di Eleonora Martini
Il Manifesto, 5 maggio 2020
Il pm Di Matteo (Csm) incolpa il ministro di aver ceduto ai boss nella scelta del capo Dap. Chi di antimafia colpisce, di antimafia perisce. Potrebbe essere il titolo un po' ironico di quella che Matteo Renzi definisce "una clamorosa vicenda giudiziaria che rischia di essere il più grave scandalo giudiziario degli ultimi anni". O, meno enfaticamente, una faida interna al Movimento 5 Stelle che vede per la prima volta rafforzarsi la fronda contraria al capo delegazione, Alfonso Bonafede, accusato di non aver contrastato il parere di alcuni boss mafiosi nella scelta del capo del Dap. A puntare il dito accusatore contro il Guardasigilli è nientemeno che un'icona della lotta alla mafia come il pm Nino Di Matteo, presidente dell'Associazione nazionale magistrati di Palermo, da decenni sotto scorta, da poco membro del Csm, da sempre guru dei grillini.
Nel giugno 2018 "Bonafede mi chiese se ero disponibile ad accettare il ruolo di capo Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria o, in alternativa, quello di direttore generale degli affari penali. Chiesi 48 ore di tempo per dare una risposta", racconta Di Matteo al giornalista Massimo Giletti durante la trasmissione Non è l'arena, su La7, rivelando che nel frattempo "il Gom aveva inviato alla procura nazionale antimafia e anche alla direzione del Dap, quindi credo fosse conosciuto anche dal ministro", un rapporto sulle reazioni agguerrite di "importantissimi capi mafia" contrari alla sua nomina. "Quando ritornai, avendo deciso di accettare il ruolo di capo Dap - continua Di Matteo - il ministro mi disse che ci aveva ripensato e nel frattempo avevano pensato di nominare Basentini". Un'accusa gravissima. Che naturalmente ha sollevato le richieste di chiarimenti immediati e, da parte delle destre di opposizione, delle dimissioni di Bonafede. Il quale riesce solo a balbettare un laconico: "Sono esterrefatto. Dobbiamo distinguere quelli che sono i fatti dalle percezioni".
Eppure il Ministro di Giustizia sembrava essere appena riuscito a districare la matassa che gli si stava stringendo attorno al collo sulla questione penitenziaria, dopo che ad alcuni capi clan, ultrasettantenni e malandati di salute, ai quali rimaneva poco da scontare, nelle ultime settimane era stata concessa la detenzione domiciliare in modo da svuotare le carceri sovraffollate che rischiano ogni giorno di diventare focolai di Covid-19. Bonafede ce l'aveva messa tutta per accontentare i supporter del carcere duro. E dapprima aveva "commissariato" il capo del Dap Francesco Basentini - che obiettivamente ha dato prova di non saper gestire l'emergenza, con le rivolte, le morti dei detenuti rimaste nell'ombra, le violenze, ecc. - affiancandogli un ex pm dell'antimafia come Roberto Tartaglia, molto vicino a Di Matteo. Poi, quando sabato scorso, in seguito alle critiche rivoltegli perfino dal giudice di Sorveglianza di Sassari e presidente di Md Riccardo De Vito, il discusso numero uno del Dap aveva gettato la spugna e si era dimesso, il Guardasigilli lo aveva subito sostituito con il procuratore generale di Reggio Calabria Dino Petralia, in precedenza di stanza a Sciacca e ex consigliere del Csm. Sempre antimafia, dunque.
Ma al pm della trattativa Stato-mafia, della strage Borsellino e di tante altre battaglie combattute sul fronte caldo, quest'ultima scelta non deve essere andata proprio a genio. "E un regolamento di conti tra giustizialisti - sintetizza Renzi - Però sono membri delle istituzioni, quindi è un grave scontro istituzionale". A chiedere la testa di Bonafede hic et nunc sono la Lega e Fratelli d'Italia, ma il capo di Italia viva non esclude di appoggiare eventuali mozioni di sfiducia: "Se ci saranno vedremo e leggeremo, il punto è capire cosa è successo". La capogruppo in Senato di Forza Italia, Anna Maria Bernini, al momento si limita invece a chiedere al ministro "che venga immediatamente in Aula a chiarire quanto è successo". Una richiesta che non può essere ignorata neppure da Leu: "Il ministro venga a riferire e a spiegare al parlamento quali sono state le ragioni per le quali ha scelto Basentini piuttosto che Di Matteo", fa eco il capogruppo in Commissione Antimafia Erasmo Palazzotto puntualizzando però che la "scelta rimane legittima". "Tutto questo è irreale. Devo essere sincera, non so più cosa pensare", è la reazione di Piera Aiello, deputata 5S della Commissione Antimafia e testimone di giustizia. Ma ufficialmente il M5S fa quadrato attorno al ministro: "Respingo con convinzione gli attacchi politici o le congetture prive di fondamento", scandisce Vito Crimi.
Ma Bonafede può contare perfino sulla difesa del Partito Radicale che, certo, in questi anni non è stato tenero né con il ministro né con Basentini. "Li abbiamo persino denunciati presso tutte le procure d'Italia per epidemia colposa, in relazione alla gestione delle carceri in periodo di Coronavirus", dichiara il segretario Maurizio Turco. Ma ora che "Bonafede è sotto il fuoco incrociato per Lesa Maestà del Dottor Di Matteo" per un gesto che si potrebbe configurare al massimo "di maleducazione", la direzione del partito si augura che questa sia per il Guardasigilli "l'occasione di rivedere le sue politiche sulla giustizia e sul carcere con l'occhio anti-mafista, e si faccia guidare dalla Costituzione".
di Giuseppe Sottile
Il Foglio, 5 maggio 2020
La piccola bugia di Bonafede da Giletti e l'ira del magistrato che non dà tregua a nessuno. Sì, proprio lui, l'eroe dell'antimafia che Beppe Grillo in persona aveva indicato, nel pieno della campagna elettorale, come il candidato più idoneo a ricoprire addirittura la poltrona che poi Luigi Di Maio, capo politico dei Cinque stelle, preferirà affidare al suo fraternissimo amico siciliano Alfonso Bonafede, dj in quel di Mazara del Vallo.
