di Valentina Maglione e Bianca Lucia Mazzei
Il Sole 24 Ore, 11 maggio 2020
Da domani la giustizia entra nella fase 2. Ma lo fa con grande cautela e rinviando i procedimenti meno urgenti a dopo l'estate. Anche se oggi si chiude il periodo di sospensione delle udienze e dei termini operativo da inizio marzo, le difficoltà a gestire l'attività giurisdizionale in modo compatibile con l'emergenza sanitaria sono tutt'altro che superate.
È questo il quadro che emerge analizzando le linee guida elaborate dai presidenti dei tribunali per gestire la fase 2, che, per ora, durerà fino al 31 luglio. Ogni ufficio ha scelto la propria strada indicando le priorità e le modalità di trattazione con regole che cambiano da una sede all'altra. È comunque possibile individuare dei tratti comuni.
Ripresa rallentata - Anche nella fase 1 da cui si esce oggi è stata assicurata la trattazione di alcuni procedimenti, individuati dal decreto legge cura Italia (18/2020) con un elenco via via ritoccato. Si tratta, in sintesi, delle cause civili che riguardano le urgenze delle famiglie e della tutela delle persone e, nel penale, delle convalide di arresto e dei processi che coinvolgono detenuti, se loro o i difensori chiedono di andare avanti. Da domani gli uffici giudiziari continueranno in primo luogo ad assicurare la trattazione di queste cause urgenti e poi amplieranno un po' il perimetro, ma non sarà possibile garantire i volumi di lavoro pre-Covid.
Ad esempio, a Roma, le linee guida prevedono che le cause da trattare vengano individuate dai giudici in base a criteri come: iscrizione a ruolo più risalente, cause relative a diritti fondamentali o che necessitano pronta decisione, cause già istruite o che non richiedono l'istruttoria. Al tribunale di Bari, nel diritto di famiglia, si tratteranno anche le cause di modifica delle condizioni di separazione e di divorzio e quelle di divorzio congiunto, finora ritenute non urgenti perché partono da rapporti già regolamentati. Mentre al tribunale di Firenze la ripresa è divisa in due step: nel civile fino al 31 maggio ripartiranno alcune udienze, dal 1° giugno tutte quelle compatibili con la trattazione scritta o da remoto.
Gli strumenti - L'esigenza di mantenere le distanze e di evitare gli assembramenti si scontra con le vecchie prassi di tenere le udienze in spazi piccoli e molto affollati, spesso nelle stanze dei giudici. Impossibile, quindi, riaprire i tribunali con i flussi di personale ed esterni normali fino a due mesi e mezzo fa. Le parole d'ordine sono, piuttosto, ingressi limitati, prenotazioni, fasce orarie, udienze in numero limitato e a porte chiuse, utilizzo solo delle aule più grandi.
Un aiuto per svolgere le udienze in sicurezza arriva dalla tecnologia. Nel civile viene dato ampio spazio alla trattazione scritta, utilizzabile quando è richiesta solo la presenza dei difensori. Viene sfruttato il canale del processo civile telematico, che, dall'inizio dell'emergenza, ha esteso il suo raggio d'azione: è diventato obbligatorio per gli atti introduttivi del processo e ha debuttato in Cassazione. E a puntare sul digitale prova anche l'ufficio del giudice di Pace di Milano e Rho: il processo telematico non opera ma da domani, per evitare un flusso eccessivo di utenti, sarà possibile anticipare gli atti via Pec. C'è poi la strada delle udienze da remoto che nel civile sono possibili quando la partecipazione è limitata ad avvocati, parti e ausiliari del giudice.
I collegamenti da remoto sono utilizzabili anche per (alcune) udienze penali. Ma qui la situazione è più difficile perché, oltre alle criticità connaturate all'oralità del processo, lo stop and go del governo ha creato diverse incertezze. Prima, la legge di conversione del Dl cura Italia ha esteso i collegamenti da remoto a indagini preliminari e udienze con imputati liberi. Ma il Dl 28 del 30 aprile, con una parziale marcia indietro, ha reso necessario il consenso delle parti per le udienze di discussione finale e ha escluso la modalità "video" nelle udienze in cui vanno sentiti testimoni, parti, consulenti o periti.
L'arma della tecnologia non può però sopperire del tutto all'impossibilità di vedersi in aula. Innanzitutto, non tutte le udienze si possono svolgere senza la presenza fisica delle persone coinvolte. Inoltre, le udienze da remoto richiedono (almeno per ora) tempi più lunghi rispetto a quelli abituali in aula. E ci sono anche i limiti all'attività che il personale di cancelleria può svolgere da remoto: chi lavora in modalità agile non può per ora accedere ai registri e "processare" gli atti depositati. È un collo di bottiglia lamentato da vari uffici, ma che dovrebbe aprirsi un po' con l'aumento delle presenze in sede degli amministrativi.
di Valerio Spigarelli
Il Riformista, 11 maggio 2020
Un membro del Csm, a un'ora pericolosamente tarda della sera, interviene in una trasmissione di quelle che fanno, e seguono, coloro che evidentemente non hanno mai visto Quinto Potere, altrimenti si vergognerebbero. Il magistrato, che non è un Pm in servizio, racconta di quando il ministro in carica, allora alleato di Salvini, dopo avergli offerto un posto, s'era rimangiato l'offerta nel giro di ventiquattro ore.
