di Enrico Ferro
Il Mattino di Padova*, 13 maggio 2020
Il direttore Claudio Mazzeo racconta l'emergenza sanitaria "Hanno reagito con consapevolezza e ce l'abbiamo fatta". Dopo mille tamponi, una rivolta, dopo aver trascorso notti insonni e consegnato 550 mascherine, oggi posso dirlo: nel carcere di Padova i detenuti sono tutti negativi".
Claudio Mazzeo, direttore del carcere di Padova, indossa la mascherina ma non può nascondere le profonde occhiaie. È felice, commosso, c'è ancora l'adrenalina che scorre. Non sono stati giorni facili, con la bomba sociale che minacciava di esplodere in quella che Erving Goffman definisce istituzione totale: il penitenziario. "Il 21 aprile scorso portiamo in ospedale un detenuto che aveva tentato il suicidio, gli fanno il tampone: positivo. Da quel giorno ho smesso di dormire la notte". Comincia da quell'esito il racconto del direttore, perché è da quel momento che la situazione pericolosa e delicata si fa drammatica. Quel tampone si rivelerà poi un falso positivo ma si saprà solo dopo parecchie settimane.
Un detenuto positivo. Come avete gestito quella notizia?
"L'ho data io personalmente ai detenuti della casa di reclusione. Ho sempre impostato il rapporto sulla trasparenza e così ho fatto anche stavolta".
Come hanno reagito?
"Ovviamente si è diffuso il panico ma con il lavoro di squadra siamo riusciti a limitarlo, a calmarli, a contenere la loro rabbia". Venivate anche da una furiosa protesta. "Sì, l'8 marzo scorso quaranta detenuti del quarto piano si sono barricati in sezione. Hanno messo tutti gli arredi davanti alla cancellata, hanno appiccato il fuoco e iniziato a lanciare qualsiasi cosa. Io mi sono preso un'arancia in testa, il comandante della polizia penitenziaria Carlo Torres un sacco di farina in faccia. Sono state due ore difficili ma, alla fine, li ho convinti a calmarsi".
Avete preso qualche provvedimento nei confronti dei rivoltosi?
"Abbiamo isolato i promotori e li abbiamo trasferiti per motivi di sicurezza".
Torniamo al tampone positivo, quello che poi si è rivelato negativo. Cosa avete fatto nell'immediatezza?
"Lì per lì abbiamo dovuto spostare 50 detenuti".
Com'è possibile il distanziamento sociale in una struttura sovraffollata come il carcere Due Palazzi?
"In Casa di reclusione, a inizio emergenza, c'erano 605 detenuti. Tra chi ha usufruito della licenza, gli scarcerati per fine pena e quelli messi ai domiciliari, siamo scesi a 558. I 60 ergastolani stanno in camera da soli, gli altri sono in stanze da due. Quindi non più di due per ogni cella".
Quali precauzioni avete adottato?
"Innanzitutto quelle base: lavarsi le mani con il sapone più volte, usare il gel igienizzante, evitare abbracci e contatti nelle zone comuni. Poi abbiamo distribuito loro 550 mascherine in tessuto, sono lavabili fino a cento volte. All'inizio è stato difficile, perché non se ne trovavano. Abbiamo ricevuto qualche donazione e per questo ringrazio Comune e Protezione civile".
Come avete fatto a calmare la rabbia?
"Ho concetto alcune elargizioni, come da regolamento disposto dal dipartimento centrale. Possono fare una videochiamata al giorno ai familiari, cosa che prima non potevano fare. Ci sono 14 smart-phone che gli agenti di polizia penitenziaria fanno usare loro, ovviamente sorvegliandoli. È un lavoro molto impegnativo ma serve a tenere calmi gli animi".
Anche per voi inizia la Fase 2. Come funziona in un carcere?
"Bisogna restare in sicurezza garantendo i diritti fondamentali: alla difesa, con collegamenti Skype con gli avvocati, allo studio, riavviando la didattica e anche a professare il culto. Il 18 maggio riprenderanno le messe di don Marco Pozza. È stato una figura chiave in questo difficile momento. Era sempre con me e mi ha dato tanta forza. Ieri (giovedì) poi...".
Cos'è successo?
"Mi ha chiamato Papa Francesco".
E cosa vi siete detti?
"Ci eravamo già visti un mese fa a Roma per la Via Crucis. Quando giovedì mi ha telefonato l'ho
invitato a venire qua a Padova, per una visita al carcere".
Cos'ha risposto?
"Mi ha detto: ma io sono prigioniero. E poi mi ha detto anche: non dimenticate di pregare per me".
Quando ricomincerete con i colloqui dei familiari?
"Ammetto, è un nervo scoperto. Al momento non c'è una data ma quando lo faremo dovremo attuare il distanziamento sociale. Tuttavia, c'è un altro aspetto che mi preme di rimarcare".
Quale?
"Il senso di responsabilità di questi detenuti. Abbiamo spiegato loro il problema e loro hanno capito perfettamente si sono convinti che rimanere isolati sia la cosa migliore in questa fase. Ho detto loro: siete uguali a noi, comportatevi come noi. Hanno capito, con grande maturità".
Anche le attività del carcere di Padova sono ferme?
"La pasticceria della cooperativa Giotto sta riaprendo dopo un periodo di chiusura, il call center non ha mai chiuso e l'altra coop che fa assemblaggi di plastica ha lavorato a fasi alterne. Ora hanno riconvertito una parte della produzione e fanno mascherine lavabili da vendere fuori".
Il lavoro, per i detenuti che hanno la fortuna di averlo, è uno dei pochi punti di contatto con la vita normale. Pensa che ci sia stato un contraccolpo psicologico con questi due mesi di stop?
