di Raffaella Scuderi
La Repubblica, 8 maggio 2020
Rinchiusi in gabbie per i cani, costretti a recitare testi sacri o a fare esercizi fisici. In queste settimane in molti Paesi le autorità sono andate ben oltre la sanzione pur di far rispettare l'ordine di restare a casa: arrivando a violare i diritti umani. Beccato. Fermato senza mascherina. Fuori casa senza motivo o in compagnia di amici. Una violazione del lockdown che in alcuni casi può costare fin troppo cara. In certi Paesi la polizia è arrivata a infliggere punizioni che prevedono l'umiliazione e il dolore, pur di far rispettare il lockdown, spesso con il plauso dei governi.
Saltelli a stella al grido "devo stare a casa", squat, flessioni e posizioni yoga improvvisate sono le penitenze più assurde di cui si trova traccia in video e foto diventati virali in Rete, tra risate e applausi. Ma c'è poco da ridere. Nei casi peggiori le autorità sono ricorse a percosse e manganellate, fino a uccidere. È il caso di un tredicenne in Kenya, ucciso a forza di botte. Il ragazzo stava cercando di prendere l'ultimo traghetto disponibile per tornare a casa e rispettare le regole. Non è sopravvissuto alle manganellate. Il capo della polizia di Likoni, a Mombasa, si è dimesso, il presidente Uhuru Kenyatta si è scusato. Ma lui non c'è più.
La clausura a cui ci costringe il coronavirus da quasi due mesi ha messo in mano alla polizia il potere assoluto di far osservare le misure restrittive. Con pochi occhi in giro a testimoniare. Ma in Rete sono emersi comunque, i modi creativi in alcuni casi, sadici in altri, con cui le forze dell'ordine fanno rispettare le regole. I Paesi che si sono distinti per violazione dei diritti umani sono India, Filippine, Paraguay, El Salvador, Kenya.
In un carcere del Salvador centinaia di detenuti, la cui foto è diventata virale, sono stati costretti a terra in celle comuni, seminudi, ammanettati e tutti ammassati, in attesa che le guardie perquisissero le celle. Una ritorsione, disumana, per l'escalation di omicidi ad opera delle gang. La foto è stata postata con orgoglio dal presidente salvadoregno, Nayib Bukele, il 25 aprile
Ma è dall'India di Narendra Modi che arrivano video e immagini delle punizioni tra le più bizzarre e cattive. Nello Stato dell'Uttar Pradesh un gruppo di migranti indiani è stato fatto accucciare per terra, al lato della strada, e su di loro gli agenti hanno iniziato a spruzzare un getto di disinfettante a base di ipoclorito di sodio. Se il disinfettante funziona sulle superfici, si sa che non fa bene sul corpo umano. Alla fine della "disinfestazione" gli operai erano coperti da una polvere bianca, che può causare danni alla pelle, agli occhi e ai polmoni, secondo quanto poi riferito da Indian Express.
Nel Tamil Nadu, sempre in India, gli agenti si sono inventati un'ambulanza con a bordo una persona malata di coronavirus, su cui hanno fatto a salire a forza dei ragazzi sorpresi a violare il lockdown. Il filmato descrive bene il panico, la disperazione di questi giovani, che imbarcati sulla vettura, cercavano disperatamente di scappare urlando e piangendo. In sottofondo, le risate divertite di chi assisteva alla scena.
In Punjab, le persone sorprese a infrangere le regole di quarantena sono state costrette a fare squat, piegamenti sulle gambe accovacciati, per strada cantando: "Siamo nemici della società. Non possiamo stare a casa". E a Pune si sono esibiti in complesse posizioni di yoga per almeno un'ora tra le risate dei poliziotti che impartivano ordini.
