di Ornella Favero
Ristretti Orizzonti, 11 maggio 2020
Cari lettori e amici di Ristretti Orizzonti, vorrei aggiornarvi sulla situazione del nostro giornale e delle nostre attività.
Ristretti Orizzonti, rivista cartacea: Noi volontari non possiamo entrare in carcere, ed è per questo che siamo così in ritardo con la pubblicazione della rivista. Ora il primo numero, fatto comunicando con i redattori-detenuti e raccogliendo materiali via mail, è pronto, anche se in forte ritardo, ma per fortuna sono quasi pronti altri due numeri, quindi contiamo di recuperare in fretta questo ritardo.
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 6 maggio 2020
Corte di cassazione - Sezione IV - Sentenza 5 maggio 2020 n. 13575. L'azienda responsabile, per colpa specifica, in caso di incidente del dipendente, se non fornisce protezioni adeguate, non informa nel dettaglio sui pericoli e non aggiorna il documento di valutazione dei rischi. La Cassazione (sentenza 13575) dichiara la prescrizione del reato di lesioni personali colpose a carico dell'amministratore unico di una Spa, ma conferma la sanzione di 30mila euro inflitta all'azienda per lesioni colpose gravi, per la violazione delle norme di sicurezza sul lavoro (articolo 25-septies Dlgs 231/2001).
L'incidente riguardava un lavoratore che si era ustionato per rimuovere dei residui di plastica da un iniettore, aiutandosi con un'asticella di rame, senza usare i guanti. Un'impudenza che non salva l'azienda, perché i guanti in dotazione non erano adeguati.
Alla base della condanna il mancato acquisto di guanti utili ad evitare le ustioni, l'omesso aggiornamento del Dvr, e la scarsa formazione dei lavoratori. Il vantaggio, che la norma richiede per affermare la responsabilità dell'ente, stava nel risparmio di spesa derivato sia dal mancato acquisto di dispositivi più efficaci di quelli in uso, sia nell'assenza di corsi di formazione, oltre che nel maggior guadagno dato da ritmi di produzione resi più veloci dall'assenza di misure stringenti sulla sicurezza.
La Suprema corte, ricorda le regole che le aziende devono rispettare per evitare la condanna, indicazioni più che mai utili nel periodo di convivenza con la pandemia sui luoghi di lavoro. Non passa la tesi della difesa secondo la quale serviva la prova che l'incidente si sarebbe verificato anche se il lavoratore avesse indossato la protezione fornita. Né si poteva affermare il nesso causale tra l'evento e il mancato aggiornamento del Dvr, visto che il lavoratore non aveva rispettato le disposizioni di sicurezza. Per i giudici anche i comportamenti scorretti dei dipendenti andavano addebitati alla società a causa delle lacune informative. L'azienda, oltre a fornire le protezioni ottimali, deve mettere il lavoratore nella condizione di fronteggiare tutti i rischi, prevedibili. All'imputato e alla società è stata contestata un'ipotesi di colpa specifica "concernente l'omessa adeguata previsione di un modello organizzativo adeguato, nel quale rientra anche la mancata formazione dei dipendenti".
di Pietro Salvatori
huffingtonpost.it, 6 maggio 2020
I 5 stelle lacerati si attestano sulla linea Travaglio: è solo un malinteso. Il Pd difende il Guardasigilli. Italia viva non affonda il colpo. Mettersi tutto alle spalle. O mettere a tacere, a seconda dell'accezione che gli si vuol dare. Il Movimento 5 stelle deve archiviare al più presto la querelle che ha visto opposti Nino Di Matteo e Alfonso Bonafede. Uno scontro pazzesco, tremendo, tra un membro del Csm e il Guardasigilli, su un argomento che, se fosse preso sul serio, sarebbe ai prodromi di un secondo processo Stato-mafia. I pentastellati contano sull'effimero contemporaneo, per cui tutto viene lasciato alle spalle, e archiviata in tre o quattro giorni la polemica si passa a sbranarsi su quella successiva.
Per le identità dei due protagonisti, oltre alla lacerazione istituzionale di un pm che chiama una trasmissione in prima serata per accusare il ministro della Giustizia di essersi lasciato influenzare dai capi mafia nel non dagli una nomina, il problema è tutto interno al Movimento. Perché coinvolge un tetragono dell'ortodossia come Bonafede e un santino delle battaglie giustizialiste di anni quale Di Matteo. Le chat sono infuocate, i sostenitori del magistrato sono una minoranza ma ben nutrita, ma i parlamentari sono stati invitati al silenzio. Dopo una giornata di videoconferenze, messaggi e telefonate, e diversi contatti tra il ministro e Giuseppe Conte, lunedì sera sono uscite in batteria, i vertici, premier compreso, hanno rotto un silenzio di ore. Con due costanti, in tutte le dichiarazioni e le note: la difesa del titolare della Giustizia e la rimozione totale del nome di Di Matteo.