Altro che trattativa tra lo Stato e la mafia. Nel patto scellerato del 1992, mentre era ancora caldo a Palermo il sangue delle stragi mafiose, i colloqui malsani con i boss li avrebbero tenuti due alti ufficiali del Ros, il raggruppamento speciale dei carabinieri: Mario Mori e Antonio Subranni, portati alla sbarra proprio dal sostituto procuratore Di Matteo e condannati in primo grado a dodici anni di carcere per il "grave attentato alle istituzioni".
Nella presunta trattativa del 2018 invece, quella che lo stesso Di Matteo ha lasciato intravedere domenica sera su La7, la decisione di accogliere le istanze dei mafiosi sarebbe stata presa direttamente dal ministro della Giustizia.
Come finirà? Massimo Giletti aveva apparecchiato una trasmissione con l'ambiziosa pretesa di stabilire se la scarcerazione di tre pericolosissimi boss, passati con suo grande scandalo dal 41bis ai domiciliari, fosse da attribuire ai giudici di sorveglianza o alle distrazioni e alle inefficienze del Dap, Dipartimento per l'amministrazione penitenziaria.
Tra gli ospiti c'erano l'ex ministro della Giustizia, Claudio Martelli, il sostituto procuratore antimafia Catello Maresca, il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris e il capitano Ultimo, ormai conosciuto dal pubblico televisivo come "l'eroe mascherato". Il clima era arroventato, ma Bonafede credeva di essere già al riparo: pochi giorni prima aveva spinto Basentini alle dimissioni e aveva pure nominato al suo posto Dino Petralia, procuratore generale di Reggio Calabria. La tempesta scatenata dalle scarcerazioni sembrava ormai placata, ma l'intervento a sorpresa di Di Matteo ha scombinato tutte le certezze e il ministro, al telefono con Giletti, ha cercato di rattoppare in fretta e furia la situazione con una pezza che, come capita spesso, si è rivelata peggiore del buco.
Ha detto che al magistrato aveva in un primo tempo proposto due soluzioni: o la direzione del Dap o quella degli Affari penali; e che poi aveva autonomamente deciso di offrirgli l'incarico di "maggiore importanza", quello degli Affari penali, sia perché riteneva quel ruolo "più di frontiera nella lotta alla mafia" sia perché "era stato ricoperto da Giovanni Falcone". Ma Di Matteo "gli spiegò che preferiva non accettare": o il Dap o niente.
Una piccola bugia quella che Bonafede ha raccontato domenica sera ai telespettatori di "Non è l'arena". Nel 2018, quando l'esponente grillino si è insediato al vertice di via Arenula, la mappa del potere interno era già stata rivoluzionata dalla riforma della Pubblica amministrazione firmata dal ministro Bassanini. La direzione degli Affari penali, che ai tempi di Martelli e Falcone era il cuore pulsante del ministero, era stata ridotta al rango di un ufficio subordinato all'interno del Dipartimento affari di giustizia, meglio conosciuto come Dag. Ma non è tutto.
Quando il ministro grillino la propone a Di Matteo su quella poltrona - indubbiamente autorevole, ci mancherebbe altro - c'è Donatella Donati, nominata dal predecessore di Bonafede, Andrea Orlando, e perciò inamovibile per almeno altri tre anni. Dunque non solo la direzione degli Affari penali non era disponibile, ma era stata ridotta a una cosuzza, si fa per dire, che difficilmente avrebbe coronato le ambizioni del magistrato più in vista e più applaudito sul palcoscenico dell'eroismo e della lotta alla mafia.
Il Dap, invece, avrebbe consegnato a Di Matteo un impero di 191 istituti carcerari, con un bilancio di due miliardi e settecento milioni di euro, con un esercito di 36 mila agenti di polizia penitenziaria e con una squadra speciale, i famigerati Gom, in grado di controllare e intercettare ciascuno dei 740 boss in regime di carcere duro e di gettare un occhio anche sugli altri 53 mila detenuti esposti, dal sovraffollamento, a ogni insofferenza, a ogni promiscuità e a ogni contagio.
Per avere un'idea della differenza di peso, di responsabilità e di prestigio basta raffrontare gli stipendi che il ministero prevede per i due incarichi: alla dottoressa Donati, a capo della direzione degli Affari penali, è assegnato un compenso annuo di 180 mila euro; mentre per il direttore del Dap il compenso lordo sfiora i 300 mila euro e con una clausola che fa passare in second'ordine tutti gli altri privilegi: se il capo delle carceri, come è successo a Basentini, si dimette o viene cacciato prima che scada il suo mandato, non avrà da preoccuparsi perché quel lauto stipendio gli sarà garantito fino alla pensione.
Se la sua personale trattativa con Bonafede fosse andata in porto, Nino Di Matteo - che è già il più puro, il più duro e il più scortato - sarebbe diventato anche il magistrato meglio pagato d'Italia. Ma lui non lo avrebbe fatto per i soldi, bisogna riconoscerlo. Il suo obiettivo era ed è quello di contrastare la mafia ovunque si annidi, di scovare le sue complicità e le sue trame oscure, di smascherare i registi occulti e di tenere nelle patrie galere, fino all'ultimo giorno di condanna, boss e picciotti di Cosa nostra, della 'ndrangheta e della camorra.
