Il Gazzettino, 20 maggio 2020
Il carcere minorile, l'Ipm di Treviso, insieme agli istituti penitenziari per minori di Massa e Milano, sono i primi in Italia ad aprire le porte alla didattica a distanza per i minori reclusi regolarmente iscritti ai percorsi di scuola media e di scuola superiore. Solo tre gli istituti penali per minorenni, dei 17 esistenti nel nostro paese, che hanno scelto di percorrere la strada delle lezioni a distanza, attivata nel rispetto delle disposizioni di salute pubblica e della sicurezza. Oltre che costruita come un abito su misura.
Il tutto è possibile grazie alla messa a punto di una piattaforma realizzata per il percorso scolastico a distanza attivata secondo le disposizioni fornite dal ministero della giustizia. E sono una decina nell'anno scolastico in corso gli studenti minori dell'Ipm di Treviso regolarmente iscritti alla scuola media, al biennio delle superiori o al triennio conclusivo.
Impegnati ormai da due settimane con la ripresa delle lezioni per la prima volta da remoto. Un progetto di realizzazione del diritto allo studio, che a livello nazionale vede tra i protagonisti anche l'Ipm trevigiano, capace di fare scuola di inclusione nel panorama nazionale, reso possibile a Treviso grazie alla forte sinergia tra gli insegnanti e la preside del Cpia Alberto Manzi, Michela Busatto, con la direzione e gli educatori dell'Ipm di Treviso: "Per noi è una normalità il fatto di dedicarci ai ragazzi dell'Ipm trovando strategie e soluzioni nel rispetto del diritto allo studio spiega la dirigente Michela Busatto Avendo incentivato la didattica a distanza per tutti i nostri studenti adulti e minori parimenti ci siamo impegnati a creare possibilità di didattica a distanza anche per gli studenti dell'Ipm per non lasciarli soli".
Un ritorno a scuola che vale doppio. Le lezioni da remoto per gli studenti dell'Ipm si svolgono all'interno di aule dedicate. Nel rispetto delle indicazioni da seguire per il contenimento dell'emergenza sanitaria gli studenti vengono affiancati dagli agenti educatori. Rispettando la distanza di sicurezza con al massimo uno o due studenti per aula. E l'obbligo dell'uso dei dispositivi di protezione.
Attraverso la piattaforma dedicata infine i docenti possono svolgere le video-lezioni a distanza per ciascuna materia: "Anche la scuola in carcere è in continuo aggiornamento come la didattica a distanza in tutti gli istituti scolastici - spiega la professoressa Maria Concetta Bonetti, docente del Cpia e coordinatrice dei percorsi scolastici all'interno del carcere minorile - Oltre alla didattica il valore più importante per i nostri ragazzi è quello umano. E per noi docenti la possibilità di poter continuare a essere vicini al loro percorso scolastico. Per i nostri studenti la scuola ha un valore aggiunto per il futuro. Non solo perché li fa sentire meno soli. Ma perché il percorso educativo e scolastico rappresenta la finestra sul mondo. La strada che permette il ritorno e l'inserimento nella società".
di Franco Corleone
Il Manifesto, 20 maggio 2020
Davvero grazie a Roberto Vecchioni che su la Repubblica di domenica 10 maggio ha scritto un pezzo straziante sulla morte di un musicista del Grup Yorum dopo uno sciopero della fame di 323 giorni per protestare contro il divieto di tenere concerti, di suonare, di cantare che durava da cinque anni.
La libertà fa paura alle dittature e la Turchia di Erdogan vive sulla costruzione di complotti e di nemici perfetti. Ibrahim Gokcek, il bassista del gruppo musicale accusato di essere contiguo a movimenti di opposizione ha lasciato un messaggio tremendo di accusa: "Ci avevano lasciato solo i nostri corpi per combattere".
Prima di lui erano morti Helin Bolek e Mustafa Kocak, dopo mesi di digiuno.
Sono sconvolto, come è possibile che io, persona mediamente informata, non sapessi nulla di questa tragedia incombente? Ha ragione Vecchioni, il nostro Occidente è vile, indifferente e ora si culla nello spot demenziale del "tutto andrà bene". Ma ha torto a scrivere che "nessuno, ma proprio nessuno ne ha parlato". Il manifesto lo ha fatto due volte.
