di Errico Novi
Il Dubbio, 12 maggio 2020
Non è un granché come decreto. E se ne sono visti di peggiori, tra i provvedimenti poco attenti ai diritti. Ma nelle nuove norme sulle scarcerazioni varate sabato notte dal Consiglio dei ministri, emanate domenica dal presidente Mattarella e in vigore da ieri, c'è una voragine giuridica pazzesca: non è previsto alcun ruolo per la difesa del detenuto.
di Vincenzo Vitale
L'Opinione, 12 maggio 2020
Nella gazzarra pubblica che da settimane occupa i giornali e le televisioni in relazione alle scarcerazioni di centinaia di detenuti, occorre prima di tutto fare chiarezza in punto di fatto. In breve, occorre precisare che dei 376 scarcerati, 196 erano soltanto in attesa di giudizio e che di questi oltre la metà non aveva ancora ottenuto neppure la sentenza di primo grado.
Si noti allora intanto che per questi 196 non si trattava di detenuti già sanzionati quali colpevoli, ma di presunti innocenti ancora in attesa di sentenza definitiva e perciò mettiamoli fuori da ogni polemica, fosse pure soltanto per una pura ragione di civiltà e di decoro. Dei rimanenti 180 scarcerati, ebbene soltanto 3 - dico 3 - si trovavano a scontare la pena al regime del 41bis destinato ai mafiosi molto pericolosi.
Tuttavia, si è imbastita una enorme caciara ipotizzando che gli scarcerati fossero tutti o quasi altamente pericolosi già al 41bis: così non è e non è mai stato. I rimanenti 177 erano detenuti non al 41bis ma in regime di sicurezza speciale, come dire che si trattava di detenuti di pericolosità media e non certo elevata come quelli invece detenuti al 41bis. I detenuti in questo grado di sicurezza sono complessivamente in Italia circa 9mila. Ne viene che gli scarcerati rappresentano meno del 2 per cento di tutti costoro. Di questo parliamo e non di altro.
Ma occorrono altre precisazioni. In particolare, a scarcerare i primi 196 sono stati non i magistrati di sorveglianza ma i giudici di merito, per motivi strettamente sanitari. Inoltre, se i magistrati di sorveglianza sono stati gli autori delle altre scarcerazioni, è del tutto evidente lo abbiano fatto in base alle norme vigenti e non certo per capriccio, e anche qui per pure ragioni di salute.
Se il nostro è uno Stato di diritto - almeno così si suole affermare - è anche perché il bene della salute è ritenuto prevalente su altri beni, pur meritevoli di tutela, quali la sicurezza pubblica. Può non piacere, ma è così.
Inoltre, il ruolo del Dap in queste scarcerazioni è marginale, per il semplice motivo che è impossibile immaginare che esso potesse trovare 180 posti utilizzabili presso strutture sanitarie adeguatamente protette per gli altri scarcerati: il tutto ovviamente nell'arco di due o tre settimane. Per questa ragione, la eventuale responsabilità del capo del Dap è a dir poco evanescente.
E ancora, c'è da credere che i magistrati di sorveglianza fossero abbastanza consapevoli di una tale funzione marginale e che per questo non abbiano sofferto remore particolari assumendo i provvedimenti di scarcerazione.
Adesso, il governo emana decreti per riesaminare le posizioni degli scarcerati, esigendo periodiche e ravvicinate revisioni delle singole scarcerazioni. I magistrati di sorveglianza ne subiranno un enorme carico di lavoro che facilmente si può ipotizzare condurrà a ben poche revoche fra quelle adottate. Scommetto.
ansa.it, 12 maggio 2020
Sullo scontro tra il ministro Alfonso Bonafede e il magistrato Nino Di Matteo taglia corto: "Non è un affare importante". Per Giovanni Fiandaca, docente di diritto penale e garante dei detenuti in Sicilia, sono altre le questioni collegate alle polemiche sulle scarcerazioni che meritano di essere poste al centro della discussione pubblica.
di Piero Sansonetti
Il Riformista, 12 maggio 2020
L'accusa padrona della pena e delle carceri. I giudici delegittimati. L'autonomia della magistratura calpestata. La difesa cancellata. Le Camere penali si sono opposte a questo decreto che sbarra, in uscita, le porte delle carceri. E istituisce una specie di tribunale speciale per le scarcerazioni, come negli anni Venti.
di Orlando Sacchelli
larno.ilgiornale.it, 12 maggio 2020
Il coronavirus ha avuto pesanti ripercussioni anche dietro le mura delle carceri. Sia per chi vi lavora, sia per i detenuti. Le rivolte di marzo sono solo la punta dell'iceberg di un sistema che è stato gestito con approssimazione e gravi errori, come testimoniato dai molti contagi che vi sono stati.
Le ultime polemiche in tv, tra il ministro Bonafede e il magistrato antimafia Di Matteo, sui retroscena per la nomina alla guida del Dap (Dipartimento amministrazione penitenziaria) evidenziano un imbarazzante mix tra pressapochismo e scarso senso delle istituzioni, dove la cosa ancor più grave è che i problemi delle carceri restano sullo sfondo, quasi fossero di minore importanza rispetto al resto.