Fin qui, a parte la stravaganza di un membro di organo di rilevanza costituzionale che telefona a una trasmissione trash, niente di che. Niente di che da queste parti, ovviamente, avvezzi come siamo al fatto che in nome della notorietà - vera o usurpata alla luce dei risultati non conta - un Pm possa essere nominato al vertice del Dap anche senza avere alcuna esperienza nel campo dell'esecuzione penale, e neppure nell'amministrazione, ma solo in nome della glorificazione del 41bis.
Come se la pena, e anche i diritti delle persone private della libertà, di cui la Costituzione parla agli articoli 13 e 27, siano cose da trattare in maniera demagogica proprio come fanno le tricoteuse manettare star del giornalismo italiano da anni. Comunque il racconto si risolve nella cronistoria di una nomina sfumata al miglio finale, insomma di uno che era stato scartato quasi al traguardo.
Il che rende dal punto di vista umano più che giustificato anche se un po' tardivo il suo, diciamo così, disappunto, ma non certo d'interesse pubblico la cosa. Se non che nel racconto si accosta la circostanza che l'eventuale nomina sarebbe stata accolta con terrore all'interno delle carceri, tanto che le puntuali intercettazioni delle reazioni dei detenuti, che evidentemente vivono registrati h 24 come succedeva in The Truman Show, sarebbero state talmente preoccupate che uno, napoletano, avrebbe detto che in tale sventurata ipotesi bisognava "fare l'ammuina".
Notizia che in trasmissione viene commentata da Giletti, sempre più immedesimato nel ruolo a suo tempo interpretato da Peter Finch, come una dichiarazione di guerra. Ora, accostare due fatti, anche senza dire che l'uno, la mancata nomina, dipende dall'altro, cioè la reazione nelle carceri, per trarne la conclusione che Di Matteo non è assurto al vertice del Dap perché il ministro ha ceduto alle "pressioni dei boss", dovrebbe far ridere tutta l'Italia, tanto è sconclusionata la logica che sorregge l'ipotesi, ma da noi la logica per certi media player è optional, mentre l'insinuazione e il sospetto sono l'anticamera della verità.
Ed ecco quindi che per il Peter Finch de noantri è questione di un attimo: guardando direttamente in macchina prorompe in una fatwa antimafia il cui succo è che il ministro deve spiegare perché ha commesso come minimo il delitto di lesa maestà. Accusato di essere messo quasi allo stesso piano di un Andreotti qualsiasi e svegliato da qualche insonne funzionario, il ministro in carica fa quello che sembra normale solo dalle parti nostre: telefona direttamente in trasmissione.
Il problema è che poi non fa quello che un ministro dovrebbe fare, cioè dire in primo luogo che un membro togato del Csm non può operare in quel modo e in secondo luogo che la decisione di chi nominare o non nominare a capo del Dap è una faccenda politica, che gli compete e che non deve renderne conto né al diretto interessato né a un imbonitore televisivo.
No, con eloquio al solito incerto, e l'aria di chi deve rendere conto, il ministro tenta di spiegare che evidentemente c'è stato un fraintendimento. Come fosse alla Esselunga spiega che aveva proposto due prodotti a scelta, poi aveva pensato che uno dei due andasse meglio, e arriva persino a tirare in ballo il povero Falcone, dicendo che la seconda carica gli era appartenuta e quindi era prestigiosa.
Insomma, si assiste alla scena di un ministro che balbetta giustificazioni mentre Giletti lo incalza ribadendo che non si può trattare così, come una persona qualsiasi, il Di Matteo di turno. Nessuno, sia detto per inciso, nello studio quella sera, e su tutti i media sui quali rimbalza la notizia nei giorni successivi, nota che una delle frasi intercettate significa testualmente il contrario del catastrofico e minaccioso intento che gli viene attribuito.
Se invece di un cattivo imitatore di Peter Finch in studio ci fosse stato Eduardo, avrebbe infatti spiegato agli astanti che l'ordine "facite l'ammuina", si narra fosse in voga nella Regia Marina Borbonica in occasione delle visite sulle navi dei vertici militari, quando, per farsi vedere operosi, si ordinava all'equipaggio che "tutti quelli che stanno a basso vanno in coppa, e quelli in coppa vanno abbasso, quelli che stanno a dritta vanno a manca e quelli a manca vanno dritta; passando tutti dallo stesso pertugio".
Insomma, significa facciamo finta o al massimo confusione. Purtroppo sul set di Quinto Potere non si brilla né per la conoscenza delle regole istituzionali né per quelle della storia e la cosa, invece di finire a sberleffi diventa un caso politico di primo piano. E come al solito la politica, quando si accosta a questi temi, dà il peggio di sé.
Il ministro, che campa e fa fortuna politica strizzando l'occhio alle tricoteuse di cui sopra, sa anche che la strada per la ghigliottina è stata percorsa alla fine proprio dai giacobini che l'avevano aperta, e dunque, inizialmente, spalleggiato dalle più lucide menti del giornalismo forcaiolo, caldeggia la teoria dell'equivoco garantendo che lui - che di leggi forcaiole ne ha licenziate un pacco e una sporta - è un manettaro doc che non può essere sospettato di collusione.
Ma poi cambia linea. Allora va in Parlamento e lì, finalmente non parlando a braccio ma leggendo quello che vivaddio gli hanno scritto i funzionari del ministero, spiega l'ovvio: la decisione è politica e la politica non ne deve renderne conto ai Pm o alle Procure. Lo dice perché glielo spiegano e glielo scrivono, ma non lo pensa, visto che negli stessi minuti proclama urbi et orbi che farà una legge ad personam per riportare in cella quelli che alcuni giudici hanno liberato in tempi di Covid poiché gravemente malati.
