di Eleonora Martini
Il Manifesto, 8 maggio 2020
Carcere e antimafia. Il M5S fa quadrato, il ministro si corregge sul decreto legge per i boss scarcerati: "Non c'è governo che possa influenzare i giudici". Il tiro al piccione entra nel vivo e il centrodestra ritrova la verve pre-Covid, la poltrona del Guardasigilli traballa ma il Movimento 5 Stelle tira fuori l'artiglieria nel tentativo di salvare il suo ministro. L'"antimafia" finisce sullo sfondo. Nel giorno in cui il responsabile della Giustizia Alfonso Bonafede durante il question time al Senato si difende dalle accuse del consigliere del Csm Nino Di Matteo e risponde sulle "scarcerazioni" dei boss mafiosi delle ultime settimane, ripetendo sostanzialmente quanto già affermato il giorno prima a Montecitorio salvo qualche correzione di tiro, Forza Italia Lega e FdI si ritrovano uniti su una mozione di sfiducia allo stesso Guardasigilli, depositata al Senato, che potrebbe essere messa ai voti già mercoledì 13 maggio, quando Bonafede si recherà in Parlamento per una informativa sulle carceri. Salvini spera di poter convincere Italia viva (che ieri nell'incontro con Conte ha messo sul tavolo della trattativa anche il nodo Giustizia). Mentre, nella speranza di poter aprire un varco pure nel sottopancia irrequieta del M5S, Giorgia Meloni lancia una petizione on line per le dimissioni del ministro.
La mozione di sfiducia ricostruisce lo scontro Bonafede-Di Matteo, soffermandosi su alcuni particolari come quello dei due ruoli - capo del Dap e direttore generale degli Affari penali - offerti in alternativa all'ex pm palermitano due anni fa. "Il ministro - si afferma - non può, per legge, disporre direttamente di questo secondo ruolo, essendo non solo già occupato al momento della proposta a Di Matteo, ma anche un incarico contrattuale soggetto a concorso obbligatorio".
Ma soprattutto, il centrodestra cerca di inculcare il dubbio, già evocato da Di Matteo, che Bonafede abbia agito senza contrastare gli interessi delle mafie o addirittura cedendo ai ricatti della "regia occulta" che - scrivono - manovrava le rivolte dei detenuti di inizio marzo "finalizzate ad alimentare la discussione su indulti, amnistie e provvedimenti che avrebbero potuto alleggerire il carcere anche per gli uomini della criminalità organizzata".
E a questo proposito spunta fuori il fitto carteggio intercorso nelle ultime settimane, prima del j'accuse televisivo di Di Matteo, tra il presidente della Commissione nazionale antimafia Nicola Morra e l'allora capo del Dap Basentini (ieri ufficialmente sostituito dal consigliere Csm Dino Petralia) riguardo la scarcerazione dei 376 detenuti trasferiti ai domiciliari per l'emergenza Covid e il sovraffollamento. Tra loro, si noti bene, solo tre boss al 41bis, di cui uno, Michele Zagaria, ha ottenuto per i prossimi 5 mesi di potersi curare un carcinoma all'ospedale di Brescia. Morra, nelle mail inviate al Dap, lamenta le inadempienze di Basentini nel trasmettere le informazioni richieste.
Ieri però la nuova macchina del Dap si è messa al lavoro e al servizio di Bonafede: il neo vicecapo Roberto Tartaglia ha inviato al ministro una relazione contenente la profilazione di 456 detenuti accusati di associazione mafiosa, ristretti nei reparti di alta sicurezza, che hanno presentato istanza di scarcerazione per il Covid.
Di questi, "225 sono detenuti definitivi" e "231 sono detenuti in attesa di primo giudizio, imputati, appellanti e ricorrenti (dunque innocenti fino a prova contraria, ndr)". Su questa relazione il Guardasigilli baserà parte della sua informativa al parlamento di mercoledì prossimo, quando si attende dal centrodestra un nuovo allarme "liberi tutti". Intanto Bonafede - attorno al quale ieri si è alzato il cordone sanitario dei 5 Stelle, con un lungo post del capo politico Vito Crimi e un'arringa calorosa sul blog di movimento - si è difeso anche in Senato dove ha ricordato che le norme del Cura Italia escludono l'accesso ai domiciliari per i mafiosi.
"È totalmente infondato", ha detto, ogni collegamento tra i fatti di cui parla Di Matteo e le scarcerazioni dei boss, "frutto di decisioni di magistrati che hanno applicato leggi previgenti che nessuno aveva mai modificato fino al decreto legge approvato la scorsa settimana da questo governo".
E, pur confermando di avere "in cantiere" un decreto legge "che permetterà al magistrato di sorveglianza la rivalutazione delle misure già concesse" prima della fase 2, il ministro si corregge in parte: "Non c'è alcun governo che possa imporre o anche influenzare la decisione dei giudici. La Costituzione non lascia spazio all'ipotesi in cui la circolare di un direttore generale, di un dipartimento, di un ministero possa dettare la decisione ad un magistrato. Questo è l'abc della Costituzione. Le scarcerazioni sono decisioni giurisdizionali, di natura discrezionale, impugnabili secondo la relativa disciplina".
di Stefano Folli
La Repubblica, 8 maggio 2020
Non deve stupire se alla fine Renzi e il manipolo di Italia Viva non voteranno la sfiducia al ministro Bonafede. È un documento del centrodestra e il senatore di Scandicci non è tipo da andare dietro a Salvini oltre un certo limite.
Qualche incontro, molte parole, nessun impegno concreto, un rimbalzo mediatico sui "due Matteo" uniti nel logorare il governo Conte...tutto questo fa parte del gioco di palazzo che riprende quota man mano che il Covid s'indebolisce e si apre la voragine dell'economia. Ma votare insieme all'opposizione, nel momento in cui almeno su questo punto (forse solo su questo) Berlusconi, Giorgia Meloni e il capo leghista si ritrovano compatti, non fa parte del repertorio renziano.