"Ne risentiranno sicuramente ma è prevalso un sentimento di consapevolezza che li ha portati a capire quanto il momento è critico e delicato. Il primo obiettivo era quello di fronteggiare il virus e posso finalmente dire che ce l'abbiamo fatta, tutti insieme. Ora ci aspetta un'altra fase molto complessa ma è giusto celebrare questo successo collettivo nel modo migliore. Insieme ce l'abbiamo fatta e ce la faremo anche da qui in avanti".
*Articolo pubblicato dal quotidiano il 9 maggio 2020
dirittiglobali.it, 13 maggio 2020
Intervista a Marcello Marighelli, Garante delle persone private della libertà della Regione Emilia Romagna. Subito dopo le proteste avvenute nel carcere di Modena l'8 marzo scorso, nove reclusi di quel penitenziario sono morti in cella o durante il trasferimento ad altri istituti. A oggi non esiste ancora una versione ufficiale e definita sulle cause dei decessi. Secondo il ministro e la stampa sarebbero avvenuti "perlopiù" per overdose di farmaci. Una spiegazione troppo generica per essere accettabile.
Come Garante dell'Emilia-Romagna ha potuto raccogliere direttamente informazioni? Il quadro che lei si è fatto è chiaro e sufficiente? Cosa ne emerge?
Ho visitato l'11 marzo 2020 la Casa Circondariale di Modena, gli edifici della struttura principale e del "nuovo padiglione" erano devastati dal fuoco e dai danneggiamenti praticati evidentemente con ogni mezzo disponibile. Le parti più danneggiate erano quelle comuni, gli ambulatori, i locali per il personale di vigilanza, le cucine, ma soprattutto le zone di accesso e uscita. L'odore di bruciato era insopportabile. Dappertutto fuliggine e altri resti di combustione di materiali di tutti i tipi, dagli arredi agli impianti elettrici completamente distrutti.
Non posso considerare quello che ho visto l'effetto di una protesta, ma semmai di una rivolta che ha coinvolto un certo numero di persone, probabilmente prese dalla paura di una doppia segregazione per la detenzione e per l'epidemia. Una paura di perdere ogni contatto e ogni aiuto che, insieme alla paura del contagio, in un ambiente ristretto e affollato, ha fatto da detonatore a un'esplosione di disperata violenza. Non conosco la base documentale della versione del Ministro della Giustizia e non conosco le fonti delle versioni sull'accaduto apparse sulla stampa, quindi non esprimo giudizi, ma non posso farle mie. Occorrerà attendere una verità giudiziaria, senza per questo rinunciare a una analisi degli aspetti politici e sociali di un tale disastro.
Secondo quanto ci ha dichiarato l'avvocato della famiglia di una delle vittime, le autopsie sono state da tempo effettuate ma i risultati non sono ancora stati comunicati. Lei ha al proposito notizie aggiuntive o più recenti? È normale vi siano tempi così dilatati per un episodio così tragico (non era mai accaduto che un numero così alto di detenuti perdessero la vita contemporaneamente)?
La morte di una persona in carcere desta sempre seria preoccupazione, e richiama l'attenzione dell'Ufficio di Garanzia che rappresento, ma quanto è accaduto a Modena, per il numero di vittime, l'arco temporale in cui sono avvenuti i decessi e i diversi luoghi interessati a causa dei trasferimenti intercorsi, non si era mai visto e pone molteplici interrogativi sulle cause e le circostanze che richiedono risposte non semplici e proporzionate alla dimensione, alla gravità e drammaticità degli eventi. Ancora non conosco lo stato dei procedimenti aperti dalla Magistratura, ma sono fiducioso che la vicenda sarà oggetto di tutti gli approfondimenti che merita.
All'indomani di quei gravi fatti, numerosi detenuti sono stati trasferiti da Modena ad altre carceri. Lei ne conosce il numero e le destinazioni? In virtù delle sue prerogative, ha avuto la possibilità di raccoglierne le testimonianze o comunque ha ricevuto versioni sull'accaduto da reclusi trasferiti o tuttora presenti a Modena, o da loro famigliari?
A Modena il 29 febbraio erano presenti 562 persone detenute, rispetto ad una capienza regolamentare di 369 posti. Alla fine di aprile erano rimaste poco meno di 100, recluse nei pochi spazi ancora idonei. I trasferimenti sono stati molti e hanno impegnato diversi giorni, una parte è stata verso gli istituti del distretto e un numero maggiore per quelli fuori distretto. Gradualmente è ripresa la corrispondenza con alcuni trasferiti, e con persone rimaste a Modena, anche il volontariato ha riallacciato diversi contatti con detenuti e le loro famiglie. Non ho ricevuto racconti da parte dei protagonisti di quanto è accaduto, per ora emerge il disagio per i danni e i trasferimenti. La maggior parte delle richieste delle persone detenute che sono arrivate direttamente, o per il tramite di famigliari riguardano l'accesso alla detenzione domiciliare e le recenti modifiche alla normativa. Molte le aspettative, con risultati ancora non esattamente quantificabili, ma non trascurabili. La Regione Emilia-Romagna e l'UEPE stanno realizzando il progetto di Cassa Ammende per consentire a chi non ha disponibilità di un proprio domicilio di poter accedere alla detenzione domiciliare.
A lei risultano, o lei stesso ha avuto modo di richiederli e prenderne visione, accertamenti dello stato di salute dei detenuti trasferiti da Modena, per come dovrebbe essere obbligatoriamente registrato al momento dell'ingresso negli istituti di destinazione e per come risulta dalle cartelle cliniche?
