di Franco Villa*
Ristretti Orizzonti, 15 maggio 2020
In questi giorni di pandemia si fa un gran parlare di smaterializzazione del processo penale. Con tale termine si allude alla modalità di celebra-zione dei processi consistente nel tenere le udienze da remoto mediante programmi software di videoconferenza (Skype for business e Teams), modalità che ha consentito in questo momento di emergenza da covid-19 di evitare i contatti, riducendo i rischi di contagio, ed evitando al contempo la paralisi totale della macchina della giustizia.
L'utilizzo è stato limitato alle udienze considerate indifferibili, quali per esempio le udienze di convalida dell'arresto e gli interrogatori di garanzia in carcere a seguito di emissione di ordinanza cautelare. Secondo i soste-nitori della "remotizzazione" è stata l'occasione per testare tale strumento tecnologico e, considerando positiva la sperimentazione, gli stessi hanno ritenuto necessario l'utilizzo di tale strumento anche per il futuro, facendo leva su un asserito risparmio di tempo e di risorse (si pensi soltanto al risparmio di uomini e di mezzi determinato dall'eliminazione di tutte le traduzioni degli imputati). Nelle fila degli "smaterializzatori" abbiamo ovviamente il governo, il quale ha trovato una formidabile sponda nella maggior parte della magistratura, si pensi a Gratteri e Davigo, che difficilmente si sottraggono dalle luci della ribalta per attaccare la funzione difensiva, ma anche a magistrati più moderati come Albamonte che ri-tengono capziosa e pregiudiziale l'opposizione degli avvocati dell'Unione delle Camere Penali Italiane alla partecipazione a distanza.
In sostanza, si vuol far credere che gli avvocati strumentalmente siano contrari alla tecnologia, che si oppongano al progresso o, peggio, che non riescano ad adattarsi alla modernità. Nulla si dice sul fatto che i penalisti da anni richiedono la possibilità di utilizzare la pec per il deposito di me-morie, di istanze e liste testi. Nessun cenno al fatto che gli avvocati non hanno la possibilità di accedere telematicamente dal proprio studio agli atti contenuti nel fascicolo del pm, oppure ai verbali di udienza, utilizzando dei semplici software. Nessuno condivide infine la battaglia dell'Ucpi per video documentare la fase delle indagini preliminari ed in particolare l'escussione dei sommari informatori. La tecnologia piace a costoro solo se va a detrimento della funzione difensiva.
Inutile ricordare che all'esito di un travagliato iter, è stato emesso il decreto legge 30 aprile 2020 n. 28 che ha registrato la scomposta reazione della magistratura associata, quando la stessa ha appreso con sdegno che finalmente la politica ha ascoltato l'avvocatura ed in particolare l'Ucpi. In-fatti in tale provvedimento si consente, derogando parzialmente al regime "generalizzato", la celebrazione da remoto delle "udienze di discussione finale, in pubblica udienza o in camera di consiglio, e a quelle nelle quali devono essere esaminati testimoni, parti, consulenti o periti" solo e sol-tanto con il consenso delle parti. Non voglio entrare nel merito del decreto e non voglio approfondire in questa sede la questione relativa all'opportunità che tale scelta, la quale può effettivamente compromette-re l'esercizio del diritto di difesa, possa essere demandata all'avvocato; però è indubbio che il solo poter impedire l'udienza da remoto è sicura-mente una vittoria dei penalisti, ma non solo, è vittoria del giusto processo.
D'altro canto possiamo davvero affermare che l'utilizzo della tecnologia corrisponda sempre al progresso? Pongo questa domanda perché è sempre bene distinguere tra la scienza e la tecnologia, laddove la scienza in-daga i fenomeni naturali e la tecnologia utilizza le conoscenze scientifiche per creare o migliorare i prodotti e gli strumenti a disposizione dell'uomo. Nella nostra prospettiva l'utilizzo della videoconferenza per celebrare le udienze da remoto comporta l'utilizzo della tecnologia per risolvere nell'immediato un problema di distanziamento sociale e nel futuro per ot-tenere un risparmio di tempo e di risorse. Ma siamo sicuri che l'utilizzo di questa tecnologia corrisponda realmente ad un progresso?
Per rispondere a questo quesito bisogna far riferimento ai principi di oralità, immediatezza e contraddittorio che devono permeare il processo penale. Si impone cioè lo svolgimento del processo con una comunicazione del pensiero mediante la pronuncia di parole destinate ad essere udite. Si ha dunque il pieno rispetto dell'oralità e dell'immediatezza solo quando coloro che ascoltano possono porre domande ed ottenere risposte a viva voce dal dichiarante, senza una intermediazione tra l'assunzione della prova e la decisione finale sulla sussistenza della responsabilità penale. Sostanzialmente è necessario che il giudice prenda contatto diretto con la fonte di prova e che sia la stessa persona fisica che ha assistito, nel contraddittorio delle parti, all'assunzione della prova a prendere la decisione finale. Questi principi rendono manifesto il fatto che il processo sia un fenomeno comunicativo ed in quanto tale soggetto alle regole che governa-no tale manifestazione del pensiero. Quindi è necessario far riferimento alle scienze sociali che studiano la comunicazione umana. Ma se il processo penale ha come obiettivo la ricerca della verità e il processo è un fenomeno comunicativo, i principi di oralità e di immediatezza corrispondo-no alla miglior scienza ed esperienza per il raggiungimento di tale obietti-vo?