Cioè fa quello che aveva fatto nel 1991 proprio Andreotti assieme a Martelli - che infatti se ne gloria e glielo suggerisce in diretta - e che all'epoca fece venire la pelle d'oca a tutti quelli che conoscono la separazione dei poteri. Insomma, per rimontare la china fa quello che molti procuratori pretendono che faccia, come al solito, così come aveva appena finito di fare anche prima della trasmissione imponendo che per decidere una istanza magari fondata sull'urgenza i magistrati di sorveglianza attendano giorni e giorni il parere delle procure Antimafia.
Ora, visto che questa è la storia, mentre si comprende il compiacimento assai poco cristiano di chi gongola nell'assistere allo spettacolo degli adoratori del sospetto vittime della loro stessa perversione - scena non così originale come dimostra la storia della ghigliottina di cui sopra - davvero non si comprende perché uno dotato di buon senso e di dignità dovrebbe, anche solo per un giorno, smettere di chiedere le dimissioni di questo ministro.
Certo, il rischio di essere accostati a quelli come Salvini e la Meloni, che lo sostengono con argomenti che ti fanno venire voglia di scappare alle Tonga, per quanto sono intrisi della stessa logica forcaiola, è alto; ma far diventare Bonafede, anche suo malgrado, un campione di indipendenza della politica non è uno sbaglio: è un imbroglio.
Un imbroglio che non a caso fa il Pd che anche in questa vicenda non ha perso l'occasione di trattare le cose di giustizia con doppie verità. E non si dica che così si finisce dalle parti di Di Matteo, che è uno sbaglio ancora più grosso: basta chiarire che le dimissioni le dovrebbe dare pure lui ma dal Csm. Un brutto spettacolo, ovunque lo si guardi, viene quasi la voglia di affacciarsi alla finestra e gridare come Peter Finch, quello vero, "sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più". Ma è solo il pensiero di un momento: il demagogo lasciamolo fare al Giletti di turno.
di Eduardo Izzo
La Stampa, 11 maggio 2020
Intervista a Alfonso Sabella, ex sostituto procuratore del pool antimafia di Palermo. "In molti casi funzionerà. Fondamentale sarà il lavoro del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria: vanno individuati dei posti all'interno di strutture sanitarie o all'interno delle stesse carceri per conciliare la pena con il diritto alla salute".
di Alessandro Trocino
Corriere della Sera
Il "decreto Rilancio" dell'economia è stato rinviato: nel governo restano alcuni nodi da sciogliere, come quello della regolarizzazione dei migranti. Sulla regolarizzazione dei migranti è stallo nel governo. La trattativa che va avanti da giorni ha raggiunto una condivisione su un testo di base, ma si è incagliata sulla durata del rinnovo del permesso di soggiorno, con la ministra del Lavoro Nunzia Catalfo e i 5 Stelle che frenano e si mettono di traverso. La soluzione ancora non c'è e la discussione si è trasferita al tavolo di Palazzo Chigi, tra il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e i capi delegazione.
Tra i molti argomenti del decreto atteso per oggi, si è discusso a lungo anche sulla proposta di mediazione, messa agli atti dal ministro dell'Interno Luciana Lamorgese. Da settimane lavorano a un tavolo tecnico quattro ministri: oltre alla Lamorgese e Catalfo, ci sono la renziana Teresa Bellanova e Giuseppe Provenzano.
L'idea è quella di intervenire in aiuto del settore in crisi dell'agricoltura (carente soprattutto di stagionali, con conseguenze disastrose per i raccolti). e del lavoro domestico, attraverso una regolarizzazione che faccia emergere i lavoratori in nero.
Lo schema dell'accordo prevede due leve, spiegato così dalla Lamorgese: "Con la prima, il datore di lavoro ha la possibilità di concludere un contratto di lavoro subordinato per chi è impiegato in modo irregolare in agricoltura e nei lavori domestici e di assistenza. Questa possibilità riguarda sia l'emersione dei lavoratori irregolari italiani sia di quelli stranieri presenti sul territorio nazionale alla data dell'8 marzo 2020.
Con la seconda leva, invece, si dà al lavoratore straniero, che ha un permesso di soggiorno scaduto dopo il 31 ottobre 2019 e ha già svolto attività lavorativa in questi due settori, la possibilità di ottenere un permesso di soggiorno temporaneo che è convertito in permesso di soggiorno per motivi di lavoro solo se esibisce un contratto di lavoro subordinato entro il termine indicato".
La prima proposta era della renziana Bellanova e prendeva in considerazione una durata di sei mesi per il rinnovo del permesso di soggiorno temporaneo. Ma i 5 Stelle si sono arroccati e, preso atto delle forti divisioni interne, la ministra Catalfo ha rilanciato con un periodo massimo di un mese. Lasso di tempo decisamente breve e poco praticabile.
La ministra Lamorgese ha quindi lanciato la sua mediazione che prevede un periodo di tre mesi, sulla quale convergono sia la Bellanova sia Provenzano. Resta il niet dei 5 Stelle. Il problema è che se non si trova una sintesi si rischia di vanificare tutto, compromettendo sia le esigenze di sicurezza, sia quelle del mercato del lavoro.
Intanto è arrivato il parere del Comitato Tecnico Scientifico sulla richiesta che era stata fatta dal ministro per le Politiche agricole alimentari e forestali Bellanova. Il parere, di primo acchito, sembra negativo. Perché spiega che "la richiesta non attiene all'ambito d'intervento del Comitato, che ha esclusiva competenza per valutazioni in ambito sanitario relative all'attuale epidemia di Sars-CoV-2".
