di Patrizia Maciocchi e Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 12 maggio 2020
Avvio della fase 2 all'insegna delle polemiche. E i tribunali non fanno eccezione. Si parte in ordine sparso, affidando ai capi degli uffici il compito di allargare le maglie dell'attività giudiziaria, limitata nella fase 1 alle udienze indifferibili. Con la possibilità di scegliere in un ventaglio di misure logistiche e organizzative. Il risultato è che sono oltre 200 i provvedimenti che dettano le linee guida. Un numero che ha indotto l'avvocatura, a proclamare lo stato di agitazione, per invocare una disciplina omogenea, in assenza della quale anche le udienze da remoto rischiano di non potersi svolgere.
Rincarano la dose i penalisti che in una lettera a ministro della Giustizia e Csm mettono nel mirino quella che sta emergendo come una prassi diffusa e cioè l'interpretazione da parte della magistratura della fase 2, di un periodo cioè di oltre 2 mesi e mezzo, come caratterizzato da un'ulteriore e corrispondente sospensione dei termini. Con la conseguenza di rinvii delle udienze pressoché in automatico e anche al 2021.
L'avvio "a macchia di leopardo" produce anche, sottolineano le Camere penali, situazioni paradossali dove, a fronte di aree geografiche nelle quali il contagio è molto vicino a zero, i processi si rinviano minimo a settembre, in altre, a Milano per esempio, dove l'emergenza è lontana dall'essere passata, il presidente del tribunale ha emesso linee guida che impongono rinvii per non più di 15 giorni, per rendere più agevoli future revoche della sospensione.
L'Anm, da parte sua, mette nel mirino l'incomprensibilità della norma, prevista dalla versione finale del decreto Cura Italia per quanto riguarda le udienze civili, che obbliga alla presenza in ufficio anche magistrati che potrebbero svolgere la loro attività da remoto. E questo facendo così aumentare il rischio di esposizione al contagio nei confronti delle toghe. Il tutto in un contesto "di strutturale e annosa inadeguatezza" delle sedi giudiziarie quanto a rispetto delle regole minime di sicurezza.
Di più. Per l'Anm a mancare sono anche misure sul piano organizzativo che consentano al personale amministrativo di potere accedere ai registri da remoto. Nella situazione attuale, infatti, lo smart working, sia pure largamente praticato, è in buona misura "improduttivo". Delle differenze che da oggi caratterizzeranno l'amministrazione della giustizia è istruttiva una ricognizione nelle sedi giudiziarie.
A Napoli l'ordine degli avvocati revoca la sua adesione al protocollo, sottoscritto con il Tribunale, il 28 aprile scorso, in polemica con l'organizzazione: dalla gestione distaccata di Ischia, al rifiuto di trattare i processi con la presenza degli imputati liberi. Diverso il parere delle toghe "I capi degli uffici - dice Marcello De Chiara segretario dell'Anm di Napoli - hanno avuto il difficile compito di bilanciare la tutela della salute con il diritto alla giustizia.
Il risultato è equilibrato, a partire, dal numero di procedimenti possibili ad udienza: non più di tre per il collegiale e massimo 5 per il monocratico". Ma se l'ordine degli avvocati di Napoli fa un dimostrativo passo indietro dall'accordo, quello di Palermo istituisce un osservatorio misto, avvocati- magistrati, fino al 31 luglio, per monitorare le misure organizzative e, in caso, correggere la rotta. Countdown a Milano, dove si riparte, dando il via libera anche ad udienze meno urgenti ma rigorosamente a porte chiuse.
Pronta in ogni sezione penale un'aula per i processi in videoconferenza con l'ok del difensore. A Roma riavvio graduale ma in "crescendo", se i dati del contagio lo permetteranno. Alle urgenze si uniscono i processi senza dibattimento, seguiti dai reati di genere. Nel civile il criterio è quello dei più "datati" o in cui ci sono in gioco diritti fondamentali.
Protocollo speciale a Torino per le procedure concorsuali e le crisi da sovra-indebitamento. Gli avvocati potranno inviare note scritte, nel caso ci siano da adottare provvedimenti, con un contraddittorio assicurato con il Pm, con l'invio degli atti via Pec o e-mail dalla cancelleria al suo ufficio. A Genova, non ci sono aule disponibili per la terza sezione, che tratta diritti reali, dunque fino al 30 giugno udienze da remoto, con l'eccezione del presidente facente funzioni che mette a disposizione la sua stanza.
di Mariarosaria Guglielmi*
Il Foglio, 12 maggio 2020
Non bastava lo sconcerto prodotto nell'opinione pubblica dalle dichiarazioni del dottor Di Matteo. Un magistrato, noto per il suo impegno nella lotta alla criminalità organizzata, ora con un ruolo istituzionale quale componente del Csm, sceglie una platea televisiva - e l'inevitabile massimo clamore mediatico - per esternazioni che chiamano in causa l'attuale ministro della Giustizia (e il contenuto di un colloquio riservato), che di fatto chiedono conto delle ragioni della sua scelta per i vertici del Dap e che inevitabilmente mettono in relazione un "ripensamento" del ministro con la notizia della contrarietà dei vertici della criminalità organizzata alla designazione del dottor Di Matteo. Con le domande, fatte proprie e divulgate dal direttore di una importante testata giornalistica, che l'altro giorno si interrogava su possibili "trattative" intercorse fra lo stato e i detenuti dopo le rivolte di marzo nelle carceri e sulla relazione con le scarcerazioni disposte in questi giorni dai magistrati di sorveglianza, si completa il corto circuito innescato dalle esternazioni del dottor Di Matteo.