A costo di contrastare il monito di San Tommaso d'Aquino secondo il quale "la giustizia senza castigo è un'utopia ma il castigo senza misericordia è crudeltà". Solo che Bonafede ha deciso diversamente e Di Matteo non gli darà tregua. Quando annusa un odore di trattativa tra stato e mafia, il più coraggioso dei magistrati coraggiosi non perdona e va fino in fondo. Anche nei confronti del ministro. L'altra sera lo ha sputtanato in televisione. Per il resto, chi vivrà vedrà.
di Fabrizio Cicchitto
Il Riformista, 5 maggio 2020
La sua trasmissione parla di 40 boss liberati e di "resa dello Stato", ma si scopre che al 41bis ce n'erano solo 3. L'ex pm telefona in studio. Il ministro risponde piccato. È una rissa tra boia che cercano l'uno lo scalpo dell'altro.
Oramai tutto quello che accade al Dap non sfugge a Giletti, che sta sviluppando su di esso un'autentica campagna in più puntate. Domenica la campagna ha avuto un'ulteriore escalation. La settimana prima nel mirino era finito Basentini e solo pochi giorni dopo ci ha lasciato lo scalpo. Il risultato paradossale della seconda puntata è che, con un paio di eccezioni, si è trattato di uno scontro senza esclusione di colpi fra giustizialisti in servizio permanente effettivo.
Per non farsi mancar nulla infatti Giletti ha messo in campo anche il sindaco di Napoli De Magistris, che ovviamente si è trovato benissimo in questa parte e che sembrava addirittura un Pm ancora in funzione e anche un membro del Csm. È stato presentato un elenco di circa 40 carcerati ad altissimo livello di pericolosità mafiosa spostati agli arresti domiciliari per ragioni di salute; poi è risultato che al 41bis di essi ce n'erano solo 3 e quindi l'impalcatura politica costruita secondo la quale si era davanti ad una "resa dello Stato" dopo i recenti moti nelle carceri è risultata del tutto ridimensionata. Infatti, a nostro avviso, lo Stato non si arrende a nessuno se 3 criminali finiscono agli arresti domiciliari.
Siccome però Giletti deve avere uno scalpo, questa parte della trasmissione si è conclusa con l'invito, urlato come un ordine, che dopo Basentini venga "eliminata" anche la dirigente del Dap che si era occupata del caso Zagaria, ma il punto culminante della trasmissione è consistito in uno scontro durissimo fra ultra giustizialisti (Giletti, il ministro Bonafede, il Pm Di Matteo, il Pm Catello Maresca, l'on. Dino Giarrusso, molto a disagio nei panni per lui inconsueti di avvocato difensore del ministro, il comandante Ultimo), che ha avuto per oggetto la seguente questione: il delitto di lesa maestà nei confronti del Pm Di Matteo presentato come una sorta di icona protagonista di una vicenda politico-giuridica, quella della pretesa trattativa Stato-mafia su cui invece è in corso una durissima discussione perché contestata alla radice da molti giuristi, storici, magistrati e avvocati.
Il ministro Bonafede è finito sotto accusa quasi che fosse un pericoloso garantista con tendenze criminogene e amicizie pericolose per una colpa imperdonabile. Stando a Di Matteo che, nella sorpresa generale, a un certo punto ha fatto una telefonata a Giletti, il malcapitato Bonafede nella sua qualità di ministro della Giustizia aveva offerto al Pm Di Matteo di scegliere fra due incarichi, quello di capo del Dap e quello di direttore generale degli Affari Penali del ministero della Giustizia, per capirci il posto di cui fu titolare Giovanni Falcone.
Di conseguenza Bonafede si era mosso sul terreno del più organico legame a una tendenza ben precisa della magistratura, quella che fa riferimento a Davigo. Quando si sparse la voce sulla possibilità che Di Matteo andasse al Dap alcuni mafiosi di alto lignaggio si fecero intercettare esprimendo la loro totale contrarietà a quella nomina. Nel frattempo, Di Matteo si prese 48 ore per riflettere, al termine delle quali comunicò a Bonafede che preferiva l'incarico al Dap.
Nel successivo incontro (è sempre Di Matteo che ha raccontato i termini di questo colloquio a due assai riservato) mentre Di Matteo comunicò di aver scelto la carica di capo del Dap a quel punto il ministro Bonafede (trattato nel corso della trasmissione un po' da tutti, da Giletti a De Magistris allo stesso Pm Catello Maresca come se fosse un ragazzo di bottega) gli rispondeva che avrebbe preferito averlo con sé al ministero nella carica altissima di direttore degli Affari Penali che era stata addirittura di Falcone e che ha poteri e un ruolo molto rilevanti.
A quel punto, siccome Giletti ha stabilito che la carica del Dap è mille volte superiore per importanza a quella di direttore degli Affari Penali egli ha investito Bonafede del delitto di lesa maestà spalleggiato da De Magistris, dal comandante Ultimo, dal Pm Maresca, mentre a quel punto l'avvocato difensore batteva in ritirata: come si era permesso Bonafede di non accettare in ginocchio la scelta fatta dall'icona e invece gli aveva controproposto la carica di direttore degli Affari Penali a quel punto considerata dagli interlocutori un incarico del tutto subalterno e trascurabile?
Allora Bonafede è stato trattato non come un ministro dotato della sua autonomia di giudizio e di decisione, ma come una sorta di passacarte, di esecutore in automatico della scelta fatta dall'icona che nella gerarchia dei giustizialisti ha una collocazione molto superiore anche a quella del ministro. È così avvenuto che il ministro della Giustizia più ottusamente giustizialista della storia della Repubblica è stato letteralmente sballottato fra diversi accusatori uno più scatenato dell'altro. Vedendo l'andamento di quel pezzo di trasmissione è risultata del tutto confermata una famosa battuta di Pietro Nenni: "A fare a gara a fare i puri, troverai sempre uno più puro che ti epura".
di Massimo Adinolfi
Il Mattino, 5 maggio 2020
Dopo le incredibili dichiarazioni rese da Nino Di Matteo in tv, una cosa è chiara fin d'ora: la morale della favola, già sentita (ma evidentemente non abbastanza): "A fare a gara a fare i puri, troverai sempre uno più puro che ti epura". Lo diceva Pietro Nenni, mille anni fa.