La risposta a tale domanda è sicuramente positiva, nel senso che per ricercare la verità, ovvero per stabilire se un determinato fatto storico indicato nell'imputazione sia avvenuto o meno, è necessario procedere all'assunzione della prova nel contraddittorio delle parti, rispettando i principi anzidetti dell'oralità e dell'immediatezza. Tali principi infatti sono funzionali al focus in quanto a livello scientifico si ritiene necessario valutare la comunicazione su due livelli: la comunicazione verbale e la comunicazione non verbale e para-verbale. Per comunicazione non verbale si in-tende il cosiddetto linguaggio del corpo (la prossemica, la postura, la gestualità, le espressioni facciali eccetera), mentre la comunicazione para-verbale attiene al tono della voce. La comunicazione verbale costituisce il contenuto del messaggio, le parole che vengono dette (definita anche comunicazione digitale in quanto la lingua è un codice); mentre la comunicazione non verbale e quella para-verbale attengono al modo in cui si comunica (comunicazione analogica). Pertanto ogni comunicazione ha un aspetto di contenuto, cioè quello che si vuole dire, e un aspetto di relazione che indica il tipo di relazione che si vuole instaurare con la persona destinataria del messaggio stesso. Sostanzialmente conta sia quello che viene detto, ma anche come viene detto. In questo senso gli studi della scuola di Palo Alto (per tutti Paul Watzlawick) ci dicono addirittura che conta di più il modo in cui diciamo le cose rispetto al contenuto della comunicazione e a livello percentuale la comunicazione non verbale e para-verbale vale il 93% (55% non verbale e 38% la para-verbale) mentre quella verbale soltanto il 7%. Ovviamente tali percentuali sono soltanto indicative e soprattutto vanno modificate in relazione al contesto dell'interazione.
Ma ritornando appunto al contesto del processo, arricchiti da queste semplici nozioni di comunicazione interpersonale, ci rendiamo conto che nell'interazione fra giudice, pm, avvocato e testimone durante la cross examination la presenza in aula diventa fondamentale. Come può infatti essere valutata la credibilità di una testimonianza attraverso il filtro di un monitor? Le parti processuali potranno comprendere, solo laddove la connessione internet sia ottimale, la comunicazione digitale, il messaggio verbale, ma non potrà essere apprezzata quella non verbale e para-verbale. Si pensi alla gestualità complessiva, al piede che si agita nervosamente, alla sudorazione, alle sfumature del tono della voce, ovvero a quel livello di comunicazione che diventa determinante proprio per valutare la credibilità.
Tali argomenti diventano spendibili anche in relazione all'altro momento del processo in cui gli aspetti comunicativi diventano preponderanti, ovvero la discussione finale. Infatti, nell'arringa del difensore, come nella requisitoria del pm, la comunicazione deve essere persuasiva. Quindi si devono utilizzare argomenti e modalità comunicative che devono convincere e persuadere il destinatario della comunicazione, il ricevente, cioè il giudice. Ma se la convinzione si riferisce a ragionamenti logici volti a di-mostrare la fondatezza degli argomenti utilizzati, la persuasione passa soprattutto sul piano emotivo e mediante la comunicazione analogica. In questo senso, non può essere neutra neanche l'interazione tra l'emittente, ovvero colui che discute rispetto al ricevente ovvero il giudice. Infatti la comunicazione è un processo circolare e quindi ogni comunicazione è a sua volta influenzata dal comportamento verbale e non verbale del destinatario della stessa.
Dunque l'avvocato o il pubblico ministero moduleranno la propria discussione in virtù del feedback che riceveranno dal giudice, il quale addirittura a sua volta potrebbe essere influenzato dal pubblico in aula o comunque dal resto dell'uditorio. Non si può pensa-re che sia irrilevante discutere davanti ad un giudice che ti guarda attento e prende appunti rispetto ad un altro che distrattamente conferisce con un collega o con il cancelliere. Dunque anche per la discussione valgono le stesse conclusioni rassegnate in relazione alla cross examination, ovvero per dare effettiva applicazione ai principi di oralità ed immediatezza è assolutamente necessaria la presenza in aula degli attori del processo.
In definitiva i suddetti principi, oltre ad avere un fondamento costituzionale e convenzionale, sono funzionali anche da un punto di vista scientifico al perseguimento dell'obiettivo del processo, ovvero la ricerca della verità. Dunque il processo penale da remoto e l'utilizzo della tecnologia per la partecipazione a distanza, non corrispondono al progresso in quanto incidono in senso negativo su tali principi. È auspicabile quindi che gli avvocati non acconsentano mai alla celebrazione dei processi smaterializza-ti, perché tale scelta mortificherebbe il ruolo dell'avvocato, riverberandosi ineluttabilmente sul diritto di difesa del proprio assistito.
*Avvocato, Responsabile per la Sardegna dell'Osservatorio Carcere Ucpi
di Sebastiano Ardita
Il Riformista, 15 maggio 2020
Il magistrato risponde all'articolo pubblicato ieri dal Riformista: "Caro Franco Corleone, il carcere è extrema ratio: lo pensavo ieri, lo ribadisco oggi".
In un articolo di oggi (ieri per chi legge, ndr) sul Riformista Franco Corleone ricorda la mia posizione sul carcere, che ho sempre ritenuto l'extrema ratio, con i suoi "non luoghi" che impediscono spesso il recupero della personalità. Ricorda il mio rammarico per una carcerazione che ha spesso obbedito a scelte emozionali facendo finire dietro le sbarre tossicodipendenti ed extracomunitari insieme a una grande parte che viene definita della "sottoprotezione sociale".
Sono le mie idee di sempre, quelle che ribadisco in ogni convegno e in ogni pubblicazione ricordando come questo sistema abbia spesso favorito mafiosi, capi e favoreggiatori di Cosa Nostra col colletto bianco che l'hanno fatta franca.
Quindi è un argomento di stragrande attualità. Quando ero direttore dell'ufficio detenuti mi sono battuto per la civiltà della pena e come ricorderà Franco Corleone, ho diramato le circolari - tuttora vigenti - che hanno istituito e regolato per la prima volta l'area educativa. Nel 2007 avviai una indagine statistica da cui emergeva che in quell'anno erano entrate in carcere circa 97.000 persone e ne erano uscite 90.000.
Una gran parte erano disperati. Ho stimolato la legislazione per limitare il fenomeno delle cosiddette porte girevoli - gli arresti per pochi giorni per gli autori di piccoli reati, che diventano occasione di reclutamento criminale - mi sono battuto perché il carcere riguardasse la criminalità organizzata e i personaggi pericolosi.
Ed anche per questi ultimi ho preteso che si applicassero tutte le regole dell'ordinamento penitenziario senza abusi e senza sconti: non ricordo un mafioso o un personaggio di spicco uscito dal carcere solo perché l'amministrazione penitenziaria non fosse riuscita ad assicurare assistenza sanitaria, ovvero non avesse compiuto ogni sforzo per assicurarla.
