di Umberto De Giovannangeli
globalist.it, 16 maggio 2020
Nonostante la repressione e nonostante le bugie sulla morte del nostro ricercatore l'Italia continua a rifornire di armi il regime di Al Sisi. L'Italia arma gli assassini di Giulio Regeni. Incurante che quelle armi finiscono per rafforzare uno Stato di polizia che ha riempito le carceri di oppositori, che fa della tortura una pratica quotidiana. Questo è l'Egitto ai tempi del "faraone" al-Sisi. Pecunia non olet, dicevano i latini, anche se quell'olet è odore di morte.
"Riteniamo gravissimo e offensivo che sia stata autorizzata la vendita di un così ampio arsenale di sistemi militari all'Egitto sia a fronte delle pesanti violazioni dei diritti umani da parte del governo di al- Sisi sia per la sua riluttanza a fare chiarezza sulla terribile uccisione di Giulio Regeni. Chiediamo al Governo di riferire il momento del rilascio di tali autorizzazioni per stabilirne la paternità e comunque di sospendere ogni trattativa di forniture militari in corso finché non sia stata fatta piena luce dalle autorità egiziane sulla morte di Regeni". È questo il primo commento di Rete Italiana per il Disarmo e Rete della Pace ai dati aggregati dell'export militare italiano per il 2019, che le organizzazioni hanno potuto visionare e sono in grado per primi di diffondere e vedono l'Egitto ai vertici della lista di Paesi destinatari.
Nei giorni scorsi è stata infatti trasmessa al Parlamento la Relazione governativa annuale sull'export di armamenti (con un grave ritardo rispetto ai termini di legge solo parzialmente derivante dall'emergenza Covid-19, poiché anche l'anno scorso i tempi di pubblicazione sono stati del tutto simili). Tale documento ufficiale è richiesto dalla Legge 185/90 che regola la vendita estera dei sistemi militari italiani e riassume l'attività del comparto industriale della difesa per l'anno scorso. Rete Italiana per il Disarmo e Rete della Pace sono venuti in possesso del capitolo introduttivo di tale Relazione, che viene redatto dalla Presidenza del Consiglio a partire dai documenti elaborati dai singoli dicasteri partecipanti al processo di autorizzazione per l'esportazione di materiali di armamento (coordinato dall'Autorità Nazionale Uama, in seno al Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale). Tali dati preliminari aggregati dovranno poi essere ulteriormente analizzati sulla base della documentazione più specifica di ciascun Ministero.
Nel corso del 2019 - rimarcano le organizzazioni pacifiste si sono registrate autorizzazioni di movimenti in uscita dall'Italia di materiale d'armamento per un controvalore di 5.174 milioni di euro, sostanzialmente in linea con il 2018 (lieve decremento pari a -1,38%) stabilizzandosi quindi su un livello costante di export dopo i picchi di autorizzazioni iniziati con il 2015 (8,2 miliardi in quell'anno e poi 14,9 miliardi nel 2016 e 10,3 nel 2017).
Si tratta comunque dell'80% in più rispetto ai valori del 2014 per cui si può affermare che le esportazioni record del triennio 2015-2017 hanno trascinato le commesse per l'industria militare italiana su un livello medio superiore a quello di inizio secolo, con ben 84 Paesi destinatari (dal 2015 sono ormai stabilmente oltre 80 le destinazioni complessive). Un effetto che si farà sentire sempre di più nei prossimi anni sulle effettive spedizioni e fatturazioni. A questo riguardo, l'Agenzia delle Dogane registra avanzamenti annuali di consegne definitive per complessivi 2.899 milioni di euro (2.388 milioni per licenze singole e 511 milioni per licenze globali di progetto).
Tornando alle autorizzazioni per nuove licenze, che costituiscono il dato politico saliente, i numeri evidenziano immediatamente alcune decisioni altamente problematiche. Il Paese destinatario del maggior numero di licenze risulta infatti essere l'Egitto con 871,7 milioni (derivanti in particolare dalla fornitura di 32 elicotteri prodotti da Leonardo spa) seguito dal Turkmenistan con 446,1 milioni (nel 2018 non era stato destinatario di alcuna licenza).
Al terzo posto si colloca il Regno Unito con 419,1 milioni complessivi. Fra le prime 10 destinazioni delle autorizzazioni all'export di armi italiane nel 2019 troviamo 4 Paesi Nato (2 dei quali anche nella UE) insieme a 2 dell'Africa Settentrionale (l'Algeria oltre al già menzionato Egitto), 2 asiatici (Corea del Sud insieme al già citato Turkmenistan) ed infine Australia e Brasile. Complessivamente il 62,7% delle autorizzazioni per licenze all'export ha come destinazione Paesi fuori dalla Ue e dalla Nato.