Le parole del consigliere del Csm Di Matteo, magistrato tra i più impegnati sul versante della lotta alla mafia sono, va da sé, gravissime. Di Matteo ha raccontato un episodio risalente a poco meno di due anni fa: il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede - allora in carica nell'esecutivo gialloverde: Bonafede è uno dei pochissimi transitati in questa legislatura da un governo all'altro, mantenendo lo stesso incarico - lo chiamò per proporgli di guidare il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, o in alternativa di fare il direttore generale degli Affari Penali.
Lui si prese quarantotto ore per decidere, ma quando, l'indomani, tornò per accettare l'incarico di capo del Dap scoprì che il ministro aveva già deciso, e che quella posizione non era più disponibile. Bonafede aveva semplicemente cambiato idea? Va' a sapere. Com'è come non 'è, Di Matteo aggiunge però - "e questo è molto importante", sottolinea - che la polizia penitenziaria aveva raccolto nel frattempo le frasi allarmate di alcuni boss in carcere, che temevano l'eventuale nomina del magistrato, e le aveva trasmesse alla procura nazionale antimafia e al Ministero. Infine chiosa: "Forse qualcuno aveva indotto il ministro a ripensarci".
Indotto. Il ministro. Ora, siamo dinanzi al caso di un consigliere del CSM che formula un sospetto pesantissimo e infamante nei confronti del Guardasigilli. Lo fa, a quanto ha dichiarato, perché non sembri che sia stato lui a rivolgersi alla politica in cerca di qualche incarico, e non viceversa. Ma questo dovrebbe indurre anche altri, forse, a prendere posizione: è accettabile che un alto magistrato avanzi il dubbio che un ministro della Repubblica sia stato indotto a compiere o a non compiere un certo atto di governo dalle parole di qualche capomafia?
Ed è pensabile che un magistrato, con questo dubbio che gli frulla in testa, se ne stia quieto per un paio d'anni, mentre pensa che forse il ministro della Giustizia fa o disfa a seconda di quel che si orecchia nelle carceri, per poi risolversi a tirare fuori tutta la storia a favore di telecamera? Bonafede, che ha fornito del tutto "esterrefatto", nel corso stesso della trasmissione, la sua versione su quei colloqui con Di Matteo, sarà chiamato con ogni probabilità a riferire in Parlamento. E dirà quanto ha già affermato: si sarebbe trattato di un malinteso, e ovviamente le dichiarazioni dei boss non c'entrano nulla.
Ma c'è, oltre a ciò, la morale della favola. C'è che il ministro milita in un movimento politico che ha sempre considerato Nino Di Matteo, il magistrato più scortato d'Italia, un simbolo dell'antimafia, il campione della moralità pubblica, l'uomo che più tenacemente di tutti ha lottato per fare luce sui più torbidi misteri e le trame più oscure della storia della Repubblica, osando finalmente strappare il velo che ricopriva, secondo l'atto d'accusa, l'ignominiosa trattativa fra lo Stato e la mafia, e anche il candidato naturale alla carica di ministro della Giustizia (tenuta pro tempore proprio da lui, Alfonso Bonafede).
E c'è pure che un'insinuazione come quella avanzata dal pm siciliano, a margine dei fatti riferiti, avrebbe spinto i Cinque Stelle a chiedere le dimissioni di chiunque si trovasse nel posto in cui si trova oggi uno dei suoi più autorevoli esponenti. C'è, ora, un puro più puro di te, molto più puro di e di tutto il Movimento, che sospetta vi sia una grave macchia sulla tua giacca di ministro e no, non puoi limitarti a dire che si sbaglia, che le cose sono andate diversamente o che comunque non vi siete intesi, perché non solo non hai mai concesso agli altri il beneficio d'inventario, ma hai costruito l'intera tua fortuna e quella della forza politica alla quale appartieni sull'essere come la moglie di Cesare, e sulla celebrazione di impeccabili cavalieri dell'onestà chiamati a dare l'avallo morale a una politica posta sempre sotto tutela.
Ora uno di questi prodi paladini, il più integerrimo di tutti, certo uno dei più ascoltati da te, dai tuoi militanti, dalla tua parte politica, è tra quelli che pensano che forse, per timore o per altro, decidi e nomini sentendo le parole che si scambiano i boss. Come pensi di uscirne? Il Pd, nella versione masochista che lo porta a continui esercizi di pazienza verso l'alleato pentastellato, cerca di cogliere la palla al balzo per tornare almeno a rivendicare il primato della politica, e sperare che anche dalle parti del Movimento lo comprendano una buona volta: i consiglieri consiglino pure, resta ai politici di decidere e nessuno, e neanche il più prestigioso dei magistrati può ledere una simile prerogativa con il venticello del sospetto.
Ma se una cosa Di Matteo ha messo in chiaro, è che lui non s'è mai sognato di ledere alcunché: gli è stata fatta una proposta, che nel giro di poche ore il ministro si è rimangiata. E però aggiunge: va' a sapere perché. È questa aggiunta che non è facile digerire. Oppure, se Bonafede la digerirà, vorrà dire che ormai da quelle parti, dalle parti dei grillini, sono disposti a digerire di tutto.
di Alessandro Parrotta*
Il Dubbio, 5 maggio 2020
Non si poteva far altro che limitare, com'è avvenuto col Dl Intercettazioni, la modalità da remoto a casi come le udienze filtro. Anche perché solo pochi giorni fa un'ordinanza di Palazzo Spada ha ribadito in maniera ferma che il cosiddetto "contraddittorio cartolare coatto" non è conforme ai principi della nostra Carta.
