di Rocco Vazzana
Il Dubbio, 7 maggio 2020
"È in cantiere un decreto legge che permetterà ai giudici, alla luce del nuovo quadro sanitario, di rivalutare l'attuale persistenza dei presupposti per le scarcerazioni di detenuti di alta sicurezza e al regime di 41bis". La notizia più importante il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede la riserva per la fine del suo intervento alla Camera.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 7 maggio 2020
I posti nei reparti specialistici sono pochi e insufficienti per garantire tutti i ricoveri. Le polemiche per la detenzione domiciliare a 376 boss reclusi in alta sicurezza, solo tre al 41bis, continuano a essere al centro del dibattito. Indirettamente si ritorna all'attacco dei magistrati di sorveglianza o i Gip che hanno emesso queste ordinanze.
di Grazia Longo
La Stampa, 7 maggio 2020
Intervista a Giovanni Tamburino, magistrato ed ex direttore del Dap.
Giovanni Tamburino, lei che è stato presidente del Tribunale di sorveglianza di Roma e Venezia, nonché coordinatore nazionale dei magistrati di sorveglianza e capo del Dap, come valuta l'ipotesi di un provvedimento ministeriale per rispedire in cella i boss scarcerati a causa del coronavirus?
"In base alla mia esperienza posso dire che ritengo ragionevole e giustificato che i Tribunali di sorveglianza possano rivalutare la posizione di questi 376 detenuti. Perché è vero che finora i giudici hanno optato per una misura restrittiva diversa dal carcere in base a valutazioni serie e scrupolose, ma è altrettanto vero che la modifica delle condizioni di salute, o del rischio pandemico come in questo caso, non sempre vengono prese in esame per ripristinare il carcere".
Considerazione che vale solo per i detenuti al 41bis, il cosiddetto carcere duro in isolamento, e quelli in Alta sicurezza?
"No, è un principio da seguire in generale, quando ovviamente si tratta di questioni di salute e non di diversa progressione trattamentale, nel caso cioè in cui la misura restrittiva è stata ridotta per il progresso, per il miglioramento del comportamento del detenuto".
Con il decreto legge 28 del 30 aprile scorso, si è stabilito che i Tribunali di sorveglianza, prima di emettere le ordinanze sui domiciliari dei boss, debbano consultare le direzioni distrettuali antimafia o, nel caso dei 41bis, la procura nazionale antimafia. Nell'eventualità di un nuovo decreto legge, o di un nuovo provvedimento per rispedire i boss in prigione, questa consultazione sarà ancora necessaria?
"Certamente, gli organi di competenza specializzati per le questioni di mafia, come sono appunto le Dda e la Dna, sono chiamate ad esprimersi per una vicenda così delicata com'è l'applicazione di misure meno restrittive peri boss".
Ma com'è possibile una simile inversione di rotta?
"Non spetta a me esprimere giudizi sui casi singoli, ma credo che se la scarcerazione delle 376 persone sia dipesa, come pare, dalla diffusione del coronavirus, ora che le condizioni legate all'epidemia sono sostanzialmente cambiate occorre, come in ogni altro caso, rivalutare le misure alternative al carcere".
Facendo un passo indietro, tornando cioè al momento in cui i 376 boss sono stati scarcerati, possibile che non si potesse fare altrimenti?
"È innanzitutto necessario premettere che la salvaguardia della salute del detenuto ha la priorità. È una regola che vale in linea generale. Quando le condizioni di salute sono molto gravi la detenzione in prigione può essere addirittura sospesa in via definitiva. Ma è evidente che attualmente ci troviamo ad affrontare un'emergenza sanitaria legata alla pandemia del Covid-19. Altrimenti non si spiegherebbe la scarcerazione di un numero così elevato di persone".
Invece di annunciare un provvedimento ancora in fieri per rimandare dietro le sbarre i 376 boss, non sarebbe stato meglio ricorrere a un provvedimento urgente da attuare in tempi più immediati?
"Tacere non avrebbe avuto molto senso: escludo che il nuovo provvedimento che verrà adottato possa avere l'effetto diretto di ripristinare il carcere, in quanto dovrà comunque passare il vaglio dell'autorità giudiziaria. E trascorrerà inevitabilmente del tempo".
di Raffaella Pessina
Il Sole 24 Ore, 7 maggio 2020
Partecipò a sequestro del piccolo Di Matteo, concessi i domiciliari. Il procuratore nazionale Antimafia, Cafiero De Raho: "Sorpreso dalle scarcerazioni". Maria Falcone: "Boss al 41bis devono restare in isolamento". Bonafede, intanto, si difende su nomina capo Dap: "Nessuna interferenza".
Le quasi 400 scarcerazioni di detenuti dagli istituti di pena italiani a causa del Coronavirus stanno provocando una levata di scudi contro le istituzioni che hanno assunto tale decisione. Una vicenda esplosa letteralmente durante la trasmissione "Non è l'Arena" di domenica scorsa, a cui sono seguite le dimissioni del capo del Dap Basentini. La vicenda ormai è nota: in mezzo all'esercito di detenuti in uscita o già usciti di livello ordinario, vi sarebbero anche tre sottoposti al regime del 41bis, quindi in isolamento.
