governo.it, 10 maggio 2020
Misure urgenti in materia di detenzione domiciliare o differimento dell'esecuzione della pena, nonché in materia di sostituzione della custodia cautelare in carcere con la misura degli arresti domiciliari, per motivi connessi all'emergenza sanitaria da Covid-19, di persone detenute o internate per delitti di criminalità organizzata di tipo mafioso o terroristico o per delitti di associazione a delinquere legati al traffico di sostanze stupefacenti o per delitti commessi avvalendosi delle condizioni o al fine di agevolare l'associazione mafiosa, nonché di detenuti e internati sottoposti al regime previsto dall'articolo 41bis della legge 26 luglio 1975, n. 354, nonché, infine, in materia di colloqui con i congiunti o con altre persone cui hanno diritto i condannati, gli internati e gli imputati (decreto-legge).
Il Consiglio dei Ministri, su proposta del Presidente Giuseppe Conte e del Ministro della giustizia Alfonso Bonafede, ha approvato un decreto-legge che introduce misure urgenti in materia di detenzione domiciliare o differimento dell'esecuzione della pena, nonché in materia di sostituzione della custodia cautelare in carcere con la misura degli arresti domiciliari, per motivi connessi all'emergenza sanitaria da Covid-19, di persone detenute o internate per delitti di criminalità organizzata di tipo mafioso o terroristico o per delitti di associazione a delinquere legati al traffico di sostanze stupefacenti o per delitti commessi avvalendosi delle condizioni o al fine di agevolare l'associazione mafiosa, nonché di detenuti e internati sottoposti al regime previsto dall'articolo 41bis della legge 26 luglio 1975, n. 354, nonché, infine, in materia di colloqui con i congiunti o con altre persone cui hanno diritto i condannati, gli internati e gli imputati.
Il decreto modifica il regime relativo al beneficio della detenzione domiciliare per gli imputati in custodia cautelare e per i condannati, nonché, per questi ultimi, a quello del differimento della pena, nei casi di reati associativi a fini sovversivi, di terrorismo, di tipo mafioso o connessi al traffico di stupefacenti. Il testo prevede che, nel caso in cui tali benefici siano concessi per motivi connessi all'emergenza sanitaria da Covid-19, il magistrato di sorveglianza o il tribunale di sorveglianza che ha adottato il provvedimento, acquisito il parere del Procuratore distrettuale antimafia del luogo in cui è stato commesso il reato e, in specifici casi, del Procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo, valuta la permanenza dei motivi legati all'emergenza sanitaria entro il termine di quindici giorni dall'adozione del provvedimento e, successivamente, con cadenza mensile. La valutazione è effettuata immediatamente, anche prima della decorrenza dei termini indicati, nel caso in cui il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria comunichi la disponibilità di strutture penitenziarie o di reparti di medicina protetta adeguati alle condizioni di salute del detenuto o dell'internato ammesso alla detenzione domiciliare o ad usufruire del differimento della pena.
Inoltre, il testo prevede che, ai fini dell'eventuale revoca del beneficio, l'autorità giudiziaria debba prima sentire l'autorità sanitaria regionale, in persona del Presidente della Giunta della Regione, sulla situazione sanitaria locale e acquisire, dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, informazioni in ordine all'eventuale disponibilità di strutture penitenziarie o di reparti di medicina protetta in cui il condannato o l'internato ammesso alla detenzione domiciliare o ad usufruire del differimento della pena possa riprendere la detenzione o l'internamento senza pregiudizio per le sue condizioni di salute. L'autorità giudiziaria provvede quindi a valutare se permangano i motivi che hanno giustificato l'adozione del provvedimento di ammissione alla detenzione domiciliare o al differimento di pena, nonché la disponibilità di altre strutture penitenziarie o di reparti di medicina protetta idonei ad evitare il pregiudizio per la salute del detenuto o dell'internato. Il provvedimento con cui l'autorità giudiziaria revoca la detenzione domiciliare o il differimento della pena è immediatamente esecutivo. Tale normativa si applica anche ai provvedimenti già adottati.
Infine, il decreto prevede che, al fine di consentire il rispetto delle condizioni igienico-sanitarie idonee a prevenire il rischio di diffusione del Covid-19, negli istituti penitenziari e negli istituti penali per minorenni, a decorrere dal 19 maggio e sino al 30 giugno 2020, i colloqui con i congiunti o con altre persone cui hanno diritto i condannati, gli internati e gli imputati, possono essere svolti a distanza, mediante, ove possibile, apparecchiature e collegamenti di cui dispone l'amministrazione penitenziaria e minorile o mediante corrispondenza telefonica. Il direttore dell'istituto penitenziario e dell'istituto penale per minorenni, sentiti, rispettivamente, il provveditore regionale dell'amministrazione penitenziaria e il dirigente del centro per la giustizia minorile, nonché l'autorità sanitaria regionale in persona del Presidente della Giunta della Regione stabilisce, nei limiti di legge, il numero massimo di colloqui da svolgere con modalità in presenza, fermo il diritto dei condannati, internati e imputati ad almeno un colloquio al mese in presenza di almeno un congiunto o altra persona.
di Riccardo Lo Verso
livesicilia.it, 10 maggio 2020
Secondo Giovanni Fiandaca non c'è alcun allarme scarcerazioni e la politica sa solo urlare. Nessuno scandalo, nessun allarme per le scarcerazioni. Per Giovanni Fiandaca i problemi dell'Italia sono altri e la politica non li affronta. Si preferisce piuttosto urlare e polemizzare. Quello di Fiandaca è un pensiero dalla doppia prospettiva, di professore ordinario di Diritto penale e di garante dei diritti degli attuali seimila detenuti siciliani.
Che ne pensa delle scarcerazioni e delle polemiche che hanno scatenato?
"Che sono tutte polemiche retoriche. La situazione è ben diversa da quella che viene descritta, ci sono solo tre detenuti al 41bis che sono stati scarcerati. Le questioni vanno affrontate nella loro portata reale. I problemi ci sono, ma così si fa solo confusione. Ed invece si è polemizzato pure con la magistratura di sorveglianza che darebbe più importanza alla tutela della salute dei detenuti a scapito della sicurezza dei cittadini. Il vero problema è strutturale. Non sono stati affrontati adeguatamente né la questione del sovraffollamento carcerario, né il tema del sistema carcerario nel suo complesso. Un sistema che funziona a macchia di leopardo. Alcune carceri hanno gravi deficit. Non c'è sempre la possibilità che un boss malato e anziano abbia una collocazione sanitaria interna al sistema carcerario".