Per quanto riguarda le imprese, ai vertici della classifica delle autorizzazioni ricevute troviamo Leonardo Spa con il 58% seguita da Elettronica spa (5,5%), Calzoni srl (4,3%), Orizzonte Sistemi Navali (4,2%) e Iveco Defence Vehicles (4,1%). Le importazioni totali registrate sono state pari a 214 milioni di euro, per il 68% con origine negli Usa e per il 14% provenienti da Israele (va notato che in queste cifre non compaiono gli import da Ue e area economica europea non più soggetti a controlli Uama).
"Continuiamo ad esportare armi verso Paesi autoritari o zone problematiche del mondo - dice a Globalist Francesco Vignarca, coordinatore della Rete Italiana per il Disarmo -. Oltretutto, con scarsi ritorni, perché 3 miliardi di euro di esportazione reale sono meno del'1% dell'export complessivo italiano annuale. Dal Governo - sottolinea Vignarca - ci aspettiamo un cambio di rotta sia per quanto riguarda i Paesi destinatari che complessivamente: vogliamo che vengano sostenute produzioni civili e non favoriti affari armati".
Affari armati. Come quelli con l'Egitto di al-Sisi. Uno Stato di polizia in cui i "desaparecidos" si contano ormai a migliaia. E più della metà dei detenuti nelle carceri lo sono per motivi politici. Per contenerli, il governo ha dovuto costruire 19 nuove strutture carcerarie. Il generale-presidente esercita un potere che si ramifica in tutta la società attraverso l'esercito, la polizia, le bande paramilitari e i servizi segreti, i famigerati Mukhabarat, quasi sempre più di uno.
Al-Sisi si pone all'apice di un triangolo, quello dello Stato-ombra: esercito, Ministero degli Interni (e l'Nsa, la National Security Agenc.) e Gis (General Intelligence Service, i servizi segreti esterni). Se lo standard di sicurezza si misurasse sul numero degli oppositori incarcerati, l'Egitto di al-Sisi I° sarebbe tra i Paesi più sicuri al mondo: recenti rapporti delle più autorevoli organizzazioni internazionali per i diritti umani, da Human Rights Watch ad Amnesty International, calcolano in oltre 60mila i detenuti politici (un numero pari all'intera popolazione carceraria italiana): membri dei fuorilegge Fratelli musulmani, ma anche blogger, attivisti per i diritti umani, avvocati...Tutti accusati di attentare alla sicurezza dello Stato. Lo Stato di polizia all'ombra delle Piramidi.
Le autorità egiziane tengono i detenuti minorenni insieme agli adulti, in violazione del diritto internazionale dei diritti umani. In alcuni casi, sono imprigionati in celle sovraffollate e non ricevono cibo in quantità sufficiente. Almeno due minorenni sono stati sottoposti a lunghi periodi di isolamento.
Un quadro agghiacciante è quello che emerge da un recente rapporto di Amnesty International. "Le autorità egiziane hanno sottoposto minorenni a orribili violazioni dei diritti umani come la tortura, la detenzione in isolamento per lunghi periodi di tempo e la sparizione forzata per periodi anche di sette mesi, dimostrando in questo modo un disprezzo assolutamente vergognoso per i diritti dei minori", denuncia Najia Bounaim, direttrice delle campagne sull'Africa del Nord di Amnesty International. "Risulta particolarmente oltraggioso il fatto che l'Egitto, firmatario della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell'infanzia, violi così clamorosamente i diritti dei minori", denuncia Bounaim.
Minorenni sono stati inoltre processati in modo iniquo, talvolta in corte marziale, interrogati in assenza di avvocati e tutori legali e incriminati sulla base di "confessioni" estorte con la tortura dopo aver passato fino a quattro anni in detenzione preventiva. Almeno tre minorenni sono stati condannati a morte al termine di processi irregolari di massa: due condanne sono state poi commutate, la terza è sotto appello.
Sotto la presidenza al-Sisi e col pretesto di combattere il terrorismo, migliaia di persone sono state arrestate arbitrariamente - centinaia delle quali per aver espresso critiche o manifestato pacificamente - ed è proseguita l'impunità per le amplissime violazioni dei diritti umani quali i maltrattamenti e le torture, le sparizioni forzate di massa, le esecuzioni extragiudiziali e l'uso eccessivo della forza. Dal 2014 sono state emesse oltre 2112 condanne a morte, spesso al termine di processi iniqui, almeno 223 delle quali poi eseguite.
La legge del 2017 sulle Ong è stata il primo esempio delle norme draconiane introdotte dalle autorità egiziane per stroncare la libertà di espressione, di associazione e di manifestazione pacifica. La legge consente alle autorità di negare il riconoscimento delle Ong, di limitarne attività e finanziamenti e di indagare il loro personale per reati definiti in modo del tutto vago. Nel 2018 sono state approvate la legge sui mezzi d'informazione e quella sui crimini informatici, che hanno esteso ulteriormente i poteri di censura sulla stampa cartacea e online e sulle emittenti radio-televisive conclude Bounaim.
