di Virginia Piccolillo
Corriere della Sera, 9 maggio 2020
Bonafede ancora al lavoro sul decreto legge, i tribunali si dovranno rivolgere prima al Dap. Tensioni sul ministro tra Italia Viva e 5 Stelle. Una modifica dell'ordinamento penitenziario permetterà di revocare gli arresti domiciliari o le altre misure alternative per i detenuti al "41bis" o considerati più pericolosi nel momento in cui venissero meno le condizioni che le hanno provocate.
di Lana Milella
La Repubblica, 9 maggio 2020
Il testo Bonafede all'esame della maggioranza. È pronto il decreto "riacchiappa mafiosi". Un vertice di maggioranza in cali, svoltosi ieri sera, tra il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, Pd, Leu e Italia viva, ha dato il via libera.
di Sofia Ciuffoletti
Il Foglio, 9 maggio 2020
La polemica sul diritto alla salute dei detenuti e la gestione del sistema penitenziario costretta a inseguire umori e dibattiti televisivi. La politica del diritto, in particolare la politica del diritto penale e penitenziario può essere dettata da umori, momenti storici, emergenze e contingenze. In Italia anche da trasmissioni televisive.
di Patrizio Gonnella
Il Manifesto, 9 maggio 2020
La campagna sulle scarcerazioni facili è ricca di imprecisioni, generalizzazioni, nonché profondamente rischiosa. Rischia di fare molto male a tutta la comunità penitenziaria. In primo luogo alla gran massa dei detenuti che con la mafia non c'entra nulla e che ora potrebbe subire un'ondata di chiusure.
di Emilio Pucci
Il Messaggero, 9 maggio 2020
Italia Viva abbassa i toni ma il Pd non si fida: meglio rinviare il voto sulla sfiducia. È vero che i renziani la mozione di sfiducia del centrodestra targata Salvini difficilmente la voteranno ma visto che Bonafede non è un ministro qualunque Pd, Leu e M5s provano a far quadrato.
Martedì nell'informativa che il Guardasigilli terrà alla Camera ci sarà una difesa d'ufficio, così il giorno successivo al Senato, anche se i dem hanno consigliato il ministro della Giustizia di rinviare l'appuntamento a palazzo Madama.
Troppa la tensione sul caso Di Matteo e soprattutto sulla storia delle scarcerazioni dei boss. Il Quirinale si tiene lontano dalla prima questione. Ma per quanto riguarda la seconda c'è la convinzione che Bonafede agirà nel solco della Costituzione, visto che non si può intervenire con legge sulle ordinanze o sulle sentenze della magistratura perché verrebbe meno il principio di separazione dei poteri.
Nessun warning e non c'è intenzione di intervenire su un provvedimento che spetta al governo preparare. Del resto gli uffici legislativi del ministero della Giustizia sono a conoscenza dei limiti costituzionali che il dl non può oltrepassare. Tra l'altro il Colle ha ben chiaro che le scarcerazioni sono dovute a ordinanze della magistratura, che quella decisione non è in capo al ministro, spetta solo ai giudici.
La misura in elaborazione prevede una sorta di tribunale del riesamè, che i giudici di sorveglianza possano disporre una nuova valutazione (resta quindi l'insindacabilità delle scelte dei magistrati che non potranno in alcun modo essere annullate) entro il termine di 30 giorni. Ma la questione resta complessa, in quanto molti giudici già hanno fatto sapere che dovrà essere il Dap ad assumersi la responsabilità, garantendo le condizioni sanitarie per chi è fuoriuscito dal carcere.
Un rompicapo giudiziario (in realtà nell'elenco di quelli che sono stati scarcerati solo 3 sono al 41bis) che rischia comunque di creare un incidente in Parlamento. A sminare il terreno non sarà solo il varo del dl che dovrebbe approdare sul tavolo del Cdm prima o parallelamente al dl sulle misure economiche. Per blindare il capo delegazione M5S si è mosso direttamente Conte.
"Basta scontri", su un tema che riguarda gli italiani, chiederà il premier che sta tessendo una tela' di protezione. Già due giorni fa ha chiesto alla delegazione di Iv di non fare scherzi. Per fortuna del governo si è mosso anche Salvini.
