di Anna Maria De Luca
La Repubblica, 12 maggio 2020
Gli effetti dell'azione combinata dell'Unicef e della missione delle Nazioni Unite (Unmiss) nel Paese africano. Ottantacinque bambini sono stati rilasciati dalla detenzione in Sud Sudan per decongestionare le prigioni a rischio Covid 19. Lo annuncia l'Unicef che sta portando avanti un progetto pilota per formare le forze dell'ordine sui diritti dei bambini (il Sud Sudan Child Act) ed esplorare approcci che mirano a ridurre la detenzione.
Il rilascio. È frutto della collaborazione tra l'Unicef, la missione delle Nazioni Unite in Sud Sudan (Unmiss), la magistratura del Sud Sudan e il Ministero per le questioni di genere, l'infanzia e l'assistenza sociale nel Paese africano, il più giovane dei 54 Stati del continente, essendo nato nel 2011, in seguito ad un referendum che sancì la secessione dal Sudan.
Secessione, che ha poi innescato un conflitto interno che, a fasi alterne, ancora dura. dunque organismi internazionali e istituzioni locali stanno lavorando assieme per migliorare il sistema giudiziario, dal momento che nel Paese manca ancora un sistema giudiziario minorile che prenda in considerazione i bisogni specifici dei minori, indipendentemente che siano colpevoli o no. Molti di loro sono infatti imprigionati per reati minori e stanno scontando la pena assieme con gli adulti, in chiara violazione dei principi fondamentali di tutela dei diritti dei bambini.
Centinaia di migliaia di piccoli prigionieri a rischio Covid. In stato di detenzione restano però altri 11 bambini, a causa della gravità dei reati, di cui sono accusati ed altri ne sono stati segnalati. "Oltre ai casi segnalati in Sud Sudan - commenta il presidente dell'Unicef Italia, Francesco Samengo - nel mondo centinaia di migliaia di bambini detenuti corrono il rischio di contrarre il virus.
Molti si trovano in spazi confinati e sovraffollati, con accesso non adeguato a servizi di nutrizione, assistenza sanitaria e igienica: condizioni che possono facilmente favorire la diffusione di malattie. In queste strutture, l'epidemia potrebbe verificarsi in qualunque momento. I diritti dei bambini alla protezione, alla sicurezza e al benessere devono essere garantiti sempre, anche e soprattutto durante crisi come quella che il mondo sta affrontando oggi. Il miglior modo per garantire i diritti dei bambini detenuti, in questa pandemia pericolosa, è il loro rilascio in sicurezza."
Il rilascio immediato dei bambini. Ed è questa la richiesta che Unicef avanza, in linea con le recenti linee guida sulle azioni chiave da intraprendere per proteggere dalla pandemia i bambini incarcerati.
Un appello portato avanti anche dalla missione delle Nazioni Unite in Sud Sudan (Unmiss). Commenta Mohamed Ag Ayoya, rappresentante Unicef in Sud Sudan: "Dobbiamo stabilire un sistema a misura di bambino, che rispetti i loro diritti anche quando sono in conflitto con la legge e puntare sulla prevenzione: le cause principali dei reati commessi dai bambini sono la povertà, la mancanza di istruzione e di opportunità future".
di Fabio Martini
La Stampa, 11 maggio 2020
Ai domiciliari mandati i detenuti meno a rischio virus. Oggi l'informativa sulle accuse del magistrato Di Matteo. A palazzo Chigi è stato pensato come un provvedimento scaccia-problemi, ma il decreto sulle scarcerazioni non ha allentato la catena di diffidenze, ostilità e rischi politici che circondano il ministro Guardasigilli, Alfonso Bonafede. All'ombra della giornata domenicale, che di solito spegne i riflettori mediatici, si è consumato un primo problema: il decreto approvato sabato notte dal governo ha avuto qualche problema nel superare i rilievi di manifesta costituzionalità che spettano alla Presidenza della Repubblica.