Il mio primo intervento è stato sui casi che mi sono stati segnalati, di interruzione delle comunicazioni con le famiglie. Ho chiesto il rispetto del diritto a comunicare delle persone detenute, trasferite da Modena e Bologna in altri istituti della Emilia- Romagna a seguito dei fatti dell'8 marzo e di garantire la possibilità di effettuare la comunicazione epistolare, telegrafica o telefonica prevista dall'art. 62 del D.P.R. del 30 giugno 2000, per informare della propria sede di destinazione. Ho anche chiesto che il relativo costo fosse posto a carico dell'Amministrazione, in caso di mancanza di fondi personali, come previsto dal regolamento. Per i trasferimenti in altre regioni la rete dei Garanti regionali si è attivata e al momento non ho più avuto richieste di aiuto per il ripristino delle comunicazioni con le famiglie. La maggior parte delle donne detenute nella sezione femminile di Modena sono state trasferite a Trento e sono seguite dalla Garante della Provincia Autonoma con cui sono in contatto.
Per quanto riguarda le condizioni di salute dei trasferiti, le visite ed i referti effettuerò i riscontri non appena riprenderò le visite negli istituti. L'attenzione alle visite di ingresso, anche alla luce della recente riforma dell'ordinamento penitenziario e delle raccomandazioni del Cpt (Comitato Prevenzione Tortura), è una questione cruciale per garantire la trasparenza e la tutela dei diritti fondamentali delle persone detenute. Nel 2019 ho cominciato a confrontarmi sul tema con i responsabili della salute delle carceri della mia regione e fino ad ora ho sempre avuto risposta alle richieste di accesso alla documentazione sanitaria.
A distanza di tempo da quei tragici fatti, ha avuto modo di accertare quali siano attualmente le condizioni di detenzione nel carcere di Modena, di Bologna e più in generale in quelli della sua Regione? Vi sono state limitazioni o irrigidimento di spazi perduranti a seguito delle proteste?
Non sono ancora tornato nel carcere di Modena con cui mantengo comunque una corrispondenza e contatti con il volontariato. Le persone che sono rimaste sono alloggiate in quella che era la sezione femminile e nella sezione semiliberi. Per Bologna la situazione è molto problematica, il numero dei detenuti è sceso dalle 891 presenze di fine febbraio alle circa 700 di fine aprile. È un discreto risultato, ma ancora lontano dal numero regolamentare di presenze di 500 unità. I casi di positività al virus tra il personale e tra le persone detenute hanno richiesto l'organizzazione di diversi locali per l'isolamento sanitario, ma che hanno consentito la comunicazione con i famigliari e anche la corrispondenza con i garanti che sono intervenuti su alcune situazioni.
In generale il regime detentivo in regione ha ridotto le situazioni a "celle aperte" e ha escluso i colloqui sostituendoli con un'ampia disponibilità di videochiamate. Dal 27 aprile è ripresa la scuola con il progetto "non è mai troppo tardi", una serie di video lezioni sul canale regionale Lepida TV. Non mi nascondo il rischio di un ritorno alla "normalità" molto lento e la possibilità di passi indietro. Ad esempio, è impensabile un ritorno al "telefono a gettoni" dopo questo periodo di apertura alle comunicazioni via Skype.
A mio parere già da tempo una parte delle persone detenute si sente esclusa dall'accesso alle misure alternative e dalle opportunità di ritorno nella società, sia per il proliferare dei reati ostativi, sia per la riduzione delle possibilità di accoglienza per i più vulnerabili. Gran parte dei cittadini stranieri detenuti non ha concrete speranze di avere un permesso di soggiorno a fine pena ed è destinata a subire un'espulsione o a vivere una condizione di marginalità. Le leggi sulle droghe, anche dopo il vaglio della Corte Costituzionale, continuano a portare un gran numero di persone in carcere, allontanandole da vere possibilità riabilitative che dentro sono scarsissime. Credo quindi che se si continuerà a ridurre la speranza di una vita migliore per tutti i detenuti sarà sempre più difficile governare il carcere.
Quali sono invece le condizioni e le misure prese riguardo il rischio di contagio del coronavirus, e come le valuta?
I primi provvedimenti per fronteggiare il rischio di contagio hanno riguardato i nuovi ingressi con l'individuazione di ambienti per l'isolamento preventivo e l'installazione di strutture per il pre-triage. Sono stati predisposti protocolli per la gestione del rischio, quello di Parma è un esempio di un buon lavoro soprattutto per l'informazione ai detenuti. Da aprile la Sanità regionale ha fatto partire un programma di test sierologici su tutto il personale dell'Amministrazione penitenziaria per ridurre ulteriormente i rischi di permeabilità al virus delle carceri. Penso che complessivamente in regione si sia fatto molto per la prevenzione, anche se ci sono ancora criticità da risolvere e spazi di miglioramento che devono essere colmati.
di Massimo Cacciari
L'Espresso, 13 maggio 2020
In questi giorni abbiamo accettato necessarie riduzioni dei diritti. Ma occorre vigilare perché non dilaghino. E ricordare come per alcuni poteri politici ed economici questa situazione sia estremamente vantaggiosa. Sembra essere legge di natura che nei momenti di svolta o di crisi, quando "cresce il pericolo", e massimamente dovremmo impegnarci per comprenderne cause e conseguenze, la nostra attenzione, la nostra voglia di pensare, invece, vadano rapidamente affievolendosi.
La fatica del giorno per giorno, il duro mestiere di tirare avanti in qualche modo, divorano lo spazio che, in momenti più normali, destiniamo qualche volta anche all'esercizio dell'analisi e della critica. E diventiamo propensi ad affidarci ai cosiddetti "dati di fatto", a volte comunicati da esperti veri, altre volte decretati a mo' di dogmi dal Condottiero di turno e dalle sue "task force".
Non si vuole tornare qui ora su ciò che è stato scritto e detto, anche dal sottoscritto, in questi mesi sulla gestione dell'"emergenza" coronavirus. Sul fatto (questo sì incontestabilmente tale!) che l '"emergenza" è anche dovuta ai continui tagli per ricerca, strutture, personale subiti dalla sanità nel corso degli ultimi decenni; che la crisi ha evidenziato ancora una volta l'assenza di ogni sistema di efficace collaborazione tra poteri centrali, Regioni e Autonomie locali; che nessuna strategia si va definendo sul modo di "convivere" con l'epidemia nel medio-lungo periodo, dal momento che è verosimilmente impossibile bloccare sine die l'attività di settori fondamentali e il movimento delle persone.