"Nella direzione sbagliata", dicono molti moderati di FI perplessi sulla strategia della mozione di sfiducia. "Così abbiamo compattato la maggioranza", la tesi. Del resto ieri lo scontro era tra il Capitano e i ministri renziani, con il Pd che interpreta l'attendismo di Renzi sulla mozione di sfiducia come un bluff. "Non farà mai cadere il governo", il refrain.
Anzi c'è chi tra i dem e M5s scommette che presto l'ex premier cambierà schema. Se dovesse incassare il sì al piano sulle infrastrutture "si vestirà da responsabile per cercare di risalire nei consensi", il ragionamento. In una querelle che è diventata tutta politica martedì l'azzurro Costa lancerà un appello nell'Aula di Montecitorio: "Voltiamo pagina. Superiamo gli steccati dei partiti e stringiamo un patto a prescindere dalla durata del governo". La riforma della giustizia insomma come la riforma della legge elettorale.
di Francesco Grignetti
La Stampa, 9 maggio 2020
Si cerca di evitare il rischio incostituzionalità. In settimana il testo all'esame del governo. Non tutti i passaggi sono a posto. E quindi è ancora da definire il decreto che il ministro Alfonso Bonafede avrebbe voluto annunciare all'Italia già due giorni fa.
I profili di costituzionalità sono delicatissimi e al Quirinale, dove un testo non è ancora arrivato, mostrano fiducia nei tecnici legislativi del ministero della Giustizia, che mai potrebbero scalfire autonomia e indipendenza della magistratura. Tra martedì e mercoledì, il ministro sarà in Parlamento per affrontare il tema delle scarcerazioni.
Nel frattempo si pensa che il consiglio dei ministri avrà deliberato il meccanismo delle revisioni da parte della magistratura di Sorveglianza. Il tema è il reale pericolo di contagio, se il rischio sia attuale o no. Nella lista dei 456 scarcerati (la somma dei 376 fino al 25 aprile, più gli 80 dei dieci giorni seguenti) tra l'altro non sono soltanto boss vecchi e malati, gli scarcerati di questi giorni. Ci sono anche molti giovani.
C'è ad esempio Gian Claudio Vannicola, 38 anni, arrestato nell'ambito di una spettacolare operazione dei carabinieri nel gennaio scorso a San Basilio, nella periferia di Roma, con l'accusa di essere uno degli organizzatori della piazza di spaccio che aveva come vertice la famiglia Marando di Platì (Reggio Calabria).
Vannicola, in costante contatto con i calabresi, non aveva documentato un particolare stato di salute e la procura di Roma si era opposta alla scarcerazione, ma ora è ai domiciliari. Simile la posizione di Christian Primavera, 26 anni, arrestato 1'8 novembre 2018 e accusato - insieme ad altri due giovanissimi - di essere il capo dello spaccio al Tufello. Ha sostenuto di aver avuto una polmonite negli anni precedenti e a causa dell'emergenza coronavirus è stato scarcerato. Anche per lui, la procura aveva dato parere negativo alla scarcerazione.
Due pesci abbastanza piccoli, eppure erano detenuti nel circuito di Alta Sicurezza 3. Siccome una buona metà degli scarcerati è tornata nel Napoletano, è lì che c'è la preoccupazione maggiore. Si prenda il caso del comune di Arzano, a un tiro di schioppo da Scampia, territorio del clan Amato-Pagano. Ad Arzano sono rientrati Giosué Belgiorno, classe 1990, un giovane sicario di camorra, condannato a 20 anni per avere ucciso a badilate un avversario.
E ad Arzano è rientrato anche Pasquale Cristiano, 1989, boss emergente fino al suo arresto nel 2014. Il loro arrivo fa temere che si apra un conflitto perché nel frattempo la cosca di Arzano si è sottomessa al potente clan di Secondigliano e secondo i giornali locali, i due non accetterebbero la nuova situazione. Si trema anche in Puglia, ad Andria: Valerio Capogna, 27 anni, figlio di Vito, che fu ucciso in un agguato due anni fa, assieme al fratello Pietro aveva deciso di vendicare la morte del padre. I due fratelli sono stati arrestati nel febbraio scorso per detenzione di armi, compreso un kalashnikov. Piano omicida aggravato dal metodo mafioso.