Il Sole 24 Ore, 11 maggio 2020
Dopo giorni di durissime polemiche sulle scarcerazioni dei boss nei confronti del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, il consiglio dei ministri ha varato sabato notte il decreto che punta a limitare i danni. Sarà il magistrato di sorveglianza o il tribunale di sorveglianza che ha adottato il provvedimento, sentito il Procuratore distrettuale antimafia (e in specifici casi il Procuratore nazionale antimafia), a valutare entro quindici giorni, e poi ogni mese, la posizione dei mafiosi condannati definitivamente ma scarcerati e destinati alla detenzione domiciliare a causa dell'emergenza sanitaria. Analogamente, sarà il Pm a valutare nel caso di accusati di mafia che erano detenuti per custodia cautelare.
di Luciana Matarese
huffingtonpost.it, 11 maggio 2020
La situazione non è precipitata come si temeva, il sistema complessivamente ha tenuto, ma il Covid-19 continua a circolare anche dietro le sbarre, l'allerta resta alta e la fase successiva al lockdown nelle carceri è tutta da programmare. Da più parti si concorda sul fatto che, in strutture sovraffollate come le prigioni italiane, bisogna proseguire sulla strada intrapresa con le scarcerazioni, ricorrendo a misure alternative al carcere. Per continuare a liberare spazio.
di Luca Fazzo
Il Giornale, 11 maggio 2020
Il dl si limita a chiedere ai giudici di rivalutare le decisioni. Centrodestra all'attacco. Due settimane di tempo concesse ai giudici che hanno scarcerato in massa mafiosi e narcotrafficanti per ripensarci, anche alla luce dell'allentamento della pressione del virus, e riportare in cella i detenuti: questa è l'unica sostanza del decreto che il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede ha portato sabato notte all'esame del governo, e che ieri mattina è stato ufficialmente varato. È un decreto che il ministro presenta con una certa enfasi, annunciando che "nessuno può pensare di approfittare dell'emergenza sanitaria determinata dal Coronavirus per uscire dal carcere", e persino che "in momenti straordinari, servono provvedimenti straordinari".
Di straordinario, in realtà, il decreto ha poco. Il provvedimento si limita a infliggere ai magistrati di sorveglianza l'obbligo di rivalutare periodicamente la situazione dei già scarcerati, e per le nuove richieste ribadisce quanto era peraltro già stabilito nel decreto precedente, ovvero la necessità di un parere preventivo da parte delle procure antimafia prima della concessione degli arresti domiciliari ai detenuti condannati per reati particolarmente gravi.
Non toglie, né poteva farlo a meno di venire asfaltato dalla Corte Costituzionale, la competenza ai tribunali sui provvedimenti di scarcerazione. Ma nemmeno interviene sulla situazione di impreparazione delle carceri all'emergenza Coronavirus, che è alla base di quasi tutti i decreti che nei giorni scorsi hanno ammesso i detenuti agli arresti domiciliari.
Neanche una riga, infatti, sugli interventi chiesti da più parti per il rafforzamento dei reparti detentivi negli ospedali, che potrebbero essere la destinazione più ovvia per i detenuti a rischio di contagio. E nulla sulle misure chieste a gran voce dell'avvocatura per riportare in funzione la giustizia penale, attrezzando i tribunali per celebrare i processi dal vivo e in condizioni di sicurezza, in modo da concludere i processi e scarcerare gli imputati assolti o condannati a pene lievi.
Sono lacune di cui il ministro dovrà rispondere in Parlamento, dove è atteso probabilmente giovedì prossimo: una audizione che avverrà col Guardasigilli nel mirino della mozione di sfiducia presentata dal centrodestra, e che ieri Matteo Salvini ha fatto sapere di non voler ritirare. "Ci sono state - dice il leader leghista a In mezz'ora in più - rivolte in carcere, detenuti morti, poliziotti feriti, carceri incendiate e oltre 400 mafiosi in libertà, usciti di galera.
Peggio di così cosa deve fare un ministro della Giustizia?". La mozione di sfiducia, sulla carta, non ha i numeri per passare, perché - anche se con qualche imbarazzo e distinguo - Pd e Italia Viva stanno tenendo sponda al Guardasigilli. I renziani, per bocca di Ernesto Magorno, nei giorni scorsi hanno respinto sdegnati l'accusa avanzata da Fratelli d'Italia di un baratto tra la fiducia a Bonafede e il via libera dei grillini alla regolarizzazione degli immigrati. Ma il sospetto continua ad aleggiare
Il Dubbio, 11 maggio 2020
Salvini fa sapere che non ritirerà la mozione di sfiducia contro il ministro. Le Camere Penali: "Il decreto legge è una vergogna, vuole sottomettere l'indipendenza dei magistrati".
"Aver scarcerato ergastolani, assassini, pluriomicidi, è un errore di dimensioni incalcolabili. Occorre ritirare la circolare del ministero, non basta dire ti faccio una visita ogni 15 giorni", ha detto il leader della Lega, Matteo Salvini, confermando che l'opposizione andrà avanti con la richiesta di sfiducia individuale contro il Guardasigilli.