Ma poi aggiunge: "Il Comitato valorizza il potenziale rischio descritto nella nota del Sig. Ministro rappresentato da una comunità di persone che vivono in condizioni igienico-ambientali degradate, senza alcuna possibilità di azioni di prevenzione, in particolare per l'epidemia in corso, per questa categoria di lavoratori che si appresta ad essere impiegata sul territorio nazionale in attività agro-alimentari".
L'impiego, senza regolarizzazione, di queste persone, spiega il Comitato "comporta il rischio di contagi interpersonali decisamente pericolosi per "i lavoratori stranieri irregolari e privi di permesso di soggiorno" e per la popolazione residente nelle medesime aree dove i migranti saranno destinati al lavoro".
Gazzetta del Mezzogiorno, 11 maggio 2020
Sono gli effetti-benefici della grande fuga di massa di due mesi fa. In 72 scapparono: i 71 riacciuffati e altri 107 reclusi coinvolti nella rivolta, furono trasferiti in altri penitenziari. Continua a produrre anche effetti... benefici la maxi-evasione dal carcere di Foggia del 9 marzo - una delle più clamorosa della storia dei penitenziari italiani visto che 72 detenuti scapparono - se si pensa che i problemi di sovraffollamento della casa circondariale del capoluogo dauno sono tutt'ora in buona parte risolti. Lo dicono i numeri: la popolazione carceraria dai 600 e passa reclusi rinchiusi nella struttura al rione delle Casermette il giorno della fuga di massa, è scesa alle 430 presenze registrate a fine aprile, a fronte di una capienza ottimale di 365 posti nelle 220 celle del carcere di Foggia. Sono i dati ufficiali del Dap, dipartimento amministrazione penitenziaria.
Il calo delle presenze è presto spiegato: dei 72 evasi, 71 sono stati riacciuffati (più della metà nelle ore immediatamente successive alla fuga) e/o si sono costituiti, e tutti sono stati trasferiti in altre carceri d'Italia. Inoltre il 12 marzo, tre giorni dopo l'evasione di massa, 250 agenti di polizia penitenziaria (mentre 150 tra carabinieri, finanzieri e poliziotti circondarono il carcere e bloccarono le strade) si occuparono del trasferimento in massa in altri penitenziari di n 107 detenuti ritenuti coinvolti in quella che era nata come una protesta per le limitazioni ai colloqui con i parenti imposte da un decreto del Governo per fronteggiare l'emergenza coronavirus.
La protesta iniziata in alcune reparti penitenziari e che coinvolse poi detenuti al passeggio che usufruivano dell'ora d'aria, era sfociata in una rivolta senza precedenti nei 42 anni di vita del carcere del rione Casermette. La sommossa - sulla quale si attendono gli esiti dell'inchiesta avviata dalla Procura per i reati di evasione, resistenza, danneggiamento, incendio, rapina - aveva coinvolto alcune centinaia degli oltre 600 detenuti rinchiusi a Foggia la mattina del 9 marzo, con danneggiamenti; incendi in uffici e locali; tentativo di irruzione nell'abitazione del direttore; decine di reclusi saliti sui tetti a gridare slogan per invocare amnistia e indulto; e soprattutto la fuga di massa dal cancello principale di 72 reclusi. I video dell'evasione di massa, girati da telecamere della zona e cittadini privati, hanno fatto il giro d'Italia.
Il trasferimento da Foggia dei 71 evasi riportati in cella e quello di massa di ulteriori 107 detenuti, fece scendere la popolazione carceraria a 430 unità, numeri ora confermati a distanza di 2 mesi dall'evasione. Se fino al 9 marzo la casa circondariale del capoluogo dauno era il secondo penitenziario più affollato degli 11 pugliesi (in cima c'è Lecce con oltre mille carcerati), adesso è sceso al terzo posto, sorpassato da Taranto con 570 reclusi.
Al 30 aprile, i numeri del Dap dicono che a Foggia c'erano 430 detenuti, di cui 21 donne e 81 stranieri: a Lucera erano 172 di cui 50 stranieri, a fronte di una capienza ottimale di 135 posti; a San Severo erano 83, di cui 15, mentre la capienza ottimale è di 62 unità. Si tratta della cifra più bassa di detenuti rinchiusi a Foggia negli ultimi 13 anni.
Fu nel 2007 infatti che grazie agli effetti prolungati dell'indulto votato dal Parlamento nel maggio 2006, la struttura si svuotò e rimasero "soli" 380 detenuti, ossia un numero quasi pari a quello della capienza ottimale di 365 posti. Poi col passare dei mesi, i problemi di sovraffollamento si ripresentarono sino ad arrivare ad una media di 750 detenuti, con punte di 780, nel 2012/2013. Tant'è che per rimarcare la situazione drammatica delle carceri pugliesi in quegli anni, il procuratore generale della corte d'appello di Bari citò proprio il caso limite di Foggia nella relazione diffusa in occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario.
Tra il 2015/2018 si assistette a un calo delle presenze in virtù dello "svuota-carceri" votato in Parlamento: incentivazione degli arresti domiciliari; sconti di pena per buona condotta passati da 45 a 75 giorni per semestre; possibilità di scontare l'ultimo periodo di pena ampliata da 12 a 18 mesi. E infatti la popolazione carceraria oscillò tra le 490 e le 560 presenze: a marzo 2018 si toccò la cifra più bassa con 468 detenuti. Poi il nuovo aumento che negli ultimi due anni ha visto superare costantemente quota 600 detenuti, con punte sino a 650. Sino alla grande fuga del 9 marzo scorso.
