di Eleonora Martini
Il Manifesto, 13 maggio 2020
Informativa del Guardasigilli alla Camera: "Tutto già discusso". La versione del ministro: "Ci lasciammo con l'idea di affidargli gli Affari penali. Poi lui ci ripensò". Era tutto chiaro, detto, trasparente. Tra i due c'era pieno accordo, già dal 19 giugno 2018.
È quanto sostiene il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede che con un colpo di reni cerca di levarsi definitivamente da quel pantano pericoloso che è l'accusa di essersi piegato ai desiderata dei detenuti mafiosi quando, due anni fa, preferì come capo del Dap Francesco Basentini (al suo posto ieri si è insediato Bernardo Petralia) all'ex pm della trattativa Stato-mafia, Nino Di Matteo. Usa tutto il tatto possibile, il Guardasigilli grillino, ma stavolta, nella sua informativa alla Camera, mostra di aver perso la pazienza e si toglie tutti i sassolini che il consigliere del Csm gli ha infilato nelle scarpe quando una settimana fa è intervenuto in tv a "Non è l'arena" (La7) per raccontare una versione molto diversa dei fatti.
Quando, "martedì 19 giugno alle ore 11" si videro al ministero, i due si intrattennero a lungo. "Mi convinsi dopo la prima telefonata e, in occasione di quel primo incontro, che l'opzione migliore sarebbe stata quella di riproporre al dott. Di Matteo un ruolo equiparabile a quello che era stato di Giovanni Falcone. Avrebbe richiesto certamente più tempo e avrebbe implicato probabilmente una riorganizzazione del Ministero ma ne sarebbe valsa la pena perché, nel progetto che avevo in mente, gli avrei consentito di lavorare in Via Arenula, al mio fianco", afferma Bonafede.
"Come dissi al dott. Di Matteo, che avrebbe preferito quel ruolo, il capo del Dap non si occupa soltanto del fondamentale tema della gestione dei detenuti mafiosi". In quell'occasione parlarono anche delle esternazioni dei detenuti mafiosi registrate in carcere. Ma "la mafia, che vive di segnali, - sottolinea Bonafede - non sarebbe andata a guardare l'organigramma del ministero per verificare quale ruolo fosse più in alto o più in basso. La mafia avrebbe constatato una sola circostanza: Di Matteo, dentro le istituzioni, lavorava al fianco del ministro della Giustizia". "Non ragionai, lo ammetto, in termini di peso gerarchico del ruolo da ricoprire - osa il ministro rivolgendosi indirettamente al guru dell'antimafia, effige sacra del pantheon grillino - bensì di buon funzionamento del progetto".
"Accennai anche alla possibile nomina del dott. Basentini" e, "dopo un lungo colloquio ci lasciammo proprio con questa idea". Ma quello stesso giorno Di Matteo chiese un nuovo incontro. Il giorno dopo, "credevo volesse approfondire il nostro progetto, ma invece mi disse che non era più disponibile perché preferiva il Dap e io gli comunicai che avevo già avviato la nomina di Basentini".
Cosa ha spinto dunque, la sera del 3 maggio 2020, Di Matteo a rivangare una storia già digerita due anni fa? Forse lo si capirà del tutto quando sarà discussa la mozione di sfiducia presentata al Senato dalla Lega con FdI e FI. Di sicuro però non sarà questa settimana, come ha deciso ieri l'Aula respingendo la richiesta delle opposizioni di procedere subito (105 sì, 129 no, 3 astenuti). Bonafede intanto è atteso domani a Palazzo Madama (in giornata sarà ascoltato anche in commissione Giustizia, alla Camera) per un'informativa ancora sul caso Di Matteo e sulle cosiddette "scarcerazioni" dei detenuti.
Che, ha spiegato ieri, sono state disposte "in piena autonomia dai magistrati competenti, nella maggior parte dei casi per ragioni di salute, e non c'è stato alcun condizionamento da parte del ministero o del governo". Così come nessun condizionamento ci sarà a causa delle norme contenute nel recente decreto legge che Bonafede ha voluto come salvagente. A confermarlo è nientemeno che il presidente emerito della Corte costituzionale, Giovanni Maria Flick: "Il testo non serve - afferma intervistato da Il Foglio - Stimola solo i magistrati a fare delle verifiche che già erano tenuti a svolgere. È un modo per cercare di salvare la faccia".
Caso Dap, Bonafede: "Non mi sono fatto intimorire nella nomina". Iv critica: "Ricostruzione parziale
di Liana Milella
La Repubblica, 13 maggio 2020
Il ministro della Giustizia interviene sulle polemiche per la mancata nomina di Di Matteo alla guida dell'amministrazione penitenziaria. E replica: "Il fronte antimafia rimane compatto". Sulle scarcerazioni: "Lo Stato ha risposto con due decreti in una settimana". Oggi insedia il nuovo capo delle carceri Petralia. "Nel 2018 non vi fu alcuna interferenza, né diretta né indiretta, sulla nomina del Dap. Punto. Non sono disposto a tollerare ancora allusioni per me stesso e per la carica che ricopro". È questa la frase centrale dell'autodifesa del Guardasigilli Alfonso Bonafede alla Camera sul caso Di Matteo.