"Noi abbiamo presentato una mozione di sfiducia. Ci sono state rivolte in carcere, detenuti morti, poliziotti feriti, carceri incendiate e oltre 400 mafiosi in libertà, usciti di galera. Peggio di così cosa deve fare un ministro della Giustizia".
Dello stesso avviso anche Forza Italia: "Parere obbligatorio di Dna e Dda e rivalutazione delle misure alla luce del mutato quadro sanitario per i detenuti al 41bis ed in alta sicurezza. Ecco quanto predisposto dal Guardasigilli per frenare, a suo dire, l'emorragia e chiudere il cerchio" ha scritto in una nota la deputata di Forza Italia, Giusi Bartolozzi, segretario della commissione Giustizia e componente della Commissione Antimafia, commentando il decreto sulle carceri.
"Ancora una volta - prosegue - fumo negli occhi per i cittadini italiani da parte di chi si è dimostrato incapace di prevedere e gestire l'emergenza carceri durante la pandemia. Circa il parere della Dna ricordiamo al ministro che, per questa particolare tipologia di detenuti, i magistrati italiani provvedono già a chiederlo preventivamente. Quindi la novella sembra l'ennesimo ammonimento privo di reale contenuto precettivo". Insomma, il Dl non è sufficiente nei contenuti a chiudere quella che la maggioranza ha definito una "falla nel sistema", portando alla concessione dei domiciliari per motivi di salute legati al pericolo coronavirus nelle carceri a 372 condannati per mafia e altri reati gravi.
Ferri (Italia Viva): "Il decreto del Governo non potrà porre rimedio alle scarcerazioni" - A sorpresa, anche se aveva già manifestato il suo dissenso, arriva anche un intervento di Cosimo Ferri - deputato di Italia Viva e magistrato- contro il ministro: "Il decreto del Governo non potrà porre rimedio alle scarcerazioni dei boss mafiosi. Questa è la realtà, purtroppo. Il ministro con questo nuovo decreto prova a metterci una pezza ma non si può rimediare a ciò che è accaduto". Così Cosimo Maria Ferri componente commissione Giustizia Camera dei Deputati, che aggiunge: "Il decreto impone termini più stringenti per il riesame delle misure alternative già concesse ed introduce un obbligo di riesame ravvicinato da parte della magistratura, che però non è necessario perché i giudici emettono già i provvedimenti sulla base di una prognosi medica.
Quindi cosa cambierà? Per il passato poco, per il futuro ci sarà certamente un maggiore coordinamento tra Dap e magistratura di sorveglianza. Viene, infatti, riconosciuta, come necessaria una più efficace interlocuzione con il Dap e sottolineato però ciò che in realtà è già nella legge: privilegiare cure interne al circuito penitenziario, quando possibili, e particolare attenzione nei confronti degli autori di reati associativi e boss mafiosi".
"Le soluzioni adottate non potranno porre rimedio a provvedimenti giudiziari già adottati sulla base di leggi in vigore. Non si possono revocare i provvedimenti emessi dalla magistratura sorveglianza se non verranno meno i presupposti, valutazione che può essere rimessa solo ai magistrati - aggiunge.
È giusto introdurre i pareri delle procure antimafia sulla pericolosità sociale dei condannati per reati associativi per fornire maggiori elementi di valutazione ai magistrati di sorveglianza e sottolineare l'importanza di una interlocuzione con il Dap, che nei fatti già esiste, ma che non ha funzionato nelle ultime scarcerazioni. Il Dap potrà solo collaborare in maniera più efficace per il reperimento di soluzioni per garantire a tutti i detenuti cure adeguate, predisponendo centri clinici specializzati d'intesa con le autorità sanitarie delle regioni dove si trovano gli istituti di alta sicurezza".
La reazione dei 5 Stelle - "Il decreto approvato ieri in Consiglio dei ministri rappresenta una risposta forte e tempestiva da parte del governo e del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede in merito alle scarcerazioni dei detenuti per reati gravi o sottoposti al 41- bis. Con questo provvedimento i giudici avranno modo di rivalutare, in base al nuovo quadro sanitario, le scarcerazioni disposte per alcuni detenuti in regime di massima sicurezza, a causa della diffusione del Covid-19".
Lo dichiarano i parlamentari del Movimento 5 Stelle della commissione Antimafia. "Si tratta di un lavoro sinergico che coinvolge il Dap e le strutture sanitarie e i magistrati potranno avere un quadro chiaro sulla disponibilità delle strutture penitenziarie o dei reparti di medicina protetta e valutare se il condannato possa tornare in regime di detenzione.