Un membro dell'esecutivo ragiona: "Alfonso è totalmente dalla parte del torto, ma questa storia ha un duplice aspetto potenzialmente esplosivo: risveglia antiche inimicizie contro uno che per anni è stato fedele a Di Maio, e vede come controparte uno che il nostro mondo non può attaccare". Sono un'estrema minoranza (ma ci sono) quelli che dicono non a torto che "se fosse stato di un altro partito saremmo già in piazza a protestare violando i dpcm". Ha riscosso un enorme successo, perlomeno di condivisioni, l'editoriale mattutino di Marco Travaglio, che ha plasmato i termini delle discussioni fra onorevoli e senatori per tutto il giorno: la destra non può permettersi di difendere uno come Di Matteo che ha sempre attaccato; tra i due è stato solo un malinteso.
Una decisione politica, dunque, quella di poche, concentrate nel tempo e stringate dichiarazioni di sostegno e poi più il nulla. Ma si vocifera - notizia che non trova conferme ufficiali - che ci sia stato anche un discreto lavorio dal Quirinale per sminare il campo periglioso, con uno scontro al fulmicotone tra il ministro di Giustizia e un componente di quel Csm di cui Mattarella presiede. Il Csm stesso, fatto salvo per una dichiarazione dei tre laici eletti in quota Csm, si è ritirato in una torre d'avorio di silenzio.
Italia viva si è tenuta ben lontana dal reiterare le minacce di sfiducia individuale. I renziani hanno sì chiesto che Bonafede riferisca in Parlamento, ma negano con convinzione di voler percorrere una simile strada. Bonafede è entrato nel meccanismo perverso alimentato per anni dal grillismo, quel clima per cui Leonardo Pucci, vice capo di Gabinetto del ministro, si sente in dovere di dire all'Adnkronos di non essere stato sponsor di Basentini all'epoca della nomina che lo preferì a Di Matteo, come se il compito dello staff apicale di un ministero non fosse anche quello di consigliare il ministro.
Una situazione paradossale, dalla quale l'unico che sembra difendere Bonafede tout court è il Pd. In tanti si sono espressi in questa direzione, uno per tutti il vicesegretario Andrea Orlando: Non si dimette un ministro per un dibattito in tv, Bonafede si è detto disposto a riferire in Parlamento". Si notino bene le parole: in Parlamento. Perché il tentativo è quello di disinnescare un'informativa in aula, magari in diretta tv.
È pendente una richiesta di convocazione in commissione Antimafia per Bonafede, avanzata un mesetto fa, nelle ore delle rivolte delle carceri. Proprio la settimana scorsa il presidente Nicola Morra ha annunciato la disponibilità del ministro a essere audito. Un intervento in commissione, che inglobi oltre alla specifica difesa sul punto una relazione completa delle attività delle ultime settimane sarebbe assai meno dirompente. Oltre a evitare una casuale ma pericolosa saldatura con le istanze in queste ore sbandierate da Matteo Salvini.
"Bonafede aveva il rapporto del Gom sul tavolo già il 9 giugno - spiega una fonte Dem che ha studiato il dossier - Di Matteo lo ha incontrato il 18. Dire che abbia cambiato idea per quel rapporto è indimostrabile, una pura illazione". La conclusione, che è anche un auspicio: "Finirà tutto in una bolla di sapone".
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 6 maggio 2020
Ti sei fatto ricattare dalla mafia! E tu parli per sensazioni e travisi la realtà! Ha il sapore della faida il corpo a corpo che domenica sera poco prima di mezzanotte ha visto protagonisti non due ragazzotti sul ring di una palestra di periferia, ma un consigliere del Csm e un ministro della repubblica. Nino Di Matteo e Alfonso Bonafede. Se non proprio mafioso, quanto meno imputabile di concorso esterno.
È questa l'immagine che Nino Di Matteo dà del ministro di giustizia Alfonso Bonafede. Lo fa nel corso di una puntata-gogna di una trasmissione che non sarà l'Arena, come pretende il titolo, invece pare del tutto simile al luogo dove venivano perseguitati i cristiani. Con l'esibizione dei corpi, anche. La vittima predestinata questa volta è proprio il guardasigilli, non invitato, mentre il conduttore, con il contorno consenziente di personaggi come Luigi de Magistris e Catello Maresca, una volta ottenute, con la trasmissione precedente, la dimissioni del capo del Dap Basentini, azzanna alla gola una povera funzionaria, rea di aver inviato una mail in ritardo. Anche lei deve essere licenziata. Si canta e si suona tra persone che la pensano allo stesso modo.
