di Luigi Amicone
tempi.it, 8 maggio 2020
Ancora sulla decisione "insensata" della Lombardia di rinunciare ai 900 mila euro della Cassa ammende per alleviare le condizioni dei detenuti all'epoca del coronavirus. Avrei voluto occuparmi dello scontro titanico tra Alba Parietti e Caterina Collovati.
E invece mi tocca prima aggiungere alle ragioni per cui la presidenza del Dipartimento amministrazione penitenziaria fa gola lo stipendio mica male di 320 mila euro anno. Covid o non Covid, finché lo Stato esisterà. E, secondo, chiudere la partita con l'assessore di Regione Lombardia, Stefano Bolognini. Il quale, evidentemente in vena di confidenze, mi scrive "non sono l'assessore alle carceri, mi spiace".
Assessore lei vuole scherzare, vero? O ci vuole dare degli australopitechi prendendola un po' alla larga? Allora per informazione dei nostri lettori, diremo che Stefano Bolognini, assessore alle Politiche sociali, abitative e disabilità, è precisamente la figura della giunta lombarda che avrebbe dovuto istruire la delibera per rendere usufruibili nel circuito penitenziario della Lombardia i fondi statali finalizzati ad alleggerire il sovraffollamento carcerario e a depotenziare il rischio Covid tra i detenuti. E invece l'assessore Bolognini non ha istruito un bel niente. E non si sogna di istruire alcunché in materia di detenuti, neanche lontanamente. Ragion per cui ci risponde con una battuta alla salamandra reale. Giacché non può o non vuole dirci che gli ordini del capo non si discutono.
Ma tutto questo è assurdo. Non sono neanche soldi della Lombardia... Si avverte una certa pusillanimità nella destrezza con cui ci fate il segno dell'ombrello in punta di sogghigno, cari leghisti. A noi, ai detenuti e a tutti coloro che, poliziotti penitenziari compresi, non si alzano al mattino col pensiero di ingraziarsi i consensi del popolo grazie alle disgrazie altrui. Perciò, non contenti di sogghignarci sopra, avete messo in piedi un piccolo circo.
E siccome Bolognini non è l'assessore alle carceri col naso rosso, hanno mandato avanti l'assessore alla famiglia con le gote a pois. "Quei fondi devono essere utilizzati per tutelare la salute degli agenti di polizia penitenziaria, come riconoscimento del lavoro che svolgono". Ma che ragionamento è? Tante volte le autoambulanze trasportano tossici che non stanno in piedi, marocchini fuori di melone, tunisini usciti neri da una rissa con i senegalesi. E allora? Perché non dirottate la benzina dalle autoambulanze alle Mercedes delle pompe funebri, che male non fanno, come riconoscimento del lavoro che svolgono?
Ulteriori argomentazioni che la Lega di governo in Lombardia ha trasmesso per tramite dell'assessore alla famiglia Silvia Piani in una lettera inviata al presidente della Cassa delle ammende. "Manifestiamo tutte le perplessità dell'amministrazione regionale sul programma di intervento che, per fronteggiare l'emergenza epidemiologica negli istituti penitenziari, prevede il reperimento di alloggi per i detenuti".
"Si ritiene di non procedere alla presentazione delle proposte progettuali a valere sul bilancio della Cassa delle ammende, valutando che tali risorse possano più proficuamente essere erogate in via straordinaria e in relazione all'emergenza Covid-19, direttamente agli istituti penitenziari per l'implementazione degli standard sanitari nei luoghi di detenzione, anche in riferimento ai presidi in dotazione agli agenti di polizia penitenziaria".
Morale della favola: a differenza del Veneto, che non ha fatto storie con analoghi fondi destinati ad alleviare le condizioni di detenzione all'epoca di una pandemia (ahi ahi, caro Salvini, Zaia ti ha bagnato il naso coi tamponi e adesso ti dà pure una lezione di educazione civica neanche troppo fanatica), la Lombardia ha deciso di rifiutare i 900 mila euro destinati a progetti di housing per ridurre il sovraffollamento delle carceri e favorire l'esecuzione penale esterna. Così, alla fine, dopo tutto quello che abbiamo detto sui comunisti fuori e dentro, ci tocca dare ragione all'ultima vedova del comunismo che è rimasta in Brianza. Anita Pirovano.