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 11 maggio 2020
Cassazione - Sezione V penale - Sentenza 7 maggio 2020 n. 14004. Scatta il reato di violenza privata per il marito alcolista che telefonando alla moglie proferisce la frase "ritira le denunce altrimenti ti farò pentire di essere nata". Il reato si configura allo stato di tentativo se non sortisce l'efffetto voluto da chi lo commette. In questo caso il ritiro delle denunce a suo carico.
La Corte di cassazione ha infatti accolto il ricorso della Procura che contestava la decisione del giudice di pace che aveva inquadrato la telefonata minatoria, appunto nel reato di minaccia, invece che nel tentativo di violenza privata. La decisione è contenuta nella sentenza n. 14004depositata ieri, che rimette la causa al tribunale competente annullando il pronunciamento del giudice di pace.
La distinzione tra i due reati - Il distinguo tra le due fattispecie, vicine tra loro, sta nella capacità di coartare la volontà e quindi il comportamento di chi è vittima di minaccia. Le minacce, infatti, di per sé già rappresentano un illecito comportamento che determina uno stato di pericolo per chi le riceve, ma non sono per forza finalizzate a ottenere uno specifico comportamento da parte del minacciato.
Quando, invece, sussiste la specifica finalità che si realizzi un determinato accadimento a seguito della minaccia scatta - a seguito della coartazione - il reato di violenza privata. Se poi il fatto voluto, cioè la diminuzione della volontà dell'altro, non si realizza il reato è qualificato come tentativo e non decade a semplice minaccia, proprio per il fine concreto e specifico ricercato dal reo. L'uomo in questione un fine specifico ce lo aveva: il ritiro delle denunce a suo carico da parte della moglie.
di Selene Pascasi
Il Sole 24 Ore, 11 maggio 2020
Non può restare in Italia per assistere il figlio minore il reo extracomunitario che possa contare sulla presenza legittima e radicata sul territorio della madre del bambino. Lo ha precisato la Corte di cassazione con l'ordinanza 6505 del 9 marzo 2020.
Protagonista della vicenda un padre che si era visto negare dal Tribunale e in appello l'autorizzazione a restare nel nostro paese per prendersi cura dei figli. Per i giudici non erano stati provati né i problemi di salute dei bimbi né la necessità di sottoporli a cure e controlli. A pesare, poi, il precedente per detenzione illecita di stupefacenti. Reato ostativo da scontare in detenzione domiciliare. Condizione che gli avrebbe impedito di prendersi cura pienamente dei figli.
Il ricorso e la Cassazione - Ma l'uomo non si arrende e presenta ricorso. Diverse, a suo avviso, le norme del Testo unico sull'immigrazione (decreto legislativo 286/98) disattese. In violazione dell'articolo 31, intanto, era stato sottovalutato il rischio per i minori di subire un trauma da privazione della figura genitoriale. Minata, poi, l'unità familiare tutelata dagli articoli 28 del Testo unico e 8 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo. Lo sradicamento del nucleo, inoltre, mortificava il diritto dei figli alla bigenitorialità. Violati, infine, anche gli articoli 18 del Testo unico e 9 della Convenzione sui diritti del fanciullo del 1989.
Ma la Cassazione ha bocciato questa tesi. Ecco il perché. Prima di negare la permanenza del familiare di un minore straniero presente in Italia - come precisato dalle sezioni unite con la sentenza 15750/2019 - non ne basta la condanna, anche se per reato ostativo all'ingresso o al soggiorno, se la sua presenza non costituisce una minaccia concreta e attuale per l'ordine pubblico o per la sicurezza nazionale. Per questa ragione, accertato un saldo rapporto affettivo tra il richiedente e il minore, si dovrà mirare prima di tutto a salvaguardare il benessere del bimbo assicurandogli la presenza del familiare e - solo a fronte di comportamenti gravissimi del genitore che, all'esito di un esame complessivo e oggettivo, si ritenga possano seriamente minare la sicurezza nazionale - negarne la permanenza temporanea.
Le ragioni del "no" - Ciò non toglie, tuttavia, che il genitore possa addurre rilevanti motivi a sostegno della domanda. Ma in tal caso, sarà suo onere provarli (Cassazione 773/2020) non potendo farsi scudo di una generica tutela dei figli. Del resto, se è vero che l'autorizzazione momentanea (articolo 31, comma 3, Testo unico) alla permanenza è tesa a proteggere l'equilibrio del minore dalle ripercussioni negative legate all'allontanamento del genitore (Cassazione 4197/2018), è anche vero che qualora sia adeguatamente seguito dall'altro genitore (nella vicenda dalla madre, regolarmente soggiornante, lavoratrice e proprietaria di casa) l'unità familiare, in un bilanciamento di interessi, deve essere sacrificata di fronte alle esigenze prioritarie di difesa del territorio e controllo delle frontiere. Di qui, la soluzione della Cassazione: rigetto del ricorso e diniego di autorizzazione alla permanenza del papà.
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 11 maggio 2020
Corte di cassazione - Sezione I - Sentenza 7 maggio 2020 n. 13994. L'omessa acquisizione del parere del Procuratore nazionale antimafia, sulla revoca o la sostituzione della misura cautelare, non comporta una nullità assoluta ed è dunque soggetta, come tutte le nullità a regime intermedio, alla deducibilità. La precisazione arriva dalla Cassazione, con la sentenza 13994.