La diffusione del Covid-19 ha costretto tutto il Paese ad adattarsi in brevissimo tempo alle misure estreme adottate dal governo per limitare la profusione del contagio: fino ad appena poche ore fa tutti i cittadini sono sottoposti al cosiddetto lockdown, non potendo lasciare le proprie abitazioni se non per motivi di motivata necessità e di lavoro.
Proprio dal punto di vista lavorativo, le misure restrittive, oltre a incidere fortemente sulle attività quotidiane di tutti i cittadini, hanno costretto aziende, enti pubblici e organizzazioni professionali in generale a confrontarsi con lo smart working, costringendoli a compiere - senza avere, in gran parte tutt'ora, alternative - quel processo di digitalizzazione di cui da anni si parla, soprattutto nell'ambito della pubblica amministrazione, e che da tempo era oggetto di continui rinvii. Ancora per molte settimane, una parte delle attività continuerà ad obbedire allo schema imposto nelle scorse settimane: evitare spostamenti e usare gli strumenti che abbiamo a disposizione per interloquire, sostituendo alle sessioni fisiche le video conferenze su skype, teams e via discorrendo.
Vi sono settori lavorativi, tuttavia, nei quali simili modalità di lavoro e di interazione a distanza mal si conciliano con prerogative tipiche di determinate professioni e possono, quindi, se non vengono dettagliatamente disciplinate, condurre a gravi conseguenze, soprattutto alla luce dell'attuale decretazione d'urgenza, in occorrenza della quale alcune norme rischiano di passare inosservate, andando, però, a sconvolgere irrimediabilmente determinate attività.
Il rischio è quello, insomma, di strumentalizzare la crisi per varare riforme di certa incostituzionalità. Da questo punto di vista, uno dei settori su cui è bene porre la lente di ingrandimento - come fortunatamente, peraltro, sembra essere avvenuto - è rappresentato dal processo penale, la cui incontrollata smaterializzazione e digitalizzazione porterebbe con sé irreparabili lesioni dei diritti delle persone coinvolte. Sul punto, risulta opportuno specificare che, sempre nell'ottica di evitare di creare assembramenti di persone, il governo ha disposto la sospensione dei procedimenti giudiziari fino all'11 maggio. Tuttavia, nel settore penale alcuni procedimenti, nell'ambito dei quali gli imputati sono ristretti, alcune udienze hanno continuato a essere celebrate, ma da remoto.
Ed è così che, a seconda dello strumento a disposizione dell'ufficio giudiziario e della casa circondariale, nelle ultime settimane l'udienza penale, i cui risvolti legati alla presenza di dati sensibili sono enormi, è stata celebrata, la maggior parte delle volte, su skype.
Le condivisibili preoccupazioni degli avvocati penalisti legate a una simile evenienza, che vengono acuite in ragione dell'iniziale decisione di ampliare - in sede di conversione dei decreti legge che si sono susseguiti sul punto - ulteriormente le ipotesi delle cosiddette udienze virtuali, possono essere ricondotte a un duplice ordine di ragioni.
Le associazioni hanno sollevato una questione di privacy e tutela dei dati in ordine alle piattaforme utilizzate, che sono, come detto, Skype e Teams, entrambe riconducibili alla società Microsoft Corporation: in sintesi, l'Unione Camere penali ha richiesto al Garante della privacy di verificare le "caratteristiche delle piattaforme indicate dalla Dgsia, nonché l'opportunità della scelta di un fornitore del servizio in questione stabilito negli Usa e, come tale, soggetto tra l'altro all'applicazione delle norme del Cloud Act (che come noto attribuisce alle autorità statunitensi di contrasto un ampio potere acquisitivo di dati e informazioni)".
La richiesta - legittima - è stata fatta propria dal Garante che ha immediatamente chiesto e ottenuto chiarimenti sul punto dal guardasigilli Bonafede. Come anticipato, in un processo penale vengono trattati dati di natura assolutamente privata, ed è quindi opportuno avere una tutela piena ed effettiva in ordine agli strumenti utilizzati, al fine di evitare una violazione non solo della privacy dei cittadini ma anche dei principi costituzionali. Nel processo - telematico - civile è stata istituita una piattaforma ad hoc dove poter depositare i vari atti processuali: si è, quindi, deciso di utilizzare uno strumento slegato da qualsivoglia società privata, che garantisce il rispetto e la tutela dei dati ivi contenuti.
In secondo luogo, le criticità sollevate dagli avvocati penalisti sono collegate all'opportunità di sostituire l'udienza fisica con quella virtuale: è noto, infatti, che, nel processo penale a differenza di quello civile, la difesa e l'oratoria dell'avvocato - che tutt'oggi ancora, unico tra i vari professionisti della società civile, indossa la toga nell'aula di giustizia - rivestano un ruolo preponderante nell'ottica di un pieno ed efficace rispetto del principio del contraddittorio, così come garantito dall'articolo 111 della Costituzione. In particolare, all'avvocato, ma anche al giudice e al pubblico ministero, non può essere preclusa la possibilità di interagire fisicamente con le parti processuali, evenienza che per ovvie ragioni sarebbe fortemente limitata in seno a un'udienza virtuale.
Concludendo, come in ogni situazione, in medio stat virtus: è, quindi, possibile, a parere di chi scrive, poter pensare di introdurre, gradualmente e con raziocinio, e non con una decretazione di emergenza, attesi gli interessi coinvolti, nel processo penale alcune modalità telematiche, come il deposito degli atti, mediante una piattaforma istituzionale e garantita.