Questo è l'Egitto ai tempi di al-Sisi. Va ricordato al nostro Governo, in nome di Giulio Regeni, vittima di un assassinio di Stato che a distanza di anni è rimasto impunito. Va ricordato perché nelle carceri egiziane non finisca per "marcire" Patrick Zaki, attivista e ricercatore iscritto a un master dell'Università di Bologna Per lui si è creata una mobilitazione internazionale per chiederne la scarcerazione sostenendo che le accuse a suo carico "sono false e illegali".
Ma Zaki resta in galera. E cresce di giorno in giorno la preoccupazione per le sue condizioni psico-fisiche e per la sua stessa vita. Armare il "faraone" è un insulto alla memoria di Giulio e dei tanti egiziani che come lui sono scomodi al regime. Tanto scomodi da essere eliminati.
di Ezio Menzione*
Il Dubbio, 16 maggio 2020
Come purtroppo era facilmente prevedibile, un terzo musicista, Ibrahim Gokcek, del gruppo musicale turco Grup Yorum è morto il 7 di maggio dopo che due giorni prima aveva deciso di sospendere lo sciopero della fame: era al 323mo giorno di digiuno ed il suo fisico, il suo metabolismo non ce la hanno fatta a riprendersi. Alcuni giornali e notiziari, anche qui da noi, o forse più da noi che in Turchia, ne hanno dato notizia. Lo sciopero della fame era stato sospeso perché il governo aveva concesso al gruppo di riprendere a fare qualche concerto, dopo avere bandito i loro concerti dal 2015.
Ma Ibrahim, il chitarrista del gruppo, anche ammesso che il governo mantenga l'impegno dato, non potrà prendervi parte. Ciò che a malapena è trapelato da alcune agenzie di stampa è che la polizia in assetto di guerra il giorno 9 maggio ha fatto irruzione nel luogo di preghiera per i morti (la celevi) del culto alewita, quanto mai inviso ad Erdogan e al suo partito di governo.
I presenti sono stati picchiati e dispersi e tre avvocati sono stati fermati e poi, dopo quattro giorni, rilasciati (ma la Procura ha fatto appello): uno di tre è l'avvocata di Ibrahim stesso, Didem Baydar Uysal. La salma di Ibrahim è stata sottratta dalla polizia e trasferita a Kaiseri, città natale di Ibrahim, dove due giorni dopo si sono celebrati i funerali veri e propri, con nuovo intervento violento della polizia. Evidentemente, non c'è pace per gli oppositori del regime, neanche da morti.
Didem Baydar Uysal, come si è detto, era difensore di Ibrahim, ma è anche la moglie di Atac Uysal, altro avvocato, detenuto e oggi al novantesimo giorno di sciopero della fame, assieme alla collega Ebru Timtik, questa al centoventesimo giorno di sciopero e al trentaduesimo di "sciopero fino alla morte", senza integratori né supporti. Ebru Timtik, che appartiene all'Associazione degli Avvocati Progressisti (Chd), ha avuto una condanna a più di 15 anni nel giudizio di merito che la vedeva imputata di terrorismo assieme ad altri 17 colleghi, rei in realtà di avere sempre fatto bene il loro mestiere di difensori.
Ora sta aspettando il giudizio di Cassazione. Ma è notizia proprio di ieri che il principale "teste anonimo" che ha suffragato l'ipotesi accusatoria ha ritrattato le sue dichiarazioni (che in due giorni portarono in carcere 43 persone) per essere state estorte con la tortura.
"Mi hanno messo in bocca frasi che avevano tutt'altro senso e addirittura dichiarazioni che io non avevo fatto", ha scritto in una lunga lettera questo "teste anonimo", spedita prima di trovare rifugio all'estero. La lettera è stata prontamente inoltrata dal presidente del Chd, Selgiuk Kosaacli, anche lui detenuto e condannato, alla Cassazione perché sia allegata al ricorso pendente per tutti i 18 avvocati accusati e condannati. Basterà questa ritrattazione- chiave a ribaltare il risultato del processo di merito e mandare assolti i 18 colleghi condannati a pene che vanno dai 5 ai 18 anni?
*Osservatore Internazionale per l'Ucpi
Vita, 16 maggio 2020
Progetto "La Barchetta rossa e Zebra". Come cambia la relazione tra un bambino e il genitore detenuto? Quali nuove paure e fragilità emergono con l'emergenza Covid19 e come si fa fronte a questa ennesima distanza? Il progetto "La Barchetta Rossa e la Zebra" nella Casa Circondariale Marassi di Genova, risponde a queste nuove fragilità promuovendo per i detenuti incontri via Skype con educatori, formatori ed assistenti sociali.