"Non lascerò più casa, agente", implora un ragazzo lasciato senza scarpe davanti a un capannello di agenti con il manganello in mano, mentre fa squat. L'umiliante punizione è stata ripresa in un filmato che è circolato ovunque. Il ministro degli Interni paraguayano ha lodato l'intraprendenza della polizia. Le forze dell'ordine malgasce invece hanno costretto i violatori a pulire le strade della città e a raccogliere i rifiuti. Erano stati sorpresi in strada senza le mascherine, obbligatorie in Madagascar. Trovati 500 cittadini a viso nudo, 25 dei quali sono stati puniti con la pulizia pubblica.
Gabbie per i cani sono state usate dalla polizia filippina per insegnare la lezione dell'osservanza della legge. Vivere in 20 metri quadrati con sei persone non rende la vita facile a milioni di persone. Quelli che sono stati sorpresi a violare le ordinanze governative erano usciti, a Manila, per prendere un po' d'aria. Si sono trovati a trascorrere ore intrappolati in uno spazio ancora più angusto e umiliante di quello della loro vita quotidiana.
di Daniela Preziosi
Il Manifesto, 8 maggio 2020
Regolarizzazioni, il testo sarà inserito nel decreto maggio. Rientrano le dimissioni di Bellanova, i 5s ingoiano il boccone amaro ma temono l'ex alleato Salvini e dal Blog avvertono: "È solo per gli stagionali". Il ministro Provenzano: serve fare di tutto per arrivare a una sintesi e portarla in consiglio dei ministri.
Alla fine l'accordo sulla regolarizzazione dei migranti che verranno impiegati nei campi, come chiedeva la ministra Bellanova, ma anche di badanti e colf e anche italiani e italiane, come chiedeva il ministro Provenzano, arriva. Per buona parte della giornata di ieri i funzionari degli uffici legislativi dei ministeri dell'interno, dell'agricoltura, del Sud e del lavoro hanno limato il testo dell'intesa che verrà inserita - ad ora è una certezza - nel decreto maggio che sarà licenziato dal prossimo consiglio dei ministri, sabato o forse nei giorni successivi. Anche l'inserimento nel decretone è il risultato delle pressioni del Pd. Rimandare l'intesa a un provvedimento autonomo e successivo rischierebbe di trascinare troppo a lungo le polemiche, e soprattutto di non far arrivare le norme nei tempi utili per la raccolta nei campi.
Nel merito le "misure straordinarie per favorire l'emersione di rapporti di lavoro irregolari" prevedono due canali di regolarizzazione. Il primo, quello più tradizionale, è la richiesta del datore di lavoro, attivando un contratto e versando un contributo allo Stato. Allo straniero sarà accordato un permesso di soggiorno valido per la durata del contratto, rinnovabile in caso di nuovi rapporti di lavoro. Il secondo canale è quello degli stagionali che hanno perso il lavoro o a cui è scaduto il contratto: potranno avere un permesso temporaneo per ricerca lavoro.
L'emersione riguarderà i lavoratori che si trovano in Italia dall'8 marzo, per richiesta dei 5 stelle che su questo stanno dando ancora battaglia. La realtà è che sono atterriti dalla parola "sanatoria" che la destra già agita con grande scandalo (ma delle ultime tre che sono state fatte in Italia una porta la firma del ministro Maroni che nel 2002 sanò la posizione di 200mila stranieri).
"Il governo sta approntando una apposita misura per i lavoratori stagionali. Riguarda i lavoratori stagionali e non l'insieme dei cittadini irregolari", ha scritto ieri il Blog delle Stelle. Il Pd, Leu e Italia viva chiedevano che i permessi durassero sei mesi, con possibilità di rinnovo. La ministra pentastellata Catalfo, che deve tenere conto delle pressioni di una parte dei suoi, ha messo sul piatto un mese. Alla fine la mediazione della ministra degli interni Lamorgese sarà tre mesi. Interesserà una platea stimata intorno alle 300mila persone. Ma non si può sapere quanti datori decideranno di investire nella legalità. Esclusi gli espulsi per motivi di ordine pubblico e sicurezza di Stato, reati collegati al terrorismo o commercio di sostanza nocive.