Aggiungiamo che già la scorsa settimana è stato approvato il decreto che rende obbligatoria la richiesta del parere della direzione nazionale e delle direzioni distrettuali antimafia e antiterrorismo nel caso in cui un magistrato debba decidere di assegnare la detenzione domiciliare. Tutto questo dimostra con i fatti l'incessante lotta di questo governo contro tutte le mafie e la criminalità".
I penalisti: "Questo decreto è una vergogna" - "La bozza del decreto-legge volto a sottomettere l'indipendenza e l'autonomia dei magistrati di sorveglianza alle esigenze propagandistiche dell'esecutivo ed al controllo delle procure distrettuali antimafia, tradisce la cultura poliziesca che lo anima". Lo sottolinea la giunta dell'Unione delle Camere Penali Italiane parlando di una "vergogna". "Oltre ad imporre un insensato obbligo di rivalutazione legato ad improbabili criteri cronologici, esso prevede il parere degli uffici dell'accusa - concludono i penalisti - ma ignora del tutto il titolare del diritto alla salute a tutela del quale è stato assunto il provvedimento, ed il suo difensore. Tutti hanno voce, fuorché il detenuto e la sua difesa tecnica. Una vergogna, degna della incultura del diritto e della infedeltà alla Costituzione che avvelena il Paese".
di Nicola Mirenzi
huffingtonpost.it, 11 maggio 2020
Intervista a Luciano Violante: prevale una concezione per cui gli impuri vanno esclusi dal mondo. Non è col diritto penale che si risolvono i problemi sociali. Vanno ridotti al minimo i reati puniti con la reclusione.
In carcere è stato chiuso una volta sola: "Studiavo ancora all'università e facevo l'assistente penitenziario, una forma di volontariato per i detenuti. Portai le uova per festeggiare il compleanno di un recluso. La frittata era il suo piatto preferito. Quando le guardie passarono per chiudere le celle, rimasi dentro per chiacchierare un altro po' con i tre detenuti.
"Tanto poi ti fanno andare", mi dissero. Alla fine della sera bussai per uscire. La guardia mi rispose dallo spioncino: "Qui tutti vogliono uscire". Mi preoccupai e chiesi di parlare con il direttore. Mi rispose ancora: "Qui tutti vogliono parlare con il direttore". Non ci fu nulla da fare. Passai la notte dormendo seduto sul pavimento. La mattina dopo, quando vennero per la battitura, mi beccai un ceffone. Dovevano essere tre in cella. Eravamo quattro. Credettero avessi fatto il furbo".
Da allora - erano gli anni sessanta - Luciano Violante non è stato mai imprigionato in un ruolo e basta. Ha fatto il giudice, il magistrato istruttore di processi sul terrorismo politico rosso e nero, ha messo in piedi l'inchiesta sul Golpe bianco di Edgardo Sogno, è stato professore di diritto penale e pubblico, parlamentare con il Partito comunista, il Pds, i Ds, presidente della commissione antimafia e poi della Camera dei deputati.
"Il processo di liberazione dal carcere ha fatto negli ultimi anni molti passi in avanti. L'idea di abolirlo che sostiene Gherardo Colombo è un'utopia nobile. Però io ho come riferimento un'espressione di Marx: l'utopia realistica. Non credo che oggi ci si possa emancipare dal carcere in maniera assoluta, chiudendolo domani mattina.
Però sono convinto che possiamo - anzi, dobbiamo - liberarci dal carcere in maniera relativa, rompendo il monopolio della pena carceraria. Limitando la galera al massimo, e solo ai casi in cui non è possibile fare altrimenti. Già oggi ci sono 53 mila persone che scontano la pena in prigione e 61 mila che la scontano fuori. Bisogna andare ancora più avanti, ancora più a fondo. Riformando l'intera concezione della pena, che è rimasta ferma al Settecento, quando nacquero le istituzioni totali".
In una di queste, Violante è nato: "I miei furono rinchiusi in un campo di concentramento in Etiopia. Mio padre era andato in Africa perché sotto il regime fascista era l'unico luogo in cui poteva vivere liberamente, pur essendo comunista. Quando arrivarono gli inglesi, chiusero tutti gli italiani lì dentro, sia che fossero fascisti, sia che fossero antifascisti. Passai in quel posto i primi tre anni della mia vita. Ma non ricordo niente. I miei non ne parlarono mai. Credo pensassero che chi non aveva vissuto quell'esperienza non poteva capire. Solo una volta mia madre, vedendomi tornare dal supermercato con un sacco di roba, mi disse: 'Lo capisco, con tutta la fame che hai patito da piccolo'".
Ha qualcosa in comune con il nostro carcere?