Sul versante delle celebrazioni virtuali delle udienze, chi scrive ritiene che nell'ottica dell'ingresso del Paese nella cosiddetta fase due, in cui gli spostamenti continuano a essere contingentati, per evitare un totale arresto del sistema giustizia, non si sarebbe potuto far altro che limitare, come è avvenuto, l'evenienza della celebrazione virtuale - sempre, è bene precisare, su canali istituzionali e controllati - ad alcune tipologie di udienze. E infatti il decreto 28 del 30 aprile 2020 ha lasciato la possibilità di tenere "da remoto", ad esempio, le cosiddette udienze filtro, ove l'attività difensiva si esaurisce nella richiesta di mezzi istruttori o di riti alternativi, facendo salve invece le udienze in cui il principio del contraddittorio deve continuare a essere garantito nella maniera più piena ed efficace possibile, senza alcun limite.
Se l'obiettivo è quello di evitare i contatti, perché non smaterializzare gli incombenti di cancelleria: deposito liste testi, memorie e copia atti post chiusura indagini? Peraltro, occorre anche osservare come sul punto si sia iniziata ad esprimere anche la giurisprudenza, ponendosi in linea con quanto sostenuto con forza dagli avvocati penalisti: è, infatti, di questi giorni l'ordinanza emessa dal Consiglio di Stato (Consiglio di Stato, Sez. VI, ord. 16 aprile 2020, dep. 21 aprile 2020), la cui Sesta Sezione, ancorandosi ai principi fondamentali brevemente su richiamati, ha ribadito in maniera ferma il principio secondo cui il cosiddetto "contraddittorio cartolare coatto" - soprattutto in materia penale - non può essere ritenuto conforme ai principi costituzionali.
In particolare, l'organo supremo amministrativo ha sancito che tale modalità di esecuzione dei processi rappresenterebbe "una deviazione irragionevole rispetto allo "statuto" di rango costituzionale che si esprime nei principi del giusto processo e del contraddittorio tra le parti?". L'udienza penale vive nell'aula e non si può rimettere a uno scambio di videate on-line: il difensore deve guardare il Giudice durante la propria attività di assistenza; il Giudice deve guardare l'imputato anche al fine di valutare il suo comportamento processuale, nel senso più ampio e vivo del termine.
*Direttore dell'Ispeg - Istituto per gli studi politici, economici e giuridici
di Simona Musco
Il Dubbio, 5 maggio 2020
Dal 12 la "fase 2" della giustizia, con i limiti alle udienze virtuali. E Area attacca gli avvocati: "A
rischio la nostra salute". Il processo da remoto cambia e viene riportato, alla fine, sui binari dell'equilibrio. Così, dopo aver accolto le sollecitazioni del Parlamento, ma innanzitutto dell'avvocatura, il nuovo decreto che stabilisce le modalità d'udienza durante la fase 2 dell'emergenza coronavirus prevede l'esclusione del collegamento da remoto per le udienze penali di discussione finale, sia pubbliche sia in camera di consiglio, nonché - salvo che vi acconsentano le parti - per le udienze in cui devono essere esaminati i testi, le parti, i consulenti tecnici o i periti. Lo svolgimento dell'udienza civile deve in ogni caso avvenire "con la presenza del giudice nell'ufficio e con modalità idonee a salvaguardare il contraddittorio e l'effettiva partecipazione delle parti". Ma non solo: il periodo di emergenza viene esteso ben oltre il 30 giugno - termine fissato dal primo decreto "Cura Italia" - ovvero fino al 31 luglio, contrariamente, in questo caso, a quanto richiesto dall'avvocatura.
La nuova norma, però, non ha placato la polemica. Così da un lato, ancora una volta, ci sono le posizioni intransigenti di una parte della magistratura, pronta a giurare che gli avvocati stiano intralciando il corso della giustizia, mentre dall'altra proprio loro, le rappresentanze forensi - in primis Unione Camere penali e Cnf - chiedono rispetto per la tutela dei diritti.
La nota più dura è quella della Giunta esecutiva dell'Anm, che si è definita "sconcertata" dall'alluvione di atti normativi auto sconfessanti prodotta dal governo, norme "irrazionali", soprattutto perché chiedono la presenza in aula dei giudici civili, gli unici a poter contare su un sistema rodato di processo telematico. L'Anm si spinge a definire "demagogico" il decreto modificato dal ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, nonché "privo di progettualità e di consapevolezza delle reali esigenze organizzative del sistema giudiziario", mettendo a rischio "la salute della collettività imponendo ad alcuni lavoratori di recarsi in ufficio anche per attività che possono essere sicuramente svolte da remoto". Parole rincarate da quelle dei magistrati di Area Dg, secondo i quali Bonafede sarebbe privo di una "strategia politica e giudiziaria per la gestione dell'emergenza sanitaria nel settore giustizia".
Ma i principali colpevoli sarebbero proprio loro, gli avvocati: "Là dove non sarà possibile tornare nelle aule" a causa del rischio contagio, la responsabilità sarà esclusivamente dell'avvocatura, "che non avrà collaborato", cioè dato l'ok per celebrare da remoto le udienze. È irrazionale, per Area Dg, pretendere che i magistrati stiano in aula, anche e soprattutto per la mancata predisposizione, allo stato attuale, di tutte le regole per garantire la sicurezza nei tribunali. "L'intera magistratura - prosegue la nota - deve pretendere che tali misure vengano messe in atto prima della ripresa parziale delle attività fissata per il 12 maggio e, in caso contrario, denunciarne pubblicamente le palesi responsabilità politiche".