Che l'accordo fra i quattro ministri fosse fatto era già chiaro al tavolo di mercoledì, quando la ministra del lavoro ha dato il via libera, al netto della durata dei contratti. Ma le ventilate dimissioni della ministra Bellanova avevano provocato l'irrigidimento di Vito Crimi, reggente 5s. Ieri il silenzio di una parte del "movimento" dava la misura dell'amarezza del boccone per l'ex alleato di Salvini.
Ora il sì definitivo è affidato a un tavolo politico fra Conte e i capidelegazione della maggioranza. O direttamente al consiglio dei ministri. Che le cose si stessero mettendo bene lo ha certificato ieri pomeriggio il capogruppo Iv Rosato, all'uscita dall'incontro con il presidente Conte a Palazzo Chigi. "Sui migranti sta maturando un orientamento positivo", ha detto, annunciando che sul "tavolo c'è il provvedimento" e non più le dimissioni di Bellanova. Ammesso che ci fossero mai state davvero. Prudente il ministro Provenzano, che cerca di sminare il campo dalle risse fra M5s e Iv: "Non è una questione di bandierine ma di civiltà e bisogna fare di tutto per portare il provvedimento nel dl maggio, arrivando ad una sintesi".
La destra prepara la sarabanda. La Lega parla di "schiaffo agli italiani e agli stranieri onesti" e chiede a gran voce i voucher (anche Iv). Ma poi Salvini, nella furia declamatoria, pasticcia e spiega che sarebbe disponibile solo a "allungare il permesso a coloro che hanno un contratto scaduto". Ma la norma c'è già, replica Leu che rivendica di averla inserita nel Dl Cura.
E che ora mette in guardia da un "accordo al ribasso". Ma sarà già un miracolo se i 5 stelle riusciranno a non spaccarsi anche su questo. Deluse le associazioni come l'Arci e i promotori della campagna Ero Straniero, che chiedevano un permesso temporaneo con una durata più lunga e senza condizioni.
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 8 maggio 2020
Lezioni di teatro a distanza per essere pronti ad andare in scena quando finirà l'emergenza. Accade nella casa circondariale romana di Rebibbia "Raffaele Cinotti" dove tutti i pomeriggi, dal lunedì al venerdì, 25 detenuti partecipano al programma di teledidattica curato dal Centro studi Enrico Maria Salerno.
La ripresa, sia pure virtuale, dell'attività teatrale è resa possibile dalla connessione della fibra ottica, assicurata da Unidata grazie a un progetto finanziato dall'Ufficio del Garante Regionale delle persone private della libertà e dalla Regione Lazio. I lavori ripartiranno là dove erano stati interrotti: la preparazione dello spettacolo Istruzioni sul volo, ispirato a varie opere fra cui il Codice di Perelà di Aldo Palazzeschi.
Dopo oltre due mesi di stop a causa della pandemia, riparte da remoto anche il laboratorio del Teatro dei Venti nelle carceri di Modena e Castelfranco Emilia.
Il lavoro artistico a distanza è reso possibile dalle donazioni di computer e materiale informatico effettuate da diversi cittadini, che hanno risposto a un appello del Teatro dei Venti. A Castelfranco il laboratorio si svolge due volte a settimana, martedì e giovedì, dalle ore 15 alle 17. Due gli appuntamenti settimanali, a partire dal 4 maggio, anche nell'Istituto penitenziario di Modena.
Il laboratorio da remoto sarà condotto dal regista Stefano Tè e dagli attori del Teatro dei Venti e consentirà di portare avanti le prove di Odissea proponendo letture per i detenuti e continuando il loro percorso di produzione creativa e scrittura. Lo spettacolo è realizzato nell'ambito del progetto europeo Freeway, e il suo primo studio sarebbe dovuto andare in scena a Trasparenze Festival, VIII edizione "Abitare Utopie" poi rinviato a data da destinarsi.