E la scarcerazione di Franco Cataldo, condannato all'ergastolo per aver tenuto segregato il piccolo Santino di Matteo nell'estate del 1994 è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Le opposizioni sono insorte: su Twitter la deputata di Forza Italia, Annagrazia Calabria parla di un pessimo segnale da parte delle istituzioni "nei confronti dei familiari delle vittime di mafia nonché degli inquirenti e delle Forze dell'Ordine che hanno sacrificato le loro vite per la lotta alla criminalità organizzata. Peraltro, in settimane nelle quali agli italiani onesti è stato chiesto di sacrificare quote importanti della loro libertà, restituirla, seppur in maniera limitata, a chi si è macchiato di orribili delitti è un paradosso gravissimo e inaccettabile".
Di segnale "devastante" parla invece Carolina Varchi, deputato nazionale di Fratelli D'Italia e capogruppo in commissione giustizia. "Questa ennesima scarcerazione è un segnale devastante che arriva in Sicilia se anche uno dei carcerieri del piccolo Di Matteo è libero di tornare a casa". Sulla necessità che i boss restino in carcere ha parlato la sorella del giudice Falcone, Maria: "Il 41bis è stato creato non dai giustizialisti ma dal parlamento perché si riteneva ed è importante che i detenuti per fatti di mafia, se viene lasciata a loro la possibilità di comunicare con l'esterno continuano ad avere le leve del comando. La cosa più importante - ha concluso - è pensare che nelle carceri ci siano i mezzi idonei per potere trattare anche dal punto di vista della sanità i detenuti".
Questa vicenda delle scarcerazioni facili dei detenuti si intreccia ad un'altra, altrettanto delicata, legata alla mancata nomina a capo del Dap del magistrato Nino Di Matteo, da sempre in prima linea contro la mafia. Stando a quanto riferito da Di Matteo, il ministro Bonafede in un primo tempo era favorevole alla sua nomina ma in seguito cambiò idea.
Nel frattempo erano state rese note alcune intercettazioni telefoniche di detenuti che erano a conoscenza di questa possibile nomina e speravano che non accadesse, conoscendo l'abnegazione di Di Matteo per il suo lavoro. Oggi, durante il question time in parlamento, Bonafede si è difeso dall'accusa, pesantissima tra l'altro, secondo cui le intercettazioni dei detenuti gli abbiano fatto cambiare idea sulla nomina di Di Matteo. "Nel giugno 2018 non vi fu alcuna interferenza diretta o indiretta, nella nomina del capo Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria".
Intanto, il procuratore nazionale Antimafia Federico Cafiero de Raho glissa sulla querelle Bonafede - Di Matteo e interviene in merito alla questione delle scarcerazioni: "Il mio ufficio ha appreso nel mese di aprile - ha spiegato - un mese dopo che era stata diramata la circolare, l'esigenza che venisse sottoposta ai magistrati di sorveglianza la situazione patologica in cui versavano alcuni detenuti. E i magistrati di sorveglianza hanno deciso ritenendo che la posizione carceraria di alcuni di essi fosse incompatibile con la prosecuzione del carcere in cui si trovavano. Per quanto riguarda i detenuti al 41bis questo ci ha sorpreso perché chi si trova in regime speciale non può avere rapporti con altri".
De Raho ha specificato che le posizioni degli scarcerati andranno rivalutate, individuando i posti nei centri ospedalieri delle carceri, "ma bisognerà vedere se il magistrato accoglie le istanze che dovrebbero comunque arrivare dalla magistratura. è un quadro che il ministro della Giustizia sta approfondendo e laddove ci sono aperture, è un'ottima soluzione individuare spiragli in cui almeno i più pericolosi possano rientrare nel carcere".
di Alfredo Mantovano
Tempi, 7 maggio 2020
È sconfortante che al centro del dibattito politico oggi vi sia lo scontro tra Bonafede e Di Matteo, e non la drammatica situazione delle carceri. Sarebbe riduttivo leggere la diatriba fra il ministro della Giustizia e l'ex pm Di Matteo decontestualizzandola da quella che fin dall'inizio della pandemia si è manifestata come l'emergenza nell'emergenza: e cioè la tragica situazione del sistema penitenziario italiano.
Per il quale, come per ogni altro settore della nostra vita istituzionale, Covid-19 non ha fatto emergere problemi nuovi, bensì ha radicalizzato ed enfatizzato questioni che si trascinano da anni. Il peggio che può accadere è che, dopo che il Guardasigilli ha riferito in Parlamento e l'attuale componente togato del Csm sarà rientrato in sé stesso, la vicenda carceri riprenda a essere marginale, nonostante quello che ha manifestato negli ultimi due mesi. Ripercorriamoli in ordine cronologico.
