ilpost.it, 14 maggio 2020
Cinque soldati della Guardia Nazionale venezuelana e il direttore del carcere di Los Llanos sono stati messi sotto accusa per la strage di 47 detenuti, avvenuta lo scorso primo maggio. La strage era avvenuta a seguito di una rivolta dei detenuti, che chiedevano che i loro parenti potessero portare loro del cibo. Il direttore è accusato di aver contribuito alla strage perché ha permesso la circolazione di armi da fuoco nella struttura, usate poi dai detenuti. I cinque soldati sono accusati di omicidio volontario.
Il carcere si trova vicino alla città di Guanare, 450 chilometri a sud-ovest di Caracas, e ha circa quattromila detenuti. Molte carceri in Venezuela, secondo le organizzazioni per i diritti umani, sono sovraffollate e vi avvengono spesso episodi di violenza. Il governo venezuelano non ha ancora commentato la strage del carcere di Los Llanos.
ilpost.it, 14 maggio 2020
Il governo del Nicaragua ha ordinato la scarcerazione di 2.800 detenuti dopo che mercoledì un carcerato è morto in seguito a problemi respiratori. Non è chiaro se il detenuto avesse contratto la Covid-19 e il governo ha negato che la scarcerazione sia stata dovuta alla diffusione del coronavirus nelle carceri del paese, sostenendo che sia stato un gesto di clemenza in vista della Festa della Mamma, che in Nicaragua si celebra il 30 maggio.
Quasi la metà dei detenuti scarcerati provenivano dal carcere di Tipitapa, dove secondo quanto riferito dall'avvocato Yonarqui Martínez, che si occupa dei diritti dei detenuti, si trovano diverse persone che hanno riportato sintomi da Covid-19.
Tra di loro ci sono anche diverse persone incarcerate in seguito alle proteste contro il governo del 2018, ma non ci sarebbe nessuno di loro tra i 2.800 scarcerati. Il Nicaragua finora ha riportato solamente 25 casi di contagio da coronavirus e 8 morti, molti meno che negli altri stati dell'America Centrale, ma si pensa che possano essere in realtà molti di più: il governo finora però ha negato che ci sia un'epidemia in corso e ha evitato di imporre misure restrittive.
di Giovanna Gagliardi
sentichiparla.it, 14 maggio 2020
In una stanza di cinque metri quadri sono stipate più di trenta persone, i corpi seminudi si toccano. Alcuni sono tumefatti perché sono stati percossi per ore e forse non supereranno la notte, altri sono infettati per via delle ferite non curate, dello sporco, dello strofinio tra pelle e pelle. Durante gli interrogatori, gli uomini della sicurezza picchiano così forte gli stivali pesanti contro il viso dei detenuti, che molti non reggono ed entrano in uno stato di delirio. Nel gergo carcerario lo chiamano "la disconnessione".
Si somigliano tutte le testimonianze dei sopravvissuti alla reclusione tra le mura di Al-Khatib, la sezione 251 dell'intelligence siriana, nella centralissima via Baghdad di Damasco. Qui "negli anni sono stati condotti oppositori politici e manifestanti, lontano dalla luce e da qualsiasi forma di diritto e assistenza legale. Giovani uomini e donne cui, attraverso la tortura, sono state estorte confessioni", dichiara Asmae Dachan, giornalista e scrittrice di origini siriane, ai microfoni di Radio3 Mondo, pochi giorni dopo quella che sarà ricordata come una tappa storica verso il riconoscimento e la condanna penale degli abusi commessi durante la guerra in Siria.
Il 23 aprile 2020 presso l'alta corte regionale di Coblenza, nella Germania centrale, ha avuto inizio il primo processo penale al mondo contro due ex funzionari dei servizi segreti siriani, accusati di crimini contro l'umanità. I due imputati sono Anwar Raslan, 57 anni, ex alto ufficiale della sicurezza militare, e Eyad al-Gharib, suo sottoposto, di anni 43. Raslan è accusato di complicità nelle torture inflitte, tra il 2011 e il 2012, a 4000 detenuti rinchiusi nella sezione 251 della sicurezza militare di Damasco.
Stupro, aggressione sessuale aggravata e 58 omicidi sono le altre imputazioni a suo carico. Al-Gharib era addetto all'individuazione e all'arresto dei manifestanti nelle piazze anti-regime. È perseguito per tortura e complicità in 30 assassinii.