Ne abbiamo parlato con il professor Francesco Ceraudo, che per diversi anni ha diretto il Centro clinico del carcere Don Bosco di Pisa, ed è stato presidente dell'Associazione nazionale dei medici penitenziari (Aampi) e presidente del Consiglio internazionale dei servizi medici penitenziari (Icpms).
Professore, si può dire che vi sono state mancanze da parte di chi amministra il sistema carcerario?
Mancanze determinate da una competenza approssimativa, senza il conforto di una esperienza specifica. Troppa autoreferenzialità. Basta citare la circolare con la quale il Capo del Dap individua nel Medico Competente il responsabile della gestione del Covid-19 senza saper che questa figura professionale non è presente nell'organigramma sanitario di molti Istituti penitenziari e poi il Medico Competente si interessa dell'organizzazione del lavoro. L'ex capo del Dap Francesco Basentini, tanto per intenderci, è quello che ha sempre negato il sovraffollamento ricorrendo a logaritmi improbabili.
Inizialmente per alcune settimane dal Dap era arrivato l'ordine ai Direttori degli Istituti di pena di non fare indossare le mascherine?
Questo è successo in molti Istituti tra cui Bologna e Pisa. È gravissimo, in quanto le Aziende Usl competenti per territorio sono state subalterne alle direzioni delle carceri, travalicando le stesse direttive contemplate dalla Sanità con risultanze devastanti sul piano dei contagi. Due medici penitenziari (a Foggia e a Brescia) sono deceduti per il contagio da Covid-19. Molti altri medici e infermieri sono stati inviati in prima linea a mani nude e sono rimasti contagiati con serie conseguenze. Molti detenuti (di cui 4 sono deceduti per l'infezione da Covid 19) sono stati contagiati. Altrettanto per gli agenti di Polizia Penitenziaria. Si delineano delle responsabilità gravissime. Sono state formulate delle circostanziate denunce all'Autorità giudiziaria per il reato di epidemia colposa.
Che mi dice sul distanziamento sociale in carcere?
L'Oms ha stilato precise linee di comportamento per prevenire e controllare la diffusione del Covid-19 nelle carceri. Tra queste assume un significato particolare il distanziamento fisico che prefigura la necessità di stare ad almeno un metro di distanza. Questo non può essere assicurato in carcere in preda ad un cronico sovraffollamento (dove un detenuto è accanto all'altro, dove uno è sopra all'altro nei letti a castello) mentre è forte la difficoltà di rispettare accuratamente le norme igienico-sanitarie e le opere di sanificazione degli ambienti. Bisogna decongestionare le carceri, altrimenti rischiamo una ecatombe, una catastrofe umanitaria.
La salute dei detenuti va tutelata. Cosa è mancato e manca, secondo lei, nel nostro Paese?
Ci troviamo costretti a parlare di una riforma della Medicina Penitenziaria tradita, di una riforma purtroppo violentata nello spirito più concreto di applicazione. Dopo circa 12 anni registriamo con viva preoccupazione risultati fallimentari. Addirittura siamo arrivati al punto che il Consiglio dei Ministri dell'Europa ha condannato il nostro Paese per l'inadeguatezza delle cure mediche in carcere. Come ci siamo potuti ridurre in simili condizioni dove i detenuti vivono peggio delle bestie. Bisogna avere il coraggio di ammettere che i cani, i polli, i maiali vivono meglio. Tutto questo è successo perché è mancata la cultura del carcere. Sono venuti meno gli investimenti. È prevalsa la linea rigidamente ragionieristica delle Aziende Usl. Manca alle Aziende Usl la coscienza dei propri diritti e delle proprie responsabilità. Manca la consapevolezza dei propri compiti. L'Azienda Usl è entrata in carcere in punta di piedi, fondamentalmente si sente estranea. I Centri clinici penitenziari hanno perso la loro operatività. Del resto i detenuti sono i nuovi ultimi e tali devono rimanere. Non hanno alcun valore sociale e tanto meno politico.
Per quanto riguarda il personale che lavora nelle carceri?
I medici penitenziari dovevano diventare i diretti protagonisti del processo riformatore, invece sono stati collocati in posizioni marginali senza alcun potere decisionale e senza alcuna possibilità di assumere iniziative laddove sono stati messi alla porta senza alcun giustificato motivo facendo venir meno in modo paradossale un importante patrimonio di conoscenze e di competenze specifiche. Dominano il precariato e il turnover continuo, mentre non viene rinnovato il contratto da ben 14 anni.
A Marzo con le rivolte nelle carceri ci sono stati scontri pesanti, morti e danni ingenti. Che idea si è fatto? A lei è mai capitato di vivere un momento così drammatico?
In 40 anni di attività professionale espletata in prima linea al massimo livello di responsabilità, non ho mai assistito ad avvenimenti così drammatici. 15 detenuti morti, sequestri di personale sanitario a Modena, Melfi, Bologna, Rieti, danni ingenti alle strutture, una tragedia immane. Il coronavirus è stata la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso, ma il malcontento, il disagio covava ormai da tempo, perché erano venute meno importanti garanzie assicurate dagli Stati Generali dell'azione penale. Da un momento all'altro, senza alcuna, relativa valutazione e spiegazione è stata imposta con una burocratica circolare da parte del Dap a firma Basentini la sospensione immediata dei colloqui con i familiari. In un batter d'occhio tutto è precipitato.