Aggiungo che non mi interessa neppure spigolare sui recenti provvedimenti, se non per quegli aspetti che si connettono a tendenze culturali-antropologiche di fondo; le palesi illogicità, contraddizioni, improvvisazioni che li caratterizzano potrebbero apparire, alla fine, dettagli trascurabili, fonte solo di molti fastidi e disagi (e per certuni, ahimè, di fallimento economico). Ciò che andrebbe davvero pensato è la prospettiva storica generale in cui questa crisi si colloca e quale ruolo essa sia destinata a giocare al suo interno.
Circola un documento-manifesto della Fondazione Vargas Lllosa, che ha avuto larga eco in Spagna, Francia e Oltreoceano, da noi pressoché ignorato, che ci ricorda un'ovvia "regolarità" storica: la situazione di emergenza (reale o fatta vivere per tale) genera per sua natura spinte "autoritarie". In alcuni Paesi queste possono essere assunte all'interno di consapevoli strategie politiche.
Il manifesto - che è firmato da numerosi ex-premier di Stati latino-americani - si riferisce in particolare a quanto accade in Venezuela, Cuba, Nicaragua, Messico. In altri casi, di democrazia più "matura", la tendenza può procedere inavvertita, perché, in fondo, non si presenta che come il naturale palesarsi di quanto in atto da tempo.
Esautorato il Parlamento? Ma da quanti anni è in quarantena? Da quanti anni non svolge sostanzialmente altra funzione che quella di ratifica dei decreti dell'esecutivo? Una volta lo si diceva anticamera dei partiti, che almeno erano organismi politici - ma ora? E chi non ha invocato task force, che nessuna assemblea democratica ha nominato, per risolvere le perenni emergenze? Non vedo alcun segnale nella gestione di questa crisi di un possibile cambio di punto di vista. Nessun segnale che se ne voglia uscire con riforme radicali del Parlamento e del rapporto tra i diversi livelli dello Stato. All'opposto, proprio la crisi viene nei fatti interpretata come dimostrazione della necessità di accelerare il processo di "liberazione" degli esecutivi, dei governi e dei loro capi da ogni impedimento "assembleare". Se nel mondo contemporaneo l'emergenza è endemica, al Sovrano, chiunque esso sia, e solo al Sovrano tocca decidere. Ritornano le antiche metafore della nave in tempesta e del suo nocchiero: è bene che uno solo comandi.
Prima che sia troppo tardi, prima di adottare poco alla volta, mitridatizzandoci con giudizio, modelli cinesi o putiniani, prima di diventare tutti sostenitori convinti di Trump e dei suoi nipotini europei, pensiamoci. La crisi genera pulsioni che possono diventare irresistibili verso soluzioni burocratico-centralistiche. Il populistico appello alla pseudo-sovranità degli staterelli si fonda su tali oggettive pulsioni. O insicurezza e, magari, morte, oppure bisogna affidarsi alla Madre-patria antica; lei vi vuol bene, i suoi politici vi amano. Fuori dalle sue mura regna l'anonimo nemico senza volto dei Poteri Forti.
Queste mura non esistono più, ma la tendenza a nuove forme di statalismo, contrabbandate magari per stato di necessità, possono dilagare.
Pensiamoci, ora, non dopo. Pensiamo a come già vengono interpretate certe trasformazioni dei nostri comportamenti in questo periodo in cui ragionevoli limitazioni dei nostri diritti sono ovviamente comprensibili. Perfino queste limitazioni sembrano essere considerate da certuni un preambolo a una sorta di obbligo giuridico della salute, a introdurre norme per cui sia lecito essere seguiti, "tracciati" e interrogati sulle proprie condizioni fisiche.
Vi è poi la scoperta della bellezza del lavoro a distanza. Quanto sarebbe economico "stare a casa" sempre: un professore potrebbe magari servire mille classi, niente traffico, niente tempi e spazi sprecati. Convegni, conferenze, uffici, che arcaica organizzazione del lavoro! Che bisogno abbiamo del contatto personale? Dal contatto al contagio il passo è breve; questa esperienza lo insegna, non è vero? Impariamo da essa e proseguiamo sulla sua strada.
L'informazione è tutto, la comunicazione (che avviene soltanto attraverso il rapporto diretto, il guardarsi in volto) un lusso. Tutti mezzi-busto tv. Lo "stare a casa", il muoversi solo col web, non va vissuto come una triste necessità imposta dal virus, immaginiamolo come il nostro radioso futuro. Formidabile prevenzione a ogni pandemia.
Pensiamoci - perché queste pulsioni, corrono ovunque, si esprimono sempre più nettamente, e si esprimono nei fatti. Pensiamo anche alle grandi potenze che le sostengono, che ne condividono l'implicita visione del mondo. Ogni giorno di crisi per Amazon, Google e compagnia sono miliardi di utile. Il colossale sistema dei big data raccoglierà miliardi di ulteriori informazioni, "conoscerà" ciascuno di noi, smantellerà ogni residua privacy.
E continuerà a non pagare tasse o per l'impotenza dei piccoli Stati o per la sua simbiosi con i grandi sistemi politici. La libertà dello "stare a casa" avrà questo prezzo inevitabile. Vi è nell'uomo una "naturale servitù", dicevano i saggi, e può darsi perciò che questo prezzo lo si voglia pagare. Pensiamoci.
corrieresalentino.it, 13 maggio 2020
Si spostano online le attività ricreative e culturali di "Arte in libertà... oltre le sbarre", progetto di arte-terapia coordinato dall'Ufficio Integrazione Disabili dell'Università del Salento e promosso in collaborazione con la Casa Circondariale di Borgo San Nicola (Lecce). Ideato dagli studenti del Dipartimento di Storia, Società e Studi sull'Uomo, il progetto prevede la realizzazione di alcuni laboratori di arte-terapia, appunto, che porteranno alla realizzazione di murales all'interno del carcere.
