di Salvo Palazzolo
La Repubblica, 6 maggio 2020
Ecco il documento riservato del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria che preoccupa l'Antimafia. Ci sono i nomi dei 376 uomini dei clan e narcotrafficanti messi ai domiciliari per motivi di salute e rischio Covid. Da Palermo a Napoli, a Milano. L'elenco inviato solo una settimana fa alla commissione Antimafia.
di Franco Mirabelli*
Il Riformista, 6 maggio 2020
Le recenti polemiche sulle scarcerazioni di diversi, forse troppi, uomini legati alla mafia e detenuti in alta sicurezza o per il 41 bis, richiedono alcune precisazioni. Innanzitutto credo sia senza fondamento l'idea di riconoscere in questo passaggio, nella preoccupazione per l'uscita dei boss e nelle norme contenute nel recente decreto, una svolta giustizialista del Pd.
di Angelo Perrone*
leurispes.it, 6 maggio 2020
Rivolte e proteste durante i mesi caldi del Covid-19, scarcerazioni eccellenti di mafiosi e narcotrafficanti. Poi l'inevitabile scossone al vertice dell'amministrazione penitenziaria, il ministro Bonafede nomina in gran fretta il nuovo capo del Dap, il magistrato Petralia, insieme al vice Tartaglia, per fronteggiare la situazione.
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 6 maggio 2020
È quello che aveva fatto lui nel 1991 quando erano stati scarcerati 43 imputati di reati di mafia. Secondo lui l'attuale ministro dovrebbe fare lo stesso rispetto alle decisioni dei giudici di sorveglianza.
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 6 maggio 2020
Le mancate risposte sulla scelta (legittima) del ministro. Un equivoco. Sgradevole quanto si vuole ma pur sempre un equivoco, niente di più. Così il Guardasigilli Alfonso Bonafede prova a chiudere l'incidente con l'ex pubblico ministero antimafia Nino Di Matteo. Icona grillina della prima ora, e forse anche per questo individuato come possibile governatore delle carceri italiane dallo stesso ministro della Giustizia, appena insediatosi nel giugno 2018.
Ma nel giro di ventiquattr'ore la proposta fu ritirata, con un "voltafaccia" di cui il magistrato non ha mai avuto spiegazioni. Oggi una spiegazione è arrivata: quella del malinteso, per l'appunto. Che però non può bastare, perché non si può declassare a fraintendimento la ritrattazione di un'offerta così importante che nemmeno il ministro smentisce.
Né è credibile immaginare che l'altro incarico prospettato a Di Matteo e improvvisamente ritenuto "più adatto" (il posto di Direttore generale degli Affari penali del ministero), potesse essere considerato equivalente o addirittura migliore. Dire che "fu l'ufficio di Giovanni Falcone" è solo un altro slogan, perché nel frattempo quell'ufficio è stato depotenziato, ha cambiato collocazione e competenze, e si sarebbe dovuto mettere mano a una riforma per riportarlo a qualcosa di equiparabile a quello che era. Le ricostruzioni dei due contendenti divergono soprattutto sulla percezione avuta da Di Matteo nel primo colloquio con il ministro, il quale aveva capito che "fossimo concordi su quella collocazione", mentre il magistrato intendeva accettare l'altra.
Ma al di là dell'equivoco più o meno credibile, il nodo che Bonafede non ha sciolto resta un altro: perché ha cambiato idea rinunciando a nominare l'ex pm della trattativa Stato-mafia al vertice dell'Amministrazione penitenziaria? Scelta legittima e persino insindacabile, per carità. Se però si decide di darne conto - sia pure attraverso una irrituale telefonata semi-notturna in diretta televisiva, in risposta a un'altrettanto irrituale chiamata in cui il magistrato ha svelato il retroscena taciuto per due anni -la motivazione dev'essere almeno verosimile.