Che me dice sulle polemiche a proposito della nomina a capo del Dap?
Il duello televisivo Bonafede-Di Matteo è stato assolutamente inopportuno e fuori luogo: una seria mortificazione per le Istituzioni. In termini maldestri hanno amplificato le potenzialità mostruose delle organizzazioni mafiose.
Quali le prospettive?
Bisogna sforzarsi di concepire il carcere non come valore, ma in alcuni casi come una dura, insopprimibile necessità che non si deve tradurre in afflizione totale, ma deve garantire la dignità e il diritto di cambiare e di sperare. Il trattamento penitenziario deve essere conforme ad umanità e deve assicurare il rispetto della dignità e della persona. Il carcere, invece, è una barbarie senza alcun contenuto pedagogico, curativo, correttivo, rieducativo. Il miglioramento delle condizioni di vita all'interno, l'implementazione delle attività sociali, lavorative, ricreative e della presenza del territorio, la costituzione di una cultura inclusiva, le pene alternative, il riconoscimento del diritto all'affettività sono questioni dalle quali non è possibile prescindere se vogliamo finalmente incominciare a parlare di dignità e di umanità nelle carceri.
di Gioacchino Criaco
Il Riformista, 12 maggio 2020
Ora, e da un po', la collettività non sta con chi ha subito un torto: ne prende il posto. Ignora il dolore, esige la rivalsa. De André se ne tornò dalla prigionia con una canzone, Hotel Supramonte, e un odio a metà: restò duro verso gli organizzatori del suo sequestro e della moglie, e comprese le ragioni della manovalanza, dei pastori coinvolti, per il vivandiere, della banda che lo tenne alla catena quattro mesi, chiese la Grazia, ne firmò la richiesta.
L'industriale bresciano Soffiantini perdonò tutti i suoi sequestratori, e molti sequestrati, fi no ad alcuni decenni fa, erano soliti non cedere al rancore contro chi aveva fatto loro un male indicibile. Umanamente, solo chi ha subito un dolore è titolare del potere del perdono, ma pochi, in epoche passate, facevano colpa a chi perdonava, anzi: informazione e opinione pubblica tiravano un sospiro di sollievo nel ridimensionare il sentimento del dolore collettivo, aumentava l'empatia verso la vittima.
Il perdono era un valore. Più era grande l'ingiustizia, più ci si sentiva ingiustamente fortunati rispetto alle vittime. Si stava con loro. Ora, e da un po', non si sta più con le vittime, ci si è sostituiti alle vittime. I torti, alcuni non tutti, appartengono alla collettività, ma non come dolore collettivo, solo come rivalsa verso chi li commette.
Meglio, lo sbaglio si ritiene commesso contro tutti, e tutti hanno diritto alla riparazione. Le vittime dirette sono strette in una scelta obbligata, perseguire senza tregua i colpevoli, non fermarsi: stare dietro alla condanna, alla espiazione. Implacabili. Chi sbaglia ha sbagliato per sempre. Le vittime dirette non possono spartirsi da una società che è vittima nella propria interezza: distaccarsi, comprendere, perdonare, non odiare, è un tradimento inammissibile.
La vittima oltre al torto subisce la condanna all'odio. Chi non odia diventa complice dei cattivi. Una divisione netta: giusti e negletti. Una regola ferrea che lascia fuori pochi eletti, i padroni dell'etica, quelli che fanno le divisioni del bene del male in virtù della forza mediatica, economica, del potere che posseggono ed esercitano nel periodo storico. Non ci sarebbe stato nessun odio nei confronti di Silvia Romano se fosse tornata carica di odio, se già prima di sbarcare all'aeroporto di Ciampino avesse invocato la vendetta divina e terrena contro chi l'ha tenuta prigioniera per due anni.
Molti di quelli che ora si scagliano contro la volontaria milanese si aspettavano da lei un odio che avrebbe nutrito l'odio collettivo, che avrebbe reso sequestrati e quindi vittime buona parte degli italiani. Il volto sorridente e la disposizione degli abiti della cooperante hanno rappresentato un tradimento prima che lei parlasse.
E allora i giusti, per paura di essere defraudati di una legittima vendetta, hanno scaraventato Silvia fra i reprobi, prendendosi per intero il dolore di due anni di prigionia, e chiedendone direttamente la giusta e implacabile pena.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 12 maggio 2020
Fabio Gianfilippi è il magistrato di sorveglianza di Spoleto, componente del Tribunale di sorveglianza di Perugia, che ha portato all'attenzione della Consulta, sollevando dubbi di legittimità costituzionale, l'ergastolo ostativo e il divieto per i detenuti al carcere duro di ricevere libri e anche quello di cuocere cibi. Un magistrato, dunque, attento all'esecuzione della pena nel rispetto dei parametri costituzionali.
Domenica è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il decreto legge che dispone la totale revisione delle scarcerazioni. Qual il suo parere in merito? Sentite lesa la vostra autonomia?