Non hanno il telefono. E in questi mesi di emergenza mentre schizzavano i numeri delle persone contagiate dal Coronavirus, in loro schizzava anche la paura: "Come sta mio figlio? E mia moglie? O i miei familiari?". E allo stesso tempo per chi stava fuori si faceva largo la stessa paura per quel padre, compagno e a sua volta figlio detenuto. L'emergenza Coronavirus è una paura condivisa, ci ha resi tutti più fragili. Ma sarebbe una bugia dire che è stata difficile per tutti allo stesso modo. Si dice che un bimbo con la mamma o il papà in carcere sia "un bimbo con un segreto". Il genitore in prigione diventa, nelle parole del bambino, "malato"; "in viaggio"; "assente per lavoro".
"La Barchetta rossa e la Zebra" è un progetto genovese di Rete che coinvolge il Privato Sociale e le Istituzioni Pubbliche ed è sviluppato in sinergia con l'Amministrazione penitenziaria locale e dell'esecuzione penale esterna e con il Comune di Genova. È finanziato dal Bando Prima Infanzia (0-6 anni) ed approvato dall'Impresa Sociale Con i Bambini.
Il Cerchio delle Relazioni è capofila del Progetto coordinato, in prima linea, dalle Associazioni territoriali genovesi del Terzo Settore: la Cooperativa Sociale Il Biscione, Veneranda Compagnia di Misericordia, il Centro Medico psicologico pedagogico LiberaMente, Arci Genova e Ceis Genova. La Fondazione Francesca Rava N.P.H. Italia Onlus, a cui è stata affidata l'opera di riqualificazione delle aree dedicate all'incontro dei bambini con i genitori detenuti nelle due Case Circondariali, è partner e promotore del Progetto.
L'obiettivo della "Barchetta Rossa e la Zebra" è duplice: da una parte, favorire e rafforzare la relazione dei figli che hanno un genitore in carcere o sottoposto a misure penali alternative. Dall'altra, promuovere la cultura della centralità indiscussa del bambino che, improvvisamente, si trova a vivere in una dimensione adulta e critica come quella carceraria.
"In questo periodo di grave emergenza sanitaria e di distanza sociale", spiega Elisabetta Corbucci, coordinatrice Cerchio delle Relazioni, "la relazione tra figli e genitori detenuti è stata messa particolarmente a dura prova. Proprio in questo difficile scenario abbiamo scoperto e sperimentato, per la prima volta, l'importanza strategica della tecnologia quale mezzo essenziale per salvaguardare, mantenere e consolidare le relazioni. Paradossalmente, la distanza imposta dall'emergenza Covid-19, ha fatto provare anche agli operatori il disagio provocato dalla rarefazione dei contatti, dal non sapere, dall'incognita del futuro. Spero ci abbia reso operatori migliori".
Dopo una prima fase del Progetto che prevedeva la ristrutturazione di alcuni spazi, la seconda fase, dove i bimbi possono attendere il momento del colloquio in un ambiente bello, sereno, adatto alla loro esigenze, prima che scoppiasse l'emergenza era in atto una terza fase che fa da collante tra le prime due dove si sono organizzati dei momenti di formazione per i genitori detenuti, per gli assistenti sociali, e per la polizia penitenziaria per spiegare qual è la strada più idonea per entrare in relazione con i minori che vivono un momento delicato del loro percorso di crescita accentuato dall'assenza di uno o di entrambi i genitori.
Con il diffondersi del Coronavirus il progetto, pur andando avanti, ha dovuto rivedere le modalità di lavoro e far fronte a quelle nuove paure e fragilità che nelle carceri si sono amplificate. "Il momento della separazione", spiega Livia Botto coordinatrice del lavoro degli operatori, "è diventato ancora più pesante. Più drammatico. Il lavoro sui genitori mira proprio a rafforzare le competenze genitoriali "recluse" e a far chiarezza sulle zone d'ombra: "cosa penserà mio figlio di me? Sarò ancora autorevole? fin dove e cosa, posso raccontare a mio figlio?" Queste domande che ogni genitore si pone, se affrontate nella solitudine, generano una situazione di ansia che a sua volta è portata in sede di colloquio con i figli, innescando un ingorgo nella comunicazione che in molti casi viene poi interrotta dall'una o dall'altra parte. Il grande merito del progetto Barchetta nei confronti dei bambini, io credo, è quello di rimettere al centro il tema della cura, dell'attenzione e dell'ascolto dei bambini figli di detenuti. È un progetto di accoglienza in un luogo le cui inevitabili regole risultano respingenti e spaventose per i più piccoli".