Bonafede s'indigna all'insinuazione che il dietrofront fu dovuto alle proteste dei detenuti mafiosi per il temuto arrivo di Di Matteo, e ne ha tutto il diritto. Tuttavia un'altra ragione ci deve essere per aver virato, dalla sera al mattino, su un altro candidato: Francesco Basentini, nome che al popolo grillino diceva poco o niente. Non per questo non adatto all'incarico, sebbene i due anni di gestione e l'epilogo consumatosi pochi giorni fa possano legittimare i dubbi.
Ma continua a mancare un chiarimento. Divenuto ormai ineludibile secondo i canoni istituzionali, prima ancora che del Movimento Cinque Stelle di cui Bonafede guida la delegazione governativa. Se il ministro non avesse replicato all'irruzione di Di Matteo (anch'essa discutibile, visto il ruolo istituzionale che ricopre da componente del Consiglio superiore della magistratura), o si fosse limitato a respingere ogni sospetto rivendicando la propria autonomia nelle scelte politiche di così alto livello, avrebbe forse potuto chiudere il caso.
Con spiegazioni poco plausibili invece no. È possibile che la repentina marcia indietro del ministro su Di Matteo sia dovuta a qualche consiglio arrivato nel breve intervallo tra la prima e la seconda proposta, come ipotizzato dallo stesso magistrato. Ma pure in questo caso, visto che ormai l'episodio è stato squadernato in diretta tv, sarebbe meglio dirlo.
Senza necessità di svelare altri particolari. Un ripensamento, autonomo o indotto, non è motivo di scandalo. Basta essere chiari, una volta che ci si inerpica sulla strada della trasparenza. Sempre più invocata che praticata, secondo vizi antichi che nemmeno la politica sedicente nuova riesce a scrollarsi di dosso.
di Stefano Anastasia
Il Manifesto, 6 maggio 2020
"Quindi la lezione è che un ministro della Giustizia conferma fiducia al capo delle carceri (riconoscendosi nel suo operato) se 13 detenuti muoiono in rivolte stile anni 70. Ma non più se pm/giornali/tv autoproclamati antimafia scatenano fuorvianti polemiche, e ottengono controriforme à la carte, quando giudici di sorveglianza applicano la legge nel non far morire in cella detenuti (pure boss) bisognosi di indifferibili cure".
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 6 maggio 2020
Lo sfogo dell'ex pm: non so se ci siano stati condizionamenti politici. Critiche dai M5S del Csm.
Chiuso al lavoro nella sede del Consiglio superiore della magistratura, Nino Di Matteo evita di tornare sulla polemica con il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede innescata dalla telefonata in diretta tv sulla sua mancata nomina a capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria. Ma continua a ritenere di non aver sbagliato a rivelare il retroscena di due anni fa.
"Ho esposto dei fatti, non percezioni; e non faccio illazioni, ognuno può trarne le conseguenze che crede", ripete a chi gli chiede se non abbia avuto ripensamenti sull'opportunità della chiamata a "Non è l'arena", su La7, a trasmissione in corso: "Era stato tirato in ballo il mio nome, e allora ho pensato che fosse giusto intervenire".
Per stabilire la verità dei fatti, che invece Bonafede ha ricostruito in maniera diversa. L'accostamento con i timori dei boss per la sua nomina al ripensamento sull'incarico è la cosa che più ha indignato il ministro, ma anche di fronte a questo Di Matteo non arretra.
"Non so se sia stata una scelta autonoma o indotta da altri", ribadisce a proposito di presunte pressioni, politiche o di altro genere, ricevute da Bonafede per cambiare idea; l'aveva detto in tv e continua a ripeterlo. Lui non ha mai accusato Bonafede di essere stato intimidito, ma nelle sue riflessioni ribadisce che proprio in presenza di quelle intercettazioni in carcere "il voltafaccia del ministro" non fu un bel segnale per il contrasto alla mafia.