Mi sembra che sia preservata la valutazione autonoma da parte della magistratura di sorveglianza. Viene introdotto però un sistema molto complesso di rivalutazione ravvicinata delle decisioni già assunte, quando riferibili a condannati per reati di criminalità organizzata. Occorre ricordare che i provvedimenti di differimento della pena nelle forme della detenzione domiciliare, al di là dell'impugnazione, sempre possibile, ove concessi in via d'urgenza dal magistrato di sorveglianza, prevedono già anche entro poche settimane una rivalutazione dinanzi al Tribunale, ed ove invece assunti dal Tribunale sono comunque sempre a tempo, per cui si ha modo di rivalutare sia le condizioni di salute che il comportamento della persona durante la sottoposizione alla misura domiciliare. L'applicazione retroattiva di questi termini molto più stretti e per una sola categoria di condannati non appare esente da criticità, sia organizzative per gli uffici, sia di rapporto con le decisioni già assunte ed i termini di durata, salvo proroga, in esse stabiliti. Bisognerà inoltre sciogliere caso per caso la formula relativa alla persistenza dei motivi connessi all'emergenza sanitaria che, come ben sappiamo, non sembra purtroppo superata.
Con il dl 30 aprile 2020 come cambierà il lavoro della magistratura di sorveglianza? Sarete vincolati ai pareri delle Procure e della Dda?
In relazione alle richieste di permesso per gravi motivi (imminente pericolo di vita di un familiare o eventi familiari di particolare gravità) e di differimento della pena nelle forme della detenzione domiciliare per motivi di salute che provengano da condannati per gravi fattispecie associative di reato, sarà obbligatorio richiedere un parere sull'attualità dei loro collegamenti con i gruppi criminali di riferimento e sulla pericolosità, alle Dda e, nel caso di detenuti al 41bis, anche alla Dna. Per come è costruita la disposizione, si tratta di note informative in cui si richiede alle Procure coinvolte un contributo conoscitivo che andrà certamente ad arricchire il compendio istruttorio del giudice, il quale però deciderà, come sempre, effettuando un autonomo ponderato bilanciamento tra diritti fondamentali ed esigenze di sicurezza. Fino ad oggi si sono comunque decisi questi procedimenti, che pure sono di particolare urgenza, con non minore scrupolo chiedendo queste notizie alle forze dell'ordine che operano nei territori.
Secondo lei le scarcerazioni diminuiranno ora che sono previsti tanti controlli?
È verosimile che le posizioni di detenuti con condizioni di salute particolarmente compromesse siano venute subito all'attenzione dell'autorità giudiziaria e che quindi si sia già provveduto, ove necessario. È a questo che attribuirei una eventuale riduzione del numero di nuove misure domiciliari, da sempre assunte avendo particolare riguardo ai profili di pericolosità dei condannati.
Qual è secondo lei la ratio politica sottesa a tali decisioni? La risposta a una emergenza sanitaria o la reazione a polemiche legate alla concessione di detenzioni domiciliari?
Le disposizioni introdotte sembrano da collegarsi alle reazioni, piuttosto scomposte, che hanno accompagnato alcuni provvedimenti di concessione di misure domiciliari connesse a gravissime esigenze di salute non adeguatamente fronteggiabili in contesto penitenziario. Non mi pare che possano invece ascriversi al novero degli interventi urgenti assunti, in molti campi, per fronteggiare l'emergenza. Gli uffici di sorveglianza, già tremendamente gravati in questa fase, dovranno svolgere ulteriori e gravosi adempimenti istruttori. E le Procure saranno decisamente oberate.
Cerchiamo di fare chiarezza: cosa è davvero accaduto in tema di "scarcerazioni"? Cosa si è trovata a dover affrontare la magistratura di sorveglianza durante questa emergenza epidemiologica?
La magistratura di sorveglianza, in prima linea anche quella dei luoghi più colpiti, ha continuato a fare il suo dovere, e cioè verificare che la pena non sia mai contraria al senso di umanità e non perda la sua finalità fondamentale, che è il reinserimento sociale. Ciò significa innanzitutto vigilare affinché i diritti fondamentali, tra i quali la salute, siano rispettati, e lo siano anche per i detenuti più pericolosi. La tutela della salute in carcere è da molto tempo un problema e si fa fatica anche normalmente ad assicurarla come dovrebbe. Con l'emergenza tutto è inevitabilmente peggiorato. Anche là dove per fortuna il virus non ha fatto ingresso, si sono drasticamente ridotti gli accessi degli specialisti e le possibilità di vedersi seguiti in luoghi esterni di cura.
Molti sostengono che porre determinati detenuti, come quelli al 41bis e in alta sicurezza, in detenzione domiciliare significhi inserirli nuovamente in contatto con le cosche. C'è questo rischio?
I magistrati di sorveglianza sono impegnati da sempre nella gestione di detenuti di particolare pericolosità e conoscono bene i rischi della re-immissione nei contesti di origine delle persone che hanno commesso gravi reati di criminalità organizzata. La detenzione domiciliare per motivi di salute avviene, quando ogni altra strada non è più percorribile, senza che per difetto di cure sia travolta la dignità della persona, che la Costituzione tutela anche se si tratti di chi si è macchiato del più orribile dei delitti.
Una strumentalizzazione politica e mediatica ha completamente stravolto il dibattito veicolando un messaggio sbagliato anche in merito al lavoro della magistratura di sorveglianza. Secondo lei cosa non ha funzionato e come migliorare per il futuro?