Un'informativa di quindici minuti che fornisce la versione del ministro su quanto l'ex pm Nino Di Matteo ha detto a "Non è l'arena", in una telefonata di domenica 3 maggio. Che in sintesi diceva: Bonafede mi promise il Dap, poi fece marcia indietro. Caso esploso nel pieno delle polemiche sulle scarcerazioni di 376 mafiosi che il ministro della Giustizia affronta, ma in estrema sintesi perché non sono oggetto dell'informativa a Montecitorio: "Sono state prese in piena autonomia dai magistrati senza condizionamenti né del ministero né del governo". Alla Camera Bonafede annuncia anche che oggi si insedia il nuovo capo delle carceri, Dino Petralia.
Il fatto e le "illazioni" - Il Guardasigilli parte da tre punti: "È stata fatta una nomina; avevo diritto alla più alta discrezionalità; non ci sono stati condizionamenti". Poi Bonafede attacca: "La trasparenza è l'antidoto contro vergogna e malafede". E parte da qui la sua ricostruzione di quei tre giorni del giugno 2018, il 18, il 19, il 20. Ma prima il ministro grillino vuole sgombrare il campo dalle accuse che gli sono state rivolte, le chiama "congerie di vergognose illazioni e suggestioni che sono personalmente e istituzionalmente inaccettabili. C'è un limite a tutto. Il confine è stato superato. C'è un alone di mistero sul nulla senza alcun rispetto per le vittime".
La minuziosa ricostruzione - Ma ecco i fatti nella ricostruzione che ne fa il ministro. "Nel 2018 mi misi al lavoro per formare la mia squadra. Feci circa 50 colloqui fra altrettanti magistrati. Pensai a Di Matteo. Il 18 giugno lo chiama al telefono. Non nascondo che, passati due anni, ho ricostruito con fatica quei colloqui informali". Bonafede racconta che già in quel primo confronto con Di Matteo "evocò" il ruolo che Giovanni Falcone ebbe al ministero della Giustizia tra il 1989 e il 1992, cioè quello di direttore degli Affari penali. Prosegue: "In quella telefonata gli dissi che avevo tempi strettissimi, che in due giorni dovevo chiudere. Mi disse che mi avrebbe risposto in 48 ore. Gli chiesi di venire il giorno dopo".
"Fui intimidito? La risposta è no" - Bonafede torna sul punto dolente di tutta la vicenda, una sua eventuale marcia indietro frutto di una pressione, di "un veto" dall'esterno come dice Di Matteo nell'intervista rilasciata a Repubblica. Bonafede è netto: "La domanda è sempre la stessa, se mi feci intimorire o condizionare da qualcuno. La mia risposta è no".
Una pressione dei boss mafiosi? - Il Guardasigilli affronta la questione della mafia. Le cosiddette "esternazioni" dei boss in cella riportate in un rapporto del Gom, la struttura che ha al vertice il generale Mauro D'Amico e che monitora il comportamento dei detenuti ristretti al 41bis e redige dei rapporti. Non si tratta di intercettazioni vere e proprie ma di scambi di messaggi tra i detenuti raccolti dagli agenti. Dice Bonafede su questo punto molto delicato: "Quelle esternazione dei boss erano note dal 9 giugno, quindi prima della telefonata, nella quale lo stesso Di Matteo mi parlo delle frasi dei boss. Tant'è che lo stesso Di Matteo ha chiarito a Repubblica che "il ministro era informato della questione". Aggiunge Bonafede a questo punto: "Non vi fu alcuna interferenza né diretta, né indiretta sul Dap". Quindi tantomeno quella dei mafiosi.
L'incontro con Di Matteo - Sono le 11 del 19 giugno quando in via Arenula s'incontrano Di Matteo e il Guardasigilli. Riferisce Bonafede alla Camera: "Mi ero convinto che il ruolo per Di Matteo dovesse essere quello che era stato di Falcone, richiedeva più tempo, ma ne valeva la pena, perché avrebbe lavorato al mio fianco. Con un ruolo che avrebbe inciso su tutta la legislazione. In quel momento non ragionai in termini gerarchici. Ma sul fatto che la mafia, che vive di segnali, non avrebbe certo guardato all'organigramma del ministero, ma alla presenza di Di Matteo accanto alla mia". Bonafede spiega perché allora non ritenne congrua per Di Matteo la poltrona del Dap: "Quel direttore non si occupa solo del 41bis, ma di amministrazione delle carceri, di edilizia penitenziaria, del personale civile, delle relazioni sindacali, di tutti i detenuti". Molta burocrazia, insomma.
Il passo indietro - Bonafede si avvia verso la fine della sua ricostruzione. "Ero convinto che il progetto fosse completo, ma Di Matteo mi chiamò e mi chiese di vedermi il giorno dopo. Ero convinto che volesse entrare nel merito del progetto. Ma tornò e disse che non era più disponibile, perché preferiva il Dap. Lo appresi con sorpresa, ma gli dissi che avevo già inviato al Csm la richiesta di fuori ruolo per Basentini. Gli spiegai anche chi fosse Basentini. Un magistrato alla quinta valutazione di professionalità di cui la procura nazionale antimafia diceva che aveva saputo far fronte alla mole di lavoro per l'esperienza maturata proprio sulla mafia". Bonafede chiude così: "Ovviamente nessuno vieta a Di Matteo di non condividere mia scelta".