29 febbraio. A tale data in Italia risultano detenute 61.230 persone, oltre 10.000 in più rispetto alla capienza, in violazione delle direttive europee che fissano il minimo di 3 mq per recluso al netto delle suppellettili, e delle sentenze di condanna dell'Italia da parte della Corte Edu. Il sovraffollamento potrebbe essere aggredito in vario modo: sulla premessa che quel giorno i detenuti stranieri erano 19.899 - un terzo del totale - facendo funzionare gli accordi conclusi con le Nazioni di provenienza per far espiare la pena per es., in Albania o in Romania (solo la restituzione a tali due Paesi di origine libererebbe quasi 5.000 posti); realizzando nuovi edifici penitenziari; rendendo disponibili i c.d. braccialetti elettronici per gli arresti domiciliari, la cui frequente non reperibilità impedisce al detenuto di proseguire la custodia nella propria abitazione, pur quando ve ne sarebbero i presupposti; rendendo operative le espulsioni degli stranieri irregolari quale misura alternativa al carcere. Tutto ciò non esige nuove leggi: richiede azione di governo, che evidentemente è mancata.
Fine febbraio-inizio marzo. In parallelo alla diffusione del virus il Governo adotta non già misure straordinarie deflative - ragionevolmente ipotizzabili per ridurre il contagio -, bensì restrizioni nei contatti fra i detenuti e i familiari in visita. Il mix di timore di contagio e di limitazioni dei colloqui diventa una miscela esplosiva, la cui gravità non viene apprezzata dal ministro e dai vertici del Dap.
L'ordinamento avrebbe consentito all'Esecutivo, magari dopo una interlocuzione col Parlamento, un'azione complessiva tesa restringere le maglie della custodia in carcere, a rinviare - in relazione alle condanne a pene meno elevate - il momento della esecuzione della pena, a rendere fruibile la detenzione domiciliare per gli ultimi 18 mesi di espiazione, come la legge già prevede, fornendo i braccialetti elettronici necessari e rinforzando con necessarie applicazioni i Tribunale di sorveglianza. Ma anche questo è mancato.
8-9 marzo. Esplode la rivolta, il cui bilancio sono 13 morti, tutti fra i detenuti, numerosi agenti penitenziari feriti, oltre 4.000 posti resi inservibili dalla distruzione di ambienti e di mobili. A distanza di due mesi il ministro della Giustizia, a parte una informativa al Parlamento, durante la quale si è limitato a raccontare l'accaduto, non ha ricostruito le causali delle rivolte, non ha chiarito per quali ragioni non erano state adottate le misure necessarie per prevenirle (posto che erano prevedibili e ve ne erano stati i segnali), né per quali ragioni - permanendo per i detenuti le restrizioni ai contatti con l'esterno - nelle settimane seguenti la pace è tornata d'incanto negli istituti di pena.
1° aprile. La deflazione, omessa dal Governo, viene realizzata dalla magistratura. In questa data il Procuratore generale della Corte di Cassazione invia una circolare ai Procuratori generali delle Corti di Appello con cui, distinguendo fra i provvedimenti di custodia cautelare in carcere ancora da emettere, quelli già emessi, la pene definitive di cui far iniziare l'espiazione, e quelle già in corso di esecuzione, fornisce per ciascuna di tali categorie indicazioni correlate all'emergenza in atto; e quindi perché la custodia in carcere sia limitata alla stretta necessità, l'esecuzione delle sentenze definitive per pene non elevate sia procrastinata, e nella fase di esecuzione già in atto si facilitino le misure alternative alla detenzione, in primis l'affidamento in prova al servizio sociale.
L'intervento del P.G. della Cassazione supplisce all'inerzia del Governo e punta all'utilizzo nella estensione massima di istituti già presenti; nei giorni precedenti e in quelli successivi non mancano, sui differenti piani toccati dalla sua nota, ordinanze di Gip che negano la custodia in carcere per ragioni espressamente collegate al Covid-19 e provvedimenti di giudici di sorveglianza che dispongono la detenzione domiciliare per motivi di salute, o anche di prevenzione del contagio. E se la nota del P.G. della Cassazione ha il pregio della visione d'insieme e della prospettazione di limiti da non valicare, la moltiplicazione di singoli decreti o ordinanze prospetta un quadro frammentato, confuso e contraddittorio.
Si deve all'iniziativa dei magistrati, non ad altro, se in meno di due mesi la popolazione carceraria diminuisce di 7.572 unità, passando dalle 61.230 persone presenti - come si diceva - al 29 febbraio alle 53.658 presenti il 26 aprile: ricavo quest'ultimo dato dal Garante dei detenuti, perché il sito del ministero della Giustizia è fermo all'aggiornamento del 31 marzo!