Per le suggestioni non esistono smentite. Le smentite vanno bene per i fatti. E non esistono argomenti per dare convincenti risposte alle domande e ai dubbi che, come le suggestioni da cui originano, sono destinati a "rimanere nell'aria". Quanti cittadini in questi giorni si sono chiesti se il nostro è uno stato di diritto solido, in grado di tutelare la sua collettività, o se invece quelle organizzazioni criminali, che hanno duramente colpito le istituzioni della Repubblica e scritto pagine tragiche della storia del nostro paese, ancora oggi riescono ad avere la forza di "ricattarci" e di condizionare in qualche modo anche le decisioni prese ai più alti vertici dello stato?
Come non porsi queste domande di fronte al dubbio che inevitabilmente sorge quando un magistrato mette in relazione proprio alla sua cifra professionale il fatto di essere rimasto escluso da un incarico istituzionale di particolare rilevanza? Qual è l'effetto a lungo andare di queste domande, destinate a rimanere senza credibili e convincenti risposte, perché ciò che le origina non sono i fatti (di cui si può affermare e dimostrare la verità o la falsità) ma il loro contenuto evocativo e tutto ciò che suggerisce il loro accostamento?
È stato già ricordato in questi giorni, anche dall'Anm, che dovere dei magistrati è esprimersi con equilibrio e misura, tenendo conto delle ricadute che hanno le nostre dichiarazioni sia nel dibattito pubblico che nei rapporti tra le Istituzioni. Basta essere convinti delle "proprie buone ragioni", sia rispetto alla "verità" di ciò che si dice sia rispetto alla necessità di doverla rendere nota, per saltare a piè pari tutte le cautele che il nostro ruolo ci impone?
Non dobbiamo forse chiederci, quando scegliamo la platea mediatica e il libero dibattito sulla stampa, cosa resta delle nostre affermazioni - una volta spenti i riflettori e cessato il clamore - all'opinione pubblica, a quella generalità indeterminata di persone che abbiamo scelto come nostri interlocutori ideali? Non fa parte della nostra responsabilità rispetto alle funzioni che esercitiamo, e ai nostri doveri verso la collettività, chiederci quando prendiamo la parola quale traccia vogliamo lasciare nel dibattito pubblico e in che modo, come magistrati partecipi di questo dibatto, vogliamo contribuire a quella "consapevolezza comune" che ci rende comunità?
L'esigenza di dire la propria "verità" e di rimettere le "cose al giusto posto" ci libera da ogni dovere di farci carico del significato che nel circuito pubblico le nostre affermazioni sono destinate ad assumere? E, prima ancora, non è la nostra stessa funzione a richiedere che, dentro e fuori dalle aule di tribunale, il magistrato appaia sempre capace di dubitare, di rimettersi in discussione, più che portatore di verità assolute? I grandi stati d'animo collettivi, ha scritto Marc Bloch, hanno il potere di trasformare in leggenda una percezione alterata. Un rischio destinato ad aggravarsi in tempo di "guerra". Per Bloch era il primo conflitto mondiale.
Per noi è oggi la lotta contro un nemico invisibile, che non minaccia solo le nostre esistenze. È la paura che inocula in ciascuno di noi e nella comunità, rimettendo in discussione tutti i valori della convivenza civile. In questo stato d'animo collettivo, ancor più che nel recente passato, è difficile far comprendere ciò che alla magistratura è richiesto dal ruolo costituzionale di garanzia della giurisdizione, e quanto siano complesse le scelte che deve compiere.
Alla magistratura di sorveglianza oggi spettano decisioni particolarmente difficili, che devono garantire un'esecuzione della pena conforme al rispetto dei principi costituzionali di tutela della salute e di umanità del trattamento, e che devono realizzare un attento bilanciamento tra il diritto del detenuto e l'interesse pubblico alla sicurezza sociale. Come magistrati siamo consapevoli della necessità di dover rendere conto dei provvedimenti che adottiamo e dell'importanza di essere chiamati a rispondere, di fronte all'opinione pubblica, del nostro operato.
La voce della libera stampa è fondamentale perché questo "circuito di responsabilità", per la magistratura come per ogni altro potere dello stato e ogni organismo pubblico, sia sempre vigile ed effettivo. La libertà di informazione è un bene prezioso di ogni democrazia: è ciò che, nel confronto fra il pluralismo delle idee, forma la sua coscienza critica e costruisce la coesione della sua collettività intorno ai valori condivisi. Ed è per questo fondamentale che il dibattito pubblico in corso riceva oggi dalla libera stampa quell'apporto di consapevolezza critica necessario per affrontare tutte le sfide che l'emergenza sanitaria pone alla democrazia.
Se i magistrati di sorveglianza diventano gli "scarceratori", della complessità del loro lavoro e delle loro decisioni, che si devono confrontare con la storia di ciascuna persona che è dietro a un provvedimento e con i parametri di giudizio che impongono la ricerca del difficile punto di equilibrio fra tutela della salute e ragioni di sicurezza, non resta nulla.
Resta la suggestione di decisioni immotivate, qualificate solo dal risultato che producono: aprire le porte del carcere, senza attenzione alle esigenze di tutela della collettività. Se si ventila l'idea di stato che tratta con la criminalità organizzata, e dei suoi giudici esecutori - imbelli o consapevoli - di un patto inconfessabile che ha barattato la necessità di riportare l'ordre dans la rue con l'alleggerimento del regime detentivo e la scarcerazione di pericolosi capimafia, di quel diritto/dovere di fare domande e di chiedere conto delle decisioni prese in nome dell'opinione pubblica non resta nulla. Resta una suggestione, che incrocia lo stato d'animo collettivo. E che può diventare, per citare sempre Bloch, la falsa notizia, specchio in cui la coscienza collettiva contempla i propri lineamenti. Non sono le domande senza risposta ma le ineffabili suggestioni che una democrazia, specie quando duramente provata dagli eventi, non può permettersi.
