di Alessandra Ziniti
La Repubblica, 6 maggio 2020
Alcune delle donne e bambini, di un gruppo di 137 migranti subsahariani, arrivati con due barconi sull'isola di Lampedusa il 4 maggio. Duecento arrivi in due giorni. Il Viminale ha annunciato al sindaco Martello che metterà a disposizione una nave tra Pozzallo e Lampedusa per ospitare i migranti degli sbarchi autonomi.
Lampedusa presa d'assalto. Tre sbarchi in poche ore tra stanotte e stamattina. Circa duecento persone che vanno ad aggiungersi alle cento che hanno trascorso due giorni all'addiaccio sul molo Favaloro sotto il riparo di un solo tendone. Alle proteste del sindaco Totò Martello il ministro dell'Interno Luciana Lamorgese risponde annunciando l'arrivo di una nave che stazionerà tra Lampedusa e Pozzallo per ospitare per la quarantena eventuali altri migranti in arrivo.
E proprio oggi sono scesi dalla Rubettino i 183 soccorsi ad aprile dalle ong Alan Kurdi e Aita Mari, che hanno concluso il periodo di isolamento sotto la vigilanza della Croce Rossa a cui è affidata la gestione della nave. I migranti sono stati trasferiti in centri di accoglienza in attesa della redistribuzione in Europa secondi la richiesta che è stata fatta il 22 aprile dal governo tedesco visto che la Alan Kurdi batte bandiera tedesca, così come aveva chiesto il ministro Lamorgese a Berlino. Precisazione fatta dal Viminale questa sera dopo che un portavoce della Commissione Europea aveva detto che l'Italia non aveva mai avanzato alcuna richiesta di coordinamento per la redistribuzione. Ma intanto la nave, ferma nel porto di Palermo, è stata posta sotto fermo amministrativo dalla Guardia costiera Ispettori della Guardia costiera dopo un'ispezione che ha evidenziato "diverse irregolarità di natura tecnica e operativa tali da compromettere non solo la sicurezza degli equipaggi ma anche delle persone che sono state e che potrebbero essere recuperate a bordo".
E altri 118 ancora in quarantena nell'hotspot al completo mentre a poche miglia dall'isola resta in attesa di istruzioni un mercantile che in zona Sar maltese ha soccorso altre 60 persone. Molti sono donne e bambini. La situazione sull'isola sembra fuori controllo. Impossibile così far rispettare le misure anti Covid. E Il bel tempo lascia presagire che gli arrivi sono solo cominciati. Da giorni il sindaco Salvatore Martello chiede al Viminale di poter avere una nave fissa davanti le coste dell'isola dove ospitare i migranti in arrivo senza farli passare dall'isola rispettando così la sicurezza per i cittadini lampedusani.
di Massimo Franchi
Il Manifesto, 6 maggio 2020
La sacrosanta regolarizzazione dei migranti si sta trasformando: è partita come necessità degli agricoltori, ora sta diventando scontro politico all'interno della maggioranza con la "destra" del M5s a opporsi alla "sanatoria". Dopo che lunedì la ondivaga ministra Teresa Bellanova aveva rotto gli indugi e - a un mese e mezzo dalla richiesta di sindacati e associazioni di garantire tutele ai migranti chiusi nei ghetti - e aveva chiesto di inserire la regolarizzazione nel decreto (diventato) Maggio, ieri i grillini di destra hanno alzato le barricate, mettendo in difficoltà la ministra Nunzia Catalfo che invece è sostanzialmente a favore della proposta ed anzi la accompagnerebbe con il lancio della piattaforma pubblica per far incontrare domanda e offerta di lavoro agricolo.
Il giorno dopo il televertice di lunedì al ministero del lavoro fra Catalfo, Bellanova e le parti sociali, ieri si puntava a chiudere l'accordo nel governo con un incontro allargato al ministro per il Sud Giuseppe Provenzano e, soprattutto, alla ministra dell'Interno Luciana Lamorgese, colei a cui spetta la responsabilità della norma per la regolarizzazione.
Una riunione che doveva dirimere l'ultima incognita: allargare la regolarizzazione anche a colf e badanti - come chiedono Pd, Leu e Italia Viva - oppure limitarla ai soli braccianti? I numeri spaventavano la stessa Lamorgese che già due settimane fa in audizione alla camera era parsa molto cauta: i braccianti migranti da regolarizzare vengono stimati dalle parti sociali in 150mila, altrettanti sarebbero i braccianti italiani irregolari e sfruttati; inserendo colf e badanti la norma potrebbe riguardare un numero doppio: circa 600mila persone, in prevalenza donne che curano "in nero" gli anziani di altrettante famiglie italiane, fiscalmente irregolari. Sotto il pressing di Provenzano, che ha chiesto di allargare il provvedimento ai braccianti italiani ("La regolarizzazione non solo risponde ad un'esigenza di giustizia, è anche un incentivo a fare ulteriori passi di modernizzazione al settore agricolo", ha detto ieri in chat con le Sardine), a colf e badanti e ad inserire tutto nel decreto Maggio, la ministra Lamorgese si è convinta.
A otto anni dall'ultima regolarizzazione - 2012, governo Monti, ministro Annamaria Cancellieri, altra donna, altro tecnico - il rischio reale è che la paura del M5s di approvare un provvedimento "sanatoria di clandestini", come sbraitano Salvini e Meloni, blocchi tutto ancora una volta.
A ieri sera le possibilità che la norma fosse inserita nel decreto Maggio erano deboli. Le diplomazie - "c'è un'interlocuzione in corso" sono al lavoro per riuscire a far digerire il decreto al M5s entro domani o venerdì, giorni potabili per il consiglio dei ministri in cui Giuseppe Conte dovrà proporre una mediazione che tenga conto anche del "no" di Italia Viva al Reddito di emergenza.