D'altra parte, nessuno può credere che il caso Bonafede sia risolto e che l'esecutivo ne esca rinfrancato. Al contrario, la vicenda dei malavitosi mandati ai domiciliari si arricchisce di nuovi particolari, nessuno incoraggiante, e la matassa si aggroviglia. Chi ha gestito fin qui la vicenda, sia sul piano tecnico sia nei suoi risvolti politici, si è assunto una responsabilità agli occhi di un'opinione pubblica disorientata.
Responsabilità che nel caso di Bonafede è oggettiva, tipica di chi come ministro deve rispondere politicamente dell'operato del suo dicastero. Il Guardasigilli sta tentando di riparare al danno prodotto. Ma come farlo, attraverso quali strumenti amministrativi, è assai più complicato del previsto, segno di una generale sottovalutazione iniziale. Il decreto, che avrebbe dovuto risolvere il problema con un colpo a effetto, ieri sera era ancora un foglio bianco.
E si capisce: sono in ballo delicati aspetti che toccano lo Stato di diritto, anche quando i protagonisti sono fuorilegge, nonché precise prerogative della magistratura. Quindi la questione è al tempo stesso drammatica e piuttosto semplice nella sua dinamica. O Bonafede risolve il caso nelle prossime ore, armandosi di un decreto inattaccabile che riporti in cella almeno i più pericolosi tra i capi mafiosi, ovvero la sua permanenza alla testa del dicastero di via Arenula diventerebbe poco plausibile.
Non solo: una difesa a oltranza da parte dei Cinque Stelle di questo loro esponente che non è - va ricordato - un personaggio di secondo piano, produrrebbe un'onda destinata a rovesciarsi su Palazzo Chigi, cioè il livello politico superiore. Conte può ancora dimostrare che il pasticcio è nato e si è gonfiato presso il ministero della Giustizia, a sua insaputa, ma ciò presuppone che Bonafede sia lasciato al suo destino (sempre, va ribadito, che la vicenda non si risolva in brevissimo tempo e senza ulteriori passi falsi).
Viceversa, è probabile che a rispondere sarà il premier. In ogni caso, la difesa del ministro in una causa pressoché indifendibile non è senza un prezzo. Se la ferita non si richiude in pochi giorni, i Cinque Stelle potrebbero dover decidere tra la lealtà verso Bonafede e la sopravvivenza del governo di cui fanno parte con loro piena soddisfazione.
Bisogna sottolineare: sopravvivenza. Perché in ogni caso la navigazione del Conte 2 è e rimane faticosa. C'è da credere che lui stesso ne sia consapevole dietro l'ottimismo di maniera. Forse, come dice Zingaretti, se si apre la crisi si andrà a votare e molti nodi si scioglieranno. O forse qualcuno, magari anche nel Pd, ha in serbo una soluzione che tirerà fuori al momento opportuno.
di Elvira Terranova
adnkronos.com, 8 maggio 2020
Un elenco dettagliato, con nome, cognome, posizione giuridica, e tipo di detenzione, dei 376 detenuti scarcerati nelle ultime settimane a causa del coronavirus. Tra loro anche tre boss al carcere duro, il 41bis, finiti ai domiciliari, il boss mafioso Francesco Bonura, il boss camorrista Pasquale Zagaria e il capo 'ndranghetista Vincenzo Iannazzo. Ma l'elenco, che l'Adnkronos ha potuto visionare, è infinito.
Ci sono tutti coloro che hanno potuto lasciare il carcere, su disposizione dei magistrati del Tribunale di sorveglianza o dei Tribunali, quando la pena per il detenuto non è ancora definitiva. Cinque pagine fitte fitte in excel. Nomi sconosciuti e altri noti. È il 22 aprile quando il Presidente della Commissione nazionale antimafia Nicola Morra scrive all'allora capo del Dap Francesco Basentini, che nel frattempo ha rassegnato le sue dimissioni, per sollecitare, come si legge nella lettera l'acquisizione e la trasmissione alla Commissione "con ogni cortese sollecitudine, tutti i riferimenti, e se del caso anche i fascicoli personali, dei detenuti, a procedimenti esitati in decisioni della magistratura di sorveglianza incidenti sul regime detentivo di persone chiamate a scontare la pena per reati di cui all'articolo 4bis dell'ordinamento penitenziario".
E nello stesso tempo Morra chiede a Basentini di "potere conoscere se vi siano state determinazioni di sorta che abbiano inciso su una o più detenuti sottoposti alle misure di cui all'articolo 41bis dell'ordinamento penitenziario". Passano pochi giorni e le polemiche sul Dap iniziano ad infuriare, fino ad arrivare alle dimissioni del capo Francesco Basentini. Da lì a poco verranno nominati prima il vicecapo del Dap Roberto Tartaglia, che lascia la Commissione nazionale antimafia, e poi Dino Petralia, che prende il posto di Basentini dimissionario. Il carteggio tra la Commissione nazionale antimafia e il Dap prosegue per giorni. Con toni anche accesi. È il 24 aprile quando Morra scrive nuovamente a Basentini, come apprende l'Adnkronos, per sollecitare ancora "i dati di cui dispone il Dipartimento" circa alcuni detenuti, tra cui Giuseppe Trubia, Pasquale Cristiano, Giuseppe Marotta "per i quali è stata disposta a vario titolo una modifica del regime di esecuzione penale".
Due giorni dopo Basentini scrive la lettera di risposta al Presidente dell'Antimafia con tutti i dati richiesti. Ma non basta. Il 29 aprile è ancora Nicola Morra a scrivere a Basentini. Questa volta la Commissione chiede al Dap "di acquisire i documenti relativi alle modifiche del regime penale intramurario per i detenuti condannati per i reati di cui all'art. 4bis dell'ordinamento penitenziario".
Ma con altrettanta forza chiede notizie anche delle scarcerazioni dei boss al 41bis. "Alcuni commissari si sono anche vivamente lamentati - scrive Morra - del fatto che non sia pervenuta risposta alla richiesta di acquisizione dei dati da me avanzata il 22 aprile. Torno, dunque, a chiederle di evadere al più presto quella richiesta di acquisizione".