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 8 maggio 2020
Circa tremila confezioni di fragole vendute, due tonnellate di ortaggi e 120 chili di miele ricavati da tre varietà diverse. Sono i risultati maturati nello scorso anno all'interno delle attività gestite dalla cooperativa sociale L'Orto Botanico con il progetto "eXNovo" nella casa circondariale di Piacenza. Il timore era che la pandemia potesse vanificare il lavoro portato avanti con successo dal 2016 dai detenuti e dagli operatori della cooperativa, impedendo soprattutto il raccolto delle fragole che lo scorso anno aveva trovato nell'Ipercoop un valido luogo di vendita ai consumatori del territorio.
Per evitare il peggio e commercializzare la frutta, maturata presto e bene quest'anno grazie alle favorevoli condizioni climatiche, la cooperativa ha deciso di cambiare strategia. Non è stato, infatti, possibile confezionare i prodotti a causa delle regole sul distanziamento sociale e si è dovuto rinunciare alla consueta distribuzione.
"È tempo di fragole - hanno scritto gli operatori della Cooperativa su Facebook -, a gennaio presentavamo il nostro progetto alla città. Tante cose sono cambiate da quel giorno. Per motivi organizzativi non siamo in grado di farvi trovare le nostre fragole all'Ipercoop, ma se volete sostenere il nostro progetto, le fragole, siamo in grado di consegnarle a casa vostra".
Alla coltivazione delle fragole, che avviene in partnership con l'Università Cattolica del Sacro Cuore, continuano a lavorare quattro detenuti, mentre due sono stati assunti, proprio in questi giorni all'esterno da L'Orto Botanico. "In questo momento - ha dichiarato Fabrizio Ramacci, presidente della cooperativa, in un'intervista a piacenzasera.it - riusciamo ad avere un quintale di fragole al giorno, stimiamo quindi che alla fine la produzione, che dopo il picco di questo mese si protrarrà in maniera meno intensa fino a estate inoltrata, si attesterà sui cento quintali. Un numero enorme, per questo abbiamo stipulato un accordo con una cooperativa di Bologna a cui forniamo le nostre fragole per la realizzazione di marmellate e composte".
di Nicola Munaro
Il Gazzettino, 8 maggio 2020
Spazi di isolamento sanitario e misure per evitare contagi nelle due strutture cittadine. Regole per i colloqui coi parenti. Nessun positivo e un grande sospiro di sollievo, tanto al carcere maschile di Santa Maria Maggiore quanto all'istituto femminile della Giudecca, ora tornati più vivibili. Nelle scorse settimane infatti, in virtù del decreto legge anti-Covid passato in Parlamento, sono stati messi ai domiciliari 17 detenuti: 10 erano rinchiusi a Santa Maria Maggiore e 7 alla Giudecca. Questo mentre anche i due istituti penitenziari della città si preparano alla ripartenza, tra tamponi, riorganizzazione degli spazi e riapertura del negozio di cosmesi ai Frari dove sono in vendita gel igienizzanti realizzati alla Giudecca.