Sono soprattutto le scarcerazioni di personaggi significativi della criminalità mafiosa che riattivano le polemiche. In un terreno nel quale l'equilibrio fra le esigenze di salute del detenuto e la difesa sociale da soggetti di elevata pericolosità è difficile da raggiungere pur al di fuori di contesti emergenziali, tanto da imporre un delicato e approfondito esame caso per caso, in più d'una occasione il Dap non risponde alla richiesta dei magistrati di sorveglianza di indicare le strutture infracarcerarie idonee a curare le patologie di volta in volta dichiarate dal recluso; lo stesso Dap diffonde una circolare con la quale chiede che vengano segnalati i mafiosi detenuti a rischio di salute, che viene letta come sollecitazione a farli uscire dal carcere. E i giudici decidono da sé, spesso monocraticamente, e collocano in detenzione domiciliare, facendo gridare allo scandalo addetti e non addetti ai lavori.
1° maggio. Sono proprio queste polemiche a provocare le dimissioni del Direttore del Dap dr. Franco Basentini. La nomina del nuovo Direttore, il dr. Dino Petralia, non è tuttavia accompagnata a livello di Governo da nessuno dei provvedimenti che potrebbero far fronte ai problemi emersi fino a oggi: se non - col decreto legge n. 28 del 30 aprile - dall'obbligo, al fine di disporre la fuoriuscita dal carcere, della richiesta da parte del magistrato di sorveglianza del parere della Procura distrettuale antimafia o di quella nazionale, a seconda del profilo del detenuto, quando è stato condannato per fatti di mafia.
La preoccupazione - da apprezzare - è evitare che condannati per delitti gravi lascino gli istituti di pena; non è invece da apprezzare né il "commissariamento" degli uffici di sorveglianza, né il loro mancato rafforzamento, né che le preoccupazioni non si estendano ad altro, in primis a un sovraffollamento che permane, e che va gestito dal Governo, d'intesa col Parlamento, senza surroghe giudiziarie.
3 maggio. Lo scontro Bonafede/Di Matteo si inserisce nel quadro appena riassunto. È sconcertante in sé, certo. Il ministro della Giustizia non ha chiarito le ragioni per le quali, una volta proposto all'attuale componente del Csm l'incarico di Direttore del Dap, ci abbia ripensato dopo appena due giorni. Il dr. Di Matteo non ha spiegato perché, se due anni or sono ha percepito l'interdizione di mafiosi alla sua nomina - fatto che sarebbe di elevata gravità - non lo ha segnalato o denunciato all'autorità giudiziaria: è agevole immaginare che se la vicenda avesse riguardato altri, ed egli ne fosse stato informato come P.M., avrebbe aperto un procedimento, in sequenza con quelli già avviati sul tema "trattativa". Non c'è solo il tempo trascorso; vi è pure il mezzo scelto: non un rapporto a una autorità sovraordinata - dal Procuratore della Repubblica eventualmente competente al Capo dello Stato, che è pure presidente del Csm - bensì un intervento telefonico in una trasmissione tv.
Ancora più sconfortante è però che al centro del dibattito politico oggi vi sia questo scontro, e non la situazione delle carceri italiane, la cui drammaticità resta inalterata; e, con essa, lo squilibrio istituzionale di una politica di deflazione penitenziaria che invece di essere fatta con leggi e azione di governo, passa da decreti e ordinanze.
Se questi problemi reali fossero presi in considerazione nella loro drammaticità probabilmente non finirebbero in talk show domenicali, e non farebbero entrare nell'Olimpo dell'antimafia mediatica. Ma sono trascorsi un po' di secoli da quando ci si è accorti che le divinità dell'Olimpo, così aduse ai capricci e ai dispetti umani, alla fine non erano tanto "divine". E che per far ripartire la civiltà è meglio arare la terra e studiare.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 7 maggio 2020
Bonafede: in arrivo un decreto per riportare in carcere i detenuti finiti ai domiciliari a causa del Covid. Ma il presidente del Tribunale di sorveglianza di Firenze, Bortolato, spiega: "Non si può azzerare una sentenza con una legge". Ricordate Eluana Englaro? Come una favola all'incontrario con un finale che nessuno aveva previsto, nella Camelot a Cinque Stelle i due protagonisti si contendono la spada magica che qui non si chiama "Excalibur" ma "antimafia". E se le danno di santa ragione.
Il consigliere togato del Csm Antonino Di Matteo passa dalla televisione all'on line di Repubblica per ribadire quello che ha già detto e anzi rincara la dose: accusa l'altro di essersi tradito, a suo tempo, parlando di non meglio definiti "dissensi" e "mancati gradimenti" sulla scelta del capo Dap.
Sull'altro fronte, il ministro Alfonso Bonafede, rispondendo alla Camera ad un'interrogazione di Forza Italia, definisce l'addebito "surreale", "un'illazione campata in aria", e si difende ricordando che di "antimafia" è sempre stato di manica larga. "Basta - dice - semplicemente scorrere ogni parola di ogni legge che ho portato all'approvazione in questi due anni, dalla legge "spazza-corrotti" fino all'ultimo decreto legge che impone il coinvolgimento della direzione nazionale e delle direzioni distrettuali antimafia sulle richieste di scarcerazione".