"Non pensavo che la ricerca di consenso (di bassa "lega") e la demagogia che spesso accompagnano il dibattito politico sui temi della giustizia e del carcere potessero arrivare a scelte così insensate". È l'aggettivo giusto. "Insensate".
Il Dubbio, 8 maggio 2020
Gennarino De Fazio (Uil-Pa): "Il Covid-19 continua a espandersi ed a fare vittime. È deceduto nella notte a Bologna, difatti, un altro detenuto con Coronavirus".
"Mentre il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria sembra ancora fermo ai box per riparare la macchina, dopo anni di mancati tagliandi, nelle carceri, in cui l'attenzione vienecatalizzata soprattutto da scarcerazioni e ritardi, il Covid-19 continua a espandersi ed a fare vittime. È deceduto nella notte a Bologna, difatti, un altro detenuto con Coronavirus".
A commentare la notizia, per la Uil-Pa Polizia Penitenziaria nazionale, è Gennarino De Fazio. Il leader sindacale spiega: "Si tratta di un detenuto arrestato verso la metà di febbraio di quest'anno e che, presumibilmente, proprio durante la detenzione potrebbe aver contratto il virus. Il malcapitato aveva 67 anni, pare fosse affetto da altre patologie, e si trovava ricoverato al reparto Covid dell'ospedale Sant'Orsola di Bologna", dice De Fazio.
"Ora le polemiche imperversano e il ministro Bonafede è nell'occhio del ciclone, ma noi lo avevamo detto per tempo che l'emergenza pandemica, sommandosi alle inefficienze ancestrali del Dap e alla disattenzione della politica, avrebbe prodotto conseguenze nefaste sia sotto il profilo sanitario sia per la tenuta della sicurezza", insiste il leader sindacale.
"Non a caso avevamo chiesto più volte che la gestione carceraria venisse assunta pro-tempore direttamente sotto la responsabilità della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Del resto l'unico modo per evitare le scarcerazioni era quello di creare le condizioni affinché fosse pienamente tutelato, nei penitenziari o in altre idonee strutture preventivamente individuate, il diritto alla salute, che rimane inviolabile per chiunque.
È dunque mancata una progettualità, che peraltro ancora non s'intravede: basti pensare che, diversamente che per gli altri settori del Paese, per gli operatori del Corpo di polizia penitenziaria non esiste ancora un protocollo di regolamentazione delle misure per il contrasto e il contenimento della diffusione del virus Covid-19 negli ambienti di lavoro condiviso con le Organizzazioni Sindacali e, ancora oggi, non vengono forniti i dati sui contagi", spiega ancora De Fazio. Che poi conclude: "Anche questo diremo al Vice Capo del Dap Roberto Tartaglia durante la prima riunione di 'reciproca conoscenza' che ha convocato per la mattinata. Ma gli diremo pure che per tirare fuori dalle secche la nave arenata, che è oggi il Dap, non basta un bravo Comandante e neppure un ottimo equipaggio, ma che è altresì necessario un repentino cambio di rotta".
redattoresociale.it, 8 maggio 2020
L'Ong ha svolto un ruolo importante nella creazione di un reparto Covid-19 a San Vittore, nel quale confluiscono i detenuti contagiati degli istituti penitenziari della regione. Il riconoscimento da parte del Naga all'operato di Msf.
Nel carcere di San Vittore a Milano è stato creato un reparto Covid-19, nel quale vengono trasferiti i detenuti contagiati degli istituti penitenziari della Lombardia. Per ora in Lombardia risultano "39 detenuti contagiati e 230 in quarantena perché entrati in contatto con altri positivi o perché essi stessi sospetti, mentre i tamponi effettuati sono stati 1167", come scrive il garante dei detenuti di Milano, Francesco Maisto, in un suo report sulla riunione della commissione speciale carceri del consiglio regionale.
E forse la scelta di aver creato un reparto Covid-19 nella storica casa circondariale di Milano si sta rivelando azzeccata nel contenere la diffusione del virus nelle carceri. Una scelta in cui un ruolo determinante lo sta svolgendo Medici senza frontiere, come testimoniano i volontari dell'associazione Naga.
"La direzione sanitaria di San Vittore per gestire la gravità della situazione ha chiesto e ottenuto il supporto di Medici senza frontiere - scrive il Naga sul proprio sito web-, e così in breve tempo si è riusciti a trasformare il locale Centro clinico, un reparto in tempi normali ad alta problematicità, in una unità Covid in grado di gestire farmacologicamente i casi di media gravità di tutte le carceri regionali e di diagnosticare chi dovesse necessitare di terapia intensiva presso l'Ospedale San Paolo.