In Sicilia, a Catania, torna a casa Andrea Venturino, 24 anni, cognato del boss Andrea Nizza. Era stato arrestato nel 2016 dai carabinieri nell'operazione Carthago, che ha sgominato un ramo del clan Santapaola. Li chiamavano "i picciotti di Librino" ed erano disposti a uccidere per garantirsi l'egemonia sullo spaccio.
Trema anche la provincia di Reggio Calabria, seconda per numero di scarcerati che sono tornati a casa nell'ultimo mese. Rientra a Lamezia Terme, ad esempio, il giovane Marco Cosimo Passalacqua, classe 1997, condannato in primo grado a 8 anni nel processo Crisalide, l'operazione che fece sciogliere il Comune per infiltrazione mafiosa.
di Giovanni M. Jacobazzi
Il Dubbio, 9 maggio 2020
Parla Alberto Liguori, procuratore di Terni ed ex magistrato di sorveglianza in Calabria. "Il nostro sistema giuridico ha previsto strumenti normativi in grado di contemperare sia il principio di effettività della pena e sia il principio che vieta trattamenti penitenziari contrari al senso di umanità", dichiara Alberto Liguori, procuratore di Terni ed ex magistrato di sorveglianza inCalabria, a proposito delle polemiche per le scarcerazioni di alcuni boss mafiosi che hanno costretto alle dimissioni il capo del Dap Francesco Basentini.
"In occasione di scarcerazioni di noti boss o di autori di reati "odiosi" i riflettori dei mass media si accendono sul mondo penitenziario", premette Liguori, con conseguente anticipazione di "giudizi e responsabilità, senza indagare sullo "stato dell'arte", preferendo dare risalto a iniziative ispettive, a misure riparatorie - non si comprende a fronte di quali omissioni giudiziarie - quali quelle di assegnare maggior peso, da qui in avanti, alle Procure Antimafia, facendole apparire involontariamente contrapposte alla magistratura di sorveglianza".
L'emergenza Covid-19 ha amplificato i numerosi problemi del sistema penitenziario, ad iniziare da quello - annoso - del sovraffollamento. Tutti i protagonisti chiamati a governare il settore della giustizia penitenziaria devono essere consapevoli, ricorda Liguori, che per farlo funzionare in modo efficace servono scelte "chiare e leggibili all'esterno per approdare ad una espiazione della pena che garantisca anche la sicurezza sanitaria e che, nel contempo, venga compresa e accettata dalla comunità, vera parte offesa di tutti i reati commessi".
"Il legislatore - continua il procuratore di Terni - deve spiegare che l'indulto non equivale ad un fuori tutti ma è l'unico strumento in grado di garantire ai detenuti per reati di non grave allarme sociale (di solito con un fine pena sotto i due anni) e che si trovino ad espiare la pena in condizioni disumane di essere scarcerati, impedendo di contro a boss e detenuti al 41bis e comunque a soggetti portatori di elevata pericolosità sociale di potersene avvantaggiare".
"L'amministrazione penitenziaria prosegue - ha il dovere di relazionare all'autorità giudiziaria in maniera esaustiva fornendo le informazioni in tempo reale, anche di natura logistica, per eventuale accesso del detenuto malato in circuiti sanitari penitenziari altamente specializzati". "L'autorità di polizia ha il dovere di curare le informative sulla pericolosità sociale documentandole e attualizzandole", conclude il ragionamento Liguori.
Solo in questo modo, "il magistrato di sorveglianza, raccolte tutte le informazioni, potrà accedere a scelte maggiormente aderenti ai principi costituzionali, potendo confidare in un reale e leale rapporto di collaborazione tra le istituzioni per un fine comune che è quello di coniugare sicurezza sociale e sicurezza sanitaria".