Dopo i primi incontri in presenza, che si sono tenuti nel mese di gennaio con un gruppo di detenuti del reparto infermeria, il programma è stato interrotto per il subentrare dell'emergenza.
I lavori, ripresi in modalità telematica, da oggi si arricchiscono di una playlist sul canale You Tube dell'Ateneo (https://www.youtube.com/playlist?list=plqn0q-k1fkmso9p6v6pcijceqkwl64msl), dove ogni martedì gli studenti protagonisti del progetto ne racconteranno i dettagli e condivideranno la propria esperienza; online il primo video con l'intervento di Vanessa De Donatis, neolaureata in Psicologia all'Università del Salento.
Sono coinvolti quattro volontari del progetto di servizio civile dell'Ufficio Integrazione Disabili "Università senza frontiere" e di dieci studentesse del Dipartimento di Storia, Società e Studi sull'Uomo selezionate con apposito avviso pubblico: "Lavoriamo con detenuti particolarmente fragili", spiegano, "ed è proprio per questo che la Direzione e gli operatori della casa Circondariale hanno voluto "osare" e destinare a loro le attività del progetto. Al termine del ciclo di incontri, a partire dalle idee grafiche emerse, realizzeremo assieme alcuni murales documentando tutto il percorso con riprese video da presentare in un evento pubblico. Speriamo sia possibile molto presto".
di Nadia Terranova
La Stampa, 13 maggio 2020
Il problema è sempre la narrazione. Aderire o divergere, tradire o assecondare, smentire o compiacere, la domanda che più ci riguarda resta quella: come vogliamo comportarci rispetto alla storia che, alle nostre spalle, il mondo si sta raccontando su di noi?
Silvia Romano, insultata, svalutata, bersagliata, minacciata di morte al suo rientro si è macchiata della più imperdonabile fra le colpe: non obbedire al rassicurante racconto costruito e proiettato su di lei, o meglio sull'unica certezza che avevamo, la sua immagine.
Il viso fresco, l'aspetto mite, lo sguardo fiducioso e giovane combaciavano senza dissonanze con la brava ragazza, svagatamente idealista, rimasta un po' bambina, ingenua e inconsapevole, bisognosa in fondo di un abbraccio o di due scapaccioni, due declinazioni solo in apparenza divergenti del medesimo sguardo paternalista.
Quell'immagine involontaria nell'ultimo anno e mezzo ha spaccato l'Italia, fin dal giorno del rapimento: Romano era odiata dagli odiatori e difesa dai difensori per gli stessi motivi, assurta a simbolo suo malgrado, identificata in istantanee che già appartenevano a un altro mondo, a un'altra era.
La foto di Silvia in mezzo ai bambini, con il viso imbrattato di colori e il sorriso schivo, veniva riproposta ogni giorno sulle bacheche dei social network, mentre la vera Silvia viveva rapimenti, nascondigli, fughe, il trascorrere inevitabile dei giorni.
Il tempo, semplicemente, passava: per noi in modo normale, per lei vertiginoso, per la sua foto indifferente. Fino al suo rientro e all'insorgere della complessità, la parola che i social network peggio sopportano. Come si è permessa la ragazza di non essere fedele al ritratto che ci aveva lasciato e sulla base del quale l'avevamo scelta come bandiera o come bersaglio?
Come si è permessa, lei che era dalla nostra parte, di scegliersi un'altra storia? Come ha potuto disobbedire a noi che la volevamo vittima, a noi che la volevamo colpevole? Come le è saltato in mente di sparigliare le nostre manichee litigate su Twitter, tradire quel suo aspetto che ci aveva promesso ingenuità da idolatrare o distruggere? Silvia, dovevi restare a casa, tanto più che noi ci stiamo da mesi per un virus che continua a sfuggirci mentre ci spinge sempre più in cattività; e tu cosa facevi mentre noi immobili perdevamo abitudini, affetti, amori, lavori?
Come ti sei permessa di trasformarti, amare, cambiare idea o fartene una, usare o farti usare, mentre noi chiusi nei nostri pochi metri quadri non facevamo che ringhiare? E poi ancora: se sei una donna con l'aspetto di bambina perché non abbassi la testa e ringrazi, e se proprio non vuoi allora perché non ti travesti da aggressiva e rispondi a quell'altro cliché? La venticinquenne sorridente e provata ma senza nemico, che addirittura osa sottrarsi all'idea di confermarcene uno, è troppo per un'umanità spiazzata da un virus che da mesi ci insidia dicendoci: il nemico non esiste, anzi potresti essere tu, forse nemico è il tuo stesso corpo di asintomatico positivo.
A essere minacciata di morte non è Silvia Romano, perché di lei, di ciò che davvero le è successo e di ciò che davvero sta pensando non sappiamo proprio niente, e, senza una gestione violentemente voyeuristica del suo rientro, avremmo saputo ancor meno.
Il bersaglio dell'odio non è una persona, sono certe difficili parole: complessità, pudore, pazienza, dubbio. Scomparse da anni dietro gli schieramenti e le gogne da social, la fame di sangue e quella di eroi, e all'improvviso ricomparsi nel viso di Aisha, la ragazza che ci guarda enigmatica e distante, e, dopo aver sofferto in un modo a noi ignoto, sempre a noi inafferrabilmente sorride.
Il Mattino, 13 maggio 2020
Saranno i detenuti "di buona condotta", opportunamente preparati, a sanificare gli ambienti di lavoro del carcere di Napoli Poggioreale, istituto penitenziario tra i più grandi d'Europa. Lo rende noto Luigi Castaldo, vice segretario regionale del sindacato Osapp. L'iniziativa prenderà il via a breve, su decisione del direttore Carlo Berdini e del dirigente medico Vincenzo Irollo.