Il Pd sta con Bonafede, Italia viva accusa - Dura 45 minuti il dibattito sull'informativa di Bonafede. Il Pd lo difende. Italia viva è molto fredda. Questo fa pensare che Renzi pensi tuttora di votare sì alla mozione di sfiducia presentata dalla Lega (e firmata anche da Fdl e Forza Utalia) contro Bonafede al Senato in cui si legano il caso dei boss scarcerati alle parole di Di Matteo. Mozione che, per il momento, non è stata ancora messa nel calendario e potrebbe essere discussa assieme a quella del ministro del Mef Gualtieri.
Il gelo sul Guardasigilli arriva dalla deputata renziana Lucia Annibali che accusa: "Se questa vicenda fosse avvenuta a un nostro esponente, M5S avrebbe richiesto le dimissioni con manifestazioni di piazza. Noi scegliamo la serietà contro uno stile giustizialista che non ci appartiene". Aggiunge subito dopo: "Lei, ministro, ci ha dato la sua ricostruzione dei fatti. Ricostruzione che noi giudichiamo parziale. Avrebbe potuto approfondire meglio e di più per rispetto di questo Parlamento". Una bacchettata anche per Di Matteo che "dovrebbe dare un chiarimento nella sede opportuna". È l'annuncio di una sfiducia che Renzi minaccia da giorni? Autorevoli fonti renziane della Camera non confermano l'intenzione e parlano di "libere interpretazioni di chi ascolta".
Ma resta l'atteggiamento critico, del tutto opposto a quello del Pd che con Michele Bordo che invece critica Di Matteo perché "dopo due anni non può andare in tv a insinuare che il ministro sia stato condizionato dalla mafia". "In un Paese normale - dice Bordo - un magistrato se ha in mano elementi concreti non va in tv, ma apre un'indagine o denuncia il fatto, o diversamente evita di parlare".
Ovviamente dura la reazione della Lega che con l'ex sottosegretario alla Giustizia Jacopo Morrone parla di "autodifesa che fa acqua da tutte le parti" e aggiunge che "la scarcerazione di boss mafiosi, in altri tempi, avrebbe fatto cadere ministri e governo". Il responsabile giustizia di Forza Italia Enrico Costa chiede una speciale sessione del Parlamento sulla giustizia e a Bonafede dice: "Ci divide tutto da lei, ma facciamo fatica a consideralo colluso con la mafia, ma chissà se lei, a parti invertite, avrebbe fatto lo stesso".
Il Sole 24 Ore, 13 maggio 2020
Lunghe code, obbligo di mascherine, in alcuni casi misurazione della temperatura all'ingresso, ma anche contingentamento delle aule ed udienze a porte chiuse. Sono queste le caratteristiche ricorrenti della Fase 2 iniziata questa ieri mattina anche per i Tribunali italiani. Lentamente e tra mille difficoltà dunque la Giustizia cerca di riguadagnare una "normalità" che però è ancora di là da venire.
Milano, ripresa lenta - Una ripresa lenta, piena di accortezze, con poca gente nelle aule, nei corridoi e negli uffici e una lunga coda, che si snoda all'esterno del Palazzo di Giustizia, dovuta alla riapertura di alcuni sportelli, come quello per i certificati penali. In più, problemi tecnici in particolare in un processo d'appello per un collegamento in videoconferenza col carcere di Opera e le lamentele di alcuni avvocati anche per la "sporcizia" dei banchi su cui devono sedere e per la "mancanza dei dispenser con i disinfettanti". La fase 2 al Tribunale di Milano dopo la fine del periodo di sospensione prevede lo svolgimento delle udienze anche per i casi non urgenti (ma comunque solo quelli più 'semplici'), ma a 'porte chiusè e senza la convocazione dei testimoni per osservare il rispetto delle norme di sicurezza anti-Covid, almeno fino a fine luglio.
Bologna, sono 5 le aule penali aperte - Ripartono le udienze penali al Tribunale di Bologna tra ingressi contingentati dalle 9 alle 11, misurazione della temperatura all'ingresso e mascherine obbligatorie. All'apertura, ieri mattina, si è creata subito una lunga fila che arrivava sotto al portico di via Farini, suscitando l'irritazione di qualche avvocato, ma dopo un'ora la situazione era già migliorata con al massimo di 6-7 persone in coda. Cinque le aule penali aperte, che secondo l'Ausl garantiscono la giusta sicurezza per far svolgere le udienze, tutte a 'porte chiusè fino al 30 giugno, anche se in realtà le porte sono aperte per far arieggiare gli ambienti. Dislocati davanti alle stanze e nei corridoi del Tribunale di via Farini sono stati installati dei dosatori con liquido igienizzante, ma la maggior parte sono vuoti. "Facciamo quello che possiamo - spiega un addetto alla vigilanza - misuriamo la temperatura a tutti e gli ingressi sono scaglionati. In poco meno di due ore saranno entrate una settantina di persone".
Bari, avvocati in coda - Coda di avvocati all'ingresso del Palagiustizia di piazza De Nicola, a Bari. Nel palazzo dove hanno sede Tribunale civile e Corte di Appello un centinaio di persone, soprattutto legali, hanno affollato il cortile antistante dalle prime ore della mattina in attesa di entrare. Tutti con mascherina e sottoposti, all'ingresso, a misurazione della temperatura da parte di un operatore della Croce Rossa. La stessa cosa avviene nel palazzo di via Dioguardi, al quartiere Poggiofranco, dove si svolgono le udienze penali e ha sede la Procura, ma dove l'affluenza è stata meno rilevante. Agli ingressi ci sono anche cartelli informativi che ricordano l'obbligo di indossare la mascherina e la distanza interpersonale minima di un metro da mantenere. Negli uffici giudiziari si entra, oltre che per le udienze convocate scaglionate per orari e con un numero di limitato di persone in base alla capienza delle aule, previo appuntamento telefonico o telematico.