Evitando, dunque, il ripetersi di "cortocircuiti" informativi come invece accaduto nel caso del boss Zagaria dove il Dap non aveva risposto alle richieste del magistrato di sorveglianza di Sassari. Nel caso di detenuti affetti da patologie in regime di 41bis, in particolare, il magistrato di sorveglianza potrà disporre "la prosecuzione della pena in carcere laddove il quadro clinico del paziente sia fronteggiabile all'interno delle strutture sanitarie penitenziarie che garantiscono assistenza intensiva", oppure "la prosecuzione della pena nella forma alternativa della detenzione domiciliare sanitaria laddove le condizioni di salute non siano fronteggiabili in circuiti sanitari penitenziari e la sua pericolosità sociale sia scemata", o "la scarcerazione laddove sia stata accertata la mancanza di attuali collegamenti con la criminalità organizzata e le sue condizioni di salute non siano fronteggiabili in circuiti sanitari penitenziari".
Un simile percorso è poi linea con quanto affermato dalla Corte Costituzionale nella nota sentenza 256 del 2019, sul cd ergastolo ostativo, a proposito di regime probatorio rafforzato per il magistrato di sorveglianza.
"Lo "svuota carceri" è sicuramente uno strumento di civiltà che, comunque, deve essere praticato caso per caso tenendo in debito conto anche l'eventuale dose di pericolosità sociale di cui è ancora eventualmente portatore il paziente - detenuto", conclude Liguori, invitando tutti a non dimenticare che il magistrato di sorveglianza sul rinvio dell'esecuzione della pena per motivi salute agisce sempre "d'urgenza" e in funzione monocratica, assumendosi pertanto una grande responsabilità.
di Errico Novi
Il Dubbio, 9 maggio 2020
Trattativa sfibrante nella maggioranza sulle norme che "inviteranno" i giudici a rivalutare le scarcerazioni visto il ridursi dell'emergenza Covid. Se il Dl economico arrivasse entro domani in Consiglio dei ministri, vi troverebbero posto anche le misure sui giudici di sorveglianza. Altrimenti saranno introdotte con un provvedimento a parte. Si è conclusa solo nella tarda serata di ieri la call conference tra il guardasigilli Bonafede e le "war room giustizia" della maggioranza. Si è discusso su ogni virgola delle misure "anti domiciliari".
Che non dovrebbero essere introdotte con un provvedimento autonomo ma confluirebbero nel decreto Rilancio, il maxi provvedimento di maggio con gli aiuti economici. È quanto meno l'intenzione dell'esecutivo, subordinata però all'effettivo timing del Consiglio dei ministri. Se il Dl sulla liquidità fosse deliberato entro domani, vi troverebbero posto anche le norme sulle scarcerazioni. Se viceversa la maggioranza non trovasse l'intesa definitiva sul maxi decreto, domani il governo si riunirebbe per varare il solo decreto di Bonafede.
Cosa prevedrà il decreto "anti domiciliari" - Nelle nuove norme sull'esecuzione penale ci sarà in ogni caso il vincolo a rivalutare le ordinanze di differimento pena in relazione all'emergenza coronavirus, che sarebbe esplicitamente richiamata nel testo, anche per giustificarne l'urgenza. Si proverà a non travalicare le competenze del giudice di sorveglianza: sarà previsto che debba riconsiderare l'ordinanza di scarcerazione tenuto conto dei mutamenti della condizione presupposta, vale a dire del fatto che l'emergenza sanitaria in corso si è attenuata rispetto al momento in cui aveva emesso il provvedimento. Sarà istituita anche la verifica congiunta da parte del Tribunale e del Dap sulla possibilità di assegnare i detenuti per reati di mafia a strutture ospedaliere interne alle carceri, se disponibili. Si tratta insomma di tenere in continuo monitoraggio le 180 misure di differimento pena emesse fino al 30 aprile scorso per condannati di mafia e narcotraffico (nella famosa cifra dei 376 ci sono anche i reclusi cautelari non ancora arrivati a sentenza). A breve potrebbero essere concessi i domiciliari anche ad alcuni degli oltre 230 detenuti di mafia in attesa di giudizio che ne hanno fatto istanza, ma a ieri sera si escludeva di poter sottoporre a particolari vincoli i giudici delle indagini preliminari o del processo, a cui competono simili decisioni.