Anzi, fa di più. Sul campo di battaglia dell'emergenza Covid nelle carceri sovraffollate, con i detenuti inviati ai domiciliari in base ai benefici previsti dalla legge 199/2010 (governo Berlusconi), il Guardasigilli annuncia: "Abbiamo messo in cantiere un decreto legge che permetterà ai giudici, alla luce del nuovo quadro sanitario, di rivalutare l'attuale persistenza dei presupposti per la scarcerazione dei detenuti in alta sicurezza e a regime di 41bis". Insomma, la saga Di Matteo-Bonafede si arricchisce di una nuova puntata, ma non è il sequel della "trattativa Stato-mafia".
Quando il 20 giugno 2018, due giorni dopo aver ricevuto la proposta, l'allora membro della Direzione nazionale antimafia viene a sapere da Bonafede che a capo del Dap sarebbe andato Francesco Basentini e non lui, Di Matteo torna al ministero e scopre - così riferisce ora, due anni dopo - che il ministro è "informato" sulle intercettazioni in carcere di alcuni boss mafiosi che si agitano per la sua possibile nomina. (In effetti, quel rapporto dei Gom parrebbe essere arrivato al ministero intorno al 9 giugno, ben prima del loro incontro). Ma all'attuale consigliere del Csm la cosa non piacque al punto che, confida alla giornalista che lo ha intervistato ieri, "come nel nostro ultimo scambio di battute, io gli dico di non tenermi più presente per alcun incarico, lui ribatte che per gli Affari penali "non c'è nessun dissenso o mancato gradimento che tenga". Una frase che, se riferita al Dap, ovviamente, mi ha fatto pensare". Poi aggiunge: "Pensai allora e ho sempre pensato di essere stato trattato in modo non consono per la mia dignità professionale".
Un "dibattito politico surreale", lo definisce Bonafede che alla Camera scandisce: "Non vi fu alcuna interferenza diretta o indiretta nella nomina del capo del Dipartimento di amministrazione penitenziaria". Spiega che avrebbe voluto Di Matteo nella squadra ma poi pensò di affidargli gli Affari penali, ruolo "che fu di Giovanni Falcone", perché "avrebbe lavorato al mio fianco". E per mostrare la sua assoluta abnegazione alla lotta alla mafia, il ministro di Giustizia arriva a seguire il consiglio di Claudio Martelli che gli suggerisce di riportare in carcere i boss mafiosi scarcerati in queste settimane, come fece lui nel 1991.
Ma l'annuncio di un decreto legge governativo per consentire ai giudici di tornare indietro sulle loro decisioni di "scarcerazione", essendo entrati nella "fase 2" dell'emergenza Coronavirus, ha il suono di una boutade. "Partendo dal presupposto che tutti i provvedimenti dei giudici sono ricorribili - spiega Marcello Bortolato, presidente del Tribunale di sorveglianza di Firenze -, per decreto si possono solo cambiare i presupposti di applicabilità delle norme, ma per il futuro. Non in modo retroattivo".
Tanto più perché dei 300 detenuti mafiosi scarcerati in questi giorni la maggior parte è passata ai domiciliari non per scelta dei magistrati di sorveglianza ma per decisione dei giudici. "Non si può azzerare una sentenza con una legge - fa notare Bortolato - basti ricordare il caso di Eluana Englaro e il decreto con il quale l'allora governo Berlusconi tentava di fermare la decisione del giudice che aveva disposto il rispetto delle volontà della paziente: l'allora presidente Napolitano non firmò il decreto, a tutela della separazione e dell'indipendenza dei poteri dello Stato". Ma Bonafede, che come dice il deputato di FI Enrico Costa ora "rischia di impiccarsi all'albero che ha concimato giorno dopo giorno", fa finta di non saperlo.
di Stefano Folli
La Repubblica, 7 maggio 2020
In altri tempi la vicenda dei capi della malavita scarcerati in massa avrebbe provocato le dimissioni del ministro della Giustizia per responsabilità politica oggettiva. E forse avrebbe dato la spinta decisiva alla caduta del governo.
Nella Repubblica dei Cinque Stelle il guardasigilli per ora resta al suo posto e si sforza di rimandare in carcere i boss come uno che si affanna a rimettere nel tubetto il dentifricio spremuto. Ma è impossibile non vedere che nelle ultime ore l'esecutivo Conte ha sofferto un altro colpo alla sua credibilità, stavolta sul terreno assai delicato dell'ordine pubblico e della sicurezza dei cittadini. Pur volendo accantonare per un attimo le polemiche sulle mascherine mancanti o sui sussidi economici fantasma, resta un senso d'incertezza il cui fondo è tutto politico.
L'intesa tra Pd e M5S è fragile e lo diventa ogni giorno di più. È chiaro che in questa fragilità l'astuto Renzi coglie l'occasione per riprendere le sue scorrerie corsare, fino alla tentazione di firmare con la Lega salviniana la mozione di sfiducia individuale contro Bonafede: il che sarebbe un gesto di rottura plateale con il resto della coalizione dagli esiti destabilizzanti.