E l'amarezza provata a giugno 2018 - quando il Guardasigilli gli disse prima "scelga lei" e l'indomani, di fronte alla sua scelta per il vertice del Dap, gli comunicò che aveva già scelto un altro - è la stessa di allora: "Io non ho secondi fini, come non ne avevo quando fui contattato dal ministro. Fu lui a cercarmi, non io. E ho ritenuto di fare quella telefonata anche perché il ministro aveva appena nominato un nuovo capo del Dap, dunque nessuno poteva più strumentalizzare le mie parole sostenendo che volessi quel posto".
Dentro il Csm, a bacchettare l'ex pm sono i tre componenti laici indicati dai Cinque Stelle (Alberto Benedetti, Filippo Donati e Fulvio Gigliotti), che accusano: "I consiglieri dovrebbero più di chiunque altro osservare continenza e cautela nell'esprimere le proprie opinioni, proprio per evitare di alimentare speculazioni e strumentalizzazioni politico- mediatiche che fanno male alla giustizia e minano l'autorevolezza del Csm".
Ma nella base del Movimento si fanno sentire i malumori per le rivelazioni di Di Matteo, sebbene lo stato maggiore del partito sia schierato con Bonafede. E il senatore grillino Nicola Morra, presidente della commissione Antimafia, prova a mediare: "Uomini come Di Matteo, eroe e galantuomo, non possono essere messi in discussione, al pari delle politiche antimafia promosse dal M55". Il ministro riferirà in Parlamento, forse già oggi o domani, come chiesto ormai da tutti i partiti.
di Franco Corleone
Il Riformista, 6 maggio 2020
Il capo dello Stato dovrebbe intervenire dopo lo scontro di un esponente del governo e di un rappresentante del Csm. Una volta ci si lamentava che "Porta a porta" di Bruno Vespa costituisse la Terza Camera, oggi con la crisi conclamata del Parlamento ci si è ridotti alla copia riveduta e scorretta di un giornalista che preferisco non nominare.
Durante una trasmissione televisiva il magistrato Nino Di Matteo che fa parte del Csm e il ministro della Giustizia Bonafede si sono esibiti in un duetto sgangherato sulla mancata nomina di Di Matteo a capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria nel 2018.
Non si capisce la ragione della rivelazione dopo due anni, ma se viene fatta da chi vive di teoremi e complotti, non può essere casuale. Forse si tratta della ripicca per la mancata seconda offerta dopo le dimissioni di Basentini, messo sulla graticola per una presunta responsabilità nella scarcerazione di alcuni detenuti eccellenti per gravi patologie.
Altre erano le responsabilità del vertice del Dap che di fronte a una vera possibile emergenza sanitaria annunciò misure restrittive senza alcun dialogo e provocò rivolte in più di venti carceri come non accadeva da cinquant'anni. Una vera Caporetto che non ha ancora trovato una soluzione di monitoraggio, prevenzione e cura: solo la fortuna ha evitato che in galera non si sia verificata un'ecatombe simile a quella toccata agli ospiti delle case di riposo.
Le misure nei decreti per ridurre il sovraffollamento sono state timide, prudenti e condite con il rilancio del rassicurante braccialetto (in realtà cavigliera), fino ad ora noto solo per lo sperpero di denaro pubblico. In realtà nelle celle si continua ad essere troppo vicini e con condizioni igieniche e sanitarie deplorevoli, con i lavandini attaccati alla tazza del cesso.
Ma per le vestali della legalità, questa non è una vergogna sesquipedale da eliminare immediatamente. Lo scandalo si concretizza quando alcuni magistrati di sorveglianza decidono l'incompatibilità con la detenzione domiciliare per alcuni detenuti di calibro gravemente malati e prossimi al fine pena.