Napoli, file per il Casellario - Lunghe file si sono registrate anche agli ingressi del Nuovo di Palazzo di Giustizia di Napoli. La maggior parte delle persone in coda si è recata in Tribunale per richiedere certificati al Casellario Giudiziario. All'ingresso sono attivi i termo-scanner e chi accede deve compilare una autocertificazione. In sostanza per ogni ingresso si impiegano 4-5 minuti. Ieri sono riprese le cause che vedono imputate persone detenute o persone per le quali la scadenza dei termini custodia cautelare è imminente.
di Carmine Alboretti
La Discussione, 13 maggio 2020
Le polemiche relative ad alcune "scarcerazioni" facili hanno riattivato lo scontro tra politica e magistratura. Mentre al Ministero della Giustizia, dopo il corto circuito ai vertici del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, si cerca di studiare misure ad hoc, c'è chi come Giuseppe Cioffi - magistrato di lungo corso attualmente in servizio presso il Tribunale di Napoli Nord, tra i primi in Italia ad occuparsi delle cd. "ecomafie" nel territorio che sarà poi definito Terra dei fuochi, già consulente della Commissione parlamentare antimafia - invita al rispetto dei ruoli e a non svilire la funzione dei magistrati di sorveglianza che maturano una esperienza ed una sensibilità sul campo ed hanno modo di conoscere il percorso carcerario che compie ogni singolo detenuto.
Continua a tenere banco la vicenda delle cosiddette "scarcerazioni facili". Lei, da magistrato con tanti anni di carriera nella giurisdizione penale, come giudica le varie posizioni in campo?
"Il clamore è scaturito da due/tre posizioni particolari di detenuti al regime del 41bis, la cui sottoposizione, come è noto, è a cura del Ministero, nel senso che il provvedimento in questione è valutato e stabilito dal Guardasigilli e i giudici di sorveglianza non fanno altro che, con la loro particolare sensibilità, prendere atto e gestire queste posizioni all'interno delle strutture carcerarie".
Possiamo dire che qualcosa non ha funzionato?
"I casi emersi riguardano detenuti non ergastolani; molti sottoposti a procedimenti ancora in corso le cui condizioni di salute, alla luce di quanto emerso, non potevano essere tutelate nelle strutture di detenzione. Qui non si tratta di garantismo esasperato ma di senso di umanità a cui tante volte l'Italia è stata richiamata dalle Corti sovranazionali. Ricordiamo che Papa Francesco l'anno scorso ha invocato una maggiore umanizzazione della pena senza alzare il polverone cui abbiamo assistito nei giorni scorsi".
Tutto questo però genera un allarme sociale difficile da controllare?
"Ecco questo è un tema fondamentale. Spesso chi parla di questi temi in tv, conduttori, giornalisti e opinionisti, non ha contezza della realtà così come appare a chi invece la vive tutti i giorni. E questa esasperazione degli animi rende ancora più faticoso il già difficile momento che stiamo vivendo in cui siamo tutti più vulnerabili rispetto al clamore montato da informazioni imprecise. Ciò detto, dobbiamo innanzi tutto precisare che non ci sono state remissioni in libertà, come farebbero credere i toni adoperati da certuni, ma i detenuti di cui si è tanto parlato sono stati collocati in detenzione domiciliare, non solo per ragioni di salute ma la grandissima parte perché prossimi al fine pena e non avendo imputazioni ostative. E, comunque, non si tratta di ergastolani o persone imputati di reati di omicidio o fatti gravissimi, seppure molti sono stati considerati ad alta sicurezza per implicazioni in fatti di mafia. Mi viene in mente quello che accadde nel 1996".
Si riferisce alla proposta legislativa che fu all'epoca presentata in materia carceraria e che provocò un'autentica sollevazione?
"Ci fu chi scrisse che ci sarebbero state scarcerazioni di massa. La pressione mediatica fu così elevata che i firmatari della legge si affrettarono a fare marcia indietro. Di lì a poco venne fuori che solo un numero esiguo di detenuti comuni aveva riconquistato la libertà. E, comunque, di lì a poco avrebbero terminato l'espiazione della pena. Ecco cosa significa creare allarmismi ingiustificati".
Ciò nonostante, il ministero sta valutando di intervenire per correggere il tiro...
"Senza entrare nel merito, bisogna stare molto attenti a non svilire il ruolo e la funzione dei giudici di sorveglianza, i quali devono poter decidere liberamente sulla scorta della particolare esperienza, sensibilità e cultura specifica maturata sul campo e sulla conoscenza del percorso carcerario che compie ogni singolo detenuto. Questo è il lavoro che sono chiamati a svolgere".
Cosa dovrebbe fare la politica se davvero volesse aiutare i magistrati e, più in generale, la giustizia?
"Predisporre investimenti in strutture, mezzi e risorse per consentire ai giudici di adempiere ai propri doveri con professionalità e decoro. Se tutti tornassero al ruolo che la Costituzione assegna a ciascuno ne avremmo tutti giovamento".
In conclusione, tornando al tema carcere: è opportuno rivedere il sistema?