E la polemica non ha tardato a trovare il proprio contraltare nella voce dell'Unione Camere penali, che ha definito "scomposta" la reazione della magistratura associata di fronte alla "prudente volontà del Parlamento" di ridimensionare il processo da remoto, che aveva sovvertito, dicono i penalisti, "i principi fondativi e secolari del processo penale".
La posizione della magistratura, per l'Ucpi, svelerebbe "l'investimento politico" dell'Anm, ovvero "una insperata accelerazione verso la burocratizzazione autoritaria del processo penale mediante la riduzione a icona del diritto di difesa dei cittadini". Se, da un lato, viene condivisa la richiesta di una messa in sicurezza immediata delle aule di giustizia, dall'altro "la sola responsabilità che noi avvertiamo - afferma la giunta dell'Unione - è quella di rimuovere quanto prima la paralisi della giurisdizione", riaprendo le aule, "magari anche di sabato e per qualche settimana in agosto, senza odiose ed ingiustificabili pretese di protezioni privilegiate rispetto a quelle che spettano ai milioni di cittadini".
Una posizione alla quale hanno contribuito ieri, attraverso una nota, anche i penalisti di Milano, che sin da subito, assieme ad altre Camere penali, hanno manifestato disponibilità "ad aderire a protocolli che prevedono per le urgenze il cosiddetto processo "da remoto"", per salvaguardare al massimo "non soltanto il diritto alla salute ma anche il diritto di difesa". Ma ciò non si traduce in una "adozione indiscriminata del rito "da remoto" per tutti i processi".
Di fronte a una situazione sanitaria ritenuta dalla politica tale da consentire la ripresa di attività anche non essenziali, affermano dunque i penalisti, l'unica outsider rimane la Giustizia, che pure essenziale lo è. Tornare in aula in sicurezza è possibile, affermano, senza "sacrificare il diritto di difesa in nome di una malintesa tutela della salute".
E le soluzioni, con la dovuta organizzazione, ci sono, afferma la Camera penale di Milano, anche attraverso "una scansione temporale dell'udienza", evitando assembramenti e disagi. "Questa è la responsabilità che ci assumiamo come avvocati e la assumiamo volentieri", concludono. Ora si attendono le indicazioni del ministro della Giustizia che uniformino le misure organizzative anti-contagio in tutti gli uffici giudiziari, come chiesto dal Cnf con la lettera della presidente Maria Masi a Bonafede, a cominciare dall'accesso da remoto del personale amministrativo ai registri, che consentirebbe di ridurre le presenze negli uffici.
di Giuseppe Di Lello
Il Manifesto, 5 maggio 2020
Scontro di titani della giustizia quello tra Alfonso Bonafede e Nino Di Matteo, e senza nessuna ironia, trattandosi del ministro della giustizia e di un componente del Csm, nonché scontro abbastanza strano all'interno del campo politico del movimento grillino, data la notoria tifoseria di quest'ultimo per il magistrato adottato come simbolo dell'antimafia.
La diatriba è nota e non vale la pena ripercorrerla per intero se non per un punto cruciale che, se vero, dovrebbe portare alle dimissioni di Bonafede e se farlocco alle dimissioni di Di Matteo dal Csm: l'avere il ministro scartato l'incarico di Di Matteo come capo del Dap, Direzione degli affari penitenziari, per accertati malumori per una tale nomina dei boss mafiosi detenuti. Bonafede nega decisamente, Di Matteo insiste nella sua versione dei fatti: chi ha ragione?
L'offerta iniziale del ministro a Di Matteo sarebbe stata duplice, o il Dap o la Direzione degli affari penali del ministero. Questa opzione, detto per inciso, non deporrebbe troppo a favore della competenza di Bonafede nella organizzazione del suo dicastero, dato che le due cariche sono sostanzialmente diverse, richiedono diverse attitudini e non sembra logico offrirle alla stessa persona. Bene dunque avrebbe fatto Di Matteo a scegliere il Dap, più consono alla sua storia professionale e proprio in ragione della stessa non avrebbe avuto il placet dei boss mafiosi e a tale opposizione il ministro si sarebbe piegato. Il nodo va sciolto perché, come detto, l'accusa è grave e ha pesanti implicazioni istituzionali, specie dopo la nomina di Dino Petralia alla direzione del Dap. A lume di naso e conoscendo Petralia e la sua storia professionale, sono certo che nel cambio i boss non abbiano fatto un buon affare, e allora?
Bisogna chiarire, altrimenti potrebbe aprirsi un nuovo capitolo del romanzone "trattativa stato mafia", altamente dannoso per lo stato e nel quale questa volta Di Matteo si troverebbe a contrastare nientemeno che un componente dello schieramento che lo sosteneva nell'originaria inchiesta ora in corso di dibattimento. Fuori Bonafede dal ministero o fuori Di Matteo dal Csm? Siamo in Italia e, comunque vada a finire, rimarranno entrambi ai loro posti.
di Federica Micardi
Il Sole 24 Ore, 5 maggio 2020
È bagarre sulla norma che obbliga il giudice civile alla presenza fisica. La norma, contenuta nel decreto legge giustizia, il n. 28 del 2020, modifica le misure previste per i processi da remoto, sia sul versante penale (smantellando la possibilità che le udienze e parte delle attività d'indagine possano svolgersi in forma dematerializzata) sia su quelli civile, stabilendo che lo svolgimento dell'udienza, oltre che con modalità idonee a salvaguardare il contraddittorio e con l'effettiva partecipazione delle parti, "deve in ogni caso avvenire con la presenza del giudice nell'ufficio giudiziario".
Per l'Anm, in questo modo, oltre a modificare la norma di un precedente decreto appena convertito, lasciando alla volontà delle parti la scelta sullo svolgimento da remoto delle attività nel processo penale, "si introduce l'innovativa previsione dell'udienza civile "da remoto" necessariamente celebrata in ufficio".