Preziosi dunque gli articoli sul manifesto di Chiara Cruciati, che lui a quanto pare non ha letto. Non sa, o finge di non sapere, che questo non è un caso isolato, poiché la Turchia negli ultimi anni è diventato un grande carcere, dove si può finire senza aver commesso alcun reato. Basta la generica accusa di "terrorismo", che lì (ma è lo stesso in tanti altri paesi) viene appioppata a migliaia di insegnanti, giornalisti, sindaci, parlamentari di opposizione. E chi non finisce in prigione viene estromesso dagli impieghi pubblici.
Dopo il tentato golpe del 2016 sono stati licenziati anche 4.279 magistrati, 3.000 di loro arrestati. È così che, come riferisce nell'ultimo numero il magazine internazionale Global Rights, che da anni denuncia e informa anche sui diritti umani nel regno di Erdogan, secondo i dati dello stesso governo, a gennaio vi erano ben 298.000 persone nelle 355 prigioni del paese, che però dispongono di soli 218.000 posti. Vi sono almeno 1.334 prigionieri malati di cui 457 in gravi condizioni. Vi si trovano persino 780 bambini, in prigione con le loro madri (globalrights.info).
Del resto, basterebbe avere un po' di memoria per sapere delle condizioni delle carceri e dei diritti in quel paese, dove troppo spesso lo sciopero della fame sino alle estreme conseguenze è l'unica possibilità di protestare.
Come avvenne, ad esempio, nel 2001, con decine di reclusi morti a seguito di un lungo digiuno e altre decine uccisi dall'assalto dei militari alle prigioni in lotta. Ne scrisse il compianto Sandro Margara, per un troppo breve periodo a capo delle nostre carceri dopo essersi recato in Turchia con una delegazione di osservatori internazionali su Fuoriluogo nel gennaio 2001. La sua testimonianza si può leggere nella Antologia dei suoi scritti La giustizia e il senso di umanità (carcere, opg, droghe e magistratura di sorveglianza) che ho curato nel 2015, edito da Fondazione Michelucci Press.
Ora dunque sappiamo. Si può morire anche di indifferenza. La prima cosa da dire, forte, è che la prima manifestazione che si organizzerà a Roma con uomini e donne in carne e ossa, dovrà essere davanti alla Ambasciata della Turchia con il fazzoletto giallo del Grup Yorum al collo. Un silenzio agghiacciante dovrà far crollare i muri dell'intolleranza e della violenza. E solo allora come chiedeva Ibrahim potremo cantare "Bella ciao".
Per prepararci a quell'appuntamento potremmo iniziare una catena umana, di 323 persone di cuore, tante quanti sono stati i giorni del digiuno mortale, per uno sciopero della fame collettivo. Ma da subito bisogna continuare a denunciare quel che succede.
Proprio oggi si terrà un'udienza contro Sultan Gokçek, moglie di Ibrahim, e Bergun Varan entrambe di Grup Yorum, accusate di propaganda di organizzazione illegale. Occorre dare corpo alla speranza di giustizia e libertà. Una democrazia non può vivere a lungo senza diritti, senza sorrisi, senza amore, senza fraternità. Covid o non Covid.
di Nello Scavo
Avvenire, 20 maggio 2020
Immagini, video e testimonianze mostrano un pattugliatore maltese indirizzare un gommone in avaria con 101 persone verso la Sicilia. E spunta un rifornimento di carburante e un nuovo motore.
Minacciati di essere riportati in Libia, li vediamo inseguiti da una motovedetta. Molti si gettano in acqua per non tornare nei campi di prigionia. Poi, equipaggiato di un nuovo motore fornito dagli stessi militari, il gommone riprende la rotta e si allontana. Niente di nuovo, se non fosse che a dirottare i migranti verso Pozzallo siano state le Forze armate maltesi.
Stavolta ci sono i filmati, le foto, le testimonianze concordanti dei superstiti, le verifiche incrociate sulle scarse dotazioni alla partenza, dalla costa libica, e quelle rinvenute all'arrivo, nel porto di Pozzallo. E a peggiorare la posizione de La Valletta c'è un'aggravante. Dalle immagini si vede l'isola, segno che il barcone si trovava in acque territoriali, e dunque i profughi erano già ufficialmente a Malta e da lì in alcun modo potevano essere cacciati. Addirittura spinti segretamente verso un altro Paese dell'Ue.