Sempre grazie a questa collaborazione si è potuto inoltre organizzare in parallelo un lavoro capillare di informazione e prevenzione per detenuti e personale penitenziario che sono stati dotati dei presidi necessari". "In una situazione di emergenza un'istituzione come il carcere -commenta il Naga- ha lavorato in sinergia con il personale di diverse Ong, dissipando così nella concretezza dei fatti e di un agire comune la cappa di infame discredito che le politiche degli ultimi anni hanno gettato sull'operato delle associazioni non governative".
L'altra Ong che ha collaborato con l'amministrazione carceraria in Lombardia è Emergency, che ha curato la formazione dei detenuti sulle norme igieniche e di prevenzione dal contagio.
di Mary Liguori
Il Mattino, 8 maggio 2020
Sul caso Zagaria è quasi inciampato il ministro, un capitombolo mediatico parato solo con il cambio della guardia al Dap, che però non ha evitato a Bonafede le corde del question time, dove si è visto addirittura tenuto a promettere un decreto blocca-boss in cella. Una diga nel mare in tempesta in un bicchier d'acqua, scatenato dai domiciliari a tempo concessi al fratello minore del capo dei capi dei Casalesi, sopraggiunta con un anno di anticipo rispetto al fine pena e concessi per soli cinque mesi.
Un caso che sta avendo ripercussioni anche sulla sanità sarda. Ché, nella stesura delle otto pagine che mandano Pasquale Zagaria a curarsi ai domiciliari, in provincia di Brescia, per un tumore, i giudici della sorveglianza ripercorrono il carteggio avuto con l'amministrazione penitenziaria del carcere di Bancali, Sassari, e con l'ospedale di Cagliari. Ed è all'azienda ospedaliera del capoluogo, il Brotzu, che si sono inaspettatamente decise le sorti del camorrista.
E si sono decise con una telefonata durante la quale un dirigente medico, scrivono i giudici di sorveglianza, ha negato al detenuto la possibilità di curarsi al Brotzu. A che titolo lo abbia fatto, quel dirigente, al momento non è dato sapere. E lo vuol sapere, a ragion veduta, la direzione dell'azienda ospedaliera cagliaritana che sul caso ha avviato verifiche interne.
Ché, oltretutto, per Zagaria era possibile, il 23 aprile, ottenere il ricovero e le cure in sicurezza in quell'ospedale, dal momento che non c'erano particolari criticità dovute all'emergenza coronavirus e, come se non bastasse, gli avvocati del camorrista avevano chiesto - lo scrivono i giudici - le cure, anche in carcere, per il sessantenne, e non la scarcerazione che è stata la conseguenza dell'impossibilità di somministrargli, nel penitenziario in cui era detenuto al 41bis o in un altro, le "indifferibili" terapie. La scarcerazione, ormai è chiaro, è stata disposta solo in seguito alle mancate risposte del Dap e, soprattutto, al diniego da parte del medico del Brotzu al ricovero di Zagaria. Adesso l'azienda ospedaliera, che dovrà di certo riferire al ministero, si ritrova a ricostruire una vicenda senza un supporto documentale. In pratica se il contatto tra il carcere e l'ospedale c'è stato, non è avvenuto attraverso canali ufficiali e, quindi, non ci sono atti del rifiuto. In pratica, "ufficialmente" l'ospedale di Cagliari non ha mai respinto il ricovero di Zagaria.
Ma andiamo al dispositivo. Scrivono i giudici in merito alla richiesta di individuare un istituto in cui sottoporre il detenuto a cure che nell'ospedale di Sassari, focolaio di contagio, non erano possibili: "Dal Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria non è giunta risposta alcuna, mentre il responsabile sanitario della Casa Circondariale di Sassari ha fatto pervenire ulteriore certificato del 23 aprile 2020 nel quale specifica quanto segue: Il paziente non può effettuare i controlli endoscopici previsti (necessari per poter proseguire la terapia) né presso l'Aou di Sassari né all'interno della Cc di Sassari (si eseguono solo in ambito ospedaliero). Contattato personalmente il dottor Ayyoub Mohammed, dirigente medico del Reparto di Urologia dell'Azienda Ospedaliera Brotzu (Cagliari) per chiedere la disponibilità a prendere in carico il paziente, mi è stato risposto che al momento possono garantire l'assistenza esclusivamente ai loro pazienti. Per il trattamento all'interno della Cc di Uta vale lo stesso discorso fatto per Sassari. Inoltre, si conferma la indifferibilità del programma diagnostico-terapeutico previsto".
