di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 9 maggio 2020
Il Garante del carcere pisano, l'avvocato Alberto Marchesi, spiega: "non è stato progettato per ospitare detenuti di mezza Italia, ma per essere funzionale ai nostri reclusi". "Abbiamo ad esempio il centro clinico, fiore all'occhiello della sanità penitenziaria, del carcere di Pisa. Potevano mandarli lì, invece di scarcerarli".
Mentre ieri è morto l'ennesimo detenuto per Covid 19 al carcere di Bologna (il quarto in totale), tuonano più voci da parte di chi, come Massimo Giletti di "Non è L'Arena, si improvvisa profondo conoscitore del sistema penitenziario.
In effetti il carcere "Don Bosco" di Pisa è stato uno dei primi ad aprire un centro clinico al suo interno, tanto da diventare - soprattutto grazie all'operato dell'allora dirigente medico Francesco Ceraudo - il più importante d'Europa. Ora il centro clinico, così come i pochi altri, viene definito con l'acronimo Sai che sta per Servizio di assistenza intensiva.
Ma può sobbarcarsi i detenuti malati di mezzo Paese? Il Dubbio ha contattato il garante dei detenuti del carcere di Pisa, l'avvocato Alberto Marchesi. "È sicuramente uno dei primi, e più vecchi, centri clinici che sono entrati in funzione nel nostro Paese. Possiamo dire che da mezzo secolo visto che è nato negli anni 70, quello che era all'avanguardia assoluta, oggi dà un servizio sicuramente accettabile e superiore alle altre carceri".
Ma l'avvocato Marchesi ci introduce al tema generale della sanità penitenziaria "che è molto indietro rispetto all'istanza che era stata prefissata dalla riforma del 2008, ovvero che sia allo stesso livello del Servizio sanitario nazionale per i cittadini liberi". Ma quindi la struttura di Pisa è adatta per ospitare chiunque?
"Ora non so che tipo di patologia avessero i detenuti del 41bis che sono andati in detenzione domiciliare - osserva il Garante - ma il nostro centro clinico non può essere adeguato per tutte le patologie, partendo anche dal fatto che da noi non è un luogo di lunga degenza".
Ma non solo. Il Garante sottolinea un aspetto non secondario, ovvero che recentemente è risultato che tre sanitari (un medico e due infermieri) del centro clinico sono stati contagiati dal Covid-19. E fa una ulteriore osservazione che potrebbe mettere, forse, a tacere chi pensa che tutto si risolva indicando il carcere "Don Bosco". "Il centro clinico di Pisa - spiega Marchesi - è composto da una sezione maschile e una femminile, quest'ultima attualmente chiusa per lavori. In tutto può ospitare, com'è giusto che sia, un massimo 23 posti letto per gli uomini e 9 per le donne".
Quindi la struttura sanitaria del carcere di Pisa ospita un totale di 29 posti. Può un solo centro clinico considerato fiore all'occhiello del nostro Paese, ospitare tutti i detenuti malati che necessitano di cure? "Quando fu ideato il centro nel 1971, non era mica programmato per ospitare detenuti di mezza Italia, ma doveva essere funzionale alla struttura che lo ospita", chiosa l'avvocato Marchesi. Una struttura sanitaria che, tra l'altro, può ovviamente assistere specifiche patologie e non fa operazioni chirurgiche a tutto tondo come un tempo.
Ritorniamo al problema principale. Come mai alcuni magistrati hanno concesso il differimento dell'esecuzione della pena, per grave infermità fisica, nel regime della detenzione domiciliare? Semplicemente perché ci sono gravi patologie incompatibili con il regime carcerario e, soprattutto, sono poche le strutture sanitarie penitenziarie per poterli assistere.
C'è un lungo intervento - ospitato dalla rivista on line Giurisprudenza Penale di Fabio Gianfilippi, il magistrato di Sorveglianza di Spoleto e componente del Tribunale di Sorveglianza di Perugia. Tra i vari aspetti Gianfilippi ha ricordato la necessità di svolgere "un significativo investimento nell'approntare all'interno degli istituti penitenziari, o comunque nella loro relativa prossimità, presidi specialistici idonei a gestire in sicurezza e con standard medici adeguati le patologie da cui i detenuti sono affetti"
di Riccardo Lo Verso
livesicilia.it, 9 maggio 2020
Intervista all'ex giudice istruttore Giuseppe Di Lello. Scontro Di Matteo-Bonafede: "Uno dei due deve dimettersi". "Le scarcerazioni sono state fatte in base a leggi esistenti, altrimenti sarebbe concorso in evasione", dice Giuseppe Di Lello, uno dei quattro giudici istruttori dell'originario pool antimafia di Palermo con Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Leonardo Guarnotta. E poi un lungo impegno politico per Rifondazione Comunista.
