di Carlo Bertini e Ilario Lombardo
La Stampa, 18 maggio 2020
Emma Bonino deposita in Senato una mozione contro il ministro. "Come votiamo sulla mozione di sfiducia a Bonafede? Vediamo intanto se Conte ci telefona, se pensa che mercoledì sarà un giorno qualunque non andrà lontano".
Il braccio destro di Matteo Renzi, il vicepresidente della Camera Ettore Rosato, avverte il premier che dopodomani si giocano le sorti del suo governo, perché Italia Viva è tentata (o almeno lo vuole far credere) di votare una mozione di sfiducia "garantista" piazzata come una bomba ad orologeria in Senato da Emma Bonino.
Con le firme dei suoi compagni di partito di +Europa e quelle ancora più significative di Forza Italia e di Matteo Richetti, già sodale di Renzi e oggi in Azione con Carlo Calenda. E con argomenti che fanno da richiamo per i renziani. "Nella mozione intitolata Enzo Tortora si parla di giusto processo e della manipolazione dell'imparzialità della giustizia e naturalmente di prescrizione", spiega Benedetto Della Vedova, appellandosi ai garantisti di Italia Viva e del Pd che non possono votare la mozione di Salvini.
"La mozione Enzo Tortota (conduttore tv ingiustamente condannato e poi scagionato, ndr) sembra scritta su misura per noi - commenta Renzi coni suoi - e la maggioranza dei senatori la vuole votare. Mercoledì riunisco il gruppo dopo che parla Bonafede e decidiamo".
A via Arenula sono in grande ambascia, il Guardasigilli rischia, anche perché i numeri contro di lui sono schiaccianti. Senza i renziani, la maggioranza di Pd, M5S, Leu e senatori del Misto somma 151 voti. Con quelli di Italia Viva, di Bonino, Martelli e Richetti, insieme a Lega, Fdi e Forza Italia, il fronte delle opposizioni salirebbe a 159 voti. A fare da ago della bilancia potrebbero finire per essere i 6 senatori a vita.
Quindi il premier deve correre ai ripari. Oggi la capogruppo alla Camera Maria Elena Boschi vedrà il capo di gabinetto di Conte, Alessandro Goracci, per chiudere l'accordo già imbastito sull'agenda che i renziani vogliono imporre al governo, da loro considerato troppo a trazione grillina. "Noi - chiarisce Rosato - abbiamo 17 senatori e il Pd 34, siamo uno a due, ma nel governo la proporzione è di uno a nove. Non vogliamo poltrone, ma pretendiamo discontinuità, basta politiche giustizialiste. Secondo punto: lo sblocca cantieri. Terzo: le politiche sulla famiglia, sì al Family act. Conte deve regolarsi bene, altrimenti farà da solo".
"Se Renzi dovesse votare la mozione è ovvio che sarebbe automaticamente la fine del governo". Da giorni il Guardasigilli Bonafede è molto preoccupato. I colleghi ministri lo hanno notato durante i vertici, osservandolo distratto, come se la testa lo portasse altrove.
E lo confermano gli amici nel M5S che pur amichevolmente non possono non rimarcare gli errori a loro avviso fatti sul fronte della scarcerazione dei mafiosi, causa Covid. Bonafede non si è mai illuso del fatto che Renzi volesse deporre le armi, anche negli ultimi giorni nei quali Conte ha fatto diverse concessioni nella direzione dell'ex rottamatore, nel tentativo di placarlo.
Per il leader di Italia Viva è una "questione politica" che riprende il filo interrotto prima del contagio, a febbraio, quando lo scontro sulla prescrizione aveva portato il governo sull'orlo del baratro. Appena letta la mozione Bonino, il ministro della Giustizia ha capito: "E' stata scritta apposta per essere votata da Renzi".
Una "trappola perfetta", così la definiscono nel M5S. Cucita addosso allo spirito anti-giustizialista di cui si fa vanto l'ex premier, il quale agli occhi dei grillini, ma anche di Palazzo Chigi, sta usando la questione Bonafede "per alzare la posta".