"Certamente sì. Lo affermo anche sulla scorta della esperienza maturata in ambito internazionale. Grazie alla mia collaborazione con la Commissione parlamentare antimafia ho avuto modo di conoscere e studiare le carceri in Belgio, Olanda, Germania e Austria. Lì, innanzitutto, il segmento dei detenuti in attesa di giudizio è assai esiguo. Il condannato sconta la pena in condizioni che, rispetto a quelle di penitenziari come Napoli, Roma, Milano o Palermo, sembrano quasi di lusso, ma in quei paesi viene garantita l'effettività della pena. E poi tutti concorrono con il lavoro alla compensazione dei costi che la società si sobbarca per la loro permanenza in cella".
di Claudio Cerasa
Il Foglio, 13 maggio 2020
La gogna in Parlamento di Bonafede, vittima del suo stesso giustizialismo. C'erano una volta i professionisti dell'antimafia, e ci perdonerà Sciascia se lo trasciniamo in certe bassezze, ma ieri alla Camera si è assistito a una rissa delle comari, a un teatrino di dilettanti dell'antimafia.
Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede ha reso una informativa sulla vicenda della nomina del capo del Dap nel 2018. In pratica il ministro - esponente di spicco di un partito che ha contribuito a diffondere la cultura del sospetto e della gogna, e che ha sventolato la retorica anti-mafiosa fino al goffo decreto per far tornare in galera i boss per altro mai usciti - ha dovuto rispondere alle insinuazioni fatte tramite televisione da un tardo epigono dell'antimafia, di meno talento dei suoi predecessori: il dottore Di Matteo.
E all'accusa infamante del dottore Di Matteo di non averlo nominato a capo del Dap a causa di pressioni della mafia. In un paese normale di fronte a queste accuse o il ministro si dimette o - e sembrerebbe la via più logica - il dottore che ora sta al Csm va in tribunale a rispondere di diffamazione. Nella politica attuale, Bonafede è di fatto inamovibile, altrimenti precipita il governo: ma questo è lo sfondo della farsa. La tragedia era invece che nel paese della politica inginocchiata davanti ai pm, che Bonafede incarna, ora è lui a dover difendere la sua "onorabilità" contro "verità e menzogne". Faceva quasi tenerezza.
Il punto più esilarante, anzi rivelatore, è stato quando si è scagliato contro "i chiacchiericci" di "improvvisati esperti antimafia". Cioè in pratica contro il dottore Di Matteo stesso e la sua claque. Lui, Bonafede, provava ad atteggiarsi come un servitore dello stato a schiena dritta.
Peccato che il percorso delle repliche sia stato per lui un doloroso gioco del soldato: a schiena girata, a cercare di indovinare da chi gli arrivavano i ceffoni più forti. Scontati quelli della Lega (ma da che pulpito) e di Forza Italia, è stata invece notevole la scudisciata di Michele Bordo del Pd, che ha rinfacciato al ministro del governo di cui è azionista, e al M5s, di aver contribuito a diffondere la cultura del pregiudizio di cui ora è vittima. Da ultimo lo scappellotto di Maurizio Lupi alla tragica figura del giustizialista messo alla "gogna mediatica". Dai professionisti ai dilettanti.
di Giulia Merlo
Il Dubbio, 13 maggio 2020
Lo chiede Lucia Annibali, dopo l'informativa del guardasigilli alla Camera: "Non abbiamo condiviso l'abrogazione della prescrizione, vogliamo riprendere un dibattito mai concluso".
Così il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, si è trovato stretto in un attacco a tenaglia. Da una parte, la mozione di sfiducia annunciata a gran voce e ora anche presentata al Senato da parte dei partiti del centrodestra. Dall'altra, la pressione degli alleati di governo di Italia Viva, che ammiccano alle opposizioni non avendo ancora sciolto la riserva sul voto di sfiducia, e presentano il conto sulla prescrizione. Una e l'altra mossa, prese autonomamente, sarebbero state certo fastidiose ma innocue. Insieme, invece, creano un cortocircuito potenzialmente fatale in via Arenula.
La più insidiosa è quella dei renzani, perché è stata preparata con calcoli sottili durati settimane. Il primo tassello, la pressione per le dimissioni del direttore del Dap dopo i domiciliari ai boss, che ha gettato le fondamenta per sostanziare le critiche al ministro. Il secondo tassello, invece, è stato posato quando la ministra dell'Agricoltura, Teresa Bellanova, ha minacciato le dimissioni e guadagnato un incontro della delegazione di Italia Viva con il premier Conte. In quella sede, si è parlato non solo di regolarizzazione temporanea dei migranti, ma anche - più sommessamente - dei nodi sulla giustizia.
E da allora è ricominciata a filtrare con insistenza la parola "prescrizione", anche se nessuno dei fedelissimi di Renzi la ha mai pronunciata pubblicamente: proprio la legge sullo stop alla prescrizione tanto voluta da Bonafede e dai grillini, anche a costo di scontentare buona parte del mondo accademico e giuridico e con loro Italia Viva che si era da subito detta contraria. Oggi, col ministro infragilito dal micidiale uno-due che è stata la polemica sul carcere e lo scontro televisivo con il pm Nino Di Matteo, i renziani puntano a dare il pugno del ko.
