di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 9 maggio 2020
La presidente Fiorillo: scelte sempre motivate. Dietro ogni provvedimento c'è un lungo e difficile lavoro.
Dottoressa Antonietta Fiorillo, presidente del Coordinamento nazionale dei magistrati di sorveglianza, la vostra categoria è sotto attacco?
"Sì, ma con un termine in disuso direi incompresa. È come se la nostra funzione non fosse talvolta riconosciuta, anche all'interno della magistratura e dai rappresentanti delle istituzioni".
Vi sentite delegittimati?
"Per forza. Se le nostre decisioni vengono utilizzate nella polemica politica, noi passiamo per quelli che scarcerano senza motivo, quando ovviamente non è così. Perché se scarceriamo ci sono dei motivi; e perché molte volte invece siamo noi a rimandare in carcere anche quei condannati lasciati agli arresti domiciliari dai giudici di merito quando commettono un reato nel corso dell'esecuzione pena in misura alternativa".
Che cosa la disturba di più delle ultime polemiche?
"Il fatto che non venga considerato il lungo e difficile lavoro che c'è dietro ogni nostro provvedimento. È ingiusto far passare l'idea che non teniamo conto dei problemi della sicurezza; certo non ci facciamo condizionare dall'opinione pubblica, ma acquisiamo ogni informazione utile per evitare rischi alla collettività".
Ora dovete chiedere i pareri alle Procure scarcerare o concedere permessi ai detenuti per mafia e droga. Vi disturba?
"Ma no! Semmai in quel decreto non c'è una parola per i "41bis"' che non scontano una pena definitiva, e mi pare una discrasia che non capisco. In generale ogni informazione utile è per noi un elemento in più per prendere la decisione giusta. Anche prima era prevista la possibilità di chiederle, ora è diventato un obbligo così il governo ha voluto dare la percezione di una stretta, ma il problema del parere delle Procure è un altro".
Quale?
"Più che il parere a noi interessano i dati di fatto sui quali è fondato, ma se come spesso accade ci mandano l'elenco delle sentenze di condanna o dei procedimenti in corso, non ce ne facciamo niente: quegli atti li conosciamo già, sono il punto di partenza del nostro lavoro. A noi servono informazioni sull'attualità dei collegamenti con l'associazione mafiosa, i nuovi contesti criminali".
Però alcuni suoi colleghi hanno scarcerato capimafia sostenendo che l'età avanzata e la lunga detenzione ne riducono la pericolosità...
"Non voglio parlare dei singoli casi, ma in generale dico che per i capimafia l'età avanzata non significa niente. Errori e valutazioni sbagliate sono sempre possibili, anche nei nostri provvedimenti, ma non si può generalizzare. Io credo che il nostro lavoro richieda un costante contatto con il carcere e i detenuti; bisogna guardarli in faccia, è necessario il dialogo e il confronto, non possiamo decidere solo sulle carte".
Pare che in futuro dovrete rivalutare periodicamente le vostre decisioni sulle scarcerazioni connesse al Covid.
"Vedremo che cosa scriveranno, ma noi facciamo già verifiche periodiche a un mese, due mesi, sei mesi o di più, a seconda dei casi. Certo che se ci chiedono di rivedere le decisioni ogni quindici giorni si porrà anche un problema di organici per smaltire la mole di lavoro in più".
Insomma, non siete i giudici "buonisti" a cui piace liberare i detenuti?
"Non credo che i miei detenuti abbiamo mai avuto la sensazione che lavorassi alla Caritas! Battute a parte, questa considerazione è solo frutto di pre-giudizi che andrebbero abbandonati una volta per tutte. Il nostro lavoro dev'essere giudicato verificando la capacità, la professionalità e il buon senso con cui viene svolto; e lo dico per tutta la magistratura, non solo quella di sorveglianza".
Come si fa a scegliere tra la salute del detenuto e la sicurezza della collettività?
"La premessa è che secondo la nostra Costituzione la salute del cittadino, anche in condizioni di detenzione, viene prima di ogni altra cosa, dopodiché è un problema di bilanciamento da raggiungere su ogni singola situazione. Ma vorrei ricordare che il differimento della pena per gravi motivi di salute è previsto dal codice penale del 1930; e noi siamo giudici, non possiamo interpretare le norme a seconda dell'emotività dettata dal momento. Se poi quelle norme non sono più considerate consone al sentire comune si possono cambiare, ma compito della politica, non nostro".
di Claudia Fusani
notizie.tiscali.it, 9 maggio 2020
Il decreto annunciato mercoledì dal Guardasigilli in Parlamento sta incontrando difficoltà tecniche. Una legge non può correggere una decisione del giudice. Davanti ai Tribunali di sorveglianza pendono altre 456 richieste di scarcerazione "per motivi di salute e incompatibilità carceraria per sovraffollamento e rischio contagio". La mozione di sfiducia al Senato. Italia viva rassicura il governo: "Non la voteremo". Ma la gestione delle carceri è stata "disastrosa".
"Abbiamo dovuto raddoppiare i turni di sorveglianza e allertare tutti i servizi, aver annunciato il decreto per riportare in carcere i boss che hanno ottenuto gli arresti domiciliari non è stata una grande idea...il rischio evasione è molto alto".
Il vicequestore è in servizio in una delle regioni d'Italia dove sono tornati almeno una dozzina dei 376 scarcerati nelle scorse settimane. Chiede comprensibilmente di restare anonimo. E lancia un vero e proprio allarme spiegando come stanno vivendo da un paio di settimane gli apparati dedicati alla sicurezza dello Stato quella che è una polemica politica, la sfiducia a un ministro, le possibili conseguenza sulla tenuta del governo. "Quelle 376 scarcerazioni, che tanto quello sono nei fatti, sono una sconfitta per lo stato di diritto, per gli uomini e le donne delle forze di polizia che magari hanno impiegato anni per rintracciarli e arrestarli interrompendo latitanze più o meno dorate, per i magistrati che hanno svolto le indagini e condotto i processi, per i cittadini che pagano le tasse per avere, anche, la certezza della pena. Adesso ci manca solo che uno di questi riesce a far perdere le tracce".