I temi legati al carcere sono complessi e mal si attagliano ad un dibattito frettoloso. Io credo che ci si debba concentrare sul lavoro, necessario, per migliorare i presidi sanitari all'interno degli istituti penitenziari. Se si riescono ad assicurare cure più adeguate in quel contesto, di certo si ridurrà la necessità del ricorso alla detenzione domiciliare per motivi di salute. Occorre ripartire dalla consapevolezza che tutelare i diritti delle persone detenute contribuisce alla sicurezza della collettività e non è un cedimento alla criminalità. In questo ambito il problema del sovraffollamento non può che rendere tutto più difficile.
Quali sono i principi che guidano il vostro lavoro? E vi sentite mai sottoposti a qualche tipo di pressione?
La magistratura di sorveglianza è sottoposta a pressioni, né più né meno di ogni altra branca della giurisdizione. Sa come guardarsene, tenendo a mente, come ha ben ricordato il Coordinamento nazionale dei magistrati di sorveglianza in un recente comunicato, la sua soggezione alla Costituzione e alle leggi. L'esecuzione delle pene non può calpestare i diritti fondamentali delle persone detenute, altrimenti non sarà mai in grado di restituirle alla società migliori, o almeno non peggiori, di quando commisero i reati. Questo obbiettivo non è vuoto sentimentalismo, ma consapevolezza che soltanto insegnare, con comportamenti concreti, che ogni persona è un valore in sé, a chi ha dimostrato di non curarsene, commettendo un reato, potrà contribuire a renderlo domani non più pericoloso per la collettività, e magari a farne una risorsa per tutti.
di Orazio Abbamonte
Il Roma, 12 maggio 2020
L'Italia è un Paese che da sempre stenta a prendere coscienza di sé, preferendo ipocrisie, falsificazioni, deformazioni fiabesche della realtà, nelle quali sguazza, anche mentre sta affogando. È montata la vicenda di Francesco Basentini: il Direttore del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria, magistrato anche lui, ma finito nelle logiche un tantino contorte dell'ordine giudiziario. Dove recitano prime donne, comprimari e comparse in intrighi d'ogni sorta, caso Palamara docet.
Di cos'è accusato il Basentini? Appena appena, d'aver promosso l'uscita di boss della criminalità organizzata dalle carceri. Perché? Questo è il bello. Si dovrebbe cominciare col sapere che il Direttore del Dap non ha il potere di togliere i ceppi nemmeno ad una mosca se condannata. Per questo c'è solo il magistrato di sorveglianza che decide, godendo dell'invidiabile autonomia del Giudice. Ma voglio andare al di là delle forme.
La cosa non mi convinceva, ed ho perciò cercato di capire, impresa quasi impossibile, nell'informazione italiana. Nessuno gli ha contestato una qualche precisa condotta: solo che Basentini - magistrato che conobbi a Potenza dov'era Aggiunto in Procura, e per il quale non ho il benché minimo trasporto - avrebbe favorito l'uscita dalle carceri repubblicane di pericolosi boss. Come? Bah, perché ha inviato una circolare alle Direzioni dei patri penitenziari, affinché fosse comunicato "con solerzia all'autorità giudiziaria, per eventuali determinazioni di competenza, il nominativo del detenuto che ha una serie di patologie o che ha più di 70 anni, nessuno escluso".
In pratica, in piena emergenza Codiv-19, il responsabile amministrativo delle carceri italiane - dopo la rivolta di un mese fa - ha disposto che, per evitare ulteriori contagi, si portasse all'attenzione dell'Autorità Giudiziaria competente, la situazione di soggetti che fossero ad alto rischio di rimetterci le penne in contesti potenzialmente contagiosi. L'Autorità giudiziaria ha vagliato - suppongo con la consueta durezza, della quale ho buona notizia - e nei casi estremi, quando si fosse alla fine della pena o in presenza di buona condotta e, soprattutto, a rischio della pelle, deve avere deciso di mandare alcuni criminali ai domiciliari - non a passeggio, ai domiciliari - immagino anche sottoposti a varie forme di occhiuto controllo.
Di cosa è accusato, dunque, l'ex Direttore delle carceri? D'avere svolto il suo dovere, attivando le competenti articolazioni dell'Amministrazione penitenziaria, per salvaguardare la salute dei detenuti: insomma, di non nascondere la realtà che doverosamente la legge vuole sia esposta al Giudice di sorveglianza. Ed i giudici hanno deciso, in determinati casi, per i domiciliari, sempre nell'emergenza Codiv-19.
Singolare coincidenza: in questi stessi giorni il pm siculo Nino Di Matteo (oggi consigliere Csm) - in una trasmissione televisiva, non riferendo ad autorità competenti, ma alla poco informata "opinione pubblica" - ha messo in correlazione la sua mancata nomina due anni or sono a Direttore del Dap (gli fu preferito giustappunto il Basentini), con la presunta ostilità che nei confronti della propria candidatura avrebbe manifestato la criminalità organizzata, come s'evincerebbe da intercettazioni che due anni fa circolavano in ambienti investigativi.