In parte, l'idea che sei un nemico, che devi essere allontanato dalla comunità. Il carcere è il luogo attraverso cui ci liberiamo di chi ha rotto la relazione umana. Lo buttiamo via, senza preoccuparci di cosa gli avviene. Negli ultimi anni ha preso piede, non solo in Italia, una cultura politica che concepisce la società come un mondo da purificare. Dal quale gli impuri, le persone che commettono reati e i sospettati, vanno radiati, con il diritto penale e con il carcere. La purezza però è una fantasma che si sporca facilmente. Questo alimenta il sospetto e, intorno a esso, costruisce un apparato di repressione capillare. Un dispositivo autoritario pericoloso.
È su questo che si basa anche il nostro diritto?
Negli anni, è cresciuta una visione pervasiva del reato, secondo la quale ogni trasgressione deve essere punita penalmente. Interi pezzi di società, più alcuni settori delle istituzioni e del mondo politico, pensano che il diritto penale sia un mezzo per risolvere i problemi sociali. Per qualsiasi cosa non vada, si istituisce un reato. Credendo di ripulire la società, in realtà la si soffoca. Dando vita a un imperialismo giuridico. Questa volta, senza colpa dei magistrati.
Le carceri sono piene per questo?
Anche per questo. Oggi la questione centrale è riflettere sul senso della pena. A cosa deve servire nel Ventunesimo secolo? Noi siamo fermi a un'idea antica, secondo la quale chi rompe la fiducia della comunità merita di essere estromesso dalla società, spinto in un luogo ai margini, com'è il carcere.
A cosa dovrebbe servire, invece?
In una concezione moderna, la pena dovrebbe servire a ricostruire la relazione. Già nell'Antico testamento c'è un concetto che è stato sepolto sotto millenni di pratica dell'emarginazione del colpevole. La parola tsedakah viene tradotta con il termine giustizia, ma in realtà significa "ristabilire il rapporto". Riconciliare chi ha infranto le regole della comunità con la comunità stessa.
Il carcere non dovrebbe servire proprio a questo?
È amaro dirlo, però non è così: il carcere non educa a niente. Instaura solo un rapporto di soggezione tra il detenuto e il potere, sia quello pubblico, sia quello dei criminali che conservano un ruolo dentro. L'unico carcere che fa bene al detenuto, è il carcere che si libera di se stesso. È quello che riesce a offrire la possibilità di lavorare, di riprendere un ruolo nel mondo. Cosa che succede di rado.
Le è capitato di vederlo?
Una volta, nel carcere di Padova, stavo tenendo una lezione. Un detenuto si alzò e tirò fuoro il suo modello 740. Mi disse: 'Questa è la mia dignità. Lavoro, pago le tassè. Era un uomo con quattro ergastoli. Non aveva alcuna possibilità di uscire. Eppure, aveva ricostruito un rapporto con la comunità.
Allora il potere penale può funzionare?
Meno punisce, più funziona. Il potere penale lacera, non ricostruisce. È uno strumento di rottura sociale, non di ricomposizione. In tutte le sue fasi: dal processo, sino alla condanna. Per questo, deve essere usato con grande senso della misura.
Lei l'ha avuto?
Quando, da giudice, dovevo decidere la galera, mi domandavo: "Ma che significa dare cinque anni di carcere per un determinato reato?". Era un riferimento astratto, senza alcuna adesione alla realtà. Un conto sono cinque anni in un carcere vicino casa, un altro conto è passarli a centinaia di chilometri di distanza. Una cosa è finire in un istituto civile come quello di Opera, una cosa completamente diversa è essere sbattuti in una cella minuscola, insieme ad altre persone, in condizioni igieniche, sanitarie e psicologiche squallide.
Quando ha capito che era un problema?
Appena misi piede nel carcere. Ero ancora uno studente di giurisprudenza. Quello che studiavo sui libri era il diritto penale dei giorni di festa, dove si racconta la pena che redime ed edifica un uomo nuovo. Quello che vedevo era il diritto penale dei giorni feriali, dove vivevano un gran quantità di poveretti abbandonati in luoghi fatiscenti, la cui probabilità di ritornare salvi dentro l'umanità era calcolata nell'ordine del miracolo.
Perché allora mantenere in piedi il carcere?
Il carcere di quegli anni era abissalmente diverso da quello di oggi. La generazione di direttori penitenziari che si sono laureati dagli anni settanta in poi ha così tanto assorbito i principi di libertà della Costituzione da far compiere ai penitenziari progressi enormi. Eppure,ci sono ancora carceri in condizioni orrende. Che danneggiano, oltre i detenuti, gli uomini della polizia penitenziaria, i medici, gli operatori sociali.