A caricare il colpo è stata Lucia Annibali (all'epoca del dibattito sullo stop alla prescrizione, era stata firmataria dell'emendamento contrario di Iv), dopo l'informativa di ieri di Bonafede alla Camera. "Le chiediamo di fare il ministro della Giustizia, non del giustizialismo", che è "la negazione stessa della giustizia", ha esordito Annibali, definendo quello con Di Matteo "uno scontro istituzionale gravissimo che se fosse capitato a un ministro della nostra parte politica avrebbe indotto il Movimento 5 stelle a manifestazioni di piazza".
Poi ha affondato, pronunciando di nuovo in aula il nome del provvedimento mai digerito: "Noi non abbiamo condiviso molte norme che lei hai messo in campo, una fra tutte, l'abrogazione della prescrizione, e su questa vogliamo riprendere il prima possibile un dibattito mai concluso". La sintesi è stata impietosa: sulla giustizia "ora serve una fase 2". Come a dire, o cambia il passo o trarremo le conseguenze.
Tanto è bastato ad aprire l'autostrada in cui si è subito infilato un'altra vecchia conoscenza del dibattito sulla prescrizione. Il forzista Enrico Costa, infatti, è tornato sul tema a lui caro grazie proprio alla sponda renziana: "Secondo il suo schema di processo senza fine la vera sentenza non la pronuncia il giudice a fine dibattimento ma il pm durante le indagini non in un'aula di tribunale ma dal pulpito di una conferenza stampa", ha detto, chiedendo che si dia avvio "ad una grande sessione parlamentare sulla giustizia, un patto sulla giustizia in cui le Camere tornino ad essere protagoniste, isolando gli estremisti.
Conosco i dubbi dei colleghi di maggioranza che temono di compromettere la vita del governo ma se avranno il coraggio di isolare i giustizialisti noi non proveremo a strumentalizzare questo coraggio", ha concluso. E non a caso la mozione di sfiducia contro Bonafede, definito "inadeguato" per la gestione delle rivolte nelle carceri e del nodo della scarcerazione dei boss, è stata strutturata proprio per intercettare il malcontento di Italia Viva, ieri palesato anche in Aula.
Con il ministro alle corde e il Pd in posizione di attenta neutralità (il dem Michele Bordo ha difeso il ministro dagli attacchi mediatici subiti e ribadito la contrarietà del Pd alla mozione di sfiducia, ma nulla più), le traiettorie di Italia Viva e centrodestra si sono incontrate, ma presto la tattica potrebbe portarle di nuovo a dividersi, visti i diversi obiettivi di fondo.
Che quello dei renziani sia un gioco pericoloso, lo sanno anche i diretti interessati. Votare la sfiducia individuale al Guardasigilli vorrebbe dire aprire la crisi di governo, dunque la tattica dovrebbe essere quella di calcare la mano abbastanza da strappare una revisione della prescrizione ma non tanto da far crollare il castello di carte dell'Esecutivo. Un obiettivo ambizioso, che rischia di incrinare l'equilibrio fragile di un governo già impegnato su molti fronti.
Contagio in azienda? È infortunio sul lavoro. L'imprenditore e rischia processo penale e risarciment
di Isidoro Trovato
Corriere della Sera, 13 maggio 2020
I datori di lavoro rischiano un processo penale nel caso in cui un loro dipendente si ammalasse di Covisd-19 sul posto di lavoro. Ma attenzione, a rischiare non solo saranno i furbi o i negligenti ma anche i datori di lavoro che abbiano diligentemente posto in essere tutte le misure necessarie per contrastare e contenere la diffusione del Covid-19 dettate dai protocolli di sicurezza del 14 marzo e del 24 aprile 2020.
A evidenziarlo sono i Consulenti del Lavoro. "È un problema non da poco che rischia di bloccare la riapertura di molte piccole e micro aziende - commenta Marina Calderone, presidente del Consiglio Nazionale dell'Ordine - intimorite da questo rischio. Riterrei urgente avviare una riflessione con le parti sociali per arrivare a una norma".
Il contagio è infortunio sul lavoro - L'equiparazione fatta dall'articolo 42 del D.L. n. 18/2020 tra infortunio sul lavoro e contagio da Covid-19, meritevole di ricevere la copertura assicurativa Inail, potrebbe portare al coinvolgimento dell'imprenditore sul piano penale per i reati di lesioni o di omicidio colposo, nel caso di decesso. E questo anche nel caso che la responsabilità del datore di lavoro non sia oggettiva, ma abbia adempiuto a tutto quanto previsto da norme e regolamenti.
Infatti, restano ancora molti i punti critici; tra questi, ad esempio, la verifica che il contagio sia effettivamente avvenuto in occasione di lavoro, considerando che il lungo periodo di incubazione del virus non permette di avere certezza sul luogo e sulla causa del contagio. Così come di escludere con sufficiente certezza l'esistenza di altre cause di contagio. Senza poi contare i casi dei soggetti asintomatici. Il tutto al netto di cause civili per risarcimento danni.
Lo scudo penale - Sarebbe necessario, dunque, introdurre una norma che escluda la responsabilità del datore di lavoro, qualora lo stesso abbia dotato i propri dipendenti di protezioni individuali, mantenuto i luoghi di lavoro sanificati, vigilato sulle distanze interpersonali e assicurato il contingentamento, così come previsto dalla normativa nazionale.