Il che rischia di aggravare la lesione all'autonomia dei magistrati di sorveglianza, trattati ancora una volta come "amministratori della pena". O al massimo come giudici di serie B, mentre quelli in "premier league" non vedrebbero condizionata la propria discrezionalità. In realtà il decreto in arrivo dovrebbe prevedere una rivalutazione straordinaria anche per chi ha ottenuto la commutazione della misura cautelare da inframuraria a domiciliare. Ma si tratterà di una sollecitazione imposta alle Procure, che verrebbero "invitate" a impugnare le ordinanze cautelari sempre alla luce dell'attenuato rischio contagio.
Le polemiche di Cafiero de Raho e Di Matteo - La domanda è se non siano già complicate le norme esistenti. Perché se persino un giurista di spessore come il procuratore nazionale Antimafia Federico Cafiero de Raho si meraviglia dei timori di contagio per chi è detenuto al 41bis, "in isolamento" e dunque non infettabile, vuol dire che le polemiche hanno seppellito pure i testi di legge. Intanto perché i 41bis scarcerati per motivi di salute al tempo del covid finora ammontano ad appena 3 sui 376 domiciliari concessi a condannati e accusati di mafia o narcotraffico.
E poi perché, come si legge per esempio nell'ormai pubblica motivazione del provvedimento che ha fatto uscire Pasquale Zagaria dalla sua cella, il riferimento è l'articolo 147 del codice penale. Si dirà: bè, l'avrà modificato Alfonso Bonafede. E no. Si tratta di una norma del codice Rocco. Roba fascista. Altro che giudici, e governo, lassisti coi boss. Cafiero de Raho conosce meglio di chiunque altro quelle leggi. Così le conosce il togato Csm Nino Di Matteo. E tutti quelli che tuonano contro il guardasigilli come se scrivesse ordinanze.
Il caso Zagaria: la Costituzione vale anche al 41bis - "La preminenza dei diritti alla salute, e a non subire trattamenti inumani, sull'esecuzione della pretesa punitiva, nei casi in cui quest'ultima sia in conflitto con tali diritti, non è ovviamente derogabile neppure nei casi di assoggettamento del detenuto al regime del 41bis": si legge così nel provvedimento che ha mandato Pasquale Zagaria, super-boss camorrista malato di cancro, a casa sua a Brescia.
Lì, a quanto riferiscono i difensori, non ordisce trame casalesi ma appuntamenti oncologici. In un ospedale covid free lombardo ha fatto la Tac, e una esezione uretrale per verificare lo stato del tumore che non avrebbero potuto praticargli nella casa circondariale di Sassari. Ecco la terribile attività del super-boss: il controllo dell'uretra. Amara ironia a parte, di quell'ordinanza in realtà va colto solo un avverbio: "Ovviamente". Ovviamente l'articolo 32 e l'articolo 27 della Costituzione valgono pure al 41bis.
Md: "Dal decreto possibili ingerenze nelle decisioni di noi giudici" - Ciò detto, Mariarosaria Guglielmi, segretaria di una componente coraggiosa dell'associazionismo giudiziario qual è Magistratura democratica, rilascia al Dubbio una breve dichiarazione, in cui osserva, "in attesa di conoscere l'effettivo contenuto delle nuove disposizioni", che "l'ipotesi di imporre per legge al magistrato verifiche sul pericolo di reiterazione del reato da parte del detenuto destinatario di differimento della pena, qualora fosse confermata, presenterebbe aspetti problematici".
"In particolare", spiega la segretaria di Md, "potrebbe intravedersi una pericolosa ingerenza anche solo simbolica nelle decisioni del giudice di sorveglianza, che già ordinariamente fissa un termine per l'efficacia della misura con cui concede la detenzione domiciliare, e che provvede in seguito a un'istruttoria in cui acquisisce anche il parere della Procura".