Ci sono ancora nomine importanti da fare, possibili ritocchi al governo, sui cui equilibri Iv vuole far valere i numeri della rappresentanza in Senato. Renzi porterà al capo del governo, tramite Boschi, le sue richieste. Una su tutte: terapia choc sui cantieri per la ripartenza. Una posizione che troverebbe Conte già ben disposto, pronto ragionarci su in vista del decreto Semplificazioni, che il premier vuole chiudere in fretta.
di Pierluigi Battista
Corriere della Sera, 18 maggio 2020
La melma degli insulti vomitati contro Silvia Romano, le dichiarazioni oscene contro una ragazza che ha trascorso l'inferno della prigionia e per la cui liberazione dovremmo gioire tutti, questo orribile linciaggio non ci deve impedire di denunciare nei Paesi retti dalla sharia islamica il luogo del mondo dove viene attuata la più feroce oppressione nei confronti delle donne.
Un'oppressione sistematica attuata, e questa è l'aspetto che ci dovrebbe vergognare, nella più totale indifferenza del mondo che pure si dice difensore dei diritti fondamentali degli esseri umani. Questi diritti elementari sono prepotentemente calpestati in tutto l'universo islamico che non conosce alcuna distinzione tra legge dello Stato e precetto religioso.
Siamo indifferenti alla pratica comune della lapidazione delle adultere, alle frustate inflitte alle donne che osano uscire da sole senza il controllo del guardiano maschio, agli anni di carcere di Asia Bibi in Pakistan accusata di blasfemia, allo stupro delle bambine costrette a sposarsi con uomini anziani e repellenti, alla "polizia religiosa" che picchia per strade le donne che non rispettano i divieti a vestirsi in modo libero.
Facciamo finta di non accorgerci dei 38 anni di prigione e delle 138 frustate che deve subire in Iran l'avvocata dei diritti umani Nasrin Sotoudeh, colpevole di aver difeso le eroiche ragazze che si sono platealmente liberate del velo dell'oppressione, da indossare obbligatoriamente in tutti i Paesi governati dall'islamismo. Non ci scandalizziamo per il divieto imposto alle donne di entrare in uno stadio in Arabia Saudita.
Facciamo finta di non sapere che esiste la figura minacciosa del tutore maschio (mahram) che deve dare il permesso alle donne persino per sostenere un intervento chirurgico. Non vogliamo vedere che la parola della donna in un procedimento giudiziario vale istituzionalmente meno di quella di un uomo. Che in Nigeria le ragazze non possono andare a scuola.
Che le donne yazide sono state stuprate in massa se non si convertivano. Pensiamo oramai che sia normale che le donne afghane siano seppellite dentro un burqa. E che uno scrittore islamico algerino, Kamel Daoud, viva blindato e non possa più scrivere sui giornali per aver detto che "il mondo musulmano ha una relazione malata con le donne". Minacciato di morte. E noi facciamo finta di niente.
modulazionitemporali.it, 18 maggio 2020
"Vorrei una Voce #conilteatro ai tempi del Covid-19", nell'ambito del Progetto "Il Teatro per Sognare" confluito nel Progetto "Teatrali, storie d'Integrazione e Libertà" realizzato in collaborazione e con il sostegno della Caritas diocesana di Messina Lipari Santa Lucia del Mela con la guida dell'Arcivescovo Mons. Giovanni Accolla e del Direttore della Caritas Padre Nino Basile, è fortemente voluto dalla Direttrice della Casa Circondariale di Gazzi, Angela Sciavicco, dal Comandante della Polizia Penitenziaria, Antonella Machì e dal Presidente del Tribunale di Sorveglianza, Nicola Mazzamuto.
Il direttore artistico del teatro Piccolo Shakespeare, all'interno dell'Istituto penitenziario, Daniela Ursino insieme al regista e attore Tindaro Granata che dirige il laboratorio teatrale femminile e l'aiuto regia Antonio Previti e tutta la squadra del Progetto, hanno pensato che oggi più che mai, sarebbe stato importantissimo che l'attività di laboratorio, potesse continuare e quindi riprendere in una nuova forma, seppur con i tanti limiti connaturati allo strumento a distanza.
Il teatro, genera effetti positivi, ha effetti sui comportamenti del gruppo, genera Bellezza, è una cura per l'animo umano, costituisce uno spazio di libertà, un modo per elaborare i pensieri, per comunicare, per dare sfogo alle emozioni e in questo momento particolarmente delicato, potrà essere, per i detenuti, uno strumento importante per affrontare l'emergenza e riuscire ad elaborare più facilmente la distanza dai propri cari dando consistenza e un valore a quel "tempo senza tempo" vissuto all'interno delle mura del Carcere.