L'emergenza Coronavirus tutto si è amplificato. "Già da prima quello che ogni genitore libero poteva fare (e spesso dava per scontato)", spiega Botto, "per il genitore detenuto è interdetto: sa che un figlio, per esempio, è malato, non può però sapere se è guarito o è peggiorato se non con la telefonata programmata o il colloquio, quindi possono passare giorni. Se, alla base, la capacità genitoriale del genitore recluso (al di là del comportamento deviante) è buona o anche molto buona, il carcere devasta la relazione innescando sentimenti di abbandono nel bambino e auto-colpevolizzazione nell'adulto che spesso non vengono affrontati né tantomeno risolti. Nel caso di genitori fragili e poco "attrezzati" a crescere il proprio figlio, talvolta la carcerazione è l'evento che interrompe il rapporto. Il lavoro sull'adulto non è quindi finalizzato ad un generico benessere del genitore, ma fortemente incentrato a restituire al minore un genitore il più possibile capace di interloquire con lui".
"In questa emergenza", aggiunge Mariavittoria Rava, Presidente Fondazione Francesca Rava e Project Manager del Progetto, "La Barchetta rossa e la Zebra si è dimostrata, ancora una volta, un solido Progetto di Rete. Sin dalle prime ore del lockdown, infatti, i Partner si sono attivati in maniera tempestiva e concreta per consentire ai bambini e ai loro genitori detenuti di poter trovare soluzioni efficaci per restare in contatto e non vanificare il lavoro fatto sulla relazione genitoriale prima di questa grave emergenza".
Non si sono fermati né i colloqui né la formazione alla genitorialità "Nella Casa Circondariale Marassi", racconta Livia Botto, "abbiamo messo in piedi un sistema di incontri via Skype. Le modalità sono le stesse di quelle utilizzate prima dell'emergenza: incontri frequenti e approccio multidisciplinare, educatori, assistenti sociali, formatori. Solo tutto è stato spostato su una piattaforma digitale. C'è bisogno ancora di più di sostenere la genitorialità in questo momento così difficile sia per i detenuti che per i loro figli". Il progetto ad oggi ha aiutato circa 152 nuclei familiari e 145 minori (fascia 0-6). E nelle ultime settimane ha incrementato il suo impegno anche all'esterno delle carceri: "Sosteniamo anche le famiglie dei detenuti e i loro figli", spiega Botto. "In questi giorni però, insieme ai percorsi classici che stavamo seguendo, ci siamo accorti che sono necessari moltissimi interventi di tipo "pratico" come supportare la famiglia in tutti i passaggi burocratici per la richiesta di un sostegno economico di cui possono essere beneficiari".
agensir.it, 16 maggio 2020
Mons. Izaguirre (Ceas): "far uscire almeno le donne incinte o con figli". Oltre all'affollamento, le carceri del Perù, dove sono già morti per il Covid-19 circa 60 detenuti, sono caratterizzate da carenza di attenzione sanitaria e igienica. Lo denuncia, al Sir, mons. Jorge Enrique Izaguirre, vescovo della prelatura di Chuquibamba e presidente della Commissione episcopale di azione sociale (Ceas) della Chiesa peruviana: "Mancano medici, infermieri, al di là del Covid-19, nelle carceri circolano la Tbc, l'anemia, molte altre patologie. Spesso manca l'acqua o ci sono poche ore di luce. Mancano pure prodotti per l'igiene personale.
Spesso sono i familiari a portare qualcosa ai loro congiunti che sono in prigione: alimenti, medicina, prodotti per l'igiene di base. Ma ora le visite non sono possibili e così non arrivano neanche cibo e generi di prima necessità".
Il sovraffollamento raggiunge livelli al di fuori di ogni immaginazione a Lima, per esempio nel carcere di "Castro Castro": 8mila detenuti, mentre la capienza sarebbe di 1.500. Qui, nelle scorse settimane, c'è stata una rivolta che ha causato più di dieci morti.
Nel vicino istituto "San Pedro" ci sono stati vari contagi, anche per alcuni trasferimenti di detenuti positivi. "Ma a volte la situazione è anche peggiore sulla sierra, nelle piccole località di provincia - denuncia mons. Izaguirre - con carceri piccole, isolate, dimenticate, con poco personale".
Il vescovo conclude con un ulteriore appello: "Il nostro sistema carcerario non rispetta le donne, non ci sono a volte distinzioni negli istituti con quello che ciò comporta in termini di violenza e abusi. Chiediamo al Governo di scarcerare le donne incinte o con figli. Speriamo di essere ascoltati almeno su questo".
di Giuliano Battiston
Il Manifesto, 16 maggio 2020
L'Unhcr e il governo bangladese assicurano che appena fuori dai campi, a Ukhiya e Teknaf, sono già allestiti circa 1.200 posti letto per il trattamento di eventuali casi, ma la preoccupazione è enorme. Temuto da esperti sanitari, operatori umanitari e dai Rohingya, il coronavirus è ufficialmente entrato nei campi profughi del Bangladesh, nel distretto di Cox Bazar.