Perché so bene che nel sistema di democrazia ogni mancanza o abuso nei confronti di un detenuto provoca un contraccolpo che va dalla sua scarcerazione fi no alla messa in stato di accusa, per inciviltà, dell'intero sistema penitenziario. Perché sicurezza e civiltà della pena si tengono insieme in un perfetto equilibrio. Ed è la rottura di questo equilibrio che ha prodotto quello che è accaduto in questi giorni.
Franco Corleone sa bene che chi beneficia del caos e dell'assenza delle regole sono i vertici delle associazioni mafiose, come si può capire bene leggendo la sua pregevole indagine sulla mafia di Catania negli anni 80, quando era componente della commissione antimafia. Si tratta di un bel documento di cui lui certamente avrà memoria.
La cultura della prevenzione della mafia, caro Franco, è amore per la libertà, solidarietà, condanna di ogni prevaricazione, difesa dei deboli che sono le vere vittime della mafia, dentro e fuori dal carcere. Se escono i capi mafia perde lo Stato, perde la solidarietà, perdono gli ultimi, non perde solo l'antimafia Questo riguarda anche gli spazi. Aprire gli spazi interni al carcere dentro le regole è una battaglia di civiltà.
Aprire nel caos consegnando le carceri ai detenuti e alle loro gerarchie criminali, significa amplificare il dominio dei forti sui deboli, dei capi della criminalità sui detenuti alla prima esperienza, della dannazione sulla speranza di tornare alla vita normale. Significa condannare alla frustrazione il personale penitenziario che crede nella rieducazione e nella questione penitenziaria. Ed è quello che ha portato al cedimento del sistema carcerario con le conseguenze che tutti possono notare. Le rivolte in cui sono stati esposti i più emarginati, hanno portato con un effetto domino alla liberazione di 400 mafiosi.
Adesso chi è salito sui tetti ne pagherà le conseguenze; i mafiosi hanno incassato la deficienza del sistema: le rivolte sono cessate. Il sistema ha ceduto ma la responsabilità non può essere addossata tutta alla ultima gestione. Sarebbe il caso che una commissione d'inchiesta si impegnasse per capire quanto siano complesse, radicate e antiche le responsabilità di quanto è accaduto. Il carcere si governa con la civiltà e col rispetto, avendo cura dei deboli che vogliono essere recuperati, ma senza fare sconti ai mafiosi, perché ciò significa solo mandare in fumo la vera ragione per cui esiste: proteggere la società dalla devastante azione della criminalità organizzata.
La replica di Franco Corleone
La risposta di Sebastiano Ardita è in controtendenza rispetto al tempo tetro di insulti e di mancanza di confronto. Ho grande interesse per il dialogo e mi aspetto che Ardita acconsenta sulla proposta di rivedere la legge sulle droghe che è la causa dell'affollamento delle carceri. Mi aspetto anche un pensiero per 13 detenuti morti. La giustizia senza pietà non è umana.
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 15 maggio 2020
Dopo Gratteri anche il procuratore generale di Palermo fa la sua fantasiosa proposta sul "Fatto" per ridurre il sovraffollamento. Che le carceri italiane siano sovraffollate, quindi invivibili e oggi anche molto pericolose per il rischio di contagio da Coronavirus, nessuno ha più il coraggio (o la faccia tosta) di negarlo.
Poi ognuno ha la sua ricetta per affrontare e magari risolvere il problema. La palma per l'originalità - dopo la bacchetta magica del procuratore Gratteri che in dieci giorni ne costruirebbe tre o quattro di nuove - va oggi a un altro (e alto) magistrato, il dottor Roberto Scarpinato. Procuratore generale presso la corte d'appello di Palermo, sessantotto anni (quindi non ha bisogno di emendamenti di sostegno, lui in pensione va tra due anni), ama illustrare di suo pugno il pensiero, piuttosto che scendere al livello di un Gratteri qualsiasi e invocare l'intervista.
Tanto l'ospitata sull'organo di famiglia, pardon, di Casta, è sempre garantita. E lui si fa scrittore. E ci stupisce. La ricetta è semplice. E come mai non ci avevamo pensato? Prima della soluzione l'alto magistrato fa la premessa, che centra il vero problema. Dalle statistiche del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, ci informa, risulta che "in carcere a espiare la pena finisce quasi esclusivamente chi occupa i piani più bassi della piramide sociale. Il numero dei colletti bianchi è talmente esiguo da non essere neppure statisticamente quotato").
Conclusione: "Forse questo è uno dei motivi dell'eterna irresolubilità della questione carcere". Chiarissimo. Se ci fossero in carcere più politici e imprenditori e meno proletari, le prigioni sarebbero almeno pensioncine romagnole con distanziamento sociale. Ora, noi sappiamo come ragiona il dottor Scarpinato. Lo conosciamo da moltissimi anni, ma in particolare il suo pensiero, fin dai magnifici tempi in cui era sostituto insieme a Ingroia e Tartaglia alla procura di Caselli a Palermo, si era manifestato con l'intuizione investigativa dell'inchiesta "Sistemi criminali".
Pur non usando ancora l'espressione "colletti bianchi" (una raffinatezza da procuratore generale), il giovane pm aveva già individuato delle cricche di padroni sfruttatori che tramavano contro lo Stato e la classe operaia: "una sorta di tavolo dove siedono persone diverse... il politico, l'alto dirigente pubblico, l'imprenditore, il finanziere, il faccendiere, esponenti delle istituzioni, e non di rado il portavoce della mafia".
Purtroppo gli uomini di questa super cupola non andarono mai in carcere, perché l'inchiesta finì in una bolla di sapone. Come la successiva, il primo tentativo di processo "trattativa" tra malia e Stato. Solo al terzo colpo, e siamo ormai al 2008, le parole del fantasioso Massimo Ciancimino consentirono ai suoi colleghi di imbastire il più grande processo-farsa della storia. Scarpinato, che nel frattempo aveva fatto carriera, con il consueto sprezzo del pericolo, non si è però tirato indietro, e nella sua veste di procuratore generale, è riuscito con rocambolesche giravolte e portare il pluri-assolto Calogero Mannino fino alle soglie della cassazione. Il suo stile non è cambiato. Rimane un sognatore.