L'inchiesta giornalistica che viene pubblicata oggi in contemporanea da "Avvenire" e "The Guardian" si basa su materiali ottenuti da varie fonti. Costituiscono un atto d'accusa senza precedenti. Le immagini (in queste pagine) e il filmato sul nostro sito quasi non necessitano di essere chiariti. Ma è dai dettagli apparentemente meno vistosi che sono nate le domande a cui le autorità, la politica e i tribunali dovranno dare una risposta anche in sede europea.
Un miracolo, sembrava. Dopo quattro giorni di odissea e 500 chilometri percorsi galleggiando sopra a una profondità media di 1.500 metri, 101 migranti partiti dalla Libia arrivano, sani e salvi, a Pozzallo. Erano salpati nelle stesse ore di altri tre barconi. Uno finirà per essere protagonista della "Strage di Pasquetta" e della flotta per i respingimenti ad opera di pescherecci fantasma rivelata da "Avvenire" e su cui a Malta sono indagati il premier Robert Abela e i vertici delle Forze armate.
"È senza dubbio la nuova strategia dei trafficanti, che molto probabilmente hanno trasferito molte persone disperate da una nave madre a una nave più piccola", aveva commentato il sindaco di Pozzallo, Roberto Ammatuna, davanti al gommone con 101 persone. Mai gli era capitato di assistere a uno sbarco da uno di quei canotti, che aveva resistito per oltre 100 ore in mare. Non sapeva, il primo cittadino, che stavolta i facilitatori non erano stati i trafficanti libici. La Guardia Costiera italiana ha confermato di non esserne al corrente: "La risposta è negativa".
I superstiti rintracciati in Sicilia dopo il periodo di quarantena hanno fornito versioni concordanti. "Quando siamo partiti dalla Libia - ha raccontato un giovane sudanese - abbiamo visto grandi navi commerciali. Ma non si sono mai avvicinate a noi". Il terzo giorno, con il mare fortunatamente calmo e le prime luci dell'alba "abbiamo visto Malta. Tutti erano felici e urlavano". Durante l'avvicinamento "siamo stati affiancati da una nave che sembrava turca. Aveva una bandiera rossa con una luna e una stella". Con il megafono qualcuno dell'equipaggio "ci ha detto che eravamo a Malta. Poi sono scesi e si sono avvicinati con una piccola barca e ci hanno detto ancora che eravamo nelle acque di Malta: "Continuate per una distanza di 30 minuti e andate a consegnarvi". Gli abbiamo chiesto: è possibile che ci porti a bordo e ci accompagni? Ha detto "no, non posso".
Le immagini consegnate dai profughi ad Alarm Phone e ai giornalisti non lasciano dubbi. In lontananza si vede la costa maltese. Segno che il gommone si trovava a non più di 6 miglia dalla terra ferma, comunque una distanza inferiore alle 12 miglia, il limite delle acque territoriali. I migranti, dunque, erano già ufficialmente a Malta e in alcun modo potevano essere allontanati. Il motore con cui i trafficanti libici avevano messo in mare il barcone aveva retto bene la fatica dei primi 400 chilometri e almeno 6 tonnellate di carico. L'analisi delle immagini ha permesso di individuare il produttore e il modello. Si tratta di un fuoribordo cinese "Parsun Power" da 60 hp, acquistato dai trafficanti libici perché facilmente reperibile a costi più che dimezzati rispetto ai marchi più noti. Curiosamente, però, a Pozzallo il gommone grigio arriva spinto da un più piccolo Yahama da 40 hp.
Le testimonianze dei migranti e i video dei telefonini mostrano come a bordo non vi fosse nient'altro che alcune taniche per rifornire il "Parsun" e nessun motore di riserva. Del resto nella storia dei flussi migratori dalla Libia mai gli scafisti hanno fornito due motori.
Nei giorni successivi allo sbarco in Sicilia, alcuni migranti hanno contattato Alarm Phone, per denunciare cos'era accaduto. E questo i militari maltesi non potevano metterlo in conto. "Quando la nave militare si è avvicinata e ci ha minacciato con le armi, dicendo che dovevamo tornare in Libia, molti si sono buttati in acqua perché nessuno voleva tornare indietro. Vedevamo la costa e prima una barca bianca ci aveva lanciato i giubbotti di salvataggio". La tensione sale. Come si vede nel video, la motovedetta maltese riaccende i motori mentre in acqua urlano, annaspano, molti non sanno neanche nuotare. C'è chi viene assalito dal panico nonostante sia tenuto a galla dal giubbetto.