Ieri l'Alto commissariato delle Nazioni per i rifugiati (Unhcr) ha annunciato che sono stati riconosciuti ufficialmente due contagiati, un residente di Cox Bazar e un Rohingya, residente invece nel più grande campo di rifugiati al mondo, in una stretta fascia di territorio collinoso che dal confine con il Myanmar si spinge verso l'interno. Si tratta in realtà di 34 campi, in cui vive quasi un milione di Rohingya: i circa 750.000 scampati nell'estate 2017 al tentativo di pulizia etnica da parte dei militari birmani e quelli arrivati in precedenza.
L'Unhcr e il governo bangladese assicurano che appena fuori dai campi, a Ukhiya e Teknaf, sono già allestiti circa 1.200 posti letto per il trattamento di eventuali casi, ma la preoccupazione è enorme. Nei campi rifugiati non c'è un solo posto letto di terapia intensiva e le condizioni materiali potrebbero favorire una diffusione capillare e veloce. Uno scenario da incubo, secondo le Ong che operano nel territorio. Le condizioni igienico-sanitarie sono scarse, decine di migliaia di persone non hanno accesso ad acqua potabile o a latrine funzionanti.
A seconda delle aree, nei campi vivono dalle 40.000 alle 70.000 persone per chilometro quadrato, almeno 40 volte di più della densità abitativa del Bangladesh, uno dei Paesi al mondo con la densità più alta. Il distanziamento sociale nei campi Rohingya non si può fare: nelle semplici capanne, costruite una adiacente all'altra, vivono fino a 12 membri della stessa famiglia. E le decisioni del governo di Dacca hanno peggiorato le condizioni: lo scorso 8 aprile, per contenere la diffusione del virus, il governo ha imposto alle organizzazioni non-governative la riduzione dell'80% delle loro attività non essenziali.
Non solo i 34 campi profughi, ma l'intera area (in cui vivono circa 3,5 milioni di persone) è stata isolata. Secondo Human Rights Watch le restrizioni del governo hanno già compromesso i servizi fondamentali nei campi, in alcuni dei quali non sono più forniti regolarmente cibo e acqua. La stagione dei monsoni è alle porte e i lavori di messa in sicurezza del territorio, indispensabili per evitare smottamenti, morti e diffusione di malattie come il colera, sono stati interrotti. Molte Ong e gli stessi Rohingya chiedono inoltre che Dacca rimuova il blocco totale delle comunicazioni e dell'accesso a internet nei campi, in vigore dal settembre 2019.
La mancanza di informazione ha già provocato serie conseguenze: le Ong, tra cui Medici senza frontiere, segnalano una riduzione significativa dei Rohingya che accedono ai servizi sanitari. Senza informazione, si rafforzano le dicerie: c'è chi è convinto che, se dovesse rivolgersi a una clinica e denunciare sintomi riconducibili al virus, verrebbe portato via, fatto sparire, ucciso. Anche per questo nelle ultime settimane alcuni residenti dei campi hanno fatto ricorso ai trafficanti per tentare la fortuna altrove.
Come raccontato dal manifesto, la Guardia costiera del Bangladesh ad aprile ha tratto in salvo circa 400 migranti che avevano tentato di raggiungere la Malesia, per esserne poi respinti. Sono rimasti in mare aperto, senza acqua né cibo, per giorni e giorni. Decine e decine sarebbero morti in mare. Altri, una volta recuperati dalla Guardia di costiera, sono stati trasferiti nell'isola di Thengar char, o Bhashan char. Un'isola sperduta nel Golfo del Bengala, in uno dei luoghi più vulnerabili a cicloni e inondazioni, divenuta un'isola-prigione per la quarantena.
di Pierfrancesco Curzi
Il Fatto Quotidiano, 16 maggio 2020
La protesta della scienziata contro il regime di al-Sisi. Laila Seif ha 64 anni, insegna alla facoltà di Scienze dell'università del Cairo e ha una lunga storia di attivismo politico. Da aprile il figlio, oppositore politico tra le figure più importanti della rivoluzione di piazza Tahrir, ha iniziato lo sciopero della fame nel carcere di Tora per manifestare contro le condizioni di detenzione.
A 64 anni e con una carriera professionale importante alle spalle, docente di matematica alla facoltà di Scienze dell'Università del Cairo e tra le attiviste più note d'Egitto, Laila Seif da alcuni giorni dorme su un marciapiede davanti alla prigione di Tora, alla periferia sud della capitale.