Quello strutturale non è un problema di immediata risoluzione. Nel frattempo che si fa?
"Di sicuro non si può sottovalutare la tutela della salute dei detenuti perché sono mafiosi. Lo impedisce la Costituzione".
Ma se alcuni boss tornano liberi non si finisce per non garantire la sicurezza dei cittadini a cui lei stesso faceva prima riferimento?
"Va valutato caso per caso. Il ritorno di un mafioso nel suo territorio di per sé non costituisce un pericolo. Se tornano soggetti anziani e ammalati non è affatto automatico che riprendano un ruolo di comando. Un ottantenne molto ammalato, con scadenza pena vicina (un esempio concreto è quello di Francesco Bonura, boss del rione Uditore di Palermo ndr) non è onnipotente ed emancipato dagli altri limiti di vulnerabilità a cui tutti, anche i non mafiosi, siamo soggetti. Come fa a recuperare la sua pericolosità?
Ci sono però tanti casi di boss che una volta scarcerati, anche se anziani, tornano al potere...
"Per questo dico che va fatta una valutazione in concreto, caso per caso".
Il ministro della Giustizia ha previsto nuove norme per bloccare le scarcerazioni. Che ne pensa?
"La nuova norma avrà un effetto simbolico, d'immagine, nel tentativo di rassicurare l'opinione pubblica e salvare il proprio posto di ministro. Non può essere retroattiva, non può rimandare gli scarcerati in carcere, ma si applicherà solo per i casi futuri. La Corte Costituzionale ha stabilito che il divieto di retroattività in materia penale vale anche per le norme che disciplinano l'esecuzione della pena. Già oggi le norme vigenti del diritto penale e penitenziario consentono di rivalutare la situazione di pericolosità del soggetto, l'evolversi delle sue condizioni di salute e dell'emergenza sanitaria nei contesti territoriali e di vita nelle carceri. Si pensa poi ad una valutazione mensile delle singole posizione che ingolferebbe e aggraverebbe il lavoro. Si ricorre ad una nuova norma di scarsa efficacia per risolvere un problema che è dipeso dalle carenze strutturali delle carceri e dalle difficoltà del Dap nell'affrontare l'imprevista emergenza. La norma contribuirà a ridimensionare l'incapacità del ministero e del Dap di affrontare un grave problema, anche se bisogna riconoscere che non era facile affrontare un'emergenza alla luce della situazione disastrosa delle carceri".
Sta difende il dimissionario capo del Dap Francesco Basentini, o mi sbaglio?
"Ne avevo individuavo i limiti di competenza carceraria, ma l'emergenza è stata imprevista e non rendeva facile il lavoro".
Tra le situazioni che avrebbero fatto emergere i limiti di competenza di Basentini i più critici inseriscono la circolare con cui il Dap chiedeva di conoscere l'età e la condizione dei detenuti. Ed invece avrebbe finito per essere un via libera alle scarcerazioni. È d'accordo?
"Per niente. L'antimafia più critica ha visto nella lettera del Dap un invito rivolto alla magistratura ed invece è stata l'unica cosa giusta in prospettiva di tutela della salute. Le critiche arrivano dall'unilaterale convinzione dell'antimafia che debba prevalere la tutela della sicurezza".
Ora non c'è più Basentini, ma Dino Petralia..
"È una persona di grande equilibrio".
Equilibrio, forse è proprio questo che è mancato?
"Ed è necessario, il mondo delle carceri è difficile. Se non c'è equilibrio e non si bilanciano tutti i valori e le esigenze in gioco si opera male. Non è razionale porre l'antimafia più rigorosa come criterio generale di gestione delle carceri dove ci sono tante tipologie di detenuti che con la mafia non hanno nulla a che fare. La gestione carceraria non può essere improntata alla sola lotta alla mafia, perché è molto più complessa e serve visione di insieme. Non serve la lotta alla mafia, ma capacità di gestire migliaia di detenuti e migliaia di persone che lavorano nelle carceri".
Lei parla di equilibrio, necessità di garantire la tutela della salute e la sicurezza dei cittadini, ma sul nostro sistema carcerario continuano a piovere critiche dall'Europa per la disumanità dei trattamenti detentivi. Ancora oggi le decisioni adottate per Riina e Provenzano dividono...
"Non aveva e non ha senso tenere in carcere un mafioso malato. Il modello della lotta alla mafia ha un'efficacia simbolica che risponde all'emotività".
Abbiamo il dovere di considerare il dolore di chi ha perso una persona cara ammazzata dai mafiosi..
"C'è la mia totale e piena comprensione dal punto di vista umano e non mi permetto di giudicare, ma per gestire il mondo carcerario non serve il modello della lotta alla mafia, serve altro".
La politica in molti casi sembra seguire gli umori della gente, a volte assecondare la piazza?
"C'è un decadimento politico e culturale derivato dal fatto che la crisi economica ha fatto esplodere nelle persone sentimenti di frustrazione, rancore, aggressività, risentimento. Sono tutti sentimenti comprensibili dal punto di vista umano. Le forze politiche populiste strumentalizzano questi sentimenti e li canalizzano nella ricerca dei nemici sociali come i mafiosi, i corrotti, sino a decidere di chiamare una legge spazza-corrotti, per altro tecnicamente molto modesta. Il diritto penale non è lo strumento più efficace per affrontare e risolvere problemi e i mali sociali come noi penalisti diciamo da tempo. La strumentalizzazione del diritto penale a fini politici è sbagliata. Si illude la gente che i problemi strutturali si risolvono o si riducono con le condanne. La giustizia penale serve per coprire le incapacità della politica di risolvere in problemi. Secondo alcuni, la giustizia penale è un ansiolitico per l'opinione pubblica, la pilloletta sedativa per le frustrazioni delle persone".
Come dire che la politica si limita ad asseconda l'opinione pubblica..