Passaggi, questi, ripercorsi nei giorni scorsi anche dall'Unione Sarda e che ormai sono agli atti dell'approfondimento che il ministero della giustizia conduce su questa e altre scarcerazioni eccellenti avvenute in Italia dall'inizio della pandemia. Eppure è stata la circolare del 21 marzo scorso che la Direzione generale detenuti e trattamento del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, organismo in seno allo stesso ministero, a invitare le direzioni a comunicare con solerzia all'autorità giudiziaria il nominativo di detenuti in condizioni di salute tali da renderli più vulnerabili al Covid-19.
Condizioni in cui si trova Zagaria, valuta il tribunale di Sorveglianza di Sassari sulla base della documentazione medica pervenuta all'atto dell'istanza visto che, scrivono ancora i magistrati, "oltre a trovarsi di fronte all'impossibilità di ricevere le indifferibili cure per la sua patologia, si trova anche esposto al rischio di contrarre la patologia Sars-Cov-2 in forme gravi. Benché il detenuto sia sottoposto a regime differenziato e in cella singola", è comunque "esposto al contagio in tutti i casi di contatto con personale della polizia penitenziaria e degli staff civili e - concludono - la tutela del diritto alla salute del detenuto deve essere declinato anche in termini di prevenzione".
Va aggiunto che, nel motivare il differimento, il tribunale di sorveglianza di Sassari cita anche la Corte di Appello di Napoli che, il 22 gennaio del 2015, scrisse: "L'appartenenza dello Zagaria alla associazione camorristica, attuale all'epoca del decreto emesso nell'anno 2004, fosse tale anche nell'anno 2011, atteso che il prolungato periodo di detenzione, posto in correlazione con la circostanza che il detenuto si costituì spontaneamente in carcere e, nel corso del processo penale, rese confessione in ordine a gran parte dei reati contestati, condotta che rappresenta un inequivocabile sintomo di iniziale ravvedimento, inducono a escludere la concreta operatività della presunzione di perdurante al momento della formulazione del giudizio".
Per i magistrati sardi le conclusioni della Corte d'Appello di Napoli sono "rassicuranti e - si legge ancora nel dispositivo - il detenuto ha mostrato interesse esclusivamente per soluzioni di cura, anche in altri istituti penitenziari, e non univocamente per soluzioni extra-murarie". Ma, come ormai è noto, una leggerezza, quella di un medico, e una mancata risposta, quella del Dap, ne hanno consentito la scarcerazione seguita da uno strascico di polemiche che tutt'oggi continuano ad avere ripercussioni.
targatocn.it, 8 maggio 2020
A confermarci i dati il Garante dei diritti delle persone private della libertà personale, Paolo Allemano: "In proporzione, i medici del penitenziario pagano il prezzo più alto. Grande sforzo, reso necessario dalla situazione difficile creatasi in seguito al trasferimento di detenuti da altri istituti di pena a seguito della rivolta di inizio marzo". Si registrano anche i primi guariti.
Giungono buone notizie dal carcere di Saluzzo, dove nei giorni scorsi la diffusione del Coronavirus aveva coinvolto più di venti persone, tra detenuti, agenti di Polizia penitenziaria e personale sanitario. Il 29 aprile, le organizzazioni sindacali Sappe, Uil-Pa, Fns-Cisl, Cnpp e Fp-Cgil avevano infatti diramato una nota stampa nella quale si parlava di 14 detenuti contagiati, ai quali si sommano quattro agenti di Polizia penitenziaria e due medici. Nella casa di reclusione di Regione Bronda sono stati eseguiti Covid-test a tappeto. Paolo Allemano, ex sindaco della Città ed ex consigliere regionale, da novembre è il Garante dei diritti delle persone private della libertà personale. "Credo che quello di Saluzzo - ci spiega - sia l'unico Istituto penitenziario in tutta Italia dove sono stati fatti tamponi a tappeto". Il numero di tamponi effettuati all'interno del carcere ammonta a 428.