Nessuna considerazione per 13 detenuti morti, invece. Pietà l'è morta, davvero. Torniamo al battibecco tra Di Matteo e Bonafede che ha al centro l'accusa al ministro di non avere proceduto alla nomina del magistrato palermitano al capo del Dap per paura delle reazioni dei capi mafia ristretti nelle sezioni del 41bis. La difesa di Bonafede è patetica. Viene svelato un triste mercato per l'occupazione di fondamentali incarichi di responsabilità.
Altro che la vituperata lottizzazione della Prima Repubblica. Di fronte a questo spettacolo increscioso (miserabile, avrebbe detto Ugo La Malfa), è inquietante il silenzio del presidente della Repubblica che nomina i ministri sulla base di un giuramento che impegna a esercitare le funzioni nell'interesse esclusivo della Nazione e che è il presidente del Consiglio Superiore della Magistratura. Nemmeno una parola da parte del vice presidente del Csm David Ermini. Le istituzioni ricevono un duro colpo e la crisi della democrazia e dello Stato di diritto pare irrimediabile. Sono solo peccati di omissione o segno di complicità?
Neppure la pandemia fa prevalere il senso di umanità e l'egemonia giustizialista mette nell'angolo il Papa e la sua Via Crucis, la Corte Costituzionale e le sue sentenze, i magistrati garantisti e gli avvocati impegnati con i volontari e i garanti per i diritti. Manca la politica e un soggetto politico con l'ambizione di perseguire un disegno alternativo al populismo penale.
La "Società della Ragione" che negli scorsi anni si è battuta per la cancellazione della legge Fini-Giovanardi sulle droghe e per la chiusura degli Opg, nella sua assemblea del 30 aprile ha deciso di lanciare una sfida ambiziosa. Ripresentare nel Libro Bianco sugli effetti della legge antidroga a fine giugno una proposta di una riforma radicale; il 29 luglio nell'anniversario della morte di Sandro Margara porre sul tappeto i cambiamenti del carcere per rispettare la Costituzione; infine lanciare una campagna per la modifica degli strumenti di clemenza (amnistia, indulto e grazia) e delle norme del Codice Rocco sull'imputabilità dei malati di mente. Proprio ora nel fuoco della crisi sociale va scritta con coraggio un'agenda del cambiamento, contro l'arroganza del senso comune e della paura.
di David Allegranti
Il Foglio Quotidiano, 6 maggio 2020
Roma. "Il dottor Di Matteo a chi risponde dei propri atti politici?", si chiede la giunta dell'Unione delle Camere penali, presieduta dall'avvocato Gian Domenico Caiazza. Nello scontro fra il pm Di Matteo, consigliere del Csm, e il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, c'è qualcuno che è eventualmente chiamato a risponderne in Parlamento (il Guardasigilli) e qualcun altro che invece può parlare, o straparlare, senza rischio di sanzioni.
Il dottor Di Matteo appunto, contro il quale si sono espressi tre suoi colleghi del Csm, i membri laici in quota M5s Alberto Maria Benedetti, Filippo Donati e Fulvio Gigliotti: "Chi ha l'onore di ricoprire un incarico di così grande rilievo costituzionale, deve sapersi auto-limitare; questo non significa rinunciare a esprimere le proprie opinioni, ma vuole dire farlo nelle forme e nei modi corretti", hanno detto.
Ora, spiega l'avvocato Caiazza al Foglio, "non siamo certo sospettabili di indulgenze nei confronti del ministro Bonafede. Il tema dunque è un altro: a che titolo il dottor Di Matteo bombarda il ministro in carica insinuando con chiarezza che la revoca della proposta della sua nomina a capo del Dap sarebbe avvenuta per timore o compiacenza dopo le banali recriminazioni di alcuni detenuti al 41bis?
Recriminazioni peraltro note da diversi giorni, precedenti la proposta fatta dal ministro; dire quindi che sia stata quella la causa che ha fatto cambiare idea al ministro è grottesco, pretestuoso. Oltretutto, un pm, a maggior ragione se componente del Csm, non può permettersi per nessuna ragione al mondo di chiamare un ministro a discutere delle sue valutazioni politiche".