Il 29 aprile arriva la risposta del capo del Dap Basentini, con l'elenco richiesto dalla Commissione nazionale antimafia. Alla lettera vengono allegati anche i provvedimenti emessi dalla magistratura di sorveglianza che erano disponibili.
di Elisa Chiari
Famiglia Cristiana, 8 maggio 2020
Il Covid per quanto indirettamente dal 7 marzo ha gettato scompiglio nella giustizia e nell'amministrazione penitenziaria. Che cosa ha determinato le scarcerazioni dei boss? Perché si scontrano Di Matteo e Bonafede e saltano le teste al Dap? Cerchiamo di ricostruire che cosa è accaduto fin qui.
Il 7 marzo alle prime indiscrezioni che annunciano il Decreto che di fatto chiude l'Italia contro il rischio Covid si sparge la voce (poi confermata dalle norme) di restrizioni su colloqui, visite in carcere, permessi e libertà vigilata per evitare la diffusione del contagio. La popolazione carceraria, non preparata alla notizia attraverso una comunicazione istituzionale, innesca una rivolta in numerosi istituti di pena: il risultato sono incendi, evasioni, morti, feriti.
Che cosa dice il Cura Italia - Nel frattempo si pone il problema che il rischio del contagio, sia per i detenuti sia per il personale della Polizia penitenziaria, venga aggravato dall' annoso problema del sovraffollamento. Al 31 marzo 2020 risultano 57.846 detenuti per una capienza regolamentare di 50.754. Il 17 marzo, con il decreto noto come "Cura Italia", si introduce una deroga che consente di scontare all' esterno in detenzione domiciliare la parte restante della pena per chi ha davanti meno di 18 mesi. La deroga però non si estende ai detenuti condannati per i delitti indicati dall' articolo 4bis dell'ordinamento penitenziario, tra questi ci sono i delitti di mafia, per cui in linea teorica i mafiosi dovrebbero essere esclusi.
La nota del Dap sui fattori di rischio Covid - Il 21 marzo Dap (Dipartimento dell' amministrazione penitenziaria, uno dei quattro dipartimenti in cui si articola il Ministero della Giustizia, che ha al vertice un magistrato nominato la cui nomina spetta al ministro di via Arenula) trasmette ai Direttori degli istituti penitenziari una nota del 19.3.20 con un elenco di "patologie/condizione (una serie di patologie e l' età superiore a 70 anni ndr) cui è possibile riconnettere un elevato rischio di complicanze in caso di Covid, nella quale si chiede di comunicare con "solerzia all' Autorità giudiziaria" i nomi dei detenuti che dovessero rientrare in queste condizioni, con allegate relazione sanitaria e informazioni quali relazioni comportamentali, informazioni di polizia, disponibilità di un domicilio".
Le norme preesistenti in tema di salute dei detenuti - Nelle predette condizioni, ovviamente nel rispetto dell'articolo 27 della Costituzione, rientrano anche detenuti esclusi dalla deroga prevista dal "Cura Italia", per esempio quelli al 41bis, ma che possono, avendo problemi di salute, comunque accedere in base a norme preesistenti alle richieste di differimento obbligatorio o facoltativo della pena detentiva per "condizioni di gravi infermità fisica", contemplata dall' art. 147 co. 1 n. 2 c.p.
Che cosa ha prodotto le scarcerazioni - Il combinato disposto tra il "Cura Italia", la nota del Dap (che respinge ogni responsabilità dicendo che si trattava solo di un censimento) e le precedenti norme sul differimento fanno di fatto sì che le richieste formulate siano molte. Stando ai dati usciti il 3 maggio, dalla magistratura di sorveglianza chiamata a decidere sul singolo caso (esposta, contestata e infine difesa dal Csm) sono state accolte 376 richieste, che hanno portato ai domiciliari 200 persone detenute in custodia cautelare in carcere (in attesa di giudizio) e circa 180 detenuti in regime di alta sicurezza con sentenze definitive. In alcuni casi, per esempio quello di Pasquale Zagaria detenuto a Sassari, è dimostrato dai provvedimenti che a far decidere il magistrato di sorveglianza per i domiciliari è stata la mancanza di una risposta del Dap alla richiesta di trasferimento ad altro carcere.
Il caso limite dei mafiosi - A far esplodere la questione e le polemiche è la notizia che tra i casi che ottengono i domiciliari ci sono anche quattro personalità di spicco della criminalità organizzata detenute al 41bis (il regime di Alta sorveglianza 1, con isolamento rigido introdotto dopo il 1992 al fine di spezzare il legame tra il capomafia e l'organizzazione ed evitare, per dirla in soldoni, che continui a tessere la propria rete di contatti ed eventualmente a governare l'organizzazione dal carcere). Il dossier, riservato poi reso noto dal quotidiano La Repubblica, finisce sul tavolo della Commissione antimafia e svela che, a parte i quattro al 41bis) circa 180 detenuti definitivi che hanno ottenuto i domiciliari sono detenuti in regime di Alta Sorveglianza 3, sotto il quale si trovano condannati per ruoli di vertice in organizzazioni criminali dedite al narcotraffico, dunque nella galassia della criminalità organizzata.
Saltano i vertici del Dap - Il 2 maggio si insedia come vice capo del Dap Roberto Tartaglia magistrato della Dda di Palermo, pressoché contestualmente si dimette Francesco Basentini, precedente capo nominato nel 2018 da Bonafede, che definisce le polemiche "strumentali ma ugualmente dannose per l'ufficio". Al suo posto verrà nominato Dino Petralia, procuratore generale di Reggio Calabria con una lunga esperienza in antimafia, il cui primo atto sarà una circolare ai direttori degli istituti penitenziari con invito a comunicare al Dap ogni richiesta proveniente da detenuti al 41bis. Intanto il 30 aprile è stato pubblicato in Gazzetta ufficiale il Decreto legge n.28 aveva provveduto a rendere obbligatorio benché non vincolante il parere delle direzioni distrettuali e della procura nazionale antimafia sulle istanze di richiesta di scarcerazione provenienti da detenuti per reati di criminalità organizzata.