Ma il boccone è poco consistente, quindi si torna a fare le pulci a tutta quanta l'organizzazione delle carceri italiane, al vertice delle quali finalmente sono arrivati due magistrati cosiddetti, con il solito strafalcione incostituzionale, "antimafia".
Si può stare tranquilli per il futuro, si dice, ma intanto la frittata è fatta, i mafiosi passeggiano giulivi nei parchi delle loro città perché nessuno ha provveduto, come incautamente ricorda l'ex ministro Martelli, magari con una "norma interpretativa" (cioè abrogativa) delle leggi esistenti, a riacciuffarli tutti. Cioè a dire, sia il ministro della giustizia che l'ex capo del Dap sono stati due incapaci, dovevano violare la legge e lasciar morire in carcere qualche vecchio moribondo pur di mostrare i muscoli.
Ah, se ci fosse stato a dirigere le carceri Di Matteo, sospira Massimo Gilletti. Lo evoca, ed eccolo. Mancato ministro, mancato capo del Dap, cacciato dall'Antimafia, entrato per il rotto della cuffia dopo dimissioni di altri al Csm con il sostegno del suo amico Davigo, dovrebbe stare un po' caché, come dicono i francesi. Invece no, alza il telefono quasi fosse stato in attesa della parola d'ordine, ed entra a cavallo nella trasmissione. Lancia subito sospetti nei confronti dell'autonomia del ministro Bonafede, anche lui sottoposto, lascia capire, al ricatto della mafia. Ma è proprio un pallino, il suo. Portare il processo "trattativa" ovunque. Chiunque rappresenti lo Stato, tranne lui, è condizionato dai mammasantissima.
Certo, va detto che Alfonso Bonafede gli ha rubato il posto, non dimentichiamolo. Era Di Matteo che avrebbe dovuto diventare ministro di giustizia nel 2018. Lui era pronto e si è visto scavalcato da uno qualunque. Vendetta, tremenda vendetta. È giunto il momento di fargliela pagare. Anche perché, sempre nel 2018, questo modesto ministro riconfermato si è permesso di proporgli la presidenza del Dap o in alternativa il prestigioso ruolo che fu di Falcone come Direttore generale degli affari penali, e poi gli ha soffiato la prima poltrona (preferendogli un Basentini qualunque) e gli ha riservato solo la seconda. Perché? Perché i capimafia nelle carceri avevano protestato: se arriva al Dap Di Matteo, quello butta la chiave, dicevano. Il ministro ci ha ripensato, dice il magistrato. Poi, allusivo: o qualcuno lo ha indotto a ripensarci.
Ci risiamo. Dopo aver insultato i giudici di sorveglianza quasi fossero fiancheggiatori della mafia solo perché avevano applicato alcuni differimenti di pena, ora è la volta del ministro. Colpito e affondato. In studio si comportano tutti (con l'eccezione dell'ex jena Giarrusso che non sa più come difendere il suo ministro) come ragazze coccodè intorno al loro mito e alla sua ricostruzione dei fatti. Fedele, onesta e leale, la definisce il suo ex collega de Magistris. Martelli gli domanda come mai lui non abbia chiesto spiegazioni sul dietrofront di Bonafede. Per orgoglio, sussurra con modestia il magistrato. Tutti annuiscono compunti.
Si potrebbe chiudere il sipario con il funerale del ministro e la beatificazione dell'ex Pm, tanto che viene accolta con fastidio, mentre è ancora aperto l'audio di Di Matteo, la chiamata di Bonafede, che è "esterrefatto" e quasi piange al telefono, nel ricordare quanto tasso di antimafia e di forcaiolismo lui abbia nel sangue. Dà inutilmente la sua versione dei fatti e viene trattato come la cugina impresentabile che viene nascosta quando arrivano gli ospiti importanti. Faccia presto, si sbrighi che abbiamo cose più importanti, gli fanno capire. Fa tenerezza, anche perché nessuno ricorda che un ministro nomina chi ritiene all'interno del suo dicastero. E non deve certo render conto al partito dei professionisti dell'antimafia.
