di Monica Ricci Sargentini
Corriere della Sera, 9 maggio 2020
Un tribunale nigeriano ha condannato a morte un uomo nella prima sentenza virtuale del Paese durante il blocco di cinque settimane imposto dal presidente Muhammadu Buhari per contenere la diffusione del coronavirus. Il giudice Mojisola Dada, che era fisicamente nell'Alta Corte di Lagos a Ikeja. ha ordinato la morte per impiccagione per Olalekan Hameed, un autista, per l'omicidio nel 2018 della 76enne Jolasun Okunsanya, madre del suo capo. "Questa corte ti condanna, Olalekan Hameed, ad essere impiccato fino a che non sopravvenga la morte - ha detto il giudice dopo tre ore di udienza. E che Dio possa avere pietà della tua anima".
Secondo la legge nigeriana, i governatori statali devono approvare le condanne a morte prima che possano essere eseguite. Non è ancora chiaro se Hameed presenterà appello contro la sentenza.The Lagos state high court complex pictured in January 2019.L'imputato. che ha partecipato all'udienza dalla prigione, è stato accusato nel marzo dello scorso anno di omicidio e furto. Si è dichiarato non colpevole. Tutte le parti del caso, inclusi accusati, avvocati e testimoni, oltre ai giornalisti, hanno partecipato all'udienza in remoto, da diverse posizioni tramite l'applicazione Zoom.
Finora il nuovo coronavirus ha contagiato in Nigeria 3.526 persone e ha causato 107 vittime. Una sentenza "profondamente crudele e disumana" secondo Human Rights Watch mentre il direttore di Amnesty International in Nigeria Osal Ojigho ha condannato l'uso della pena di morte nel Paese e sostenuto che sarebbe stato possibile aspettare di poter essere tutti in aula: "Sappiamo che molti tribunali stanno cercando di continuare i processi virtualmente ma in questo caso non si sarebbe potuta rimandare la sentenza a un altro momento? Possiamo veramente dire che sia stata fatta giustizia in questo caso? Il pubblico ha potuto seguire l'udienza? Bisogna valutare tutti gli elementi che portano a un processo equo" ha detto Ojigho. Amnesty International chiede da tempo alla Nigeria di abolire la pena capitale. Secondo i dati dell'associazione per i diritti umani ci sono quasi 3mila persone nel braccio della morte.
di Gioacchino Criaco
Il Riformista, 9 maggio 2020
Iyad Aldaqre sta sotto una terra scura, in un angolo del cimitero di Piacenza, concesso dal Comune perché si possano seppellire fino a trenta musulmani, con la libertà di guardare verso La Mecca, e anche verso la loro terra d'origine.
Iyad era siriano, faceva il ricercatore, sposato con un'italiana, il Covid-19 ha fermato per sempre la sua corsa verso la pace, la fuga dalla guerra, se il suo sguardo davvero arriva fino in Siria la pena aggraverà il destino avuto in sorte a 32 anni: vedrà un popolo in fuga, schiacciato fra il crepitio di armi avverse, di giorno. Di notte nemmeno occhi soprannaturali penetrano l'oscurità. Quello siriano è un popolo al buio, una metà lo è completamente e l'altra guarda la luce progressivamente spegnersi.
A Zaizoun la torre d'acciaio, color argento a scacchi rossi, ha danzato per qualche minuto insieme al vento e si è precipitata al suolo. I gruppi terroristici del partito del Turkestan hanno finito di distruggere la centrale elettrica della provincia siriana di Idlib, a 235 chilometri a nord della città del vento. L'impresa, immortalata in un video, finito sui social, mostra i miliziani del Turkestan, falange sostenuta dal governo turco, festeggiare la caduta della torre di refrigerazione dell'installazione, l'ultimo elemento ancor in piedi. Il Governo di Assad denuncia da due anni il sabotaggio, con i pezzi e le attrezzature della centrale smontati e trasferiti in territorio turco.