Per placare gli animi dei deputati e senatori più contrari, l'ineffabile Vito Crimi ha bollato il vertice ministeriale di ieri come "riunione tecnica", procrastinando all'ennesima riunione dei capi delegazione di maggioranza la decisione finale.
Nel 2012 i datori di lavoro dovettero pagare 1.000 euro per ogni lavoratore: lo strumento sarebbe lo stesso e ha già avuto il via libera di Cia e Legacoop e anche dalla Coldiretti, che però non lo rende pubblico per non mettere in difficoltà Salvini. Ieri per sviare l'attenzione la stessa Coldiretti ha diffuso uno studio su come "gli italiani siano ingrassati di due chili durante il lockdown".
L'idea delle associazioni e dei sindacati è quella di favorire gli spostamenti verso nord dei braccianti bloccati nei ghetti del sud - Borgo Mezzanone in Puglia, San Ferdinando in Calabria - garantendo loro anche l'assistenza sanitaria.
A favore della regolarizzazione c'è un ampio fronte parlamentare. "Capisco che parlare di "maxi sanatoria per 300mila immigrati clandestini" solletichi la pancia dei suoi fan e a Salvini faccia comodo giocarsi l'unica carta che gli rimane. Ma se avesse realmente a cuore la salute degli italiani, saprebbe che passa anche dall'accesso dei cittadini stranieri al sistema sanitario e la loro stabilità occupazionale e abitativa. È uno dei doveri primari di una democrazia in tempi di crisi: la sicurezza è nei diritti", dichiara Erasmo Palazzotto (LeU).
"Regolarizzare i lavoratori stranieri significa porre fine allo sfruttamento del lavoro nero, aumentare la sicurezza sociale e sanitaria e portare nelle casse dello Stato italiano centinaia di miliardi di euro di entrate, inserendo in una cornice di legalità migliaia di persone che oggi sono fantasmi senza diritti e doveri. Il governo trovi il coraggio politico per questo provvedimento e il Parlamento modifichi il meccanismo dei flussi per gli ingressi in Italia a partire dalla proposta di legge "Ero straniero" di cui sono relatore", afferma il radicale Riccardo Magi.
di Rita Rapisardi
L'Espresso, 6 maggio 2020
L'industria bellica non conosce crisi, neanche durante l'emergenza. La produzione italiana di armi per guerre che non esistono aumenta ogni anno, mentre cresce l'importazione delle forniture mediche per 7,7 miliardi di euro. Intanto medici e infermieri sono sempre meno e i tagli alla sanità sempre di più.
Gli F35? Valgono centocinquantamila terapie intensive. La portaerei Trieste? Cinquantamila respiratori polmonari. Una manciata di blindati e un elicottero? Trecentotrentamila posti letto oppure dieci miliardi di mascherine. Di fronte alla guerra contro il coronavirus ci siamo trovati impreparati, senza armi. Eppure non ci mancano quelle per combattere una guerra che non esiste: quella sul campo.
Le spese militari in Italia crescono da anni, così come i tagli alla sanità. E adesso che mancano ventilatori, posti letto, mascherine e reagenti, è ancora più difficile da accettare. Già perché le forniture mediche dell'Italia dipendono per lo più dall'estero: con quello che produciamo non copriamo neanche il 50 per cento del fabbisogno, per questo importiamo apparecchi elettromedicali per 1,2 miliardi e attrezzature medico-dentistiche per 6,5 miliardi l'anno. Mentre importiamo armamenti per meno di cinquecento milioni.
Una scelta di priorità che oggi costa cara. Un esempio sono i 43mila posti di lavoro in meno nella sanità in dieci anni (dati Fondazione Gimbe) o gli scarsi investimenti per le preziose terapie intensive (una, costa 100mila euro). Basta poi confrontare la media dei Paesi Ocse: da noi ci sono 3,2 posti letto ogni mille abitanti, contro il 4,7 di quella europea. Capofila è la Germania (la terza a livello mondiale) con otto, motivo che ha contribuito a controllare meglio la diffusione dell'epidemia. E poi i tagli dei posti letto (15mila euro l'uno): dal 2000 al 2017 si parla di meno il 30 per cento.
Più soldi per le armi, sempre meno per la sanità - Nelle ultime settimane abbiamo assistito a medici richiamati dalla pensione, alla corsa alle lauree per buttare in corsia quanti più infermieri possibile e all'assunzione immediata di circa 20mila operatori sanitari per sopperire ai periodi di magra. "Si è voluto anteporre la spesa militare a quella sociale e civile, questo ha portato a un costante indebolimento del Sistema Sanitario Nazionale a fronte di una ininterrotta crescita di fondi per l'industria degli armamenti", commenta Francesco Vignarca, coordinatore di Rete Disarmo. Mentre da un lato la spesa militare è passata dall'1,25 per cento del Pil fino a raggiungere un picco del 1,45 per cento (con l'amministrazione di Trump che spinge perché i membri Nato raggiungano il 2 per cento, che per l'Italia vorrebbe dire 10 miliardi in più all'anno), dall'altro quella sanitaria è scesa di un punto percentuale, con una previsione per il 2020 che si aggira sul 6,5 per cento del Pil.
"E questi sono solo i numeri delle previsioni di partenza - sottolinea Vignarca - perché nei bilanci consuntivi si verifica una spesa effettiva decisamente superiore. Va sottolineato poi che nella previsione per il 2020 quasi 5,9 miliardi di euro sono destinati all'acquisto di nuovi sistemi d'arma". Secondo i dati elaborati dall'Osservatorio Mil€x nel 2020 spenderemo circa 26,3 miliardi in spese militari, un miliardo e mezzo in più rispetto l'anno precedente.
L'industria bellica non conosce crisi, cresce con il lascia passare di tutti i governi che si sono susseguiti negli ultimi 15 anni, anche con l'approvazione da parte del Movimento Cinque Stelle e del Partito Democratico. "Sembra che una volta arrivati al governo cambi tutto, non si riesce a superare quello scoglio, nonostante in passato si siano fatte battaglie opposte", aggiunge Vignarca.