*Segreteria generale di Magistratura democratica
Il Dubbio, 12 maggio 2020
L'osservatorio per la Giustizia: "La libertà di informazione garanzia del giusto processo". "Non c'è giusto processo senza libertà d'informazione giudiziaria". È questo il principio in base al quale l'Osservatorio per la Giustizia ha annunciato che denuncerà in tutte le sedi competenti "l'illegittimità costituzionale della normativa sull'emergenza Covid-19 e degli articoli 472 comma 3 e 473 comma 2 del codice di procedura penale, su cui essa si fonda, che non prevedono il diritto della stampa a presenziare ai dibattimenti penali".
Secondo il presidente dell'Opg, l'avvocato Patrizio Rovelli, in pericolo c'è il diritto di informazione. Da qui la critica all'attuale disciplina che in nome della salute dei cittadini nega, di fatto, "il diritto della stampa di presenziare alle udienze penali", disposizione che "contrasta con l'articolo 21 della Costituzione e con i principi del Giusto processo".
"Non è costituzionalmente legittimo ammettere che dipenda da una decisione discrezionale del Giudice consentire o meno che la stampa, dotata di tutti i dispositivi sanitari individuali necessari, possa assistere ai dibattimenti penali - afferma nella sua nota Rovelli. Già domani la questione sarà sollevata davanti al Tribunale penale di Cagliari nel corso di un delicato processo per associazione a delinquere, in cui è costituito parte civile il ministero dell'Interno.
L'Opg auspica che i protocolli sottoscritti dai presidenti degli uffici giudiziari possano superare l'attuale silenzio in materia con una disciplina più garantista di quella attualmente prevista dal codice di procedura penale". La libertà di informazione, conclude il presidente di Opg, "non è una concessione ma un diritto fondamentale che assicura la democraticità dell'amministrazione della giustizia. I palazzi di giustizia, soprattutto in questa delicata situazione emergenziale, non possono diventare fortezze escludenti avvolte dal segreto ma devono continuare a rappresentare il baluardo dello Stato costituzionale di diritto".
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 12 maggio 2020
Corte di cassazione - Sezione III - Sentenza 11 maggio 2020 n. 14212. Utilizzabili come prova delle violazioni del diritto d'autore, da parte dell'emittente televisiva, le registrazioni fatte dalla polizia giudiziaria e dagli incaricati della Siae. La Corte di cassazione, con la sentenza 14212, respinge il ricorso contro la condanna inflitta agli amministratori di una Tv privata per aver trasmesso, abusivamente, opere musicali protette dal diritto d'autore.
Ad avviso degli imputati infatti, non c'era certezza sulla riconducibilità alla loro emittente delle trasmissioni "incriminate", perché nelle trasmissioni via etere possono verificarsi delle interferenze di segnale o sovrapposizione di immagini. Per la difesa l'obbligo posto a carico delle emittenti Tv di conservare per tre mesi le registrazioni dei programmi avrebbe, infatti, proprio lo scopo di attribuire a queste la responsabilità di quanto messo in onda, tanto che il Garante delle Comunicazioni, impone l'indicazione del logo della Tv.
Da qui la conclusione dell'illegittimità delle captazioni e della successiva analisi fatta dalla Siae e dalla Pg. Una tesi che la Suprema corte non condivide. I giudici sgombrano intanto il campo dai dubbi sulla riferibilità alla ricorrente dei risultati delle captazioni, in virtù della localizzazione del canale e dell'ora. La Cassazione chiarisce poi che la legge (legge 223/1990) di disciplina del sistema radiotelevisivo, non ha introdotto limiti all'accertamento delle condotte penalmente rilevanti, né ha stabilito modalità di acquisizione delle prove, che restano quelle generali.
Quanto al dovere di conservare le registrazioni per tre mesi, questo è fissato soprattutto per valutare il rispetto di alcuni obblighi che vanno dalle ore di programmazione alla percentuale di programmi. Ma la norma non stabilisce, come preteso dalla difesa, che le registrazioni conservate dalla tv siano l'unico mezzo di prova. Giustificato anche il no alla particolare tenuità del fatto: le violazioni erano, infatti, messe in atto sistematicamente nell'ambito dell'attività di impresa.
di Andrea Alberto Moramarco
Il Sole 24 Ore, 12 maggio 2020
Tribunale di Frosinone - Sezione penale - Sentenza 21 settembre 2019 n. 1098. I rapporti tra cliente e avvocato possono essere molto delicati e, in caso di insuccesso nella lite o controversia, possono incrinarsi al punto tale da finire dinanzi al giudice penale. Se a ciò si aggiungono i poco chiari e lineari rapporti tra "dominus" della causa e semplice "domiciliatario", allora la vicenda può divenire paradossale.
In questi termini si può descrivere la vicenda analizzata dal Tribunale di Frosinone nella sentenza n. 1098/2019, che ha visto come imputato per il reato di patrocinio infedele, ex articolo 380 cod. pen., un avvocato che aveva assunto il ruolo di domiciliatario in relazione a un procedimento di esecuzione immobiliare da promuovere nei confronti di alcuni debitori. Tale procedimento si era concluso con l'inefficacia del pignoramento a causa della notifica negativa a uno dei debitori e con la conseguente cancellazione dal ruolo della procedura esecutiva.