A parte l'opinabile appropriatezza del servirsi, in pubblica trasmissione, d'informazioni acquisite - ipotizzo - grazie alla propria condizione d'investigatore, quanto affermato dal Di Matteo ho il dubbio possa meritare la qualificazione di calunnia. Perché non d'un mero fatto si tratta, bensì d'una ricostruzione realizzata sulla scorta del rudimentale criterio epistemologico del post hoc propter hoc: siccome c'era l'ostilità dei boss (sempre sia vero), non io, bensì il Basentini fu nominato al Dap.
Non è cosa da poco accusare il ministro della Giustizia d'un simile malestro. E poi, altra coincidenza, nel mentre il Di Matteo forniva dopo due anni siffatta, succosa rilevazione, il Basentini era accusato d'aver favorito (nel modo detto) la scarcerazione dei boss, confermando, mi sembra debba intendersi, la correlazione avanzata dal Di Matteo.
Per parte sua, il ministro della Giustizia - improbabile nel ruolo ed indifeso per il suo essere - in luogo di valutare una querela, si prova anche a far rientrare gli scarcerati nelle galere, dimèntico che la cosa non dipende da lui, ma dalla Magistratura di sorveglianza. Ma che razza di Paese a testa in giù è mai questo? Aggiungi che le forze tradizionalmente garantiste ed anti-forcaiole - le cosiddette destre - hanno sùbito messo sulla graticola il Bonafede, non perché non avrebbe mai dovuto ascendere al grado austero del Guardasigilli, bensì perché accusato da un magistrato tra i più avanzati nella cultura del sospetto e tra quelli che più d'ogni altro quest'oggi potrebbero meritare la collocazione tra i professionisti dell'antimafia, categoria, peraltro, anche molto apprezzata e, perché no, apprezzabile, secondo certi criteri.
Ma un Paese che vive in una tale gelatinosa commistione d'opportunismi, falsità, confusione, indifferenza verso il serio esame della realtà, che speranze avrà poi mai di costruire qualche solida istituzione e fondare il suo futuro su d'un serio esame dei propri, incancreniti problemi?
Nel decreto che serve a restituire liquidità agli italiani, c'è una norma della quale s'avvertiva assai grave l'urgenza: la proroga di due anni per il servizio dei magistrati. Ed il dr. Pier Camillo Davigo, promotore dell'elezione del Di Matteo al Csm e guida carismatica, è sull'orlo della pensione. Post hoc propter hoc.
di Gian Domenico Caiazza*
inchiestasicilia.com, 12 maggio 2020
Occorre rassegnarsi ad un dato di fatto: esiste Magistratura di serie A e Magistratura di serie B. Magistrati che quando arrestano 400 persone vengono portati in trionfo e magistrati che amministrano la giustizia convinti di dover rispettare anche quella regola secondo la quale il diritto alla salute di un detenuto per mafia vale quanto il diritto alla salute di chiunque di noi.
Magistratura di serie e Magistratura di serie B. Lungi dal placarsi, l'inverecondo linciaggio di magistrati di Sorveglianza che fanno solamente il loro dovere, il loro difficilissimo ed ingrato mestiere, aggiunge ogni giorno sassi scagliati senza il benché minimo sentimento di misura, di rispetto della verità, e di senso del pudore.
Stando alla solita filiera mediatico-giudiziaria dei guardiani della ortodossia politica, etica e legalitaria che imperversa senza freni nel nostro Paese, dobbiamo allora necessariamente presumere che magistrati di Sorveglianza da sempre ansiosi di sguinzagliare liberi ed impuniti per il Paese mafiosi, 'ndranghetisti, terroristi e criminali di ogni genere e natura, abbiano colto la ghiotta occasione della pandemia per realizzare finalmente la turpe missione alla quale hanno votato la propria toga. Occorrerebbe almeno che ci venisse data una spiegazione.
Giudici di Sorveglianza. Chi sono costoro? - Chi sarebbero, costoro? Giudici imbelli? Ricattati? Corrotti? Intimoriti? Sodali di quei criminali? Mi rendo conto che riuscire ad ottenere una risposta, o almeno avviare una riflessione, mentre fischiano i sassi di questa indignazione berciante, protetta da un conformismo protervo e stomachevole, è impresa impossibile. E tuttavia, mentre puntuali giungono le notizie di ispezioni e tonitruanti riforme normative di stampo poliziesco, nemmeno è possibile rassegnarsi, tacendo di fronte a questo spettacolo indecoroso, indifferente ai fatti. Che sono due.
Il primo fatto - Il primo riguarda un signore che ha espiato pressoché per intero la pena inflitta di poco più di 14 anni di reclusione, per gravi fatti di estorsione ed altri reati connessi di stampo mafioso.
Detratta l'ultima quota di sicura liberazione anticipata (ha già fruito legittimamente delle precedenti), sarebbe uscito dal carcere tra otto mesi. Senonché, ha un cancro al colon in uno stadio che -apprendiamo - il Tribunale di Sorveglianza ha accertato essere talmente avanzato da determinare una condizione di incompatibilità con il permanere (per quei residui otto mesi) in carcere.
Gli indignados - Gli indignados che straparlano di inaudito cedimento al ricatto mafioso hanno dunque notizia che tale condizione sia falsa, o pretestuosa, o ingigantita ad arte?
Non ho letto nulla del genere; non una tra quella pioggia di vituperanti e fiammeggianti parole di sdegno si è soffermata su questa senz'altro allarmante ipotesi.