"Una delle cause della crisi della politica e della incapacità di affrontare i problemi deriva dalla soggezione di dare risposte all'opinione pubblica. Se l'opinione pubblica dice di avere paura delle scarcerazioni la politica dovrebbe spiegare che le paure sono sbagliate, fare un'opera di pedagogia collettiva. La politica non deve essere il riflesso dell'opinione pubblica, ma deve cercare di educarla. In questo caso bisogna spiegare alle persone allarmate la necessità di fare un bilanciamento fra sicurezza e salute tale per cui dobbiamo accettare che un certo numero di detenuti debba andare in detenzione domiciliare".
Un'ultima cosa, posso chiederle cosa ne pensa dello scontro fra il ministro Alfonso Bonafede e il magistrato del Csm Antonino Di Matteo?
"Non è un tema importante, ma solo una perdita di tempo"
di Leandro Del Gaudio
Il Mattino, 10 maggio 2020
Non ha dubbi il magistrato napoletano Catello Maresca, a proposito degli effetti del cosiddetto cura Italia applicato alle carceri: "Grazie a questo impianto normativo, stanno uscendo anche i mafiosi: si tratta di una sorta di indulto mascherato che offre anche ai condannati per mafia la possibilità di tornare a casa con almeno un anno e mezzo di anticipo rispetto al fine pena".
Cosa la spinge a pensare che il Cura Italia sia un assist ai mafiosi? Non trova che sia stato chiarito che il Cura Italia non valga per chi sta scontando reati per fatti di mafia?
"Le rispondo con un esempio pubblicato dal suo giornale. Prendiamo il provvedimento adottato dai giudici del Tribunale di Sorveglianza di Torino, in favore di Antonio Noviello (condannato a 9 anni e 4 mesi), un caso che rischia di fare da apripista: condannato come esponente dei casalesi, si ritrova a casa con un anno e mezzo di anticipo. La sua posizione è simile a quella di tanti altri detenuti che possono aspirare a lasciare le celle, approfittando degli sconti del Cura Italia".
Su cosa fa leva la sua convinzione?
"Leggiamo il provvedimento dei giudici di Sorveglianza di Torino, il cui lavoro - lo dico con sincerità piena - va sempre rispettato. Ebbene, scrivono i giudici: "Rilevato che l'istanza è ammissibile poiché la pena residua è inferiore a 18 mesi di reclusione e le condanne relative a reati ostativi risultano interamente espiate". Più chiaro di così".
Ci può spiegare in cosa consiste il ragionamento dei magistrati?
"Detto in modo più semplice, ci sono detenuti che stanno scontando condanne cumulate per più reati, per diverse tipologie di fatti: quelli di mafia, consumati in nome e per conto di un clan; e reati comuni, consumati individualmente, magari al di fuori di una logica di asservimento al boss di turno. In questo senso, si reputano già scontate le pene legate ai reati "ostativi", quelli di mafia, mentre si condonano quelle pene consumate da delinquente comune".
Pensa che il caso di Noviello possa rappresentare un unicum? O immagina che ci possano essere altre posizioni di questo tipo?
"Per me Noviello è un caso da manuale, che rischia di essere seguito da altri detenuti che hanno questo profilo e non è detto che, tra cumuli e continuazioni, non ci siano tanti altri provvedimenti di questo tipo adottati dai Tribunali di mezza Italia".
Poteva essere un fatto difficile da prevedere, vista la necessità di evitare un impatto drammatico del virus nelle carceri...
"Capisco le condizioni di emergenza, ma questo epilogo era largamente prevedibile, alla luce di quanto è avvenuto in Italia, con i vari indulti e indultini".
A cosa fa riferimento?
"In Italia è già accaduto in tantissimi casi. Guardi che è storia recente. Parlo dell'indulto del 2005-2006 e quello del 2010, quando abbiamo registrato la stessa traiettoria di scarcerazioni: sconti ai detenuti comuni; poi via via hanno lasciato la cella anche i mafiosi, sempre grazie allo scorporo delle pene o alla detenzione in continuazione con altri reati".
Cosa fare in questa condizione?
"Ho una proposta. Se stanno pensando a un decreto legge, è venuto il momento di inserire una modifica del Cura Italia, per tamponare altre scarcerazioni, alla luce delle richieste che potranno essere prodotte nelle prossime settimane".
di Teresa Valiani
Redattore Sociale, 10 maggio 2020
La panoramica nazionale e internazionale nell'intervista a Vito Minoia, presidente del Coordinamento nazionale Teatro in Carcere. "Stiamo ripartendo ed è una grande sfida". Primi collegamenti online, scambio di materiale via web e per posta ordinaria, didattica a distanza: le compagnie teatrali aderenti al Coordinamento nazionale Teatro in Carcere riaccendono i motori da nord a sud del Paese e riprogrammano le attività dei palcoscenici rinchiusi. Mentre il resto d'Europa continua a guardare all'esperienza italiana come a un esempio da seguire.
L'emergenza sanitaria ha costretto tutti a uno stop improvviso, ma agli ingressi vietati non sempre è corrisposto un distacco totale tra interno ed esterno. "L'avvio della fase due - racconta Vito Minoia, presidente del Coordinamento nazionale - rappresenta una svolta perché molte compagnie hanno chiesto e ottenuto la possibilità di tornare a scambiare materiali e riprendere a sviluppare attività a distanza con i detenuti che partecipano ai laboratori".
Qui Pesaro. A Pesaro, cuore del Coordinamento nazionale, "come Teatro Aenigma - prosegue Minoia -, abbiamo appena intrapreso con la Compagnia 'Lo Spacco' un lavoro su Teatro e Basket attraverso le narrazioni dello scrittore Emiliano Poddi, con il coinvolgimento di studenti universitari di Urbino.
Stiamo poi seguendo una seconda Compagnia originatasi nella Terza Sezione con un progetto di autopedagogia liberamente ispirato al testo 'E solo Nina applaude ancora' di Michele Rossini. Ai due gruppi abbiamo fatto pervenire, grazie all'Area Pedagogica del carcere, materiali di lavoro, ricominciando da Shahid Nadeem e dalla Giornata internazionale del Teatro, e avviato una corrispondenza".
Qui Venezia. Anche il regista teatrale Michalis Traitsis di 'Balamòs Teatro', che sta portando avanti due progetti sia al femminile alla Giudecca, sia nell'istituto maschile di Santa Maria Maggiore, ha riallacciato i contatti con le persone recluse. "A Venezia - spiega Traitsis - sono state avviate corrispondenze, in attesa del potenziamento delle linee telefoniche, per permettere la conclusione dell'anno scolastico e dei corsi di istruzione. Al maschile siamo riusciti a svolgere anche collegamenti telefonici e Skipe per sviluppare con i detenuti scritture drammaturgiche sul tema del sogno".
