di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 6 maggio 2020
Durante la pandemia da Covid-19 le autorità avrebbero di meglio da fare anziché perseguitare i giornalisti. Invece la giornalista malese Tashny Sukumaran è finita sotto inchiesta per aver scritto un articolo per il South China Morning Post sulle centinaia di migranti e rifugiati arrestati nella capitale Kuala Lumpur il 1° maggio. Quel giorno centinaia di agenti del dipartimento Immigrazione hanno fatto irruzione in vari alloggi per lavoratori migranti e rifugiati, accompagnati da soldati, funzionari del ministero della Salute e personale delle Forze della difesa civile: una caccia all'uomo con evidenti intenti discriminatori.
Le operazioni sono state giustificate dalle autorità sulla base del Decreto sul controllo rafforzato dei movimenti, adottato per contrastare la diffusione del coronavirus. Sukumaran è indagata per violazione dell'articolo 504 del codice penale ("offesa deliberata allo scopo di provocare la rottura della pace") e dell'articolo 233 della Legge sulle comunicazioni ("uso improprio dei social network per danneggiare altre persone"). Dovrà presentarsi domani, 6 maggio, al quartier generale della polizia malese.
di Francesco Grignetti
La Stampa, 5 maggio 2020
Il ministro della Giustizia si difende dalle accuse del magistrato: "Ho sempre agito contro le mafie". Il centrodestra: "Chiarisca o lasci l'incarico". Amareggiato, offeso e anche preoccupato per le possibili ricadute. Il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, ancora non si capacita dell'attacco di Nino Di Matteo. Proprio lui, il magistrato antimafia che è l'icona preferita del Movimento 5 stelle, ha colpito e affondato il ministro, in diretta tv, con poche micidiali parole.
Di Matteo ha raccontato a Massimo Giletti di quando nel giugno 2018 Bonafede lo chiamò per offrirgli il posto di direttore delle carceri oppure di direttore generale degli affari penali al ministero, ma solo 24 ore dopo il ministro aveva già cambiato idea e di carceri non si parlava più. In pratica il magistrato, oggi al Csm, ha suggerito che Bonafede abbia chinato il capo per inconfessabili pressioni.
Di Matteo ha ricordato che, nelle ore intercorse tra la proposta del ministro della Giustizia e la sua decisione, "alcune informazioni che il Gom della polizia penitenziaria aveva trasmesso alla procura nazionale antimafia ma anche alla direzione del Dap, quindi penso fossero conosciute dal ministro, avevano descritto la reazione di importantissimi capimafia, legati anche a Giuseppe Graviano e ad altri stragisti all'indiscrezione che io potessi essere nominato a capo del Dap". Quei capimafia, ha raccontato, dicevano "se nominano Di Matteo è la fine".
Bonafede però non ci sta. Rivendica il suo pedigree di avversario delle mafie e affida a Facebook un puntiglioso sfogo. "Un'ipotesi tanto infamante quanto infondata e assurda: è sufficiente ricordare che, quando decisi di contattare il dottor Di Matteo, quelle esternazioni di detenuti mafiosi in carcere erano già presso il mio ministero da qualche giorno. D'altronde, se mi fossi lasciato influenzare dalle reazioni dei mafiosi non avrei certo chiamato io il dottor Di Matteo per valutare con lui la possibilità di collaborare in una posizione di rilievo".
I colloqui furono più di uno. "Mi sembrava che fossimo concordi sulla scelta di quella collocazione, che gli avrebbe consentito di incidere su tutta la legislazione in materia penale". Invece poi le cose andarono diversamente. Per Bonafede, tutto qui.
Le opposizioni però sono già saltate sul caso e chiedono un dibattito parlamentare. E c'è chi invoca le dimissioni del ministro. Mariastella Gelmini, capogruppo Forza Italia alla Camera, dice di non vedere alternative: "O Di Matteo lascia la magistratura o Bonafede lascia il ministero della Giustizia". Anche la Lega sollecita il passo indietro. Il deputato forzista Giorgio Mulé fa intanto notare come lo scontro Bonafede-Di Matteo non sia stato nemmeno sfiorato dal Tg1, sospettato di favoritismi grillini.