Nelle immagini non si vede alcun tentativo di salvataggio, ma solo la determinazione a fermare la fuga a nuoto verso la terra ferma. C'è chi il mare non lo aveva mai visto prima di quei giorni. "Non sapevo che l'acqua fosse così salata", ci ha detto uno dei ragazzi tornati poi a bordo. Il rombo del pattugliatore maltese spaventa molti. Il timoniere spinge il mezzo militare tra le persone in acqua, per costringerle a tornare indietro. Virate repentine e veloci alzano il mare, con i migranti che sembrano tante piccole boe arancioni spazzate via dalle ondate.
"Il fine settimana di Pasqua è stato violento e mortale nel Mar Mediterraneo. Poco dopo che Italia e Malta hanno dichiarato i loro porti "non sicuri" a causa del Covid - osserva un portavoce di Alarm Phone, l'organizzazione che raccoglie le chiamate di soccorso - le barche dei migranti sono rimaste alla deriva nell'area di ricerca e salvataggio (Sar) europee, mentre venivano sorvegliate dalle autorità europee in volo. Diverse persone in difficoltà sono state lasciate morire di fame o annegare mentre sono state sorvegliate da Malta e Frontex".
Nei giorni dal 10 al 13 aprile quattro imbarcazioni avevano contattato Alarm Phone. Un gruppo di 47 persone era rimasto alla deriva nella zona Sar Maltese e il 13 aprile è stato soccorso dai soccorritori spagnoli della Aita Mari. Lo stesso giorno una seconda barca con 77 a bordo è arrivata autonomamente a Portopalo di Capopassero.
La terza, con 63 migranti, è stata rinviata illegalmente in Libia tra il 14 e il 15 aprile: a Tripoli sono arrivati 51 superstiti e 5 cadaveri, mentre altri sette risultano dispersi. Il quarto gommone, decisamente più sovraccarico degli altri, è quello arrivato autonomamente a Pozzallo dopo la misteriosa sosta davanti alle coste di Malta.
Tutti e quattro i natanti erano stati avvistati dagli aerei di Frontex, l'agenzia europea per i confini. Rispondendo ad "Avvenire", una portavoce della "polizia di frontiera" comunitaria aveva precisato che "nel corso dei voli di pattuglia durante il fine settimana (tra il 9 e l'12 aprile, ndr) gli aerei di Frontex hanno individuato diverse imbarcazioni in pericolo. In linea con le convenzioni internazionali, abbiamo avvisato tutti i competenti centri nazionali di coordinamento per il salvataggio marittimo (Mrcc) nell'area", dunque le strutture di Roma, La Valletta e, non si sa per vie dirette o attraverso l'Italia, anche la cosiddetta guardia costiera libica. "In base al diritto internazionale - ribadiva la nota dal quartier generale di Varsavia - gli Stati e non Frontex, sono le uniche entità responsabili del coordinamento delle operazioni di ricerca e salvataggio".
Pochi giorni prima, il ministro delle Infrastrutture Paola De Micheli aveva assicurato proprio ad Avvenire che nel Mediterraneo non c'è nulla che sfugga alle autorità. Perciò è difficile credere che nessuno, oltre Malta, sia consapevole dei respingimenti illegali verso la Libia e dei dirottamenti verso l'Italia.
Il giornalista di Radio Radicale, Sergio Scandura, che svolge anche un'attività di monitoraggio tracciando i velivoli di sorveglianza europei, era riuscito a seguire i movimenti di "Eagle 1", uno dei voli Ue che poi Frontex ha fatto rimuovere dalle piattaforme per la tracciatura del traffico aereo. Nella comparazione e sovrapposizione elaborata da "Mediterraneo Cronaca", il sito di Lampedusa diretto da Mauro Seminara, il tracciato del velivolo e le posizioni gps diffuse da Alarm Phone coincidono con millimetrica precisione. Ed è qui, quando "Eagle 1" si allontana, che era entrata in scena la motovedetta maltese P02.