Ecco cosa succede nella vita reale, fuori dai palazzi e dai ministeri. Dove l'allarme evasioni segna rosso da mercoledì, appunto, quando il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede ha annunciato nel question time alla Camera che era pronto "ad horas un nuovo decreto legge per riportare in carcere i boss scarcerati per motivi di salute". Motivi amplificati, trapela dai provvedimenti della magistratura di sorveglianza, anche dal contesto e dal rischio contagio che in carcere sorprende le persone certamente più indifese.
La corsa per il decreto - Da qui la corsa e la fatica per scrivere un decreto partito però con l'handicap di sembrare una correzione e un rattoppo della politica rispetto a decisioni che la magistratura (in questo caso di sorveglianza) assume in totale autonomia. È impossibile, oltre che inammissibile da un punto di vista costituzionale, che una legge corregga una sentenza.
Ieri fino al primo pomeriggio girava voce che "in serata ci sarebbe stato un cdm per approvare il decreto". Ma non è facile scriverlo. Il Quirinale vigila per chiudere il prima possibile e con eleganza questa brutta situazione. Gli alleati di governo voglio controllare ogni virgola, ed è comprensibile dopo quello che è successo: il Pd, con il sottosegretario De Giorgis e il responsabile Giustizia Walter Verini, collabora per una soluzione; Italia viva fa quello che deve avendo congelato le ostilità su Bonafede (per mesi nel mirino di Iv contro la prescrizione infinita) e seppellito l'ascia giovedì pomeriggio nel faccia a faccia con Conte.
Il decreto intende riportare in cella (o in spazi sanitari all'interno di strutture ad hoc) i boss fuoriusciti dal carcere. La misura dovrebbe dare la possibilità ai giudici di sorveglianza di fare "nuove valutazioni" entro trenta giorni. Sarà una sorta di Tribunale del riesame del Tribunale di sorveglianza che non prevede alcun tipo di annullamento delle decisioni già prese. Preoccupa un po', anche Conte, quanto ha detto Bonafede giovedì: "L'indipendenza dei giudici di sorveglianza è sacra, applicano la legge. Ma le leggi le scriviamo noi. I domiciliari sono stati concessi per l'emergenza sanitaria. Ma ora le condizioni sono cambiate".
Il confine e quindi lo spazio di azione è molto sottile. Le decisioni dei magistrati sono insindacabili e i tecnici di via Arenula, per lo più magistrati, sanno perfettamente quali sono i limiti costituzionali che il decreto non può varcare: le scarcerazioni sono dovute a ordinanze della magistratura e non si può intervenire con legge sulle ordinanze o sulle sentenze della magistratura perché verrebbe meno il principio di separazione dei poteri. Il punto è che l'errore, l'ennesimo in questa storia, è stato commesso mercoledì con l'annuncio di un decreto: se una legge non può smentire una sentenza, non si è mai sentito un ministro della Giustizia che annuncia degli arresti.
Altri 456 - Occorre fare presto. È necessaria una norma che eviti che altri 456 detenuti che hanno fatto richiesta di andare agli arresti domiciliari per motivi di salute aggravati dal rischio contagio e dal sovraffollamento possano andare agli arresti domiciliari.
Lo stratagemma individuato potrebbe essere quello della "revisione mensile" dei provvedimenti presi dalla magistratura di sorveglianza che già sottodimensionata potrebbe però non riuscire a sostenere questo nuovo aggravio. E la promessa del ministro potrebbe risultare alla fine una pezza peggiore del buco. Due mesi terribili per Bonafede, iniziati ai primi di marzo con la rivolta nelle carceri causa Covid - ma probabilmente strumentalizzata dai boss che hanno intravisto nell'emergenza sanitaria l'occasione per uscire.
I due mesi più difficili - Se l'accusa del pm antimafia Nino Di Matteo ora membro togato del Csm - "nel 2018 Bonafede mi offri la guida del Dap ma in 24 ore cambiò idea, c'erano state pressioni dei boss per evitare che io ricoprissi quel ruolo" - sono state la miccia di questo gigantesco pasticcio, nessuno oggi sospetta che il Guardasigilli possa essere stato condizionato nella sua scelta di due anni fa. Anche la scorsa settimana, dopo le dimissioni dell'ex numero 1 del Dap Francesco Basentini, era girato nuovamente il nome di Di Matteo come successore. Il Dap ha cambiato i vertici - il ticket antimafia Petralia e Tartaglia - e Di Matteo è rimasto ancora una volta fuori. E forse questo ha provocato l'improvvida esternazione telefonica durante il talkshow "Non è l'arena". Ma il periodo nero di Bonafede è iniziato due mesi fa: le rivolte in carcere causa Covid, i morti (13 detenuti, tutti tossicodipendenti), le richieste dei boss più vecchi e ammalati di ottenere il beneficio degli arresti domiciliari e ben 376 che sono già usciti. Le opposizioni e anche Italia viva, dalla maggioranza, hanno chiesto conto e ragione di quello che stava succedendo. Le dimissioni di Basentini non sono bastate. Le parole di Di Matteo hanno solo buttato altra benzina su un fuoco già acceso. Ma è sulle scarcerazioni, e non certo sulle parole di Di Matteo, che il ministro Bonafede adesso rischia il posto.
Malumori in maggioranza - In un paese normale, senza emergenza sanitaria, si sarebbero già dovuti dimettere entrambi. Ma ora, se cade Bonafede, anche il governo rischia. Il Movimento lo difende a spada tratta: "Attaccare lui significa attaccare tutti noi" Lo protegge Conte che deve a Bonafede l'ingresso in politica. Lo protegge Di Maio: "Bonafede è straordinario, è il ministro spazzacorrotti". La linea di palazzo Chigi è che "il via libera alle scarcerazioni non sia da collegare al Guardasigilli ma a decisioni singole dei giudici". La via dello scaricabarile. Nel Pd c'è imbarazzo. Orlando ministro e Migliore sottosegretario furono granitici nel dire no alle scarcerazioni di Riina e Provenzano che furono assistiti nelle strutture sanitarie nei penitenziari. E anche nel Movimento ci sono delle crepe. Le guida Nicola Morra, presidente dell'Antimafia. Le amplifica chi sussurra: "Durante la quarantena Bonafede non è mai stato in ufficio ma a casa a Firenze...".