Si può davvero togliere la libertà senza ledere la dignità?
Se anziché insistere sulla pena ci concentrassimo sul ripristino del legame con la società, credo di sì. Il detenuto non è una categoria dello spirito. È un essere umano, ha una storia singolare, unica. C'è chi è stato punito per furto, chi per gravi delitti mafiosi. Non si possono trattare entrambi allo stesso modo. Per il primo è necessario porre la questione del superamento del carcere, attraverso misure alternative. Per il secondo il carcere serve, per impedirgli di fare ancora del male, e per offrire un risarcimento alla società.
Da dove partirebbe la riforma di cui parla?
Da una restrizione radicale del concetto di reato, che riduca al minimo il numero di casi punibili con la detenzione.
Tipo quali?
Direi che il reato dovrebbe essere limitato ai soli in casi in cui si verifica una lesione di un bene che non è più recuperabile. La vita, per esempio.
Lei riesce a immaginare una discussione del genere in parlamento?
Questa non è una questione che possono porre solo i politici. È una svolta che deve partire dalla cultura, come tutte le grandi innovazioni dell'uomo. Le intelligenze del nostro tempo dovrebbero mobilitarsi per creare il sistema penale del Ventunesimo secolo. I giuristi ripensando la pena. Gli altri immaginando i modi con i quali è possibile ristabilire la relazione tra la comunità e chi l'ha ferita. Altrimenti, il potere penale continuerà a lacerare la comunità, imponendo la purezza dell'ordine dello stato sul disordine della vita.
Quotidiano di Sicilia, 11 maggio 2020
Intervista al garante per i detenuti in Sicilia. Le Procure antimafia "per deformazione professionale esprimono una concezione unilaterale del trattamento" dei carcerati. E lo scontro Di Matteo-Bonafede "Non è un affare importante". Sullo scontro tra il ministro Alfonso Bonafede e il magistrato Nino Di Matteo taglia corto: "Non è un affare importante".
Per Giovanni Fiandaca, docente di diritto penale e garante dei detenuti in Sicilia, sono altre le questioni collegate alle polemiche sulle scarcerazioni che meritano di essere poste al centro della discussione pubblica. In primo luogo i "gravi problemi di strutture, gestione e disciplina legislativa complessiva del sistema carcerario". Il problema dei problemi è il sovraffollamento che avrebbe potuto essere in parte alleggerito con innovazioni nell'esecuzione della pena e con un ricorso più idoneo alle misure alternative. E questo non avrebbe comportato, secondo Fiandaca, effetti critici sulla sicurezza perché gran parte della popolazione carceraria non è accusata di reati di mafia. E poi, aggiunge, "l'anima del diritto contemporaneo richiede di contemperare valori, diritti ed esigenze concorrenti".
Quindi anche ai detenuti per mafia va riconosciuto il diritto costituzionale alla salute. Le polemiche sono quindi diversive e hanno per Fiandaca un vizio d'origine in quello che chiama il "conflitto culturale" aperto soprattutto dai magistrati d'accusa e delle Procure antimafia in modo particolare. "Esprimono - dice - una concezione unilaterale del trattamento dei detenuti e pretendono di allineare la gestione del sistema carcerario a una logica puramente repressiva legata al ruolo del pm. Deformazione professionale".
È per questo che Di Matteo non è diventato capo del Dap?
"Non basta - dice Fiandaca - essere un simbolo antimafia, con tutto il rispetto per l'attività da lui svolta su cui non ho mancato comunque di esprimere qualche perplessità. Ci vogliono altre attitudini. Quella di Dino Petralia, ora nominato capo del Dap, mi sembra una scelta promettente: è un magistrato di grande equilibrio, competenza giuridica e capacità organizzativa".
Il governo sta introducendo nuovi limiti al potere discrezionale dei giudici di sorveglianza. È una giusta misura di cautela la richiesta di parere alle Procure sulle domande di scarcerazione?