La scheda del progetto, di Daniela Ursino, Presidente D'aRteventi
"Vorrei una voce" parte da un'idea del regista Tindaro Granata di mettere in connessione Voci d'eccezione, che si racconteranno, dando Voce alle loro emozioni, alla loro storia di una scelta di vita che ha incontrato l'Arte, si racconteranno alla "Libera Compagnia del Teatro per Sognare" al femminile, si alterneranno così in dei momenti di confronto, gli attori, in ordine di incontro, Giulio Scarpati, le attrici Emanuela Mandracchia, Pamela Villoresi, oggi anche Direttore artistico del Teatro Biondo di Palermo, Elisabetta Pozzi, Mariangela Granelli, la cantante jazz Simona Trentacoste ed a chiudere l'attrice e produttrice Mariagrazia Cucinotta che ha portato anche la bellezza della sua Sicilia nel mondo.
È un Progetto sperimentale che vuole essere un momento di incontro, un modo di proseguire l'attività e stare uniti anche se a distanza, in attesa e desiderosi di poter riprendere le lezioni di laboratorio in modo normale, sperando di poter mettere in scena lo spettacolo, "E allora sono tornata", dedicato alla grande Mina e che era previsto il 26 marzo.
Il progetto vuole dare Voce attraverso il Teatro, ai detenuti per dare loro un momento di distrazione per affrontare con più forza questo periodo che li vede fragili e ancor più lontani dai loro affetti; "Vorrei una Voce" sarà un ponte con l'esterno, un trait d'union tra i detenuti e gli artisti, un progetto che vuole cercare, attraverso il Teatro, di accorciare le distanze, "stando tutti a distanza staremo comunque Vicini!".
Così la squadra di "E allora sono tornata" riprende con "Vorrei una Voce" che, oggi, si unisce anche alla Voce degli Artisti che in questo momento non possono essere in Teatro e allora... il Piccolo Shakespeare, diventa - con l'hashtag #conilTeatro anche un luogo Simbolo di Cultura - fucina di Bellezza, dove virtualmente si incontrano tanti nomi noti del teatro e dello spettacolo italiano.
Insieme a questi momenti di incontro con gli ospiti d'eccezione, il regista Tindaro Granata dirigerà le detenute-attrici, per tracciare una prosecuzione del cammino di formazione che era in atto per la preparazione di "E allora sono tornata" di cui è stato pubblicato il trailer in occasione degli 80 anni della Tigre di Cremona.
Gli incontri vedranno anche la partecipazione della squadra del progetto, l'attore Pippo Venuto, la giornalista Elisabetta Reale che segue la narrazione dell'attività, la coreografa Giorgia Di Giovanni, la costumista Francesca Cannavò, il truccatore Jo' Rizzo, l'hair stylist Carmelo D'Arrigo e Maria Di Pietro, tutti in attesa di poter riprendere le prove dello spettacolo.
Vorrei una voce sarà... vorrei un tempo di crescita, vorrei un tempo di solidarietà, vorrei un tempo di ascolto, "Vorrei una voce" sarà dedicato a quelle parole che non potranno essere pronunciate ora, a quelle parole che rimangono sospese in attesa del ritorno, tanto atteso, a una normalità, a un potere fare il vero Teatro, dal vivo.
di Ornella Fulco
trapanisi.it, 18 maggio 2020
Riapre, per la produzione di mascherine protettive anti coronavirus, il laboratorio di sartoria della Casa di Reclusione di Favignana. Ne dà notizia il Sappe, il maggiore sindacato della Polizia Penitenziaria, che aveva avanzato una richiesta in tal senso al direttore del carcere, Nunziante Rosania, lo scorso 4 aprile.
Il laboratorio, già dotato delle attrezzature necessarie, potrà quindi riprendere a funzionare e saranno i detenuti della Casa di Reclusione a realizzare i dispositivi di protezione sotto la guida di due esperti (volontari) che faranno loro da maestri. "Il direttore ci ha anche comunicato che è stato avviato - prosegue il delegato regionale del Sappe Eugenio D'Aguanno - l'iter per individuare una ditta esterna specializzata per effettuare la manutenzione iniziale necessaria alle macchine da cucire del laboratorio".