Ma se il capo di Italia Viva ha ritrovato smalto, lo si deve solo in parte alla sua spregiudicatezza. Il resto dipende dalla debolezza politica dell'asse Pd-5S, tanto solido in apparenza quanto contraddittorio nella sostanza. I democratici di Zingaretti sono per ingessare lo status quo senza limiti di tempo, ma ogni giorno temono qualche trappola e vorrebbero Conte sotto controllo. I Cinque Stelle ormai si fidano poco del loro premier troppo ambizioso, ma non hanno carte di ricambio da giocare. Come del resto non le ha nessuno, compreso Renzi.
Quest'ultimo tuttavia, non pilotando una nave mercantile bensì un veloce barchino, può permettersi cambi di rotta veloci. Così mette in mora Bonafede in una chiave "legge e ordine" e al tempo stesso lancia la sua fidata Bellanova in una battaglia "di sinistra", qual è l'ipotesi di regolarizzare alcune centinaia di migliaia di immigrati irregolari che si caricano dei lavori più umili, soprattutto al Sud ma non solo.
Così si apre una frattura di nuovo con i Cinque Stelle, timorosi di lasciar spazio ai leghisti su questo terreno. È una guerriglia quotidiana che potrebbe essere contenuta in un unico modo, quello suggerito con antica saggezza da Emanuele Macaluso: ricostruendo un vero patto politico tra Pd, grillini e LeU, magari esteso ai renziani sulla base di accordi chiari. Un patto - bisogna aggiungere - che dovrà comprendere gli scenari economici che si delineano, non meno del quadro internazionale: la questione Cina non è una bazzecola di scarso rilievo, ma un tema cruciale del prossimo futuro, chiunque siederà nei prossimi anni alla Casa Bianca.
Gli alleati europei lo hanno compreso, in Italia ci sono ancora troppe ambiguità. In assenza di un'iniziativa del genere, per la quale forse siamo già fuori tempo massimo, ci si deve solo affidare al senso istituzionale del presidente della Repubblica e al suo monito sulle elezioni anticipate a breve. I partiti farebbero bene ad ascoltarlo, tuttavia l'esperienza insegna che quando il tessuto politico si lacera non basta il rispetto delle istituzioni per evitare di inciampare. Anche se non ci sono alternative a portata di mano.
di Adriano Sofri
Il Foglio, 7 maggio 2020
L'insipienza del ministro Bonafede, che ha fatto del rigore contro Cosa nostra uno schermo al saccheggio. La mafia siciliana, Cosa nostra, si è valsa a lungo, a lunghissimo, di due atteggiamenti. Uno, del potere pubblico, esemplarmente compendiato dall'elogio di Andreotti per il "quieto vivere".
L'altro, delle persone, compendiato nell'alzata di spalle: "Si ammazzano fra loro". Erano morti, per decenni, tanti che non avevano potuto o voluto vivere quietamente con la mafia, che non c'entravano e non volevano piegarsi a "loro".
Non era bastato. Quando furono trucidati, con chi li accompagnava e proteggeva, Falcone e Borsellino, la misura fu colma anche per chi si era creduto estraneo. Era una sfida smisurata e toccava il sentimento intimo del sacro, di fronte all'abnegazione di persone che andavano avanti sapendo verso dove. Quel martirologio diede alla vergogna e alla ribellione della gente comune, dei giovani specialmente, una emozione religiosa: era inevitabile e giusto.
Siccome le cose cambiano, la religiosità si mutò troppo spesso in un atteggiamento chiesastico, e dunque nella tentazione di interdetti, scismi, scomuniche - si erano già manifestati con Falcone e Borsellino vivi, e proprio contro di loro. "Antimafia", una certificazione moralmente obbligatoria, fu contesa in concorrenza e in esclusiva, e si frantumò in una diaspora di reciproci sacrileghi e rinnegati e apostati.
L'accusa di non essere abbastanza antimafiosi scivolò alla svelta nell'accusa di essere complici della mafia. Il disorientamento e la stanchezza, e anche lo scandalo, che ne derivarono nelle persone comuni provocarono via via un ritorno dell'estraneità, simile a quella antica del quieto vivere e del si ammazzano fra loro. Cosa nostra era stata intanto colpita e indebolita - ha perso, "per ora", o "non ha vinto", come intitola Salvatore Lupo - ma la contesa clericale e feticista sulla proprietà della vera fede, la vera antimafia, era entrata a gonfie vele negli organi deputati a perseguire le mafie.
Siamo arrivati alla scena televisiva Di Matteo-Bonafede. Ero esterrefatto dagli effetti enormi che l'insipienza di Bonafede ministro della Giustizia ha potuto provocare, oltre che nella normale (anormalissima) amministrazione della giustizia, nella stessa legislazione, con un governo ostaggio della propria precarietà e della propria necessità.