"Si poteva chiedere anche prima - risponde Fiandaca - anche se non era obbligatorio. Ma su questo punto condivido le preoccupazioni di Antonietta Fiorillo, responsabile del coordinamento dei magistrati di sorveglianza. Non vorrei che dalla Procure arrivassero solo carte e si intasassero gli uffici. I dati cartolari devono essere aggiornati sulla pericolosità attuale del detenuto. E vanno integrati con notizie sull'evoluzione dei rischi di contagio e sulla adeguatezza delle strutture sanitarie intramurarie". Il rischio più grave che Fiandaca paventa è che sulle scarcerazioni "si diano ora risposte palliative e buone solo per tranquillizzare l'opinione pubblica e salvare a Bonafede il posto di ministro".
di Giuseppe Pignatone
La Stampa, 11 maggio 2020
Depenalizzazione dei reati e riti alternativi. Per la giustizia subito una nuova agenda dopo la paralisi del sistema provocata dal coronavirus e le polemiche sulla scarcerazione dei boss. La polemica politica e giudiziaria divampata in questi giorni dopo l'uscita dal carcere di numerosi detenuti imputati o condannati per gravi reati è un esempio degli effetti collaterali della crisi, innanzitutto sanitaria, innescati dalla pandemia che ha colpito l'Italia e l'intero pianeta.
Infatti, gli effetti del virus si sono dimostrati tanto più pesanti quanto più gli organismi colpiti sono deboli e meno efficienti. Questo vale per gli individui, ma anche per le strutture e i settori dell'organizzazione sociale. Devastanti sono stati quindi, e ancora saranno, gli effetti della pandemia sull'intero sistema della giustizia penale, di cui sono noti limiti e difficoltà e che infatti è rimasta sostanzialmente paralizzata fino ad oggi, salvo pochissime attività indilazionabili. Anche la ripartenza sarà molto parziale.
Non solo perché dovrà avvenire secondo le nuove regole, a cominciare da quelle sul distanziamento sociale che trasformeranno radicalmente la vita dei nostri Palazzi di giustizia, ma perché modalità inedite, tutte da sperimentare, si sommeranno alle carenze e ai problemi già ben noti. È quindi intuitivo il verificarsi di un pesante rallentamento: meno udienze, meno processi fissati per ogni udienza, meno persone ammesse nelle cancellerie, meno impiegati presenti nelle ore cruciali, enormi difficoltà a trattare i processi con più imputati, specie se detenuti.
Né è pensabile che dopo l'estate si torni alla "normalità" del passato, il che determinerà l'accumularsi di ulteriore arretrato in proporzioni molto pesanti, peraltro accresciute dai casi che scaturiranno dalla ripresa delle attività economiche e sociali. Se è vero che la giustizia penale è una delle funzioni primarie e irrinunciabili di qualsiasi Stato, per prima cosa è necessario un impegno corale per contenere i danni già subiti e per ripartire su nuove basi, come sta avvenendo in tanti altri campi. Ma questo non sarà sufficiente.
L'intera organizzazione della Giustizia dovrà saper trasformare questa crisi in opportunità, cogliendo l'occasione del cambio di prospettiva che la pandemia impone, fermo restando il limite invalicabile dei principi propri dello stato di diritto, fissati dalla Costituzione, dato che in questo settore sono in gioco interessi vitali del cittadino, a cominciare dalla libertà personale.
Non a caso, di fronte all'opposizione dichiarata degli avvocati e alle perplessità espresse da buona parte della magistratura, il governo ha rinunziato quasi del tutto all'udienza da remoto, ritenuta inidonea ad assicurare il livello minimo di garanzie per una decisione giusta. Una scelta che ritengo frutto di saggezza.
Serve quindi una riflessione condivisa sulle possibilità offerte dall'informatica, su cui molti ripongono grandi aspettative, con l'attesa di risultati quasi miracolosi. Io non sono così ottimista e proprio in queste settimane abbiamo constatato come nella giustizia penale lo smart-working e, più in generale, il ricorso all'informatica abbiano fatto registrare risultati meno positivi che altrove. Per la carenza delle risorse disponibili, materiali e di personale, ma anche per i limiti, sopra accennati, imposti dalla materia trattata.
Restano tuttavia spazi molto ampi per l'uso delle nuove tecnologie e sarà l'esperienza concreta a suggerire già nelle prossime settimane nuovi campi di intervento e nuove iniziative, che richiederanno a tutti, uffici giudiziari e avvocati, la disponibilità ad assumersi nuovi impegni e nuove responsabilità.
Sarà anche necessario che, nell'enorme sforzo economico in atto nel Paese, si tenga conto delle esigenze dell'amministrazione della giustizia, fattore decisivo anche per la ripresa economica: e al primo posto di tali esigenze c'è l'assunzione di personale amministrativo giovane e qualificato.
Nell'indicato cambio di prospettiva è forse giunto il momento per compiere alcuni passi che competono a Governo e Parlamento, che sarebbero tuttavia agevolati se dai protagonisti del processo provenissero indicazioni comuni, nella consapevolezza condivisa che nessuno trae giovamento dalla paralisi che si è determinata.