Dunque nessuno scandalo, nessun allarme?
"Secondo me c'è un allarme giustificato dallo scandalismo. Quanti sono i boss detenuti 41bis che sono stati scarcerati? Dalle cronache risultato tre. Non c'è alcuna scarcerazione di massa".
I detenuti che hanno lasciato il carcere nell'ultimo mese e mezzo per ragioni di salute e per il rischio Cornonavirus sono stati in totale 376, molti in regime di alta sorveglianza
"C'è stato un alleggerimento della situazione carceraria che ci sarebbe dovuto essere comunque e che è stato accelerato dall'emergenza sanitaria".
Sono piovute critiche sui magistrati di sorveglianza che hanno detto sì al differimento della pena mandando i detenuti ai domiciliari o in strutture per curarsi. Mi pare di capire che le consideri inopportune
"Sono giudici e sono liberi. Devono essere messi nelle condizioni di giudicare senza pressioni. Servirebbe altro per risolvere i problemi".
Cosa?
"È inutile che parliamo di riforma della giustizia, anzi è proprio inutile sperarlo. Ogni volta che si parla di depenalizzare i reati questi al contrario crescono. E non serve neanche costruire nuove carceri. Una legge non scritta dice che più ce ne sono e più si riempiono".
Non resta che rassegnarsi?
"No, serve una riforma carceraria che guardi davvero all'efficienza. Penso alla costruzione di centri clinici ospedalieri dove curare i detenuti partendo dal presupposto che ognuno ha il diritto di essere curato e di morire a casa propria".
Ma l'Italia è anche il paese dove Bernardo Provenzano e Totò Riina sono rimasti detenuti fino all'ultimo respiro
"Forse è difficile scrollarsi di dosso questi precedenti. Alcuni mafiosi sono decrepiti e incapaci di riorganizzare e addirittura di muoversi. Lasciare in carcere persone in queste condizioni non dico che sarebbe un delitto, ma di sicuro è inumano. Si torna alla barbarie".
Come spesso accade quando infuria la polemica su certi temi spunta qualcuno che dice "Falcone e Borsellino non l'avrebbero fatto". Sanno esattamente come si sarebbero comportati.
"Non bisogna fare parlare i morti. Nelle circostanze attuali non so cosa avrebbero detto".
Posso chiederle cosa ne pensa dello scontro fra il ministro Alfonso Bonafede e il magistrato Antonino Di Matteo?
"Se è vero quello che dice Di Matteo Bonafede dovrebbe dimettersi. Se non è vero dovrebbe dimettersi Di Matteo perché la sua accusa è gravissima e circostanziata. Un ministro che si piega al diktat dei mafiosi sembra una riedizione scorretta della Trattativa. Stavolta sono i giustizialisti dei 5 Stelle che si sarebbero piegati. Non so chi ha ragione fra i due e non prendo posizione. Per me la parola dell'uno vale quanto quella dell'altro".
di Susanna Picone
fanpage.it, 9 maggio 2020
Sono 17 i detenuti del carcere di Marassi a Genova risultati positivi al Covid dopo i test sierologici: tutti asintomatici, sono stati isolati dal resto della popolazione carceraria e sono in attesa del tampone. Positivi anche 13 dipendenti, che come i detenuti sono in attesa del tampone per capire se attualmente contagiosi.
Diciassette detenuti del carcere di Marassi a Genova sono risultati positivi al Covid-19 dopo i test sierologici effettuati da Alisa. Si attende ora il tampone per capire se queste persone siano attualmente contagiose. I diciassette detenuti di Genova - a quanto si apprende tutti sono asintomatici - per il momento sono stati isolati dal resto della popolazione carceraria. I test sierologici sono stati fatti fino a oggi a 371 persone su 690: su base volontaria, alcuni non si sono voluti sottoporre al controllo. Tra il personale del penitenziario sono risultati 13 i positivi e anche loro sono in attesa di tampone, su 471. I dipendenti non si stanno recando al lavoro. Per quanto riguarda il personale che deve avere contatti con i detenuti risultati positivi al test e ora in isolamento hanno tutti i Dpi a disposizione, dai guanti alle mascherine.