Si è maneggiata la giustizia come avrebbero fatto dei topi di appartamento in una casa vuotata per allontanarsi dalla pandemia. Il rigore antimafioso è stato per Bonafede e i suoi consiglieri uno schermo al saccheggio. Dunque si direbbe una nemesi quella che lo accusa di essersi piegato alle minacce di boss mafiosi: in realtà, la vicenda che ho sopra sbrigativamente riassunto ha fatto di questa accusa la peggiore degradazione che nella nostra società si possa fare di un suo cittadino.
Un Giuda - se anche su Giuda non ci fossero fondati dubbi. Non occorre essere senza peccato per non meritare un attacco così infamante, e Bonafede non lo merita, semplicemente.
Ho una postilla, perché questo era già successo, e l'hanno ricordato molti. Ricordo specialmente un nome, quello di Giovanni Conso. È morto nel 2015, era stato un giurista autorevole, presidente della Corte costituzionale e ministro della Giustizia. Lo conobbi bene, nella sua qualità di avvocato e di visitatore assiduo e discreto di carcerati. Lo si volle degradare allo stesso modo che oggi infierisce fra fedeli e più fedeli.
di Claudio Cerasa
Il Foglio, 7 maggio 2020
Bonafede pensa al rientro dei boss in carceri che non garantiscono la salute. L'indecorosa bagarre tra il Guardasigilli Bonafede e il dottore Di Matteo ha trovato la scintilla nel caso dei boss di mafia detenuti in regime di 41bis mandati ai domiciliari per l'emergenza Covid (sono 376, secondo l'elenco fornito dal Dap).
Ah, ci fossi stato io al Dap, recrimina Di Matteo. La vicenda è costata il posto a Francesco Basentini, ma non lascia tranquillo nemmeno il ministro. Bonafede annuncia infatti la sua "fase 2", e anziché concentrarsi sul problema di tutti i cittadini in (pessimo) stato di reclusione, si occupa solo del 41bis: "Un decreto legge che permetterà ai giudici, alla luce del nuovo quadro sanitario, di rivalutare l'attuale persistenza dei presupposti per le scarcerazioni di detenuti di alta sicurezza e al regime di 41bis".
Siccome insultare la memoria di Falcone fa sempre gioco, ieri Repubblica scriveva che "se Bonafede dovesse fare un decreto, questo ricorderebbe il provvedimento che fu fatto nel '92 da Falcone e Martelli per rimandare in carcere i boss per i quali era in scadenza la custodia cautelare". La situazione è evidentemente non paragonabile
Qui c'è in ballo il diritto alla salute che lo stato deve garantire a tutti i cittadini, e tanto più a quelli che si trovano fisicamente costretti e affidati alla sua custodia, compresi i 41bis. È ovvio che la situazione provochi problemi di sicurezza e un aggravio nel lavoro di controllo delle forze dell'ordine, del resto predisposto dal Viminale. Ed è pacifico che non si tratta per i boss di una "vacanza premio" e che dovranno tornare in carcere non appena possibile.
Ma invece di sbandierare emergenze attorno a un regime di pena già di per sé molto contestato, Bonafede dovrebbe interrogarsi sul fatto che le carceri italiane non sono in condizione di garantire la salute dei detenuti, e questo è il vero vulnus allo stato di diritto. Va poi osservato che, storicamente, il dibattito sul 41bis è strettamente legato a quello sull'ergastolo ostativo - due temi su cui più volte l'Italia è incorsa in rimproveri da parte dell'Europa.
Per l'antimafia chiodata e per i fautori del fine pena mai la sospensione momentanea del 41bis suona a minaccia della propria visione di giustizia e pena. Ma sono temi di riflessione costituzionale, non certo di "fase 2" di Bonafede.
di Attilio Bolzoni
La Repubblica, 7 maggio 2020
Sono pochi i palermitani di una certa età che non sappiano cosa ci sia in via Enrico Albanese numero 3. È un monumento della città, un po' come il Palazzo dei Normanni, le catacombe dei Cappuccini con le sue mostruose mummie o la chiesa di San Giovanni degli Eremiti con le sue arabeggianti cupole rosse.
E per alcuni è anche qualcosa decisamente di più familiare, intimo, quasi una seconda casa. Il carcere dei mafiosi per eccellenza è sempre stato quello: l'Ucciardone. "Vado in villeggiatura", dicevano con compiacimento alle loro mogli i boss quando stavano per varcare il portone arrugginito di via Enrico Albanese numero 3, e poi lì dentro s'ingozzavano di aragoste o s'intrattenevano nottetempo con le "signorine" che gli agenti di custodia facevano scivolare dietro l'orto. Lo Stato lasciava fare.