La mozione di sfiducia - In questo clima le opposizioni hanno presentato al Senato la mozione di sfiducia. Il premier, che ha il suo da fare con il decreto Rinascita per cercare di dare fiato ad un paese economicamente in ginocchio, non ne vuole sapere di perdere energie sul dossier Bonafede. Anche per questo ha accettato di convocare Italia viva, da sempre critica con il Guardasigilli con cui ha solo congelato la battaglia sulla prescrizione. Ai renziani Conte ha promesso di chiudere sulla regolarizzazione dei migranti che possono essere impiegati in agricoltura. Il Movimento, che faceva resistenza, ha abbozzato. Ettore Rosato, presidente di Italia viva, ieri ha confermato: "Voteremo No alla mozione di sfiducia contro Bonafede". A Italia viva in fondo è più utile un ministro - e capodelegazione del Movimento - indebolito che agitare la crisi.
Lega e Fratelli d'Italia all'attacco - Le opposizioni sono al lavoro per logorare il ministro della Giustizia. Forza Italia si gode la scena della lotta fratricida "tra due campioni del giustizialismo", dei "puri che si epurano a vicenda". I deputati di Fratelli d'Italia in Commissione antimafia ieri hanno provato a smontare lo schema di difesa del governo, cioè scaricare sui giudici di sorveglianza la responsabilità di quanto sta accadendo. "I documenti che il governo ci ha consentito di visionare in Commissione antimafia, aggiornati solo al 25 aprile - ha spiegato Wanda Ferro (Fdi) - dimostrano quanto sia fuorviante il tentativo del governo di scaricare sui giudici di sorveglianza la responsabilità delle scarcerazioni dei mafiosi con il pretesto del coronavirus. Infatti, secondo i dati ancora parziali, oltre 60 scarcerazioni non sono state richieste dai difensori dei detenuti, ma dall'amministrazione penitenziaria". Il vicepresidente della Camera Fabio Rampelli la mette così: "Se anche un solo dei boss usciti dovesse evadere, Conte e Bonafede fanno meglio ad espatriare".
Allungare i tempi - Palazzo Chigi vorrebbe approvare il prima possibile il decreto che riporta in carcere i boss. Ma è difficile che questo avvenga prima del decreto economico, in questo momento l'assoluta priorità. L'obiettivo è allungare il più possibile i tempi della mozione di sfiducia. Questo però non impedirà che Bonafede venga "sottoposto" nei prossimi giorni ad una serie di verifiche parlamentari. Il ministro parlerà martedì alla Camera. Il giorno successivo al Senato. Balla ancora l'audizione in Commissione Antimafia. E anche il Copasir lo vuole sentire sul rischio infiltrazioni mafiose nel tessuto economico nell'Italia piegata dal virus. Da una cosa, poi, è inevitabile passare all'altra. Ognuna di queste occasioni può diventare quindi una trappola. Ogni giorno può accadere qualcosa. Una nuova scarcerazione. O, peggio, un'evasione. Un logoramento che non aiuta il governo.
di Claudio Cerasa
Il Foglio, 9 maggio 2020
Bonafede scaricato in nome dell'ideologia mediatico-giudiziaria sul 41bis. L'aritmetica dice che i boss al 41bis usciti per l'emergenza Covid sono tre, gli altri dei 376 erano in alta sicurezza (è diverso), ma i cronisti che ieri Repubblica ha sguinzagliato per argomentare "la sconfitta di Bonafede" sono cinque, più due editorialisti.
Sette contro tre (quattro mettendoci Bonafede). Oltre ai numeri, pur sempre degni di nota, l'aritmetica dice anche qualcosa di interessante, per quanto non nuovo, sul circo mediatico-giudiziario e soprattutto sullo storico rapporto - diciamo di poco distanziamento sociale - tra gli ideologi dell'antimafia chiodata e il quotidiano che fu di Scalfari, di Bolzoni e di molti altri protagonisti della stagione della guerra alle mafie.
Dopo qualche giorno di incertezza, se stare più dalla parte del dottore Di Matteo o da quella del ministro Bonafede, Rep. ha deciso che tra l'originale e la copia è meglio l'originale, la magistratura chiodata. Anche se, tramontate le star, oggi il massimo della categoria è rappresentato dal dottore Di Matteo.
Il ministro Bonafede, come tutti i grillini, è da sempre un giustizialista manettaro. Arrivato inopinatamente a via Arenula, Bonafede ha tentato di appropriarsi di temi e modi della vecchia antimafia. Ma lui e i grillini alla fine sono scaricabili, in nome del Dna anti-mafioso autentico. Dietro alla campagna in favore di indignazione pubblica sulle scarcerazioni dei boss animata da Largo Fochetti c'è il paradigma ideologico, e conseguente narrazione, della lotta alla mafia sempre tradita dalla "politica", della "trattativa" come perenne archetipo italiano e l'olimpo dei magistrati duri e puri.
È possibile che la nuova proprietà e direzione di Repubblica a tutto questo non siano troppo interessati, ma giocoforza non va reciso uno dei pochi segmenti del Dna del quotidiano ancora attivi. La vecchia guardia e i lettori non capirebbero. Resta però, e il fatto oltrepassa storia e lettori di Repubblica, che dietro all'ideologia dell'intoccabile 41bis - pena essere additati come trattativisti, gogna che oggi tocca pure al davighista Bonafede - c'è una concezione del carcere e delle garanzie giuridiche e civili che spesso fa a pugni con la Costituzione e anche con le sentenze europee. E il dogma, correlato, dell'ergastolo ostativo. L'aritmetica di Repubblica, più che a Bonafede, fa un danno allo stato di diritto.