A vedersi trasformare in arresti domiciliari quella che era la reclusione in carcere, sono stati detenuti che come prossimo orizzonte avevano il fine pena. Uomini e donne a cui mancavano meno di 6 mesi per tornare a essere persone libere e a cui l'emergenza Covid ha permesso di scontare ai domiciliari il residuo della condanna. Il faro della norma inserita nel decreto votato dal Parlamento - e che nulla ha da spartire con le scarcerazioni per motivi sanitari di 455 detenuti, tra cui boss mafiosi o detenuti in Alta sicurezza decise dai vari Tribunali di Sorveglianza - è il tentativo di dare una risposta al sovraffollamento dei penitenziari che in piena era coronavirus poteva rappresentare benzina su eventuali focolai e trasformare le carceri italiane in veri e propri lazzaretti. Per poter sfruttare l'uscita anticipata e scontare ai domiciliare il resto della reclusione, le direttive erano ben precise: avere un fine pena a distanza di 6 o 18 mesi (ma in questo caso indossando il braccialetto elettronico, non disponibile a Venezia), fornire un indirizzo preciso dove scontare i domiciliari e non aver preso parte alle rivolte che hanno infiammato le carceri italiane a inizio marzo, Santa Maria Maggiore compresa e presa d'assalto il 10 marzo da una decina di detenuti che avevano cercato di aggredire gli agenti e che invece, una volta riconosciuti, sono stati punti con quindici giorni di isolamento ciascuno. E qualcosa, a Venezia, è cambiato. Le scarcerazioni anticipate hanno abbassato il rapporto tra detenuti (ora 230) e posti disponibili, sempre 159. Questo ha permesso di allargare gli spazi a disposizione dei carcerati e di decongestionare la struttura in vista di possibili emergenze.
L'orizzonte a cui guardano adesso le direzioni del carcere maschile e femminile sono le prossime settimane, quando le strutture penitenziarie potranno riaprire i cancelli ai parenti. In quest'ottica sono stati distanziati i tavoli nell'area dell'incontro per permettere a tutti di rispettare i 2 metri imposti dalle misure del Comitato tecnico scientifico che affianca il Governo.
Visti i pochi spazi a disposizione del carcere di Santa Maria Maggiore, per i colloqui è stata allestita anche una zona del giardino. Lo stesso - il distanziamento dei tavoli per gli incontri con i familiari - è avvenuto nel carcere femminile della Giudecca, da dove nelle scorse settimane sono state portate ai domiciliari uscite 7 detenute a cui mancavano meno di 6 mesi di pena.
In entrambi i penitenziari, poi, è stata creata un'area distaccata nella quale accogliere i nuovi ingressi (nuovi arresti o trasferimenti) che dovranno passare 15 giorni in isolamento sanitario per valutare la presenza di eventuali sintomi Covid. Così come sono state predisposte celle isolate per quei detenuti, che già presenti, mostrassero accenni della malattia. Pericoli finora scongiurati dal piano di salute attuato dalle direzioni e dal dottor Vincenzo De Nardo, responsabile sanitario del Santa Maria Maggiore e della Giudecca. È stato lui a coordinare i tamponi fatti dalla cooperativa di infermieri nelle due strutture. Tutti con esito negativo.
di Giuseppe Gallinella
ilformat.info, 8 maggio 2020
Mentre le fabbriche e le altre aziende rimangono chiuse in tutta l'America, i prigionieri in almeno 40 stati continuano a lavorare. A volte guadagnano centesimi l'ora, o addirittura niente, facendo maschere e disinfettanti per le mani per aiutare a proteggere gli altri dal coronavirus. Quegli stessi detenuti sono stati tagliati fuori dalle visite della famiglia per settimane, ma vengono addebitati fino a 25 dollari per una telefonata di 15 minuti, oltre a un supplemento ogni volta che aggiungono credito.
Pagano anche i prezzi maggiorati al commissario per il sapone in modo che possano lavarsi le mani più frequentemente. Tale servizio può comportare una commissione di elaborazione del 100%. Sebbene il virus Covid-19 ha paralizzato l'economia, lasciando milioni di disoccupati e molte aziende in supporto vitale, le grandi aziende che sono diventate sinonime del più grande sistema carcerario del mondo continuano a fare soldi. "È difficile. Soprattutto in un momento come questo, quando sei senza lavoro, stai aspettando la disoccupazione, e non hai soldi da inviare", ha dichiarato Keturah Bryan, che trasferisce centinaia di dollari ogni mese - vecchio padre in una prigione federale in Oklahoma. Nel frattempo, ha detto, le prigioni continuano il loro oscuramento. "Devi pagare per telefonate, e-mail, cibo", ha detto. "Qualunque cosa".