Di Matteo-Bonafede, conflitto tra poteri in tv - Le dimissioni al Dap producono anche un altro effetto mediaticamente dirompente. Il magistrato Nino Di Matteo, ora tra i togati in Consiglio superiore della magistratura, la sera del 3 maggio, chiamato in causa dalla trasmissione tv "Non è l'arena", telefona in diretta e svela che il ruolo di capo del Dap, nomina a discrezione del ministro della giustizia, due anni fa era stato proposto a lui e che 48 ore dopo quando si era determinato ad accettare Bonafede aveva cambiato idea.
Non dice che sia quella la causa del cambiamento ma fa notare che esistono intercettazioni dalle quali si evince che la sua nomina non sarebbe piaciuta ai boss in carcere. Bonafede reagisce con una contro-chiamata in diretta, in cui dà una versione diversa del colloquio con Di Matteo: sostiene di aver proposto al magistrato due ruoli, o il Dap o gli Affari penali (che all' epoca erano stati di Giovanni Falcone, ma che oggi sono un ruolo meno incisivo di allora ndr.), e di essersi, mentre Di Matteo ci rifletteva, risolto per il secondo affidando nel frattempo il Dap a Basentini, riguardo alle intercettazioni sostiene che erano già note quando c'è stata la prima interlocuzione con Di Matteo per la nomina. Nessuno era presente ai colloqui tra i due, dunque è una parola contro l' altra, ma il fatto che il conflitto tra poteri dello Stato esploda in Tv suscita molte reazioni, tra cui strumentalizzazioni d' opposto segno, e infine anche la presa di distanza dell' Associazione nazionale magistrati che (6 maggio), senza riferimenti specifici alla vicenda ma evidentemente non casualmente, ricorda a tutti i magistrati il dovere di "valutare con rigore l' opportunità di interventi pubblici e le sedi dove svolgerli". Nel frattempo la tensione politica, prevedibilmente, si alza.
Question time del ministro e annuncio di nuovo decreto - Lo scontro istituzionale porta il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede a relazionare il 6 maggio al question time alla Camera, ribadendo la propria correttezza sulla nomina al Dap nel 2018 e rivendicandone il carattere previsto dalle norme come discrezionale. Nel medesimo contesto annuncia un nuovo decreto che porti, dato l'ingresso nella fase due, la magistratura di sorveglianza a tornare a vagliare con nuovi elementi le decisioni sulle scarcerazioni ed eventualmente a revocarle.
Ora la preoccupazione è che l'annuncio possa portare qualcuno dei già scarcerati alla latitanza. La scrittura del testo non sarà comunque semplice, dato che non si potrà comunque limitare per decreto l'indipendenza della magistratura, la sorveglianza in questo caso, che sarà chiamata caso per caso a decidere.
di Claudio Cerasa
Il Foglio, 8 maggio 2020
Lega, FdI e FI usano Di Matteo contro Bonafede e calpestano Montesquieu. Il centrodestra unito (Lega, Fratelli d'Italia e Forza Italia) ha presentato in Senato una mozione di sfiducia individuale nei confronti del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. Le ragioni per mandare a casa il Guardasigilli sarebbero tante: il sostegno dato all'introduzione di riforme manettare e liberticide come la "Spazza-corrotti" (accolta con tanto di festeggiamenti in piazza) e l'abolizione della prescrizione (che ha trasformato i processi in persecuzioni infinite), la mancata presentazione della tanto annunciata riforma del processo penale con cui rendere efficiente la giustizia, l'assoluta mancanza di interventi per risolvere l'emergenza del sovraffollamento nelle carceri (puntualmente riemerso con le rivolte dello scorso marzo), la promozione costante di un'idea di giustizia come strumento di vendetta sociale e di lotta politica (emblematico lo show messo in piedi per il ritorno in Italia di Cesare Battisti).
Non è per questi scempi, però, che il centrodestra, trainato da Salvini, ora chiede la sfiducia di Bonafede. Per Lega, FdI e Forza Italia, anche il ministro (dopo il capo del Dap Francesco Basentini) deve pagare per la campagna, soprattutto mediatica, emersa negli ultimi giorni contro la concessione temporanea degli arresti domiciliari ad alcuni detenuti malati, che in carcere rischiano di morire per il coronavirus.
"Un ministero così importante deve preoccuparsi che durante il Covid i mafiosi stiano in galera e non che escano di galera", ha dichiarato Salvini chiarendo le ragioni della mozione di sfiducia. Il leader della Lega ha anche aggiunto, "da garantista" (sic!), di non voler entrare nel merito delle incredibili accuse lanciate da Nino Di Matteo nei confronti di Bonafede, senza però rivendicare alcun ruolo sulla mancata nomina nel 2018 dell'ex pm al vertice del Dap (che evidentemente soddisfaceva i singolari canoni di giustizia del leghista). Sorprende che anche Forza Italia abbia aderito a una richiesta di sfiducia basata su strumentalizzazioni mediatiche e giustizialiste (ricordate la separazione dei poteri di Montesquieu?), piuttosto che su una reale valutazione dell'inefficiente operato del ministro. L'ennesimo segnale di subalternità del centrodestra alle smanie del Truce.
di Pasquale Almirante
tecnicadellascuola.it, 8 maggio 2020
A colloquio con la prof che insegna ai detenuti. Cosa succede quando la didattica a distanza entra in carcere? E come vivono tale nuova esperienza i ragazzi negli istituti di pena, dove avere un semplice contatto con l'esterno è uno struggente bisogno e un desiderio intenso, soprattutto ora che il Covid-19 ha stretto le maglie? Quelle maglie che hanno generato, come si ricorderà, tante rivolte tra i detenuti? Per capirlo meglio, ma sempre nell'abito della nostra rubrica La Tecnica per la scuola, abbiamo parlato con la prof Myriam Scarpa, da otto anni docente di disegno e arte nel carcere di Bicocca di Catania, dove, accanto a una sezione per maggiorenni, c'è quella per i minori dove appunto la nostra interlocutrice opera. Inserita nell'organigramma del Cpia (Centro provinciale per l'istruzione degli adulti) Catania 1, la nostra prof, prima della epidemia da coronavirus, insegnava a ragazzi dai 14 ai 24 anni, rimasti indietro, come è facile capire, nella istruzione ordinaria, per tutta una serie di motivi, ma che nella nuova dimensione di custodia cercano di recuperare, per quanto è possibile, un minimo di sapere per affrontare, dopo gli anni di pena, la libera vita.