La vicenda - Il cliente riteneva il legale infedele ai propri doveri e sporgeva denuncia nei suoi confronti per il reato ex articolo 380 cod. pen., in quanto il professionista aveva omesso di provvedere entro i termini previsti dall'articolo 497 cod. proc. civ. al deposito dell'istanza di vendita del compenso pignorato. Di qui la citazione diretta a giudizio dell'avvocato, il quale però faceva semplicemente notare di non essere mai stato il procuratore della parte offesa e che il suo ruolo nella vicenda era soltanto quello di domiciliatario, tenuto cioè a eseguire le istruzioni impartite dal dominus, ovvero il legale incaricato dal cliente per seguire e portare avanti la procedura esecutiva.
Durante il giudizio il cliente riferiva di aver sporto querela nei confronti dell'avvocato domiciliatario, perché ritenuto responsabile di non aver eseguito le richieste del suo dominus. Tuttavia, le deposizioni dell'imputato, di altri colleghi e dello stesso dominus delineavano una diversa versione dei fatti, in cui emergeva una cattiva comunicazione tra i due legali e un risentimento del procuratore del fatto che il cliente avesse in due occasioni contattato direttamente il domiciliatario.
L'inconfigurabilità del patrocinio infedele - All'esito dell'istruttoria dibattimentale, il Tribunale assolve così il domiciliatario per l'assoluta carenza dei presupposti richiesti dall'articolo 380 cod. pen. Ebbene, il giudice ricorda che il delitto di patrocinio infedele è un reato plurioffensivo, che tutela "sia il buon funzionamento della giustizia, sotto il profilo della garanzia di un leale svolgimento delle funzioni di difesa e assistenza delle parti, sia l'interesse particolare della persona assistita, in quanto lesa dalla condotta infedele".
Inoltre, per la configurabilità del delitto devono sussistere: un incarico professionale; il corretto e leale svolgimento dello stesso; un'attività svolta davanti a un giudice, procedure stragiudiziali escluse; un danno per il cliente, inteso come mancato conseguimento di beni giuridici o benefici anche di ordine morale. A ciò si aggiunge il fatto che si tratta di un reato proprio, che cioè può essere commesso "unicamente dal "patrocinatore".
Concludendo, il Tribunale sostiene che l'ipotesi di reato avrebbe dovuto essere contestata ad altro soggetto, ovvero all'avvocato incaricato, nei confronti del comportamento del quale il giudice "ritiene di dover stendere il velo dell'oblio". Sorte peggiore tocca, invece, al cliente, per il quale si è disposto l'invio degli atti alla Procura per valutare la sussistenza del reato di calunnia, ex articolo 368 cod. pen., in quanto costui ha presentato querela nei confronti dell'avvocato domiciliatario ben consapevole della estraneità dello stesso ai fatti e, pertanto, sapendolo innocente.
di Antonio Lamorte
Il Riformista, 12 maggio 2020
Un detenuto è morto domenica 10 maggio nel carcere Filippo Saporito di Aversa. Nunzio Rutigliano, classe 1979, gli mancavano 10 mesi di condanna su una reclusione di 4 anni. Ancora sconosciute le cause del decesso. Il cadavere è stato trasportato presso l'Ospedale di Giugliano, nel reparto di Medicina Legale, dove verrà sottoposto all'esame autoptico. Il detenuto non era da solo in cella e avrebbe sofferto di disturbi psichici e depressivi.
Prelevata anche la cartella clinica interna nel carcere per chiarire la situazione del detenuto. Emilio Fattorello, segretario nazionale per la Campania del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria, ha dichiarato: "È purtroppo successo che un detenuto lì ristretto, definitivo per reati comuni e con fine pena febbraio 2021, è stato colto da malore ed è passato dal sonno alla morte. Lo sventurato, quarantenne di origine napoletana, è stato trovato senza segni di vita nel proprio letto dal compagno di cella. Scattato l'allarme, a nulla sono valsi i tentativi di rianimazione del personale sanitario e parasanitario della struttura penitenziaria. Inutile anche l'arrivo del 118 che anno riscontrato il decesso per arresto cardiocircolatorio".
Il Garante dei Detenuti della Regione Campania Samuele Ciambriello fa sapere che Rutigliano avrebbe fatto richiesta per l'articolo 123 (decreto Legge Cura Italia sulla detenzione domiciliare, in deroga all'articolo 199 del 2010) ma non era rientrato tra i beneficiari e che era stato condannato per rapina aggravata. Ieri mattina aveva telefonato a una familiare, presumibilmente una zia. Nel pomeriggio è arrivata ai parenti la notizia del decesso.
Nello stesso carcere si erano verificati in settimana dei tentativi di suicidio. Dopo le richieste del Garante Regionale Samuele Ciambriello e della direttrice Carla Mauro, i braccialetti sono stati forniti a 10 detenuti che avevano diritto. Il detenuto, un giovane nordafricano, aveva tentato l'impiccagione ma il suo gesto era stato sventato dall'intervento degli agenti della Polizia Penitenziaria. Ciambriello nell'occasione aveva denunciato il mancato arrivo dei braccialetti: "Il Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria sostiene di averne acquistati 5.000 ma intanto anche nella nostra Regione i tempi di attesa per i detenuti che hanno ottenuto un'ordinanza di concessione della misura alternativa della detenzione domiciliare con applicazione del braccialetto elettronico, sono diventati lunghi e vanno sia a compromettere i contenuti del Decreto Legge 17 marzo 2020, n. 18 e le scelte della Magistratura di Sorveglianza, sia creano sentimenti di angoscia in coloro che ne sono beneficiari. Tale frustrazione e malessere hanno portato un detenuto del carcere di Aversa a compiere un grave tentativo di gesto estremo, scongiurato soltanto grazie alla professionalità e alla prontezza del personale in servizio".