L'atto definitivo toglie l'elettricità a 8.000.000 di persone: Zaizoun è una delle principali centrali elettriche del paese. Piano piano, ciò che resta della centrale sarà divorato dalla terra su cui era stata piantata, una terra rossa, grassa, di cui i locali cantano i miracoli: pomodori grossi il triplo del normale e distese infinite di panna. "Il cestino di cotone", è il nome delle piane di porpora che da Idlib partono per raggiungere Zaizoun. Di notte, metà della Nazione che si distende verso la Turchia, avrà come unica luce i bagliori delle armi delle fazioni in lotta, in una terra troppo bella e colta per non pagare un pegno. Di notte un popolo al buio, in fuga verso la tregua, non avrà come guida il lume che dava anima di villaggio in villaggio per una pista che puntava a Nord, verso l'Occidente. Torneranno le stelle a indicare il cammino, mentre gli uomini proseguiranno a spegnere, una a una, le lampadine siriane per unire nel buio i figli di Damasco.
di Nello Scavo
Avvenire, 9 maggio 2020
Le Nazioni Unite confermano la ricostruzione della "Strage di Pasquetta". Appello a Roma e La Valletta: non ostacolate i salvataggi. "Profondamente preoccupati" per le recenti segnalazioni circa "l'incapacità di assistere" i profughi alla deriva e per "i respingimenti delle imbarcazioni dei migranti nel Mediterraneo centrale, che continua ad essere una delle rotte migratorie più letali al mondo". Lo denuncia l'Alto commissariato Onu per i diritti umani che attraverso la missione delle Nazioni Unite in Libia (Unsmil) ha avuto conferme all'inchiesta di Avvenire sulla strage di Pasquetta. Non solo, gli uffici Onu tornano ad accusare l'intera filiera del traffico di esseri umani in Libia, che coinvolge le autorità in accordo con la mafia dei trafficanti e delle milizie.
"Il 15 aprile, l'Unsmil ha verificato - si legge nella nota da Ginevra - che 51 migranti e richiedenti asilo, tra cui 8 donne e 3 bambini, a bordo di un natante sono stati respinti in Libia attraverso una barca privata maltese dopo essere stati prelevati nelle acque maltesi". I migranti sono stati internati "dalle autorità libiche nel centro di detenzione di Tarik al-Sikka. Durante i loro sei giorni in mare, cinque persone sono morte e altre sette sono scomparse e si presume che siano annegate".
Per l'Ufficio Onu "i report secondo cui le autorità maltesi hanno richiesto alle navi commerciali di spingere in alto mare le imbarcazioni con migranti e rifugiati in pericolo sono di particolare preoccupazione".
Non si tratta di episodi, ma di un piano sistematico per bloccare i migranti in Libia senza in cambio ottenere neanche il minimo rispetto dei diritti umani. Con la complicità di una intera catena che tiene insieme i guardacoste, i trafficanti e le milizie. "La Guardia costiera libica - accusa l'Onu - continua a riportare a terra i barconi e collocare i migranti intercettati in strutture di detenzione arbitrarie, dove si trovano ad affrontare condizioni orribili tra cui torture e maltrattamenti, violenza sessuale, mancanza di assistenza sanitaria e altre violazioni dei diritti umani". Campi di prigionia che "sono ovviamente ad alto rischio di essere contagiate dal Covid-19".
In queste condizioni, e in un Paese senza tregua, ostacolare il soccorso in mare, senza avere avviato alcuna seria campagna per i corridoi umanitari né per la protezione a terra dei migranti detenuti, ostacolare il soccorso in mare vuol dire mettere a rischio la vita delle persone. "Chiediamo che le restrizioni sul lavoro di questi soccorritori vengano immediatamente revocate. Tali misure mettono chiaramente a rischio la vita", ribadisce l'Alto commissariato alludendo in particolare alla recente "immobilizzazione delle navi umanitarie di salvataggio Alan Kurdi e Aita Mari" fermate dall'Italia: "Regolamenti e misure amministrative vengono utilizzati per impedire il lavoro delle Ong umanitarie".
Nei primi tre mesi dell'anno, si sono quadruplicate le partenze dalla Libia. Nonostante "i migranti che intraprendono questo viaggio hanno una gamma diversificata di esigenze di protezione sia in materia di diritti umani internazionali che di diritto dei rifugiati, incluso, il principio di non respingimento, che protegge tutti i migranti, indipendentemente dalla loro migrazione o stato di asilo", dal 9 aprile, sia l'Italia che Malta "hanno dichiarato i loro porti "non sicuri" per lo sbarco a causa del Covid-19".