La proposta dei Consulenti del lavoro è quella di prevedere garanzie certe per tutti gli imprenditori, già pesantemente colpiti in termini economici da questa emergenza sanitaria, che nella fase di riapertura si sono ritrovati a sostenere un costo elevatissimo in termini di messa in sicurezza di lavoratori e luoghi di lavoro. Milioni di imprese rischiano di non reggere i costi che potrebbero anche derivare da eventuali sanzioni correlate all'inosservanza delle misure anti-contagio.
Diverse interpretazioni - E già si muove qualcosa in questa direzione con iniziative parlamentari di opposizione e maggioranza. Il Governo si è espresso sul coinvolgimento penale del datore di lavoro con il sottosegretario al Ministero del Lavoro Stanislao Di Piazza: "Una responsabilità sarebbe, infatti, ipotizzabile solo in via residuale, nei casi di inosservanza delle disposizioni a tutela della salute dei lavoratori e, in particolare, di quelle emanate dalle autorità governative per contrastare la predetta emergenza epidemiologica".
E anche l'Istituto competente per materia si è espresso con il Direttore Generale dell'Inail, Giuseppe Lucibello, che nel corso della trasmissione "Diciotto minuti" della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro ha dichiarato che lo scudo penale "non sembra una scelta irragionevole, anzi. L'Istituto sarà a disposizione del decisore politico per suffragare una scelta del genere".
di Andrea Monti
Il Sole 24 Ore, 13 maggio 2020
Corte di cassazione - Sentenza penale 11959/2020. La sentenza 11959/2020 della Cassazione riconosce la natura di "cosa mobile" a un file e amplia le fattispecie astrattamente contestabili per condotte di "sottrazione" elettronica. Nello stesso tempo, però, crea un contrasto con la posizione, più volte espressa dall'Autorità garante per la protezione dei dati personali, sulla natura non patrimoniale dei dati in questione.
Questo orientamento della Cassazione rende possibile contestare all'imputato anche la violazione dei reati contro il patrimonio in tutte quelle condotte che attingono oggetti informatici. Dunque, un capo di imputazione potrebbe estendersi ben oltre l'appropriazione indebita (caso di cui si occupa la sentenza), fino a raggiungere anche il furto, il riciclaggio, la ricettazione, la rapina e - da non sottovalutare - l'aggravante per danno patrimoniale di rilevante gravità (articolo 61, comma 1, numero 7 del Codice penale). Questa possibilità è estremamente utile negli innumerevoli casi di violazioni della proprietà intellettuale che la legge sul diritto d'autore sanziona blandamente ma che - come nella vicenda dei gruppi Telegram che fanno circolare copie illecite di periodici e quotidiani - provocano danni molto ingenti. La sentenza è giustamente orientata a evolvere la lettura della nozione penalistica di "cosa mobile" che risale a un periodo che non si poneva il problema naturalistico della separazione fra supporto e contenuto. Anche se spazi interpretativi per sostenere la tesi c'erano già nell'ultimo comma dell'articolo 392 del Codice penale, il percorso argomentativo è alquanto arduo e, a volte, non convince fino in fondo.
È il caso, per esempio, della parte della sentenza in cui il giudicante "forza" argomenti di teoria dell'interpretazione per giustificare l'utilizzo di nozioni extra-penali per non incorrere in violazione del principio di legalità. Suscita anche qualche dubbio il ruolo attribuito alla cancellazione dei file come elemento naturalistico che integra la perdita di disponibilità degli stessi. La sentenza, infatti, non spiega come - e soprattutto perché - in situazioni del genere dovrebbe escludersi la possibilità di contestare piuttosto i reati di accesso abusivo a sistema informatico o telematico e danneggiamento informatico. Quest'ultimo passaggio introduce il tema del ruolo del valore economico dei dati oggetto della condotta illecita ai fini della qualificabilità come cosa mobile. In altri termini: rientrerebbero nella nozione di res tutti i dati o solo quelli suscettibili di valorizzazione economica?
Se l'opzione fosse (come parrebbe ragionevole) la seconda, allora si dovrebbe risolvere un'altra questione: la possibilità di considerare i dati personali definiti tali dal Regolamento Ue 679/2016 come cosa mobile suscettibile di avere un valore economico. Se la risposta fosse positiva, da un lato ci sarebbe una ulteriore possibilità di sanzionare condotte fraudolente di acquisizioni di dati personali da parte di piattaforme e fornitori di servizi di comunicazione elettronica. Dall'altro, però, si cristallizzerebbe una nozione di dato personale come "cosa commerciabile" che il Garante privacy ha, con più di qualche ragione, ritenuto non accettabile.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 13 maggio 2020
Corte di cassazione - Sentenza 14722/2020. L'aggravante dell'ingente quantità scatta con il possesso di oltre 2 chili di principio attivo; per le droghe pesanti quando è superato il limite fissato dal valore soglia della sostanza moltiplicato per 2mila, espresso in milligrammi (per esempio, 750 milligrammi per la cocaina, 250 milligrammi per l'eroina).
In questi termini conclude la sentenza delle Sezioni unite penali n. 14722 depositata ieri, con la quale è stato sciolto un nodo interpretativo che aveva visto dividersi le Sezioni semplici. Difficoltà comunque emersa dopo che nel 2014, per effetto dell'intervento della Corte costituzionale, tornò di attualità la distinzione tra droghe leggere e droghe pesanti.