"Voglio pubblicamente elogiare la Direttrice Reggente del carcere di Aversa, Carla Mauro, per la lettera - denuncia inviata al Ministero della Giustizia - Dap in cui chiede di "interessare nuovamente il ministero dell'interno - dipartimento di pubblica sicurezza - per ogni utile intervento atto a ridurre la lunghezza a dei tempi di attesa, che non soltanto va ad inficiare il criterio di semplificazione sotteso alla normativa deflattiva in parola, ma che soprattutto mina il clima generale dell'istituto, già provato dal particolare periodo di emergenza nazionale.
È una vergogna, sia la mancanza di braccialetti, sia il fatto di volerli utilizzare per forza per fare uscire i detenuti che devono scontare ancora solo 18 mesi di reclusione, in misura di detenzione domiciliare. Ma la politica ha capito che il carcere è una polveriera con miccia corta?".
Pietro Ioia, garante dei detenuti del comune di Napoli, ha commento sui social la morte del detenuto ad Aversa: "Nunzio Rutigliano anni 40 morto nel carcere di Aversa, gli mancavano gli ultimi 10 mesi su una condanna di 4 anni, stamattina aveva chiamato la famiglia per telefono e stava bene, poi oggi alle 17 la seconda telefonata dal carcere che era morto. Si continua a morire nelle nostre carceri, ogni volta che ne dò notizia mi sento avvilito e sconfitto sia come uomo che come garante".
Donato Capece, segretario generale del Sappe, torna a sottolineare la diffusa presenza di patologie varie tra i detenuti: "Dal punto di vista sanitario la situazione delle carceri è semplicemente terrificante: secondo recenti studi di settore è stato accertato che almeno una patologia è presente nel 60-80% dei detenuti. Questo significa che almeno due detenuti su tre sono malati.
Tra le malattie più frequenti, proprio quelle infettive, che interessano il 48% dei presenti. A seguire i disturbi psichiatrici (32%), le malattie osteoarticolari (17%), quelle cardiovascolari (16%), problemi metabolici (11%) e dermatologici (10%). Questo fa capire ancora di più come e quanto è particolarmente stressante il lavoro in carcere per le donne e gli uomini della Polizia Penitenziaria e dei Nuclei Traduzioni e Piantonamenti che svolgono quotidianamente il servizio con professionalità, zelo, abnegazione e soprattutto umanità, pur in un contesto assai complicato per il ripetersi di eventi critici"
di Massimo Congiu
dirittiglobali.it, 12 maggio 2020
Intervista a Samuele Ciambriello, Garante delle persone private della libertà della Regione Campania. È appena uscita la Relazione Annuale del 2019 sullo stato degli istituti di pena campani. Ne emerge un quadro per lo meno critico che mostra le numerose contraddizioni caratterizzanti il regime carcerario odierno fatto di sovraffollamento, disservizi e afflitto da quella che è forse la peggior forma di violenza: l'indifferenza politica e generale che, insieme alle altre problematiche, prima menzionate, colpisce il sistema detentivo di tutto il paese con risvolti inaccettabili dal punto di vista umano e sociale.
Per parlarne ritroviamo Samuele Ciambriello, Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Campania, curatore della Relazione redatta dall'Osservatorio Regionale delle Carceri presso l'ufficio del garante, nonché strumento di sostegno e consulenza previsto dalla legge istitutiva del Garante del 2006.
Signor Garante, cosa presenta il Rapporto del 2019 rispetto a quello dell'anno precedente?
I dati sul sovraffollamento mostrano che il numero totale dei detenuti presenti nel 2019 fa registrare un 19% in più rispetto alla capienza regolamentare, con un aumento rispetto all'anno precedente. I disagi continuano, considerando che il 37% delle celle o delle stanze di pernottamento non ha servizi igienici: niente docce né bidet. L'altro problema irrisolto è quello della carenza del personale in diversi ambiti del mondo carcerario. In Campania abbiamo in tutto 3.902 agenti di polizia penitenziaria, ma non di rado accade che un numero compreso fra 450 e 800 agenti non vada al lavoro perché in malattia o per altre ragioni. Così non è raro che in interi reparti un solo agente debba occuparsi di 150-200 detenuti. Abbiamo mediamente 80-100 ristretti per piano, molti di loro sentono di vivere in una situazione di abbandono: molti stranieri non ricevono telefonate, in generale parecchi detenuti non possono svolgere attività di formazione perché non ne vengono organizzate. C'è qualche volontario, sennò sarebbe il deserto. È chiaro che non si può andare avanti così.
Qual è, invece, la situazione dell'assistenza sanitaria negli istituti di pena?
Nelle carceri campane abbiamo in media 72 visite mediche al giorno, ma sappiamo anche che ci sono 159 detenuti con disabilità che spesso non possono contare su sedie a rotelle o su altre attrezzature a loro necessarie. Il diritto alla salute deve essere garantito a tutti, anche a Caino. Ci sono consiglieri, deputati ed ex ministri che farebbero bene a riflettere prima di fare certe affermazioni sulla realtà carceraria. Nel 2019 circa 6.200 detenuti sono usciti per sottoporsi a visite ospedaliere, mentre altre 1.512 visite in un anno non hanno potuto aver luogo per mancanza di nuclei di traduzione o di veicoli. La proposta del Garante è che le questioni di carattere sanitario siano prioritarie rispetto a quelle legate all'ordine e alla sicurezza e che in questo abbiano voce in capitolo le direzioni sanitarie.
Un altro aspetto problematico è quello del modo in cui la struttura carceraria si relaziona con i detenuti stranieri da lei prima menzionati...