Il ricorrente, collaboratore di giustizia, indagato per un omicidio di mafia, contestava il no opposto alla sua richiesta di sostituire la custodia in carcere con i domiciliari. In più eccepiva la nullità del provvedimento, perché adottato senza prima sentire il Pna. Per quanto riguarda quest'ultimo punto la Suprema corte sottolinea che in alcune pronunce i giudici di legittimità hanno affermato che, in caso di istanza di modifica delle misure cautelari presentata da un "pentito" indagato per reati di criminalità organizzata di stampo mafioso, la decisione del giudice presuppone, a pena di nullità, l'acquisizione del parere del procuratore nazionale antimafia, anche se non è stata riconosciuta l'attenuante speciale della dissociazione.
Un passaggio utile ad accertare l'attualità di collegamenti con la criminalità organizzata e valutare il rispetto degli impegni assunti dal collaboratore. Quello che però le precedenti sentenze non hanno specificato è se la nullità, nel caso il Pna, non sia stato sentito, sia assoluta, e dunque insanabile e rilevabile anche d'ufficio in ogni stato e grado del procedimento, o a regime intermedio, in quanto riguarda la partecipazione al giudizio del Pm e non la sua iniziativa nell'esercizio dell'azione penale. Per la Suprema corte si tratta di una nullità a regime intermedio e dunque soggetta alla deducibilità.
Nel caso esaminato avrebbe dovuto essere eccepita al massimo nell'appello cautelare, cosa che non era accaduta. Malgrado questo la Cassazione accoglie il ricorso. Il tribunale del riesame aveva infatti respinto la richiesta di sostituzione della misura ritenendo "inutile" la collaborazione del ricorrente, perché riguardava fatti già chiariti da altri collaboratori. La misura meno afflittiva non era stata considerata adeguata anche perché non era dimostrata la dissociazione dai clan. Per la Cassazione la decisione va annullata con rinvio: i giudici l'hanno presa senza considerare l'applicazione delle attenuanti generiche prevalenti sulle aggravanti. In più pesa il deficit di conoscenza dovuto alle mancate valutazioni del procuratore nazionale antimafia.
di Francesco Valacchi
affarinternazionali.it, 11 maggio 2020
Il governo del presidente "sceriffo" Rodrigo Duterte si trova ad affrontare una situazione scottante: ad onta delle eccezionali misure messe in forza e minacciate con il lockdown contro la pandemia Covid-19 nelle Filippine sono stati ufficialmente conteggiati circa diecimila contagi con larga proporzione fra il personale sanitario. Pare che proprio il personale medico e infermieristico sia essenzialmente stato lasciato esposto alla malattia nella prima fase della diffusione, salvo poi rendersi conto della carenza di tali specificità di lavoratori nell'arcipelago.
In marzo il presidente Duterte ha imposto una serie di misure di lockdown selettive e restrittive che a partire dalla metà del mese hanno riguardato soprattutto l'isola settentrionale di Luzon, dove si trova la capitale Manila. Con una popolazione di quasi due milioni di abitanti e la sua area metropolitana che supera i dodici milioni - per non parlare del fatto che è la città con maggior densità di popolazione al mondo - Manila era apparsa da subito come l'area più esposta alla diffusione del contagio.
Manila città fantasma - Le restrizioni nell'isola maggiormente interessata sono state durissime e le Forze armate sono state immediatamente schierate con l'ordine perentorio di usare la forza anche letale per arrestare eventuali violazioni delle misure di isolamento.
Anche i controlli in uscita ed in entrata dall'isola sono stati capillari, seppur nei primi giorni l'organizzazione del governo filippino fosse carente sul terreno soprattutto di mezzi: termometri per la misurazione della temperatura, terminali per il controllo dei documenti e anche i fondamentali dispositivi di protezione dei militari (mascherine e guanti). L'impressione che dà la megalopoli di Manila, specialmente nei quartieri dei servizi e residenziali, dove la vita è completamente azzerata, è di stordimento generale; una vera e propria città fantasma.
La specificità dell'azione del governo di Duterte appare essere la precisa differenziazione tra misure definite di Enhanced Community Quarantine (Ecq) e più permissivo distanziamento sociale. Nel primo caso qualsiasi tipo di attività al di fuori dell'abitazione di residenza è espressamente vietata a parte l'attività lavorativa dei settori strettamente necessari alla sopravvivenza, non è permesso nessun tipo di attività sportiva o di beneficienza ed è consentito fare spesa di beni alimentari una volta al giorno. Nel secondo caso vengono imposte restrizioni meno rigide (ma che azzerano comunque le possibilità di movimenti tra regione e regione a meno di stretta necessità).
A partire da maggio le misure di quarantena più strette sono mantenute, oltre che per la capitale, per l'area centrale dell'isola Luzon e per alcune sue province meridionali e settentrionali; per le province di Pangasinan, di Antique, di Albay, di Cebu e di Davao del Norte; per gran parte dell'isola di Mindoro, per l'isola di Catanduanes; per le città di Iloiolo, Bacolod e Davao. Tale situazione dovrebbe durare sino alla metà del mese, prevedendo, in caso di riduzione dei contagi, successivi allentamenti delle misure.
Scarcerazione di quasi 10mila detenuti - Le principali e più scottanti questioni che deve affrontare il governo di Rodrigo Duterte nell'immediato frangente sono legate alla condizione contingente del personale sanitario e alla sicurezza del sistema carcerario filippino.
