quanto sia "immeritata e irresponsabile" la mozione di sfiducia avanzata dalle opposizioni nei confronti di Alfonso Bonafede. Non ha dubbi il sottosegretario alla Giustizia Vittorio Ferraresi sul "suo" ministro e sull'operato dell'intero esecutivo in merito al contrasto alle mafie, specie considerando dal "pulpito" da cui arrivano alcune delle critiche piombate sul Guardasigilli. "E l'ultimo decreto legge approvato - spiega ancora Ferraresi - è la dimostrazione del nostro continuo impegno sul tema".
Da mercoledì in effetti i primi boss mafiosi scarcerati per l'emergenza Covid, come Antonino Sacco, sono tornati in cella. Allarme rientrato?
È certamente un ottimo segnale che arriva a poche ore dall'approvazione del nuovo decreto legge voluto dal Ministro Bonafede, con il quale rispondiamo alle criticità tempestivamente e con fatti concreti, e dimostra che la lotta alla criminalità organizzata è una priorità del Governo. Il "decreto antimafia" sancisce che i magistrati rivalutino le detenzioni domiciliari per ragioni sanitarie concesse a condannati per reati di criminalità organizzata di tipo terroristico o mafioso, alla luce del mutamento delle condizioni esterne connesse all'emergenza Covid. Tra le altre misure il decreto che prevede l'obbligo per i giudici di sorveglianza di acquisire il parere della Direzione nazionale antimafia e delle procure distrettuali sulle decisioni che riguardano i rinvii di esecuzione per motivi sanitari relativi ai detenuti per reati di mafia e terrorismo.
Il ministero ha disposto un'ispezione per accertare eventuali errori o distorsioni all'interno della macchina giudiziaria proprio in relazione alle scarcerazioni di personaggi legati al crimine organizzato. Ci sono dei primi riscontri?
Le ispezioni e gli accertamenti, anche interni, sono stati disposti e si attendono i risultati. Questo ovviamente non significa andare a ledere la piena autonomia e indipendenza delle decisioni che spettano unicamente alla magistratura.
Proprio a La Notizia, all'indomani delle proteste nei penitenziari, lei aveva parlato di una regia dietro le rivolte. Cos'è emerso di nuovo a riguardo?
Anche queste indagini sono ad oggi in corso, attendiamo fiduciosi l'operato della magistratura.
Le opposizioni hanno annunciato una mozione di sfiducia per il ministro Bonafede. I numeri, specie al Senato, sono risicati, nonostante Italia Viva abbia assicurato, pur criticando il Guardasigilli, che non farà venir meno il suo appoggio. Crede che il governo sia a rischio?
In generale dico che dovrebbe prevalere il senso di responsabilità, di tutti. L'Italia è forse l'unico Paese in cui, in un momento tanto delicato e per certi tratti drammatico, si cerca di far cadere il governo, peraltro su accuse ridicole fatte a un Ministro, Bonafede, con cui abbiamo portato avanti leggi contro la corruzione e per la legalità fin dal primo momento, con grandi difficoltà, ma anche con grandi risultati: dalla "Spazza-corrotti" al Codice Rosso, dalla legge per colpire i grandi evasori a quella sulla prescrizione, per citarne alcune, fino agli ultimi due decreti antimafia passando per investimenti epocali nel campo della giustizia. La mozione di sfiducia dunque è un atto immeritato e irresponsabile.
Le critiche più pesanti al ministro Bonafede sono arrivate da partiti che abbondano di indagati anche per reati mafiosi (Forza Italia) o devono restituire milioni di euro allo Stato (Lega). Non è un paradosso?
L'opposizione lo ha criticato in modo surreale, accusandolo di tutto e del suo contrario, da garantista esagerato che libera detenuti a "manettaro". Non è arrivata una sola critica sensata, costruttiva e nel merito delle azioni intraprese. Questo fa capire che il fine non è dare il proprio contributo per trovare soluzioni, ma gettare il paese nello scompiglio e racimolare consensi. È ovvio che il vero paradosso però rimane, proprio dal pulpito da cui arrivano le critiche. Da partiti che hanno distrutto e affamato la giustizia, fatto leggi "ad personam" per garantire l'impunità ai propri appartenenti, nonché proprio il fatto di avere al proprio interno soggetti impresentabili per aver commesso fatti gravi.
di Pasquale Napolitano
Il Giornale, 16 maggio 2020
Rivolte, boss in libertà e obbrobri giuridici: Bonafede scontenta tutti, ma non rischia. Dal processo a vita al "liberi tutti": i primi due anni di Alfonso Bonafede alla guida del ministero della Giustizia sono stati un incubo.