La vicenda crea imbarazzo anche dalle parti di Palazzo Chigi. Giuseppe Conte, che già non aveva gradito la storia delle scarcerazioni dei mafiosi, ha voluto vederci chiaro, contattando il Guardasigilli e cercando con lui di capire che cosa è avvenuto e come il ministro intenda uscirne. Il premier comprende da subito la portata politica della questione. "Sarebbe un disastro...", se non si dovesse immediatamente chiudere.
Non soltanto, infatti, le opposizioni invocano le dimissioni, ma Pd e Italia Viva, che non amano Bonafede, chiedono di riferire in Aula. La difesa dei Pd è più a tutela della carica che dell'attuale ministro. "Sarebbe gravissimo se un ministro si dovesse dimettere per i sospetti di un magistrato", avverte il vice-segretario Andrea Orlando, che è stato anche lui ministro Guardasigilli. In ogni caso, il Pd non intende andare oltre un'audizione in Antimafia, peraltro nell'aria da giorni. Da Italia Viva, invece, non risparmiano veleno: "Tra il ministro della Giustizia Bonafede e il magistrato Di Matteo è in corso uno scontro tra due giustizialismi - osserva Matteo Renzi - in una querelle che rischia di essere il più grande scandalo della giustizia degli ultimi anni".
di Salvo Palazzolo
La Repubblica, 5 maggio 2020
Aumentano le richieste dei detenuti accusati di mafia che chiedono i domiciliari per motivi di salute. Le istanze di scarcerazione per "rischio Covid" aumentano di giorno in giorno. Sono un centinaio i detenuti siciliani accusati di mafia e droga che chiedono di poter andare ai domiciliari per motivi di salute. Istanze che adesso sono al vaglio di varie autorità giudiziarie: alcuni detenuti sono infatti in attesa di giudizio, dunque la competenza è dei gip, dei tribunali del riesame, delle corte di appello; altri stanno invece scontando delle condanne già definitive, a decidere saranno i tribunali di sorveglianza sparsi per l'Italia, nelle sedi dove i mafiosi sono detenuti.
di Mauro Leonardi
ilsussidiario.net, 5 maggio 2020
Sull'Huffington Post, l'ex pm Gherardo Colombo ha ripetuto una sua vecchia tesi: abolire il carcere. La risposta di un prete volontario in carcere.
In tempi di Coronavirus non pochi pensano che sia stato eccessivo il ricorso alle misure alternative a favore dei detenuti. Potremmo tutti fare il nome di politici che hanno rimproverato i giudici - lo Stato, in ultima analisi - per aver mandato a casa troppi carcerati: secondo questi, per ridurre l'emergenza sovraffollamento si sarebbe caduti nell'eccesso opposto, quello del buonismo.
di Livio Pepino
volerelaluna.it, 5 maggio 2020
Mentre in tutte le carceri italiane il virus si diffonde (sono ormai 159 i casi conclamati e non si contano quelli sospetti, con detenuti "in isolamento" in celle multiple) e provoca i primi morti, il dibattito e le polemiche non si appuntano sul numero dei reclusi (53.187), tuttora di gran lunga superiore alla capienza reale degli istituti penitenziari (poco più di 47.000 posti), ma sull'avvenuta concessione della detenzione domiciliare per ragioni di salute ad alcuni condannati in regime di 41bis (quattro, forse cinque, a quanto è dato sapere).
di Ornella Favero*
vita.it, 5 maggio 2020
Riprendere i colloqui con i familiari, incrementare le tecnologie di comunicazione e riaprire gradualmente ai volontari. Mentre come Volontariato cerchiamo di raccogliere le nostre proposte rispetto alla Fase 2, ci giunge la notizia che sono stati nominati un nuovo Capo del Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria e un nuovo Vice Capo, tutti e due magistrati esponenti dell'Antimafia.
di Liana Milella
La Repubblica, 5 maggio 2020
Il ministro: "Ipotesi infondata e infamante". La replica del magistrato: "Confermo tutto". Il centrodestra: "Il Guardasigilli si dimetta". Il vicesegretario dem Orlando: "Niente dimissioni sulla base di sospetti". Ma il Pd chiede che il grillino riferisca in Parlamento. Renzi: "Voglio la verità".