La segreteria provinciale del Sappe ringrazia il direttore Rosania anche a nome del segretario generale Donato Capece e del segretario regionale Calogero Navarra "per la tempestività nel mettere in atto tutte le iniziative necessarie per l'apertura del laboratorio di sartoria".
ildispaccio.it, 18 maggio 2020
A seguito dell'introduzione del decreto legge n. 233 del 16.05.2020, inerente la ripresa controllata delle attività, da lunedì 18 maggio riprenderanno i colloqui presso l'Ufficio del Garante comunale dei detenuti Federico Ferraro, per familiari o congiunti che intendessero sottoporre problematiche relative alla detenzione presso la Casa Circondariale di Crotone; per l'incontro occorre presentare richiesta tramite mail all'indirizzo
In questi mesi hanno avuto prosecuzione le attività dell'Ufficio del Garante comunale per il monitoraggio dell'emergenza Covid-19, in seguito alle segnalazioni o comunicazioni da parte di familiari; si sono regolarmente svolti i colloqui tra il Garante comunale e la popolazione carceraria, tramite collegamento skype e whatsapp, servizi potenziati da disposizioni regolamentari per far fronte all'emergenza pandemica del Coronavirus. Il Garante ha effettuato anche diverse visite presso la locale casa circondariale sia per consegnare la dotazione di mascherine per i detenuti, che per attività ispettiva a seguito del tentativo di suicidio ad inizio maggio.
linkiesta.it, 18 maggio 2020
La percentuale di carcerati che, scontata la pena, torna a delinquere è alta. Per questo grazie ai finanziamenti dell'Unione il progetto Intra supporta coloro che hanno scontato una pena nel carcere di Capanne (Perugia) attraverso formazione e tirocini per trovare lavoro.
Vi siete mai chiesti quanto costa ai contribuenti il mantenimento del sistema carcerario? I detenuti rappresentano un costo per lo Stato e la percentuale di carcerati che, scontata la pena, torna a delinquere (la cosiddetta recidiva) è piuttosto alta. La materia è tornata d'interesse pubblico con lo scoppio delle rivolte nelle carceri italiane in seguito all'emergenza Covid-19.
Nella puntata di oggi vi racconteremo un progetto che ha consentito agli ex detenuti di reinserirsi pienamente nel mondo del lavoro grazie al Fondo Sociale Europeo (Fse). Il progetto si chiama "Intra" ed è nato per favorire il miglioramento della condizione sociale e lavorativa dei soggetti detenuti nel Nuovo Complesso penitenziario di Capanne (Perugia), facilitando il loro accesso al mercato del lavoro attraverso l'orientamento, formazione, tirocinio e counseling. Il risultato? Gli ex detenuti sono stati formati e avendo un'occupazione non tornano a delinquere abbattendo così i costi sociali ed economici. Ci ha raccontato il progetto il Dott.Luca Verdolini, coordinatore di Area Giustizia di Frontiera Lavoro Soc. Coop.
di Chiara Di Miele
ondanews.it, 18 maggio 2020
Sono stati sottoposti a tampone nasofaringeo i detenuti e i dipendenti (tra personale di Polizia penitenziaria e personale civile) della Casa Circondariale "Antonio Santoro" di Potenza. "Siamo contenti della reciproca collaborazione con l'Azienda Sanitaria di Potenza - ha affermato il Direttore della Casa Circondariale di Potenza, Maria Rosaria Petraccone - Un'attività importante svolta con grande spirito di cooperazione da tutto il personale medico, infermieristico e dirigenziale dell'Asp che ha assicurato una puntuale azione di prevenzione, anche sui nuovi arrivi, in un ambiente delicato e di facile contagio".
"La mappatura delle carceri rientra tra le attività di screening delle strutture a più alto rischio di contagio per tipologia di utenti e per motivi strutturali - ha affermato il Direttore generale dell'Asp, Lorenzo Bochicchio. Quella svolta all'interno del carcere potentino, con l'importante collaborazione del personale dell'istituto, si aggiunge all'azione capillare dell'Asp sul territorio. A breve completeremo lo screening di tutti gli istituti penitenziari presenti nella provincia di Potenza.
Ad oggi grazie anche all'attività delle Unità Speciali Covid-19, che stanno dando prova di grande efficienza, abbiamo quasi completato la mappatura delle strutture, all'incirca una novantina, che ospitano situazioni di fragilità, all'interno delle quali la presenza di casi positivi asintomatici può diventare un pericoloso vettore di diffusione del virus (case di riposo, Residenze Sanitarie Assistenziali, case di riabilitazione psichiatrica, reparti di riabilitazione e lungodegenza, case alloggio)".