Il primo passo, fondamentale, è la immediata e radicale riduzione del numero dei reati, attraverso un'ampia depenalizzazione. Oggi la sanzione penale è prevista per fatti di scarso rilievo, che in altri Paesi europei sono illeciti amministrativi definiti rapidamente, mentre da noi impegnano tre gradi di giudizio.
E uno degli effetti perversi del panpenalismo dilagante in questi anni, per cui la sanzione penale non è l'extrema ratio cui ricorrere quando nessun altro rimedio è efficace ma, al contrario, è la sola risposta a problemi cui la politica o l'economia non sanno provvedere e che vengono così scaricati sulla giustizia penale, addossandole oltretutto la responsabilità dell'inevitabile fallimento. È un fenomeno culturale ormai diffuso.
Lo vediamo ogni volta che si reagisce a un dramma o a un problema chiedendo - o, peggio, facendo chiedere alle vittime - di "fare giustizia", di "trovare il colpevole e mandarlo in carcere", magari per sempre. In un primo momento, per fare un esempio, erano state considerate reati anche le violazioni ai limiti di movimento imposti per frenare il contagio.
Poi, per fortuna, ci si è resi conto dell'assurdità della scelta che avrebbe portato a decine di migliaia di procedimenti da chiudere, chissà quando, con la condanna a pagare una piccola somma. E così si è tornati all'illecito amministrativo. Occorrerebbe, e da subito, l'impegno convergente delle forze politiche per invertire la tendenza a introdurre sempre nuove figure di reato. In questo modo, fra l'altro, sarebbe più facile verificare che le Procure si muovano secondo criteri di priorità trasparenti e comprensibili.
Il secondo passo, dovrebbe essere l'introduzione di modifiche realmente incisive del sistema processuale introdotto dal codice del 1989, avendo ben chiaro "il" problema: non si è mai realizzata la condizione-base per il suo successo e cioè che almeno 1'80%, dei processi venisse definito con i riti alternativi (abbreviato, patteggiamento ecc.).
È sotto gli occhi di tutti che le cose sono andate diversamente e che i tempi si sono allungati a dismisura, per cui l'istruzione dibattimentale è spesso una mera fictio, con i testimoni convocati quando ormai non ricordano nulla e finiscono per "recitare" verbali e atti risalenti a molti anni prima. Il sistema non regge più nemmeno il dispendio di risorse imposto dalla contraddittorietà di un primo grado in cui tuttora avviene (meglio: viene ripetuto) davanti al giudice perché "solo così si può arrivare a una decisione giusta", seguito però da un giudizio di appello che riesamina e giudica sulla base dei soli atti scritti.
Sono tutte questioni complesse, ma è possibile introdurre modifiche incisive, che non tocchino garanzie importanti e che consentano l'utilizzo ottimale delle (scarse) risorse disponibili: gli spazi ci sono e sono stati indicati molte volte da più parti. Tra gli altri, l'aumento dei riti alternativi, la limitazione dei casi di appello, la semplice acquisizione da parte dei giudici del dibattimento degli atti rispetto ai quali l'escussione del teste non apporterebbe alcun elemento di novità, il rinvio a giudizio solo se esistono fondate probabilità di condanna (senza, però, che si gridi allo scandalo o all'insabbiamento per le richieste di archiviazione poco gradite, magari dopo anni di indagini infruttuose), l'eliminazione di adempimenti che l'esperienza ha dimostrato spesso del tutto inutili.
Fondamentale sarà pure l'espletamento, con le necessarie cautele, di un numero crescente di atti mediante video-collegamento, come già prevedono alcuni protocolli stipulati su base locale tra avvocati e magistrati. Naturalmente, cambiamenti così incisivi troveranno gli stessi ostacoli finora rivelatisi insuperabili da parte dei sostenitori dello statu quo, presenti in tutte le categorie del mondo della giustizia, che rivendicano traguardi idealizzati, tanto affascinanti quanto irraggiungibili. Ma credo che la nuova situazione non lasci più spazio a queste posizioni.
Un osservatore tanto prestigioso quanto insospettabile, Franco Coppi, ha lucidamente descritto in una recente intervista alcune di queste problematiche, citando alcuni "fallimenti disastrosi" del Codice del 1989, e auspicando che si trovi il coraggio di "riesaminare la situazione mettendosi attorno a un tavolo". Tutti insieme, aggiungo, senza tabù né pregiudizi.
di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 11 maggio 2020
Il nostro ordinamento prevede già che i giudizi di sorveglianza possano riconsiderare a breve le ordinanze di scarcerazione. Il caso del detenuto di Bologna ricoverato una prima volta e poi rientrato in cella.