Qui Gorgona. Sull'isola toscana, Gianfranco Pedullà, regista del Teatro Popolare d'Arte di Firenze, sta lavorando con un gruppo di detenuti a un progetto sul rapporto tra l'uomo e il mare, con riferimento a Pietro Citati, che vedrà la costruzione di una performance su 'Ulisse Nero'.
"Fissiamo un appuntamento telematico con il gruppo mediato dall'educatore - racconta il regista - ci salutiamo e leggiamo i testi attinenti allo spettacolo in costruzione che riguardano il tema di Ulisse e il mare. Con i miei collaboratori conduciamo l'incontro, i partecipanti si avvicinano a turno al microfono e leggono anche loro. Io li aiuto nella dizione e soprattutto nel ritmo del parlato e nella tecnica migliore per imparare a comunicare il testo. Conclude l'incontro il lavoro con il musicista che fa ascoltare brani famosi o meno famosi sullo stesso tema e discute con i reclusi il senso dei testi".
Qui Palermo. In Sicilia, Claudia Calcagnile, regista della Compagnia 'Oltremura', che opera nella sezione femminile del Pagliarelli, ha sviluppato nelle ultime settimane una ricerca sul tema della Trasformazione, con #libereincamera, un piccolo atto poetico, una ricerca condivisa attraverso la produzione di fotografie e testi, un "esercizio di creazione collettiva", come lo definisce la regista che attende di avere la possibilità di condividerlo a distanza con le detenute.
Nel resto del mondo. "I collegamenti internazionali della Rete "International Network Theatre in Prison" - spiega Vito Minoia - raccontano che in questa fase è difficile avere contatti e riprendere un'attività, considerando la grande emergenza in corso. I colleghi della Compagnia Jubilo di Wroclaw (Polonia) diretta da Diego Pileggi me lo hanno ribadito proprio in queste settimane.
Mentre dall'Inghilterra guardano al nostro Coordinamento italiano con grande ammirazione e rispetto (di pochi giorni fa l'intervista https://www.theatreinprison.org/post/educational-theatre-for-a-new-quality-of-life di Nick Awde a Minoia per raccontare l'esperienza italiana ndr). Proprio ieri - prosegue il presidente del Coordinamento nazionale - ho avuto uno scambio con Curt Tofteland che da oltre 25 anni coordina negli Stati Uniti il qualificato progetto Shakespeare Behind Bars in Michigan, dove vive e lavora, oltre che in Kentucky e Illinois.
Mi diceva che le carceri sono tutte bloccate e che ci vorranno mesi prima di riuscire a far ripartire tutto. In queste ore sono in contatto anche con Jean Trounstine (vincitrice a Urbania del Premio internazionale Gramsci per il Teatro in Carcere 2018) che insegna al Middlesex Community College di Bedford, in Massachussetts e opera anche come attivista per i diritti delle persone private della libertà personale. In un dialogo con il collega Walter Valeri, Jean ci fa sapere quanto stia dilagando il contagio e del lavoro incessante dei Servizi legali del Massachussetts, l'organo ufficiale che controlla e opera perché vengano rispettati i diritti dei detenuti".
"Due giorni fa - conclude Vito Minoia - ho sentito anche la collega Jaqueline Roumeau Cresta, coordinatrice di CoArtRe, a Santiago, e mi ha confermato che anche in Cile il lavoro teatrale in carcere è bloccato per la quarantena, senza alternative". Per facilitare la comunicazione internazionale, la pagina Facebook del Coordinamento nazionale sarà continuamente aggiornata e in grado di diffondere le iniziative e i progetti che in questo periodo complesso tendono verso un'unica direzione: l'avvio di una nuova fase che rappresenta una grande sfida per tutti.
di Antonella Mascali
Il Fatto Quotidiano, 10 maggio 2020
Lo stop del 2 maggio funziona. E non tutto dipendeva da Basentini. C'è perfino chi ha adombrato una nuova trattativa tra Stato e mafia ma le scarcerazioni legate al rischio coronavirus, in realtà, si sono già fermate o quasi.
Nell'ultima settimana, tra il 2 e il 9 maggio ce n'è stata solo una. È andato ai domiciliari un detenuto del circuito "alta sicurezza AS3" e poiché sembra che non sia stato chiesto il parere obbligatorio della Dda, come prevede il decreto Bonafede di aprile, il Guardasigilli ha avviato accertamenti.
Quest'unica scarcerazione è un dato significativo se si pensa che negli ultimi due mesi sono andati ai domiciliari 376 detenuti, quasi tutti del circuito "alta sicurezza" dove stanno gregari delle cosche e narcotrafficanti e solo tre mafiosi al 41bis. Come si spiega?
Il 2 maggio, giorno del suo insediamento, il nuovo vice capo Dap (Dipartimento amministrazione penitenziaria), Roberto Tartaglia, ex pm di Palermo, d'accordo con il ministro, dà l'input per una circolare ai direttori delle carceri affinché informino in tempo reale il Dipartimento e la Direzione nazionale antimafia di tutte le istanze dei detenuti al 41bis.
Al Dap "sarà inviata altresì la relazione sanitaria". Così ora il Dap monitora in tempo reale le istanze dei detenuti mafiosi e può intervenire tempestivamente se i giudici chiedono l'indicazione di una struttura sanitaria del circuito penitenziario.
Evitando il "concorso di colpa" avvenuto nel caso dei domiciliari alboss dei Casalesi Pasquale Zagaria, per il quale il Dap non aveva indicato in tempo una struttura al tribunale di Sorveglianza di Sassari che, in autonomia, ha mandato il camorrista agli arresti nel Bresciano, zona rossa Covid. E sempre la magistratura che decide, come da Costituzione.
Non si può, dunque, attribuire la responsabilità delle scarcerazioni neppure alla circolare del 21 marzo voluta da Francesco Basentini, l'allora capo del Dap poi rimosso. Lì si chiedeva ai direttori delle carceri, in virtù della pandemia, di indicare ai giudici i detenuti con una serie di patologie e sopra i 70 anni. Compresi i mafiosi, che, registrati, la usano per chiedere agli avvocati di presentare istanze di scarcerazione, come documentato dal Fatto.