"Dopo i primi test sierologici finanziati dalla Regione Liguria tramite Alisa, fatti nel carcere di Marassi sui detenuti, sono stati isolati più di dieci detenuti, risultati positivi ai test sierologici. E ancora manca la metà della popolazione detenuta da sottoporre a test - così il segretario regionale dell'Uilpa Fabio Pagani -. Non è possibile - ha aggiunto - che oltre a essere assenti posti, camere per isolare i detenuti positivi, gli stessi vengono inviati a fare i colloqui tramite postazioni Skype e Whatsapp con il rischio di diffondere il virus in carcere.
Questi detenuti che attendono il tampone debbono restare in isolamento, altrimenti sarà contagio di massa. Rivolgiamo un appello al nuovo capo del Dap Petralia - ha detto ancora il sindacalista - affinché tiri fuori dalla secca la nave arenata. Non serve solo un buon comandante e un buon equipaggio, ma un vero e proprio cambiamento di rotta".
di Andreina Baccaro
Corriere di Bologna, 9 maggio 2020
Si è spento nella notte di giovedì nel reparto Covid del Sant'Orsola Giovanni Marzoli, 67enne detenuto nel carcere della Dozza. È il secondo decesso per coronavirus tra le mura del penitenziario bolognese. Marzoli combatteva con il virus da più di un mese: affetto da patologie pregresse, era stato ricoverato una prima volta il 31 marzo, un mese e mezzo dopo il suo arresto, poi dimesso l'11 aprile ma nuovamente ricoverato il 18.
Sembra che in una prima fase il tampone fosse risultato negativo, anche se aveva già sintomi riconducibili alla malattia da Covid-19. Era stato comunque sempre trattato sia in ambiente sanitario che carcerario come paziente Covid. L'accusa contro di lui, inizialmente maltrattamenti in famiglia e lesioni personali, era stata modificata in omicidio il 18 febbraio, quando la madre 86enne, che in un primo momento non sembrava grave, si è spenta in ospedale più di 24 ore dopo essere stata aggredita dal figlio, con un passato burrascoso fatto di dipendenze.
L'avvocato Rosaria Bergonzoni, che lo difendeva, aveva da qualche giorno presentato un'istanza di scarcerazione perché i risultati dell'autopsia, depositata il 27 aprile, hanno stabilito che a causare la morte della madre non sarebbero state le coltellate ma un'embolia. Il pm ha chiesto nuovi approfondimenti, oltre alla perizia psichiatrica sul 67enne. Ma non c'è stato il tempo per fare nulla.
Il 67enne era detenuto nel reparto giudiziario, in custodia cautelare come Vincenzo Sucato, il boss siciliano 76enne in attesa di giudizio deceduto ad aprile per le complicanze legate al Covid, contratto proprio tra le mura del carcere.
Attualmente sono 13 i detenuti positivi alla Dozza. Secondo i sindacati, che da mesi denunciano la carenza dei dispositivi di protezione e il sovraffollamento pericoloso per il rischio contagio, la situazione sta migliorando e sono stati adottati i protocolli necessari. Anche se "chiediamo - scrive il Sappe - che si facciano più esami sierologici e tamponi".
Solo ieri sono arrivati gli operatori sanitari che sottoporranno obbligatoriamente, 24 ore su 24, il personale che entra in servizio alla misurazione della temperatura nella tenda pretriage montata all'esterno. Mentre continuano a scarseggiare le mascherine per i detenuti.
"In un momento nel quale per la società esterna è iniziato il graduale ritorno alla normalità - scrive in una nota il garante dei detenuti Antonio Ianniello - bisogna continuare a maneggiare con enorme cura il tema dell'emergenza sanitaria all'interno dei penitenziari, non precludendo nel frattempo possibilità di graduali e ponderate riaperture alla società esterna".