Da pubblico ministero non amava la veste di repressore di reati che si fossero già verificati. Ha invece sempre preferito andarne alla ricerca, sapendo che in certi ambienti, magari quelli dei "colletti bianchi", scavando scavando, e attraverso una lettura degli eventi di tipo storico-sociologica, qualcosa avrebbe trovato. Partendo da verità prestabilite e attraverso investigazioni molto estese si finisce spesso con l'andare a cercare la punizione più per condotte ritenute amorali che non illecite. È il modo di procedere dei pubblici ministeri cosiddetti "antimafia", per i quali tutto è mafia e le carceri dovrebbero essere grandi assembramenti di 41bis.
È anche un po' la stessa sub-cultura del ministro Bonafede, che ha messo a dirigere il Dap due magistrati la cui prevalente esperienza è orientata alla repressione delle cosche. Forse il dottor Scarpinato non si rende conto del fatto che molti detenuti che oggi sono ai domiciliari, e che lui vorrebbe far tornare in galera, fanno proprio parte di quella base della piramide sociale la cui sorte gli sta così tanto a cuore.
Dovrebbe però spiegarsi meglio. Se, come ha scritto, la prigione è "specchio fedele delle diseguaglianze e delle ingiustizie sociali fuori dal carcere" la sua soluzione è quella di svuotarle del proletariato in catene (magari fatto di picciotti) e riempirle di amici di Berlusconi?
estense.com, 15 maggio 2020
La posizione del direttivo e dell'osservatorio della Camera Penale Ferrarese. "Ferrara, diversamente da quanto sta accadendo in altre realtà territoriali della regione, risulta sprovvista di un sistema di reinserimento sociale, che costituirebbe una occasione importante di contrasto alla marginalità sociale, al fine di favorire una piena rieducazione".
È quanto osservano il direttivo e l'Osservatorio carcere della Camera Penale Ferrarese. La questione è quella delle misure alternative alla detenzione, soprattutto in un periodo storico in cui "l'emergenza Covid-19 ha messo nuovamente in luce il problema del sovraffollamento carcerario e dei rischi che questo comporta per la salute dei detenuti".
Per attuarle però, è necessario un domicilio idoneo e per questo, ricordano dalla Camera Penale, "nel mese di aprile, è stato sottoscritto un accordo fra la Regione Emilia-Romagna e l'Uepe ai sensi del quale è stato indetto un bando di gara destinato ad enti e associazioni del Terzo Settore per accogliere nelle proprie strutture o in quelle messe a disposizione dalle amministrazioni comunali alcuni detenuti richiedenti, così da fornire un supporto abitativo e di sostegno al reinserimento sociale a favore dei beneficiari".
Il bando non ha avuto alcun seguito: "Un consorzio di cooperative congiuntamente ad una Ats - ricordano dalla Camera Penale, che riprende notizie di stampa - aveva richiesto di partecipare al bando e l'Amministrazione comunale ne ha respinto la candidatura, ritenendo che non fosse pervenuto alcun progetto dettagliato, ma solo una richiesta generica e incompleta, peraltro a pochissimi giorni dalla scadenza del bando (fissata al 4 maggio 2020). All'esclusione sono seguite svariate polemiche e proteste, culminate con una interpellanza alla Giunta".
Polemiche a parte, "l'unico effetto concreto è che - attualmente, a bando scaduto - Ferrara, diversamente da quanto sta accadendo in altre realtà territoriali della regione, risulta sprovvista di un sistema di reinserimento sociale, che costituirebbe una occasione importante di contrasto alla marginalità sociale, al fine di favorire una piena rieducazione".
La richiesta e quella di una "pronta ricerca di una soluzione che sia concretamente idonea a rispondere alle esigenze che ci si propone di realizzare: un più ampio ricorso alla misura extra muraria, che consenta la fuoriuscita dal circuito carcerario di condannati con pene residue minime, specie in un momento emergenziale come quello in atto".
retisolidali.it, 15 maggio 2020
Emanuela Falconi racconta come l'emergenza è stata affrontata nel carcere di Velletri. Ma serve un piano complessivo per l'emergenza. Emanuela Falconi, ematologa di formazione, dirige l'Unità Operativa Semplice Dipartimentale per la Sanità Penitenziaria dell'Asl Roma 6 ed è vice-presidente dell'associazione di volontariato Conosci, il Coordinamento nazionale degli Operatori per la Salute nelle Carceri Italiane che lavora, fra l'altro, nella formazione del personale sanitario e degli operatori socio-sanitari. Una lunga esperienza nell'ambito della sanità in carcere, oggi si occupa della salute dei 600 detenuti del carcere di Velletri, dove, spiega, "l'amministrazione penitenziaria ha ceduto alla Asl 22 locali e ci sono 13 ambulatori, anche specialistici".
Emanuela Falconi dirige l'Unità Operativa per la Sanità Penitenziaria dell'Asl Roma 6 ed è vice-presidente dell'associazione Conosci...
Il Coronavirus si è inserito in un quadro già difficile. I dati del Dap, appena usciti, parlano di 54mila detenuti, rispetto ai 61mila di febbraio. Ma le carceri italiane rimangono comunque troppo piene e, in un recente dossier, il sindacato di polizia penitenziaria sottolinea che 2 detenuti su 3 sono malati.
"Alcuni anni fa il Lazio ha partecipato a uno studio epidemiologico che coinvolgeva 5 regioni italiane. Emerse, tra l'altro, che il 70% di chi è in carcere ha una patologia, che in molti casi è di tipo psichiatrico o lo lambisce. Mi riferisco a forme di ansia, depressione, disadattamento, che il carcere acuisce o che vengono determinate dalla condizione carceraria. Sui soggetti che manifestano questi sintomi, come ho potuto riscontrare in questi mesi, il Covid-19 ha fatto da amplificatore".
Si parla di 133 positivi fra i detenuti, 200 fra gli agenti di polizia penitenziaria e 2 decessi in tutta Italia. Quale è stata la situazione della salute nelle carceri in piena emergenza?