Ci servono tutte queste armi? - "Sa qual è il bilancio della portaerei Cavour, costata 1,3 miliardi ed entrata in servizio nel 2009? Che io sappia ha fatto due operazioni: la prima ad Haiti nel 2010, nell'ambito del cosiddetto "battesimo operativo", per portare soccorsi dopo il terremoto. La seconda, ancor più incomprensibile per una portaerei, per il tour militare-commerciale-umanitario denominato "Sistema Paese in Movimento" iniziato a novembre del 2013 in cui, col pretesto della lotta alla pirateria, ha toccato diversi porti della penisola araba e dell'Africa per pubblicizzare i prodotti dell'industria bellica italiana. In una parola, finora è servita soprattutto per attività di rappresentanza e per celebrazioni", commenta Giorgio Beretta, analista dell'Osservatorio sulle armi leggere (Opal) di Brescia. Ecco, lo scorso maggio ne è stata varata una nuova. La Trieste, costo previsto 1,2 miliardi di euro.
Non ci sono solo i celebri F-35 dal valore di 15 miliardi di euro. È fresca la conferma dell'acquisto da parte della Marina Militare di due sommergibili dal costo di 1,3 miliardi di euro, che saranno costruiti da Fincantieri: mentre il coronavirus blocca i cantieri, come il comparto delle navi da crociera, la scelta militare sembra la più sensata per non star fermi. "Come si fa a chiedere soldi all'Europa quando in bilancio ho appena inserito due sommergibili?", commenta Beretta. Senza dimenticare i sette miliardi di euro sbloccati dal Ministero della Difesa e dal MISE per la prevista "Legge Terrestre" che dovrebbe garantire la costruzione di diversi armamenti. E poi ci sono le 36 missioni militari all'estero che ogni anno ci costano 1,3 miliardi. Servono a dare visibilità, ma non solo: "Molti dei mezzi militari usati in questi contesti, come i Lince, sono rivenduti con il valore aggiunto di essere stati "testati in scenari di guerra"", dice Beretta. Di queste missioni poi, come quella in Afghanistan, denunciano le associazioni, mancano bilanci a lungo termine e risultati raggiunti che vadano oltre il numero dei pasti caldi distribuiti o dei posti letto creati.
Neanche il coronavirus ferma il settore - Neanche il lockdown ha fermato il settore. Si legge infatti in una comunicazione dell'Aiad, la Federazione delle Aziende Italiane per l'Aerospazio, la Difesa e la Sicurezza, membro di Confindustria, che c'è "l'opportunità per le società e le aziende federate, di proseguire la propria attività, concentrando l'operatività sulle linee produttive ritenute maggiormente essenziali e strategiche, e di rallentare per quanto possibile l'attività produttiva e commerciale con riferimento a tutto ciò che non sia ritenuto essenziale".
Le aziende sono proiettate all'estero: è forte la competizione per accaparrarsi grandi clienti come i paesi del Golfo. Esportiamo per 2,5 miliardi di euro, lo 0,6 per cento del Pil. È di poche ore fa la notizia che Fincantieri ha vinto la gara per le fregate che finiranno alla Marina Usa. "Sostanzialmente è stata concessa totale libertà alle aziende. Per un po' hanno chiuso quelle legate alle armi leggere, come la Beretta, ma non si è fermato chi produce aerei - conclude Vignarca - questo dimostra lo stato privilegiato rispetto agli altri settori". Senza dimenticare che pochissime sono state le riconversioni della produzione per venire incontro all'emergenza.
di Vittorio Ferla
Il Riformista, 6 maggio 2020
C'è modo e modo di fare il domestico. Dipende dal proprio padrone. Dal modo di interpretare il ruolo. Dalla preparazione per svolgere il servizio. "I padroni e le padrone di solito brontolano con i servitori perché non si chiudono la porta alle spalle", scriveva più di due secoli fa Jonathan Swift nelle sue Istruzioni per i domestici. E allora - suggerisce Swift con humour nero ai disperati domestici - "datele, alla porta, una tale sbatacchiata nell'uscire da far tremare tutta la stanza e far crepitare tutto quello che c'è dentro, così rammenterete al vostro padrone e alla signora che vi attenete ai loro comandi".
L'appello degli intellettuali a favore del governo pubblicato dal quotidiano il manifesto - già organo della sinistra critica, oggi scivolato sulla buccia della banana populista - fa lo stesso rumore di una porta malamente sbatacchiata. Intendiamoci: non emerge alcun interesse materiale nel rapporto servile tra i firmatari e il governo. Siamo certi che nulla il governo abbia chiesto a costoro. E che l'impulso alla servitù, squisitamente ideologica, sia nato spontaneo e sincero.
C'era una volta nel Novecento - D'altra parte, pure Lavrentij Pavlovič Berija, l'artefice delle purghe staliniane, mostrava non pochi eccessi di zelo nel suo servizio alla causa sovietica. "Lasciate che i nostri nemici sappiano che chiunque tenti di sollevare una mano contro il nostro popolo, contro il volere del partito di Lenin e Stalin, verrà schiacciato e distrutto senza pietà", ebbe a dire in un discorso nel giugno del 1937. Che sarà mai dunque un appello? Un appello è un genere letterario, in fondo, da giudicare quasi più per il suo valore simbolico e "artistico" che per le sue ricadute concrete. Il Manifesto degli intellettuali fascisti del 1925, vergogna storica della cultura italiana, fu un testo di tragica grandezza. Intriso di idealismo ed hegelismo di ispirazione gentiliana, aveva uno spessore filosofico che quello che oggi commentiamo si sogna. Vi si legge, a proposito dei principi liberali: "... di due principi uno inferiore e l'altro superiore, uno parziale e l'altro totale, il primo deve necessariamente soccombere perché esso è contenuto nel secondo, e il motivo della sua opposizione è semplicemente negativo, campato nel vuoto". E a proposito dei critici liberali: "...il residuo di vita e di verità dei loro programmi è compreso nel programma fascista, ma in una forma balda, più complessa, più rispondente alla realtà storica e ai bisogni dello spirito umano". Raffinato e crudele, senza se e senza ma. D'altra parte, tra i firmatari c'erano Giovanni Gentile, Gabriele D'Annunzio, Filippo Tommaso Marinetti, Ugo Spirito, Margherita Sarfatti e tanti altri ancora. I domestici non sono tutti uguali. Ma sono tutti - egualmente e organicamente - filistei. Così, la funzione servile dell'intellighenzia nei confronti del potere costituito - pur cambiando radicalmente i contesti - è il ritorno dell'eguale.