I detenuti, protagonisti di un recupero educativo, saranno dotati di idonea attrezzatura e le operazioni più complesse, così come è avvenuto finora, saranno eseguite da ditte esterne specializzate. Inoltre sarà regolarizzata la distribuzione dei dispositivi protezione individuale e aggiornato il protocollo di sicurezza locale in funzione alle nuove disposizioni dipartimentali inerenti la fase 2 della lotta al coronavirus. Castaldo loda l'operato dei dirigenti "competenti e di spessore" che gestiscono la casa circondariale "nell'interesse del Corpo di Polizia Penitenziaria e per tutelare i ristretti la collettività".
Gazzetta di Parma, 13 maggio 2020
Entro due settimane sarà aperto il nuovo padiglione da 200 detenuti nel carcere di via Burla. Ad annunciarlo, alla Camera, il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. Il progetto è stato oggetto di polemiche, in particolare per le carenze di organico che i sindacati della polizia penitenziaria lamentano da tempo. Bonafede ha parlato di via Burla, intervenendo sulla vicenda Dap e spiegando perché avesse scelto Francesco Basentini e non Nino Di Matteo a guidarlo. "Basentini si era distinto nel proprio lavoro" e "nel colloquio mi aveva fatto un'ottima impressione. Aveva raggiunto considerevoli risultati a livello di efficienza".
"Ora, ciascuno potrà fare le sue valutazioni in ordine al lavoro portato avanti dal Dap in questi due anni", ha aggiunto, ricordando che con Basentini "è stato avviato un piano di riconversione in istituti penitenziari di una serie di complessi ex militari; in queste due settimane, è prevista l'apertura di 3 padiglioni da 200 posti ciascuno a Trani, Lecce e Parma, ed è inoltre previsto, sempre nel 2020, il completamento di altri 2 padiglioni da 200 posti detentivi a Taranto e Sulmona. È stato predisposto un piano per la realizzazione di 25 nuovi padiglioni modulari da 120 posti, per un totale di altri 3000 nuovi posti detentivi". Non solo: "sono state realizzate oltre 250 sale per videoconferenze giudiziarie in 62 istituti penitenziari ospitanti detenuti in regime di alta sicurezza con una sala regia nazionale".
E in materia di assunzioni, "sono stati immessi in ruolo un totale complessivo di 3931 nuovi agenti. È stato definito il riordino delle carriere con una equi-ordinazione della Polizia Penitenziaria con le altre Forze di Polizia". In questi quasi due anni, inoltre, sono stati firmati circa 70 protocolli di lavoro di pubblica utilità per i detenuti".
di Roberto Saviano
La Repubblica, 13 maggio 2020
Dire che in questo modo si favorirebbe la schiavitù è falso: sarebbe come dire che distribuire acqua aumenterebbe il numero degli assetati o che più ambulanze farebbero crescere il numero di incidenti.
LE fragole stanno marcendo, i pomodori penzolano con la polpa ormai sfatta, le ciliegie sono a terra, come tappeti intorno ai tronchi degli alberi, gli asparagi muoiono tra le foglie ingiallite, le fave hanno i baccelli anneriti e così anche i piselli. Le nespole sono infestate di mosche mentre le zucchine, in genere pronte per giugno, sono compromesse: nell'ultimo mese non sono state innaffiate con continuità. Ecco cosa ha significato non intervenire negli anni per fermare il caporalato e regolarizzare i lavoratori immigrati (e non) delle campagne.
La più grande menzogna che in queste ore viene pronunciata declama che regolarizzare i lavoratori immigrati clandestini sia un modo per diffondere lo schiavismo. Falso! È nell'assenza di regole, di diritti che si crea il ricatto, il ricatto della sopravvivenza che obbliga ad accettare paghe bassissime, condizioni disumane e orari senza limiti o straordinari. Dire che regolarizzare i lavoratori immigrati senza documenti e diritti genera schiavitù è come dire che distribuire acqua aumenta gli assetati o che più autoambulanze provocano incidenti.
Una politica civile non avrebbe dubbi: legalizzerebbe immediatamente il lavoro nero. La bugia del lavoro immigrato che lo toglie agli italiani è facilmente smentita, perché purtroppo molti sono gli italiani sfruttati, che cadono lavorando. Come Paola Clemente, 49 anni, italiana, morta nel 2015 mentre raccoglieva l'uva nei campi di Andria, schiantata da un carico di lavoro abnorme per due euro l'ora, o come Paolo Fusco, 55 anni, a cui scoppia il cuore mentre nelle campagne di Giugliano carica cocomeri, senza sosta, in piena estate. I diritti dati ai migranti sono diritti che arrivano a tutti.
L'appello lanciato dal British medical journal e da Medici con l'Africa Cuamm che chiedeva di la regolarizzazione per rendere il lavoro nelle campagne dignitoso è rimasto inascoltato nonostante i dati terribili: 1500 persone morte in sei anni nei campi italiani. Nelle campagne del sud Italia (ma anche in molte aree del nord funziona ormai così) i proprietari terrieri affidano ai caporali la gestione del reclutamento dei lavoratori. I caporali pagano alla giornata, reclutano carne umana scegliendo il lavoratore in base alla "portata fisica", ma in mancanza di braccia forti prendono tutto, purché il lavorante sappia stare in silenzio riempendo più cassette possibili.
Questi lavoratori vengono pagati da 1 a 3 euro all'ora, più spesso il "contratto" è stipulato sulle cassette che riempiono: 50 centesimi a cassa di arance, 3 euro e 50 per le cassette di pomodori da 300kg. Vale la pena ricordare come funziona il meccanismo: la frutta e la verdura raccolte passano a un distributore, il distributore le porta ai banchi dei grossisti dell'Ortomercato, i mercati generali delle grandi città. Quindi, da qui, passa al venditore (supermercato o piccola distribuzione) e arriva sulle nostre tavole.