L'epidemia di coronavirus ha messo in luce un improbabile riflettore nelle carceri e nelle prigioni americane, che ospitano oltre 2,2 milioni di persone e sono state descritte dagli esperti sanitari come piastre di Petri per la diffusione del virus. Maschere e disinfettante per le mani spesso non raggiungono ancora i detenuti. Spesso i test non vengono eseguiti, anche tra quelli con sintomi, nonostante i timori che il virus possa diffondersi nelle comunità circostanti. E in alcune parti del paese, coloro che manifestano sintomi languiscono in edifici soffocanti con scarsa ventilazione. Le preoccupazioni si estendono ai fornitori di servizi sanitari penitenziari, spesso accusati dagli esperti di salute di fornire cure scadenti anche nei periodi migliori.
Sheron Edwards condivide un dormitorio con altri 50 uomini presso l'istituto di correzione regionale della contea di Chickasaw nel Mississippi. Date le sue esperienze passate con il fornitore medico della prigione, Centurion of Mississippi, si preoccupa di cosa accadrebbe se il coronavirus li colpisse. "Temo che ci lasceranno morire qui", ha dichiarato.
Quando era nella famigerata prigione di Parchman diversi anni fa, Edwards disse, Centurion gli avrebbe concesso solo una sessione di terapia fisica dopo che una bacchetta da 6 pollici e viti erano state posizionate nella sua caviglia rotta. "Anche se non era in pericolo di vita, era serio", ha detto. "Con Covid-19, potrei davvero perdere la vita".
Più di 20.000 detenuti sono stati infettati e 295 sono morti in tutta la nazione, a Rikers Island a New York City e ai blocchi statali e federali nelle città da una costa all'altra, secondo un conteggio non ufficiale tenuto dalla corsa Covid-19 Behind Bars Data Project dalla legge Ucla.
Mercoledì scorso, funzionari di San Diego hanno annunciato la prima morte di un detenuto in un centro di detenzione per l'immigrazione e l'applicazione delle dogane negli Stati Uniti.
Quando i tassi di detenzione sono saliti alle stelle negli anni 80 e 90, alcune aziende hanno visto un'opportunità commerciale. I costi più bassi promessi e, in molti casi, gli accordi di ripartizione degli utili, gli amministratori delle carceri hanno iniziato a privatizzare qualsiasi cosa, dal cibo e dai commissari a intere operazioni delle strutture. Negli anni 2000, il settore privato era incorporato in quasi tutti gli aspetti del sistema correttivo.
Oggi, alcuni dei più grandi nomi aziendali americani e molte aziende più piccole, si contendono una quota degli 80 miliardi di dollari spesi ogni anno negli Stati Uniti per incarcerazione di massa, circa la metà dei quali resta nel settore pubblico per pagare gli stipendi del personale e alcuni costi per i servizi sanitari, secondo l'iniziativa di politica carceraria senza scopo di lucro.
I sostenitori delle carceri a scopo di lucro affermano che per le società private è più economico gestirle rispetto al governo, sostenendo che è più facile annullare i contratti e vi sono maggiori incentivi per fornire un servizio migliore. Questo porta a migliori condizioni di vita e una reintroduzione più efficace degli incarcerati nella società, con l'obiettivo finale di ridurre la recidiva.
Il gruppo di difesa Worth Rises non è d'accordo. Giovedì il gruppo ha pubblicato un rapporto che descrive in dettaglio circa 4.100 società che traggono profitto dalle carceri del paese. Per la prima volta, ha identificato le società che supportano il lavoro penitenziario direttamente o attraverso le loro catene di approvvigionamento. Il gruppo ha inoltre raccomandato di disinvestire da oltre 180 società quotate in borsa e società di investimento. "L'industria dietro l'incarcerazione di massa è più grande di quanto molti apprezzino. Così è il danno che causano e il potere che esercitano", ha dichiarato Bianca Tylek, fondatrice e direttrice del gruppo. "Sfruttano e abusano delle persone con conseguenze devastanti", ha detto Tylek. "Certo, non sono unilateralmente responsabili dell'incarcerazione di massa, ma fanno parte dell'ecosistema che lo sostiene".