Non ordinava affatto scarcerazioni, né avrebbe potuto, la circolare solo ricordava, in piena pandemia, l'articolo 11 dell'Ordinamento penitenziario che in caso di "sospetta di malattia contagiosa" richiede "interventi di controllo... compreso l'isolamento". Che al 41bis c'è già. Le istanze peraltro sono iniziate già prima. Quella di Pietro Pollichino, boss corleonese, è di dicembre ed è poi uscito ad aprile. Come un altro mafioso siciliano, Antonio Sudato, ai domiciliari già dal il 2 marzo.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 10 maggio 2020
Il presidente della Commissione antimafia dà credito alle parole del pentito Mutolo e apre un'istruttoria sulla presunta nuova trattativa. Peccato però che stavolta a trattare sarebbe un ministro 5Stelle. Su Il Dubbio lo avevamo previsto e scritto, come provocazione, all'indomani della famosa telefonata del magistrato Nino Di Matteo in diretta Tv che aveva messo in imbarazzo il ministro Alfonso Bonafede. Mettendo in fila la sequenza dei fatti che suscitarono tanto scandalo, avevamo individuato tutti gli elementi "logico teatrali" che avrebbero riportato in scena la trattativa Stato Mafia. Ci mancava un colpo d'ala, un nuovo filone che spiazzasse e fosse capace di catturare di nuovo l'attenzione degli spettatori, una specie di "Homeland" settima stagione direbbe Massimo Bordin.
Ed ecco qua che il colpo d'ala è arrivato. Il pentito Gaspare Mutolo, interpellato come se fosse un fine conoscitore dell'ordinamento penitenziario, ha detto la sua. In sostanza ha spiegato che, a suo avviso, le scarcerazioni dei boss mafiosi fanno parte della trattativa tra Stato e mafia. Una trattativa - sempre a detta sua - che in realtà non si sarebbe mai esaurita. Da fine conoscitore del Diritto penitenziario, ha spiegato che ora i boss potrebbero ritornare a delinquere.
I boss, come oramai è noto, non sono 376 ma ben tre. Tutti vecchi e malati terminali. Se fosse vera l'ipotesi di trattativa, come al solito ha partorito l'ennesimo topolino. Per giunta vecchio e decrepito. Ma poco importa. Nicola Morra, grillino e fan irriducibile del teorema giudiziario della presunta trattativa, ha subito fatto sapere all'agenzia Adnkronos che la Commissione Antimafia da lui presieduta non esclude di aprire un'istruttoria sulle parole di Mutolo. Siamo giunti così all'inimmaginabile. La commissione antimafia presieduta da un grillino potrebbe indagare sulla trattativa che sarebbe in corso tra lo Stato e la mafia.
Questa volta, però, il governo sotto accusa è quello dove c'è il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede che avrebbe permesso la scarcerazione dei mafiosi. Pensare che le scarcerazioni siano frutto di accordi con la mafia che avrebbe fatto pressione tramite le rivolte, è frutto di superficialità e mancanza di conoscenza.
Le rivolte sono provocate dal disagio che imperversa da sempre nelle nostre carceri e l'emergenza Coronavirus ha messo a nudo tutte le fragilità. I mafiosi sono per l'ordine all'interno delle carceri. La ribellione non è nel loro Dna. Le scarcerazioni non hanno ovviamente nulla a che fare nemmeno con quella famosa circolare del Dap, che è un atto amministrativo doveroso in un Paese civile.
I magistrati di sorveglianza e i Gip che hanno accolto l'istanza per il differimento pena sono stati indipendenti e lavorato avendo come via maestra la nostra costituzione italiana. Nessun pericoloso boss sanguinario è stato liberato. Nessuna regia occulta.
Karl Marx disse che la storia si ripete sempre due volte: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa. Prima c'era il ministro della giustizia Giovanni Conso, fine giurista e già presidente della Corte costituzionale, finito nella macchina del fango solo per aver far fatto rispettare una sentenza della Consulta che obbligava di valutare la proroga del 41bis caso per caso e non collettivamente. Oggi, invece, ad essere ingiustamente infangato c'è Alfonso Bonafede, avvocato e già vocalist presso diversi locali (fonte Wikipedia).
di Giovanni Verde
Corriere del Mezzogiorno, 10 maggio 2020
Di qua la politica, di là la giustizia. È poi vero? La nostra Costituzione sembra ritenerlo, avendo configurato la magistratura come un "ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere". Lasciamo da parte l'ambiguità della formula che contiene un bisticcio tra ordine e potere; lasciamo da parte le discussioni tra gli studiosi, che si arrovellano sulla maniera di tracciare una linea di confine di qualche consistenza tra attività esecutiva e di governo e attività giudiziaria.
Diamo un'occhiata al nostro piccolo quotidiano e allo scontro di questi giorni tra un pubblico ministero e il Ministro della giustizia. Un pubblico ministero ha reso pubblica la sua mancata nomina, due anni orsono, a direttore del Dipartimento degli affari penitenziari (Dap); nomina che, pur rientrando tra le prerogative del Ministro, tocca un punto nevralgico del nostro sistema di sicurezza sociale (oltre che di contrasto alla criminalità e di corretta gestione dell'attività sanzionatoria, perché i diritti dei carcerati, in quanto persone, non possono essere pretermessi).
Nel rendere pubblico l'accaduto egli ha (volente o nolente) fatto sì che il cittadino abbia percepito la sua mancata nomina come un cedimento del Ministro nei confronti dei carcerati mafiosi (quelli più pericolosi ed efferati di tutti), i quali avevano lasciato intendere che la nomina del magistrato avrebbe comportato disordini e rivolte nelle carceri.
È difficile dire se la difesa del Ministro sia convincente (a me è apparsa debole e imbarazzata). La macchia resta, così come è innegabile che la rivelazione abbia innestato la speculazione politica degli oppositori dell'attuale Governo.
Ciò rende evidente che la rivelazione del pubblico ministero non può essere catalogata tra i fatti neutri, che si giustificano per il solo fatto di essere oggettivamente veri. Il pubblico ministero nel farla ha compiuto un atto politico in senso pieno. Non tiriamo in ballo la trasparenza e l'obbligo di verità. Non c'era alcuna ragione che imponeva di rendere pubblico un fatto privato.