D
di Associazione "Il Carcere Possibile Onlus"
Il Dubbio, 9 maggio 2020
Le toghe schierate contro i giudici di sorveglianza, loro colleghi, sanno benissimo che noi tutti siamo più forti dei mafiosi proprio grazie ai diritti. Ma ora questi magistrati dell'accusa tentano di rovesciare l'ordinamento penitenziario che impedisce loro di toccare palla. Ecco perché mentono, sapendo di mentire, sulle fantomatiche orde di boss ingiustamente messi in libertà.
Premesso che tutti detestiamo le mafie e che ciascuno di noi le combatte secondo le proprie possibilità e nel proprio ambito, e che non esistono persone anti mafia o pro mafia (ad eccezione dei mafiosi, ovviamente) dobbiamo, purtroppo e ancora una volta, ricordare che anche le guerre più cruente hanno le loro regole, e che la guerra alla mafia, in uno Stato di diritto, si combatte secondo i principii dell'ordinamento giuridico a cui sono soggetti tutti i cittadini.
A quei principi sono soggetti anche i Magistrati come correttamente affermato dai Magistrati di sorveglianza nel comunicato Conams - sottoscritto dalla dottoressa Fiorillo nonché dal consigliere del Csm Dal Moro, che ha stigmatizzato i toni violenti e impropri che hanno caratterizzato le polemiche all'indomani di alcune scarcerazioni di detenuti in regime di cosiddetto carcere duro.
Le indignazioni dell'opinione pubblica, sempre prontamente disorientata nonché nutrita di odio e rabbia da alcune arene televisive, si sono generate dopo le pubbliche esternazioni di alcuni esponenti della Magistratura antimafia che, contrariamente all'opinione pubblica, ben conosce i meccanismi delle procedure ex articolo 147 c.p. che si svolgono innanzi alla magistratura di sorveglianza nonché, con ogni probabilità, i contenuti delle specifiche procedure che hanno determinato le "scandalose" scarcerazioni.
Immaginiamo, infatti, che i Magistrati manifestanti le loro preoccupazioni sapessero come Pasquale Zagaria fosse stato già ritenuto soggetto non socialmente pericoloso dalla Corte di appello di Napoli (infatti bisognerebbe in realtà capire come mai fosse ancora in regime ex art. 41bis o.p.) e che Bonura, che ha ottenuto un differimento dell'esecuzione della pena in regime di detenzione domiciliare umanitaria, aveva in realtà un residuo pena di pochi mesi e condizioni di salute che rendevano impossibile la protrazione della detenzione in carcere.
Immaginiamo, in sostanza, che i magistrati preoccupati sapessero bene che nessuna violazione delle regole giuridiche era stata commessa da parte dei loro Colleghi della sorveglianza e che le scarcerazioni erano state determinate da situazioni eccezionali. Nonostante queste conoscenze che attribuiamo ai magistrati preoccupati, si è ritenuto comunque opportuno provocare allarme sociale urlando attraverso i più disparati media che decine e decine di mafiosi pericolosissimi stavano per lasciare le patrie galere per andare a seminare di nuovo terrore in giro per il Paese. Ovviamente nessun contraddittorio e nessuna spiegazione tecnica ai telespettatori di trasmissioni e telegiornali urlanti.
Al di là dei tecnicismi basterebbe spiegare che lo Stato dimostra la propria forza e autorevolezza quando non abdica al rispetto dei principi fondamentali su cui si fonda e che la Giustizia non è - e non deve essere - vendetta e soprattutto che la legge è uguale per tutti, anche per i peggiori criminali, perché solo così la comunità e la civiltà sono veramente tutelate e solo così si rispettano il preminente diritto alla salute ex articolo 32 Cost. e l'umanità della pena ex art. 27 Cost.
Ci rendiamo conto che parlare di diritto è noioso e non fa audience ma, in realtà, pensiamo che la scelta di non fornire alcuna spiegazione e la manifestazione della preoccupazione con la conseguente indignazione avevano una loro utilità: determinare i presupposti dell'attacco all'odiato ordinamento penitenziario in cui il protagonista, almeno in teoria, è il detenuto e, specificamente, il suo percorso all'interno del sistema dell'esecuzione penale in cui la Procura resta un osservatore di questo percorso "sorvegliato" dalla tanto vituperata Magistratura di Sorveglianza.
Creata la sensazione della necessità e dell'urgenza di intervenire per evitare il "liberi tutti", rischio neanche lontanamente corso, il decretificio ha potuto produrre l'attacco all'ordinamento penitenziario, ultimamente troppo umanizzato dalla Corte Costituzionale, per cui, a colpi di ennesimo decreto (decreto n° 28 del 30 aprile 2020), per affrontare "l'emergenza", sono state apportate modifiche ad alcune norme che, come abbiamo imparato bene, resteranno nel nostro sistema a prescindere dall'emergenza e ben oltre la stessa.
Per alcuni detenuti, quelli condannati per i reati ex art. 51 commi 3 bis e 3 quater c.p.p. nonché per quelli sottoposti al regime del 41bis o.p., sarà possibile avere permessi di necessità, quelli che si concedono in casi di imminente pericolo di vita di un familiare o di un convivente, solo dopo aver atteso il parere della Procura ed anche della DNA che, in tal modo, possono porre una sorta di veto alla Magistratura di sorveglianza che, in caso di decisione favorevole al permesso, deve esporre una motivazione rinforzata.
Analogamente per quel che riguarda la cosiddetta detenzione domiciliare in deroga o "umanitaria", i detenuti condannati per i reati prima indicati nonché quelli sottoposti al regime ex art. 41bis o.p., potranno vedersi concessa tale particolare detenzione solo dopo che rispettivamente la Procura e la Dna abbiano espresso il loro parere circa la pericolosità del recluso che si trova in condizioni di grave infermità fisica (ora anche psichica) e che non può essere più curato in carcere.