D'accordo con l'Assessorato regionale alla Salute, con la contestuale somministrazione di tamponi naso-faringei e di test sierologici, è stato inoltre condotto un importante studio epidemiologico, il primo in Italia di questa tipologia, sulle popolazioni di Moliterno e di Tricarico, che sarà esteso a tutte le ex zone rosse della Basilicata.
E' stato avviato lo screening delle Forze dell'Ordine e dei molti cittadini rientranti in Basilicata da altre regioni, nonché è stato sottoposto a test diagnostico il personale dell'Azienda. Tutto unitamente all'ordinaria sottoposizione a tampone dei cittadini sintomatici, paucisintomatici o sospetti di infezione. "I risultati sin qui ottenuti, davvero significativi in termini di tempestività e numerosità dei test diagnostici effettuati, dicono della professionalità e dell'impegno del personale di questa Azienda, al quale va il ringraziamento di tutti noi" conclude Bochicchio.
di Carmine Fotia
L'Espresso, 18 maggio 2020
Vagabondi, ex carcerati, rom. Che avevano trovato dignità e un reddito con un'iniziativa editoriale. Durante la quarantena sono ripiombati nella disperazione. Ora vogliono ricominciare a raccontare la vita di strada. E Papa Francesco tifa per loro.
Pensate alla quarantena che abbiamo fatto nelle nostre comode e confortevoli case, impegnati nello smart working - provvisti di wi-fi-banda larga, computer, televisione, impianto stereo, tablet, smartphone, libri - nutriti di buon cibo e buon vino, con il profumo caldo e rassicurante del pane appena sfornato. E poi pensate alla situazione oggi di chi guarda alla nostra condizione come a un passato felice, cancellato da un presente di stenti e tribolazioni. Per ognuna di queste persone le cose che hanno reso per noi la quarantena vivibile è un sogno proibito, una vetta da scalare: "La vita di milioni di persone, nel nostro mondo già alle prese con tante sfide difficili da affrontare e oppresse dalla pandemia, è cambiata ed è messa a dura prova. Le persone più fragili, gli invisibili, le persone senza dimora rischiano di pagare il conto più pesante", ha scritto Papa Francesco in una lettera inviata al giornale di strada milanese Scarp de' Tenis. "Mi chiedi se si può dire che siamo il suo giornale del cuore? Penso di sì, perché è lì, nel suo cuore, che stanno gli emarginati, gli esclusi, i senza fissa dimora, gli ultimi degli ultimi, mai così fragili come in questa terribile pandemia", mi racconta il direttore Stefano Lampertico, 52 anni, economista, per dieci anni sindaco di Gorgonzola, nell'hinterland milanese.
Il Papa si è rivolto al suo giornale, Scarp de' tenis, per parlare anche agli altri 100 sparsi per il mondo che danno lavoro e reddito a 20.500 senza tetto. Racconta Lampertico: "Scarp de' tenis (www.scarpdetenis.it) nasce a Milano nel 1994. L'ideatore è Piero Grecchi, un pubblicitario che importa nel capoluogo lombardo il modello degli street magazine anglosassoni. Sceglie, come nome della testata, il titolo di una celebre canzone di Enzo Jannacci, "El purtava i scarp de' tennis". Alla fine del 1995 il progetto passa a Caritas Ambrosiana. A Milano ci sono circa 2.500 senza fissa dimora, il nostro giornale è uno strumento di reddito per alcuni di loro. Non si compra in edicola, ma solo per strada.
In un anno vendiamo 220 mila copie, circa 20 mila a numero. I nostri venditori sono ex-carcerati, rom, persone che dormivano in autobus e che prima della pandemia in questo modo guadagnavano 600-700 euro al mese, con un contratto da venditori porta a porta che consente loro di accedere a una serie di diritti, come la richiesta di una casa popolare. Con la pandemia abbiano dovuto sospendere la vendita per strada e abbiamo diffuso due numeri in digitale e per abbonamento, ma presto torneremo in strada e davanti alle chiese".
Mi racconta Fedele, sessant'anni, originario di Trapani ma a Milano dall'età di sette: "Sono un elettrotecnico ma ho sempre fatto il fotografo, ho lavorato per la pubblicità, negli anni '80 ho fatto le copertine degli album di artisti come Jovanotti. Per trent'anni sono stato a un certo livello, insomma. Poi una catastrofe personale della quale, scusami, non ho voglia di parlare, mi ha travolto e mi ha tenuto per molto tempo lontano dal lavoro. Ogni tanto faccio qualche servizio per piccoli eventi, ma è la vendita del giornale che mi aiutava e non solo a livello economico. La gente ci guardava con simpatia, si fermava a parlare dopo la messa. Non sono solo i soldi che mancano, oggi, è questo rapporto umano, che ti faceva sentire il tuo come un lavoro".