Mentre gli sventurati riguadagnano a fatica i tubolari del gommone per mettersi in salvo, finalmente i guardacoste de La Valletta si avvicinano per tendere delle funi tra il barcone e la motovedetta consentendo a chi era rimasto in acqua di aggrapparsi e tornare sul gommone. Uno dei superstiti ha raccontato quello che un militare maltese aveva urlato: "Malta è colpita da una grave malattia. Forse lo sapete: si chiama Coronavirus. I nostri porti sono chiusi e voi non potete entrare". Davanti all'insistenza del gruppo di profughi, la motovedetta si sarebbe fatta consegnare il telefono satellitare Thuraya fornito dai trafficanti e un apparecchio gps. "Ce lo hanno restituito dopo avere riprogrammato la rotta su 0.0.". In altre parole direzione Nord. E a Nord c'è solo l'Italia.
Al momento di rimettere in moto, il motore "Parsun" di fabbricazione cinese non ne ha voluto sapere. Era stato danneggiato, probabilmente in modo involontario, dalle corde lanciate dal pattugliatore. Per un istante i migranti pensano a un colpo di fortuna: sperano in una resa dei militari e nell'imminente trasbordo verso La Valletta. Accade però quello che le cronache non hanno mai potuto documentare. Sul barcone viene montato un meno potente ma più efficiente "Yamaha 40 hp". "Ci hanno consegnato il nuovo motore, bottigliette d'acqua e almeno 60 litri di carburante". Abbastanza per non restare a secco. Quando oramai è buio i 101 vengono scortati fino al confine delle acque territoriali.
Prima di venire abbandonati, un militare più giovane, li aveva rassicurati: "Sono stato mandato dal governo, sto salvando la vita delle persone nel Mar Mediterraneo, non vogliamo uccidervi e non vogliamo farvi del male, non vi stiamo minacciando, ma se ci seguite verso l'Italia vi salveremo la vita". Dopo i fucili spianati, le manovre azzardate, la minaccia di un ritorno in Libia, ai migranti quelle parole sono sembrate una consolazione. "Abbiamo fatto come dicevano. Ci avevano dato anche una bussola in una scatola di legno: "seguite sempre 0.0. e sarete in Italia" ci ripetevano". Il mattino dopo entrano nel porto di Pozzallo. È la Domenica di Pasqua. Il giorno dopo, sempre da Malta, respingeranno un altro barcone: 12 morti. E ancora tante domande a cui non solo La Valletta deve rispondere.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 20 maggio 2020
Il Garante: diminuite le strutture per chi era in quarantena. Non solo carcere ma, come è sempre stato ribadito, sono varie le aree che, di fatto, rientrano nella categoria delle persone private della libertà. Altri luoghi chiusi dove rimane sempre alta l'attenzione sul pericolo di contagio da Covid 19. Tra queste aree rientrano i Centri di permanenza e rimpatrio (Cpr) e c'è il Garante nazionale delle persone private della libertà che le monitora.
Rispetto alla penultima rilevazione riportata nell'ultimo Bollettino del Garante, il numero delle persone complessivamente presenti all'interno dei sette Centri di permanenza per il rimpatrio attualmente operativi è ulteriormente calato: ora sono 204. Il Garante nazionale ha comunicato che le riduzioni si sono verificate un po' ovunque a eccezione del Cpr di Brindisi che ha mantenuto inalterato il numero dei presenti e di quello di Gradisca d'Isonzo in cui la popolazione ristretta è aumentata di tre unità. È diminuito anche il numero delle strutture temporaneamente adibite a ospitare le persone migranti sottoposte a misure di quarantena (oltre agli hotspot di Lampedusa e Pozzallo risultano oggi a tal fine impiegate ulteriori strutture situate nei comuni di Pozzallo, Pietraperzia, Agrigento, Ragusa, Isnello e Siracusa).
Il Garante nazionale ha mantenuto una attenzione specifica anche rispetto ai Centri di accoglienza che, pur non essendo formalmente privativi della libertà, potrebbero essere interessati da casi di contagio e pertanto in via transitoria essere trasformati in luoghi di isolamento fiduciario e quarantena. In questo contesto, ha acquisito da parte del Prefetto di Roma approfondite informazioni in relazione alla situazione di alcuni Centri interessati da misure di quarantena e afferenti al circuito cittadino di accoglienza della Capitale.