Il bilancio dei contagiati ha riportato lievi aumenti rispetto ai dati resi noti a fine aprile. I detenuti positivi sono saliti da 14 a 22. Numeri che, però, sono già a loro volta in calo, come ci ha confermato il dottor Allemano: "Due detenuti e due agenti sono nel frattempo virologicamente guariti, dal momento che sono risultati negativi ai due tamponi di controllo". Il totale più aggiornato vede quindi positivi 20 detenuti, due agenti e due medici.
"La situazione è quindi gestibile con isolamento e quarantena in carcere - aggiunge il Garante. Faccio notare che, in proporzione, i medici del penitenziario pagano il prezzo più alto, come fuori dal carcere. Si è fatto un grande sforzo, reso necessario dalla situazione difficile creatasi in seguito al trasferimento di detenuti da altri istituti di pena a seguito della rivolta di inizio marzo". Proprio come avevano già sostenuto le organizzazioni sindacali, che avevano parlato di una "tragedia annunciata", riferendosi alla decisione di trasferire a Saluzzo detenuti dalla Casa circondariale di Bologna.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 8 maggio 2020
Ha 86 anni e verserebbe in condizioni gravissime al 41bis del carcere "Opera" di Milano. Ha da giorni una febbre con sbalzi di temperatura, patologie che si sarebbero aggravate a causa di presunte mancate cure e accompagnato da un deterioramento cognitivo. Non stiamo parlando di un detenuto qualunque, ma di Giuseppe Morabito, detto U Tiradrittu, considerato a suo tempo il numero uno della 'ndrangheta.
"Il 29 aprile dovevamo sentirlo al telefono - spiega al Il Dubbio l'avvocata Giovanna Beatrice Araniti, il legale del recluso -, ma asserendo che le linee erano occupate (con il colloquio telefonico prenotato da tempo) il carcere di Milano non l'ha fatto chiamare". Dal 2004 è ininterrottamente recluso al 41bis e dall'ultima perizia depositata urgentemente per chiedere un differimento pena per gravi motivi di salute emerge un quadro devastante.
Si legge che presenta una enorme ernia inguinale bilaterale, maggiore a sinistra, condizionante dolore cronico; un voluminoso adenoma prostatico inoperabile in portatore di catetere vescicale a permanenza da circa 15 anni, con ricorrenti infezioni delle vie urinarie; cardiopatia ipertensiva in precario compenso; reiterati riscontri di iperglicemia al DTX, in assenza di accertamenti specifici; broncopneumopatia cronica ostruttiva; insufficienza venosa agli arti inferiori; cataratta bilaterale con indicazione all'intervento; diverticolosi del colon; gozzo multinodulare normofunzionante; artrosi polidistrettuale; sindrome ansioso-depressivo.
Dopo una serie infinita di istanze e solleciti, al Dap, al Garante regionale, al Direttore e all'area sanitaria, i familiari hanno deciso di depositare una denuncia- querela al procuratore della Repubblica del tribunale di Milano perché Morabito versa in condizioni gravissime e - a detta loro - totalmente abbandonato a se stesso. Secondo i familiari, Giuseppe Morabito sarebbe stato lasciato in una condizione di totale abbandono, degrado igienico- sanitario, con negazione delle cure indispensabili per la sua vita, non solo per l'età ma soprattutto per le importanti patologie che lo affliggono. "Il quadro - si legge nella denuncia - si è aggravato negli ultimi due mesi, a causa di un elevato e costante stato febbrile per il quale è stato isolato, due volte per 15 giorni, negli ultimi due mesi, per come lo stesso ha riferito, faticosamente, nel corso dell'ultimo colloquio e di un'enorme ernia a rischio di strozzamento".
Morabito stesso ha chiesto ripetutamente aiuto, tramite il difensore, che ha inoltrato richieste continue di intervento rimaste ad oggi inevase. Sempre i familiari chiedono al procuratore di valutare "il grave comportamento omissivo, contrario al senso di umanità e ai valori costituzionali e sovranazionali", essendosi trasformato, per il loro vecchio genitore, "lo stato detentivo in una condanna a morte tra atroci sofferenze e torture, che nessun essere vivente merita di sopportare in uno Stato di Diritto, che deve salvaguardare la vita e la salute". Parole forti, ma corroborate dalle continue richieste di intervento avanzate dal loro legale.