Il rapporto include i venditori che immagazzinano commissari con detersivo per bucato Cup Noodles e Tide, insieme a fornitori di servizi sanitari convenuti che sono stati citati in giudizio per aver fornito una copertura limitata o inadeguata a quelli dietro le sbarre. Ci sono aziende come Smith & Wesson che producono dispositivi di protezione per agenti di correzione e che fornisce bracciali elettronici alla caviglia. Altri nomi familiari, come Stanley Black & Decker, hanno intere unità dedicate alla produzione di accessori per le porte della prigione.
Anche i prigionieri lavorano, realizzando di tutto, dalle targhe ai giubbotti e materassi per armature. In California, alcuni servono anche come vigili del fuoco. Ma in alcuni luoghi, le persone incarcerate sono impiegate da grandi aziende come la 3M con base in Minnesota. Fatturati come un'alternativa economica all'outsourcing straniero, i detenuti hanno anche fornito beni a Starbucks, Victoria's Secret e Whole Foods, scatenando un tumulto che ha provocato l'abbandono di molte grandi aziende.
Alcuni prigionieri lasciano i loro blocchi per fare lavori nella comunità, come i fast food. Le imprese di proprietà statale sono anche spuntate attorno alle massicce industrie del lavoro penitenziario, comprese alcune con nomi quasi comici, come i prodotti Big House in Pennsylvania e Rough Rider Industries nel Nord Dakota. Mentre alcuni lavori potrebbero pagare un salario minimo come richiesto dalla legge federale per i prodotti che entrano nel commercio interstatale, la retribuzione da portare a casa dei lavoratori nelle industrie correzionali può essere inferiore al 20% del loro salario dichiarato dopo il pignoramento di vitto e alloggio, restituzione, e altri costi.
Nel frattempo, le società private commercializzano cataloghi pieni di prodotti da bloccare. Un sito Web pubblicizza una serie di articoli bondage costosi: cinture in pelle per 267 dollari, cavigliere per 144 dollari e una catena in metallo con le manette che costano 76,95 dollari. Un'azienda dell'Alabama commercializza sistemi di video sotto una cabina telefonica con il volto di una donna anziana con gli occhiali mostrata sul monitor all'interno. Accanto si legge lo slogan: "Tieni le torte dello stinco della nonna lontano dalla tua struttura".
Bobby Rose, uno dei ricercatori del rapporto, ha scontato 24 anni nelle carceri dello stato di New York, dove ha trascorso molto tempo a pensare al ruolo del denaro nel sistema legale americano. Ma rimase scioccato nell'apprendere quante società di spicco erano coinvolte e quanto si guadagnava non solo da quelle dietro le sbarre, ma anche dalle loro famiglie - un concetto particolarmente toccante durante la pandemia. Pensa ancora agli amici rimasti in prigione - due dei quali hanno ceduto al Covid-19. "Sento", ha detto, "che alcune di queste aziende che hanno davvero beneficiato potrebbero aver fornito disinfettante o addirittura dato sapone gratis", ha concluso.
agensir.it, 8 maggio 2020
Le dichiarazioni di Carlos Nieto, difensore dei diritti umani nei penitenziari. A quasi una settimana dal massacro nel carcere "Cepello" (Centro penitenciario de Los Llanos Occidentales), a Guanare, nello Stato venezuelano centro-occidentale di Portoguesa, ancora non ci sono notizie ufficiali sui responsabili dei gravi fatti accaduti, a cominciare dall'uccisione di 51 detenuti e dal ferimento di altri 75. "La ministra ha detto che si sta indagando, la Procura pure, ma a oggi non abbiamo alcuna notizia certa su quanto è accaduto". Lo afferma al Sir Carlos Nieto, coordinatore di "Una ventana a la libertad" (Una finestra sula libertà), Ong che si occupa delle condizioni delle carceri venezuelane.