Le restrizioni anche sui ragazzi detenuti - Tuttavia, ci dice, queste restrizioni, dovute al virus, si sono riversate anche su questi ragazzi che, per causa anche della mancanza di educatori e dunque di fondi per il personale necessario, oggi non stanno più facendo lezioni e dunque tutti gli sforzi si stanno concentrando sui pochissimi che voglio conseguire la licenza di istruzione secondaria di primo grado.
La prof Myriam Scarpa - "Ho allora solo due ragazzi, uno dei quali è straniero, con cui per tre volte a settima, e dalle 9 alle 12, ci vediamo tramite Skype. Del tutto insufficienti i contatti ma, siccome con ciascuno di loro deve stare un educatore e mancandone un numero necessario, non abbiamo altra scelta se non questa".
Autorizzazioni - Infatti, ci spiega, col tablet possono collegarsi con l'esterno, cosa che non è comprensibilmente ammessa, per cui qualcuno deve vigliare. Ma poi occorrono autorizzazioni, a seguito proprio del loro stato e di ogni possibile permeabilità della struttura stessa.
La mia materia ha bisogno di contatto diretto - "Fra l'altro, quando si è presentata l'emergenza e siamo stati costretti a stare a casa, per qualche tempo l'amministrazione penitenziaria ha avuto delle difficoltà a reperire, non solo gli strumenti tecnologici, ma anche capire come bisogna agire in condizioni tanto delicate. Poi la dad è partita e con essa questa nuova esperienza che però, si capisce anche per la disciplina che insegno, non può mai e poi mai sostituire la lezione in presenza. L'arte e il disegno hanno bisogno di vedere e capire sul luogo della creazione, la pratica, il contatto umano; la mia materia adotta manualità, contorni e tratti, colori dal vivo. Per cui oggi, dietro al video, mi limito a fare storia dell'arte, a illustrare concetti, spiegare il disegno a distanza senza quel coinvolgimento necessario ed essenziale. Più che a me, la presenza di un docente manca a loro, già bramosi di sentire l'oltre le mura del carcere, l'aldilà delle sbarre. Manca il contattato visivo, la giocosità, lo scambio di ide e di battute. E loro hanno bisogno di annusare persino il profumo d'esterno. Manca il colloquio giornaliero".
Collaborazione fattiva con tutte le figure del carcere - In ogni caso, precisa la prof Scarpa, la collaborazione fra tutti i componenti dell'istituto penitenziario è continua e di estrema cooperazione. Allo stesso modo con gli altri colleghi che sono distribuiti fra l'istruzione secondaria di primo grado e di secondo, benché quest'ultima si rivolga essenzialmente alla formazione professionale.
"Ci riuniamo periodicamente con le piattaforme più in uso come Zoom, ma anche Skype e le altre più comuni, coi colleghi e con gli educatori per trovare le strategie più adatte onde non smarrire, oltre al già complesso di questi ragazzi, nessuno di loro, portatore, ciascuno, di una storia particolare, di una vicenda particolare e di una pena particolare. Che però io, né i miei colleghi, vogliamo sapere, né cerchiamo di sapere, non solo nel rispetto della loro dignità di persone ma anche perché il dialogo e l'istruzione non venga influenzato da tali storie che possono essere di ogni tipo, ma sempre purtroppo cosparse di violenza. "La dad sta dando qualche frutto, sicuramente, ma la lezione in presenza per chi fa scuola, e una scuola in queste condizioni, è insostituibile e irrinunciabile".
di Giorgio Spangher
Il Riformista, 8 maggio 2020
In questo modo è cresciuto anche il potere della magistratura inquirente che ora non vuol certo abbandonare quel potere. Anche l'attacco ai giudici di sorveglianza ci racconta questa storia.
Il "fall-out" (visto che l'inglese va di moda) della scarcerazione di alcuni soggetti detenuti al regime di 41 bis, suggerisce alcune riflessioni che superano la portata dell'episodio, perché lo stesso si colloca in un quadro generale più ampio.
A prescindere o meno dalla correttezza della decisione del Tribunale di Sorveglianza di Sassari (che molti non avranno neppure letto e che personalmente ritengo assolutamente corretta) quello che lascia stupefatti è la virulenza dell'aggressione verbale ai giudici che, collegialmente, con la presenza di esperti (sulla base di atti processuali, tecnici, giudici, amministrativi) hanno assunto quel provvedimento, peraltro, impugnabile.
Avevo sentito e approvato a più riprese da consigliere del Csm la "famosa" nota del presidente Ciampi che ribadiva la legittimità delle critiche se queste non determinavano la delegittimazione dei magistrati. Quante pratiche a tutela sono state aperte negli anni 2002-2006, e successivamente. Spero che lo si faccia anche per la magistratura sassarese, anche se questa volta le censure vengono dall'interno dello stesso Consiglio.
Prescindo anche dai risvolti più strettamente politici connessi alla nomina del nuovo Capo del Dap, alle dimissioni del suo precedente direttore, all'integrazione della struttura con la nomina di un vicedirettore, se non per sottolineare che si tratta di pubblici ministeri, tutti pubblici ministeri e tutti in qualche modo pubblici ministeri antimafia, a vari livelli nella struttura delle procure. L'episodio supera la riferita questione che, peraltro, ripropone il tema della collocazione fuori ruolo dei magistrati nei gangli dell'apparato amministrativo inserito nel potere esecutivo, di cui si amplifica il significato.
Tutto ciò, senza considerare - ancora una volta, a distanza di alcuni mesi - lo sfondo della lotta di potere, che sta travolgendo la magistratura, della quale si aspetta la riforma e l'autoriforma. Come era (forse) prevedibile, la distribuzione degli equilibri dentro il processo penale del 1988 ha innestato alcune dinamiche che la ridistribuzione degli stessi nel tempo ha accentuato. L'affinamento dei ruoli e delle professionalità ha inciso fortemente sulla collocazione delle procure dentro la magistratura e nel contesto dell'attività giudiziaria.