La completezza dell'informazione resa al Garante testimonia della positiva interlocuzione tra le due istituzioni. Nel mese di aprile alcune strutture sono state oggetto di alcune tensioni con le persone residenti nel quartiere, a seguito dell'irresponsabile violazione delle indicazioni delle Autorità sanitarie da parte di alcuni ospiti. A tutela dell'ordine e della sicurezza pubblica, all'esterno di una delle strutture è stato istituito un presidio di Polizia e, oltre ai lavori di ripristino, è stato rialzato il muro di recinzione preesistente.
Il Garante nazionale ha sottolineato che è pienamente consapevole dell'estrema complessità delle situazioni che le Autorità in prima linea si sono trovate imprevedibilmente ad affrontare in questo periodo, durante il quale la salute individuale e collettiva, nonché la tenuta del sistema sanitario sono state messe così duramente alla prova.
Ha tuttavia il compito di ricordare che la violazione delle prescrizioni sanitarie di quarantena può dar luogo esclusivamente a sanzioni, di carattere amministrativo o penale a seconda dei casi, ma non implica in alcun modo l'applicazione di possibili rimedi coercitivi da parte delle Forze dell'ordine nel corso della loro attuazione. Ciò poiché tali misure devono essere sempre accompagnate dalle garanzie dell'articolo 13 della Costituzione, più volte ribadite dalla Corte costituzionale anche per quelle situazioni in cui vi sia una qualsiasi "evenienza di assoggettamento fisico all'altrui potere che è indice sicuro dell'attinenza della misura alla sfera della libertà personale" (sentenza Corte costituzionale n. 105/ 2001). "Del resto - scrive il Garante -, la presenza di dispositivi di vigilanza, con compiti di verifica di ingressi/ uscite da una struttura e l'implicito potere di far ripristinare immediatamente la misura restrittiva nel caso di tentate violazioni, pone problemi di conformità anche con l'articolo 5 della Convenzione europea dei diritti umani".
Nel frattempo, a proposito dei Cpr, è notizia di qualche giorno fa che il Tar Piemonte ha accolto l'istanza cautelare presentata con il ricorso dell'Asgi (Associazione studi giuridici immigrazione) contro il rifiuto di accesso al Centro di permanenza per il rimpatrio del Prefetto di Torino, sulla base del parere negativo del ministero dell'Interno. Il Tribunale amministrativo regionale ha ritenuto sommariamente fondato il ricorso, in particolare sotto il profilo della carenza di motivazione del provvedimento di diniego all'accesso al Cpr. Per l'Asgi è un passo avanti verso l'effettiva accessibilità di questi centri.
di Bruno Mitrugno*
brindisioggi.it, 20 maggio 2020
Lunedì 18 maggio è ripartita l'Italia sostenuta dal Decreto-rilancio che prevede le diverse misure per accompagnare la Fase 2 post Covid, ma per gli istituti di pena restano le ferree prescrizioni che riguardano il non ingresso in carcere dei volontari.
Riprenderanno solo, sia pure con nuove modalità anti-contatto, gli incontri con i familiari, un solo colloquio con i parenti (con la discrezionalità del direttore dell'Istituto) da oggi, 19 maggio, al 30 giugno. Riaprire (negozi- bar- ristoranti,) è il verbo più utilizzato in questi giorni, ma nelle nostre carceri occorre riaprire al volontariato per riportare in carcere la funzione costituzionale della pena art. 27: "Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato".
I volontari e gli operatori della società civile attraverso il loro impegno, negli istituti di pena realizzano progetti, tracciano percorsi di crescita per le persone detenute. C'è bisogno di restituire umanità all'interno delle carceri, ci sono persone private in questo periodo anche della vicinanza del cappellano, un cuore che ascolta i pesi altrui, "neanche un prete per chiacchierare" cantava Celentano. In ogni caso bisogna mantenere le misure tecnologiche adottate in questo periodo con le videochiamate, anzi rafforzarle.
Ci sono persone detenute che sono rinate perché hanno rivisto in videochiamata le madri sofferenti impossibilitate a recarsi in carcere per i colloqui e i luoghi di casa dopo anni e anni di lontananza, è fondamentale preservare sempre il legame con gli affetti dei detenuti. In alcuni istituti di pena sono state autorizzate le attività scolastiche in videoconferenza che stanno cominciando faticosamente a funzionare, è una modalità questa che potrebbe aprire grandi possibilità, soprattutto per ampliare gli spazi dello studio e dei percorsi rieducativi.