La sua forma di protesta ha colpito tutto il Paese e la foto di lei con addosso abiti sporchi, distesa sopra dei cartoni, la testa appoggiata sulla sua borsa e la mascherina a coprirle naso e bocca, ha fatto il giro dei social diventando un manifesto del dissenso contro le autorità egiziane. Dentro quel carcere, in particolare nella famigerata Sezione II "Scorpion" dedicata in parte ai prigionieri politici e ai reati di coscienza, dalla fine del settembre scorso è recluso suo figlio, Alaa Abdel Fattah, programmatore informatico e tra i leader più influenti della Rivoluzione di Piazza Tahrir del gennaio 2011.
Una famiglia di rivoluzionari anti-regime la loro. Laila Seif, infatti, incontrò suo marito, Ahmed Seif al-Islam, negli anni '70 proprio negli ambienti universitari dove lui era già leader di una cellula studentesca comunista. Alaa Abdel Fattah, 39 anni, dal 12 aprile scorso ha avviato uno sciopero della fame per protestare contro le condizioni imposte dai vertici della prigione e dal ministero dell'Interno. Celle fatiscenti, condizioni igieniche pessime, ma soprattutto l'impossibilità di accedere all'aria aperta, ricevere lettere, giornali, libri e altri beni di conforto dall'esterno.
A tutto questo, dal febbraio scorso, si è unita la minaccia pandemica e il rischio di contagio da Sars-Cov-2 che di fatto ha azzerato visite e contatti: "L'autorità carceraria ci impedisce di consegnare ad Alaa qualsiasi bene di conforto, comprese vitamine, soluzioni per la deidratazione dopo che lui ha avviato lo sciopero della fame. Siamo tutti molto preoccupati per la sua sorte", attacca Mona Seif, sorella di Alaa e figlia della docente di matematica e rivoluzionaria.
Laila e Mona Seif nei mesi scorsi hanno manifestato davanti alla sede del ministero della Giustizia chiedendo di poter incontrare il loro congiunto, senza purtroppo ottenere alcuna risposta. La paura del coronavirus ha spinto le autorità a bloccare l'attività della giustizia.
Quindi stop ai processi, addirittura alle udienze di rinnovo della custodia, e giro di vite pure per le visite in carcere e qualsiasi contatto con l'esterno. Questo vale per tutti i detenuti, ma per quelli politici c'è l'aggravante di non poter ricevere neppure beni di supporto, tra cui denaro, cibo, medicinali.
Mercoledì il Procuratore generale del Cairo, Hamada al-Sawy, ha affermato che ogni precauzione necessaria è stata assunta per proteggere i detenuti dalla diffusione del coronavirus: "Presto i detenuti potranno partecipare alle sessioni di rinnovo delle detenzioni in videoconferenza per limitare i contatti", ha aggiunto al-Sawy. Di Alaa Abdel Fattah, così come di Patrick George Zaki, familiari e amici sanno poco o nulla. Le uniche, scarse, informazioni arrivano tramite i rispettivi avvocati.
Una situazione esplosa con la morte del giovane regista Shady Habash, ad inizio maggio, proprio dentro la prigione di Tora. Prima di questo evento tragico, il 12 aprile scorso, Alaa Abdel Fattah ha avviato lo sciopero della fame, nutrendosi solo di liquidi, prettamente acqua e succo d'arancia o soluzioni vitaminiche quando possibile.
Così come accaduto nelle prigioni dell'Irlanda del Nord tra la fine degli anni 70 e i primi anni 80 con la protesta degli hunger-strikers di Bobby Sands, la scelta dello sciopero della fame ha spinto altri detenuti ad unirsi alla protesta. Mohamed Amashah, uno studente egiziano-americano, è uno di questi. Come lui anche Hamad Seddiq, detenuto nell'ala di massima sicurezza di Tora II, ha iniziato lo sciopero della fame il 18 aprile scorso.
di Vittoria Romanello
La Repubblica, 16 maggio 2020
Tra gennaio e marzo di quest'anno c'è stato un aumento del 34% del numero di domande di asilo da parte di migranti dall'Honduras, Guatemala, Nicaragua, Salvador rispetto allo stesso periodo del 2019. Sfrattati dalle stazioni migratorie: il Ministero dell'Interno (Segob) ha confermato che l'Istituto Nazionale delle Migrazioni (Inm) ha ordinato lo sfratto delle 65 stazioni migratorie nel Paese, per prevenire lo scoppio del nuovo ceppo del coronavirus Sars-CoV2. Sulla base delle raccomandazioni sanitarie delle autorità messicane e delle organizzazioni nazionali e internazionali, e per prevenire un focolaio di contagio, nelle stazioni migratorie che metterebbe a rischio la vita dei migranti che vi soggiornano, L'istituto Nazionale delle Migrazioni ha incaricato la partenza di un buon numero di persone.