Per i detenuti in regime di carcere duro, la Magistratura di sorveglianza non potrà decidere se non dopo che siano decorsi 15 giorni dalla richiesta del parere. Tali modifiche - che introducono la necessità di richiedere i pareri alle Procure - non apportano innovazioni di sorta nel senso che ovviamente i Magistrati di Sorveglianza chiedono normalmente informazioni sulla pericolosità dei detenuti, tuttavia è abbastanza intuitivo che in caso di "imminente pericolo di vita di un familiare" o in caso di impossibilità di protrarre le cure e le terapie in carcere, aspettare rispettivamente 24 ore e 15 giorni può fare la differenza, determinando anche l'inutilità del provvedimento richiesto e, di solito, già lungamente atteso.
Con queste modifiche legislative si è voluto affermare che anche per "questioni umanitarie" non si può e non si deve prescindere dall'autorità dell'Antimafia, si è voluto affermare che nel bilanciamento degli interessi in contrapposizione, la bilancia deve pendere dal lato della Procura: deve essere lei, ora, a "consentire" che la pena non sia contraria al senso di umanità.
Con quest'affermazione ci pare che i principi costituzionali si affievoliscano notevolmente e che si ritenga opportuno che la pena - sempre più - tenda innanzitutto alla punizione, anche alla punizione del congiunto in imminente pericolo di vita che per salutare il figlio, il padre o la madre reclusi deve attendere il rapido benestare della Procura.
di Angela Stella
Il Riformista, 9 maggio 2020
Diritto alla difesa compromesso, ministero ammette che non ha soldi per avvocati d'ufficio. Avevamo ragione quando circa due settimane fa scrivevamo che il diritto alla difesa dei più poveri è gravemente compromesso per mancanza di fondi a favore degli avvocati iscritti nell'elenco dei difensori abilitati al patrocinio a spese dello Stato. A sollevare la questione era stato prima Fabio Massimo Gallo, presidente della Corte di Appello di Roma, e poi da queste pagine l'avvocata Valentina Bevilacqua, componente della Camera Penale di Roma e dell'Osservatorio Patrocinio a Spese dello Stato dell'Ucpi. Di chi siano le responsabilità difficile dirlo. Del ministero dell'Economia che deve erogare i fondi? Di quello della Giustizia che li amministra? Dei giudici e dei funzionari distrettuali? Cerchiamo di capirne di più.
Come è noto il patrocinio a spese dello Stato è destinato a garantire una difesa effettiva ai non abbienti, essendo innanzitutto un istituto di civiltà giuridica, tuttavia è caratterizzato da numerose criticità: nella fase della liquidazione, "i problemi principali sono la discrezionalità attribuita al Giudice nella quantificazione dei compensi professionali, che ha determinato lampanti disomogeneità e liquidazioni al ribasso" ci raccontava Bevilacqua, per non parlare dei ritardi nei pagamenti delle fatture, spesso non evase entro un anno ma sulle quali gli avvocati sono stati costretti a pagare l'Iva su redditi non percepiti.
Avevamo chiesto anche informazioni al ministero della Giustizia per avere maggiori dettagli ed ecco quello che ci hanno risposto dopo qualche giorno tramite un documento redatto dal responsabile della Direzione generale degli Affari interni: "Come già rappresentato più volte in questi anni alla Corte di appello di Roma... i fondi disponibili sul capitolo 1360 risultano ogni anno sempre insufficienti a coprire non solo il fabbisogno di spesa della Corte, ma l'intero fabbisogno nazionale... Pertanto si ribadisce che la criticità descritta relativa alla gestione del capitolo 1360 non costituisce una caratteristica della Corte di appello di Roma, ma coinvolge, in ugual misura, tutti i distretti sul territorio nazionale e non riguarda solo i compensi per gli avvocati, ma tutte le ulteriori spese gravanti sullo stesso capitolo".
Infatti quel capitolo di spesa non è destinato solo al gratuito patrocinio ma anche alla generalità delle spese processuali quali, ad esempio, consulenti, periti, traduttori, custodi, giudici popolari, testimoni, trasferte per il compimento di atti processuali, e molto altro. Dunque il ministero ammette che i fondi mancano e che la Corte di Appello di Roma sta ancora aspettando gli accreditamenti delle somme residue relativi agli anni 2018, 2019, 2020 ma precisa, primo, che "i funzionari delegati presso gli uffici giudiziari sono perfettamente a conoscenza delle tempistiche... le quali per l'anno 2020 non hanno subito alcuna modifica rispetto agli anni precedenti" e che, secondo, "questa direzione aveva invitato i funzionari delegati a fornire le richieste di fabbisogno relative al II quadrimestre 2020 entro la scadenza del 10-4-2020" ma "molti uffici giudiziari non hanno adempiuto a tale termine, costringendo questo ufficio a trasmettere tre note di sollecito".
Guardiamo ora le cifre del dettaglio, sempre secondo quanto ci ha inoltrato il ministero della Giustizia, in merito alla Corte di Appello di Roma: relativamente all'anno 2018 "è stato richiesto nell'anno 2020 un debito residuo di 1.800.000,00 euro che sarà estinto a breve, in quanto si è appena avuta la disponibilità dei fondi". Per il 2019 "è stato richiesto nell'anno 2020 un debito residuo di 6.050.000,00 euro, di cui è stato già erogato un acconto di 2.087.300,00 euro. Si provvederà ad erogare il saldo non appena verranno stanziati i fondi dal competente ministero dell'Economia e delle Finanze".
L'avvocato Giulio Michele Lazzaro, responsabile dell'Osservatorio Patrocinio a Spese dell'Ucpi, osserva che "al fine di rendere effettiva la difesa dei non abbienti e celere la liquidazione del difensore, il Legislatore deve fare la sua parte creando, per esempio, un apposito capitolo di spesa nell'ambito dello stato di previsione del Dicastero competente, all'atto della redazione della legge di stabilità da parte del Governo, in modo da destinare una somma di denaro determinata e sufficiente a coprire le previsioni di spesa, vincolata esclusivamente alla liquidazione dei compensi professionali. Nel contempo il Ministero della Giustizia deve fare la sua parte "tecnica", implementando cioè le piattaforme telematiche esistenti e permettendo il dialogo tra le stesse, oltre all'accesso da remoto dei Funzionari e naturalmente alla formazione del personale alle nuove tecnologie".