Di Matteo contro Bonafede. L'ex pm antimafia di Palermo ora al Csm contro il ministro della Giustizia. Non in una sede istituzionale. Ma in una trasmissione televisiva. Poco prima di mezzanotte a "Non è l'arena", di Massimo Giletti. Tema: il posto di capo del Dipartimento delle carceri.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 5 maggio 2020
Se uno dovesse inventarsi un teorema giudiziario su una trattativa Stato-mafia odierna, ci sono tutti gli ingredienti giusti per creare suggestioni. Il 7 marzo scoppiano le rivolte nelle carceri italiane, alcune davvero devastanti con tanto di evasione spettacolare e lasciando una scia di 13 detenuti morti, la maggior parte stranieri e con problemi di tossicodipendenza.
Dietro le rivolte - come ha detto recentemente il sociologo Nando Dalla Chiesa e adombrato anche dal presidente della commissione antimafia Nicola Morra - ci sarebbe stata una regia mafiosa per fare pressione sul governo per ottenere le scarcerazioni dei boss mafiosi al 41bis. Detto, fatto. Spunta la circolare del Dap che raccomanda alle direzioni del carcere di segnalare ai giudici tutti i detenuti che presentano patologie letali in caso di Covid 19. Esce un articolo de L'Espresso nel quale si denuncia che la circolare avrebbe fatto un favore ai boss al 41bis, i quali ne avrebbero approfittato per chiedere la detenzione domiciliare.
Si crea mistero, inquietudine e aleggia nell'aria il famoso "terzo livello". Il giorno dopo l'allarme viene scarcerato il boss Francesco Bonura per gravi malattie e messo in detenzione domiciliare. Spunta fuori la lista di centinaia di boss che avrebbero o potrebbero beneficiare della scarcerazione. Poco importa che di un centinaio di nomi, solo tre del 41bis sono coloro che hanno usufruito della detenzione domiciliare.
Ma il dado è tratto. La presunta nuova trattativa avrebbe quindi dato i suoi frutti. Lo stesso Nino Di Matteo - membro togato del Csm e tra coloro che imbastirono il famoso processo sulla presunta trattativa Stato- mafia - all'indomani delle scarcerazioni si era espresso così: "Lo Stato sta dando l'impressione di essersi piegato alle logiche di ricatto che avevano ispirato le rivolte. E sembra aver dimenticato e archiviato per sempre la stagione delle stragi e della trattativa Stato- mafia".
Gli ingredienti ci sono tutti. Ma durante l'ultima trasmissione "Non è l'Arena" di Massimo Giletti se n'è aggiunto un altro che ha mandato in tilt i seguaci delle "agende rosse", tutta una certa antimafia che crede alle "entità" e alle regie occulte del fantomatico (Giovanni Falcone non a caso stigmatizzava questa fandonia) "terzo livello" e soprattutto il Movimento 5Stelle, che attualmente è al governo e che del teorema trattativa ne ha fatto un caposaldo della sua narrazione politica. Di Matteo è intervenuto durante la trasmissione affermando che nel 2018 il guardasigilli Alfonso Bonafede gli aveva offerto di dirigere il Dap, offerta che sarebbe poi venuta meno, dopo la reazione di alcuni boss detenuti al 41bis, che in alcune intercettazioni si sarebbero detti preoccupati per la sua nomina al Dipartimento per l'amministrazione penitenziaria.
Ovviamente Di Matteo ha raccontato solo i fatti che sarebbero accaduti, non aggiungendo altro né dando alcuna interpretazione. Ma chi ha ascoltato ha avuto inevitabilmente la percezione che Bonafede stesso avrebbe avuto paura delle pressioni mafiose. Una sorta di minaccia psicologica a un corpo politico dello Stato (reato contestato agli ex Ros per la presunta trattativa). Il ministro della Giustizia ha replicato smentendo quella ricostruzione.