"Dati ufficiali definiti ancora non ce ne sono. Noi operatori sanitari, insieme alle direzioni di istituto e alla polizia penitenziaria, ci siamo trovati a dover declinare rapidamente i decreti e le misure che si susseguivano in un contesto molto particolare come quello carcerario, e non è stato semplicissimo. Banalmente: chiudere l'ambulatorio di un Distretto non è come intervenire in quello di un carcere, perché i detenuti hanno esigenza di scendere in infermeria anche solo per prendere un farmaco da banco. A Velletri abbiamo contenuto le visite meno urgenti, che avvengono su prenotazione, e incrementato invece, per le urgenze, il numero dei medici durante la giornata, per fare in modo che non ci fossero file negli ambulatori e siamo riusciti a continuare, rispettando le misure di sicurezza, prelievi ed esami. Non sono mai mancati a noi, alla polizia penitenziaria e ai detenuti i dispositivi di protezione individuale. Più in generale, c'è stata la necessità di chiudere i colloqui con le famiglie e la cosa ha avuto un forte impatto. Le rivolte si sono dovute anche a questo".
Rispetto ai dispositivi di protezione individuale immagino che sul pia-no nazionale non sia stato sempre così...
"Non ho elementi di quadro. Posso ipotizzare una situazione a macchia di leopardo, legata a specifiche situazioni".
Quali sono stati problemi più stringenti da affrontare dal punto di vi-sta sanitario? Chi si occupa di carcere fa notare che una delle questioni è stata reperire spazi per consentire la quarantena ai positivi e garantire la sicurezza di tutti.
"A Velletri, con il direttore dell'istituto di pena abbiamo individuato stanze per isolare chi mostrava sintomi che potessero prospettare la malattia. Su tutti i nuovi ingressi abbiamo fatto i dovuti screening, il pre-triage. Nei casi sospetti abbiamo predisposto l'isolamento e eseguito i due tamponi. E a oggi non c'è alcun positivo. Sul piano nazionale è possibile che sia stato difficile individuare spazi appositi: non tutti gli istituti li hanno. Attualmente mi risulta che alcune carceri non accettino nuovi detenuti prima che abbiano effettuato i tamponi".
C'è qualche episodio che in questi mesi l'ha colpita particolarmente?
"Guardi, la situazione di chi viene arrestato è già di per sé complicata, soprattutto se si tratta del primo arresto. Sono casi in cui si evita l'isolamento, che può essere pericoloso. A volte non è stato possibile evitarlo, proprio per ragioni di tutela della salute, ma la sofferenza psicologica aumenta. E poi fino a quando non è stata attivata Skype, l'impossibilità di vedere le famiglie ha avuto una ricaduta pesante sui detenuti. Ma anche quando è stato possibile usare Skype, non tutti familiari avevano gli strumenti per accedere: nessun tablet, nessun pc, magari solo un telefono con una connessione insufficiente. E questo vale anche per gli stranieri. Un quadro aggravato dal fatto che molte attività, penso alla scuola, ai laboratori di pittura, alle attività formative, si sono bloccate".
Come va affrontata la fase 2? Servirebbe un Piano complessivo per superare l'emergenza e convivere con i cambiamenti dettati dal virus? Le associazioni ritengono comunque necessario un alleggerimento dei numeri, per evitare che il carcere diventi un luogo di propagazione...
"Sarebbe importante varare un Piano che si articoli secondo alcune priorità. La prima: individuare forme di protezione che facciano in modo che chi arriva dall'esterno non porti il contagio. Questo vale per gli operatori sanitari e la polizia penitenziaria, ma anche per le famiglie. È fondamentale che ripartano i colloqui, ma devono ripartire in modo "sicuro". Ci vuole poi la continuità dei dispositivi di protezione individuale e la disponibilità di test sierologici e tamponi. So che la Regione Lazio sta lavorando su questo e per quanto riguarda il carcere di Velletri sono già in programma test sierologici per tutti i sanitari i detenuti e gli agenti di polizia penitenziaria. E poi, in sicurezza, vanno ripresi i laboratori, la formazione, le attività che supportano chi è in carcere. Quanto all'affollamento: peggiora sempre le cose, anche a prescindere dal Covid-19".
A proposito di affollamento. Le cifre rimangono alte, ma i dati rilevano 7.000 detenuti in meno nei due mesi del lockdown. Secondo lei perché?
"Per lo sforzo della Magistratura, che ha deciso di applicare le misure consentite. Per esempio dare licenze straordinarie a chi già fruiva del beneficio della semilibertà, concedere gli arresti domiciliari considerando tutti gli stati patologici che esponevano a rischio maggiore di contagio con conseguente pericolo di vita e anche scarcerare i detenuti con più di 70 anni. In questo periodo ci sono infatti arrivate moltissime richieste di relazioni sullo stato di salute di questi pazienti".
Alcune scarcerazioni legate al Covid-19 hanno generato polemiche e sono un caso politico. Una questione delicata che tocca direttamente il tema della tutela del diritto alla salute: di tutti, anche dei detenuti. Lei che cosa ne pensa?
"La salute è un diritto di tutti, e in relazione alle polemiche credo bisognerebbe conoscere nel dettaglio ogni vicenda, caso per caso. Ogni singola situazione dev'essere comunque approfondita".
parmatoday.it, 15 maggio 2020
Il sindacato: "Tutto a discapito del personale di Polizia Penitenziaria che denuncia uno stato di abbandono nel segno della più bieca ed egoistica soluzione dell'arrangiarsi da solo.
Si apprende dell'imminente apertura del nuovo padiglione della Casa Circondariale di Parma che dovrebbe ospitare 200 detenuti. In più e svariate circostanze, le organizzazioni sindacali rappresentative del Corpo di Polizia Penitenziaria, hanno manifestato le proprie preoccupazioni per la totale assenza dei dovuti requisiti in grado di assicurare alla struttura il rispetto dei livelli minimi di sicurezza che, a fronte degli attuali numeri, risulta assolutamente impossibile garantire.
Le piante organiche di cui al decreto Madia del 2017 prevedevano un organico composto da 313 agenti/assistenti, 76 Sovrintendenti, 65 Ispettori e 4 Commissari.
Oggi, in barba alle previsioni ministeriali, in organico ci sono 349 agenti/assistenti, 3 Sovrintendenti, 18 Ispettori e 3 Commissari. Occorre, per di più, precisare che dai 349 agenti/assistenti, vanno sottratti quelli in forza al Gom che, artificiosamente, vengono conteggiati nell'organico complessivo. L'apertura di un nuovo padiglione in grado di accogliere 200 detenuti, richiede l'inevitabile invio di nuovo personale, fermo restando che dall'ultimo corso di formazione sono stati assegnati alla struttura 17 nuovi agenti ma in partenza (mobilità ordinaria) ce ne sono ben 20.