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 9 maggio 2020
Per i tribunali si apre una complessa Fase 2 nel tentativo di conciliare attività giudiziaria e sicurezza. Dal 12 maggio gli uffici giudiziari possono infatti attivare, con principi di cautela e gradualità, alcune attività aggiuntive a quelle che, indifferibili e urgenti, erano già consentite nel periodo di sospensione dal 9 marzo all'u maggio.
Per farlo dovranno adottare delle linee guida da concordare con le autorità sanitarie e i Consigli dell'Ordine degli avvocati locali per individuare modalità di prevenzione del contagio aderenti al contesto territoriale di riferimento.
Il che vuol dire che si aprirà un periodo che allo stato potrà durare sino al 31 luglio (ma poi inizieranno le tradizionali ferie estive), nel quale i capi degli uffici giudiziari potranno scegliere tempi e modi della riapertura. Un'amministrazione a" macchia di leopardo" certo, ma in un certo senso inevitabile. Il quadro di riferimento su aspetti cruciali come le modalità di celebrazione delle udienze è però tutt'altro che chiaro.
Con norme prima introdotte e poi cancellate nell'arco di poche ore. Esemplare in questo senso quanto avvenuto sul fronte del processo penale, dove prima, in sede di conversione del decreto cura Italia, è stato inserito un pacchetto di misure per allargare le modalità di svolgimento non solo delle udienze, ma anche di atti di indagine, da remoto, e poi, subito dopo, anche per la feroce ostilità degli avvocati che ne avevano messo in evidenza l'incompatibilità certa con il nostro modello processuale e probabile con diritti costituzionali come quello di difesa, si è preferito, con un nuovo decreto legge, procedere a cancellare quell'allargamento, rendendolo di fatto possibile solo con il consenso delle parti, depotenziando nei fatti nel penale lo svolgimento dell'attività giudiziaria via video.
Nel civile, peraltro, è stata introdotta, con il medesimo decreto legge un'altra disposizione di non facilissima applicazione come la necessità della presenza in ufficio del magistrato con una sorta di ibrido "processo virtuale in presenza", che ha invece incontrato la fortissima perplessità dei magistrati. Il ministero della Giustizia ha fornito, con una densa circolare di pochi giorni fa, un denso pacchetto di indicazioni per affrontare le prossime fasi emergenziali, scandite dai mesi di maggio, giugno e luglio.
Dove si sommano misure logistiche e organizzative. Tra le prime, un'attenta gestione del flusso di persone in ingresso negli uffici, degli spazi lavorativi delle aule dei luoghi di passaggio. Con la forte raccomandazione per la realizzazione di una vera e propria banca dati, per esempio, delle aule e degli ambiti di lavoro (quante sonò e quali sono le aule più adatte a celebrare udienze e contenere un numero ragionevole di persone mantenendo le distanze di sicurezza).
Quanto al personale, da favorire il più possibile la linea favorevole allo smart working, che ha permesso di limitare le presenze effettive in una forchetta tra il 15 e il 25%, come pure forme di orario flessibile, turnazioni, forme di co-working e rotazione dei servizi di cancelleria. Sul processo, la carta su cui insistere, raccomanda il ministero, è quella di un incentivo alla digitalizzazione delle procedure puntando sull'ampliamento delle notifiche penali telematiche, sul deposito degli atti introduttivi online, sul pagamento telematico del contributo obbligatorio, sull'avvio del deposito penale telematico e del processo digitale in Cassazione.
di Fiorenza Elisabetta Aini
gnewsonline.it, 9 maggio 2020
Dal 12 maggio, dal Nord al Sud del Paese, dopo il blocco dovuto all'emergenza sanitaria determinata dal Covid-19, ripartono molte attività e anche quella giudiziaria rimette in moto il motore. Al minimo, ma si ricomincia. Qualche esempio per attraversare a campione i territori.
Ad Aosta, il presidente Tribunale, Eugenio Gramola, e il procuratore capo, Paolo Fortuna, hanno confezionato alcune misure organizzative che dal 12 maggio al 31 luglio, accompagneranno la ripresa graduale delle attività. E dunque, si potrà entrare a palazzo di giustizia solo indossando la mascherina e all'ingresso verrà rilevata la temperatura corporea; per riuscire a rispettare il 'distanziamento socialè l'accesso agli uffici sarà contingentato.
Massimo uso dei collegamenti in video per l'attività giudiziaria, nella fase delle indagini preliminari; la partecipazione degli imputati detenuti, se possibile, verrà garantita con il collegamento da remoto. Sospese per il momento le udienze con la previsione di richiesta di messa alla prova, per il fatto che prevedono colloqui con gli uffici; i procedimenti penali dinanzi al giudice di pace sono rinviati a data successiva al 31 luglio.
A Milano le linee guida adottate dal presidente del Tribunale Roberto Bichi prevedono che dal 12 maggio potranno essere celebrate udienze dibattimentali anche per quei processi che non sono tipicamente ricompresi nella tipologia a "trattazione necessaria" prevista dall'articolo 83 del Dl 18/20, ma "per ragioni di sicurezza sanitaria occorre celebrare le udienze dibattimentali a porte chiuse", come si precisa in una circolare.
Verranno predisposti, ad opera dei presidenti delle sezioni penali, dei calendari che prevedano udienze ridotte, in fasce orarie con inizio differenziato, che possa garantire che la trattazione del processo sia esaurita, prima che si inizi a trattare quello successivo. È previsto che le udienze non terminino oltre le 18.