La "famigerata" circolare del Dap sul covid - Un capitolo a parte riguarda il peso che nelle scarcerazioni ha avuto il covid. Visti i contenuti delle norme primarie in arrivo, non sarà necessario alcun aggiornamento della circolare firmata lo scorso 21 marzo dal direttore generale del Dap Giulio Romano. In quella disposizione, di rango secondario, si faceva riferimento addirittura a protocolli di organizzazioni internazionali sui pericoli per la salute dei reclusi. Secondo una vulgata che non trova particolari riscontri, alcuni magistrati di sorveglianza avrebbero trovato in quelle poche righe una copertura giuridico-formale decisiva. In realtà si deve sempre e comunque tornare agli articoli 146 e 147 del codice penale, quelli che Di Matteo e Cafiero de Raho conoscono benissimo e che esistono dai tempi del fascismo. Neppure sotto quella violenta dittatura si era pensato di subordinare a "esigenze di sicurezza" il diritto alla salute di un detenuto semi-moribondo. E ancora non erano neppure lontanamente alle viste gli articoli 27 e 32 della Costituzione repubblicana.
di Carlo Nordio
Il Messaggero, 9 maggio 2020
Non sappiamo quale sarà la sorte del Ministro della Giustizia dopo la mozione di sfiducia presentata dall'opposizione. Poiché la politica segue criteri di pura utilità, tutto dipenderà dalla convenienza che avrà il governo a difenderlo, o a mollarlo. Noi abbiamo quasi sempre criticato le scelte di Bonafede, talvolta in modo severo, come nel caso delle intercettazioni, e talvolta in modo ruvido, come per l'obbrobrio della prescrizione.
Ma adesso atteniamoci alle tre accuse principali: 1) la polemica con Di Matteo; 2) la scarcerazione dei mafiosi; 3) la gestione delle carceri durante l'epidemia. Vediamoli.
Primo. Durante una trasmissione tv l'ex Pm Nino Di Matteo ha telefonato raccontando che due anni fa Bonafede gli aveva offerto il ruolo di capo del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, ma aveva cambiato idea dopo una serie di proteste di detenuti mafiosi. Di Matteo, ovviamente, non ha sostenuto che Bonafede vi fosse stato costretto o indotto, ma nel contesto del dibattito televisivo si capiva benissimo che quello era il suo sospetto. Tant'è che il Ministro è intervenuto subito, dicendosi esterrefatto e indignato.
A questo punto un po' tutti hanno chiesto chiarimenti a Bonafede. In realtà, le cose sono un po' meno scontate. È Di Matteo che deve spiegare il significato del suo intervento e delle sue implicazioni: Onus probandi, incumbit ei qui dicit. Se poi questa prova sarà fornita, sarà Bonafede a doversi giustificare: In excipiendo, reus fit actor. Scusate il latinorum, ma trattandosi di un conflitto tra un membro del Csm e il Ministro della Giustizia un po' di tecnica ci sta.
Il fatto è che Di Matteo, sin dal momento in cui aveva manifestato la disponibilità a riflettere su quell'incarico, e poi addirittura ad accettarlo, si era volontariamente sottomesso alle rigorose regole della politica. Perché il Dap è un ufficio di alta amministrazione sottoposto al ministro. Il suo capo guadagna il triplo dei suoi colleghi magistrati, viene posto fuori ruolo e diventa il braccio secolare del Guardasigilli, di cui deve eseguire le direttive perché è quest'ultimo che se ne assume la responsabilità politica. Si tratta di un incarico fiduciario, conferito secondo criteri insindacabili dagli eventuali aspiranti, ne abbiano o meno fatto richiesta.
Se poi emergesse che la decisione finale è stata frutto di un'imposizione, o peggio di un reato, la vicenda assumerebbe caratteri penali, e, nel caso di specie, Di Matteo avrebbe dovuto essere il primo a denunciarli. Invece ha aspettato due anni, per lamentarsene in un intervento televisivo. Una scelta timidamente criticata dall'Anm, e sulla quale il Csm pare non abbia niente da dire. Incidentalmente ricordiamo che si tratta di un Csm falcidiato dall'inchiesta sul giudice Palamara, che ha consentito l'elezione suppletiva proprio di Di Matteo, inchiesta che, dopo le sapienti divulgazioni di intercettazioni e pettegolezzi, oggi sembra tranquillamente assopita.