Il fatto che discutiamo se il ministro Bonafede debba o no venire a spiegare una vicenda di due anni fa, aggiunge Caiazza, "mentre il dottor Di Matteo non è chiamato da nessuno a rispondere di quello che dice - quantomeno dal vicepresidente del Csm - è una cosa fuori dal mondo e risponde all'idea, ipertrofica, dell'invadenza della magistratura mediatica sulle dinamiche democratiche. Anche su quelle che non ci piacciono".
Certo, Bonafede è rimasto vittima di sé stesso, c'è sempre qualcuno più puro che alla fine ti epura, dunque siamo giunti "all'implosione di un mondo che ha costruito la propria fortuna politica e non solo, anche editoriale e giornalistica, sul parassitismo dell'antimafia. Alcuni soggetti hanno parassitato l'antimafia per farne una leva politica e di distruzione dell'avversario politico. È un aspetto che dovrebbe far riflettere seriamente.
Oltretutto, non abbiamo capito di cosa stiamo parlando: e se anche Bonafede avesse cambiato idea nottetempo? Oppure se, in virtù delle dinamiche della politica (proposte terze, suggerimenti del presidente della Repubblica o dell'Anm) avesse preferito altri equilibri? Non deve renderne conto a Di Matteo. Non si capisce insomma la ragione di questo attacco a distanza di due anni. Forse Di Matteo sperava di andare a dirigere il Dap adesso".
Fossimo dietrologi ci interrogheremmo a lungo. Certo è, dice Caiazza, "che il Parlamento è tornato indietro sulla questione del processo da remoto, sulla quale la corrente di Di Matteo e Davigo si era esplicitamente spesa. E anche l'Anm nei giorni scorsi ha pubblicato una delibera di una durezza sprezzante nei confronti del ministro, che per fortuna ha fatto un passo indietro anche grazie alla nostra iniziativa, recepita da gran parte del parlamento.
Non so se il ministro l'abbia gradita o subita, però certamente ha corretto le norme dopo due giorni averle promulgate. In quell'occasione, ci aveva colpito il linguaggio aggressivo nei confronti di Bonafede da parte della giunta dell'Anm, anche questa una cosa mai vista. Anche Area, una corrente della magistratura, ha scritto una nota sgradevolissima. Quindi forse in questo contesto, per varie ragioni, Bonafede sembra aver perso appeal. Forse un giorno lo capiremo, forse non lo capiremo mai, ma tutto appare fuori da ogni parametro ed è di una gravità inconcepibile".
Lo scontro Di Matteo-Bonafede sembra essere messo in sordina: se fosse accaduto con un governo Berlusconi che cosa sarebbe successo? "In questo momento il governo è in difficoltà, specie il M5s. La Rai non ha detto mezza parola, anche gli altri giornali stanno avendo un atteggiamento censorio. Marco Travaglio sul Fatto è stato grottesco, ha scritto che Di Matteo e Bonafede non si sono capiti bene e che è tutto un equivoco. Non sono un frequentatore dei social ma mi dicono che il mondo grillino è spaccato, quindi c'è un interesse a tacitare la questione. Come vede, la vicenda ha molte sfaccettature".
di Giovanni M. Jacobazzi
Il Dubbio, 6 maggio 2020
La bacchettata dei membri grillini del Csm. "Continenza e cautela". Arriva dai consiglieri del Csm in quota M5s il primo "stop" alle esternazioni di Nino Di Matteo. Con una nota, i laici pentastellati Alberto Maria Benedetti, Filippo Donati e Fulvio Gigliotti ricordano che "i consiglieri del Csm, togati e laici, dovrebbero, più di chiunque altro, osservare continenza e cautela nell'esprimere, specialmente ai media, le proprie opinioni, proprio per evitare di alimentare speculazioni e strumentalizzazioni politico-mediatiche che fanno male alla giustizia e minano l'autorevolezza del Consiglio".