Il laboratorio del populismo sudamericano - Storicamente - ormai dovremmo saperlo - l'appello degli intellettuali a favore del governo per tacitare le critiche delle opposizioni è l'arma più educata dei regimi. Ma la storia rivela sempre nuovi interpreti. In tempi recenti, è stata l'America Latina, laboratorio dei populismi di destra e di sinistra, da Peròn a Maduro passando per Castro, il teatro elettivo di queste performance. Come dimenticare le falangi di intellettuali di sinistra schierate in questi anni a favore di Chavez, con quella furia cieca che oggi ci consegna le macerie del Venezuela? L'abbaglio colpisce da decenni una buona parte dell'intellighenzia europea: al punto che, nel 1996, tre intellettuali liberali, Plinio Apuleyo Mendoza, Carlos Alberto Montaner e Álvaro Vargas Llosa pubblicarono un divertente Manuale del perfetto idiota latinoamericano (tradotto anche in Italia a vantaggio degli idioti nostrani).
Qualcuno a questo punto avrà già alzato il sopracciglio e ingrottato la fronte. Vogliamo rassicurarlo. In Italia non c'è alcun regime autoritario. Semmai un governicchio, piccolo piccolo come il borghese di Sordi, paternalista e burocratico, mediocre anche a dispetto del suo populismo; ma che pretende un "atto d'amore" e tanto basta per esercitare una "padronanza" culturale. Un governo prima di tutto inetto e ottuso, che sta in piedi solo perché l'alternativa sarebbe peggio: lo ammettono perfino i domestici nel loro appello. Ammissione che ricorda che la grandezza del domestico dipende dalla grandezza del suo padrone. In fondo viviamo nell'epoca delle "passioni tristi", direbbero Miguel Benasayag e Gérard Schmit. E Conte sta a Chavez come l'operetta sta all'opera. O come il Checco Zalone di Quo Vado? sta al Riccardo III di William Shakespeare.
Spegnere la "candela" della libertà - Di fronte a cotanto padrone, che fanno gli intellettuali "appellanti"? Le narrazioni sistematiche non ci sono più. Né servono più le rotonde elaborazioni ideologiche. Il più banale degli schemini populisti - popolo vs élite - è lì a disposizione. L'unico anatema spendibile è questo: la "classe dirigente" e il "ceto intellettuale" (di grazia, scusino, ma lor signori che cosa sono?) hanno tradito! E più di tutti hanno tradito i democratici "liberali". E così, in un (de)crescendo spettacolare, il manipolo di intellettuali domestici - sedicenti democratici - finisce l'appello con una sola banale richiesta: silenziare i liberali. Tutto ciò accade con un tempismo formidabile, pochi giorni dopo la pubblicazione del manifesto promosso dal Nobel Mario Vargas Llosa - con altri 150 intellettuali liberali - dal titolo programmatico: Che la pandemia non sia un pretesto per l'autoritarismo. Ora, se dovessimo dare uno spassionato - ma convenzionale - parere agli appellanti, suggeriremmo di difendere la libertà di critica contro i rischi dell'autoritarismo invece di tacitare le voci libere in difesa dell'autorità.
Ma sarebbe un cattivo consiglio: come insegnano ancora le "istruzioni" di Jonathan Swift, da che mondo è mondo, i domestici devono compiacere il padrone e, anche in assenza degli strumenti adatti, devono ricorrere "a qualsiasi espediente", "piuttosto che lasciare l'opera incompiuta". "Vi sono diverse maniere di spegnere le candele, e voi dovreste conoscerle tutte", scrive Swift: "strusciare il lucignolo della candela accesa contro le boiseries della stanza", "posarla sul pavimento e pestarne col piede il lucignolo", "tenerla capovolta finché resta soffocata dal suo stesso grasso", "schiacciarla nel bocciolo del candeliere", o addirittura, "quando andate a letto, dopo aver fatto acqua, potete immergere la candela nell'orinale".
Gli esempi e le tecniche di spegnimento sono tanti: dai bolscevichi ai togliattiani, dagli stalinisti ai brigatisti, fino ai populisti di oggi, la storia della sinistra è storia dei tentativi di spegnere le candele riformiste e liberali; una storia di flirt, non proprio occasionali, con il pensiero autoritario. I populisti di sinistra sono dei domestici specialissimi, incaricati di una prestazione "escatologica": la salvezza del popolo non contempla deviazioni. Ma che si è messo in testa Vargas Llosa?!
I rischi della servitù - Nella tragicommedia "Les bonnes", lo scrittore francese Jean Genet, cantore estremo delle figure marginali, racconta la vicenda di Claire e Solange, sorelle e domestiche al servizio di una ricca signora.