"Il mio assistito ha 86 anni - spiega a Il Dubbio l'avvocata Giovanna Araniti del foro di Reggio Calabria - e sta scontando un trentennale non per omicidio, ma per reati di droga e associazione mafiosa, ed ininterrottamente detenuto da 16 anni".
L'avvocata denuncia: "Quale che sia il titolo di reato commesso, non è ammissibile che in uno Stato che osa definirsi di diritto, un detenuto vecchio e malato debba morire di carcere, perché sottoposto al 41bis O.P., in totale stato di abbandono". Infine conclude: "Le condizioni deplorevoli in cui è stato lasciato per anni, nonostante le sue gravissime patologie, finalmente, dopo decine di richieste, sono state accertate con perizia di ufficio depositata l'altro ieri, presso il Tribunale di Roma che sta trattando l'ennesimo reclamo avverso la proroga del 41bis". Giuseppe Morabito, come detto, è noto anche come U Tiradrittu. Dal dialetto calabrese vuol dire "spara dritto", ovvero colui che tira dritto senza rispetto di alcuna regola o persona. Lo Stato dovrebbe essere diverso. Stato di Diritto o U Tiradrittu?
leccoonline.com, 8 maggio 2020
Il coronavirus non allenta la presa sul carcere di Pescarenico. Se giovedì scorso davamo notizia di 14 contagi acclarati tra i circa 80 detenuti della casa circondariale di Lecco, quest'oggi il conto chiude a 21 positivi. In una settimana sono emersi altri 7 casi, con altrettanti ospiti dunque isolati e trasferiti, così come i primi "apripista", a San Vittore. Nel penitenziario milanese, infatti, è stato creato un reparto hub dedicato proprio a soggetti nella duplice condizione di detenuto e infettato da covid-19.
La scoperta delle nuove positività si deve a un secondo giro di tamponi a tappeto disposto dall'amministrazione, particolarmente attenta al rispetto delle misure di prevenzione, già dallo scoppio dell'epidemia in città. A Lecco, infatti, come in altre strutture analoghe, si è provveduto all'installazione di una tenda messa a disposizione dalla Protezione civile quale ambiente per l'accoglienza dei nuovi ingressi e dei visitatori prima di permettere loro l'ingresso in carcere.
Si è anche limitato l'accesso di parenti, consentendo ai detenuti di mantenere il rapporto con i famigliari attraverso videochiamate, concedendo altresì loro un maggior numero di colloqui telefonici. Gli operatori indossano poi dispositivi di protezione individuale. Non è però bastato. E proprio a tutela di quest'ultimi ci sia aspetta ora quantomeno che tutti gli agenti della Polizia Penitenziaria siano sottoposti ai test, anche nel rispetto delle loro famiglie, visto il contatto con soggetti positivi.
La Nuova Sardegna, 8 maggio 2020
La direttrice, suor Pietrina Careddu: "Un gesto preziosissimo". Un gesto di solidarietà arriva dalla Colonia penale di Mamone, i cui detenuti hanno raccolto la cifra di 2.300 euro, che hanno poi donato alla Caritas Diocesana di Nuoro per aiutare i bisognosi, aumentati anche a Nuoro in questo periodo di emergenza coronavirus. Per poter avere l'autorizzazione all'iniziativa, denominata "un giorno per beneficenza", i detenuti hanno scritto una lettera alla direttrice Patrizia Incollu.
"In questo tempo di Coronavirus tante persone sono costrette a stare a casa e molti papà non possono lavorare - spiegano - Noi detenuti di Mamone abbiamo pensato di rinunciare al cibo di un giorno a settimana per offrirlo alle famiglie bisognose, ma consegnarli al cappellano che può distribuirli comporta dei problemi.
Se lei ci autorizza, per evitare queste difficoltà, possiamo dare un'offerta in denaro al cappellano che acquisterà i beni e consegnarli alle famiglie bisognose. Abbiamo raccolto le nostre firme, così che lei possa autorizzarci a dare tramite i conti correnti la nostra offerta a don Alessandro Muggianu che ci porterà riscontro di come avrà utilizzato le nostre offerte".
La donazione è puntualmente arrivata alla Caritas nuorese che ora, attraverso la direttrice, suor Pietrina Careddu, ringrazia: "È una somma davvero sorprendente visto che a Mamone scontano pena soprattutto persone extracomunitarie - ha spiegato la responsabile della Caritas.