Il processo rappresenta un momento epocale nel cammino verso il riconoscimento legale dei diritti umani e apre una breccia nell'impunità entro cui per decenni ha operato il regime del presidente Bashar al-Assad, responsabile della detenzione arbitraria di centinaia di migliaia di cittadini, della distruzione di intere città e dell'utilizzo di armi chimiche dall'inizio della guerra civile in Siria.
Dal 2008 Raslan dirigeva l'unità delle investigazioni nella sezione 251, attiva a Damasco e dintorni. Durante il suo mandato ha esercitato il suo controllo su 4000 casi di tortura che prevedevano pestaggi ed elettroshock. L'uomo ha poi abbandonato la sicurezza generale, dopo il sanguinoso massacro di Houla, sua città natale, ad opera degli Shabiha, la milizia civile del regime siriano. Fuggito in Germania nel 2014, ha qui ricevuto protezione internazionale, arrivando persino a rappresentare l'opposizione antigovernativa nei negoziati di pace per la Siria organizzati dall'Onu. Al-Gharib dichiara di aver disertato nel 2012, in seguito alla morte di alcuni suoi colleghi durante scontri a Damasco e dopo aver aver ricevuto l'ordine di aprire il fuoco su dei civili. Entrambi i coimputati sono in stato d'arresto da febbraio dello scorso anno.
Tra i principali artefici del processo che li vede alla sbarra, Anwar Al-Bunni, avvocato siriano impegnato sin dai tempi di Assad padre nella difesa dei diritti umani. Per decenni ha patrocinato la causa di centinaia di attivisti perseguitati dall'autorità centrale, finché nel 2006 la sottoscrizione di un appello a favore dei diritti civili non gli è costata la reclusione nei sotterranei di al-Khatib.
Dopo cinque anni, la liberazione e la fuga in Europa, dove ha riconosciuto Raslan, il suo aguzzino, ospitato all'interno di un centro per rifugiati tedesco. Nel marzo 2017, grazie al supporto della Ong European Center for constitutional and human rights, Al-Bunni e altri ex detenuti siriani hanno sporto una denuncia penale contro sei alti ufficiali del regime per crimini contro l'umanità. L'accusa, presentata presso la procura federale tedesca, è stata il primo passo verso la realizzazione dell'attuale procedimento.
Già prima delle indagini che hanno condotto all'azione legale a suo carico, Raslan aveva catturato l'attenzione delle autorità tedesche. Nel 2015 aveva denunciato a un commissariato locale le minacce ricevute da emissari della polizia segreta russa e siriana, rendendo nota la sua collaborazione con l'intelligence militare della sezione 251. Il nome di Raslan era poi emerso durante le interviste ai richiedenti asilo siriani passati per i vari mattatoi del regime.
amnesty.ch, 14 maggio 2020
La triennale campagna di "guerra alla droga" del governo cambogiano ha alimentato un aumento delle violazioni dei diritti umani, riempiendo pericolosamente le strutture di detenzione e provocando una situazione allarmante dal profilo della salute pubblica - aggravata dalla pandemia Covid-19. È inoltre un fallimento rispetto all'obiettivo dichiarato, ovvero la riduzione del consumo di stupefacenti nel paese. Questa la conclusione di un nuovo rapporto di Amnesty International.
Il nuovo rapporto, Substance abuses: The human cost of Cambodia's anti-drug campaign (Abuso di sostanze: Il costo umano della campagna antidroga in Cambogia), documenta come le autorità prendano di mira i poveri e gli emarginati, eseguano arresti arbitrari e sottopongano regolarmente i sospetti a tortura e altre forme di maltrattamento. Inoltre, chi non può comperare la propria libertà viene mandato in prigioni già sovraffollate e in pseudo "centri di riabilitazione" in cui i detenuti si vedono negare l'assistenza sanitaria e sono sottoposti a gravi abusi.
"La "guerra alla droga" della Cambogia è un vero e proprio disastro poiché si basa su sistematiche violazioni dei diritti umani. Ha pure creato molte opportunità per funzionari corrotti e mal pagati del sistema giudiziario, senza fare nulla di buono per la salute e la sicurezza pubblica", ha dichiarato Nicholas Bequelin, direttore regionale di Amnesty International.