Il giornale è scritto molto bene, impaginato con sobrietà ed eleganza, ricco di storie che altrove non leggi. Attorno alla sua redazione si muove anche una parte del mondo intellettuale e artistico milanese, cito per tutti Giacomo Poretti, il celebre comico di Aldo, Giovanni e Giacomo, e molti giornalisti collaborano gratuitamente: "Da Jannacci in poi le scarpe da tennis ci hanno sempre fatto simpatia", dice uno dei migliori giornalisti milanesi, Piero Colaprico, caporedattore di Repubblica, collaboratore di SdT e creatore, tra l'altro, insieme all'anarchico Pietro Valpreda del fantastico personaggio del maresciallo Pietro Binda, una specie di Montalbano meneghino, protagonista di una serie di romanzi polizieschi.
"I venditori che ti porgono il giornale davanti alle chiese o sotto i portici sono un panorama consueto. Io ho cominciato comprandolo mentre andavo al lavoro e poi mi sono fatto coinvolgere. E mi sono accorto, dalle reazioni che ricevo per i pezzi che pubblico lì, che c'è una gran parte di persone a Milano che vuole fare del bene. Ecco, SdT è una specie di ponte tra gli invisibili e la società ufficiale. Il mio Binda? È un po' triste in questo periodo. Sta a casa e legge libri sulla storia della Roma antica. Esce solo per andare all'edicola ed è molto triste perché non vede più i barbun con il loro bel giornale. Nel frattempo lavora al caso del misterioso omicidio di una Pr".
Scorrere le pagine dei giornali di strada, raccontare chi li vende è anche un modo per guardare la pandemia dal punto di vista di queste "vite agre".
Nell'ultimo numero SdT le ha raccontate da tutto il mondo, facendo della rete dei giornali di strada una preziosissima fonte di storie di dolore e coraggio. In Corea del Sud e Giappone, i venditori di "The Big Issue" hanno visto calare drasticamente il numero delle copie vendute. Yoshitomi, venditore di Osaka, dice di vedere molte meno persone in giro rispetto al solito, mentre Yamada si chiede se sia meglio indossare una mascherina oppure no. "Alcuni clienti si sentono protetti, se la usiamo. Altri si agitano perché ci credono infetti". Aggiunge da Londra Lucy Abraham, dell'organizzazione Glass Door: "Quando si è per strada, la vita è già abbastanza difficile. Questa è una sfida in più delle tante che le persone senza dimora affrontano ogni giorno",
Ed ecco le parole di don Roberto Trussardi, direttore della Caritas di Bergamo: "Faccio fatica, facciamo fatica a dire che andrà tutto bene. Ma alziamo lo sguardo a Dio. Molti pregano o sono tornati a pregare. E molti esprimono una responsabilità, una solidarietà, una forza encomiabili, con ritmi di lavoro incredibili per fronteggiare l'emergenza. Siamo gente un po' chiusa, un po' rozza noi bergamaschi, ma composta, tenace. Siamo ancora aperti. E penso anche ai "nostri" senza dimora: rispettosissimi, discretissimi, collaborativi, nonostante la "reclusione" forzata. Sempre pronti a ringraziare, attenti a stare alle regole, loro che vengono da vite oltre le regole".
Ascoltiamo ancora Lampertico: "Come sopravvivono con i divieti i nostri venditori? Sono abituati alle difficoltà. Vivono con quel che hanno. Noi abbiano fatto due numeri digitali e distribuito il ricavato tra i venditori, poi c'è l'aiuto della Caritas e qualcuno di loro ha il reddito di cittadinanza. Hanno dovuto abituarsi a non stare per strada la notte, vanno nei dormitori, qualcuno abita nelle case popolari o in quelle della fondazione San Carlo.