Una disposizione che, per i magistrati, è irragionevole nella parte in cui, non riguardando i magistrati penali, amministrativi o contabili, richiede una presenza sul luogo di lavoro, in contraddizione con le perduranti esigenze di tutela della salute pubblica, proprio per i giudici che, invece, attraverso il processo civile telematico, possono condividere con le parti e con gli altri componenti del collegio tutti gli atti processuali senza necessità di consultazioni su carta. Se davvero la presenza in ufficio del giudice civile, sottolinea l'Anm, "diventa oggi la priorità, tanto da richiedere la decretazione di urgenza, lo si doti allora di aule di udienza e assistenza, come la legge e la dignità della funzione esigerebbero".
L'obbligo di presenza fisica sembra riguardare anche i magistrati tributari. In virtù delle disposizioni introdotte prima dall'articolo 1, comma 4, Dl 11 dell'8 marzo 2020, e confermate poi dal Dl 18/2020, all'articolo 83, infatti, le norme procedimentali previste per la magistratura ordinaria, si applicano "in quanto compatibili" alla magistratura tributaria e militare. "Eppure - sottolinea il presidente dell'Associazione magistrati tributari Daniela Gobbi, che ha già chiesto la correzione della norma al Governo e ai ministeri - il processo tributario, per la tipologia di svolgimento, è molto simile a quello amministrativo perché è snello, prevalentemente cartolare, si esaurisce, di norma, in una sola udienza, c'è un collegio giudicante. Date queste caratteristiche - prosegue Gobbi - non si capisce il perché ci venga ora richiesta la presenza fisica".
Prima dell'approvazione del Dl 28 /2020 le norme sul processo tributario prevedevano la facoltà per il presidente di richiedere la discussione della causa con modalità da remoto, che veniva disposta con decreto; la segreteria era tenuta a comunicare l'ora e le modalità di collegamento e i giudici si collegavano da loro domicilio, considerato aula di udienza. "La norma introdotta dal Dl 28/2020 - spiega Gobbi - è intervenuta su una procedura che si stava mettendo a regime, che ha visto il Mef in campo per fornire ai giudici tributari gli strumenti necessari per operare a distanza, interrompendo un percorso logico di modernizzazione del processo. Non vengono portati vantaggi, ma vengono a crearsi situazioni di rischio, sia per gli spostamenti imposti ai giudici, sia a causa della contemporanea presenza di più persone in uno spazio ristretto".
di Luigi Nicolosi
stylo24.it, 5 maggio 2020
Giallo nel penitenziario di Santa Maria Capua Vetere, disposta l'autopsia sul corpo del 27enne algerino. Nuova bufera sul carcere di Santa Maria Capua Vetere. Dopo i violenti disordini delle scorse settimane, con tanto di presunti pestaggi da parte della Polizia penitenziaria, l'istituto sammaritano torna suo malgrado alla ribalta dalla cronaca.
Un detenuto di 27 anni è morto questa mattina in circostanza ancora da accertare. La salma è stata infatti sequestrata su disposizione della Procura e si trova adesso in attesa di essere sottoposta all'esame autoptico.
A comunicare la drammatica notizia è stato nel pomeriggio di oggi il garante regionale dei detenuti, Samuele Ciambriello: "Lamine H., algerino nato a giugno del 1992, è morto nel carcere di santa Maria Capua Vetere. L'autopsia stabilirà le reali cause del decesso.
In Italia dall'inizio del 2020 i morti in carcere sono 55, mentre i suicidi sono 17. Noi parliamo di queste persone sia per farle uscire dall'anonimato, dalle statistiche sugli "eventi critici", sia per capire come sono morti. Dietro ogni morte in carcere e di carcere, c'è una persona, la sua famiglia, c'è uno "spaccato" del carcere oggi in Italia".
agenzianova.com, 5 maggio 2020
Sono 300 le persone che in Lombardia a marzo e aprile hanno ottenuto la misura dell'affidamento in prova. Lo ha fatto sapere alla sottocommissione consiliare Carceri di Palazzo Marino la direttrice dell'Ufficio di esecuzione penale esterna (Uepe) di Milano e coordinatrice Uepe della Lombardia, Severina Panarello.
"Quasi tutte queste persone - ha precisato - provenivano dagli istituti. Sono tutte persone che potevano ottenere l'affidamento in prova alle stesse condizioni anche in situazione pre-Covid, ma l'emergenza ha dato sicuramente un'accelerazione ai provvedimenti". Panarello ha assicurato poi che "mai come adesso le misure alternative sono state sotto controllo. Per quella che è la sicurezza sociale, questo periodo è stato caratterizzato da un provvedimento più corposo anche sui controlli delle misure alternative, quindi di fatto non ci sono situazioni di allarme".
L'Uepe lombardo ha ricevuto dalla direzione generale dell'esecuzione penale esterna 78mila euro per interventi di housing, rivolti a detenuti che non abbiano una casa o ne abbiano una inadeguata a svolgere la pena alternativa. "Il finanziamento - ha spiegato Panarello - si esplicita in un contributo di 20 euro al giorno per ogni ospite. Sta partendo la fase della co-progettazione che si concluderò questa settimana: abbiamo selezionato 10 posti per l'area metropolitana, 2 posti per Pavia, 2 posti per Mantova e Cremona, 2 posti per Varese e 5 per Brescia. Sono 21 accoglienze di sei mesi, per le quali abbiamo utilizzato tutti i 78 mila euro".
Al più presto si procederà alla selezione dei detenuti, che dovranno però essere sottoposti al tampone per il Covid-19, prima di poter lasciare gli istituti penitenziari e trasferirsi negli alloggi messi a disposizione.
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