Anche a Milano ovviamente sarà privilegiata la modalità "videoconferenza" ma se non fosse possibile per carenza di effettivo contraddittorio, per problemi di natura tecnica o per la mancanza di consenso delle parti" sino al 31 luglio le udienze verranno celebrate distanziate nel tempo in modo che si evitino assembramenti o contatti ravvicinati di persone".
Anche Lucca riparte, ovviamente con tutte le cautele imposte dall'emergenza sanitaria. Il presidente del tribunale, Valentino Pezzuto, accogliendo gran parte delle istanze presentate dagli organismi dell'avvocatura, ha stabilito che i processi civili verranno trattati prevalentemente in forma scritta, mentre per quelli che riguardino lavoro e famiglia, sarà consentita la presenza dei legali in aula. Le udienze penali saranno svolte "in presenza", a meno che - come nel caso delle convalide - non sia possibile farle da remoto. Comunque, per tutti i processi vale la regola delle "porte chiuse".
Capillare controllo agli ingressi e guardie giurate per la rilevazione della temperatura al tribunale di Cassino che si appresta alla ripartenza, cercando di offrire la massima sicurezza al personale in servizio, ai magistrati, ad avvocati e utenti. Verranno stilati diari giornalieri che assicurino lo svolgimento del numero concordato di udienze, evitando ogni forma di assembramento.
A Benevento il presidente del consiglio dell'Ordine degli avvocati, Stefania Pavone, quello del tribunale, Marilisa Rinaldi, e il procuratore della Repubblica, Aldo Policastro, hanno approvato delle linee guida per la trattazione delle udienze alla riapertura del 12 maggio, cercando di gestirle in "presenza fisica" o da remoto a seconda dei casi, delle richieste, della urgenza. Tutto ciò che non si potrà celebrare nelle forme indicate, quando il giudice o il presidente del collegio non saranno in grado di assicurare che la trattazione si svolga nel rispetto del principio del contraddittorio e di quello di difesa, si procederà al rinvio a data successiva al 31 luglio. Anche a Benevento si applicheranno le prescrizioni in materia sanitaria che vietano ogni forma di assembramento e dunque verranno previste un numero di udienze per aula adeguato a queste indicazioni e le udienze verranno celebrate a porte chiuse.
Ad Agrigento, infine, in vista della ripresa delle attività, è stato creato un front-office al pian terreno del Tribunale, che si sostituisce quasi interamente alle cancellerie per il deposito delle istanze e la consultazione dei fascicoli, e sono stati drasticamente ridotti i procedimenti da trattare con una rigida organizzazione oraria.
di Marco Belli
gnewsonline.it, 9 maggio 2020
Cinquanta posti su due piani, più altre 7 camere per detenuti addetti al lavoro nel reparto; un medico, due infettivologi, cinque medici di guardia e dieci infermieri che assicurano la copertura sanitaria 24 ore su 24, un operatore socio-sanitario. E poi un ispettore e venti agenti di Polizia Penitenziaria, appositamente formati, dedicati al reparto.
Sono i numeri dell'Hub di San Vittore, reparto attrezzato per la cura del Covid-19 creato dall'Amministrazione Penitenziaria presso l'istituto milanese grazie all'Azienda Socio Sanitaria Territoriale Santi Paolo e Carlo e in collaborazione con la Regione Lombardia. A supporto dell'Hub di San Vittore, è stato inoltre creato un reparto per i casi più leggeri, per gli asintomatici e i convalescenti presso l'istituto di Milano Bollate.
I due reparti sono destinati ad accogliere i detenuti positivi al Covid-19 provenienti dagli istituti penitenziari della Lombardia. L'obiettivo dell'Amministrazione è stato quello di concentrare il rischio infettivo in poche aree particolarmente attrezzate e dotate di apparecchiature che consentono la diagnosi e la cura delle infezioni da Coronavirus di lieve e media gravità. Personale medico e infermieristico, oltre ad operatori di Polizia Penitenziaria specificatamente formati, possono così assistere complessivamente nei due istituti fino a ottanta detenuti positivi.
Sei i guariti fin qui registrati: tre negli ultimi giorni, più un quarto guarito diverso tempo fa e che fu il primo detenuto gestito nel reparto e un altro guarito in ospedale e rientrato in istituto; un sesto detenuto si trova tuttora in ospedale. Ad oggi sono 45 i detenuti positivi al Covid-19 in cura presso i due reparti di San Vittore e Bollate.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 9 maggio 2020
Per i tribunali si apre una complessa Fase 2 nel tentativo di conciliare attività giudiziaria e sicurezza. Dal 12 maggio gli uffici giudiziari possono infatti attivare, con principi di cautela e gradualità, alcune attività aggiuntive a quelle che, indifferibili e urgenti, erano già consentite nel periodo di sospensione dal 9 marzo all'u maggio.
Per farlo dovranno adottare delle linee guida da concordare con le autorità sanitarie e i Consigli dell'Ordine degli avvocati locali per individuare modalità di prevenzione del contagio aderenti al contesto territoriale di riferimento.
Il che vuol dire che si aprirà un periodo che allo stato potrà durare sino al 31 luglio (ma poi inizieranno le tradizionali ferie estive), nel quale i capi degli uffici giudiziari potranno scegliere tempi e modi della riapertura. Un'amministrazione a" macchia di leopardo" certo, ma in un certo senso inevitabile. Il quadro di riferimento su aspetti cruciali come le modalità di celebrazione delle udienze è però tutt'altro che chiaro.
Con norme prima introdotte e poi cancellate nell'arco di poche ore. Esemplare in questo senso quanto avvenuto sul fronte del processo penale, dove prima, in sede di conversione del decreto cura Italia, è stato inserito un pacchetto di misure per allargare le modalità di svolgimento non solo delle udienze, ma anche di atti di indagine, da remoto, e poi, subito dopo, anche per la feroce ostilità degli avvocati che ne avevano messo in evidenza l'incompatibilità certa con il nostro modello processuale e probabile con diritti costituzionali come quello di difesa, si è preferito, con un nuovo decreto legge, procedere a cancellare quell'allargamento, rendendolo di fatto possibile solo con il consenso delle parti, depotenziando nei fatti nel penale lo svolgimento dell'attività giudiziaria via video.