Ricorda qualcosa? Ma certo. La stessa narrazione suggestiva e priva di fondamento sulla presunta trattativa Stato- mafia. Anche in quel caso è stato omesso un elemento non trascurabile: viviamo in uno Stato di Diritto e soprattutto c'è la magistratura di sorveglianza che opera secondo legge e in maniera del tutto indipendente.
Pensare che le scarcerazioni siano frutto di accordi con la mafia che avrebbe fatto pressione tramite le rivolte, è frutto di superficialità e mancanza di conoscenza. Le rivolte sono provocate dal disagio che imperversa da sempre nelle nostre carceri e l'emergenza Coronavirus ha messo a nudo tutte le fragilità. I mafiosi sono per l'ordine all'interno delle carceri. La ribellione non è nel loro Dna. Le scarcerazioni non hanno ovviamente nulla a che fare nemmeno con quella circolare del Dap, che è un atto amministrativo doveroso in un Paese civile. I magistrati di sorveglianza hanno fatto il loro dovere. Nessun pericoloso boss sanguinario è stato liberato. Nessuna regia occulta.
Analoga vicenda è accaduta nel 1993 e c'entra sempre il 41bis. L'unica prova dell'avvenuta trattativa Stato- mafia è il mancato rinnovo del 41bis a centinaia di detenuti. Infatti secondo le motivazioni della sentenza principale sulla presunta trattativa, per la quale sono stati condannati in primo grado gli ex Ros e Marcello Dell'Utri per aver veicolato le minacce ai governi che si sono succeduti tra il ' 92 e il ' 94, non c'è ombra di dubbio. L'allora capo dello Stato, Oscar Luigi Scalfaro, si adoperò per rimuovere dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria Niccolò Amato, ritenuto troppo duro con i boss, e per sostituirlo con Adalberto Capriotti (con Francesco Di Maggio come vice), nel giugno del 1993. Fu lì, secondo le motivazioni di condanna, che si insinuarono una serie di iniziative per favorire la mafia e quindi la trattativa.
Il 41bis sarebbe stato il fulcro di tali iniziative. In realtà c'è stata una sentenza della Corte costituzionale scaturita grazie al ricorso - udite udite - dei magistrati si sorveglianza. Tale sentenza ha invitato il governo a valutare caso per caso il rinnovo o meno del 41bis (all'epoca il rinnovo avveniva automaticamente e indistintamente per tutti). Punto primo. Tale mancata proroga era stata posta in essere dal ministro della Giustizia dell'epoca, Giovanni Conso, il quale non è stato indagato per questo. Punto secondo. Se fosse stato frutto della trattativa, non si capisce quale vantaggio avrebbe avuto Cosa nostra a fronte delle cosiddette "stragi di continente" del 1993.
I giudici che hanno assolto l'ex ministro Calogero Mannino, che nel processo trattativa ha scelto il rito abbreviato, hanno sottolineato come dei 336 detenuti non sottoposti al rinnovo, soltanto 18 appartenevano alla mafia (a sette dei quali, peraltro, nel giro di poco tempo, nuovamente riapplicato). Dunque gli aderenti a Cosa nostra erano pari a meno del 5,5% di tutti i detenuti con decreto in scadenza. Ma non solo. I giudici scrivono che "né dalla Procura di Palermo, all'uopo interpellata, né dalla Dia, né dalla Dna, né dalle altre forze politiche richieste di parere, era stato evidenziato uno spessore criminale di particolare rilievo di taluno di loro".
Il terzo fattore che piccona la prova dell'avvenuta trattativa riguarda la necessità di una ragionata distensione del clima di pressione all'interno del carcere "a tratti - scrivono i giudici -, e per lunghi lassi di tempo, luoghi sovraffollati di disumanità". Una distensione già avviata, tra l'altro, con il precedente capo del Dap Niccolò Amato con la sua nota del marzo 1993. Una distensione, sottolineano i giudici, "che nulla ha a che fare con il venire a patti con la criminalità, ma che molto ha a che fare con la tutela della dignità dei detenuti, di qualunque estrazione sociale essi siano". Ed ecco qua. Si parla di tutela della dignità dei detenuti, Costituzione, Stato di Diritto.