Oggetto della reprimenda, pur senza mai citarlo, l'ex pm antimafia Nino Di Matteo e la sua dura presa di posizione nei confronti del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede durante l'ultima puntata della trasmissione Non è l'arena di Massimo Giletti su La7.
Di Matteo, intervistato domenica scorsa a proposito delle recenti scarcerazioni di detenuti sottoposti al regime del 41 bis, aveva "accusato" Bonafede di aver sostanzialmente ceduto ai boss non nominandolo al vertice del Dap. Una vicenda "tenuta riservata" (parole del magistrato siciliano) fino ad ora e gettata sulla pubblica piazza a distanza di due anni.
Le affermazioni di Di Matteo avevano scatenato una violenta polemica politica con la richiesta, da parte delle opposizioni e dei renziani di Italia viva, di dimissioni di Bonafede che, oltre ad essere il ministro della Giustizia è anche il capo delegazione del Movimento. Esprimiamo, proseguono i tre consiglieri, "forte preoccupazione per il clima venutosi a creare, specie in un momento in cui la giustizia necessiterebbe di unità e collaborazione tra tutti gli operatori, nell'interesse del Paese e dei cittadini.
Chi ha l'onore di ricoprire un incarico di così grande rilievo costituzionale, deve sapersi auto- limitare; questo non significa - aggiungono, quindi, i laici del M5s - rinunciare a esprimere le proprie opinioni, ma vuole dire farlo nelle forme e nei modi corretti. È quello che noi facciamo, e convintamente continueremo a fare, da quando, nel settembre 2018, siamo stati chiamati dal Parlamento al ruolo di componenti del Csm".
Una presa di posizione forte che cerca di "salvare" il Guardasigilli, allentando il fuoco di fila di queste ore su via Arenula Domani Bonafede, infatti, risponderà sul punto al question-time alla Camera. Il dibattito si preannuncia incandescente in quanto molti parlamentari hanno già fatto sapere che chiederanno di conoscere i reali motivi per cui il ministro, a giugno del 2018, dopo aver offerto a Di Matteo l'incarico di n. 1 del Dap, decise di cambiare idea, preferendogli Francesco Basentini. La giustificazione fornita da Bonafede sarebbe che aveva proposto a Di Matteo un altro incarico di prestigio sul fronte della lotta alla mafia, lo stesso avuto ai tempi da Giovanni Falcone al Ministero della giustizia, cioè di direttore degli Affari penali.
Una spiegazione che non ha convinto dato che quell'ufficio non esiste più da anni, a seguito della riorganizzazione del Ministero, avendo cambiato nome in Direzione Affari interni. Un ufficio non apicale come il Dap e che, soprattutto, non si occupa di contrasto alla mafia. Cosa succederà al Csm adesso è difficile prevederlo.
Il fatto che l'attacco a Di Matteo venga dai laici del M5s suscita più di un interrogativo. Di Matteo, oltre ad aver partecipato ad eventi organizzati dal Movimento, è da sempre l'idolo dei grillini che avrebbero voluto lui, e non Bonafede, come ministro della Giustizia. Di Matteo è stato eletto ad ottobre dello scorso anno a Palazzo dei Marescialli nelle liste di Autonomia & Indipendenza, la corrente che ha in Piercamillo Davigo il punto di riferimento ed è oggi "alleata" con le toghe progressiste di Area.
A& I ed Area contano cinque consiglieri a testa. A questi dieci togati si sommano i tre laici in quota M5s ed il procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi (Area). Sulla carta, dunque, 14 voti che garantiscono una solida maggioranza. La presa di distanza dei laici pentastellati da Di Matteo rischia di mettere in discussione gli equilibri al Csm, dove anche un voto è determinante.
- Lettera aperta a lettori e amici di Ristretti Orizzonti
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