Nemmeno ci viene spiegato cosa cambierebbe, per la sicurezza sociale messa così irresponsabilmente in pericolo, l'anticipazione di qualche mese di quella libertà che il detenuto avrebbe comunque e definitivamente riguadagnato tra una manciata di settimane.
Perfino un mafioso torna libero - Perché vi comunico una notizia su come funzionano le cose: perfino un mafioso, quando ha scontato la pena inflittagli, ritorna libero tra di noi.
Oddio, i guardiani della pubblica moralità potrebbero cogliere l'occasione per proporre il carcere a vita per qualunque reato di mafia, e questo - mi diano retta - è il governo giusto per provarci con successo. Nel frattempo, tuttavia, le cose funzionano come vi ho detto.
Il secondo fatto - Il secondo è un condannato per fatti di camorra che ha un cancro alla vescica, giunto ad uno stadio che richiede cure specialistiche indisponibili nel carcere dove attualmente è ristretto.
Il Tribunale chiede formalmente al Dap di indicargli altra struttura detentiva attrezzata all'uopo, dove trasferire il malato. Il Dap non risponde, e dopo oltre venti giorni di silenzio, il Giudice di Sorveglianza, al quale non possiamo chiedere né di cancellare d'imperio il diritto alla salute del detenuto, né di assumersi responsabilità gravissime e personali, lo scarcera perché possa curarsi.
Magistratura di serie e Magistratura di serie B - In quale modo, per quale ragione minimamente seria e credibile si deve immaginare che un Paese civile possa crocifiggere quei giudici?
Occorre allora rassegnarsi ad un dato di fatto: esistono magistrati di serie A e magistrati di serie B. Magistrati che quando arrestano 400 persone vengono portati in trionfo, senza attendere di sapere (e sarebbe decisamente il caso) se e quanti di quegli arrestati saranno poi giudicati effettivamente colpevoli.
E magistrati che amministrano la giustizia convinti di dover rispettare anche quella regola secondo la quale il diritto alla salute di un detenuto per mafia vale quanto il diritto alla salute di chiunque di noi. Se osi dire una parola sui primi, sarai crocefisso; se lanci la prima pietra sui secondi, seguirà linciaggio di massa, e l'immancabile decreto-legge: per aumentare il potere dei primi, guarda caso.
*Presidente dell'Unione Camere penali
di Sabino Cassese
Il Foglio Quotidiano, 12 maggio 2020
Magistrati al vertice dell'apparato amministrativo, che però è parte del potere esecutivo. Secondo altre indicazioni apparse sulla stampa, i detenuti in attesa di giudizio sarebbero 231. Le cifre sono incerte, ma riguardano certamente in larga misura persone che non hanno avuto ancora un processo. Al di là di questi elementi di fatto, che sono comunque molto rilevanti, c'è la circostanza che la libertà personale in Italia, in base all'articolo 13 della Costituzione, è nelle mani dei giudici e che le decisioni prese sono dei giudici di sorveglianza, come è giusto che sia, e sono state adottate una per una con riguardo ai detenuti e non possono essere modificate per atto legislativo, perché altrimenti vi sarebbe una invasione del potere legislativo in quello giudiziario. I giudici di sorveglianza svolgono quel compito come giudici, non come "amministratori della pena". Eseguono l'articolo 123 del decreto legge 18 del 2020, convertito in legge 27 del 2020, il quale prevede che, se la pena non è superiore a 18 mesi, può essere eseguita presso l'abitazione del detenuto, salvo i condannati per reati maggiori e salvo eccezioni fatte per gravi motivi da magistrati.
Vuol dire che si è fatta gran confusione tra i poteri, nel senso che le scarcerazioni sono provvedimenti adottati dai giudici di sorveglianza sulla base di una legge? Si può allora aggiungere che il ministro della Giustizia si è difeso in modo inadeguato dalle accuse, a dimostrazione della sua inadeguatezza?
Non ho elementi per valutare l'adeguatezza del ministro. Rilevo soltanto che - se la critica che gli è mossa è principalmente quella relativa alla modificazione della esecuzione della pena - essa dipende da una legge deliberata dal Parlamento, a mio parere con le dovute cautele, e a cui, con decisioni singole, i magistrati di sorveglianza hanno dato un seguito. Quindi, la mozione di sfiducia - per questa parte - finisce per invadere il campo dell'azione della magistratura.
C'è quindi, un problema strutturale...
Non uno, ma più di uno. Legati alla "magistratizzazione" del ministero della Giustizia. Il ministero è parte del governo e, quindi, dell'esecutivo, ma una gran parte del ministero è occupata da magistrati, in particolare le posizioni apicali. Il capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria è un magistrato. Viene collocato fuori ruolo. Viene nominato dal governo. È sottoposto al potere di indirizzo e controllo del ministro, in contrasto con la posizione personale del magistrato, che - dispone la Costituzione - "è soggetto soltanto alla legge". Il ministro della Giustizia risponde dell'operato dei magistrati-funzionari che operano nel potere esecutivo.