Anche la Corte penale dell'Aia ha ribadito il quadro libico, che contempla gli interessi di gruppi criminali, signori della guerra e loro emissari rpesso il governo. Anche per questo l'Alto commissario per i Diritti umani chiede agli stati "una moratoria su tutte le intercettazioni e ritorni in Libia. In conformità con le nostre linee guida recentemente pubblicate su Covid-19 e sui migranti, ribadiamo che gli Stati devono sempre rispettare i loro obblighi ai sensi dei diritti umani internazionali e del diritto dei rifugiati".
di Carlo Lania
Il Manifesto, 9 maggio 2020
É sempre bufera sul provvedimento. Una nuova bozza di decreto restringe ulteriormente una possibile sanatoria. Quando ormai è pomeriggio e si è capito che l'accordo sulla regolarizzazione dei lavoratori stranieri è tutt'altro che raggiunto, Nicola Fratoianni la mette giù così: "Si procede a passo di gambero. Dichiarazioni, annunci e poi diversi passi indietro".
Il portavoce di Sinistra italiana non sbaglia. L'ultima bozza del decreto che dovrebbe riguardare non solo braccianti e quanti lavorano in agricoltura senza documenti, ma anche badanti, colf e baby sitter è più restrittiva rispetto a quella che l'aveva preceduta solo 24 ore prima, e se confermata rappresenterebbe un ulteriore cedimento di Pd e Iv alle richieste del M5S, contrario a qualsiasi tipo di sanatoria della quale gioverebbero - è bene chiarirlo - non solo lavoratori stranieri, ma anche decine di migliaia di italiani. Lavoratori che adesso vedono sfilarsi dalle mani la possibilità di emersione dal lavoro nero.
Poche parole rischiano di riaccendere le fibrillazioni in seno alla maggioranza e rendono tutto più difficile. Al secondo comma del primo e unico articolo del decreto si spiega infatti che verrà riconosciuto un permesso di soggiorno temporaneo ai cittadini stranieri ai quali sia scaduto il precedente permesso il 31 ottobre del 2019 e che possano dimostrare di essere entrati in Italia entro l'8 marzo 2020 a patto però, e qui è la restrizione che mancava nella precedente bozza di decreto, "abbiano svolto attività di lavoro nei settori" elencati nel successivo coma 3. Vale a dire, tra gli altri: agricoltura, allevamento e zootecnica, ma anche assistenza alla persona e lavoro domestico. Tutti settori nei quali, se impiegato a nero, difficilmente il cittadino straniero potrà dimostrare di aver lavorato. Un giro di vite che limita notevolmente quello che era l'obiettivo iniziale del provvedimento.
Sembrerebbe superato, invece, un altro dei punti di scontro all'interno della maggioranza come la durata del permesso di soggiorno temporaneo. Fin dall'inizio le ministre Bellanova (Agricoltura) e Lamorgese (Interni) avevano chiesto una durata di almeno sei mesi in modo da dare al lavoratore il tempo sufficiente per trovare un impiego stabile. Due mesi invece per la collega dal Lavoro Catalfo (M5S). La bozza circolata ieri lasciava ancora in sospeso il punto ma ci sarebbe un accordo per una durata di tre mesi al termine dei quali se il lavoratore avrà trovato un'occupazione stabile il permesso potrà essere convertito "in permesso di soggiorno per motivi di lavoro della durata minima di mesi quattro o per il periodo di lavoro contrattuale se superiore ai quattro mesi".
Si potrà accedere alla regolarizzazione sia in maniera autonoma, da parte del lavoratore, che attraverso i datori di lavoro previo pagamento di un contributo forfettario di 400 euro per ciascun lavoratore per gli onori connessi alla procedura di emersione, e di 300 euro per la richiesta del permesso di soggiorno.
Le ambizioni iniziali di arrivare a una regolarizzazione di 600 mila lavoratori tra braccianti, colf e badanti, si sono gradualmente ridotte passando prima 300 mila e adesso, se le restrizioni della bozza saranno confermate, a un numero al momento difficile da calcolare ma decisamente più basso. "Il rincorrersi di bozze, indiscrezioni, smentite e veti rischia di far perdere di vista un punto centrale, il provvedimento deve riguardare il numero più ampio possibile di persone.