Il primo ministro della Cambogia, Hun Sen, ha lanciato la propria campagna antidroga nel gennaio 2017. Qualche settimana prima, durante la visita di Stato del presidente filippino Rodrigo Duterte, i due leader si erano impegnati a cooperare nella lotta agli stupefacenti. Secondo i funzionari del governo, la campagna mira a ridurre il consumo di droghe e i danni correlati, anche ricorrendo ad arresti di massa di persone. Nel marzo 2020, il ministro degli Interni Sar Kheng ha chiesto un'azione legale contro tutti i "tossicodipendenti e spacciatori in casi di uso e distribuzione di droga su piccola scala".
Come la cosiddetta "guerra alla droga" delle Filippine anche questa campagna è costellata di violazioni dei diritti umani che colpiscono in modo sproporzionato i poveri e gli emarginati - indipendentemente dal fatto che facciano o meno uso di stupefacenti. "Un approccio violento per punire le persone che fanno uso di droghe non solo è sbagliato, ma è del tutto inefficace. È ora che le autorità cambogiane tengano conto delle prove scientifiche che dimostrano come le campagne di repressione a tappeto non fanno altro che aggravare i danni sociali", ha aggiunto Nicholas Bequelin.
Due sistemi paralleli, una campagna devastante e nessun giusto processo - Nel corso dell'indagine, Amnesty International ha parlato con decine di vittime della disumana campagna antidroga in atto in Cambogia. Queste persone hanno raccontato di essere state sottoposte a due sistemi di punizione paralleli: alcune sono state arbitrariamente detenute senza accuse nei centri di disintossicazione, mentre altre sono state condannate attraverso il sistema giudiziario penale e mandate in prigione. Le loro testimonianze rivelano una notevole coerenza nelle violazioni del diritto a un giusto processo che portano alla detenzione delle persone, e nessun metodo coerente nel determinare se le persone sono perseguite penalmente o inviate in centri di disintossicazione. I singoli agenti di polizia - a volte influenzati dalle tangenti - hanno un importante potere discrezionale per determinare il destino delle persone.
Il caso di Sopheap, 38 anni, dimostra la natura arbitraria della campagna. Ha iniziato a fare uso occasionale di metanfetamine all'inizio del 2017. Sei mesi dopo, nell'ottobre 2017, è stata arrestata in un raid antidroga insieme a due vicini di casa, di 16 e 17 anni. "Non c'era più droga quando è arrivata la polizia, solo una bottiglia, un accendino e altri oggetti in giro", ha spiegato. "Hanno detto che ci avrebbero mandati in un centro di riabilitazione... ma in realtà ci hanno mandati in tribunale e poi in prigione". Molte persone hanno descritto come sono state arrestate a seguito di incursioni della polizia in quartieri poveri o di retate di "abbellimento" delle città che espongono i poveri, i senzatetto e le persone che lottano contro la tossicodipendenza a rischio di arresto.
Sreyneang, una donna di 30 anni di Phnom Penh, ha raccontato ad Amnesty International come è stata torturata dopo il suo arresto arbitrario durante un raid antidroga a Phnom Penh: "Mi hanno chiesto quante volte ho venduto droga... Il poliziotto ha detto che se non avessi confessato, avrebbe usato di nuovo il taser su di me".
Le persone sottoposte a procedimenti penali hanno descritto in modo coerente procedure che hanno negato il diritto a un processo equo, comprese le condanne basate su prove inconsistenti e inadeguate e i processi sommari condotti in assenza di avvocati della difesa. Molti accusati avevano una comprensione molto limitata dei loro diritti, fatto che li ha esposti a un rischio ancora maggiore di violazioni dei diritti umani. Un intervistato, Vuthy, aveva solo 14 anni al momento dell'arresto. Dopo essere stato arrestato in un raid antidroga, è stato picchiato da diversi agenti di polizia e accusato di traffico di droga. Ha raccontato: "Non ho capito il processo e cosa significassero le diverse visite in tribunale. La prima volta che ho capito cosa mi stava succedendo è stato quando mi hanno detto della mia condanna. Nessuno mi ha mai chiesto se avessi un avvocato o me ne ha dato uno".
Condizioni di detenzione disumane - La campagna, tutt'ora in corso, è stata presentata come un'operazione della durata di sei mesi, a partire da gennaio 2017, ed è la causa principale dell'attuale crisi di grave sovraffollamento delle altre strutture di detenzione cambogiane. Questa crisi di sovraffollamento provoca gravi violazioni del diritto alla salute dei detenuti. Spesso equivale a un trattamento crudele, disumano o degradante ai sensi della legge internazionale sui diritti umani. Secondo i dati di marzo 2020, la popolazione carceraria nazionale è salita del 78% dall'inizio della campagna, raggiungendo oltre 38.990 persone incarcerate. La più grande struttura carceraria della Cambogia, la CC1 di Phnom Penh, ha superato i 9.500 prigionieri - quasi cinque volte la sua capacità stimata a 2.050 detenuti.