Ma il guardasigilli è ormai diventato un pungi-ball su cui chiunque ritiene di potersi esercitare. Tutti i partiti dell'opposizione ne chiedono le dimissioni ignorando chi detiene oggi il vero potere, e il Pd che non lo sa difendere, tranne l'ex ministro Orlando che ritiene sarebbero scandalose le dimissioni a causa dell'opinione di un magistrato.
Persino il Nucleo investigativo centrale della polizia penitenziaria, forse vedendolo debole, gli rifila una lezioncina sulla divisione dei poteri, ricordandogli di agire su delega dell'autorità giudiziaria e non del ministero. Intanto per ora la vicenda finirà con una seduta parlamentare in cui ci sarà una gara di forche alte verso il cielo da parte di tutti, speriamo con qualche singola eccezione. Chi salverà il soldato Bonafede? Pier Camillo Davigo, se lo vorrà. È l'unico più potente di Di Matteo. Ieri mattina era dato sul treno della contro-immigrazione Milano Roma, nel primo giorno della fase due anti-covid. Chissà se è andato a consolare il suo allievo.
di Errico Novi
Il Dubbio, 6 maggio 2020
Intervista al professore emerito di diritto penale della Sapienza: "È la centralità della giustizia nella democrazia a imporre di preservare l'oralità del processo anche in piena emergenza: i correttivi sulle udienze virtuali introdotti dal Dl intercettazioni hanno ribadito il principio. Ma nulla sarà come prima: e anzi, i depositi telematici previsti anche nel penale potrebbero diventare un antidoto alla burocrazia".
"Tutto va colto nell'equilibrio. Senza trionfalismi. E senza illudersi che la giustizia tornerà esattamente al punto in cui era prima del Covid". Giorgio Spangher, professore emerito di Diritto penale alla Sapienza, è ascoltato dall'avvocatura quasi come un oracolo.
Giustamente, per l'esperienza, per l'acutezza della visione, per la rapidità nel trovare significati nascosti tra le pieghe delle norme...
Ma Spangher invita appunto a cogliere tutti i frutti positivi delle correzioni sul processo da remoto, incluse le aperture su un futuro più tecnologico: "È stata accantonata l'idea di un diritto di difesa attenuato dalla telematica, ma nello stesso tempo proprio la tecnologia introduce un'opportunità di sburocratizzare che va preservata".
La giustizia è funzione irrinunciabile della democrazia anche durante un'epidemia epocale: ora si è anche ribadito il principio per cui va sempre esercitata nel rispetto delle garanzie?
Direi proprio di sì. Si è affermato con chiarezza tale principio. Ma lo si è affermato nella ragionevolezza. Credo si debbano considerare alcuni dettagli del decreto Intercettazioni, forse sottovalutati. Ad esempio la norma secondo cui una deliberazione in camera di consiglio non può svolgersi da remoto, nella fase 2 che inizierà il 12 maggio ed è stata prorogata fino al 31 luglio, se la discussione finale si era tenuta nell'aula di tribunale. Viene così riconosciuta l'oggettiva e razionale necessità dello svolgimento non virtuale dell'attività giudiziaria in determinate circostanze. Forse la sola forzatura, in tal senso, può essere la previsione per cui il giudice civile deve operare fisicamente dal suo ufficio anche quando le parti si collegano da remoto. Dopodiché vedo molti segni di un razionale ritorno alla normalità.
Quali sono i più incoraggianti?
Anche grazie all'ordine del giorno votato alla Camera, si è giustamente stabilita la necessità di conservare l'aula fisica per l'attività probatoria, per l'esame del teste o del perito. C'è la ricordata norma sulle camere di consiglio e ce n'è ancora un'altra che concede non solo al ricorrente ma anche al pg la possibilità di chiedere la discussione in presenza nei giudizi di Cassazione. È appunto il riconoscimento, importante, di quell'oggettiva funzionalità del ritorno nelle aule e della discussione orale immediata. Però c'è anche qualche limite non superato.
A cosa si riferisce?
Alle udienze di convalida del fermo o dell'arresto, che potranno tenersi da remoto: forse sarebbe stato necessario segnalare la disfunzionalità di questa previsione, che limita soprattutto la libertà della persona accusata. D'altra parte proprio tali attività hanno prodotto performance abbastanza insoddisfacenti da favorire il ripensamento del governo. Poi si è schierata, con l'avvocatura, anche la dottrina. A remare contro l'udienza da remoto ci sono anche problemi di riserva di legge tutt'altro che irrilevanti. Così come c'erano le serie questioni di privacy rilevate dal garante.