Vittime dell'ambivalenza affettiva nei confronti di Madame - amata, ammirata, e insieme invidiata e odiata - vogliono assomigliarle, ma finiscono per annientarsi, prigioniere della loro stessa incapacità di diventare adulte: alla fine Claire beve la tisana avvelenata che insieme avevano preparato per la padrona, mentre Solange si prepara a scontare la pena per quello che appare un omicidio. Cari intellettuali, a fare i domestici si rischia grosso: se non la morte, almeno lo sputtanamento.
di Stefano Mauro
Il Manifesto, 6 maggio 2020
Censure e violenze. Il rapporto di Human Rights Watch e la denuncia di Michelle Bachelet: dal Kenya all'Uganda, dalla Nigeria al Ghana polizia e governo usano le misure di contenimento per attaccare giornalisti, cittadini e opposizioni. Armati di pistole, con fruste, bastoni e gas lacrimogeni, gli agenti di sicurezza di diversi paesi africani hanno picchiato, arrestato e in alcuni casi ucciso persone mentre applicavano misure volte a prevenire la diffusione di Covid-19".
È il quadro evidenziato da Human Rights Watch sul comportamento di forze di polizia e militari in numerosi paesi in Africa. Riguardo alla denuncia di Hrw, Michelle Bachelet, Alta Commissaria Onu per i diritti umani (Ohchr), ha dichiarato che le misure di emergenza imposte durante la pandemia "non devono diventare strumento di repressione".
"I poteri straordinari non dovrebbero diventare un'arma che i governi possono usare per reprimere il dissenso, controllare la popolazione, mantenere il potere o censurare la stampa, ma dovrebbero essere usati per affrontare efficacemente la pandemia, in maniera non discriminatoria e con una durata limitata", ha detto Bachelet. Forte la condanna in merito alle numerose uccisioni di questo periodo che rischiano di trasformare "la pandemia in una catastrofe peggiore, con l'ampliarsi di crisi, rivolte e tensioni sociali, pericolose e nocive quanto il virus".
In Kenya un ragazzo di 13 anni è stato ucciso a colpi d"arma da fuoco dopo essere stato colpito da quello che la polizia ha descritto come un "proiettile vagante". Come "casuali" sono le morti di almeno altre otto persone, tra cui un motociclista deceduto dopo essere stato violentemente picchiato dai militari.
Almeno 25 le vittime delle forze di sicurezza in Nigeria, dove sono stati rilevati dalla Nigerian Human Rights Center (Nhrc) oltre 500 episodi di violenze nei confronti della popolazione, tra i quali venditori ambulanti e tassisti di auto e motociclette.
Nel vicino Uganda, Hrw ha accusato la polizia di aver usato "forza eccessiva" verso la popolazione e di aver effettuato raid e persecuzioni contro "giovani senzatetto, lesbiche, gay e transgender accusandoli di negligenza nella diffusione del virus". Le indagini hanno portato all'imputazione di 10 ufficiali accusati anche di "torture e violenze nei confronti di donne".
Alla stessa maniera vengono condannate le centinaia di arresti per la violazione delle norme di restrizione, visto che le carceri sono un "ambiente ad alto rischio e bisognerebbe concentrarsi piuttosto sul rilascio delle persone in sicurezza, come i prigionieri politici e d'opinione", ha affermato Bachelet. Perplessità anche per quanto riguarda le restrizioni e il loro utilizzo politico. I gruppi di opposizione in Ghana sono preoccupati per una nuova legge che conferisce al presidente ampi poteri: "Volevamo che il presidente facesse uso di poteri di emergenza venendo in parlamento per valutare la loro necessità, ma non è avvenuto e ci preoccupa il nostro futuro democratico" ha dichiarato alla Bbc Ras Mubarak, deputato del Congresso nazionale democratico, all'opposizione.
Critiche ancora più forti nei confronti del presidente del Malawi, Peter Mutharika, che sta usando il coronavirus per "risolvere i suoi problemi politici" schierando l'esercito nelle strade e "annientando le proteste e gli oppositori". Ultimo aspetto analizzato da Hrw è "il targeting di giornalisti" in riferimento alla giornata mondiale della libera stampa del 3 maggio, "con la libertà di espressione e informazione sempre più a rischio nel mondo".
In Tanzania, Ghana, Kenya e Somalia le autorità governative hanno sanzionato e oscurato alcune emittenti televisive per aver trasmesso contenuti "fuorvianti e non veritieri" sulla strategia dei governi nella lotta contro il coronavirus, mentre sono decine ormai i giornalisti arrestati o picchiati dagli agenti di sicurezza in numerosi paesi dell'Africa occidentale (Mali, Senegal, Camerun, Costa d'Avorio) e del Maghreb (Algeria, Marocco ed Egitto) secondo Reporters sans Frontières. "Mentre la pandemia di Covid-19 si diffonde, ha anche dato origine a una seconda pandemia di disinformazione, dai consigli sulla salute dannosi, alle teorie della cospirazione fino alla censura. La stampa fornisce l'antidoto: notizie e analisi verificate, scientifiche e basate sui fatti", ha affermato ieri il segretario generale Onu, Antonio Guterres.
di Riccardo Noury
focusonafrica.info, 6 maggio 2020
Dalle prigioni del Camerun arrivano notizie confuse e allarmanti sulla diffusione del Covid-19. Di certo, almeno un detenuto della prigione centrale "Kondengui" di Yaoundé è risultato positivo al tampone ed è stato trasferito in ospedale. Altri due detenuti sono morti pochi giorni dopo il rilascio. Ma i numeri potrebbero essere molto alti. Un detenuto di "Kondengui" ha detto ad Amnesty International che ci sono molti ammalati e non si capisce da dove parta il contagio.
I detenuti hanno paura di recarsi nell'infermeria perché lì ci sono molti positivi. A chi presenta sintomi viene somministrata una bevanda a base di zenzero e aglio. In una lettera inviata al ministero della Giustizia, un gruppo di detenuti ha denunciato che l'infermeria è "satura di prigionieri" e il personale medico non riesce a gestire la situazione. Il decreto emanato dal governo il 15 aprile ha favorito il rilascio di centinaia di prigionieri: 831 solo nella regione dell'Estremo Nord.
Ma il sovraffollamento resta una realtà spaventosa: 432 per cento a "Kondengui", 729 per cento nella prigione di Bertoua, 481 per cento in quella di Sangmelima e 567 per cento in quella di Kumba.