Ce ne sono 1.001 in Campania. 83 di loro non sanno una parola di italiano. A gennaio e febbraio scorsi gli istituti di pena di Poggioreale, Secondigliano e Salerno sono stati teatro di incontri settimanali poi sospesi. Possiamo immaginare le difficoltà specifiche dei detenuti stranieri che non parlano la nostra lingua, tanto più che non ci sono abbastanza mediatori culturali nel tessuto organizzativo carcerario. Nel 2019 sono stati espulsi 18 detenuti stranieri dalla Campania: 6 da Napoli, 6 da Caserta, 2 da Avellino, 2 da Salerno, 2 da Benevento. Insomma, la situazione è estremamente complicata anche da questo punto di vista.
Veniamo al tema delle violenze all'interno dei penitenziari...
Ci sono state denunce per alcuni casi di abusi e maltrattamenti. Questi episodi sono stati chiaramente segnalati alle autorità competenti. Per il resto devo dire che nel 2019 ci sono state meno denunce che nell'anno precedente in questo ambito. Mi sembra che ci sia un maggior senso di responsabilità in termini di relazioni fra parti che svolgono ruoli diversi: ci sono agenti che si distinguono per la capacità di comprendere le difficoltà dei detenuti e ristretti che segnalano situazioni di tensione nelle celle. Nel 2018 in Campania abbiamo avuto 10 suicidi, 6 nel 2019, ma l'anno scorso sono aumentati i tentativi di suicidio a volte sventati dall'intervento degli agenti che in quei casi hanno salvato delle persone. Gli atti di autolesionismo hanno superato del 32% la casistica del 2018 e rispetto ad allora abbiamo avuto un 55% in più sul piano degli scioperi della fame. In questi modi il detenuto cerca di attirare su di sé l'attenzione della magistratura, delle autorità sanitarie, della direzione del carcere.
Occorre anche sottolineare il fatto che il sistema detentivo non è solo quello dei penitenziari, delle celle...
È vero. Esiste un'area penale esterna che nel 2019 in Campania ha fatto registrare una popolazione di 9.020 persone; 3.000 di loro sono agli arresti domiciliari. Ma anche in questo caso ci sono pochi assistenti sociali, nessun educatore o mediatore culturale o altre figure sociali di sostegno. Tutto considerato ritengo siano necessarie misure alternative al carcere; secondo me è necessario un altro percorso se vogliamo veramente recuperare delle persone. Un detenuto sconta la sua pena, viene scarcerato ma non è detto che una volta fuori sia veramente libero. Spesso è prigioniero dei pregiudizi ed è come se fosse marchiato a vita. Io faccio un appello agli assessori per le politiche sociali, a loro chiedo dei piani concreti per queste persone, per evitare il loro ritorno in carcere. La cosa, tra l'altro, comporterebbe un risparmio statale di circa 350 euro al giorno. Il carcere, a mio avviso, non è una soluzione in termini di sicurezza, è da abolire perché è disumano e incoerente con la Costituzione. Ripeto: non può essere una soluzione ai problemi di sicurezza anche perché è esso stesso un problema. Quanti detenuti sono condannati a un anno di prigione? Non possiamo far svolgere loro lavori di pubblica utilità? In Campania un terzo dei detenuti vive in regime di carcerazione preventiva. È un abuso. Non si possono togliere insieme libertà e dignità alle persone. Aggiungo che dal 2001 al 2018, in Italia, 27.000 persone sono state incarcerate ingiustamente. Questo non è tollerabile, anche se la detenzione durasse solo un secondo. Quanto vale la dignità di una persona? In genere le vittime di queste ingiustizie non fanno ricorso perché preferiscono dimenticare e non avere più a che fare con lo Stato.
Da quanto detto finora consegue che sia necessario, prima ancora che lecito, interrogarsi sul ruolo del carcere nelle nostre società...
Io parto dal presupposto che in molti paesi europei si parla di pene mentre in Italia questo termine si usa al singolare, come se non esistesse un'alternativa al carcere. Torno a sottolineare il problema della dignità umana e aggiungo che i carcerati non sono una specie a sé: sono un miscuglio di contraddizioni, debolezze, esattamente come le persone libere. La situazione negli istituti di pena è sempre più insostenibile; le rivolte carcerarie scoppiate quest'anno sono state attribuite al Covid-19, ma dietro di esse c'è piuttosto il vuoto lasciato da una politica cinica e pavida che non fa chiarezza sulla questione e non prende iniziative a favore di soluzioni alternative alla prigione. Vedremo che il carcere sarà l'unica cartina di tornasole della nostra civiltà. Non si possono lasciare indietro le persone, reclusi non può significare esclusi. Il carcere è un luogo distante dalla società che può emanciparsi solo se riesce ad abbattere il muro dell'indifferenza. Il carcere, soprattutto questo regime carcerario, non è altro che il frutto di un appiattimento su misere posizioni giustizialiste ed è una polveriera dalla miccia corta.
agensir.it, 12 maggio 2020
"Seria preoccupazione per la continua detenzione di bambini palestinesi da parte delle autorità israeliane" è stata espressa oggi, in una nota congiunta, da Jamie McGoldrick, coordinatrice umanitaria nei Territori palestinesi Occupati, da Genevieve Boutin, rappresentante Unicef nello Stato di Palestina e da James Heenan, capo dell'Ufficio diritti umani delle Nazioni Unite nei Territori palestinesi Occupati.
Secondo il Servizio penitenziario israeliano, alla fine di marzo, sono 194 i bambini palestinesi detenuti dalle autorità israeliane nelle carceri e nei centri di detenzione, principalmente in Israele. Un dato, secondo quanto si legge nella nota, "superiore al numero medio mensile di bambini detenuti nel 2019. La stragrande maggioranza di questi bambini non è stata condannata per dei reati ma è detenuta in stato di detenzione preventiva".