Il garante poi difende la decisione del Dap di scarcerare i detenuti con patologie gravi e parla di "strumentalizzazioni" riferite alle polemiche che hanno accompagnato la scarcerazione di alcuni boss. "Sono necessari buon senso e tutela della dignità umana e del diritto alla salute".
bolognatoday.it, 9 maggio 2020
A livello nazionale ci sono ancora circa 6.000 presenze in più rispetto ai posti effettivamente disponibili; a livello locale sono circa 200 quelle oltre la capienza regolamentare. Il garante dei detenuti del Comune di Bologna, Antonio Ianniello, dopo la notizia della morte di un altro detenuto della Dozza, il secondo, ricoverato fuori dal penitenziario, torna sulla questione cruciale delle carceri: il sovraffollamento.
"In un momento nel quale per la società esterna è iniziato, con la fase 2, il graduale ritorno alla normalità bisogna continuare a maneggiare con enorme cura il tema dell'emergenza sanitaria all'interno degli istituti penitenziari - scrive il garante in una nota - naturalmente non precludendo nel frattempo possibilità di graduali e ponderate riaperture alla società esterna, in quanto la condizione strutturale dei luoghi di detenzione resta sempre quella per la quale è in essi accentuata, proprio per l'impossibilità strutturale di instaurare quel distanziamento fisico necessario in ragione del sovraffollamento, la vulnerabilità al contagio".
"Dal momento in cui la situazione sanitaria è diventata più critica nel contesto penitenziario c'è stato un non banale alleggerimento dei numeri delle presenze in carcere, dovuto a vari fattori, ma si è ancora lontani dal rispetto delle capienze regolamentari che potrebbe agevolare (e che avrebbe potuto agevolare) una maggiore efficacia degli interventi di contenimento della diffusione del contagio all'interno (a livello nazionale, ci sono ancora circa 6000 presenze in più rispetto ai posti effettivamente disponibili; a livello locale, ci sono circa 200 presenze oltre la capienza regolamentare)".
"La tragica notizia di questo secondo decesso - prosegue - interviene in un momento nel quale presso il locale istituto penitenziario sono stati adottati ulteriori interventi orientati a circoscrivere la diffusione del contagio nella comunità penitenziaria anche attraverso la sottoscrizione, nel recente periodo, di un protocollo operativo condiviso, fra l'Azienda Usl di Bologna e Direzione del carcere, per la gestione e prevenzione del contagio: sono stati individuati ulteriori spazi detentivi da destinare all'isolamento sanitario, anche ora prevedendo opportunamente più netti percorsi differenziati per la gestione dei soggetti portatori di infezioni da Covid-19 e per le altre tipologie di situazioni che possono essere ricondotte all'emergenza sanitaria".
"Permanendo, dunque, lo stato di emergenza sanitaria, risultano ancora oggi attuali il buon senso e l'attenzione alla tutela della dignità umana e del diritto alla salute che avevano portato la Direzione Generale Detenuti e Trattamento del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria a diramare il 23 marzo scorso una nota - ampiamente strumentalizzata da più parti nel recentissimo periodo - con la quale veniva disposto che le Direzioni degli istituti penitenziari procedessero con solerzia a comunicare alle Autorità Giudiziarie competenti, per le eventuali determinazioni di competenza, le posizioni di persone detenute in condizioni anagrafiche e di salute alle quali fosse possibile collegare un elevato rischio di complicanze nel caso di contagio da Covid-19".
di Serena De Salvador
Il Gazzettino, 9 maggio 2020
Il direttore Mazzeo: "i tamponi hanno dato tutti esito negativo sia sui detenuti e sia sul personale". Il carcere di Due Palazzi è Covid-free. A rendere noto che tutti i tamponi eseguiti nel penitenziario hanno dato esito negativo è il direttore Claudio Mazzeo che a fronte del soddisfacente risultato tiene a ringraziare quanti lo hanno reso possibile.
L'ultimo report rilasciato dal Provveditorato regionale per il Triveneto lo aveva anticipato, ora arriva la conferma: "I tamponi eseguiti da medici e infermieri hanno dato riscontro negativo sia sui detenuti che sul personale e sui dipendenti delle cooperative" spiega Mazzeo. In pochi giorni sono stati effettuati un migliaio di controlli dopo la sospetta positività di un carcerato finito all'ospedale. Circa due mesi fa due agenti della polizia penitenziaria erano a loro volta risultati contagiati, ma da allora al Due Palazzi la lotta al Coronavirus sembra vinta.