Secondo, le scarcerazioni. Il ministro si è giustificato in Parlamento per spiegare che queste vengono disposte dai giudici dai quali i detenuti dipendono, e non dal Dap e tantomeno da lui. In effetti, i giudici non sono vincolati nemmeno dai decreti sul Coronavirus, che riguardano tutt'altra materia: hanno solo applicato la legge esistente, che disciplina i casi di incompatibilità tra il regime carcerario e la salute del detenuto, magari largheggiando di manica vista l'eccezionalità dell'emergenza e la paura del contagio. Ora il governo pare voglia rimediare con un decreto. Temo che - per ragioni tecniche - avrà grosse difficoltà: e infatti questo decreto, più volte promesso da Bonafede è di là da venire.
Terzo. La gestione carceraria. Qui il Ministro reca effettivamente una evidente responsabilità, perché non ha saputo evitare le conseguenze del prevedibile ed enorme timore creato dal virus tra i detenuti. Avrebbe cioè potuto e dovuto predisporre infermerie e settori che ne garantissero l'incolumità, senza dover ricorrere alle scarcerazioni. E comunque, vista la nostra consolidata situazione carceraria, sarebbe stata un'impresa quasi eroica, forse superiore alla tempra di Bonafede.
In conclusione, questa vicenda esprime una serie di paradossi sintomatici della confusione che regna non solo nel governo, ma più in generale nella politica e nei rapporti tra questa e la magistratura. Abbiamo un membro del Csm, che attacca in modo improprio chi fino a ieri lo osannava e quasi lo voleva al Quirinale. Abbiamo un Ministro, per anni accusato di integralismo manettaro da quella stessa opposizione che oggi gli rimprovera un eccesso di generosità, o addirittura di garantismo.
Abbiamo un Movimento ormai diviso tra i sostenitori dell'uno e dell'altro. Abbiamo chi, non sapendo che pesci pigliare, dà tutta la colpa una trasmissione tv. E la Rivoluzione giustizialista, che ha divorato i suoi figli, diventa uno spettacolo prevedibilissimo per chiunque abbia assistito sin dall'inizio al trionfo di una cultura sbagliata che ha contaminato il Paese. Comunque la si metta, questa pagina che non fa onore alle istituzioni, poteva essere gestita dal Guardasigilli con ben altra sapienza politica.
di Giulia Merlo
Il Dubbio, 9 maggio 2020
Intervista a Francesco Clementi, costituzionalista. Davanti a questa crisi sanitaria e ai rebus di governo, la politica continua a fare fatica a parlare la lingua del diritto. Vale anche per il decreto annunciato (ma non ancora sostanziato in un testo) dal ministro della Giustizia, pensato per chiudere la falla che ha portato ai domiciliari alcuni boss nonostante il rischio di un'invasione di campo nei confronti della magistratura. "Un atto d'urgenza è già stato emanato. Ma è tempo di affrontare seriamente il tema del rapporto tra la certezza della pena e la tutela della salute: prospettiva che vale anche in un periodo di emergenza", spiega Francesco Clementi, professore di Diritto pubblico comparato all'Università di Perugia.
Quali sono questi paletti invalicabili?
Il primo è il principio della separazione dei poteri. Il Guardasigilli è un membro dell'esecutivo e non a caso è l'unico ministro citato esplicitamente nella Costituzione: ha un ruolo di interfaccia con il potere giudiziario, la cui autonomia va garantita e tutelata. Il secondo paletto è il bilanciamento tra principi costituzionali: Nel caso di un decreto che incida sull'ordinamento penitenziario, si tratta di mantenere in equilibrio il principio della certezza della pena con l'articolo 27 della Carta, secondo cui la pena non può consistere in trattamenti contrari al senso di umanità, e il 32, che tutela il diritto fondamentale alla salute.
In quali termini potrebbe esserci il rischio di violare la separazione tra poteri dello Stato?
Il punto focale è che la magistratura ha l'ultima parola nel definire il perimetro di libertà di un detenuto, parametrato in base alla Costituzione e al principio di legalità, architrave del nostro ordinamento. Nessun altro soggetto istituzionale può arrogarsi questo tipo di potere.
Come si bilancia il diritto alla salute con l'esigenza di garantire l'effettività della pena detentiva?