Nel civile, peraltro, è stata introdotta, con il medesimo decreto legge un'altra disposizione di non facilissima applicazione come la necessità della presenza in ufficio del magistrato con una sorta di ibrido "processo virtuale in presenza", che ha invece incontrato la fortissima perplessità dei magistrati. Il ministero della Giustizia ha fornito, con una densa circolare di pochi giorni fa, un denso pacchetto di indicazioni per affrontare le prossime fasi emergenziali, scandite dai mesi di maggio, giugno e luglio.
Dove si sommano misure logistiche e organizzative. Tra le prime, un'attenta gestione del flusso di persone in ingresso negli uffici, degli spazi lavorativi delle aule dei luoghi di passaggio. Con la forte raccomandazione per la realizzazione di una vera e propria banca dati, per esempio, delle aule e degli ambiti di lavoro (quante sonò e quali sono le aule più adatte a celebrare udienze e contenere un numero ragionevole di persone mantenendo le distanze di sicurezza).
Quanto al personale, da favorire il più possibile la linea favorevole allo smart working, che ha permesso di limitare le presenze effettive in una forchetta tra il 15 e il 25%, come pure forme di orario flessibile, turnazioni, forme di co-working e rotazione dei servizi di cancelleria. Sul processo, la carta su cui insistere, raccomanda il ministero, è quella di un incentivo alla digitalizzazione delle procedure puntando sull'ampliamento delle notifiche penali telematiche, sul deposito degli atti introduttivi online, sul pagamento telematico del contributo obbligatorio, sull'avvio del deposito penale telematico e del processo digitale in Cassazione.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 9 maggio 2020
Il Garante del carcere pisano, l'avvocato Alberto Marchesi, spiega: "non è stato progettato per ospitare detenuti di mezza Italia, ma per essere funzionale ai nostri reclusi". "Abbiamo ad esempio il centro clinico, fiore all'occhiello della sanità penitenziaria, del carcere di Pisa. Potevano mandarli lì, invece di scarcerarli".
Mentre ieri è morto l'ennesimo detenuto per Covid 19 al carcere di Bologna (il quarto in totale), tuonano più voci da parte di chi, come Massimo Giletti di "Non è L'Arena, si improvvisa profondo conoscitore del sistema penitenziario.
In effetti il carcere "Don Bosco" di Pisa è stato uno dei primi ad aprire un centro clinico al suo interno, tanto da diventare - soprattutto grazie all'operato dell'allora dirigente medico Francesco Ceraudo - il più importante d'Europa. Ora il centro clinico, così come i pochi altri, viene definito con l'acronimo Sai che sta per Servizio di assistenza intensiva.
Ma può sobbarcarsi i detenuti malati di mezzo Paese? Il Dubbio ha contattato il garante dei detenuti del carcere di Pisa, l'avvocato Alberto Marchesi. "È sicuramente uno dei primi, e più vecchi, centri clinici che sono entrati in funzione nel nostro Paese. Possiamo dire che da mezzo secolo visto che è nato negli anni 70, quello che era all'avanguardia assoluta, oggi dà un servizio sicuramente accettabile e superiore alle altre carceri".
Ma l'avvocato Marchesi ci introduce al tema generale della sanità penitenziaria "che è molto indietro rispetto all'istanza che era stata prefissata dalla riforma del 2008, ovvero che sia allo stesso livello del Servizio sanitario nazionale per i cittadini liberi". Ma quindi la struttura di Pisa è adatta per ospitare chiunque?
"Ora non so che tipo di patologia avessero i detenuti del 41bis che sono andati in detenzione domiciliare - osserva il Garante - ma il nostro centro clinico non può essere adeguato per tutte le patologie, partendo anche dal fatto che da noi non è un luogo di lunga degenza".
Ma non solo. Il Garante sottolinea un aspetto non secondario, ovvero che recentemente è risultato che tre sanitari (un medico e due infermieri) del centro clinico sono stati contagiati dal Covid-19. E fa una ulteriore osservazione che potrebbe mettere, forse, a tacere chi pensa che tutto si risolva indicando il carcere "Don Bosco". "Il centro clinico di Pisa - spiega Marchesi - è composto da una sezione maschile e una femminile, quest'ultima attualmente chiusa per lavori. In tutto può ospitare, com'è giusto che sia, un massimo 23 posti letto per gli uomini e 9 per le donne".
Quindi la struttura sanitaria del carcere di Pisa ospita un totale di 29 posti. Può un solo centro clinico considerato fiore all'occhiello del nostro Paese, ospitare tutti i detenuti malati che necessitano di cure? "Quando fu ideato il centro nel 1971, non era mica programmato per ospitare detenuti di mezza Italia, ma doveva essere funzionale alla struttura che lo ospita", chiosa l'avvocato Marchesi. Una struttura sanitaria che, tra l'altro, può ovviamente assistere specifiche patologie e non fa operazioni chirurgiche a tutto tondo come un tempo.
Ritorniamo al problema principale. Come mai alcuni magistrati hanno concesso il differimento dell'esecuzione della pena, per grave infermità fisica, nel regime della detenzione domiciliare? Semplicemente perché ci sono gravi patologie incompatibili con il regime carcerario e, soprattutto, sono poche le strutture sanitarie penitenziarie per poterli assistere.
C'è un lungo intervento - ospitato dalla rivista on line Giurisprudenza Penale di Fabio Gianfilippi, il magistrato di Sorveglianza di Spoleto e componente del Tribunale di Sorveglianza di Perugia. Tra i vari aspetti Gianfilippi ha ricordato la necessità di svolgere "un significativo investimento nell'approntare all'interno degli istituti penitenziari, o comunque nella loro relativa prossimità, presidi specialistici idonei a gestire in sicurezza e con standard medici adeguati le patologie da cui i detenuti sono affetti"
- Pisa. Mafiosi malati al centro sanitario del carcere? Ma lì ci sono solo 23 posti
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