Alcune componenti dell'Anm ora puntano il dito contro l'avvocatura: sarà colpa della vostra avversione al processo a distanza, dicono, se le udienze non si terranno affatto, vista la mancanza di sicurezza per la salute...
Non ci si deve mettere su una strada del genere. Da una parte i magistrati che accusano gli avvocati di paralizzare tutto. Dall'altra gli avvocati convinti che si terranno solo i processi selezionati da giudici e pm. Non credo che avverrà davvero, al di là di qualche singolo sporadico caso. Ora si tratta di scollinare un momento difficile.
I rischi per la salute potrebbero attrarre più risorse per la giustizia?
Sì, ma soprattutto potranno incentivare la sburocratizzazione attraverso la tecnologia. Alcune norme appena introdotte dal decreto Intercettazioni vanno proprio in tale direzione. Penso ai nuovi paragrafi aggiunti al 12-quater del Dl Cura Italia, che prevedono depositi e comunicazioni telematiche, nel penale, per difensore, pm e polizia giudiziaria. Ecco, qui vedo il senso di quanto detto all'inizio: non sarà più come prima.
È il lascito positivo dei rimedi tecnologici escogitati nell'emergenza...
Sì, usciamo dall'emergenza, e attraverso le scelte che i capi degli uffici adotteranno dal 12 maggio in poi si procederà gradualmente verso un ritorno alla normalità. Ma non sarà la normalità del passato. Si tratta di uno scenario nuovo, con un uso più ampio della tecnologia. Vorrei che si considerasse un altro dettaglio, contenuto nella parte del decreto 28 che rinvia l'entrata in vigore delle norme sulle intercettazioni: slitta tutto al 1° settembre tranne le norme sull'accesso da remoto all'archivio riservato, possibile anche per il difensore, che il guardasigilli Bonafede ha giustamente voluto mantenere come vigenti dal 1° maggio. L'ennesima conferma che anche per il processo penale entriamo in una fase nuova, con meno burocrazia, uso più ampio degli strumenti telematici, senza comprimere l'esercizio del diritto di difesa.
Nella dialettica sul processo da remoto gli avvocati hanno avuto un ruolo importante: il loro rilievo politico si è rafforzato?
Sì, ma nella misura in cui è emersa ancora una volta la necessità di far comprendere all'opinione pubblica la forza delle proprie argomentazioni. Perché è la possibilità di ottenere un consenso diffuso che costringe poi la politica ad accogliere le richieste degli avvocati. Non era avvenuto, purtroppo, con la battaglia sulla prescrizione. Stavolta si è invece riusciti a far passare i rischi di un processo svolto con modalità inadeguate. Sarà sempre così: avvocatura e magistratura dovranno sforzarsi di proporre iniziative coerenti con la natura della giurisdizione, che è servizio ai cittadini. Solo in questo modo riusciranno a convincerli e a rendere inevitabili le conseguenti scelte della politica.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 6 maggio 2020
Una vicenda intricata. Come non dovrebbe essere quando è in discussione il diritto penale. Eppure l'emergenza sanitaria obbliga ad aprire spazi e scenari del tutto inediti, anche per quanto riguarda le forme di responsabilità dell'imprenditore. Dove il rischio è quello dell'attribuzione di una responsabilità penale per mancato rispetto delle norme di sicurezza sia, come evidente, sul fronte dei lavoratori, sia sul fronte dei clienti dell'impresa stessa.
A fare riferimento ai principi generali dell'ordinamento penale, in realtà, il problema potrebbe essere un po' meno impervio. Perché, detto che la responsabilità penale non può essere oggettiva e che può invece essere ascritta a titolo di dolo oppure di colpa, è soprattutto a quest'ultimo campo del diritto penale che bisognerà dedicare ora attenzione, quello dei reati colposi, dove al colpevole è imputabile un deficit di attenzione, forme gravi di negligenza o di imperizia.
Calata nella realtà della pandemia allora, questa imputabilità possibile per colpa ha uno snodo fondamentale nei protocolli messi a punto in queste settimane, nei quali si tenta di sintetizzare la compatibilità tra lavoro e sicurezza. In questo senso punto di riferimento importante è l'accordo firmato da imprese e sindacati, d'intesa con il governo, poi integrato il 24 aprile e inserito come allegato nel Dpcm del 26 aprile.
È lì che si traccia una fitta mappa dei presupposti per la ripresa, dagli obblighi di informazione, alle modalità di accesso alla sede di lavoro da parte dei lavoratori, ma anche di fornitori esterni e visitatori; lì si individuano tempi e modi della sanificazione in azienda, le precauzioni igieniche personali e i dispositivi di protezione individuale, come pure i tempi e i modi di gestione degli spazi comuni, dalle mense agli spogliatoi. Ma c'è spazio per indicazioni sugli spostamenti interni, sulle modalità di svolgimento delle riunioni, sulla gestione di un caso sintomatico in azienda.