La domanda che l'estensore del decreto dovrebbe porsi è: può la tutela della salute essere adeguatamente tutelata in carcere? Se la detenzione non lo consente, allora è necessario disporre contromisure. E non solo in una fase eccezionale come questa. Un esempio è stato il caso Zagaria, malato oncologico a Sassari dove non poteva essere adeguatamente curato e trasferito ai domiciliari a Brescia in una struttura adeguata. Anche la detenzione in carcere deve essere fondata sulla tutela della salute e il compito del ministro è di rendere effettiva questa tutela. Se ciò non è possibile non ci sono provvedimenti d'urgenza che tengano. La tutela della salute, di chiunque, prevale. E la Magistratura può solo applicare questo basilare principio. Spetta al Ministro apprestare misure per garantire in carcere la salute dei detenuti, così da consentire l'esecuzione della pena nel rispetto della Costituzione.
Quindi il decreto che, in seguito all'emergenza Covid, ha disposto i domiciliari per i detenuti in già precarie condizioni di salute, rispondeva a questo principio costituzionale. E un decreto che riporti questi detenuti in carcere non lo sarebbe?
In realtà, il decreto non ha disposto i domiciliari per i detenuti. È stato solo chiesto alla Magistratura di valutare, alla luce dell'epidemia, se le condizioni della carcerazione fossero adeguate. Da costituzionalista le rispondo che è legittimo che, nel decreto, il ministro introduca ulteriori elementi che la magistratura deve valutare per decidere dell'eventuale detenzione domiciliare. Ma la valutazione spetta comunque ai magistrati, che sono tenuti ad applicare ciò che la legge prevede. In altre parole: il ministro può aggiungere nuovi criteri su come, dove e quando tutelare la salute dei detenuti, ma è comunque il magistrato che applica la norma al caso concreto, in modo autonomo. Insomma, l'Esecutivo non può alzare il dito per decreto e indicare
chi sta dentro e chi sta fuori dal carcere.
Altra previsione di cui si è discusso è la vincolatività del parere della Direzione nazionale antimafia per stabilire i domiciliari per ragioni di salute ai detenuti per reati di mafia. In questo caso esisterebbe un problema di costituzionalità rispetto al principio del giudice naturale?
Dal decreto legge già all'esame del Senato il parere dell'antimafia è obbligatorio ma, correttamente, non vincolante. La magistratura deve dunque aspettare che si pronunci l'antimafia, ma può anche non tenerne conto, perché il parere non è vincolante. Il pm infatti è parte in questo procedimento, non decisore. La decisione, ripeto, spetta alla magistratura di sorveglianza che dovrà tenere conto del parere dell'antimafia, spiegando eventualmente perché non intende seguirlo. Pertanto non vi è alcuna incostituzionalità se si rispetta questo percorso. Ogni altra soluzione rischia di portarci fuori, appunto, da quel principio del giudice naturale che la Costituzione indica come faro per tutti noi.
Quale strumento legislativo sarebbe più consono per legiferare su questa materia?
Se posso, nell'ordinamento già ci sono tutti gli strumenti in tema. In ogni modo, è chiaro che il Governo è libero di decidere se intervenire ulteriormente o meno, rispetto al decreto della scorsa settimana. Certo si è che lo strumento principe sarebbe la legge ordinaria approvata dal Parlamento. Tuttavia, rimane nel dominio del governo la scelta della fonte normativa di rango primario, anche se, ribadisco, la questione carceraria non dovrebbe essere trattata solo in chiave emergenziale.
Andrebbe affrontata in una dimensione di sistema?
Sì e mi spiego meglio. L'ordinamento penitenziario italiano è gravato da molti problemi, che sono stati certo amplificati dalla pandemia ma non sono nati con essa. Dunque una qualsiasi soluzione politica che vada solo a tamponare i problemi emersi a causa del Covid è, a mio parere, un'occasione persa per migliorare in modo strutturale la qualità della detenzione.
Auspica un'iniziativa di portata più ampia?
A mio parere, intervenire con un atto normativo tarato solo per rispondere ai nuovi problemi emersi sarebbe miope e riduttivo. Auspico che la politica non perda l'occasione di affrontare in modo sistematico la questione, perché questo porterebbe beneficio a tutto l'ordinamento. L'emergenza, in questo, è una grande opportunità, che sarebbe un peccato disperdere.
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