Questo è l'obolo della vedova di cui parla il Vangelo, il piccolo dono personale eppure preziosissimo, un vero messaggio dal sapore cristiano, ossia universale. La Caritas Diocesana di Nuoro non solo ringrazia questi fratelli ma prende l'impegno di farne sue le motivazioni e sentimenti, di imparare una lezione pratica e coinvolgente".
varesenews.it, 8 maggio 2020
I rappresentanti di Regione Lombardia hanno incontrato i detenuti che, raccogliendo 2.100 euro, hanno permesso di acquistare 56 tablet per i malati ricoverati in ospedale. Una raccolta di fondi all'insegna della solidarietà, per aiutare chi, ospedalizzato causa il Covid, non può comunicare con i familiari se non attraverso la tecnologia. Ad attuarla sono stati i 400 detenuti del carcere di Busto Arsizio che tassandosi hanno racimolato oltre 2 mila 100 euro, una cifra che ha consentito l'acquisto di 56 tablet che sono stati poi donati all'ospedale di Varese.
I computer portabili sono a disposizione dei pazienti ricoverati per coronavirus, in modo che sia loro consentito tenersi in contatto anche video con i propri familiari, impossibilitati per la malattia a fargli visita. Stamattina il Garante dei detenuti della Lombardia Carlo Lio, accompagnato dal capogruppo del Pd in Consiglio regionale Fabio Pizzul, si è recato al penitenziario di Busto Arsizio per incontrare il direttore del carcere Orazio Sorrentini, il comandante della polizia penitenziaria di Busto Rossella Panaro e una delegazione di detenuti e per ringraziali.
"Un gesto - ha sottolineato il Garante dei detenuti della Lombardia Carlo Lio - che testimonia la vicinanza al dolore a quanti in queste lunghe e drammatiche settimane di emergenza medico-sanitaria vivevano angoscianti momenti di ospedalizzazione, impossibilitati per la malattia ad avere accanto gli affetti più stretti. Ringrazio anche la Polizia penitenziaria, che si è contraddistinta in queste settimane a raccogliere fondi per l'acquisto di materiale sanitario che è stato donato all'ATS di Busto Arsizio. Gesti come questi vanno sottolineati - ha aggiunto ancora Lio - perché di esempio e meritano il plauso delle istituzioni".
di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 8 maggio 2020
Digiuno. Dopo Helin e Mustafa e 323 giorni di sciopero della fame, appena interrotto, se ne va il bassista del marxista Grup Yorum, perseguitato da anni dalla magistratura erdoganizzata. Insieme a giornalisti, deputati, attivisti, sei membri della band inseriti nella lista senza fine dei nemici dello Stato, detenuti o condannati dopo processi senza prove.
"Sono sul palco, con la cinghia del basso attaccata al collo, quella con le stelle che mi piace di più. Di fronte a me, centinaia di migliaia di persone, con i pugni alzati, cantano "Bella ciao". La mia mano batte le corde del basso come fosse il migliore del mondo...Mi chiamo Ibrahim Gokcek. Per 15 anni ho suonato il basso nel Grup Yorum".
La lettera che Ibrahim ha scritto a fine aprile a L'Humanité è la storia sua, della sua band e della Turchia del presidente Erdogan. Di una battaglia di corpi. Di una lotta impari per libertà e giustizia sociale che un gruppo musicale porta avanti dal 1985, che ha riempito 23 album e tanti stadi, che ha tessuto in una trama sola "cultura popolare e pensiero socialista".
Quella storia sembra oggi sfaldarsi, cadere a pezzi, i corpi pelle e ossa dei suoi musicisti. Ieri Ibrahim, 39 anni, è morto dopo 323 giorni di sciopero della fame fino alla morte. Un mese fa si era spenta Helin Bolek, 288 giorni a digiuno per 33 chili di peso. Il 24 aprile se n'era andato Mustafa Kocak, 297 giorni senza cibo in solidarietà con la band, pesava 29 chili. Helin e Mustafa non avevano neppure 30 anni, ma i volti sfigurati dalla più estrema delle violenze che si possono infliggere al proprio corpo. L'accusa la stessa, per tutti: terrorismo a favore del Dhkp-C, gruppo armato marxista-leninista.