"É il risultato dell'impegno di tutti gli operatori e in particolare degli agenti della polizia penitenziaria, che anche nei momenti difficili hanno dimostrato grande professionalità. Voglio ringraziarli tutti, a partire dal comandante e dal suo vice prosegue il direttore senza dimenticare il senso di responsabilità dimostrato dai detenuti e dai loro rappresentanti".
Mazzeo vuole ringraziare anche tutte le realtà e istituzioni che hanno supportato il penitenziario: "Oltre al personale sanitario dobbiamo citare la magistratura di sorveglianza, la Croce rossa che ci ha fornito la tenda esterna per il triage e la Protezione civile. Non dimentichiamo poi le associazioni di volontariato, a partire dalla Ocv, che in buona parte hanno sospeso le attività ma ci hanno sempre supportato". Una di queste, la cooperativa Giotto, ha recentemente convertito parte della sua produzione dolciaria nella realizzazione di mascherine chirurgiche.
Il grosso delle forniture a lungo richieste dagli agenti e dai loro rappresentanti sindacali sono però arrivate dal Comune, dalla Provincia e dai Rotary Club di Padova che ne hanno inviate in via Due Palazzi un ingente quantitativo che si somma a quelle recentemente adottate dal Prap. "Voglio ringraziare anche il cappellano don Marco, presenza costante e in prima linea conclude Mazzeo -. Ottenere un risultato eccellente è possibile, difendere la salute è un dovere".
di Carlo Baroni
Corriere della Sera, 9 maggio 2020
La sartoria "Borseggi", che vede protagonisti i detenuti del carcere milanese, ha riconvertito la sua produzione. Mascherine per detenuti ed agenti. Fabbricate nella sartoria sociale maschile del carcere di Opera. L'emergenza in questo luogo di sofferenza è ancora più acuta. Così come la voglia di solidarietà. I detenuti - per i quali il distanziamento sociale è, semplicemente, impossibile - sono tra i più esposti al contagio. I detenuti sono preoccupati per la loro salute, sono lontani dai loro affetti e non hanno contatti con le famiglie: e lo sono altrettanto gli agenti.
La litania delle lamentele a Opera è stata però cancellata da un gesto che è anche un simbolo di rinascita. Una storia che ha un brand dal nome che dice molto, "Borseggi", una storia di artigianato e di possibile reinserimento sociale, nata sei anni fa. E rientra nel progetto sotto l'etichetta "Cose belle fatte in carcere".
I detenuti-sarti hanno riconvertito la produzione, quando a marzo, è esplosa la pandemia. Dai loro laboratori dove prima uscivano borse, abiti, cuscini e grembiuli, adesso si producono anche mascherine per proteggersi e proteggere dal virus gli oltre mille detenuti e centinaia di agenti.
Un progetto che ha avuto subito il via libera del direttore del carcere Silvio Di Gregorio. La sartoria "Borseggi" è nata da un'idea della cooperativa sociale "Opera in fiore" che dal 2004 promuove l'inserimento lavorativo di persone svantaggiate. Dà un'opportunità a dei giovani che devono restare molti anni in carcere. "Sono giovani che scontando la loro pena mettono cuore e cervello nel lavoro" racconta Elisabetta Ponzone, socia della cooperativa. "Hanno capito che il momento critico richiedeva la loro collaborazione, si sono messi autonomamente all'opera, con il supporto prezioso degli agenti di Polizia penitenziaria, veri e propri lavoratori di trincea che partecipano e collaborano con grande spirito di dedizione, perché i sarti possano continuare a lavorare e gli arrivino i tessuti per continuare a confezionare mascherine".
Il Tirreno, 9 maggio 2020
Tutti negativi i risultati dei test sierologici eseguiti sul personale di polizia penitenziaria e civile, nonché sulla popolazione detenuta nella casa di reclusione di Porto Azzurro "Pasquale De Santis". Gli accertamenti, a tappeto su tutti i presenti nell'istituto penitenziario, sono stati effettuati in base all'accordo intercorso tra il presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi, e il provveditore regionale dell'amministrazione penitenziaria della Toscana e Umbria, Gianfranco De Gesu.