Di più. Infatti, due possono essere le spiegazioni al suo comportamento: o, non potendo ignorare le conseguenze della sua rivelazione, egli voleva deliberatamente mettere in difficoltà il Ministro oppure, vittima della cultura dell'atto dovuto (propria di chi nel nostro Paese svolge la funzione di pubblico ministero), non si è affatto posto il problema delle ricadute politiche delle sue dichiarazioni (pur non potendole ignorare).
Qualunque sia la corretta interpretazione dell'accaduto (per me la seconda è quella più vicina al vero), emerge ancora una volta il problema dello scollamento tra le istituzioni dello Stato; ossia il rischio che, all'epoca della Costituente, fu immaginosamente rappresentato come quello di un potere statale che a guisa di cometa impazzita si allontana dalla traiettoria fissata.
Insomma, il contrasto tra il Ministro e il pubblico ministero non può essere catalogato come una piccola vicenda in cui le ambizioni e l'amor proprio di ciascuno hanno avuto il sopravvento sul senso dello Stato. Perché mai, chiediamocelo, un magistrato (che con largo consenso dei colleghi è stato eletto al Csm) dovrebbe intervenire in una trasmissione televisiva in cui si discute delle responsabilità del Ministero nella gestione, in epoca di pandemia, del regime carcerario di condannati particolarmente pericolosi, per far sapere a tutti che il Ministro non volle nominarlo pure avendo egli dato la sua disponibilità? Un intervento del genere alimenta la sensazione che, essendo il governo dello Stato affidato alla politica, la magistratura ritenga di potere e dovere esercitare su quest'ultima una sorta di tutela.
Infatti, avendo il pubblico ministero lasciato intendere che se fosse stato nominato lui a quel posto l'accaduto non si sarebbe verificato, trasforma una questione politico-amministrativa in un problema giudiziario. Al contrario, dovremmo soltanto chiederci se la vicenda complessiva del trattamento di carcerati altamente pericolosi nell'epoca della pandemia sia stata gestita con la dovuta professionalità e competenza (e non con lo spirito di dilettanti allo sbaraglio). L'amministrazione del Dap non richiede supereroi o magistrati simbolo. Richiede amministratori capaci e competenti e un Ministro che sappia sceglierli e che sappia bene indirizzarli. Questo è il compito della politica. Senza interferenze.
di Giuseppe Maria Berruti
Corriere della Sera, 10 maggio 2020
Non è percepita la fase attraversata dal processo giudiziario inteso come accertamento della verità. Caro direttore, crisi come quella che attraversiamo sembrano fatte apposta per sottolineare il rilievo sociale delle funzioni pubbliche. Il dibattito continuo e ripetitivo non aiuta.
Ma è evidente che così come alla libertà si educa con la libertà sono il ragionamento e l'informazione che possono far giustizia delle ipotesi preconcette e della cattiva informazione. In questa confusa fase della storia vi è la particolarità italiana. Fatta di ritardi. Rispetto ai quali mi pare assurdo individuare delle responsabilità, se non in prospettiva storica. Oggi ciò che mi pare evidente è, oltre che l'assoluto predominio delle valutazioni di ordine sanitario ed economico, la scarsezza del dibattito giuridico su ciò che accade.
La complessità del rapporto fra le libertà costituzionali dell'individuo e con esso della nazione è percepita anche in modo strumentale. Penso all'applicazione dell'articolo 16 della Costituzione e cioè al principio per il quale la libertà di circolazione e di soggiorno del cittadino in qualunque parte del territorio nazionale può essere limitata solo con legge. Va da sé che primum vivere, postea cogitare. Ma mi pare altrettanto evidente che si dovrà ragionare che sull'applicazione che stiamo facendo, io credo in modo abbastanza corretto, dell'articolo 16 alla pratica quotidiana, anche sulla utilità di introdurre nel sistema l'ordine delle competenze.
Ciò che non è percepita è la fase che attraversa il processo giudiziario. Il processo come accertamento della verità, o come accertamento di una affermata responsabilità per fatto illecito o per debito. In questo momento la giustizia è ferma. I tribunali sono chiusi. Si sta rincorrendo la realtà in modo abbastanza convincente per quanto riguarda le necessità del processo penale. Nulla, che mi consti, avviene invece per quanto riguarda quell'essenziale meccanismo di governo della convivenza che è il processo civile. E soprattutto nulla emerge mediante una proposta della magistratura.
La magistratura non governa. Applica la legge interpretandola. Tuttavia l'autorevolezza che si è conquistata da che la Repubblica è stata fondata è talmente grande che sempre ha interloquito con il governo. E con il Parlamento. Per segnalare anche criticamente le necessità di chiarimento tecnico e politico. In questa fase io non sento indicazioni di questa natura da parte della magistratura. Magistratura e avvocatura sono perni della democrazia. Tacciono tutte le volte in cui il potere politico, divenuto illiberale, le comprime. Altrimenti si fanno sentire.
Io credo che l'invecchiamento del processo civile italiano stia dimostrando la propria strategica drammaticità proprio in questo momento che, per quanto estremo, potrebbe essere affrontato, quanto meno per periodi limitati, con strumenti legislativi e tecnologici adeguati al caso. Non è possibile a mio avviso dire puramente e semplicemente che riprenderemo a fare i processi nel mese di giugno, luglio, settembre, e così via. Non è possibile dire che un Paese per quattro, cinque o sei mesi, o più, rimanga senza la attualità della giustizia.
Non è possibile senza che si stabilizzi nell'opinione pubblica spaventata, e confusa nei valori che fondano la convivenza nazionale, un giudizio di inutilità. Perché, è verissimo che quando la gente si ammala e muore bisogna pensare anzitutto ai medici, agli ospedali, ai poveri e, per quanto mi riguarda, ai detenuti. Ma bisogna anche pensare con ragionevolezza e umiltà di fronte alla grandezza del problema, a come far funzionare ciò che è ordinario. La democrazia è ordinarietà. La sua essenza sta nei procedimenti che essa colloca dentro la vita dei soggetti. Il come fare, in democrazia, è fondamentale. Soprattutto nelle emergenze.
Perciò il silenzio pubblico e collettivo dei magistrati, mi colpisce. Sono certo che non mancano le idee. Ma non vedo, perlomeno non mi accorgo, di un'azione istituzionale della magistratura che si ponga a rispondere alla emergenza trattandola come problema. Appunto la emergenza da risolvere subito. E non da affrontarne le conseguenze quando sarà passata. Nell'illusione che dopo dell'emergenza venga la normalità. E che si torni alle udienze fissate e poi rinviate, alle tante sentenze scritte da ciascun magistrato, alla prevedibilità della lentezza.