I rappresentanti umanitari ribadiscono che "i diritti dei minori alla protezione, alla sicurezza e al benessere devono essere sempre rispettati. In tempi normali, l'arresto o la detenzione di un bambino dovrebbe essere una misura di ultima istanza e per il periodo di tempo più breve appropriato. Ciò è sancito dalla Convenzione sui diritti del fanciullo, ratificata sia da Israele che dallo Stato di Palestina".
Per questo, affermano i tre rappresentanti Onu, "durante una pandemia, gli Stati dovrebbero prestare maggiore attenzione alle esigenze di protezione e ai diritti dei minori. I bambini detenuti, infatti, affrontano un rischio maggiore di contrarre Covid-19, con distanziamento fisico e altre misure preventive spesso assenti o difficili da raggiungere". A complicare la situazione, denunciano i coordinatori umanitari, è il fatto che dall'inizio della crisi Covid-19 "in Israele i procedimenti giudiziari sono sospesi, quasi tutte le visite in carcere sono annullate e ai bambini viene negato l'incontro con le loro famiglie e i loro avvocati. Ciò crea ulteriori difficoltà, sofferenze psicologiche impedendo al bambino di ricevere la consulenza legale cui ha diritto".
Queste pressioni, si legge nella nota, "potrebbe spingere i minori in attesa di processo a dichiararsi colpevoli così da essere rilasciati più rapidamente". I coordinatori umanitari, ribadendo che "il modo migliore per difendere i diritti dei bambini detenuti nel mezzo di una pericolosa pandemia, in qualsiasi paese, è liberarli dalla detenzione" chiedono alle autorità israeliane e palestinesi "una moratoria sui nuovi ingressi nelle strutture di detenzione".
di Roberto Tartara
comune.torino.it, 12 maggio 2020
Il Consiglio comunale ha discusso l'interpellanza generale sul tema della gestione della pandemia negli istituti penali cittadini; la questione è stata posta da tredici consiglieri comunali di minoranza (primo firmatario, Francesco Tresso). Per la Giunta è intervenuta la vice sindaca Sonia Schellino: "Dalle informazioni pervenute dalla Direzione Penitenziaria sono risultati 46 detenuti positivi al Coronavirus all'interno della Casa Circondariale; a seconda dei casi, sono stati predisposti isolamenti in camera di detenzione ed è stato dedicato un padiglione unico (E) per garantire spazi adeguati alle cure. Il padiglione D è usato invece per isolamenti sanitari dei soggetti asintomatici. Alla data del 5 maggio non risultavano ulteriori casi di positività. Per garantire la migliore assistenza sanitaria è previsto il passaggio quotidiano per le visite da parte di un infettivologo.
Secondo quanto comunicato dal dottor Minervini risulta un dato storico di 67 detenuti positivi al Covid19, di cui 13 presenti nella struttura. Riguardo il personale di polizia penitenziaria sono dieci le unità risultate positive al Coronavirus su 742 unità in servizio.
La vice sindaca ha ricordato che il Comune ha un ruolo di ascolto riguardo al tema. La Garante dei diritti delle persone private della libertà di Torino, Monica Gallo, ad aprile aveva relazionato alla Città riguardo le possibili criticità di cui era venuta a conoscenza. L'Amministrazione comunale ha promosso la trattazione dei rilievi della Garante presso il Comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza pubblica.
La vice sindaca ha riepilogato le ulteriori informazioni pervenute da Minervini per garantire le migliori condizioni di sicurezza nella Casa circondariale al fine di aumentare il livello di prevenzione al contagio; le misure sono attive a partire dal 25 febbraio. La Città ha dato la propria disponibilità per reperire soluzioni abitative e percorsi a bassa valenza assistenziale a sei donne minorenni, pur sapendo che la copertura finanziaria garantita è di soli sei mesi e che la Città dovrò farsi carico della prosecuzione nei mesi successivi.
Riguardo il Ferrante Aporti, Schellino ha detto che al momento non sono rilevate criticità sanitarie riguardo l'emergenza sanitaria in atto; sono state interrotte le attività scolastiche, poi riprese con la formazione a distanza.
Al dibattito sono intervenuti i seguenti consiglieri:
Francesco Tresso (Lista civica per Torino) Sono contento che la situazione sia in miglioramento. Il fatto che si sia richiesto l'intervento a Medici senza Frontiere testimonia quanto la situazione fosse grave e quanto fossero fondate le nostre richieste di avere informazioni, già da settimane. È vero che la Città non ha competenza diretta sulla gestione dell'emergenza sanitaria in carcere ma la Città avrebbe potuto avere un ruolo propositivo, suggerendo dove allocare alcune persone, considerato che attorno alla struttura ruotano circa tremila persone.
Eleonora Artesio (La Sinistra) Ricordo come in occasione di alcune conferenze stampa il carcere sia stato considerato da questa Amministrazione un quartiere di Torino. Deve essere considerato tale anche quando si è chiamati a condividere questioni dolorose. La Città si è mossa in ritardo ignorando le potenzialità che avrebbe potuto attivare per intervenire sulla riduzione del sovraffollamento. La Città è stata attenta ad essere minimamente coinvolta.