Si aggiunga quello che Giovanni Fiandaca ha notato l'8 maggio scorso in un articolo pubblicato sul Riformista: si può dire che un "magistrato antimafia" (noti la nuova categoria) sia la persona giusta per svolgere il ruolo di capo del Dipartimento penitenziario? È stato selezionato per questo scopo o è lì perché ritenuto "bon à tout faire"? Consideri che il Dipartimento deve gestire direttamente o indirettamente più di 40 mila persone, tra amministrativi e personale penitenziario, nonché le carceri, che richiedono una gestione alberghiera. Quindi, c'è un difetto che sta nel manico: i magistrati sono scelti per giudicare, ma vengono assegnati a compiti amministrativi, per cui non sono idonei perché non addestrati, né specializzati a questa funzione. Poi, fanno parte di un ordine autonomo, quello giudiziario, ma vengono messi al vertice dell'apparato amministrativo, che è parte del potere esecutivo. Che ne penserebbe Montesquieu, se fosse tra di noi?
Capisco: bisogna essere radicali, cioè andare alla radice dei problemi. I posti del ministero sono per amministratori, non per magistrati. Se vengono assegnati a magistrati, si viola la separazione dei poteri e si prepongono ad uffici importanti persone selezionate in base ad altri criteri per un'altra funzione. Si può aggiungere che tutto questo provoca anche una notevole commistione che è in parte all'origine dell'odierna diatriba.
Quello che è accaduto è proprio la dimostrazione di questa conclusione. Tanto più importante in quanto a tutti i vertici del ministero (e non solo ai vertici) vi sono magistrati. Il ministero della Giustizia ha quattro dipartimenti, tutti diretti da magistrati (affari di giustizia, organizzazione giudiziaria, personale servizi, amministrazione penitenziaria, giustizia minorile e di comunità). Solo l'Ufficio centrale archivi notarili è retto da un dirigente amministrativo.
Tenga conto che il ministero si interessa, oltre che dell'organizzazione giudiziaria, della vigilanza sugli ordini e collegi professionali, dell'amministrazione del casellario, della cooperazione internazionale, della istruttoria delle domande di grazia e della gestione degli archivi notarili. Per rendersi conto del carico amministrativo del ministero, basta che ricordi che, oltre ai circa 10 mila magistrati, gestisce più di 30 mila funzionari amministrativi, più quasi 3 mila persone del ruolo Unep, quasi altrettanti addetti alla giustizia minorile, quasi 500 addetti agli archivi notarili, oltre, naturalmente, ai più di 40 mila già citati addetti all'amministrazione penitenziaria. I magistrati hanno competenza ed esperienza per la gestione di questi apparati?
Come si è formato questo "mostruoso connubio" di compiti amministrativi e personale di magistratura?
È un fenomeno che si è sviluppato dopo il primo quarantennio di vita unitaria, durante il quale vi era, invece, l'osmosi giustizia-politica. Il personale di magistratura si impadronì del ministero in epoca giolittiana, quando l'ordine giudiziario era considerato un "settore specializzato della pubblica amministrazione", cioè la divisione dei poteri era molto imperfetta. Ciò servì a uno scopo corporativo, assicurando sbocchi aggiuntivi di carriera nel periodo della romanizzazione dello Stato. E uno scopo istituzionale, da schermo contro l'ingerenza governativa nella giustizia. Ma ora la Costituzione divide i poteri e assicura l'indipendenza della giustizia mediante il Consiglio superiore della magistratura (anche se i magistrati ne hanno fatto un pessimo uso).
Torniamo al punto di partenza: la mozione di sfiducia...
Che mostra uno dei tanti aspetti di questo groviglio tra politica e giustizia che si è venuto a creare. Un magistrato capo di un dipartimento amministrativo si è dimesso per critiche rivolte (anche) alla gestione politica dell'amministrazione carceraria, ma in realtà rivolte o all'attività legislativa del Parlamento o alle decisioni di singoli magistrati di sorveglianza. Aggiunga questo alla politicizzazione endogena della magistratura (specialmente dei procuratori).
La Costituzione aveva assicurato uno schermo all'invasione della politica e del governo nei confronti della giustizia. Non contiene schermi per evitare che il processo abbia una direzione opposta, dalla magistratura verso la politica e dalla magistratura verso l'esecutivo.
Ne deriva un generale squilibrio tra i poteri. C'è un potere che pesa più di altri, pur essendo il meno "accountable". Aggiunga le carenze della funzione propria dei magistrati, cioè i ritardi cronici della giustizia. Capirà perché il paese giri da tempo intorno all'interrogativo: chi ci garantirà nei confronti degli organi di garanzia? Chi garantisce che gli organi di garanzia facciano il loro dovere?
Tutto questo debordare non produce anche un altro squilibrio, quello che dà luogo a una generale sottovalutazione della disciplina, del riserbo e dell'equilibrio, come disposti dal decreto legislativo numero 109 del 2006? Il corpo, pur formato da eccellenti giuristi e ottimi giudici, nella sua maggioranza, non è riuscito tuttavia a contenere quei pochi che non sono capaci di rifuggire il "servo encomio" e il "codardo oltraggio".
- La fase 2 della giustizia parte tra polemiche e contestazioni
- I danni alle istituzioni generati dal metodo Di Matteo
- Incostituzionale escludere la stampa dai dibattimenti penali
- Le registrazioni della Siae valgono come prova delle trasmissioni "pirata"
- Avvocato domiciliatario non risponde per patrocinio infedele