Non ho suggerimenti. Sono un utente della giustizia. Le sentenze dei giudici servono al mio lavoro. Perché stabiliscono cosa dice la legge che applico. Dentro confronti e conflitti di interesse fortissimi, di straordinaria centralità dentro la vita economica e la democrazia. Perché la tutela corretta dell'investitore è la tutela del risparmio. Quella che l'articolo 47 della Costituzione ci impone. I giudici, gli avvocati, i processi, sono il diritto del Paese. Ora, mentre il coronavirus colpisce.
di Michele Passione*
Ristretti Orizzonti, 10 maggio 2020
Qualche giorno fa, il 27 aprile, dalle (immancabili) pagine del Fatto quotidiano Nando Dalla Chiesa (ex parlamentare, e tanto altro, che di professione fa il sociologo) ha usato parole offensive verso i Magistrati di Sorveglianza, accusandoli di "garrula superficialità... estremamente premurosi verso il detenuto, forse ancor più se dotato di prestigio criminale".
Muovendo l'autore dalla premessa di essere "divorato dalle mie allucinazioni domestiche", l'intollerabile definizione di "Magistrati di badanza", nonché il riferirsi a "pioggia di richieste di generosità che arriva dai loro avvocati... per ottenere grazie e indulgenze plenarie", avevo pensato che ciò fosse frutto di un effetto patogeno del lockdown, del quale abbiamo avuto icastiche descrizioni dalle vignette e parole di Michele Rech, nel suo Rebibbia Quarantine - post scriptum ("gli effetti collaterali della pur meritoria opera del Basaglia").
Archiviata la pratica - de minimis non curat praetor - il nostro non si è arreso.
Facendosi promotore di una petizione pubblica, dal sito di Antimafiaduemila, con l'accigliata espressione del detenuto domiciliare (come si definisce nel video), Dalla Chiesa disegna un nesso (frutto di allucinazioni di cui sopra) tra le rivolte di inizio marzo e le concessioni di provvedimenti di detenzione domiciliare (a suo dire dipendenti da improvvise - e ovviamente false! - condizioni di salute precarie, mai devolute prima al vaglio dei Giudici).
Quando ci sono delle cose gravi il pendolo prende una direzione e poi torna indietro, nei rapporti tra Stato e Mafia; citando Gherardo Colombo, il cui pensiero è sideralmente distante da queste espressioni intrise di luoghi comuni e condizionate da un'ossessione di vita e di morte, Dalla Chiesa si fa paladino dell'Antimafia che fa strame di leggi, Costituzione, separazione dei poteri.
Il pendolo oscilla, occorre impedire che torni indietro; bisogna riportarlo avanti. Verso la rupe Tarpea, si fa prima. Aveva ragione Sciascia.
Un uomo che non sa liberarsi della sua storia, e che pretende di condizionare quella degli altri; vittima per sempre, lui per primo, di quel paradigma vittimario in nome del quale la vittima è l'eroe del nostro tempo.
Non siamo certo qui ad invocare l'intervento di task force anti fake news; ognuno dica quel che vuole.
Ma chi insegna, deformando la realtà, e chi promuove petizioni per sollecitare l'interruzione di scarcerazioni facili e la detenzione domiciliare dei boss mafiosi, indossa il grembiule di pelle orlato di porpora, portando con sé gli strumenti del sacrifizio. Secondo l'Enciclopedia Treccani era l'abito dei vittimari, preposti a condurre la vittima all'ara, uccidere la bestia per estrarne i visceri da offrire alla lettura degli aruspici e preparare la porzione riservata agli dei. I vittimari costituivano una corporazione.
"Essere vittime dà prestigio, impone ascolto, promette e promuove riconoscimento, attiva un potente generatore di identità, diritto, autostima. Immunizza da ogni critica" (Gigioli).
"La vittima è titolare di una linea di credito inestinguibile. È legittimata alla protesta e al reclamo, obbligando gli altri alla risposta e alla giustificazione" (Pugiotto). A quel punto, Abele è legittimato a pronunciarsi sul destino di Caino
Con le parole di Procopio da Cesarea, "il crimine, quando gli si concede licenza, dilaga inarrestabile, se è vero che non lo si riesce a sradicare del tutto, nemmeno quando si colpisce severamente".
Non resta che attendere un decreto legge; l'ennesimo, scritto sotto dettatura (o dittatura).
*Avvocato
di Mons. Vincenzo Paglia
Il Dubbio, 10 maggio 2020
Dignità del lavoro, sicurezza sanitaria, vantaggio per l'economia. Sono le dimensioni che rendono ragione della regolarizzazione dei "clandestini". Si stima siano 600 mila persone. Sono invisibili solo per chi non vuole vederli. È una occasione che non deve essere sprecata per visioni miopi. Gli aspetti in campo a mio avviso sono tre: la dignità del lavoro, la sicurezza sul piano sanitario, la dimensione economica. Vediamole una per una.
La dignità del lavoro non va neppure discussa. Un grande paese come l'Italia deve assicurare lavoro per tutti. È un dettato costituzionale che fa parte della grande tradizione cristiana e umanistica di un paese come l'Italia. Il lavoro è parte integrante della dignità di ogni persona e della stabilità della stessa società. Lo sfruttamento è il suo opposto. La disgrega irrimediabilmente. Occorre mettere subito un freno allo sfruttamento. Papa Francesco lo ha ripetuto ancora una volta mercoledì: "In occasione del 1° maggio, ho ricevuto diversi messaggi riferiti al mondo del lavoro e ai suoi problemi. In particolare, mi ha colpito quello dei braccianti agricoli, tra cui molti immigrati, che lavorano nelle campagne italiane. Purtroppo tante volte vengono duramente sfruttati.