Palermo felicissima, sembrava che non dovesse finire mai. E invece nella storia dei mafiosi e della loro molto speciale frequentazione con il carcere e del loro rapporto con la giustizia italiana, c'è un prima e un dopo. C'è il Grand Hotel Ucciardone e ci sono le isole dei dannati - l'Asinara e Pianosa - ci sono gli ospiti più riveriti che ricevevano le visite dei latitanti e c'è la fossa dove hanno sepolto per un quarto di secolo Totò Mina, c'era il Dom Pérignon che scorreva a fiumi e ci sono le finestre a sbarre incrociate delle celle che "oscurano il paesaggio".
Tu non puoi vedere fuori e fuori non possono vedere te. Il confine è il 1992, l'estate delle stragi. Al 20 di luglio, il giorno dopo l'uccisione di Borsellino, cambia tutto nell'Italia delle mafie e nell'Italia dello Stato che combatte le mafie. E quel tutto è in un numero: 41bis. Sino ad allora il carcere non aveva mai fatto paura ai boss. Perché loro avevano sempre avuto una certezza: il carcere non è mai definitivo, è sempre provvisorio. Anche con una condanna all'ergastolo in primo grado, lo sapevano che prima o poi sarebbe arrivata un-aggiustatina" al processo.
Era andata sempre così. Il carcere quindi bisognava farlo e pure con "dignitudine", con decoro. Era andata sempre così dalla metà dell'Ottocento quando i Borboni avevano costruito la fortezza Ucciardone in un pianoro dove crescevano i cardi, les chardons (da lì il nome) dietro le casupole del Borgo Vecchio. Nel Ventennio lo chiamavano Villa Mori, in onore del prefetto di ferro che aveva ingabbiato i briganti della Madonie su mandato del Duce. Ma lo splendore della prigione di Palermo, la prigione della mafia, è giunto con i favolosi anni 60 e 70, l'infermeria regno dei summit, il parlatorio come un suk, la settima sezione come il salotto della Cupola.
Lo Stato lasciava fare. In tutti gli istituti penitenziari d'Italia scoppiavano le rivolte dei detenuti ma all'Ucciardone non si muoveva foglia. Un carcere modello, lo definivano gli ispettori ministeriali. Certo: comandavano Pietro Torretta, Tommaso Buscetta, i fratelli La Barbera, i cugini Greco, i Fidanzati dell'Arenella. Poi il maxi processo, poi ancora le bombe. Neanche dodici ore dopo l'uccisione del procuratore Borsellino, i parà della Folgore scendono dall'alto sull'Ucciardone e trasportano tutti i boss a Pianosa.
Il ministro della Giustizia Claudio Martelli aveva appena firmato il decreto che diventerà, nell'immediato e negli anni futuri, l'incubo di tutto il popolo mafioso. I141bis, il carcere duro. È la fine delle certezze sull'impunità che avevano sempre avuto, è l'inizio di una vicenda che da quel luglio 1992 - fra ricatti veri e presunti, appelli inquietanti contro il 41bis, trattative rotolate nei processi fra detenuti eccellenti e uomini delle istituzioni - non si è mai chiusa.
Il carcere sempre come luogo di "compensazione" fra lo Stato e la mafia, una sorta di camera iperbarica, terra di mezzo per scorribande. La tensione delle mafie si misura lì dentro. Perché il 41bis ha sfregiato un mondo criminale, ha reso il mafioso più prigioniero degli altri, strappato ogni privilegio. Soprattutto quello del comandare.
E il mafioso non può più fare il mafioso. E la cronaca degli ultimi anni. Li hanno portati via, lontano dalla Sicilia. A Tolmezzo, all'Aquila, ad Ascoli Piceno, a Spoleto, a Badu e Carros. Una deportazione di massa. Davanti a via Enrico Albanese numero 3, l'unica attrattiva rimasta è ormai un albergo a quattro stelle. L'hanno naturalmente chiamato Hotel Ucciardhome.
E naturalmente tutto quello che abbiano sin qui scritto è, in qualche caso, pura teoria. Di "buchi" dentro il famigerato 41bis ne sono stati scoperti già tanti, troppi. Telefonini per comunicare fuori, pizzini, misteriosi visitatori. La storia più clamorosa del carcere duro che tanto duro poi non è risale però fra il settembre e il novembre del 1996 quando le due mogli dei fratelli Graviano, Giuseppe e Filippo - quelli delle bombe ai Georgofili - diventarono papà a141bis.
Le loro mogli partorirono due bei bambini mentre loro erano "totalmente isolati". Lo Stato ha lasciato fare. Per tornare all'attualità. Il ministro della Giustizia Bonafede ha solennemente annunciato: "Rimando dentro tutti i mafiosi". Una boutade? Nel nostro Paese è già capitato, nel febbraio del 1991.
Con un cavillo, Sua Eccellenza Corrado Carnevale, presidente della prima sezione penale della Cassazione meglio conosciuto come l'Ammazzasentenze, ordinò la scarcerazione di 43 boss. Qualche giorno dopo il ministro della Giustizia Martelli firmò, consigliato da Falcone che era direttore degli Affari Penali, un decreto per riportare dentro quei 43. A Palermo lo chiamarono "il mandato di cattura del governo".