Dove guadagnano le mafie? In ogni singolo passaggio. I clan guadagnano dalle terre spesso di loro proprietà, oppure dai camion e dalla percentuale che richiedono sulla frutta raccolta e sulla movimentazione delle cassette di frutta e verdura che vanno ai mercati delle grandi città. Quelli più importanti d'Italia sono Fondi (nel Lazio), Milano e Vittoria (in Sicilia). Sapete in quali mercati le organizzazioni criminali hanno sempre avuto un'influenza egemone? Fondi, Milano e Vittoria.
A Fondi dove c'è una forte ingerenza dei Casalesi e di Cosa Nostra (inchiesta Gea 2015), anche l'Ndrangheta ha voluto la sua parte (operazione damasco 2009). Nel mercato ortofrutticolo di Milano prima comandavano le ndrine dei Morabito, Palamara Bruzzaniti, poi è arrivato, incontrastato, il potere dei Piromalli a controllare il commercio di frutta e verdura (inchiesta For a King 2006 - Operazione Provvidenza 2017). Il business degli ortomercati è così importante che più volte i boss di camorra, cosa nostra e ndrangheta si sono incontrati e hanno pianificato una spartizione del mercato per evitare conflitti (Sud Pontino 2006).
La sceneggiata salviniana e dei Cinque Stelle contro la regolarizzazione dei lavoratori immigrati è un atto di complicità con l'imprenditoria mafiosa: eppure, nonostante tutto, in questo momento lo Stato ha un'occasione unica. I caporali sono allo sbando, hanno paura del contagio e non hanno più commesse: per questo è l'ora in cui si può agire. Non con un permesso stagionale di pochi mesi, perché alla scadenza di questo una massa di lavoratori tornerebbe nelle mani dell'illegalità, peraltro in una forma ancora più spietata perché "autorizzata" da uno Stato che confermerebbe la legittimità del lavoro nero salvo in epoca d'emergenza.
Sul piano politico, in questa vicenda, emerge per ambiguità Luigi Di Maio: l'ambizione rischia di renderlo la negazione vivente dei principi (per quanto sconclusionati) del Movimento da lui guidato fino a qualche mese fa. Mi appello, dunque, alla dignità dei parlamentari del M5S perché diano, almeno oggi (il voto sulla Diciotti non lo dimenticheremo), una dimostrazione di intelligenza e umanità.
Se dite che regolarizzare il lavoro nero significa fare il gioco di Salvini, dite una sciocchezza a cui non credete nemmeno voi. E se qualcuno di voi pensa davvero che sia una strategia vincente inseguire a destra Salvini, ricordo che per averlo fatto avete rischiato l'estinzione.
Dimostrate, piuttosto, di avere una reale conoscenza delle dinamiche mafiose, perché altrimenti avrà ragione chi tra poco vi chiederà di non osare più nominare le vittime della criminalità organizzata, la cui memoria sconta già l'offesa di essere divenuta la ragione sociale di tanti inadeguati. Siamo già in ritardo: quello su cui oggi state facendo opposizione doveva già essere legge nel nostro Paese da decenni. Non è tollerabile aspettare un minuto di più. Siate seri, per quanto mi riguarda potete anche tenere tutto lo stipendio da parlamentari, purché facciate qualcosa per risolvere questo drammatico problema.
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 13 maggio 2020
A breve a Roma sarà possibile acquistare in un mercato rionale prodotti a Km 0 provenienti da coltivazioni e allevamenti interni al Polo penitenziario di Rebibbia e da altre realtà del territorio.
È quanto previsto dal progetto "Mercato aperto", condiviso tra la Presidente del IV Municipio Roberta Della Casa e il Provveditore Regionale dell'Amministrazione Penitenziaria del Lazio Abruzzo e Molise Carmelo Cantone. L'iniziativa intende proporre ai consumatori prodotti delle attività agricole presenti negli istituti penitenziari di Rebibbia e offrire opportunità di reinserimento socio-lavorativo delle persone detenute. I prodotti saranno esposti e venduti in un locale, concesso in comodato dal IV Municipio, all'interno del mercato rionale di via Locke, vicino al complesso di Rebibbia mentre la gestione delle vendite sarà curata da cooperative attive nelle lavorazioni penitenziarie con spese a proprio carico.
La collaborazione tra Provveditorato e IV Municipio si è concretizzata oggi in un primo accordo quadro della durata di un anno, rinnovabile per altri tre, siglato dal provveditore Carmelo Cantone e dal presidente della Cooperativa sociale "Men at Work", Luciano Pantarotto.
"La prima esperienza di collaborazione che sarà avviata - spiega Carmelo Cantone - prevede la concessione d'uso di un banco vendita coperto all'interno del mercato di Casal dei Pazzi. La vendita sarà gestita in outsourcing dalla cooperativa "Men at work", con manodopera detenuti lavoranti all'esterno. Saranno affidate in vendita le produzioni ortofrutticole, le uova e il pollame di Rebibbia Femminile, i prodotti del Centro cottura di Rebibbia Nuovo Complesso, l'olio di Velletri e Viterbo, il vino di Velletri, ma nel tempo si rafforzeranno altre produzioni con Rebibbia III Casa e Rebibbia Reclusione".
Sarà compito delle direzioni degli istituti penitenziari selezionare e formare le persone detenute addette alla vendita dei prodotti. "È importante in questa fase di drammatica recessione - conclude Cantone - che due istituzioni pubbliche si siano incontrate per dare propulsione al lavoro penitenziario, oltre che un riconoscimento alla qualità del lavoro che porta a sviluppare queste produzioni".
bergamonews.it, 13 maggio 2020
"La soluzione alle problematiche emergenziali delle carceri esiste, lo prevede la nostra giurisprudenza e la nostra costituzione". Dopo le proteste, a Bergamo pacate, delle settimane scorse, un detenuto del carcere di via Gleno scrive una lettera al presidente della Repubblica Sergio Mattarella per portarlo a conoscenza della situazione all'interno della struttura bergamasca, comune a quella di altre realtà italiane, e per chiedergli di fare qualcosa per prevenire possibili contagi.