La Corte suprema ha annunciato la scarcerazione di oltre 9.700 detenuti a scopo preventivo, essenzialmente in attesa di giudizio, per le tragiche condizioni di sovraffollamento delle carceri filippine. Il caso più eclatante di diffusione del virus si è verificato in due istituti detentivi della provincia di Cebu, dove su circa 8mila detenuti ne risultavano contagiati circa 350 al 1° maggio. La liberazione dei detenuti senza preavviso e senza un'adeguata analisi a priori potrebbe portare a gravi problemi di sicurezza e quantomeno ad una problematica prosecuzione dell'azione penale se molti di loro tentassero di entrare in clandestinità.
Personale sanitario in "fuga" dal Paese - Per quanto concerne la grande problematica del personale sanitario si tratta di una complessa situazione andatasi a corroborare negli scorsi anni: tra l'ultimo decennio del secolo scorso e i primi anni Duemila, la sanità filippina ha subito un eccezionale drenaggio di lavoratori della sanità a favore di Paesi come l'Arabia Saudita, il Regno Unito e gli Stati Uniti (dove ad esempio il personale di origine filippina rappresenta il 4% del totale degli infermieri). L'esilio è dipeso senza dubbio dai salari molto bassi dei professionisti del settore sanitario (dottori, infermieri ma anche semplici operatori di base) e dalla compressione dei loro diritti, come ad esempio la pratica pluriennale di tirocinio obbligatoria soggetta solo a rimborso spese per molti infermieri.
Allo scoppiare dell'emergenza il sistema sanitario filippino si è ritrovato a dover implementare il proprio organico di personale specializzato e ci si è resi immediatamente conto della carenza di personale qualificato nell'arcipelago. Oltre a ciò, le precarie condizioni di molti ospedali e l'iniziale carenza di dispositivi di protezione individuali hanno causato un sensibile numeri di contagi fra medici e infermieri. Duterte e il suo ministro della Salute, Francisco Duque, stanno cercando di porre soluzione alle criticità con misure drastiche (come il blocco totale di personale legato alle professioni sanitarie in uscita dal Paese) e di contenimento, distribuzione di mezzi di protezione e controllo costante delle condizioni di lavoro del personale, ma la situazione sembra tutt'oggi ancora molto complessa.
di Fiorenza Sarzanini
Corriere della Sera, 11 maggio 2020
Il racconto della prigionia in un diario, mentre c'è chi dice che l'abbiano fatta sposare con uno dei carcerieri, addirittura che sia incinta. Ai suoi carcerieri Silvia Romano aveva chiesto un quaderno. Voleva appuntare ogni dettaglio, annotare date e spostamenti, esprimere sensazioni. È diventato il suo diario. I carcerieri glielo hanno preso prima di liberarla, ma adesso, seduta di fronte al pubblico ministero Sergio Colaiocco e ai carabinieri del Ros, le consente di ricostruire i suoi 18 mesi di prigionia. Lo fa con la voce squillante, il tono sereno, anche se il movimento delle mani tradisce l'emozione e le sofferenze patite.
Un racconto angosciante che la giovane volontaria catturata il 20 novembre 2018 in un villaggio del Kenya aveva cominciato con la psicologa che l'ha accolta all'ambasciata di Mogadiscio e le è rimasta sempre accanto anche sul volo che l'ha riportata in Italia. A lei Silvia ha confermato di essersi convertita. Soltanto a lei ha rivelato che "adesso mi chiamo Aisha".
Il viaggio di un mese verso la Somalia - Torna indietro nel tempo Silvia e ricorda i momenti della cattura, i tre uomini che la portano via dal villaggio Chakama, a 80 chilometri da Malindi dove lavora per la Onlus "Africa Milele". Sono gli esecutori, la consegnano subito alla banda che ne ha ordinato il sequestro. Comincia il viaggio per arrivare in Somalia.
"È durato circa un mese. All'inizio c'erano due moto, poi una si è rotta. Abbiamo fatto molti tratti a piedi, attraversato un fiume. C'erano degli uomini con me, camminavamo anche per otto, nove ore di seguito. Erano cinque o sei". Quando si sparge la notizia che sia rimasta ferita nel conflitto a fuoco e qualcuno ipotizza che possa essere morta, la ragazza è già arrivata nel primo covo. È l'unica donna, la chiudono in una stanza.
Ho pianto per un mese - I primi giorni sono drammatici. "Ero disperata, piangevo sempre. Il primo mese è stato terribile". Poi piano piano si tranquillizza. "Mi hanno detto che non mi avrebbero fatto del male, che mi avrebbero trattata bene. Ho chiesto di avere un quaderno, sapevo che mi avrebbe aiutata".
Diplomazia e intelligence sono già al lavoro, cercano un canale per la trattativa convinti che sia ancora in Kenya. È stata la polizia locale ad assicurare che la giovane è sul loro territorio, invece a Natale del 2018 Silvia ha già passato il confine. È stato evidentemente anche questo a ritardare l'attivazione dei canali giusti, ma gli specialisti dell'Aise guidati dal generale Luciano Carta dopo qualche mese riescono comunque ad afferrare un filo.
La traccia porta al gruppo fondamentalista Al Shabab. Il negoziato comincia con la richiesta di una prova in vita. Silvia intanto è già stata spostata in una nuova prigione. "Stavo sempre in una stanza da sola, dormivo per terra su alcuni teli. Non mi hanno picchiata e non ho mai subito violenza". Mentre lo dice Silvia non sa che fuori dalla caserma c'è chi dice che l'abbiano fatta sposare con uno dei carcerieri, addirittura che sia incinta.