In soldoni nessuna manovra oscura, come oggi non c'è stata alcuna regia occulta dietro la concessione della detenzione domiciliare (di cui tre del 41bis, non centinaia come hanno fatto un po' credere) odierne. Chissà se il ministro Bonafede, che adesso è anche capodelegazione del M5S nel governo, si sia ora accorto di quanto è facile cadere nell'equivoco. Il teorema trattativa è diventata una spada di Damocle (o addirittura uno strumento di potere) che condiziona il governo nel fare qualsiasi scelta politica. Soprattutto nel campo giudiziario e penitenziario.
di Riccardo Lo Verso
Il Foglio, 5 maggio 2020
Il magistrato Di Matteo attacca Bonafede sulla propria nomina al Dap e ricicla il canovaccio della Trattativa, diventata verità nei talk prima delle sentenze, e che ora ritorna nelle arene televisive.
Si erano tanto amati quelli del Movimento 5 stelle e il magistrato Antonino Di Matteo. Con i primi a prendere l'ex pubblico ministero, oggi al Csm, come esempio, offrendogli di entrare nella macchina del governo, e il secondo pronto ad applaudire il codice etico del grillini prima e poi ad accogliere come una svolta, tanto attesa quanto necessaria, il blocco della prescrizione voluto dal ministro della giustizia Alfonso Bonafede.
Ieri sera c'è stata un'insanabile frattura. Bonafede e Di Matteo hanno scelto l'Arena, mai nome è stato più azzeccato, di Massimo Giletti per consumare lo strappo. Di Matteo tira fuori una vecchia storia di due anni fa. Dice che nel 2018 Bonafede gli ha offerto di dirigere il Dap. Non se ne fece più nulla. Alla fine fu scelto Francesco Basentini che pochi giorni fa si è dimesso travolto dalle polemiche per le rivolte carcerarie e per le scarcerazioni dei boss mafiosi. Scarcerazioni che per la cronaca non vengono decise dal capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, ma dai tribunali di Sorveglianza. Il Coronavirus in molti casi nulla c'entra, i detenuti vanno ai domiciliari per motivi di salute, ma a Basentini è stata contestata una circolare con cui chiedeva il monitoraggio dei detenuti over 70 e malati. Per molti è stata una sorta di via libera alle scarcerazioni.
Bonafede decide di intervenire in diretta. Spiega che a Di Matteo fu offerta anche la direzione degli Affari penali. Mica l'ultimo degli incarichi. Ricorda, infatti, che un tempo fu ricoperto da Giovanni Falcone. È il sospetto appena accennato da Di Matteo, il magistrato più scortato d'Italia, a scatenare il botta e risposta.
Il pm della Trattativa stato-mafia ricorda che ricevuta la proposta di ricoprire uno dei due incarichi, al Dap o agli Affari penali, chiese 48 ore di tempo per rifletterci. Quando incontrò Bonafede per dirgli che accettava il Dap "improvvisamente il ministro mi disse che ci aveva ripensato e nel frattempo avevano deciso di nominare il dottor Basentini. Ci aveva ripensato o forse qualcuno lo aveva indotto a ripensarci", aggiunge Di Matteo che cita alcune informazioni che il Gom della polizia penitenziaria aveva trasmesso alla procura antimafia e anche al Dap. Le intercettazioni avevano carpito il malessere dei boss detenuti: se avessero nominato Di Matteo per loro era la fine.