È vero che c'è crisi per tutti, ma la dignità delle persone va sempre rispettata. Perciò accolgo l'appello di questi lavoratori e di tutti i lavoratori sfruttati e invito a fare della crisi l'occasione per rimettere al centro la dignità della persona e la dignità del lavoro". Il 22 settembre 2013, a Cagliari, incontrando i lavoratori aveva anticipato come questo tema sarebbe stato al centro del suo magistero. "Dove non c'è lavoro, manca la dignità! E questo non è un problema della Sardegna soltanto - ma c'è forte qui! - non è un problema soltanto dell'Italia o di alcuni Paesi di Europa, è la conseguenza di una scelta mondiale, di un sistema economico che porta a questa tragedia; un sistema economico che ha al centro un idolo, che si chiama denaro". Il cardinale Bassetti l'altro ieri lo ha ribadito: non dimentichiamo queste persone e troviamo la strada per una loro messa in regola.
Sul fronte della sicurezza sanitaria abbiamo una situazione quantomeno contraddittoria. Da una parte sono state introdotte e fatte rispettare regole rigorose di distanziamento sociale e stiamo tutti constatando i vantaggi ottenuti in termini di contenimento e riduzione dei contagi, in vista di una ripresa delle attività economiche, commerciali, sociali. Come possiamo pensare, allora, di avere 600 mila persone in qualche modo fuori controllo? Gli irregolari, anche se invisibili, esistono sul territorio. Hanno alle spalle storie di vita complicate, dolorose, difficili.
Non possono continuare a restare ultimi, anzi come degli scarti. Vanno fatti emergere dalla zona grigia della loro irregolarità, uno per uno. Lo dicono le norme più elementari della sicurezza sanitaria per tutti noi. Non sono un tecnico della sanità, ma credo sia davvero irresponsabile lasciare questa bomba pronta per esplodere. Del resto, sappiamo tutti per esperienza diretta, che il coronavirus non conosce confini e non fa distinzione di persone. C'è bisogno di una saggezza in più in un momento di emergenza come quello che stiamo vivendo.
Sul fronte dell'economia la regolarizzazione è certamente vantaggiosa per il paese. È un ritornello che gli economisti da tempo ripetono. E credo che su questo il consenso sia largo. Nel Decreto in discussione, peraltro, saggiamente è compresa la regolamentazione anche degli italiani. Di tutti coloro che possono avere un contratto di lavoro. Credo che la pandemia cambi le carte in tavola, nel senso di spingere a regolarizzare il numero più alto possibile. Aiutando poi a trovare il lavoro chi non lo avesse al momento. Insomma la regolarizzazione aiuta l'economia e frena il contagio. C'è poi una lezione che dobbiamo apprendere da questo tempo: non possiamo continuare a comportarci come se gli obiettivi economici e finanziari fossero del tutto slegati dalla concreta realtà dei nostri territori e dalla visione di una società che non scarti nessuno.
Per restare al nostro caso, tanti lavoratori stagionali sono ormai parte integrante della nostra economia e lo sappiamo bene tutti: cittadini comuni, imprenditori e amministratori locali. La pandemia peraltro ha mostrato la fragilità della società e dei sistemi economici e politici costruiti su di un tessuto sociale che, oggi, è profondamente cambiato ed esige riflessioni e risposte nuove ed originali. L'architettura dell'umanità va ripensata in senso solidale, fraterno direi, costruendo società dove il diritto al lavoro e alla sussistenza sia garantito per tutti.
Già da ora dobbiamo avviarci in questa prospettiva. È una grande opportunità. Tenendo presente che la comune vulnerabilità ci rende consapevoli che le relazioni umane sono la vera forza per costruire un futuro solidale. Non basta la sola tecnica o la sola scienza. La scelta della solidarietà come sostanza della società non è affatto scontata, richiede umiltà e responsabilità, in eguale misura, da parte di tutti, scienziati, politici, intellettuali, gente comune. La solidarietà non è un bene residuo, al quale destinare gli avanzi di bilancio.
È un bene primario, al quale assicurare le priorità dello sviluppo. La nostra reazione deve sviluppare "anticorpi solidali" per rilanciare il "bene comune" dei legami e della cura, dell'habitat e dell'ambiente: immunitas, qui, è communitas.
La pandemia ha rivelato con chiarezza quanto l'individualismo sia una falsa domanda di libertà e il sovranismo una falsa risposta. La "rivoluzione della fraternità", abbandonata dalla modernità e rilanciata da Papa Francesco, deve essere la nuova fonte del diritto umano e il nuovo nome della democrazia compiuta.
È una antica convinzione dell'insegnamento cristiano. I Padri della Chiesa furono i primi a sottolineare il comune diritto di tutti a usare i beni della creazione: tutti hanno diritto ad abitare la terra. E i beni sono destinati all'intera famiglia umana. Un solo pianeta, una sola casa comune, una sola famiglia sebbene composta da tanti popoli. Il grande vescovo del IV secolo, Giovanni Crisostomo diceva: "Non condividere i propri beni con i poveri significa derubarli e privarli della vita. I beni che possediamo non sono nostri, ma loro".
L'attenzione per i poveri è il filo rosso che unisce venti secoli di storia cristiana. Così pure l'attenzione al lavoro e alla dignità umana come in esso si esprime lega l'intera vicenda cristiana. Il Concilio Vaticano II ha come raccolto in una nuova sintesi questo pensiero. E Papa Paolo VI, nella Populorum progressio, giunge a dire che la proprietà privata non costituisce per alcuno un diritto incondizionato e assoluto, e che nessuno è autorizzato a riservare a suo uso esclusivo ciò che supera il suo bisogno, quando gli altri mancano del necessario. La terra è della intera famiglia umana; tutti hanno diritto di abitarla e di viverla come la propria casa.
L'Italia del dopo Coronavirus inizia già da ora. L'intero Paese è chiamato a virare in una nuova direzione. È utopia? Certo. Ma senza visioni si resta dove si è, anzi si indietreggia. In questo tempo nel quale sperimentiamo una comune fragilità senza eccezione alcuna, siamo chiamati a farne una prospettiva di scelta positiva.
La "fraternità" è l'anima di una globalizzazione a misura umana. E questo permetterà una alleanza nuova tra tutti. Mi auguro che prevalga questa visione del futuro del nostro paese. La forza di questa visione ci permette di accogliere la sfida epocale di rendere l'Italia più solidale, più fraterna. Certamente in sicurezza, ma con quel surplus di umanità che rende grandi i popoli. Per noi credenti il "di più" di umanità, mentre ci rende cittadini responsabili della città degli uomini, ci aiuta ad affrettare la realizzazione del Regno che Gesù è venuto ad inaugurare sulla terra.
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