Come in molti altri casi, il decongestionamento non ha riguardato i prigionieri di coscienza. Tra questi Mamadou Mota, vicepresidente del partito di opposizione Movimento per la rinascita del partito del Camerun; Mancho Bibixy Tse, che sta scontando una condanna a 25 anni solo per aver preso parte a proteste pacifiche contro l'emarginazione delle province anglofone del paese; Amadou Vamoulke, 70 anni, in cattive condizioni di salute, ex direttore della tv di stato, in detenzione preventiva dal 2016; e il più recente, Franck Boumadjieu, un attivista politico che aveva denunciato il silenzio del presidente Paul Biya all'inizio della pandemia.
di Eraldo Affinati
Il Manifesto, 6 maggio 2020
Da molte parti si sta chiedendo la regolarizzazione degli stranieri per motivi sanitari legati all'emergenza dettata dal Coronavirus, anche nel tentativo di far emergere, a beneficio di tutti noi, il lavoro nero nelle campagne e nelle periferie urbane di cui solo adesso sentiamo la mancanza: chi raccoglierà i pomodori nel foggiano senza il contribuito degli immigrati? In quale modo ripartiranno i cantieri dell'edilizia se non ci saranno più gli operai disponibili? Come spesso accade le frasi dei protocolli di legge presenti nelle bozze parlamentari finiscono col nascondere le storie delle persone che dovrebbero invece tutelare e sostenere. Può quindi forse essere utile accendere una luce sotto il volto di ciascuno. Insomma, da chi è composto il popolo dei cosiddetti invisibili chiamati a uscire dal cono d'ombra dove sembrano essere relegati?
Ricordo di aver conosciuto Petro diversi anni fa: ucraino di età indecifrabile senza arte né parte, abitava a nord dell'Anagnina, oltre il raccordo romano, in una baracca rattoppata col nastro isolante. Mangiava nelle mense di beneficienza ma non chiedeva l'elemosina; se qualcuno gliela dava, l'accettava. Era divorziato con figli già grandi che non vedeva mai. Una volta mi mostrò sul cellulare le fotografie del giorno di nozze: col cravattino e la giacca nera accanto alla sposa sorridente e ai parenti festanti, sembrava irriconoscibile. Storie di mondi sbagliati, sogni falliti, rancori e invidie familiari, rabbia, violenza e solitudine. Frutti staccati a forza dall'albero fiorito che non è il tuo. Tradimenti e genuflessioni. Grida, accuse, carte bollate. E via di questo passo, sullo sfondo del Sol dell'Avvenire con la Falce e il Martello sulla bandiera sventolante delle Repubbliche Popolari: insomma l'adesivo staccato del Socialismo Reale. Gomma secca di vecchie utopie.
L'autobus delle badanti che fa la spola fra Kiev e la stazione Tiburtina lo aveva portato in Italia. Stanco, disilluso, sembrava già allora una controfigura di se stesso. Dopo qualche esperienza come muratore in giro per il Bel Paese era diventato il classico vagabondo, sfuggendo persino ai radar della nuova civiltà digitale. Quando si presentò nella nostra scuola di lingua italiana in realtà non avrebbe voluto studiare, fu spinto solo dalla oziosa curiosità che può essere la bussola degli artisti, ma anche la negligenza degli smidollati. A quel tempo eravamo ospiti di una canonica nella chiesa di san Saba all'Aventino e lui si era spinto sin lì all'unico scopo di ritirare il pacco di viveri che ogni martedì, in una stanza accanto alla nostra, un impiegato della Caritas distribuiva ai poveri. Roba semplice: pane, pasta e scatolette di tonno, ma se lo stomaco protesta, oro prezioso.
Vedendo molti immigrati seduti ai banchi, ognuno di fronte al proprio docente, impegnati a scrivere e sillabare, seppur titubante, s'era avvicinato e l'avevamo intercettato. Siamo abituati così: appena arrivano, li accogliamo senza chiedere i documenti. Loro acquistano fiducia, noi ci carichiamo rafforzando la motivazione. Mia moglie, dopo aver compilato la sua scheda, lo affidò a un volontario anziano, pensionato, ex dipendente pubblico. Gli fornimmo la penna, il quaderno e lo facemmo entrare in azione. Fu quello il primo giorno di Petro che non andava in classe da chissà quando.
Tuttavia capimmo subito che non era uno sprovveduto perché da piccolo aveva conosciuto l'istruzione russa: fiore all'occhiello del collettivismo. Lo confessò con un moto di malcelato orgoglio. Abituato al rigore e alla disciplina, dimostrava il naturale ossequio all'autorità costituita dell'ex cittadino sovietico: il costume anarchico che lo caratterizzava era una risposta sconclusionata e bislacca al proprio sentimento di smagata inadeguatezza. Non ci voleva molto a immaginare quali fossero gli stagni in cui annaspava: appena lo accostavi l'odore di alcol lasciava pochi dubbi. Tuttavia, dietro il ghigno sardonico del disertore, conservata un'innegabile purezza. Al massimo si poteva ubriacare col Tavernello.
Ancora oggi mi tornano in mente i suoi esercizi ordinati per colonne distinte, di qua il verbo essere, di là il verbo avere, coi relativi schemini sui tempi verbali, le caselle colorate, i disegni per illustrare il lessico del volto e delle mani: occhi, naso, bocca, dita, unghie, pollice, mignolo, anulare e medio. Venne da noi solo poche lezioni. Che, a pensarci oggi, furono persino tante. Poi inevitabilmente staccò la spina, come quasi sempre gli capitava. Che fine avrà fatto? Sarà tornato indietro, in qualche scalcinata campagna del suo Paese, magari accolto da una di quelle vecchiette che portano le candele coi lumicini nelle chiese ortodosse? Oppure è ancora fra noi, nascosto nelle intercapedini della capitale, insieme ai duecentomila che in Italia aspettano un ufficiale riconoscimento? Di una cosa credo di essere certo: ammesso e non concesso che venisse a sapere della possibilità di uscire dalla sua tana, non si metterebbe in fila per ricevere il permesso della questura.
lavocedialba.it, 6 maggio 2020
La richiesta era stata avanzata dal sindacato autonomo di Polizia Penitenziaria Sappe, che esprime soddisfazione. "Via libera" della Regione Piemonte alla richiesta del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria di sottoporre i poliziotti penitenziari in servizio negli Istituti e servizi regionali ai test ematici ed ai tamponi per l'emergenza Covid-19. Accertamenti che saranno estesi anche a tutti i detenuti del Piemonte. Ricordiamo che nei giorni scorsi erano risultati positivi ben 20 detenuti rinchiusi nel carcere di Saluzzo.