Insomma, un set di regole tutto sommato dettagliate, da arricchire magari con le specificità dei singoli settori produttivi, il cui rigoroso rispetto dovrebbe mettere al riparo l'imprenditore da contestazioni di natura penale. A quel punto, infatti, sarebbe difficile poter sollecitare sanzioni nei confronti di chi si è attenuto con scrupolo al rispetto di prescrizioni concordate tra le parti sociali e con il consenso del governo. Tanto più trattandosi di condizioni del tutto inedite, dove molte attività sono state prima sospese e poi riaperte e altre hanno proseguito la produzione in situazioni del tutto particolari.
Però la soglia di allarme degli imprenditori resta elevatissima. Dove, si fa notare, che un conto è l'astrazione dei principi dell'ordinamento e un'altra la realtà dei tribunali, con procedimenti che, magari sulla scia di una malintesa interpretazione dell'articolo 42 del decreto Cura Italia con l'equiparazione tra infortunio sul lavoro e contagio (a esclusivi fini assicurativi, naturalmente, ma intanto la disposizione esiste), potrebbero innanzitutto aprirsi e poi, forse chiudersi solo dopo parecchio tempo con gravi danni però per l'azienda coinvolta.
Di qui allora la sollecitazione per una norma che renda in qualche modo esplicito il fatto che nulla possa essere imputato all'imprenditore che ha rispettato meticolosamente i protocolli di sicurezza. Una sorta di scudo penale per rafforzare le garanzie nel corso di una stagione del tutto particolare e comunque non una forzatura dettata dallo stato di emergenza. Un po' come, nel diritto penale dell'economia, avviene sul versante della responsabilità dell'impresa per reati dei dipendenti. Responsabilità che il decreto 231 del 2001 espressamente esclude per quelle imprese che hanno attuato modelli organizzativi idonei a scongiurare la commissione dei reati previsti.
di Laura Ambrosi e Antonio Iorio
Il Sole 24 Ore, 6 maggio 2020
Corte di cassazione - Sezione III - Sentenza 5 maggio 2020 n. 13628. La presentazione della
domanda di ammissione al concordato preventivo, anche con riserva, non impedisce il pagamento dei debiti tributari che scadono successivamente, con la conseguenza che superando le soglie si commette il reato di omesso versamento. Il delitto è escluso soltanto da un provvedimento del tribunale che vieti il pagamento di crediti anteriori. È questa l'interpretazione, contrastante con una precedente pronuncia, espressa nella sentenza n.13628 della Cassazione, depositata ieri, particolarmente importante nell'attuale contesto di crisi economica e di liquidità.
Nei confronti del rappresentante legale di una società, indagato per omesso versamento di ritenute, la Procura richiedeva la misura cautelare, rigettata dal Gip in quanto la società, prima dell'omissione, aveva presentato domanda di concordato in bianco. Il rigetto era confermato dal tribunale del riesame a seguito dell'appello cautelare presentato dal Pm. La Procura ricorreva in Cassazione lamentando che la semplice domanda di concordato in bianco senza presentazione del piano non comporterebbe mai una sospensione degli obblighi tributari. Nella specie, l'ammissione al concordato era avvenuta dopo la scadenza del versamento (omesso).
Solo la presentazione del piano concordatario, secondo la Procura, costituirebbe il discrimine, in quanto da quel momento l'imprenditore sarebbe impegnato a garantire il soddisfacimento dei crediti in base al piano non potendo essere obbligato a pagamenti parziali diversi da quelli previsti nel piano stesso. La causa di giustificazione prevista dall'articolo 51 del Cp (adempimento del dovere) potrebbe configurarsi solo in presenza di provvedimenti che impongono di non adempiere all'obbligo tributario come l'ammissione al concordato ovvero, in alternativa, il provvedimento del tribunale di divieto dei pagamenti di crediti anteriori.
La difesa dell'imprenditore insisteva invece sulla legittimità della decisione del riesame peraltro avallata da una recente pronuncia della cassazione (36320/2019). In subordine, richiedeva la rimessione alle Sezioni unite. I giudici, aderendo all'interpretazione più rigorosa, hanno accolto il ricorso della Procura e, nonostante la precedente pronuncia contraria, non hanno ritenuto necessario investire della decisione le Sezioni unite.