A fronte di questi dati, la Casa Circondariale di Parma, registra una carenza di oltre 100 unità di personale, di cui almeno 50 nel ruolo agenti/assistenti, senza tralasciare l'aliquota del personale da assegnare al locale n.t.p. il cui organico non è stato ancora determinato. La locale caserma agenti, di cui le OO.SS. hanno a più riprese denunciato lo stato fatiscente in cui versano la maggior parte delle camere, che non appaiono in condizione tale da essere assegnate al personale di Polizia Penitenziaria fino a quando non saranno definiti i lavori mai iniziai di circa 30 stanze.
Ed in presenza di un organico non in grado di assicurare il rispetto dei livelli minimi di sicurezza, con un'Amministrazione che non ha considerato la necessità di rivedere le piante organiche non più attuali ai riferimenti del citato decreto Madia del 2017, alla luce dell'apertura di un nuovo padiglione detentivo che appare, dunque, illogica ed irrazionale, tutto a discapito del personale di Polizia Penitenziaria che, attraverso i suoi rappresentanti, denuncia uno stato di abbandono nel segno della più bieca ed egoistica soluzione "dell'arrangiarsi da solo".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 15 maggio 2020
Tutti in attesa della rivalutazione, da parte del giudice di Sorveglianza di Sassari Riccardo De Vito il prossimo 22 maggio, dello stato di detenzione domiciliare concesso a Pasquale Zagaria per gravi motivi di salute. Ma la notizia di questi giorni è che Antonino Sacco, condannato per mafia oltre a vari reati come l'estorsione, è rientrato in carcere perché il magistrato di Sorveglianza ha - entro 15 giorni - emesso il provvedimento a seguito dell'indicazione data dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (Dap) come prevede il recentissimo decreto Bonafede. Prima era al carcere di San Gimignano dove c'è comunque una normalissima assistenza sanitaria, come in ogni istituto penitenziario dovrebbe avere, ora dietro indicazione del Dap - è stato tradotto nel carcere di Livorno dove sarebbe garantita l'identica assistenza sanitaria.
Parliamo di un uomo che sta scontando la sua pena dal 2011.
Ufficialmente uscirà dal carcere nel 2027, ma con la liberazione anticipata potrebbe essere libero molto prima. Sacco soffre di una patologia cardiaca, una di quelle malattie considerate fatali se dovesse contrarre il Covid 19. Proprio per questo motivo, la magistratura di Sorveglianza aveva assunto il provvedimento urgente di differimento pena nella forma di detenzione domiciliare ex art. 47- ter comma 1 ter dell'Ordinamento penitenziario.
Da ricordare che è una forma provvisoria, soggetta quindi a revisione, tant'è vero che è stato fissato un termine di durata dell'applicazione. Prima di quella data - a prescindere dal nuovo decreto - è comunque possibile che il provvedimento sia revocato anticipatamente. Proprio sotto suggerimento dell'avvocata Giuliana Falaguerra, legale di Sacco, il magistrato aveva disposto la detenzione domiciliare non nel suo luogo di origine, ma in una località del nord.
Con il nuovo decreto qualcosa pero è cambiato. Ha introdotto varie disposizioni tra le quali spicca la rivalutazione a strettissimo giro dei provvedimenti concessivi di misure domiciliari emessi "per motivi connessi all'emergenza sanitaria da Covid-19", da effettuarsi entro quindici giorni. Nei confronti di Sacco, il Dap in brevissimo tempo ha trovato un posto dove, a parer suo, potrebbe essere assistito. Lo ha scritto nero su bianco in una nota mandata al magistrato di Sorveglianza. "Ai sensi dell'articolo 2 comma 1 si comunica che - scrive il Dap - a Sacco Antonino potrebbe essere associata la casa circondariale di Livorno, sede dotata di ampia offerta specialistica e all'occorrenza delle strutture sanitarie pubbliche della città di Livorno".
Questo è tutto, non è annotata nessuna valutazione da parte dell'azienda sanitaria e si usa un condizionale. "Potrebbe essere associato", è infatti un suggerimento. La magistratura di Sorveglianza l'ha accolto, tendendo anche conto che "attualmente si assiste ad una fase di relativa rimessione della diffusione dell'epidemia, con riduzione del numero dei nuovi contagi e delle infezioni". Ovviamente il riferimento è all'esterno, dove indubbiamente c'è un forte calo dei contagi. Cosa ben diversa nei penitenziari dove i focolai si possono "accendere" da un momento all'altro, come recentemente ha spiegato il garante nazionale Mauro Palma durante un convegno.
Ma il punto è un altro. A ribadirlo è l'avvocata Falaguerra, legale di Antonino Sacco: "Le due carceri, sia quello di San Gimignano dove era precedentemente recluso il mio assistito che quello di Livorno dove attualmente è stato trasferito, - spiega l'avvocata - garantiscono più o meno la stessa identica assistenza sanitaria". Ma allora perché Sacco è stato mandato in detenzione domiciliare nonostante che al carcere di San Gimignano era presente un'area sanitaria che riesce a garantire il servizio? "Infatti la questione non era, ed è, se ci sono o meno i medici, ma se c'è il rischio infezione", risponde l'avvocata.
"Non c'entra quindi nulla l'aver trovato un altro luogo, tra l'altro simile, - prosegue Falaguerra - salvo che riescano ad assicurare il distanziamento per evitare l'infezione e la sua propagazione". Il punto, nel caso di Sacco, non è tanto il discorso sanitario visto che non presenta gravissime patologie, come ad esempio nel caso di Bonura o di Zagaria, ma è l'emergenza Covid 19 che in luoghi chiusi e dove non esiste il distanziamento sociale è tutt'altro che rientrata. La sua è una patologia che si può benissimo monitorare, ma è inevitabilmente mortale se dovesse contrarre il virus. Non è un caso che - a differenza del mondo libero - nei penitenziari si inizia a superare, con prudenza, la fase 1, prevedendo che i colloqui dei detenuti con i familiari fino al 30 giugno si svolgano ancora tramite Skype, garantendo almeno un colloquio in presenza a tutti i detenuti e con almeno un congiunto o altra persona una volta al mese.
di Marina Lomunno
La Voce e il Tempo, 15 maggio 2020
"Sentiteci vicini a voi in questo periodo che vi mette a dura prova e affrontiamo insieme la sfida del domani... perché il domani arriverà e ci troverà tutti più forti di prima". Sono parole di incoraggiamento che gli insegnanti della Fondazione Casa di Carità Arti e Mestieri di Torino, da anni impegnata nell'erogazione di corsi di formazione professionale all'interno del carcere torinese, hanno inviato a tutti gli allievi "dietro le sbarre" in un messaggio fatto pervenire alla Direzione.