Per tutti: magistrati, agenti penitenziari, avvocati e cittadini. L'ex dj Fofò, baciato dalla fortuna grillina e promosso alla guida del dicastero di via Arenula, colleziona record (negativi): dimissioni in massa dei suoi collaboratori, evasioni, scontri nelle carceri, proteste degli avvocati e indignazione dei magistrati antimafia.
Ma lui, il Guardasigilli confermato nel Conte 1 e Conte 2, sorride e va avanti. Bonafede non ha dubbi: mercoledì è sicuro di superare l'ostacolo della mozione di sfiducia in Senato presentata dal centrodestra. In soccorso arriverà l'aiuto renziano. Intanto, la giustizia (sotto la guida Bonafede) italiana esplode. Ripercorrere le gesta (gaffe, errori e mostri giuridici) del ministro grillino non è impresa semplice.
L'ultima gatta da pelare arriva con le dimissioni del suo capo di gabinetto Fulvio Baldi. Il nome di Baldi è spuntato in alcune conversazioni intercettate nell'ambito dell'inchiesta di Perugia sul pubblico ministero Luca Palamara. Con l'addio di Baldi (estraneo all'indagine) lo staff del Guardasigilli è praticamente azzerato: sono già andati via il capo del Dap Francesco Basentini e il vertice dell'ispettorato del ministero Andrea Nocera.
Ma il meglio di sé, in questi due anni, Bonafede l'ha dato quando ha provato a mettere le mani sulle leggi della giustizia. Il suo vanto è il processo a vita: una riforma che cancella la prescrizione dal sistema penale italiano introducendo una disparità di trattamento tra condannati e assolti in primo grado. Un mostro giuridico.
La riforma Bonafede è un misto tra giustizialismo e improvvisazione: la norma prevede che la prescrizione si sospenda in caso di condanna dell'imputato in primo grado mentre il calcolo dei termini di prescrizione riprendano in caso di assoluzione. Il sistema penale italiano si poggia su tre gradi: basta questo per comprendere che per un imputato che arriva in Corte di Cassazione (dopo un'assoluzione e una condanna) il processo si trasforma in un incubo a vita.
Dal processo a vita al "liberi tutti", è un attimo: Bonafede compie la giravolta in piena emergenza coronavirus, varando misure che favoriscono l'uscita dal carcere dei detenuti. La motivazione, per rimettere in libertà delinquenti e boss, è il rischio contagio coronavirus nei penitenziari. I mafiosi ringraziano. Il Guardasigilli prova a ritornare sui propri passi.
Ma è tardi. Le conseguenze sono pesantissime: in 50 giorni le porte delle carceri sono state aperte a 376 fra mafiosi e trafficanti di droga. Di cui 61 a Palermo, 67 a Napoli, 44 a Roma, 41 a Catanzaro, 38 a Milano e 16 a Torino. In un solo colpo vanificati inchieste e anni e anni di lavoro della magistratura. Escono dal carcere boss di primo piano della realtà mafiosa palermitana.
Tra cui figura Francesco Bonura, il "colonnello" di Bernardo Provenzano, ma anche Antonino Sacco, reggente del potente mandamento di Brancaccio, feudo dei boss stragisti Giuseppe e Filippo Graviano. Tra gli altri 376 nomi spicca anche quello di Gino Bontempo, uno dei padrini della mafia dei pascoli che fino a pochi mesi fa dettava legge sui Nebrodi, e Francesco Ventrici, uno dei più importanti broker del traffico internazionale di cocaina. E poi i capi mafia di primo piano di camorra e 'ndrangheta come Pasquale Zagaria e Vincenzo Iannazzo.
Le scarcerazioni spingono alle dimissioni il capo del Dap Basentini. Ma sulle carcerazioni si consuma (in diretta al programma Non è L'Arena di Massimo Giletti) lo strappo con Nino Di Matteo, pubblico ministero di punta dell'antimafia a lungo simbolo delle battaglie grilline. Di Matteo accusa il ministro Bonafede di avergli sbarrato la strada per la guida del Dap, preferendogli Basentini. L'imbarazzo è fortissimo.