Secondo la sentenza la mera presentazione della domanda di ammissione al concordato preventivo, anche con riserva, non impedisce il pagamento dei debiti tributari in scadenza dopo la sua presentazione. Tale domanda, pertanto, è del tutto irrilevante sia sul piano dell'elemento soggettivo, sia su quello dell'esigibilità della condotta, salvo che, in data antecedente alla scadenza del debito, sia intervenuto un provvedimento del tribunale che abbia vietato il pagamento di crediti anteriori. In tal caso, infatti, sarebbe configurabile la scriminante dell'adempimento del dovere imposto da ordine legittimo dell'autorità (articolo 51 del Cp).
Non viene condivisa la sentenza della stessa sezione che, in virtù dell'efficacia retroattiva dell'ammissione al concordato, riteneva le condotte omissive precedenti prive di rilevanza penale, perché non compiute contra ius. Secondo la Corte da tali effetti retroattivi derivanti dal decreto di ammissione al concordato, non può conseguire l'esclusione della rilevanza penale dell'omissione costituente reato scaduta in epoca antecedente.
In conclusione, secondo i giudici, la causa di esclusione della punibilità, può essere invocata solo laddove l'imputato sia destinatario di un ordine legittimo del tribunale civile con cui gli viene imposto il divieto di pagamento di crediti anteriori alla proposta di concordato o di una mancata autorizzazione al pagamento. Tale causa di esclusione non può invece individuarsi nel provvedimento di ammissione nei confronti del debito scaduto: non è possibile, infatti, accordare, ai fini penali, valore di scriminante all'ammissione al concordato rispetto a una condotta di reato già perfezionatasi.
ilfriuli.it, 6 maggio 2020
"Le proteste scoppiate anche nelle carceri del Friuli Venezia Giulia a seguito dell'emergenza nazionale legate al coronavirus sono state tenute sotto controllo e non hanno provocato particolari criticità. Il problema più generale riguardante il sovraffollamento dei penitenziari non è materia di nostra competenza; non siamo comunque d'accordo con alcun decreto che abbia come obiettivo quello di svuotare le carceri". Lo ha affermato l'assessore regionale alla Sicurezza Pierpaolo Roberti intervenendo oggi a Udine nella sessione delle interrogazioni del Consiglio regionale.
In particolare l'esponente dell'esecutivo ha compiuto una panoramica su quanto accaduto anche in Friuli Venezia Giulia a seguito delle proteste scoppiate nei penitenziari con l'applicazione delle limitazioni conseguenti all'emergenza epidemiologica in atto.
"Se durante il mese di marzo in molte carceri italiane si sono svolte delle proteste, sfociate in alcune città in vere e proprie rivolte violente - ha detto Roberti - fortunatamente nella nostra regione le contestazioni si sono svolte tutte senza particolari criticità. A livello nazionale le conseguenze di quegli accadimenti hanno portato alle dimissioni dei vertici del Dap".
"Per quanto riguarda il Friuli Venezia Giulia - ha aggiunto l'assessore - pur nella criticità dovuta al sovraffollamento, alla paura tra personale civile, della Polizia Penitenziaria e tra i detenuti di contrarre il virus e allo stop alle visite così come previsto dai vari Dpcm, la situazione non ha mai destato particolari problemi.
Inoltre sono stati attivati presidi sanitari all'ingresso delle case circondariali, a cui si sono aggiunte tamponature di massa nelle carceri di Udine, Tolmezzo e Gorizia dove si era registrato il timore di possibili contagi tra detenuti e agenti di polizia penitenziaria. Gli esiti dello screening non hanno però messo in evidenza casi di particolare gravità e quindi l'epidemia è stata contenuta".
Roberti ha poi evidenziato che, diversamente dal tema sanitario sul quale la Regione ha compiuto i propri passi, sul sovraffollamento delle carceri, "il problema non è sicuramente recente - ha detto l'assessore regionale - ma decennale e che a nostro avviso non può, però, essere affrontato con indulti più o meno mascherati, svuota-carceri e depenalizzazioni.
È questa una competenza che non spetta alla Regione; ciò che possiamo fare noi è dare un supporto sanitario utile anche a mantenere l'ordine pubblico all'interno delle carceri per sedare eventuali timori legati a possibili contagi. A tal proposito da marzo ad oggi non si riscontra alcun problema di positività". Infine l'assessore ha ricordato che la Regione ha attivato un tavolo permanente con le sigle sindacali tra cui anche quella riferita alla polizia penitenziaria per capire come affrontare le problematiche sollevate dagli agenti.
askanews.it, 6 maggio 2020
L'assessore Piani: "Ricoventire destinazione risorse Cassa Ammende". I fondi della Cassa Ammende destinati alla Regione Lombardia devono essere utilizzati "per tutelare la salute degli Agenti di Polizia penitenziaria, come riconoscimento del lavoro che svolgono".