Con la "complicità" dello spostamento del baricentro del processo nella fase delle indagini e del recupero del precedente investigativo a dibattimento, il potere processuale del pubblico ministero si è esponenzialmente rafforzato, integrato dalla "visibilità" dell'azione svolta dagli uffici della pubblica accusa in sinergia con l'attività della polizia giudiziaria, di cui dispone.
Questi elementi sono alla base della configurazione di un magistrato che metabolizza il proprio ruolo, ritaglia gli sviluppi professionali e di carriera sui poteri che gli son conferiti, così da incardinare una fi gura non suscettibile di alternative: si diventa e si vuole restare il magistrato dell'accusa. Del resto, il sempre maggior tecnicismo nello svolgimento delle indagini (criminalità organizzata, economica, internazionale) richiede la presenza di un soggetto metodologicamente e culturalmente attrezzato. Il reato plasma il soggetto e la funzione svolta.
L'originaria struttura del codice, imperniata sulla centralità del dibattimento, governato da un giudice "forte" teso a controllare la rappresentazione del fatto non richiedeva la presenza nella fase precedente di un altro ufficio giudicante, egualmente "forte": era del tutto inopportuno, del resto, contrapporre con funzione di merito a contrappeso di un pubblico ministero originariamente teso alla mera ricostruzione del fatto. Si trattava, cioè, di una fi gura processuale - si diceva - né forte, né debole, ma autorevole, in quanto capace pur nella precarietà di poteri probatori, deliberare e delibare, non decidere, avendo quali parametri di raffronto le garanzie costituzionali e le previsioni processuali.
Non può non segnalarsi che, a fronte del consapevole e voluto gigantismo dell'accusa, il giudice delle indagini non si è attrezzato - difettandogli spesso gli strumenti processuali - per costituire un adeguato ribilanciamento dei ruoli e delle funzioni. L'ufficio dell'accusa è di fatto fuori da un vero controllo processuale ed ancor di più lo è la procura nazionale antimafia, senza pensare cosa sarà del futuro pubblico ministero europeo. Si potrebbe dire che ormai il discorso della cosiddetta separazione delle carriere e/o delle funzioni si sia realizzato nei fatti, nella strutturazione soggettiva e istituzionale dei procuratori e degli uffici delle procure.
Questa distribuzione del potere processuale fa male al processo, alla sua funzione, anche perché la debolezza del giudice lo attrae inevitabilmente nella stessa logica del potere più consolidato e strutturato, in qualche modo ulteriormente legittimandone le funzioni e le attività. Le dinamiche del potere e dei poteri sono insuperabili, anche quando se ne sia consapevoli. Bisogna ripensare questi elementi, ridefinendo ruoli e funzioni, nella complessità del modello.
Pur nella piena consapevolezza di quanto detto, sia da parte dei giudici più attenti, sia da parte degli operatori di giustizia, sia da parte della dottrina, la prospettiva è considerata remota. Non è facile e non sarà agevole, anche perché chi ha il potere non è disposto a cederlo, se non a ragione dei propri errori ovvero per un eccesso di arroganza o di presunzione. Qualcosa c'è, ma non basta ancora.
di Rossella Strianese
ottopagine.it, 8 maggio 2020
La relazione annuale del Garante dei detenuti Ciambriello. Nel 2019 +17% rispetto alla capienza. Il 22% delle strutture non presenta docce in camera e il 37% degli istituti non prevede servizi igienici essenziali nella stanza. Nei 18 istituti campani c'è 1 agente per ogni 2 detenuti. In un anno -40% di suicidi in cella.
In diretta Facebook sulla pagina istituzionale del Garante dei Detenuti Samuele Ciambriello è stata presentata la Relazione Annuale sullo stato detentivo in Campania. "Nel corso del 2019 sono stati effettuati complessivamente 1.431 colloqui, in tutti gli Istituti Penitenziari presenti sul territorio regionale, nel medesimo arco temporale l'Ufficio del Garante ha ricevuto 1.131 istanze di reclamo dai 18 istituti penitenziari presenti in regione. I casi affrontati, pur nella loro eterogeneità, hanno riguardato prevalentemente questioni sanitarie, rapporti con l'area educativa interna, richieste di trasferimento in strutture più vicine per ragioni di famiglia o di studio, informazione rispetto al proprio status legale, contatti con gli uffici di Sorveglianza, infine per quanto limitate, non mancano denunce di abusi e maltrattamenti. Il seguente report sulla condizione delle persone private della libertà personale rappresenta dunque una fotografia aggiornata degli istituti penitenziari ricavata da dati raccolti su un questionario annuale, più di 1000 colloqui con i detenuti e oltre 250 visite negli Istituti.
Il numero totale di ristretti presenti nel 2019 registra attualmente un +17% rispetto alla capienza regolamentare. Seppur sono stati effettuati alcuni lavori di ristrutturazione le strutture detentive appaiono ancora inadeguate ad una vita dignitosa. Si registra che circa il 22% delle strutture non presenta docce in camera e il 37% degli istituti non prevede servizi igienici essenziali nelle stanze.
La carenza di personale colpisce i diversi settori professionali coinvolti nell'esecuzione penale. Sulla base dei dati raccolti risultano effettivamente in servizio 3.902 agenti di polizia penitenziaria, 95 educatori e 44 psicologi; i dati complessivi fanno riferimento ai 18 istituti penitenziari della Campania, compresi i due Ipm e il Carcere Militare. In Campania il rapporto fra detenuti ed agenti è del 51,37% vale a dire circa 1 agente per ogni 2 detenuti; diversa è la proporzione per il personale dell'area educativa: circa l'1,25%, un educatore ogni 100 detenuti. Questi dati scendono drasticamente se consideriamo la turnazione, situazioni di malattia o ferie. Rispetto agli eventi rilevanti del 2019, si registrano un progressivo aumento delle infrazioni disciplinari, si stimano 2769 episodi, ma è plausibile immaginare che esse siano decisamente più numerosi.