Il rimpatrio di migranti dall'Honduras e Salvador. "Nelle 65 stazioni migratorie INM e nei rifugi presenti su tutto il territorio nazionale, esiste una capacità totale di 8.524 posti e nel mese di marzo sono stati ospitati 3.759 migranti", ha affermato l'INM, aggiungendo che l'Istituto e il Ministero degli Affari Esteri (SRE) hanno gestito il rimpatrio assistito di 3.653 persone provenienti dall'Honduras e dal Salvador, che hanno scelto di tornare nei loro Paesi d'origine, privilegiando ragazze, ragazzi, adolescenti, adulti più anziani, famiglie, donne in gravidanza e persone con malattie croniche.
Le domande di rifugio continuano. Per quanto riguarda le domande di rifugio in Messico, il Ministero degli Interni ha indicato che tra gennaio e marzo di quest'anno c'è stato un aumento del 34% del numero di domande rispetto allo stesso periodo del 2019. "In molti casi, le persone in cerca di rifugio fuggono da situazioni di persecuzione e violenza così gravi da essere state costrette a lasciare i loro paesi nonostante il rischio di contrarre Covid-19", aggiunge. Ha sostenuto che queste persone sono una priorità per il Governo federale, "ancora di più nel contesto di una contingenza sanitaria che ha effetti sproporzionati sulle persone più vulnerabili. Per questo motivo, la Commissione messicana per l'assistenza ai rifugiati Comar garantirà l'assistenza ai rifugiati, ai richiedenti asilo e alle persone con protezione complementare che lo richiedono: un'attività essenziale".
Programma di regolarizzazione. Le richieste di asilo non diminuiscono, anche perché non esistono alternative per poter risiedere in Messico legalmente, attraverso una offerta di lavoro è complicato e costoso, richiede l'uscita dal Paese e iniziare un processo attraverso il consolato messicano, e comunque non esistono molte altre opzioni tranne il ricongiungimento familiare.
Le rivolte nelle stazioni migratorie. Nella notte del 31 marzo c'è stata una rivolta nella stazione di immigrazione di Tenosique, Tabasco, nella frontiera Sud, che ha provocato un incendio. Le persone stavano protestando contro le condizioni indecenti del centro, in cui erano detenute senza possibilità di poter uscire, e poi il sovraffollamento, la mancanza di cure mediche e l'assenza di misure di prevenzione e informazione contro l'emergenza sanitaria. La stazione migratoria conteneva 170 migranti e richiedenti asilo, in uno spazio abilitato per 100 persone.
Le condizioni sanitarie delle stazioni migratorie. La situazione segnalata dai rifugiati e dai migranti detenuti è particolarmente allarmante nell'attuale contesto della pandemia, in quanto in varie stazioni migratorie nel Sud del Messico, in questi spazi non erano garantite cure mediche regolari né servizi di base, come l'acqua ad esempio: tutti fattori che hanno resi ideali focolai di malattie, Covid-19 compreso. Impossibile il rimpatrio volontario.
Oltre a questa situazione, i migranti detenuti nelle stazioni di migrazione che desiderano il loro rimpatrio volontario non sono in grado di tornare nei loro Paesi di origine perché il Governo del Guatemala ha chiuso il confine e ha chiesto al Messico di annullare il rimpatrio dei suoi compatrioti e i migranti provenienti da El Salvador, Honduras e Nicaragua che devono attraversare il territorio guatemalteco per poter tornare nelle loro case.
di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 15 maggio 2020
Bonafede zigzaga fra i numeri. Ma per Covid-19 i morti sono otto (non tre). Nel rivendicare quanto il ministero della Giustizia "si sia mosso per tutelare la salute nelle carceri" (tramite quel Dap di cui non si capisce allora perché abbia sostituito il vertice), il Guardasigilli Alfonso Bonafede aggiunge: "Certo mi dispiace tantissimo perché qualcuno è deceduto, un detenuto e due agenti".
Redattore Sociale, 15 maggio 2020
Lo dice il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, durante l'audizione in Commissione Giustizia alla Camera sulla situazione nelle carceri a seguito dell'emergenza epidemiologica da Covid 19 e sui recenti provvedimenti di scarcerazioni disposti dalla magistratura di sorveglianza.
di Simona Musco
Il Dubbio, 15 maggio 2020
Ma in realtà i detenuti morti per Covid sono 4. Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede dà i numeri sull'emergenza Coronavirus in carcere. In parte sbagliando e proprio nel punto più critico: il numero dei decessi. Uno per il Guardasigilli, quattro stando alle cronache, senza contare i 14 morti durante le rivolte. Una nota dolente passata in sordina durante l'audizione.