"A causa dell'emergenza coronavirus le nostre attività sono ancora bloccate, primi tra tutti i corsi nelle carceri, dove non possiamo arrivare nemmeno con la formazione a distanza", spiega Alessia Bondone, responsabile Area Comunicazione e Risorse Umane della Fondazione. "Per questo abbiamo ritenuto importante comunicare ai nostri allievi ristretti che questa pausa forzata, che obbliga a interrompere un percorso formativo in cui docenti e allievi mettono in campo molto di più del classico processo di apprendimento, non sia tempo perduto.
Al centro dei corsi di formazione in carcere infatti c'è la scommessa di trasformare per i detenuti e le detenute le competenze acquisite in strumento di riscatto, di ripartenza, di rilancio verso una vita diversa".
E proprio in quest'ottica, come specifica Claudia Ducange, referente per la Fondazione dei progetti in carcere, nell'ambito del progetto "Lei", finanziato dalla Compagnia di San Paolo, coordinato da tre anni dalla Casa Carità con l'obiettivo dell'inserimento lavorativo di donne detenute, è nata l'iniziativa di produrre mascherine all'interno dei laboratori sartoriali del progetto e di sostenerne i costi di produzione per i pezzi destinati al carcere.
Le 1600 mascherine già prodotte saranno utili per garantire la sicurezza all'interno del penitenziario dove si sono registrati numerosi casi di contagio Covid-19 e per contribuire a rendere il lavoro di tutti più sicuro. "Terminata la fornitura per il carcere di Torino, il progetto "Lei" si sta impegnando per trasformare la linea di prodotti sanitari in un progetto di sviluppo per la vendita all'esterno delle mascherine", sottolineano dalla Casa di Carità, "in modo che diventi un'opportunità lavorativa per le detenute impegnate nella sartoria".
Il progetto "Lei" infatti è finalizzato a costruire percorsi di lavoro, di emancipazione e di inclusione: prima del lockdown il percorso seguiva 40 recluse e 9 donne all'esterno del carcere. 10 lavorano presso le tre Cooperative partner del progetto (Extraliberi, Impatto Zero e Patchanka), 16 sono allieve dei corsi della Casa di Carità. Per informazioni e per sostenere il progetto scrivere a:
di Serena Termini
Redattore Sociale, 15 maggio 2020
Valorizzare la genitorialità mentre si è reclusi per migliorare la relazione con i figli anche nel dopo-carcere. L'esperienza del carcere di Caltagirone. La pedagogista Sara Vassallo: "Progetto fermo per l'emergenza, va ripreso al più presto". Oltre ad essere detenuti che scontano una pena, sono anche padri di figli e figlie con cui vorrebbero rafforzare il legame affettivo, soprattutto in vista di un dopo-carcere più sereno. È il desiderio forte di 20 delle 500 persone detenute, recluse all'interno della Casa circondariale di Caltagirone, che hanno partecipato al progetto sulla genitorialità "No neet - Il principale problema che ha la scuola sono i ragazzi che perde", della durata di tre anni, portato avanti dalla pedagogista Sara Vassallo e dalla psicologa Anna Gentile. Per il momento su decisione del Ministero di Grazia e Giustizia, a causa della pandemia, sono state sospese tutte le attività trattamentali curate da associazioni e operatori.
"Per il bene delle persone detenute - dice Sara Vassallo - bisogna riprendere al più presto il progetto per non vanificare il percorso svolto fino a questo momento. Da circa un anno e mezzo, infatti, affrontiamo con i detenuti padri la tematica della genitorialità dietro le sbarre.
Con questo progetto, finanziato dal Fondo per il contrasto della povertà educativa e minorile, avendo una somma destinata ad attività dedicate al sostegno della genitorialità, abbiamo scelto - appurando la sensibilità al tema della direttrice - di dedicarci alla Casa Circondariale di Caltagirone. L'intenzione è quella di creare le condizioni per attuare interventi concreti che permettano al genitore recluso di riappropriarsi del suo ruolo educativo. Nonostante la sua condizione di detenzione si può lavorare con loro per promuovere e valorizzare una relazione genitori/figli sempre più autentica".
Il progetto va a supportare l'impegno svolto pure dagli educatori che operano in carcere. "In questo modo, in qualità di operatori esterni, supportiamo anche il personale educativo nelle loro attività volte a incentivare la relazione genitore-figlio - spiega ancora Sara Vassallo -. Il fine è quello di potenziare le risorse di ogni genitore, sostenendo, formando e riqualificando le sue capacità attraverso attività atte a favorire una migliore accoglienza a misura di minore con l'allestimento pure spazi ludico-ricreativi pensati dagli stessi detenuti".
Il progetto si articola in alcune fasi. La prima, durata fino allo scorso gennaio, ha riguardato interamente i detenuti nel delicato percorso conoscitivo di sé stessi. "Si lavora sui vissuti di persone in uno stato di delicata fragilità - continua Sara Vassallo.
La prima cosa è stata quella di conoscersi per conoscere e poi di fidarsi dell'altro per potersi aprire attraverso la narrazione. Durante gli incontri si è puntato, prima di tutto, ad aumentare nelle persone detenute la consapevolezza del significato della genitorialità, riconoscendo il valore della relazione in famiglia ovvero della relazione genitore-figlio/a, accrescendo l'autostima nel recupero degli elementi sani che caratterizzano la dimensione personale e genitoriale.