Questa situazione avrebbe dovuto portare le autorità ad alleviare urgentemente il sovraffollamento estremo nei centri di detenzione del Paese nel contesto della pandemia Covid-19, anche rilasciando chi è detenuto senza un'adeguata base legale - come le persone detenute nei centri di detenzione per reati legati agli stupefacenti - e perseguendo la libertà condizionale, il rilascio anticipato o condizionale, e altre misure alternative non detentive per i prigionieri, specialmente quelli più a rischio di Coronavirus. Maly ha descritto come lei e sua figlia di un anno sono state detenute nella prigione CC2 di Phnom Penh: "Era così difficile crescere mia figlia lì dentro. Voleva muoversi, voleva più spazio, voleva vedere l'esterno. Voleva la libertà... Spesso aveva la febbre e l'influenza. Poiché non avevamo spazio, mia figlia normalmente dormiva sdraiata sul mio corpo". Mentre la popolazione totale dei centri di detenzione per reati legati agli stupefacenti in Cambogia non è un dato pubblico, tutte le testimonianze ottenute da Amnesty International suggeriscono che il sovraffollamento all'interno di questi centri è grave quanto nelle prigioni.
Tutti i centri di detenzione sono ad alto rischio di gravi epidemie di Covid-19, e molti detenuti hanno malattie preesistenti come l'HIV e la tubercolosi. Long, un ex detenuto della CC1, ha detto ad Amnesty International: "Se una persona ha un'infezione respiratoria, nel giro di pochi giorni tutti in cella si ammalano. È un terreno fertile per le malattie".
Riprese video esclusive dall'interno di una prigione cambogiana, pubblicate da Amnesty International il mese scorso, hanno mostrato un sovraffollamento estremo e condizioni di detenzione disumane. In risposta, un portavoce del dipartimento carcerario ha ammesso che "ogni giorno è come una bomba a orologeria" per un'epidemia di Covid-19 nelle strutture detentive. Eppure, ad oggi, le autorità cambogiane non sono riuscite a intraprendere alcuna azione per ridurre la popolazione carceraria, anche se altri paesi della regione, tra cui la Tailandia, il Myanmar e l'Indonesia, hanno rilasciato decine di migliaia di persone a rischio, tra cui persone detenute con accuse legate agli stupefacenti.
Tortura nei centri di disintossicazione - Anche se i centri di disintossicazione affermano di fornire cure alle persone tossicodipendenti, in pratica operano come luoghi di abuso. Ogni persona intervistata da Amnesty International ha fornito resoconti dettagliati di abusi fisici che equivalgono a torture o altri maltrattamenti commessi dal personale del centro o dai cosiddetti "capi stanza" - detenuti incaricati dal personale di far rispettare la disciplina. Thyda, detenuta nel centro di disintossicazione Orkas Khnom a Phnom Penh nel 2019, ha detto ad Amnesty International: "Questa [violenza] l'hanno subita tutti ed è normale. Violenze come questa erano parte della routine quotidiana; parte del loro programma".
Un altro, Sarath, ha descritto il suo primo giorno in un centro di disintossicazione, dove è stato mandato all'età di 17 anni: "Appena la guardia se n'è andata, il "capo stanza" ha cominciato a picchiarmi. Sono rimasto privo di sensi, quindi non ricordo cosa è successo dopo". Anche i centri di detenzione per tossicodipendenti sono stati oggetto di denunce di violenze sessuali e di decessi durante la detenzione. L'indagine di Amnesty International ha portato alla luce numerose nuove accuse in questo senso. Phanith, un ex capo stanza, ha raccontato ad Amnesty International di aver visto un detenuto "incatenato per le mani e i piedi in modo da non potersi muovere". E il capo dell'edificio lo ha picchiato in quel modo fino alla morte".
Basta approcci punitivi verso i tossicodipendenti - L'approccio duro delle autorità cambogiane nei confronti delle persone tossicodipendenti non ha raggiunto il suo obiettivo primario di ridurre il consumo di droga e i danni correlati. Ha però scatenato una crisi di salute pubblica e dei diritti umani catastrofica, che ha colpito le fasce più povere e a rischio della popolazione. Eppure esistono alternative chiare e basate su prove scientifiche.