Solo così si può corrispondere, in questa fase più che mai, all'interesse nazionale", ha commentato il deputato di +Europa Riccardo Magi. Per la campagna "Io accolgo" la regolarizzazione permetterebbe a "centinaia di migliaia di persone di sottoscrivere un contratto di lavoro, sottraendosi ai ricatti e allo sfruttamento del lavoro in nero". Ma a chiedere di coinvolgere il maggior numero di lavoratori è anche la Fillea Cgil.
"In edilizia abbiamo 400 mila lavoratori irregolari, di cui 198 mila migranti non comunitari, in particolare africani e dell'ex Jugoslavia" ha denunciato ieri il segretario generale, Alessandro Genovesi. "Se questi lavoratori non vengono regolarizzati non possiamo neanche applicare i protocolli di sicurezza e quindi dargli banalmente mascherine e igienizzanti, con il rischio di avere un scoppio di focolai di Covid 19 nei cantieri".
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 9 maggio 2020
Tre detenuti del carcere di Padova "Due Palazzi", tre uomini con percorsi diversi accomunati da errori compiuti, sofferenza e pentimento. Un percorso per costruire un futuro di riscatto: è l'itinerario tracciato da "Tutto il mondo fuori", documentario diretto da Ignazio Oliva e scritto con la collaborazione di monsignor Dario Viganò e don Marco Pozza, cappellano del penitenziario.
Vengono seguite le vicende dei tre protagonisti che, seppur molto diversi tra loro, riescono a riconoscere e assumersi la responsabilità di quanto causato alle vittime e alle loro famiglie, lavorando in carcere alla costruzione di un domani diverso rispetto al loro passato.
Nel documentario viene dato spazio anche agli incontri di don Marco Pozza con il direttore e gli operatori penitenziari del carcere "Due Palazzi". Si rivela così un mondo a più voci, fatto di opportunità e difficoltà, di situazioni critiche e di risorse da valorizzare.
"Attraverso le testimonianze del cappellano e dei tre detenuti - spiega il regista Oliva - raccontiamo come il percorso di lavoro offerto da questa eccellenza carceraria permetta di ritrovare dignità, tramite l'impegno del tempo detentivo con attività utili agli altri e a sé stessi. Obiettivo del documentario - aggiunge - è esplorare e valorizzare l'importanza del lavoro dentro e fuori dall'istituto che diventa strumento essenziale per la rieducazione per i detenuti e per il loro possibile reinserimento nella società".
"Tutto il mondo fuori", le cui riprese sono state concluse prima del lockdown, sarà trasmesso in prima tv assoluta sul canale Nove del digitale terrestre mercoledì 13 maggio alle 21.25. Ad anticipare la messa in onda un omonimo digital talk, in programma questo pomeriggio sul sito e sulla pagina Facebook di Uninettuno, durante il quale verranno discussi i temi affrontati dal documentario.
unicef.it, 9 maggio 2020
85 minorenni sono stati rilasciati nel Sud Sudan nel quadro delle azioni per decongestionare le carceri, una delle misure di contenimento del Covid-19. I ragazzi scarcerati sono tornati dai loro genitori e tutori legali. Altri 11 minorenni rimangono in detenzione nel paese africano, a causa della gravità dei reati di cui sono accusati. Mentre vengono segnalati nuovi casi di detenzione di bambini e ragazzi, l'Unicef e la missione di peacekeeping delle Nazioni Unite in Sud Sudan (Unmiss) continuano a chiedere il rilascio immediato dei minori, in linea con le recenti linee-guida sulle azioni che le autorità possono intraprendere per proteggere i bambini privati della loro libertà durante la pandemia.
In Sud Sudan le prigioni sono sovraffollate, con scarso accesso a servizi igienici, nutrizione e cure mediche - condizioni altamente favorevoli alla diffusione di malattie infettive come il Covid-19. I bambini detenuti sono inoltre più vulnerabili ad abbandono, abuso e violenza di genere, soprattutto se i livelli dello staff o delle cure subiranno impatti negativi a causa della pandemia o delle misure di contenimento.