Il direttore della casa di reclusione, Francesco D'Anselmo, ha espresso il proprio sentito ringraziamento allo staff medico e infermieristico dell'azienda Usl Toscana nord ovest, coordinato dal responsabile Umberto Cignoni, "per la professionalità e la celerità dimostrate. Ringraziamento che ha inteso estendere anche al comandante del reparto di polizia penitenziaria Giuliana Perrini, "per la puntuale organizzazione".
Tutti negativi anche i test sierologici che l'Asl Toscana Nord Ovest ha effettuato ai volontari delle pubbliche assistenze dell'isola d'Elba. "Solo un volontario ha bisogno di accertamenti più profondi perché, proveniente da Firenze, anche se fa volontariato solo nel periodo estivo e non sta frequentando ora l'associazione", ha spiegato il presidente della Croce Verde e coordinatore di Anpas per l'Elba, Paolo Magagnini.
"I volontari che hanno eseguito il test sono 248 e fanno parte di tutte le pubbliche assistenze elbane che giornalmente fanno servizio sulle ambulanze e sui mezzi sociali - racconta Magagnini - hanno eseguito il test anche i volontari che fanno servizio di protezione civile e antincendio boschivo che si prestano giornalmente per i servizi di spesa a domicilio e recapito farmaci".
"I nostri volontari - continua Paolo Magagnini, coordinatore delle pubbliche assistenze elbane - possono continuare così a prestare la propria opera in sicurezza per loro e per coloro che aiutano giornalmente. Come coordinatore mi sento in dovere di ringraziarli tutti per il servizio che fanno giornalmente e per l'impegno che ci mettono".
cagliaripad.it, 9 maggio 2020
È iniziata anche nella Casa Circondariale di Cagliari-Uta la verifica sulle condizioni di salute dei cittadini privati della libertà. Circa 230 test sierologici sono stati eseguiti su le donne e gli uomini detenuti per verificare se qualcuno di loro è venuto in contatto con il coronavirus. Il progetto, avviato lunedì proseguirà per tutta la settimana e presumibilmente si concluderà martedì prossimo per l'elevato numero di persone interessate.
Lo rende noto Maria Grazia Caligaris, ex consigliera regionale esponente dell'associazione "Socialismo Diritti Riforme" esprimendo soddisfazione per l'iniziativa. "Servirà - ha detto - per tranquillizzare non solo i detenuti e i loro familiari, ma anche gli operatori della struttura detentiva che in questi ultimi due mesi sono stati sottoposti a un forte stress dovendo ottemperare alle diverse esigenze lavorative e personali".
"Il programma di screening - ha affermato Luciano Fei, responsabile dal mese di aprile dell'area sanitaria della Casa Circondariale - è stato fortemente voluto dal Commissario straordinario dell'ATS, Giorgio Carlo Steri per individuare e ricercare gli eventuali anticorpi anticovid19 nelle persone. Il test, che consiste in un prelievo di sangue pungendo un dito, è stato fatto innanzitutto al personale sanitario. Pur essendo rapido, offre importanti informazioni.
Qualora dovesse riscontrarsi un esito positivo, si procederà invece con il vero e proprio tampone nasofaringeo. In questo caso la persona dovrà restare in isolamento finché non sarà chiarita l'eventuale positività al virus. La struttura sta operando con tutte le precauzioni del caso. Ciascun detenuto dispone delle protezioni individuali come del resto i Sanitari impegnati nello screening. L'auspicio - ha concluso Fei - è che si concluda senza elementi negativi, ma anche in quel malaugurato caso l'organizzazione è in grado di garantire in totale sicurezza la soluzione. Il test rapido verrà poi esteso anche agli Agenti della Polizia Penitenziaria".
"L'iniziativa dell'ATS - ha sottolineato Marco Porcu, direttore della Casa Circondariale "Ettore Scalas" - è stata accolta positivamente dall'Istituto che finora non ha riscontrato nessun caso di Covid19. La decisione di chiudere gli accessi e di garantire i colloqui con i familiari attraverso le videochiamate è risultato finora la migliore strategia. Adesso aspettiamo le decisioni del Governo e del Ministero della Giustizia sulla riapertura dei colloqui. Riteniamo però che ciò possa avvenire solo quando le condizioni saranno davvero sicure.