La politica internazionale sugli stupefacenti è cambiata negli ultimi anni e ha portato a riforme radicali a favore di alternative che proteggano meglio la salute pubblica e i diritti umani, compresa la depenalizzazione dell'uso e del possesso di droghe per uso personale. Il Ministero della Salute cambogiano ha recentemente fatto alcuni passi nella giusta direzione, aumentando la disponibilità di trattamenti la cui efficacia è stata testata in contesti comunitari.
Tuttavia, è essenziale che tutti i centri di disintossicazione vengano chiusi tempestivamente e permanente. Le persone che vi sono detenute devono essere rilasciate immediatamente, con la disponibilità di sufficienti servizi sanitari e sociali.
Inoltre, le autorità cambogiane dovrebbero procedere senza indugio verso l'attuazione delle misure che si sono impegnate ad adottare al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite nel 2019, così da mettere in atto una nuova politica sulle droghe che si allontani dal proibizionismo e protegga pienamente i diritti delle persone tossicodipendenti e delle altre comunità colpite.
"In Cambogia, e in tutto il mondo, la cosiddetta "guerra alla droga" è fallita. Ma ci sono chiare alternative già sperimentate che proteggono meglio i diritti umani. Le autorità cambogiane devono consegnare alla storia le politiche abusive, la detenzione arbitraria e la criminalizzazione, e abbracciare una nuova politica all'insegna di efficacia e compassione", ha detto Nicholas Bequelin.
di Rita Bernardini
Il Riformista, 13 maggio 2020
Bonafede si azzuffa con Di Matteo, lancia decreti intimidatori verso i magistrati di sorveglianza, racconta balle sui meriti del Dap che ha esposto reclusi e personale al rischio Covid. Intanto decine di migliaia di detenuti sono senza assistenza sanitaria.
di Salvo Palazzolo
La Repubblica, 13 maggio 2020
Per effetto del decreto Bonafede, ieri pomeriggio il primo padrino è stato già trasferito dai domiciliari in una struttura sanitaria penitenziaria: è Antonino Sacco, capomafia palermitano del clan di Brancaccio. Il primo boss è tornato in cella ieri pomeriggio: il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria ha trovato un posto in una struttura sanitaria carceraria al capomafia palermitano Antonino Sacco, 65 anni. E così, sulla base del nuovo decreto voluto dal ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, sono stati revocati i domiciliari per motivi di salute a uno dei nomi di maggior rilievo nella lista dei 376 svelata da Repubblica il 5 maggio.
di Gianpaolo Catanzariti*
La Repubblica, 13 maggio 2020
Per salvare la poltrona, Bonafede ha consegnato i tribunali di Sorveglianza ai pm: creerà il caos. I decreti legge, come è scritto in un libro di recente pubblicazione, "Io sono il potere - confessioni di un capo di gabinetto anonimo", sono il bordello della Repubblica.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 13 maggio 2020
Il Garante nazionale in un convegno è stato chiaro: "La tempesta non è passata". Mentre sta passando il messaggio, soprattutto a proposito delle fuorvianti polemiche sulla detenzione domiciliare date ai mafiosi, che l'emergenza Covid 19 in carcere sia passata, c'è il Garante nazionale Mauro Palma che avverte di non abbassare la guardia.
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 13 maggio 2020
In due interviste all'Huffington Post, i due ex magistrati attaccano l'istituzione carceraria. Potremmo sottolineare le contraddizioni con il passato, ma intanto applaudiamo. "Il carcere così come è oggi in Italia è da abolire". "Possiamo, anzi dobbiamo, liberarci dal carcere in maniera relativa, rompendo il monopolio della pena carceraria".
di Titti Beneduce
Corriere del Mezzogiorno, 13 maggio 2020
Dopo le polemiche feroci per la scarcerazione dei boss, l'invio degli ispettori a Sassari per il caso Zagaria e il decreto che prova a riportare in cella quanti ne sono usciti per l'emergenza sanitaria la notizia non giunge inattesa: Raffaele Cutolo resta in carcere.
Il magistrato di sorveglianza di Reggio Emilia, Cristina Ferrari, ha infatti respinto l'istanza di sospensione di esecuzione della pena con applicazione provvisoria della detenzione domiciliare, avanzata per motivi di salute dalla difesa del fondatore della Nuova camorra organizzata. Cutolo, che ha 78 anni, da circa 25 è detenuto al 41bis, attualmente nel carcere di Parma; a febbraio era stato trasferito per un periodo dal carcere all'ospedale, in modo da garantire le migliori terapie per i suoi problemi respiratori.