Per gli ultimi della fila non è stato previsto nulla, come sempre. Per questo è ancora più grave che non possano lavorare, perché loro non chiedono carità ma, quando ti porgono il giornale, sentono di star svolgendo un lavoro. Ora il guaio è che la condizione di lockdown aumenta la solitudine di queste persone già così piene di schegge e ferite: perdita del lavoro, crisi familiare, galera, droga, gioco, ognuno di loro ha un percorso che l'ha condotto sulla strada. Per molti di loro, soprattutto i più anziani, non c'è alcuna speranza di tornare nel mondo del lavoro che li ha espulsi. Non c'era prima della pandemia, figuriamoci ora. Per loro il giornale è sì un lavoro che ti dà un reddito, sia pure piccolo, ma è anche il riscatto di sé stessi".
"Ero un muratore piastrellista finito in un brutto giro. Ho dormito per due anni sulle panchine per me vendere il giornale non è mai stato come chiedere l'elemosina, è stato più che un lavoro, una rinascita, un modo per non lasciarmi andare. Tutto questo mi manca terribilmente", racconta Enzo, un altro venditore.
Lampertico va molto fiero dell'intervista concessa in esclusiva al suo giornale da Papa Francesco, in occasione della visita a Milano nel marzo di tre anni fa: "Mettersi nelle scarpe degli altri", diceva papa Francesco, "significa servizio, umiltà, magnanimità. Si può vedere un senzatetto e guardarlo come una persona, oppure come fosse un cane". Ricorda Stefano: "Quando ci ha ricevuto, papa Francesco per prima cosa ha voluto ascoltare la storia difficile di uno dei venditori che era con noi. Ci ha fatto tante domande sulla vita di strada e poi mi ha colpito l'autorevolezza e insieme l'umanità che promanavano dalle sue parole. Sono parole che fanno venire i brividi oggi, al tempo del Virus, quando non possiamo toccarci e possiamo guardarci solo da lontano. Sapevamo che Francesco, forse per la sua esperienza in Argentina, è amico dei giornali di strada, ma questa lettera in questo periodo così tragico, in cui non sappiamo se ripartiremo e neppure se sopravvivremo, ci ha dato speranza".
Le "divisioni mediatiche" del Papa (supervisionate da Paolo Ruffini), perfettamente integrate nella comunicazione globale, hanno prodotto immagini che sono diventate icone. Come la benedizione in una piazza San Pietro buia, deserta e sferzata dalla pioggia, la dolente via Crucis scandita dai pensieri del mondo delle carceri.
Una fortissima potenza simbolica con tagli di luce "alla Storaro" che hanno illuminato la figura del Pontefice e, alle sue spalle, il "Crocifisso dei Miracoli" a cui si attribuisce la sconfitta della peste che nel '500 mise in ginocchio la Capitale. E c'è un significato simbolico forte anche in questa lettera ai giornali di strada: l'invito a posare lo sguardo dove solitamente non guardiamo mai, ad ascoltare il silenzio delle nostre città colpite da un male mortale che non ne intacca i lineamenti ma ne divora l'anima.
Non ne usciremo con le grottesche giravolte dei piccoli politici italiani, narcisisti e innamorati delle loro vuote parole. Può forse aiutarci posare lo sguardo in basso, per apprendere la resilienza da chi sa vivere con poco o nulla; il coraggio da chi, come medici e infermieri, rischia la propria vita per salvare quella degli altri; la forza da uomini e donne che volontariamente assistono gli ultimi. Non "abbassiamo" lo sguardo sui corridoi del potere, "alziamolo" sulla strada.
di Riccardo Noury
Il Fatto Quotidiano, 18 maggio 2020
Venerdì 15 maggio è stato il secondo anniversario dell'ennesimo giro di vite nei confronti dell'attivismo per i diritti umani in Arabia Saudita. Quel giorno del 2018 vennero arrestate contemporaneamente le principali protagoniste delle campagne per porre fine al divieto di guida per le donne e al sistema del "maschio di casa", ossia del tutore sovrintendente alle principali decisioni riguardanti le donne.
Su un totale di 13 attiviste sotto processo per presunte violazioni della legge sui reati informatici, cinque hanno iniziato il terzo anno di carcere: Loujain al-Hathloul, Samar Badawi, Nassima al-Sada, Nouf Abdulaziz and Maya'a al-Zahrani. Nei primi tre mesi di prigionia sono rimaste in isolamento completo, senza contatti con le famiglie e con gli avvocati. Anche in seguito sono state sottoposte a tortura e violenza sessuale. Amnesty International è tornata a chiedere, con un appello al re Salman bin Abdulaziz, il loro rilascio e proscioglimento da ogni accusa.
di Rocco Cotroneo
Corriere della Sera, 18 maggio 2020
Da maggio il Brasile è tra i Paesi più colpiti nel mondo, ma il presidente insiste: il lockdown è inutile. La sanità collassa, a Rio e San Paolo ospedali da campo. In Brasile crescono i contagi, i morti e soprattutto il caos politico. Nessun Paese al mondo si è potuto permettere una grave crisi istituzionale nel mezzo della pandemia.