Si registra una riduzione dei decessi per morte naturale (-13% rispetto al 2018) e dei suicidi (-40% rispetto all'anno precedente), la maggior parte dei quali evitati grazie al tempestivo intervento del personale di Polizia Penitenziaria. A tale decremento tuttavia bisogna evidenziare l'aumento degli atti di autolesionismo (+32%), e gli scioperi della fame o della sete che registrano un +55% rispetto all'anno precedente. Questo dato si incrocia con la situazione dell'area sanitaria penitenziaria. In media i medici fanno 70 visite giornaliere, a cui si aggiungono controlli e dimissioni. Inoltre si rileva che circa il 21% delle visite specialistiche non posso essere effettuate per difficoltà del nucleo traduzioni.
In Campania, nell'anno 2019, l'area penale minorile, ha visto un incremento del numero totale di soggetti minorenni e giovani adulti che sono affidati all'USSM, sia di Napoli che di Salerno. In totale gli Uffici di Servizio Sociale per i minorenni della Regione Campania, nell'anno 2019 hanno preso in carico 70 soggetti in più rispetto all'anno 2018. Si è inoltre registrato un calo di tentativi e suicidi in entrambi gli Ipm campani mentre, in linea con il trend degli adulti, sono aumentati i casi autolesionismo, come forma complessa di richiesta d'aiuto. Emerge un dato allarmante: il numero di visite specialistiche non effettuate per difficoltà del nucleo traduzioni. Sono 1595 visite non effettuate".
di Giorgio Varano
Il Riformista, 8 maggio 2020
Le esternazioni (definiamole così) del dott. Di Matteo, consigliere in carica del Csm, portano alla ribalta un tema sempre passato sotto silenzio, un "incredibile ma vero" che dura ormai da troppi anni: le linee guida del Csm sulla comunicazione dei magistrati non valgono per i magistrati che siedono a Palazzo dei Marescialli. In Italia, dunque, tutti i magistrati devono attenersi alle regole deliberate dai consiglieri del Csm sulla comunicazione, tranne loro.
Il perché? "Incredibile ma vero 2": "L'aspetto precettivo e sanzionatorio, infatti, mal si concilia con lo svolgimento di un simile elevato compito istituzionale essendo lecito ritenere che la consapevolezza dei doveri insiti nella funzione sia connaturata al livello etico dei componenti eletti".
Così ha stabilito il Csm stesso, in una delibera del 2010. Ora, le esternazioni di un consigliere del Csm, per una questione di due anni prima dal tenore personale o equivocabilmente ben peggiore, espresse in diretta tv contro il ministro della Giustizia in carica (grazie anche alla retorica dell'antimafia da tv) rendono lecito ritenere che non ci si possa più affidare a una presunzione assoluta di consapevolezza dei doveri insiti nella funzione.
Perché il Csm, che ha affermato di voler superare in maniera strutturale la devastante crisi a cui l'istituzione è stata sottoposta, non rende obbligatorie le linee guida anche per i propri consiglieri? Certo, poi nascerebbe un imbarazzo. Quello di valutare il comportamento di un proprio appartenente, magari vicino di sedia nel plenum.
Ma questo imbarazzo potrebbe essere superato esaminando la condotta del singolo componente in relazione ai doveri dei consiglieri. Doveri? "Incredibile ma vero 3", non ce ne sono. Leggendo infatti il regolamento interno del Csm (2018), scorrendo le cento trentuno pagine non troverete mai la parola "dovere". Non ne è previsto alcuno specifico relativo al ruolo di consigliere, tutto viene rimandato quindi ai codici etici delle singole categorie di appartenenza, come se il consigliere, togato o laico che sia, non avesse dei doveri specifici impostigli dal ruolo.
La volontà del Csm di uscire dalla crisi, di "autoriformarsi", è rimasta dunque una mera dichiarazione di intenti sotto molti aspetti. Il magistrato "quisque de populo" ha l'obbligo di tenere presente che "la fiducia nella giustizia è in qualche modo collegata alla rappresentazione che della stessa viene data attraverso i mezzi di informazione", pertanto la comunicazione diventa "strumento principale per la costruzione di un rapporto fiduciario tra i cittadini e il sistema giudiziario", e deve evitare la "costruzione e il mantenimento di canali informativi privilegiati con esponenti dell'informazione", "l'espressione di opinioni personali o giudizi di valore su persone o eventi" (risoluzione 2010).
Per i consiglieri del Csm tutto questo non vale. Perché non estendere semplicemente il dovere di osservanza delle linee guida sulla comunicazione dei magistrati anche ai componenti del Csm? Perché non prevedere nel regolamento interno anche dei doveri di comportamento dei consiglieri? A proposito, nel 2019 il Procuratore nazionale antimafia, Cafiero De Raho (serissimo magistrato che infatti lavora nelle procure, non nelle tv), rimosse con provvedimento immediatamente esecutivo il Dott. Di Matteo dal pool che indaga sulle stragi.
A seguito di una intervista di quest'ultimo - a sua discolpa, all'epoca non era consigliere del Csm, quindi non aveva "la consapevolezza dei doveri insiti nella funzione" - De Raho ritenne "incrinato il rapporto di fiducia all'interno del gruppo".
A oggi il Csm, in quanto organo, nemmeno attraverso il proprio ufficio stampa, ha preso le distanze dal comportamento del Dott. Di Matteo. Dunque, possiamo stare sereni: non appare incrinata la fiducia all'interno del gruppo.
P.s. Nel frattempo un primo risultato miracoloso queste esternazioni l'hanno ottenuto. Il ministro Bonafede parlando alla Camera ha affermato che, alla luce del nuovo quadro sanitario nazionale, sta valutando l'emissione di un decreto per fare ritornare in carcere i detenuti scarcerati perché maggiormente esposti al rischio di contrazione del virus, a causa delle loro precarie condizioni di salute.
Li renderà dunque immuni per sempre, per decreto-miracolo, spazzando il pericolo del contagio nelle carceri. Nei tribunali non c'è ancora riuscito a spazzarlo via, ma i miracoli si fanno uno alla volta, lo sanno tutti. I miscredenti magistrati di sorveglianza che non crederanno al decreto-miracolo saranno mandati al rogo senza nessuna "pratica a tutela" da parte del Csm, come avvenuto finora?
di Gennaro Lepre
Il Riformista, 8 maggio 2020
Ritengo spropositato l'allarme suscitato dai nuovi contagi registrati presso il tribunale di Napoli di cui si è appreso in questi giorni, giustappunto nel corso dell'accavallarsi più recente delle disposizioni dei vertici giudiziari in vista della ripresa dei processi civili e penali.