Lo annuncia Vincenzo Coccolo, Commissario straordinario regionale, in una lettera inviata al segretario regionale Sappe del Piemonte Vicente Santilli, sottolineando come sia necessario che "il medico competente della Polizia penitenziaria si coordini col medico competente dell'Asl di riferimento al fine di individuare le priorità, i tempi e i modi per l'esecuzione del test in questione, che sarà eseguito presso l'Asl di competenza".
Santilli esprime "soddisfazione" per la risposta di Coccolo, che ringrazia, ed auspica "che le Direzioni delle carceri regionali predispongano tutti gli adempimenti necessari per dare esecuzione a questi importanti accertamenti sanitari, che sono fondamentali per la sicurezza sociale". Apprezzamento al Commissario straordinario Coccolo anche da Donato Capece, segretario generale del Sappe: "Ringrazio la Regione Piemonte e la struttura del Commissario straordinario regionale per l'emergenza Covid-19 per questa importante disponibilità. Anche alla luce dei tanti contagiati e di già due decessi nella Polizia Penitenziaria avvenuti, sono fondamentali per preservare i poliziotti penitenziari del Piemonte e gli stessi ristretti da eventuali contagi incontrollabili in carcere".
di Francesco Battistini
Corriere della Sera, 6 maggio 2020
È imperdonabile quel che sta accadendo al ricercatore egiziano di Bologna che per la settima volta in sette settimane s'è visto rinviare il processo. Sette volte sette. È imperdonabile quel che sta accadendo a Patrick Zaki, il ricercatore egiziano di Bologna che per la settima volta in sette settimane s'è visto rinviare il processo. Domani saranno tre mesi dal suo arresto e tutto fa credere che ci saranno un ottavo rinvio, poi un nono, quindi un decimo e così via, almeno per tutt'e due gli anni di detenzione cautelare che il regime di solito riserva ai dissidenti.
Zaki langue nel supercarcere di Tora alla periferia del Cairo, "lo Scorpione", così chiamato perché è lì che gli sgherri del generale Al Sisi torturano gli oppositori. Prigioniero della pandemia, il mondo s'è dimenticato di questo giovane detenuto in eterna attesa di giudizio. E prossimo al giudizio eterno, se non si fa qualcosa per tirarlo fuori: qualche notte fa e qualche cella più in là, sempre a Tora, è morto un videomaker che aveva osato definire "un dattero" il presidente egiziano. Erano appena scaduti i due anni di carcerazione preventiva e anche Shady Habash, così si chiamava, non aveva mai avuto un processo. Il nostro Zaki soffre d'asma, più d'altri è a rischio Covid. Eppure ogni lunedì mattina i giudici lo beffano, decidendo che non si può decidere proprio per colpa del virus: sapete com'è, è l'epidemia a impedirci di celebrare le udienze...
"Non è la prigione che uccide, ma la solitudine", ha scritto Shady a un amico, prima di morire. Vero. E la solitudine di Zaki, la battaglia per liberarlo è qualcosa che ci riguarda. Perché serve a liberare tutti noi. Un ceffone per il presente, un avvertimento per il futuro a chiunque voglia approfittarsi del virus e cancellare diritti umani fondamentali, rivedere universali regole di libertà, limitare elementari diritti del lavoro. A chiunque ripete che niente sarà più come prima, e in realtà sogna che tutto diventi molto peggio.
di Riccardo Amati
Il Riformista, 6 maggio 2020
518mila detenuti, 14mila con la tubercolosi, il 10 per cento positivo all'Hiv. Pochi medici e senza attrezzature. Se nelle galere di Putin dilagasse il virus gli effetti sarebbero devastanti. Un pericolo che si aggiunge a torture e abusi.
Fine pena, fra meno di cinque mesi. Che ora gli sembrano un'eternità: "Ho paura. Nella mia sezione ci sono parecchi malati: tosse e febbre alta. No, non vengono isolati. E nessuno usa guanti e mascherine. Tamponi? Mai visti".
Aleksey, ma il suo vero nome è un altro, risponde al Riformista da una colonia penale qualche centinaio di chilometri a sud di Mosca. Ha 32 anni. Ne ha passati ormai quasi tre a scontare una condanna per possesso di droga. I tribunali ci vanno pesanti col possesso, in Russia. Chiede di rimanere anonimo anche perché sta parlandoci da un telefonino, e i telefonini in prigione sono proibiti. "Vivo in una "zona" di 600 detenuti", continua nello slang degli zek, i carcerati.
"Niente celle: dormitori, tipo caserma. Nel mio siamo in settanta. Letti a castello. Sopra di me c'è uno malato. Gli danno vitamina C e antibiotico ma non guarisce. Un altro che non riusciva più a respirare l'hanno portato via. I medici in tutta la "zona" sono tre, con tre infermieri. Non hanno attrezzature. Non possono far molto".
Da quando il Covid-19 attanaglia il Paese - oltre 145mila casi al 4 di maggio, con balzi di anche 10mila contagi ogni giorno - sono decine le testimonianze simili a quelle di Aleksey raccolte dalle associazioni per i diritti umani. Grazie ai telefonini proibiti, perché da più di un mese il già opaco sistema carcerario russo è diventato impenetrabile.