A chiederlo è l'assessore regionale alla Famiglia, Silvia Piani, che ritiene "non condivisibile la scelta di prediligere interventi di deflazionamento della popolazione detenuta, come l'adozione di misure di detenzione domiciliare, anche in funzione delle esigenze di tutela delle persone offese dal reato". In mancanza di una svolta, la Lombardia è insomma pronta a non aderire al protocollo della Cassa delle Ammende: "Se la destinazione delle risorse non verrà riconvertita, noi non le accetteremo", mette in chiaro Piani.
Argomentazioni che l'assessore lombardo ha espresso in una lettera inviata al presidente della Cassa delle Ammende, manifestando tutte le perplessità dell'amministrazione regionale sul programma di intervento che, per fronteggiare l'emergenza epidemiologica negli istituti penitenziari, prevede il reperimento di alloggi per i detenuti. "Si ritiene di non procedere alla presentazione delle proposte progettuali a valere sul bilancio della Cassa delle Ammende - ha scritto l'assessore della giunta Fontana - valutando che tali risorse possano più proficuamente essere erogate in via straordinaria e in relazione all'emergenza Covid-19, direttamente agli istituti penitenziari per l'implementazione degli standard sanitari nei luoghi di detenzione, anche in riferimento ai presidi in dotazione agli agenti di Polizia Penitenziaria".
di Viviana Lanza
Il Riformista, 6 maggio 2020
Dopo il suicidio di un algerino a Santa Maria Capua Vetere Migliaia i controlli all'esterno rinviati per carenze del nucleo di traduzione. Così la prigione diventa un'esperienza disumana.
Il diritto alla salute dei detenuti è uno dei temi più attuali, un po' per l'emergenza Covid-19 che non ha risparmiato detenuti, agenti della polizia penitenziaria e amministrativi che lavorano all'interno degli istituti penitenziari e un po' per le scarcerazioni chieste (come nel caso dello storico boss della Nco Raffaele Cutolo) o ottenute (come nel caso di Pasquale Zagaria, fratello del capo dei Casalesi) anche da esponenti di spicco della criminalità organizzata.
E i dati relativi a questo diritto, nonostante gli sforzi di singoli istituti di pena e dei garanti dei detenuti, rivelano una realtà fatta ancora di carenze, di attese, di rinunce. Nelle carceri campane vengono eseguite in media 70 visite mediche al giorno, ma sono più di 1500 le visite in strutture esterne che si è costretti a rimandare in attesa che sia disponibile il cosiddetto nucleo di traduzione, ossia la scorta con i tre o quattro agenti che devono accompagnare il detenuto a farsi visitare fuori dal carcere.
"La prigione è disumana - dice Samuele Ciambriello, garante regionale dei detenuti - Quando alcuni politici dicono buttiamo la chiave usando un lessico di guerra andrebbero perseguiti per apologia contro la Costituzione. Bisogna cambiare lessico e impegnarsi di più perché sia rispettata la funzione rieducativa della pena, altrimenti si rischia di far diventare il carcere un'università del crimine".
La vita dietro le sbarre è difficile, talvolta insopportabile. Il suicidio del giovane algerino, l'altro giorno nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, è solo l'ultimo in ordine di tempo in un elenco che già conta 17 nomi, più 55 detenuti morti in cella per le più diverse cause. Nel 2019 i suicidi in carcere sono diminuiti ma sono aumentati del 32% gli atti di autolesionismo e gli scioperi della fame, gesti disperati con cui si cerca di attirare l'attenzione della politica e dell'opinione pubblica per farle uscire dalla bolla dell'indifferenza.
Più dura la condizione di chi in cella ci finisce da innocente o di chi ci resta anni in attesa del processo. "Quanti Abele ci sono tra i diversamente liberi?", aggiunge provocatoriamente Ciambriello. La risposta è nei dati degli ultimi report: in un anno, in Italia, 27mila persone hanno ricevuto l'indennizzo per ingiusta detenzione.
A Napoli in un anno ci sono stati 143 innocenti ingiustamente detenuti e il capoluogo campano è secondo nella classifica nazionale solo dopo Catanzaro che di detenuti usciti dal carcere da innocenti ne ha contati 200, mentre 110 sono stati i casi a Roma.
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