Soprattutto tra gli sponsor (come Marco Travaglio) della politica sulla giustizia del Guardasigilli. Tra gli insuccessi della gestione Bonafede va annoverata la protesta (dall'8 al 10 marzo) negli istituti penitenziari dei detenuti. Le scene delle evasioni fanno il giro del mondo. Altra figuraccia. Altro bilancio drammatico: 12 morti e centinaia di fughe. Ma Bonafede resta il ministro intoccabile. Grazie al suo ex prof Giuseppe Conte.
di Rocco Vazzana
Il Dubbio, 16 maggio 2020
Ancora grane per Alfonso Bonafede. Non bastava la mozione di sfiducia presentata dal centrodestra per la gestione delle carceri nella fase dell'emergenza Covid. E non bastavano neanche le parole di Nino Di Matteo sulla sua mancata nomina al Dap per pressioni mafiose sul ministero della Giustizia.
A complicare la vita in via Arenula ci si mette anche il capo di gabinetto del Guardasigilli, Fulvio Baldi, che rassegna le dimissioni "per motivi personali" a poche ore dalla pubblicazione sul Fatto quotidiano di una serie di intercettazioni tra lui e il compagno di corrente (Unicost) Luca Palamara in cui si fa riferimento a magistrate da piazzare negli staff ministeriali.
È il colpo che adesso rischia di mettere in seria difficoltà Bonafede, che se superasse lo scoglio della sfiducia, in programma al Senato mercoledì prossimo, dovrebbe pure presentarsi il giorno dopo in commissione Antimafia, convocato per un'audizione dal collega di partito Nicola Morra.
È una slavina quella che si sta abbattendo sul ministro, già messo a dura prova dagli eventi delle ultime settimane. E a Palazzo Madama i numeri sono troppo ballerini per sentirsi al sicuro. Soprattutto perché un partito della maggioranza, Italia Viva, non ha ancora sciolto le riserve sul suo voto. Da giorni i renziani tengono sulla graticola il ministro, vincolando la propria "clemenza" alle argomentazioni di Bonafede.
Ora l'ex premier avrà un'arma in più per convincere il Movimento 5 Stelle a cedere sul "piano shock" economico se non addirittura sulla prescrizione in cambio del "salvacondotto" per il Guardasigilli. E in questo quadro di isolamento e debolezza del ministro, le opposizioni si lanciano all'assalto di Via Arenula, convinte di poter dare una spallata a Conte.
"Houston abbiamo un problema! Viene voglia di dire così al Governo", dice ironico il forzista Maurizio Gasparri, prima di affondare il colpo: "Abbiamo chiesto le dimissioni di Bonafede, non del suo capo di gabinetto. Ci deve essere stato un equivoco nelle comunicazioni. Bonafede te ne devi andare tu".
Ancora più pesante il commento del vice presidente della Camera di Fratelli d'Italia, Fabio Rampelli, secondo cui "il sistema marcio della magistratura asservita al Pd che il M5S avrebbe dovuto distruggere ha trovato invece nel ministro "Malafede" un vero e proprio cavallo di Troia", dice l'esponente meloniano.
"Ora ci auguriamo solo che le dimissioni del suo capogabinetto, siano le penultime. Aspettiamo in giornata il giusto epilogo di una conduzione fallimentare del dicastero di Via Arenula". Per la Lega, invece, prende la parola su Facebook il deputato Igor Iezzi, che scrive: "Bonafede anche umanamente è pessimo. Dopo la scarcerazione di decine di boss mafiosi sta facendo dimettere tutti coloro che hanno collaborato con lui pur di non lasciare la poltrona. Vile, il M5S ormai vive solo per mantenere il potere".
La difese d'ufficio del Movimento arriva dalla vice presidente del Senato Paola Taverna, che sui social sposta l'attenzione sulla notizia della richiesta di arresto per i parlamentari di forzisti Luigi Cesaro e Antonio Pentangelo: "Quando sfiduci un ministro della Giustizia e chiedono l'arresto di due tuoi parlamentari in un processo per corruzione! Eterogenesi dei fini", scrive l'esponente grillina.
Gli alleati di governo scelgono invece il basso profilo, la strada del silenzio che mette al riparo da qualsiasi attenzione. A dare una mano indirettamente a Bonafede, seppur nel contesto di una critica severa, ci pensa a sorpresa il presidente dell'Unione delle camere penali italiane Gian Domenico Caiazza, che invita ad accendere i riflettori sul meccanismo che consente ai magistrati di finire ai ministeri, più che sul ministro della Giustizia.