Per la sentenza va confermato in linea di massima quanto affermato dal precedente intervento sempre a Sezioni unite (sentenza n. 36258), con la necessità però di precisarne meglio le conclusioni per quanto riguarda le droghe leggere e in particolare l'individuazione puntuale dei fattori della moltiplicazione il cui prodotto determina il confine dell'ingente quantità, discrimine per l'applicazione dell'aggravante. Tutto nasce infatti da un'imprecisione della sentenza del 2012 che, individuato in 2mila il moltiplicatore del dato numerico (costituito dal valore soglia di principio attivo, cioè la quantità massima detenibile) da utilizzare come primo fattore dell'operazione per determinare il livello ponderale minimo dell'ingente quantità, ha indicato per le droghe leggere un valore soglia espresso in milligrammi pari a mille.
Ieri le Sezioni unite hanno sposato l'orientamento maggioritario, in base al quale, per essere coerente con il ragionamento del 2012, che viene peraltro confermato nei presupposti, il quantitativo minimo di principio attivo di sostanza stupefacente del tipo "leggero" al di sotto del quale non scatta l'aggravante deve essere necessariamente pari al doppio di quanto venne indicato e dunque a 4mila volte il quantitativo di principio attivo che può essere detenuto in un giorno, pari a due chili.
di Federica Bosco
sanitainformazione.it, 13 maggio 2020
Lari (Direzione medica penitenziaria Asst Santi Paolo e Carlo): "Diagnosi precoci e cure specifiche per contenere i contagi". Ranieri (responsabile UO sanità penitenziaria Regione Lombardia): "Per la fase 2 tamponi rapidi e parziale ritorno all'attività didattica".
Primi pazienti guariti dal Covid ai penitenziari San Vittore e Bollate. La rete delle carceri milanesi ha contenuto bene l'onda d'urto del coronavirus grazie al dialogo tra personale sanitario e detenuti e a misure stringenti messe a punto dall'ASST Santi Paolo e Carlo che, in collaborazione con Regione Lombardia, ha gestito l'emergenza nei quattro istituti penitenziari milanesi (San Vittore, Bollate, Opera e Beccaria). In questo modo è stato possibile assistere complessivamente 80 detenuti positivi al Covid.
"A livello progettuale si è creata una sinergia tra i due istituti - spiega Cesare Lari, direttore della Direzione Medica Area Penitenziaria dell'ASST Santi Paolo e Carlo - nel senso che i casi più rilevanti sono stati curati nell'hub di San Vittore, mentre a Bollate sono stati destinati i detenuti paucisintomatici o in fase di guarigione. C'è poi un altro tassello che ha permesso di realizzare questo progetto: il carcere di Opere in questo periodo ha accolto i detenuti anziani patologici ma non Covid che si trovavano a San Vittore, nella circostanza dedicato esclusivamente ai pazienti Covid. La cosa più importante - sottolinea il dottor Lari - era tenere fuori dal carcere il virus. Si è fatto di tutto, con controlli all'ingresso, triage a tutti, misurazione della temperatura, attenzione particolare con tamponi a tutti i nuovi giunti con conseguente isolamento prima dell'immissione ai reparti comuni". Un lavoro di squadra che ha visto impegnati 300 tra medici ed operatori sanitari, oltre al personale Serd Penale e Penitenziario per garantire assistenza a tutti i 3.200 detenuti.
Se oggi sono ancora 45 i positivi al Covid-19 tra San Vittore e Bollate, nessun caso è presente nelle carceri della zona rossa di Brescia e di Bergamo, pochi tra Voghera e Pavia, segnale di un'ottima organizzazione, come ci spiega Roberto Ranieri, responsabile Unità operativa sanità penitenziaria di Regione Lombardia.
"Con il tampone abbiamo fatto un'azione più estensiva rispetto a quelle che erano le direttive nazionali. A San Vittore abbiamo fatto anche tamponi di sorveglianza ai detenuti e al personale di polizia penitenziaria, soprattutto quelli che fanno servizi esterni, o che abitano all'interno delle caserme. I test sierologici, allo stesso modo, sono fatti al personale sanitario in questa settimana, a breve li faremo anche ai nuovi detenuti e agli agenti di polizia penitenziaria secondo una proposta che ho fatto di recente. Sempre in tema di tamponi - aggiunge - abbiamo poi un progetto che dovrebbe essere autorizzato e prevede di fare i tamponi rapidi, ovvero quelli con risposta in un'ora, con un apparecchio collocato all'ingresso di San Vittore in modo da identificare subito chi eventualmente è positivo. Per la fase due abbiamo preparato un documento già approvato e che sarà divulgato nelle prossime ore dalla Regione, che prevede di anticipare un po' i tempi rispetto alle altre comunità.
La fase 2 è più complessa rispetto alla fase 1 perché occorre mantenere precauzioni pur garantendo alcune aperture che avverranno in maniera graduale, come i colloqui oggi ancora in via telematica, ma è previsto a breve il colloquio con i famigliari e il ritorno degli educatori per alcune attività didattiche. Quindi è fondamentale gestire lo stato virologico delle persone che faranno accesso all'istituto: tutti gli operatori ed educatori saranno sottoposti a tampone prima di riprendere l'attività, mentre invece per i detenuti e per il personale di polizia penitenziaria si stanno organizzando dei corsi di formazione sia in sede, tenendo le dovute misure di distanziamento, sia per via telematica. Devo dire che i detenuti sono stati bravi perché si sono messi a produrre mascherine e quindi, avendoli coinvolti nel progetto, abbiamo avuto buoni risultati".
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