Niente più visite dei familiari, niente più pacchi, limiti ai colloqui con gli avvocati. Una nuova legge sulle fake-news è stata usata contro i resoconti di attivisti e giornalisti. Ma alla fine il Servizio penitenziario federale (Fsin), equivalente russo del nostro Dap, ha dovuto ammettere che il coronavirus è arrivato dietro le sbarre: ufficialmente, i positivi sono una quarantina tra i detenuti e oltre 270 tra il personale dell'amministrazione. "Questi dati vanno moltiplicati per dieci", dice al Riformista Olga Romanova, responsabile di Rus' Sidyashchaya ("Russia imprigionata"), una Ong che aiuta i reclusi e le loro famiglie.
"Ci contattano molti dipendenti del Fsin, terrorizzati dalla situazione e dai tentativi dei loro capi di minimizzarla". Nelle istituzioni penali russe "né i prigionieri né gli agenti hanno modo di soddisfare regole di distanziamento sociale", afferma la sociologa della vita carceraria Olga Zeveleva. "I dispositivi di protezione personale sono troppo pochi, e non vengono fatti test a chi ha i sintomi del Covid: le testimonianze sono univoche".
E se i dirigenti dell'amministrazione penitenziaria dicono "tutto sotto controllo" "è solo perché non vogliono passare per i guardiani di prigioni- focolaio". Manca la volontà di acquisire dati certi e implementare misure conseguenti, dice Zeveleva. "Una ricetta per il disastro".
Se l'epidemia travolgesse in pieno le prigioni russe, le conseguenze sarebbero devastanti. La Russia ha la quarta maggior popolazione carceraria del mondo: 518mila persone. Altamente vulnerabili: oltre 9.500 hanno più di 60 anni; il 10% dei detenuti è positivo all'Hiv; almeno l4mila sono affetti da tubercolosi conclamata. "C'è tanto Hiv perché un terzo dei carcerati è dentro per droga, spesso ne fa uso e non ci sono programmi di recupero né assistenza igienico-sanitaria specifica", spiega Ksenia Runova, ricercatrice di sociologia della salute all'Università Europea di San Pietroburgo.
"La diffusione della tubercolosi è invece dovuta in buona parte alla scarsa ventilazione di celle e ambienti comuni". Le stesse pareti del carcere sono un ricettacolo di insetti, sporcizia e agenti patogeni: sono rivestite di un cemento poroso che sembra lava solidificata. Lo chiamano shuba ("pelliccia"), nel gergo della galera. È abrasivo, a spuntoni irregolari. Ed è "impossibile da sanificare", sottolinea Olga Romanova.
Il pericolo sanitario è un incubo permanente, per i detenuti russi. Associato alla tortura: "Per estorcere delazioni, le guardie ti mettono in cella un malato di tubercolosi", racconta Romanova. Una cinquantina di casi di tortura e abusi in carcere sono stati perseguiti dalla magistratura dopo la diffusione sui social, due anni fa, di un video shock che li documentava.
Violenza gratuita e abusi risultano anche da immagini riprese dopo la rivolta scoppiata il 10 aprile scorso nella colonia penale n.15 di Angarsk, in Siberia. Almeno un morto. E di 69 insorti le famiglie e gli attivisti di Rus' Sidyashchaya non hanno più notizie.
Viste le caratteristiche del sistema carcerario, "il rischio di infezione è molto alto", e un'amnistia per chi non ha commesso reati violenti o è a fine pena "potrebbe aiutare a limitarlo", dice Olga Romanova. Ma non si sta andando in questa direzione. Un piano per scarcerazioni mirate elaborato dall'Istituto dei diritti umani di Mosca è rimasto sulla carta.
Non ci sarà nemmeno l'amnistia attesa per il 75° anniversario della vittoria nella "Grande guerra patriottica" (la II Guerra mondiale). Oltretutto, non si tengono più le udienze per la liberazione condizionale: non rientrano tra le attività giudiziarie "essenziali" sopravvissute al lockdown. "Una parziale amnistia sarebbe auspicabile, concorda la sociologa Runova. "Ma in Russia abbiamo difficoltà con la risocializzazione, molti ex detenuti diventano dei senza tetto: la situazione peggiore, durante un'epidemia".
All'amnistia quindi, "si dovrebbe accompagnare un adeguato programma di supporto". Semmai, sta succedendo il contrario: "Il corso tecnico-universitario di idraulica che stavo seguendo è stato sospeso", racconta il detenuto Aleksey: "Probabilmente non potrò avere il diploma su cui contavo per ricostruire la mia vita". Riattacca. Se lo scoprono, insieme alla sim gli sequestrano l'ultimo contatto col mondo.
Intanto, niente più studio. Forse lo metteranno a cucire mascherine chirurgiche. Sta avvenendo in 120 istituti. In altri va molto peggio: i detenuti della colonia penale n. 37 di Primorsky Krai, nell'estremo oriente russo, devono rimpiazzare nei campi la manodopera cinese tagliata fuori dalla chiusura della frontiera: "Lavorano senza paga, in condizioni di schiavitù", denuncia Olga Romanova. Paure, abusi, annullamento delle speranze, rischio sanitario intollerabile. E lavoro forzato, nella miglior tradizione dei vecchi gulag. È quanto offre il sistema carcerario russo al tempo della pandemia. C'è aria di catastrofe imminente, nelle galere di Vladimir Putin.
- Malesia. Arresti di massa tra i migranti e una giornalista finisce sotto inchiesta
- Lo sfogo di Bonafede contro Di Matteo: "Io condizionato dai boss? Infamante"
- Effetto Covid, cento mafiosi verso la libertà: c'è anche il fratello di Riina
- Abolire il carcere? Ecco perché io, prete, non sono d'accordo con Gherardo Colombo
- Buttare la chiave? Spunti per una riflessione sull'antimafia