Ci ha pensato il Brasile, sull'illusione del suo presidente Jair Bolsonaro di uscirne indenni o quasi, perché si trattava di una "piccola influenza", la quale qui avrebbe provocato ben pochi danni, essendo i brasiliani forti e sani, "abituati a nuotare anche nelle fogne". Ma ora il conto è arrivato. Con un punto critico nella famosa curva, ancora in forma esponenziale, il Brasile conta le vittime a 800-900 al giorno (l'ultimo totale è di quasi 16.000) mentre il numero dei contagiati è salito a 233.000, quarto Paese nella classifica mondiale, dietro Usa, Russia e Gran Bretagna. Poiché però in nessun luogo al mondo si fanno così pochi tamponi, è assai probabile che la situazione oggi in Brasile sia la peggiore possibile.
Il secondo ministro della Salute a perdere il posto in un mese è un oncologo di 63 anni, Nelson Teich, che al momento dell'insediamento aveva giurato "sintonia totale" con le idee di Bolsonaro. Promettendo per esempio di far uscire le città brasiliane e i suoi abitanti dall'isolamento, che a detta del presidente provocava fame, miseria e morte in modo ben peggiore del Covid-19. Teich ha gettato la spugna sull'altra ossessione di Bolsonaro, la clorochina. Alla vigilia della rottura, il presidente aveva chiesto al ministero della Salute di cambiare i protocolli, e permettere che negli ospedali pubblici la clorochina si potesse somministrare anche ai malati di Covid in stato iniziale. Contro il 99 per cento della comunità scientifica, la quale considera eccessivi i rischi collaterali. Davanti all'ultima pretesa di Bolsonaro, Teich si è rifiutato di dare il via libera alla clorochina e si è dimesso. Come il suo predecessore Luiz Henrique Mandetta. Peggio ancora, il ministero è stato infarcito di militari, al posto dei tecnici che sono stati liquidati. Ora si attende il successore di Nelson Teich. Fosse anche lui un ex generale del tutto incompetente in materia non ci sarebbe niente da stupirsi.
L'altro punto di contrasto tra Bolsonaro e gran parte della classe politica è sulle chiusure. Il presidente sostiene sin dall'inizio che l'isolamento sociale è inutile e controproducente, ma i governatori e i sindaci vanno avanti per la propria strada. È opinione diffusa nella comunità scientifica che le grandi aree metropolitane in Brasile avrebbero bisogno di un lockdown vero e proprio, e non le quarantene quasi volontarie alle quali la gente si è sottoposta fino a questo momento. I risultati dell'isolamento parziale sono sotto gli occhi di tutti. In quasi nessuna città si riesce a superare la soglia del 50 per cento della gente in casa, mentre secondo gli studi sarebbe necessario almeno il 70 per cento per riuscire a far scendere il tasso di contagio, quel famoso R0 che in Brasile resta pericolosamente superiore a 2.
Nel frattempo il sistema ospedaliero delle città più colpite è prossimo al collasso. A Rio e San Paolo è corsa contro il tempo per allestire gli ospedali da campo, con forti ritardi nelle consegne dei ventilatori necessari per le terapie intensive.
Le code di chi aspetta un letto nel sistema pubblico si allungano, e la situazione è anche peggiore in città come Fortaleza e Manaus, dove i tassi di contagio sono ancora più elevati. Al braccio di ferro con i governatori degli Stati, Bolsonaro aggiunge quello con il Congresso e il potere giudiziario, entrambi accusati di remare contro il governo federale e opporsi ai desideri di "normalità" del presidente.
Il quale non esita, tutte le domeniche, a farsi vedere insieme ai suoi fan più estremisti, quelli che chiedono l'intervento militare e la chiusura del Parlamento. E intanto l'epidemia avanza, incurante delle diatribe politiche. "Vada a bordo!", nell'originale italiano è il titolo dell'editoriale di ieri del giornale Estado de São Paulo. Rivolto a Bolsonaro, e memore del famoso richiamo al capitano sciagurato della Costa Concordia che divenne slogan nel mondo intero.
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