Per il giudice, come si legge nelle motivazioni della decisione, Raffaele Cutolo non ha una malattia di "gravità tale da potersi formulare una prognosi infausta quoad vitam", e "l'ampia documentazione acquisita comprova una situazione detentiva rispettosa della dignità personale, in cui il paziente può contare su presenza e monitoraggio costante degli operatori sanitari". Se anche le sue condizioni di salute dovessero aggravarsi, argomenta il giudice, il detenuto potrebbe contare "sulle strutture territoriali esterne", dove appunto è stato già temporaneamente ricoverato a febbraio.
Quanto al rischio Covid, le patologie di cui soffre non vengono ritenute "esposte a rischio aggiuntivo" per l'attuale emergenza, visto che il regime di 41bis gli permette "di fruire di stanza singola, dotata dei necessari presidi sanitari" e lo tutela anche perché il boss di Ottaviano "da anni ha rinunciato ai momenti di socialità, così di fatto riducendo ulteriormente i contatti interpersonali e le vie di contagio".
Nelle motivazioni si legge poi che "la condotta oppositiva di Cutolo all'esecuzione di esami e accertamenti giustifica il rigetto dell'istanza. Per maggior tutela dei detenuti sottoposti al regime detentivo, si raccomanda che, in occasione dei colloqui con i propri avvocati, sia il detenuto che il legale indossino dispositivi di protezione e che vengano informati sul rispetto delle norme di distanziamento fisico".
Il giudice dà anche conto del sostegno dato al carcere di Parma dal Dap, con l'invio l'8 maggio scorso di otto operatori socio-sanitari che si occupano anche del boss della camorra, cui sono stati forniti anche un letto dotato di sponde e un materasso anti-decubito. Cutolo soffre di diverse patologie, a cominciare da una cardiopatia ipertensiva e dal diabete.
Quando, l'8 marzo scorso, era rientrato in carcere dall'ospedale, i sanitari avevano sottolineato la necessità per lui di un care giver 24 ore su 24, o in alternativa di un operatore sociosanitario, figura professionale però non presente in quel momento nel carcere di Parma. Motivo, le sue "limitate autonomie" e il suo "pervicace rifiuto" di utilizzare le attrezzature messe a sua disposizione, come il bastone a tre piedi per gli spostamenti, con il "rischio concreto di cadute accidentali". Di qui la decisione del Dap di assegnare operatori socio-sanitari al carcere di Parma.
Nel provvedimento si dà conto anche del parere negativo alla concessione del beneficio della Dna e della Dda competenti vista la "caratura criminale" del boss.
Il difensore di Cutolo, Gaetano Aufiero, ha già annunciato che farà ricorso contro la decisione: "Rispetto il provvedimento del magistrato, sebbene non lo condivida. Andrò a Bologna davanti al Tribunale di sorveglianza per portare avanti la mia difesa e l'idea che le patologie molto gravi di cui soffre Cutolo siano incompatibili con il sistema carcerario.
Nelle ultime settimane - spiega Aufiero - ho ascoltato e letto tanti commenti di persone che hanno gridato allo scandalo per scarcerazioni più o meno rilevanti, ma soprattutto ho sentito commenti di chi ritiene che il sistema giudiziario, penale e penitenziario italiano debba esprimere un'idea di morte, cioè che una persona malata deve morire in carcere. Io appartengo a una schiera spero non minoritaria che ritiene che invece la Costituzione sia ancora vigente e che l'articolo 27 meriti rispetto. Prendo atto che Cutolo appartiene a quella categoria di detenuti destinata a morire in carcere, di questo prendo atto con estrema delusione".
Sul tema delle scarcerazioni è intervenuto l'ex ministro dell'Interno Enzo Scotti: "Il vero pericolo è che la mafia mostri ai suoi e ai cittadini tutti che, alla fine, il suo potere è forte. Ecco perché cose di queste genere non possono capitare. La preoccupazione è quella di non sfilacciare lo Stato, di avere una reazione unitaria e composta. C'è bisogno di una forte coesione dello Stato. Non conosco la vicenda ma dico soltanto che bisogna rivolgere una grande attenzione a questi problemi". Il sindaco di Ercolano, Ciro Buonajuto, ha intanto scritto al prefetto, Marco Valentini, per manifestare la sua preoccupazione per il possibile ritorno dei boss in città.