Non lo sa ma le sue parole bastano: "Non sono stata costretta a fare nulla. Mi davano da mangiare e quando entravano nella stanza i sequestratori avevano sempre il viso coperto. Parlavano in una lingua che non conosco, credo in dialetto". Lei chiede di poter leggere. "Uno di loro, solo uno, parlava un po' di inglese. Gli ho chiesto dei libri e poi ho chiesto di avere anche il Corano". È in questo momento che inizia, probabilmente, il suo percorso di conversione. "Sono sempre stata chiusa nelle stanze. Leggevo e scrivevo. Ero certamente nei villaggi, più volte al giorno sentivo il muezzin che richiamava i fedeli per la preghiera".
"Mi hanno fatto girare tre video" - Passano le settimane, Silvia viene spostata di nuovo. "Non ho mai visto donne, soltanto quegli uomini che mi tenevano prigioniera". Il canale di trattativa intanto rimane aperto, sia pur tra mille difficoltà. Ma evidentemente funziona perché Silvia racconta che le hanno fatto girare un video in cui deve dire il suo nome, la data, assicurare che sta bene. L'intelligence italiana collabora con i colleghi somali, ma ottiene aiuto anche dalla Turchia che in quell'area ha un'influenza molto forte ed evidentemente sa attivare i contatti giusti.
Le "fonti" sono rassicuranti, per avere informazioni certe sono necessarie settimane. Gli 007 tengono costantemente informati il ministro degli esteri Luigi Di Maio e il premier Giuseppe Conte che ha la delega ai servizi segreti. L'unità di crisi della Farnesina gestisce i rapporti con i familiari. A novembre, pochi giorni prima del primo anniversario della cattura, arriva la certezza che Silvia è viva. Il video è evidentemente arrivato a destinazione. "Durante la prigionia - racconta adesso Silvia - ne ho girati tre".
"Segregata in sei prigioni" - C'è la guerra civile in Somalia, gli spostamenti sono difficoltosi. I rapitori decidono comunque di cambiare prigione. Alla fine Silvia ne conta sei, annota tutto nel diario. Lo ripete ora. "Ci muovevamo a piedi o in macchina. Trasferimenti lunghi, faticosi". Il 17 gennaio gira un altro video. Non lo immagina ma alla fine sarà proprio quel filmato a garantirle la salvezza. Intanto si è convertita.
"Leggevo il Corano, pregavo. La mia riflessione è stata lunga e alla fine è diventata una decisione". Soltanto il tempo dirà se e quanto su questa scelta abbia influito la pressione psicologica subita in questi 18 mesi, la sindrome che spesso lega gli ostaggi alla realtà dei rapitori. Il magistrato e i carabinieri la lasciano parlare senza fare domande, se non quelle che riguardano eventuali violenze. E lei nega di nuovo. I suoi ricordi sono precisi, il suo racconto è zeppo di date e circostanze. E mentre lo fa appare calma, seppur provata. "Venivo spostata ogni tre, quattro mesi, ma a quel punto non avevo più paura". Di riscatto dice di non aver mai sentito parlare "ma avevo capito che volevano soldi". Il gruppo è accusato di aver rapito altri occidentali. "Io non ho mai visto nessun altro", assicura Silvia.
L'annuncio sette giorni fa: "Ti liberiamo" - All'inizio di quest'anno la trattativa entra nella fase finale. Si pagano altre fonti, ci si prepara a versare il riscatto. La cifra totale potrebbe oscillare tra i due e i quattro milioni di euro, fondi riservati di cui nessuno avrà mai traccia come sempre accade in questi casi. Poi arriva l'epidemia da coronavirus, il mondo entra in lockdown, la gestione dei contatti appare più difficoltosa, ma comunque prosegue. A metà aprile l'intelligence ottiene il video della prova in vita. "Sono Silvia Romano, è il 17 gennaio".
È trascorso del tempo ma dalla Turchia arrivano nuovi riscontri, il via libera a trattare ancora. Fino a una settimana fa. Quando vengono presi gli accordi per lo scambio. Silvia viene avvisata dai carcerieri: "Ti liberiamo". Lo conferma adesso lei al magistrato. È l'inizio della fine, il conto alla rovescia per tutti.
"Lo scambio e il ritorno a casa" - Venerdì 8 maggio, mentre a Mogadiscio ci sono diverse esplosioni gli emissari dell'intelligence prelevano l'ostaggio. Un viaggio in macchina di circa 30 chilometri e dopo una sosta intermedia Silvia entra in ambasciata. "Sto bene, sono stata trattata bene", assicura all'ambasciatore Alberto Vecchi. Indossa gli abiti locali, non vuole toglierli. Mangia una pizza, dorme finalmente in un letto.
Accanto a lei ci sono sempre gli uomini dell'intelligence e la psicologa che raccoglie il suo primo racconto, la assiste se ha bisogno di rimettere a posto i pensieri. Le parla della conversione, le rivela come ha deciso di chiamarsi. Le spiega che di tutto questo parlerà con la sua famiglia, con sua mamma. "A lei, spiegherò ogni cosa", dice prima di scendere dalla scaletta dell'aereo di Stato che l'ha riportata a casa.
- "Le epidemie generano timori diversi rispetto a terrorismo e terremoti"
- Genova. Coronavirus, negativi al tampone 17 detenuti del carcere di Marassi
- Bahrain. Il coronavirus aggrava le violazioni dei diritti umani
- Mafiosi scarcerati, la posizione sarà rivalutata ogni mese
- Coronavirus, quindici giorni per rivalutare i casi dei boss scarcerati per la pandemia