La vicenda Schellino ha replicato riguardo la dinamica del servizio di assistenza alle sei donne minorenni, motivando la scelta di sostenere un progetto in sintonia con le caratteristiche del servizio garantito dalla Città, senza lasciare delle persone prive di un percorso anche oltre il limite dei sei mesi del finanziamento nazionale.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 12 maggio 2020
Solo 4 i boss reclusi al 41bis che hanno ottenuto un differimento pena - ma temporaneamente, perché la rivalutazione da parte del giudice è contemplata da sempre - per gravi motivi di salute. Gli altri 370, per la stragrande maggioranza, sono andanti in detenzione domiciliare (se definitivi) o agli arresti domiciliari (se in attesa di giudizio) non per il Covid 19 come quasi tutti i mezzi di informazione dicono all'unisono, ma per le loro gravi patologie incompatibili con l'ambiente penitenziario. Nella lista dei nomi ci sono casi che proprio Il Dubbio ha sollevato. Storie che addirittura risalgono a due anni fa, quando la pandemia non era ancora nell'anticamera dei nostri pensieri.
C'è ad esempio Rosa Zagari, citata nella trasmissione di "Non è l'arena" di Massimo Giletti senza però spiegare la sua vicenda e che patologie avesse. Non è una spietata assassina, non fa parte nemmeno di alcuna organizzazione mafiosa, ma ha fatto l'imperdonabile errore - ovviamente del tutto ingiustificato - di proteggere il suo compagno, ovvero il boss Ernesto Fazzalari, un appartenente alla famiglia dei Viola-Fazzalari della 'ndrangheta. Si sarebbe fatta anche utilizzare come intermediaria e per questo le è stato contestato il reato associativo.
Ma perché ha avuto il differimento di pena? Come riportato da Il Dubbio a febbraio dello scorso anno, Rosa Zagari, mentre si trovava presso la casa circondariale di Reggio Calabria, a seguito di una caduta si è procurata una fattura duplice alle vertebre. Parliamo del febbraio del 2019. Via via ha avuto un peggioramento per cure del tutto inadeguate. Dopo tanti solleciti da parte dall'associazione Yairaiha Onlus al Dap e al ministro della Giustizia, è stata trasferita presso il centro clinico del carcere di Messina. Nulla da fare.
Cure inadeguate con un rischio di paralisi. Non riusciva a camminare autonomamente, tanto da farsi sostenere dalla sua compagna di cella. Alla fine la gip, alla luce del complessivo quadro di salute della detenuta e dell'insuccesso delle terapie mediche e riabilitative seppur praticate con costanza presso il carcere, "al fine di salvaguardare le sue condizioni di salute - scrive - ormai peggiorate e non efficacemente fronteggiabili presso l'istituto di detenzione, risulta necessario disporre la sostituzione della misura carceraria con gli arresti domiciliari".
Non si fa alcun cenno al Covid-19. Non c'entra nulla. Inoltre i domiciliari le sono stati concessi il 23 marzo, quando ancora la famosa e tanto ingiustamente criticata circolare del Dap era giunta due giorni prima e ovviamente l'istanza - presentata tempo addietro - non ha nulla a che vedere con essa.
Nella lista compare il nome di Zafer Yildz con patologie gravi. Fine pena 2027, ha scontato 14 anni e 10 mesi di una condanna a 19 anni: con la liberazione anticipata gli erano rimasti 3 anni di carcere. I familiari hanno informato l'associazione Yairaiha Onlus che Zaafer, appena ha iniziato a capire la portata dell'emergenza Covid-19 e consapevole dei rischi che correva, ha chiesto l'isolamento assieme ad altri 3 detenuti con patologie gravi. Ha fatto 15 giorni di isolamento ed è uscito il 2 aprile scorso. Anche qui non c'entra nulla la circolare del Dap e l'emergenza Covid-19. Perché? Come spiega Sandra Berardi dell'associazione Yairaiha Onlus, a Zafer gli è stata accolta l'ultima istanza presentata prima dell'emergenza coronavirus.
Compare nella "lista nera" Fido Salvatore con fine pena tra 3 mesi. Aveva finito la parte ostativa ad aprile 2019 e il suo avvocato ha richiesto lo scioglimento del cumulo: dopo vari solleciti il magistrato di sorveglianza di Padova ha accolto l'istanza. "Non conosciamo tutte le storie dei detenuti finiti nella lista "riservata", - spiega Sandra Berardi dell'associazione Yairaiha Onlus - ma abbiamo buoni motivi per ritenere che siano state tutte legittimamente motivate.
Le liste dei detenuti in nostro possesso, per ognuna delle quali abbiamo presentato sollecito, rispecchiano una realtà ben diversa: malati terminali, plurinfartuati, morbi rari, leucemie, malattie autoimmuni, disabili e anziani allettati. Soggetti che, a prescindere dal rischio contagio e dal titolo del reato, non dovrebbero stare in carcere ma in luoghi di cura". La Berardi conclude: "Il diritto alla salute dei detenuti, che finanche Mussolini non si sognò di precludere a nessuno, non può essere abolito a colpi di frettolosi decreti dell'ultim'ora".
C'è pure Giorgi Attilio, difeso dagli avvocati Chiara Penna e Giuseppe Lemma, affetto da patologie serie che lo hanno reso immunodepresso. In realtà il Covid 19 è solo un'aggravante. I suoi legali aveva presentato già un'istanza a luglio del 2019 e all'esito di questa, in autunno, lo hanno portato al centro clinico del carcere di Siano (Catanzaro).
Lo hanno tenuto un mese e mezzo e dopo solo alcuni accertamenti l'hanno rimandato al carcere di Cosenza. Eppure, con precedenti istanze e solleciti, sono state documentate condizioni di incompatibilità, dovute dall'impossibilità dello stesso Dap a dar corso ad accertamenti e terapie adeguate. Quindi gli avvocati hanno presentato una nuova istanza sicuramente legata anche all'emergenza Covid, ma l'avevano già preparata a prescindere.
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