In altri incontri, invece, sono stati analizzati i vari stili genitoriali secondo alcuni studiosi sul tema che hanno stimolato la riflessione su come la relazione genitoriale sia mutata negli anni". "Successivamente ci si è confrontati sui desideri, sulle paure e sulle mancanze che influiscono nella relazione con gli altri e in famiglia. Ricorrendo anche a testi di canzoni e poesie il gruppo ha dato vita a un confronto sul cambiamento che il rapporto tra padre e figlio subisce quando la coppia genitoriale si disgrega".
Nella seconda fase è stata allestita una stanza dedicata agli incontri familiari. "Qualche mese prima dell'interruzione delle attività avevamo iniziato a progettare e allestire una saletta destinata ai colloqui con i figli. Ci stavamo inoltre muovendo per trovare qualcuno disposto a donarci arredamenti per questa stanza. La Carta dei diritti dei figli dei genitori detenuti riconosce il diritto dei minori alla continuità del proprio legame affettivo con il proprio genitore detenuto e, al contempo, ribadisce il diritto alla genitorialità dei detenuti.
Sono numerosi i bambini che entrano in carcere per incontrare un familiare detenuto. L'incontro, generalmente, avviene in un luogo estraneo e per loro potenzialmente traumatico, sottoposto a regole e tempi che non sono pensati per loro. La sfida, allora, è quella di riuscire a creare degli spazi di accoglienza e di cura in carcere, tutelando il diritto del minore a mantenere un legame affettivo con il genitore detenuto. Questo è un legame fondamentale per la loro crescita che dovrebbe rimanere intatto e non essere legato al reato commesso dal genitore".
"Se la separazione, dal genitore recluso, diventa una rottura improvvisa e non accompagnata da parole che la spieghino, allora produce una separazione traumatica. Poter lavorare su questa separazione permette di ridurre il rischio di esporre il minore a un'esperienza di grave disagio psico-sociale. Inoltre la visita in carcere può diventare anche un incontro con la legalità, se passa attraverso un'esperienza di rispetto della persona e dei suoi diritti umani. Se invece il bambino si sente non trattato adeguatamente viene meno la possibilità di offrirgli l'occasione di poter fare una scelta di stile di vita diverso da quello che ha portato il genitore in carcere".
"Sulle pareti della nuova stanza, il gruppo ha scelto di dipingere un albero che è stato un tema simbolico che abbiamo affrontato insieme - aggiunge ancora -. L'albero rappresenta la vita con le radici che affondando nel terreno assimilano da esso sostanze nutritive. Per essere ben salde devono avere profondità. Tra i desideri, inoltre, emersi, durante il confronto con loro ci sono quelli espressi dalle loro parole quando dicono di iniziare una nuova vita per rimediare perché tutti pensano che ho perso da quando sono qui dentro, ma secondo me questa è una partita molta dura ma che riuscirò a superare con dignità. La mia famiglia è la mia forza.
Ciò che accomuna un po' tutti è pure la paura per il tempo sprecato "perché il tempo passa e purtroppo il tempo perso non ritorna. Se si creano oggi - conclude infine Sara Vassallo - le condizioni per lavorare bene, molto probabilmente, si getteranno le basi per quello che poi sarà una loro maggiore autonomia nella valorizzazione della relazione con i figli proprio nel dopo carcere. Non appena riprenderemo il progetto, considerato che alcuni sono, nel frattempo, usciti dalla Casa di reclusione, integreremo il gruppo con nuovi inserimenti. In questo caso, però, le persone del vecchio gruppo faranno da peer-tutoring ai nuovi arrivati".
di Gino Rigoldi
Corriere della Sera, 15 maggio 2020
La buona notizia è che la Cassa delle Ammende ha proposto alla regione Lombardia 900.000 euro da destinare ad alloggi per detenuti che non possono uscire dal carcere, in permesso temporaneo o per aver concluso la pena, perché non hanno una casa dove andare.
La Cassa delle Ammende, che raccoglie le somme derivanti da alcune multe statali, ha come compito istituzionale il loro utilizzo per progetti a favore delle carceri e dei detenuti. La regione Lombardia, nella persona dell'assessore alla famiglia, ha rifiutato la somma, affermando che avrebbe voluto utilizzarla per assicurare presidi sanitari più efficaci alla Polizia Penitenziaria.
Ovviamente, se la Regione rifiuta quei 900.000 euro, come ha fatto, la somma non arriva a nessuno: né ai detenuti per trovare casa, né agli agenti per acquistare presidi sanitari. Per fortuna, il Consiglio di Amministrazione della Cassa Ammende ha trasmesso la cifra stabilita al Provveditorato per le Carceri della Lombardia, molto saggiamente amministrato da un funzionario dello Stato. È possibile, mi rendo conto, che alcuni dei miei lettori non provino la stessa soddisfazione che provo io e, credo, tutti i miei colleghi cappellani.
Allora provo a spiegarmi. La premessa ovvia è che la casa è un bene del quale non si può fare a meno, sia da liberi che da ex detenuti. Questo affitto provvisorio, pagato grazie alla Cassa delle Ammende, vuole essere un periodo "coperto" e accompagnato da una decisa ricerca di lavoro. Quelli che hanno fede nella mia religione sanno che la beneficenza senza progetto è sciocca, e che aiutare un fratello o una sorella che ha sbagliato è comandato dal Vangelo.
E tutto scritto nel capitolo 25 del Vangelo di Matteo. Ma lasciamo perdere la religione: sapete perché il carcere di Bollate, in parte anche quello di Opera, i Beccaria, ma credo anche Padova e Verona, insomma, sapete perché alcune carceri hanno una bassa recidiva? Per chi non l'avesse chiaro, "recidiva" significa ritornare in carcere perché si sono nuovamente commessi dei reati.
Una bassa recidiva, per esempio del 20/30% invece che del 60/70%, è legata al fatto che dentro il carcere qualcuno si è occupato delle persone, ha insegnato loro un mestiere e, a fine pena, ha attivato per loro un minimo di "paracadute" sociale, il cui elemento principale è la casa.
Meno ritorno in carcere significa meno criminalità, più persone che hanno trovato la via per una vita onesta, un colossale risparmio economico, visto il costo di ogni carcerato, e la fine del sovraffollamento delle carceri. Se vi sembra poco vi prego di pensarci. Per un cristiano, questo consiglio mi pare inutile.
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