Lo stato che cede al ricatto. Lo stesso stato che in epoca di pandemia sanitaria manda ai domiciliari alcuni boss. Il canovaccio si ripete. Di Matteo, subito dopo le prime scarcerazioni, si è detto preoccupatissimo per il messaggio di debolezza dello stato di fronte alle rivolte carcerarie. Dopo la concessione dei domiciliari al mafioso palermitano Francesco Bonura, malato di cancro, Di Matteo ha fatto un esplicito riferimento alla Trattativa stato-mafia. È sì un canovaccio, e pure circolare. Della Trattativa per anni si è parlato nei talk show televisivi, dove l'esistenza del patto sporco è diventata verità prima ancora che arrivassero le sentenze, e ora ritorna nelle arene televisive.
Si consuma una frattura insanabile fra il mondo dei 5 Stelle e l'antimafia. Bonafede, che da ministro attira su di sé critiche e a volte ilarità, va allo scontro con un simbolo dell'antimafia dura e pura. Non sarà facile per lui reggere il confronto. Può solo sperare che la nomina di Dino Petralia al Dap e di Roberto Tartaglia come vice plachi la polemica tenendo conto che Tartaglia assieme a Di Matteo rappresentava l'accusa al processo palermitano sulla Trattativa. Sarebbe imbarazzante, soprattutto per loro il fatto di essere stati scelti da un ministro che ha "scartato" di Matteo perché la sua nomina non era gradita ai boss.
di Piero Sansonetti
Il Riformista, 5 maggio 2020
Ma guarda un po' se alla fine ti tocca persino difendere Alfonso Bonafede! È che quando prende la parola Nino Di Matteo ti viene da difendere chiunque lui accusi, perché sai di non sbagliarti. Se lui accusa vuol dire che quello è innocente.
La biografia di Di Matteo è abbastanza limpida sotto questo punto di vista. Da giovane si fece strada indagando sull'uccisione di Paolo Borsellino. Fece un bel lavoro: insieme ad altri suoi colleghi scovò un pentito formidabile che raccontò loro per filo e per segno come andarono le cose. Si chiamava Scarantino questo pentito. Loro lo ascoltarono bene e poi arrestarono tutti i colpevoli: l'indagine la chiusero lì.
Poi si scoprì che Scarantino aveva raccontato solo balle, e loro si erano fatti prendere in giro e non avevano verificato. Scagionati i condannati, ma ormai era troppo tardi per trovare i colpevoli veri e capire cosa era successo. Non lo sapremo mai. Allora Di Matteo cercò di riscattarsi. E, andando appresso al suo collega Ingroia, mise sul banco degli imputati l'unico personaggio ancora vivente di quelli che la guerra alla mafia l'aveva fatta davvero, incastrando e catturando decine di boss autentici, a partire dal capo dei capi, Totò Riina.
Questo personaggio, che è uno dei giganti della lotta alla mafia, è il generale Mori: oggi è in pensione e deve pensare a difendersi da accuse scombiccherate e già smentite molte volte in altri processi, ma purtroppo la giustizia funziona così: un pugno di Pm si è fissato con la storia della trattativa Stato mafia e non molla. Se ne infischia delle assoluzioni che in altri processi arrivano a pioggia e scagionano tutti.
E ti processa allegramente, anche se sa che tu sei quello che ha dato il contributo maggiore a ridurre la mafia nelle condizioni di debolezza nelle quali si trova oggi. A questo punto Di Matteo si è dato alla politica politica. Cioè la politica fatta in prima persona dal partito dei Pm. Ha trovato un posto alla Procura nazionale antimafia, ma dopo pochi mesi l'hanno buttato fuori perché parlava troppo con giornali e Tv. E allora lui è riuscito a farsi portare da Davigo al Csm.
E ogni giorno tuona contro la mafia, dando a tutti del reggicoda dei mafiosi. Persino a questo povero ministro lo ha detto, che sicuramente è il ministro della Giustizia più forcaiolo della storia della Repubblica e che proprio 'sto fatto di finire sotto il martello di Di Matteo non se l'aspettava. Come possono succedere queste cose? Succedono quando i partiti liberali si fanno intimidire da quelli delle manette e gli corrono appresso. In questi giorni sta succedendo al Pd e anche a Italia Viva. Chissà se questa nuova esibizione del partito dei Pm, e del suo alfiere più pittoresco, alla fine non li farà ragionare.