Nieto, tuttavia, un'idea se l'è fatta: "A mio avviso si è trattato del primo massacro per fame in un carcere venezuelano. Le terribili foto scattate dopo l'uccisione di tanti detenuti mostrano persone in stato di denutrizione. Verosimilmente, la protesta è scattata quando è stato impedito ai familiari dei detenuti di portare il pasto ai propri congiunti. Qui in Venezuela, infatti, sono i familiari ad assicurare il pasto ai detenuti, che altrimenti non mangiano.
Credo che sia stato un massacro per la mancanza di alimenti. Probabilmente le guardie, nel momento della protesta, hanno iniziato a sparare. Va ricordato che la maggioranza delle vittime era ancora sotto processo, attendeva una sentenza e che anche in quella struttura la situazione è allo stremo con 1.500 detenuti stipati in un luogo che dovrebbe contenerne 750".
Nieto, sulla scia dei report di "Una ventana a la libertad", spiega che quanto accaduto è solo la punta d'iceberg di una condizione generalizzata: "Nelle strutture penitenziarie si vive in povertà estrema. Questo accade particolarmente nei centri di detenzione preventiva, che dovrebbero accogliere le persone che vengono arrestate solo per pochi giorni, cosa che invece non accade, sono in pratica strutture permanenti. Va anche detto che il 70% dei detenuti, in Venezuela, non ha ancora avuto una sentenza".
In generale, nelle carceri venezuelane, "mancano cibo, condizioni igieniche di base, assistenza medica. È diffusa la tubercolosi e altre malattie. Per fortuna, non si registrano ancora focolai di Covid-19, data la situazione di partenza si tratterebbe di una vera tragedia".
di Luca Sofri
ilpost.it, 7 maggio 2020
Cioè posti in cui il distanziamento fisico è difficile quando non impossibile, e che hanno davanti il grosso problema di come riaprire all'esterno. Il 2 aprile scorso era stato registrato il primo decesso di un detenuto in Italia ufficialmente ricondotto al coronavirus: un uomo di 76 anni che stava scontando la sua pena nel carcere della Dozza, a Bologna. Nelle ultime settimane l'avanzamento del contagio nelle carceri è stato un argomento poco raccontato, e sulle quali sono arrivate in gran parte informazioni confuse e parziali, o comunque trascurate, come avviene spesso alle cose che riguardano le carceri.
di Francesco Maselli
linkiesta.it, 7 maggio 2020
Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede è distratto dallo scontro con Nino Di Matteo e annuncia di voler "rimandare dentro tutti i boss". Ma deve occuparsi anche dei detenuti "normali", che non meritano meno attenzione degli altri. Il carcere è diventato il terreno da gioco di uno scontro interno alle diverse anime del giacobinismo italiano.
Nino Di Matteo, membro togato del Consiglio superiore della magistratura, accusa Alfonso Bonafede, ministro della Giustizia, di non averlo nominato a capo del dipartimento dell'amministrazione penitenziaria nel 2018 per presunte pressioni da parte della mafia; un'accusa molto grave, tardiva e peraltro non supportata da fatti.
di Stefano Anastasia
Il Riformista, 7 maggio 2020
I "boss" scarcerati non sono 376, ma 3. Tutti gli altri erano detenuti nel circuito di alta sicurezza. In queste scarcerazioni sono coinvolti 200 magistrati: tutti pericolosi eversori dell'ordine costituito? Lo scoop postumo di Repubblica ("Boss scarcerati, la lista segreta", 5 maggio) ci informa che i boss scarcerati dal 41bis per motivi di salute sono 3, non 376.
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