"Lanciamo un allarme da 25 anni, quello dei magistrati fuori ruolo è un fatto unico dell'Italia, con qualunque governo. O ci vogliamo raccontare la storiella che Palamara sarebbe un'anima nera? In quel momento è soltanto quello che pesa di più nell'esprimere quegli equilibri", spiega Caiazza.
"Il capo di gabinetto si dimette senza che gli sia contestato alcunché di illecito. Si dimette perché è stato scoperto in modo documentale quali sono le dinamiche ordinarie di organizzazione del ministero della Giustizia, ma non solo, un fatto privato dell'Associazione nazionale magistrati". E in questa prospettiva, il problema non si chiama Bonafede.
regione.marche.it, 16 maggio 2020
Un giornale dalla copertina rossa, per raccontare le vite e le speranze che ci sono dietro le sbarre di un carcere. Si intitola "Ci siamo anche noi" l'edizione speciale che mette insieme le esperienze editoriali nate all'interno del carcere, capofila la casa di reclusione di Fermo con 'L'Altra chiave news' con la responsabile Angelica Malvatani che ha coinvolto la redazione di Pesaro con 'Penna libera tutti', Ancona Montacuto con 'Fuori riga' e Fossombrone con 'Mondo a quadretti'.
È il primo risultato del coordinamento dei giornali supportato dalla Regione all'interno del progetto 'La parola ai detenuti', 10 mila euro per il 2017, 13 mila per il 2018 per incentivare l'attività di giornalisti e volontari che riescono a dare voce ai detenuti e costruire progetti di legalità destinati alle scuole. L'assessore al Bilancio Fabrizio Cesetti parla di un impegno che rientra nell'ambito della legge regionale 28/2008, di supporto alle fragilità e per sostenere tutte quelle attività che possono gestire i soggetti che a vario titolo sono destinatari di provvedimenti restrittivi, di carattere preventivo o definitivo.
L'obiettivo è consolidare il ponte che ci deve essere tra gli istituti di pena e la società esterna, da consolidare perché è la precondizione affinché l'espiazione stessa abbia un senso, per tendere alla rieducazione dei soggetti condannati e al loro reinserimento. Il dirigente Giovanni Santarelli ha sottolineato che in 18 anni la Regione ha destinato risorse per 6 milioni di euro per attività di supporto agli istituti marchigiani, per sostenere i giornali, per le attività teatrali, per la gestione delle biblioteche e di ogni attività che potesse ricostruire un percorso di vita interrotto. Importanti anche i progetti di gestione dei crimini particolari come quelli dei sex offender ma anche il servizio di mediazione dei conflitti, per provare a conciliare l'autore del reato e la vittima.
Le esperienze editoriali sono fondamentali all'interno degli istituti di pena, lo ha ribadito Marco Bonfiglioli, dirigente del Provveditorato dell'amministrazione penitenziaria di Emilia Romagna e Marche: "Il sogno sarebbe pensare che si parli di carcere non solo quando ci sono fatti eclatanti di cronaca ma anche nella normalità perché quella dobbiamo presidiare, le esperienze dei giornali sono utili ponti per abbattere pregiudizi e difficoltà, per costruire ponti e dare possibilità di recupero alle persone.
L'impegno deve essere quello di assicurare progetti di lavoro e supporto abitativo a chi prova a ricostruirsi dopo un periodo in carcere". Il progetto di coordinamento dei giornali è stato presentato dall'Ambito sociale XIX di Fermo, coordinato da Alessandro Ranieri, il sindaco di Fermo Paolo Calcinaro si è detto orgoglioso del lavoro fatto, soprattutto nella costruzione di rapporti stabili con le scuole, progetti reali di educazione alla legalità. La direttrice del carcere di Fermo, Eleonora Consoli, con il responsabile dell'area tratta mentale Nicola Arbusti e l'operatrice Lucia Tarquini, hanno sottolineato il valore degli incontri periodici nella redazione del carcere, con i detenuti coinvolti che si sentono responsabili di un progetto dalle forti valenze educative.
Ogni redazione lavora con una media di dieci detenuti alla volta, negli anni centinaia le persone coinvolte nel raccontare storie, sollevare problemi, parlare per risolvere. Le conclusioni sono del Garante dei Diritti, Andrea Nobili, secondo il quale il nostro territorio nonostante le difficoltà riesce a dare risposte di sistema. C'è un dialogo che in altre regioni non si esprime allo stesso livello. È l'esempio di quello che si può fare in ambito carcerario, la rete delle redazioni carcerarie ha un valore aggiunto nel fare sistema.
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