"Il motivo per cui siamo stati inseriti in questo "elenco terroristico" è il seguente - continuava Ibrahim nella lettera - Nelle nostre canzoni parliamo di minatori costretti a lavorare sotto terra, di lavoratori assassinati da incidenti sul lavoro, di rivoluzionari uccisi sotto tortura, di abitanti dei villaggi il cui ambiente viene distrutto".
La persecuzione è iniziata nel 2016, dopo il tentato golpe che ha violato le esistenze di decine di migliaia di turchi, arrestati, licenziati. Con giornalisti, scrittori, deputati, accademici, nella lista senza fine apparente dei nemici dello Stato anche sei musicisti della band, sulla loro testa una taglia da 42mila dollari. Due sono fuggiti in Francia, hanno ottenuto l'asilo. Intanto il governo vietava i loro concerti e ordinava continue e distruttive perquisizioni del loro centro culturale a Istanbul.
"In questi ultimi anni abbiamo assistito a una svolta che ha sconvolto tutto - ci spiega il giornalista e analista turco Murat Cinar - Dal 2016 sono iniziati processi assurdi. Kocak è stato condannato all'ergastolo aggravato con una testimonianza anonima, il giudice ha addirittura detto di aver preso la decisione sulla base della propria coscienza. Processi come quelli ai giornalisti di Cumhuriyet, accusati sulla base di chiamate perse sui loro telefoni di cittadini poi inquisiti per il golpe. Le accuse sono diventate estreme, una messinscena giudiziaria sulla base di testimonianze anonime o prove costruite dopo gli arresti". "Questa cultura politica gioca in modo sfrenato con la giustizia, contro chiunque, che sia attivista, parlamentare, imprenditore, musicista. Erdogan si vanta di aver ripulito la magistratura dai gulenisti, ma ne ha creata una al suo diretto servizio. La Turchia non ha uno stato di diritto".
Helin è stata arrestata nel 2016, si è fatta due anni di prigione prima del rilascio. Mustafa è stato condannato per complicità nell'omicidio di un giudice. Ibrahim è stato incarcerato nel febbraio 2019. Pochi mesi dopo, a maggio, ha iniziato a rifiutare il cibo. Dopo la morte dei compagni, aveva interrotto lo sciopero, appena due giorni fa. Pesava 39 chili. Con la band stava presentando richiesta per tenere un concerto a Istanbul: "L'intero mondo ha sentito parlare della nostra resistenza - ha scritto Grup Yorum sui social - Speriamo che la nostra richiesta abbia esito positivo".
Fondato nel 1985 da quattro studenti della Marmara University, si è allargato e si è ristretto, una mutazione continua che non ha mai messo da parte l'aspirazione politica, voce dei lavoratori, della comunità curda e quella alevita, di chi combatte la gentrificazione nel paese, delle donne. Ha reinterpretato Bella ciao e l'Internazionale, ha mescolato strumenti tradizionali e moderni, con un afflato di classe che il pubblico ha fatto suo, riempiendo i concerti e regalandogli la vetta: per il 25esimo anniversario nello stadio del Besiktas c'erano oltre 55mila persone, nel 2015 a Smirne un milione.
Lo sciopero della fame prosegue: digiunano ancora due membri della band, Baris Yuksel e Ali Araci, e due avvocati, Abru Timtik e Aytac Unsal. "È una modalità di protesta molto comune in Turchia - continua Cinar - iniziata negli anni '90 nelle carceri. Dal 1996 al 2000 sono morte per sciopero della fame 122 persone. Le chiamavano operazioni per il ritorno alla vita. Per una parte della società turca è un'arma di grande disperazione ma comunque politica".
"Nel caso del Grup Yorum, la simpatia è poca, buona parte dell'opinione pubblica li fa rientrare nella zona grigia del terrorismo, impattante in un paese che si considera in guerra con un gruppo terrorista, il Pkk, da 30 anni. Diversa l'accoglienza della protesta dei due insegnati nel 2017 (Nuriye Gulmen e Semih Ozakca, ndr), ci fu grande attenzione dai media stranieri. Lo stesso sperava il Grup Yorum, una pressione internazionale che facesse fare un passo indietro al governo turco". Ieri una grande folla, mascherina in volto e al collo il fazzoletto giallo del Grup Yorum, ha reso omaggio a Ibrahim fuori dalla sua casa di Istanbul. Tutti intorno alla bara rossa.
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