Non per aggiungermi, in alternativa, al coro delle sacrosante proteste contro l'emarginazione reale del diritto di difesa attraverso la spersonalizzazione telematica del processo penale: a mio modo di vedere tali proteste mancano infatti di trarre le conclusioni cui dovrebbero pervenire.
Mi riferisco alla funzione giudiziaria intesa come servizio pubblico essenziale e a ciò che discende da tale concetto anche in regime di emergenza sanitaria. Esso ha imposto nelle scorse settimane il sacrificio addirittura della vita a medici e infermieri; ha esentato da qualsiasi chiusura ed esposto così a rischi di contagio assai maggiori non solo gli operatori commerciali nel settore degli alimentari, ma anche ferramenta e persino tabaccai.
Trovo perciò immorale che non abbia imposto allo stesso modo la prosecuzione ininterrotta di tutti, dico tutti, i processi civili e penali. Né il servizio pubblico essenziale di giustizia può tollerare mediazioni al ribasso. Come quelle con cui vengono turlupinati, per esempio, i principi costituzionali di ragionevole durata del processo e di presunzione di non colpevolezza prevedendo limitatissime deroghe (il più delle volte solo astratte) alla prassi generalizzata dei rinvii d'ufficio; principi costituzionali infatti sostanzialmente rinnegati - con la complicità oggettiva degli avvocati - attraverso la sospensione dei termini della prescrizione, di custodia cautelare, di conclusione delle indagini e così via.
I difensori - quali privati esercenti un pubblico servizio - avrebbero altrimenti dovuto pretendere, senza condizioni, la continuazione indifferenziata delle udienze, riservando al dopo ogni sacrosanta critica relativa alla prevedibile inadeguatezza delle misure di contenimento del rischio di contagio; la stessa inadeguatezza con cui comunque continueremo a misurarci anche nella fase di ripresa. Proprio come i medici che non hanno assistito i malati anche se le mascherine erano inadeguate e in numero insufficiente. Dunque anche a costo che pure gli operatori di giustizia paghino un prezzo di morti. Senza che il contagio di questo o quel magistrato potesse affatto legittimare - non è accaduto solo a Napoli - quel generalizzato, isterico sciogliete le righe che subito poi ci ha paralizzato.
Senza perciò che il pessimo esempio di troppi magistrati e cancellieri - tranne rare eccezioni latitanti come fossero in vacanza - venisse immediatamente emulato da un'avvocatura tremebonda, succube della cultura del rinvio e soprattutto ignara del proprio ruolo e delle responsabilità sociali correlative, certo non inferiori a quelle di tabacchini e ferramenta. L'avvocatura pagherà tale ignavia con l'ulteriore emarginazione nell'ambito del servizio pubblico di giustizia e, più in generale, con la perdita di peso politico e culturale: non li si può rivendicare solo a chiacchiere. Ma non andrà meglio ai magistrati ed ai funzionari.
Quella che viene oggi messa in discussione è la stessa rilevanza civile e sociale della funzione giudiziaria sicché a torto immaginano di non doverla difendere a propria volta insieme a quel protagonismo culturale e sociale che da essa riverbera a loro vantaggio. Si spiega così l'increscioso avallo con cui l'avvocatura ha legittimato in queste settimane, tra l'altro, il diffuso ventisettesimo dei dipendenti pubblici loro interlocutori nell'ambito della funzione giudiziaria, specie quando fittiziamente giustificato evocando quello smart working in realtà impraticabile in ragione della notoria arretratezza e segnatamente dalla non accessibilità da remoto dei sistemi informatici giudiziari.
Sono pertanto contrario a qualsiasi ipotesi di astensione degli avvocati anche laddove gli uffici giudiziari non provvedano a dotarsi, in vista di lunedì prossimo, dei banali accorgimenti organizzativi di cui si discute in questi giorni: gli stessi giù in uso altrove nel rispetto di scontate misure di igiene, da sempre ignorate eccezion fatta per i locali riservati a magistrati e alti funzionari, a cominciare da bagni e ascensori. Sono allo stesso modo fermamente contrario a qualsiasi finta ripresa. Indico come tale la celebrazione di udienze che - invece di spalmare nell'arco di mattina e pomeriggio, sabato compreso, il carico ordinario di un ruolo frattanto ulteriormente appesantito dall'arretrato accumulato nei due mesi trascorsi - si prefigga il contentino formale di sbrigare una porzione irrisoria di tale carico selezionata con criteri sempre altamente opinabili lasciando così addirittura peggiorare l'accumulo incontrollato di arretrato.
D'altra parte in una qualsiasi aula di udienza del nostro Palazzo di Giustizia basta già solo fissare i processi a scaglioni orari per ridurre il rischio di contagio a livelli senz'altro assai inferiori a quello cui ci sembra altrimenti del tutto naturale siano state a tutt'oggi ininterrottamente esposte quelle cassiere dei supermercati che nessuno di noi ha smesso di frequentare in queste settimane di lockdown. Nessun Paese civile d'altra parte può davvero attendersi la ripresa dell'economia, delle attività produttive e della stessa vita sociale senza la garanzia di un servizio di giustizia che solo in Italia risulta oggi in ginocchio, ridotto all'impotenza, ancora più malconcio ed inefficiente di quello che anche prima dell'emergenza sanitaria era pacificamente ritenuto già carente e inadeguato.
Sicché - senza certo rinunziare a tutte le misure di protezione - è necessario affrontare anche gli inevitabili rischi cui ci esporrà una effettiva ripresa dell'attività giudiziaria se degna di tal nome. A meno di non abdicare forse irreparabilmente innanzitutto ai nostri doveri; al senso stesso della funzione giudiziaria di cui avvocati, magistrati e funzionari sono motori e non solo attori indispensabili; al ruolo essenziale che la Giustizia deve continuare a svolgere nel nostro Paese se vorremo continuare a ritenerlo civile.
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