Le strutture detentive sono luoghi particolarmente sensibili dove non è possibile garantire il distanziamento sociale. Occorre quindi - ha concluso Porcu - andare molto cauti. Non dobbiamo avere fretta, aspettiamo fiduciosi le decisioni del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria". "Le Volontarie di Sdr - ha evidenziato la Presidente Elisa Montanari - sperano di poter riprendere al più presto i colloqui con le persone private della libertà e le diverse attività di solidarietà".
di Valerio Onida*
Il Fatto Quotidiano, 9 maggio 2020
Durante l'emergenza la sua tutela viene prima di tutto, ma la Corte può intervenire in caso di misure sproporzionate. Le limitazioni ai diritti devono comunque rispondere all'esigenza di tutelare altrui diritti o interessi della collettività. Ma quali interessi?
Talvolta sono le stesse norme costituzionali sui diritti a specificare gli interessi che possono giustificare limiti o ulteriori limiti a essi. Così la libertà di circolazione (che nell'attuale emergenza è stata ed è pesantemente limitata) conosce "le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza" (articolo 16 della Costituzione); le riunioni in luoghi pubblici possono essere vietate "soltanto per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica" (articolo 18); la libertà di culto è garantita "purché non si tratti dirai contrari al buon costume" (articolo 19).
Sono vietate le pubblicazioni a stampa e tutte le manifestazioni "contrarie al buon costume" (articolo 21). Più comprensivamente, la libertà di iniziativa economica "non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana" (articolo 41); il diritto di proprietà conosce i limiti dettati "allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti" (articolo 42).
Tra gli interessi collettivi che possono essere perseguiti anche attraverso limitazioni ad altri diritti c'è proprio la salute, che è tutelata "come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività", garantendo anche "cure gratuite agli indigenti" (articolo 32 della Costituzione). L'interesse della collettività può arrivare anche a imporre obblighi di comportamento (ad esempio portare il casco in moto o allacciare le cinture di sicurezza in automobile), e a limitare il diritto dei singoli a rifiutare trattamenti sanitari (come nel caso delle vaccinazioni obbligatorie), salvi sempre "i limiti imposti dal rispetto della persona umana" (sempre articolo 32).
La tutela del diritto alla salute di tutti e della salute come interesse della collettività, in grado di giustificare anche la compressione di altri diritti - come avviene nell'attuale emergenza -, ha dunque un preciso fondamento costituzionale
Tocca alla legge, e se del caso e nei limiti consentiti ai provvedimenti di urgenza adottati secondo la legge, individuare e attuare in concreto quelle limitazioni ai diritti di libertà che sono necessarie per la tutela degli interessi preminenti, nonché disciplinare gli interventi necessari per tutelare il diritto alla salute di tutti, in condizioni di eguaglianza. In tema di diritti e di limiti agli stessi, si parla spesso della necessità di operare giusti "bilanciamenti" fra diritti degli uni e diritti degli altri, e con gli interessi collettivi preminenti.
È compito del legislatore stabilire nei diversi casi - e senza oltrepassare i limiti specificamente previsti dalla Costituzione - quale sia il bilanciamento "giusto". Nella giurisprudenza delle Corti costituzionali, e così anche della nostra, è abituale il ricorso al criterio del bilanciamento per valutare se una legge abbia operato una scelta corretta, rientrante nei margini della discrezionalità politica di cui gode il legislatore, o se invece siano stati varcati questi margini, sacrificando diritti in contrasto con i criteri di ragionevolezza e proporzionalità, nel qual caso la legge può e deve essere giudicata incostituzionale ed essere annullata.
In queste occasioni la Corte non si sostituisce alla "ragione" del legislatore con una propria "ragione", ma controlla che il legislatore non abbia varcato i limiti costituzionali, adottando quindi una soluzione manifestamente irragionevole e sacrificando del tutto o in maniera eccessiva certi diritti. In generale, le limitazioni ai diritti, pur previste dalla legge, devono rispondere a criteri di eguaglianza e di non discriminazione, e a criteri di proporzionalità e ragionevolezza, mentre non possono essere introdotte o fatte valere in modo arbitrario.
*Testo tratto da "Costituzione e Coronavirus. La democrazia nel tempo" dell'emergenza, di Valerio Onida, professore emerito di Diritto costituzionale (edizioni Piemme).
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