"I bambini hanno un bisogno speciale di protezione e il loro benessere deve essere assicurato," ha dichiarato Mohamed Ag Ayoya, Rappresentante Unicef in Sud Sudan. "Con il rischio di contagi da Covid-19, il modo migliore di rispettare i diritti dei bambini a condizioni di vita in sicurezza e salute è farli ritornare a casa, dove le loro famiglie possono prendersene cura". Il rilascio è frutto della collaborazione tra Unicef, Unmiss, magistratura sud-sudanese e il locale Ministero per le questioni di genere, l'infanzia e l'assistenza sociale: partner importanti per l'Unicef che lavorano per migliorare il sistema giudiziario minorile del Sud Sudan.
Nel paese manca un sistema di giustizia minorile che prenda in considerazione i bisogni speciali dei bambini in conflitto con la legge, indipendentemente dal fatto che siano colpevoli o meno. Troppi bambini sono detenuti per reati minori e molti scontano la loro pena insieme con gli adulti, circostanza che rappresenta una chiara violazione dei diritti umani dell'infanzia.
"Dobbiamo stabilire un sistema a misura di bambino che rispetti i loro diritti anche quando sono in conflitto con la legge" prosegue Ayoya. "Contemporaneamente, dobbiamo prevenire innanzitutto che i bambini commettano reati, individuando le cause principali come povertà, mancanza di istruzione e opportunità future."
Nel Sud Sudan l'Unicef lavora a un progetto pilota affinché si ricorra alla detenzione dei minorenni solamente come extrema ratio, privilegiando misure alternative alla reclusione. La formazione delle forze dell'ordine sui diritti dei bambini, il Sud Sudan Child Act e approcci a misura di bambino hanno l'obiettivo di ridurre il numero dei bambini e dei ragazzi detenuti e a fornire un migliore sostegno ai bambini entrati in conflitto con la legge.
lpost.it, 9 maggio 2020
In Sudafrica circa 19mila detenuti saranno scarcerati per cercare di fermare la diffusione del coronavirus nelle carceri del Paese. Ad annunciarlo è stato il presidente Cyril Ramaphosa che ha risposto a un appello delle Nazioni Unite per la riduzione della popolazione carceraria in modo da poter garantire il distanziamento fisico indispensabile per contrastare il virus.
"In Sudafrica - ha spiegato Ramaphosa - come in molti altri paesi, nelle carceri si è assistito a focolai di infezioni da coronavirus tra detenuti e personale". La libertà condizionale sarà concessa ai detenuti considerati a basso rischio di pericolosità sociale e che hanno scontato un periodo minimo di detenzione. I detenuti condannati all'ergastolo o per reati gravi, tra cui quelli sessuali, per omicidio o tentato omicidio, violenza di genere e abusi sui minori non potranno ottenere la scarcerazione. Il Sudafrica ha una popolazione carceraria di 155mila detenuti. In tutto in Sudafrica i casi di contagio da coronavirus rilevati sono 8.232 e i morti 161.
di Carmelo Palma
linkiesta.it, 8 maggio 2020
Il ministro Bonafede ha prima tolto i detenuti anziani e malati dalle carceri, che magari non avrebbero avuto accesso alle cure da casa, per poi cambiare idea e volerli riportarli dentro. Così, se periranno in galera di Covid-19, potrà dimostrare che lui è davvero contro la mafia.
di Rocco Vazzana
Il Dubbio, 8 maggio 2020
Su 376 "boss" usciti durante la pandemia, 196 non hanno ancora una condanna definitiva, di questi, in 125 aspettano una sentenza di primo grado. La "lista Basentini", l'elenco dei 376 "boss" finiti ai domiciliari nella fase della pandemia, non ha ancora finito di dividere il Paese che già sbuca un nuovo elenco.
di Federica Olivo
huffingtonpost.it, 8 maggio 2020
Un magistrato di sorveglianza e un docente di diritto penitenziario spiegano perché l'annunciato decreto contro la scarcerazione dei boss non ha senso, né avrà effetti.
"Sono stupito dal fatto che i magistrati di sorveglianza non vengano considerati come gli altri colleghi. Immagini se un giorno, per decreto legge, si stabilisse che una sentenza di condanna o di assoluzione va rivalutata. Cosa succederebbe? Ci sarebbe una sollevazione. Una legge non può dire che una decisione del giudice è sbagliata. Ricorda il caso Englaro?".
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