Illustrissimo Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in questo momento difficile che il nostro paese vive a causa di questa grave emergenza epidemiologica, tutti noi siamo chiamati al senso di responsabilità civile, rispettando disposizioni che hanno stravolto la vita di tutti, comportando restrizioni e limitazioni alla vita quotidiana di ognuno di noi. Stiamo combattendo un nemico invisibile, un nemico che non fa alcuna distinzione di etnia, età, religione o posizione sociale, un nemico invisibile e silenzioso che avanza imperterrito senza pietà alcuna, come un invasore che vuole appropriarsi del mondo intero.
Abbiamo in prima linea persone coraggiose, temerarie come il personale medico che opera senza sosta come un soldato in trincea, con paura ma con estremo coraggio, assistendo i cittadini che vengono inesorabilmente colpiti dal Covid-19, il nemico invisibile. Abbiamo il personale scientifico, la protezione civile che ogni giorno lavora al fine di rendere il nemico invisibile più visibile e vulnerabile, per poterlo sconfiggere. Abbiamo le forze dell'ordine che giornalmente sono impegnate ai controlli e a far rispettare le disposizioni per evitare il diffondersi del nemico invisibile, anch'essi in prima linea.
Abbiamo i mass media, la stampa, i mezzi di informazione, utili alla popolazione per capire, combattere questo terribile male. Abbiamo tanto signor Presidente, tutti uniti al grido di "insieme ce la faremo". Ma in questo senso di unione abbiamo dei luoghi dimenticati, spesso dimenticati, luoghi ove il Covid-19 è arrivato, luoghi per natura pieni di sofferenza, miseria, tristezza, adesso ancor più a causa di questa emergenza. Questi luoghi si chiamano carceri.
Le carceri sono state abbandonate alla propria mercé, le disposizioni imposte al paese per sconfiggere questo male hanno comportato ulteriori restrizioni e privazioni alla popolazione detenuta, disposizioni che sono state accettate dai detenuti della Casa circondariale di Bergamo per il bene comune, per evitare il diffondersi dell'epidemia nell'istituto, senza alcuna forma di protesta violenta, manifestando semplicemente perplessità e dissenso in modi civili e corretti.
Nulla o poco è stato fatto per lenire la già pesante situazione nelle carceri sovraffollate, per ovviare a una condizione di vita già di per sé drammatica causa privazione della libertà, unica privazione che dovrebbe comportare una pena, stante l'art. 27 della nostra costituzione. In questi luoghi, nella fattispecie la casa circondariale di Bergamo ove mi trovo detenuto, abbandonati dalle istituzioni e da un governo gonfio di ipocrisie e retoriche, abbiamo trovato un essere uniti singolare e paradossale stante i luoghi comuni.
La popolazione detenuta, la direzione dell'istituto, la polizia penitenziaria si sono confrontati dialogando e comunicando tra loro costantemente, con proposte reciproche al fine di trovare delle soluzioni per ovviare ai problemi dati dall'emergenza. Con una linea soft e pacifica, i detenuti con richiesta e il consenso della direzione, hanno formulato proposte, espresso perplessità e chiesto risposte alle varie istituzioni del paese, ricevendo ben poche risposte, lacunose, illogiche ed enigmatiche, se non in certi casi, il silenzio assoluto.
Signor Presidente, lei stesso più volte ha ribadito che più che mai in questo momento bisogna essere uniti, anche nella solidarietà. Da detenuto, ma pur sempre cittadino, le esprimo lo sconforto e il senso di impotenza per l'attuale situazione in cui versano le carceri italiane a causa dell'assenza di un governo e delle istituzioni a esso connesse.
Ai giorni nostri, sapere che l'emblematico dettato costituzionale dell'articolo 3 che ogni cittadino ha pari dignità sociale, viene perennemente violato e che, solo perché si è detenuti, si è considerati cittadini di serie B, non aiuta di certo chi nella vita ha commesso degli errori ma è in cerca di un proprio riscatto nella società. Penso che ciò sia il pensiero degli oltre 55.000 detenuti delle carceri italiane; si è consapevoli che tutto il Paese sta vivendo un'emergenza senza precedenti che ha cambiato e cambierà il modo di vivere di ogni cittadino, un male che ha causato migliaia di vittime, ma anche le carceri sono il nostro Paese e non vanno dimenticate.
Signor Presidente, mi rivolgo a lei che è il capo dello Stato e rappresenta l'unità nazionale, che possa rivolgere un messaggio al governo, alle camere, di porre interventi incisivi al grave sovraffollamento delle carceri italiane che, ora più che mai, con l'emergenza epidemiologica in corso, si trovano in difficoltà e il pericolo di un contagio è costante. Non è tempo, non c'è tempo per diatribe inutile, battaglie di partito, discorsi elettorali, le carceri sono parte della società; Governo e opposizioni mettano da parte screzi e malumori, intervengano prima che sia troppo tardi, un'emergenza come quella attuale va oltre ogni demagogia, il nemico da combattere è uno solo, uguale per tutti. Covid-19.
La soluzione alle problematiche emergenziali delle carceri esiste, lo prevede la nostra giurisprudenza e la nostra costituzione; bisogna avere il coraggio e la forza di prendere decisioni immediate, decisioni delicate e per molti scomode, ma decisioni da prendere prima che sia troppo tardi. Con la speranza che questa mia lettera, conoscendo il suo lato umano, le giunga come una riflessione della realtà, la ringrazio e le porgo doverosi ossequi.
K.G., detenuto presso la Casa circondariale di Bergamo
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