Percorsi rieducativi che in questo periodo a Brindisi sono andati all'incontrario, detenuti del nostro carcere che con i loro risparmi hanno comprato viveri nello spaccio interno all'istituto per donarli alla Caritas, un segno di grande umanità e provocatore di sorde coscienze. Poveri che aiutano altri poveri, la vita nel carcere e il mondo fuori, la sicurezza e l'umanità, la giustizia e la speranza.
*Garante dei diritti dei detenuti della Provincia di Brindisi
di Luca Gambardella
Il Foglio, 20 maggio 2020
Migranti respinti, odio sociale, provocazioni contro l'Ue, attacchi alla Germania e al Vaticano. Malta voleva recuperare la fiducia europea ma ancora non ce l'ha fatta. Lo scorso 13 gennaio, mentre Robert Abela baciava il crocefisso e firmava il suo giuramento da primo ministro di Malta come richiesto dal cerimoniale dell'insediamento, a pochi passi da lui tra gli invitati in sala c'era anche il sorridente Neville Gafà, uno degli uomini più discussi di tutta l'isola.
Per anni Gafà aveva prestato servizio come funzionario del governo guidato dal predecessore di Abela, Joseph Muscat, che era stato costretto a dimettersi nel dicembre 2019 per il presunto coinvolgimento di alcuni suoi ministri nell'omicidio della giornalista Daphne Caruana Galizia. La donna era stata uccisa due anni prima, mentre indagava su alcuni membri dell'esecutivo finiti nello scandalo dei Panama Papers. Tra questi c'era anche il capo di gabinetto del governo, Keith Schembri, e all'epoca Gafà, che lavorava già per l'esecutivo, era un suo stretto confidente. Il giorno prima che l'auto di Caruana Galizia saltasse in aria, Gafà l'aveva stalkerata sui social, pubblicando una foto che le aveva scattato di nascosto mentre era seduta sulla panchina di un parco con il marito. "Che romantici, mancano solo i biscottini", aveva scritto con tragico sarcasmo. L'omicidio di Caruana Galizia, che ancora oggi resta senza esecutori materiali, e il sospetto coinvolgimento di uomini dello stato avevano infangato la reputazione internazionale di Malta: un paese membro dell'Unione europea che aveva calpestato la libertà di informazione. Il 1° dicembre 2019, Muscat annunciò le sue dimissioni dopo che migliaia di persone, ciascuna con una candela, erano scese per le strade della Valletta chiedendo giustizia per la giornalista uccisa. Per la piccola isola il giuramento di Abela doveva essere l'anno zero, il riscatto: Malta era in grado di rispettare le leggi basilari di uno stato di diritto. Ma fin da subito le cose sono andate diversamente e a suonare il primo campanello di allarme, il giorno stesso della vittoria di Abela alle elezioni, fu proprio il nostro Gafà, che tanto si era speso per la vittoria del giovane laburista, nonché suo ex avvocato: "Continuità", c'era scritto in un suo post su Facebook.
"Alla fine però, quando si è insediato, Abela ha detto che non voleva Gafà tra i funzionari del suo governo", racconta al Foglio Emanuel Delia che è un giornalista e blogger maltese che in questi anni ha portato avanti il lavoro di inchiesta di Caruana Galizia. Dice che il funzionario tuttofare del governo Muscat avrebbe rappresentato un legame pericoloso con il passato. Un danno per l'immagine che Abela, almeno ufficialmente, non voleva correre. Ma quale era il passato di Gafà? Fino al 2013, quando viene chiamato da Muscat nello staff del suo governo, era un semplice addetto alle vendite di un negozio di ottica. L'anno dopo finisce coinvolto in un giro di racket per la compravendita di visti venduti a decine di libici per farli arrivare a Malta.
Si apre un procedimento contro di lui e allora Gafà, nel novembre 2018, vola a Tripoli e secondo l'accusa di un processo ancora in corso avrebbe corrotto i testimoni libici perché restassero in silenzio. Durante quel viaggio non è solo: assieme a lui ci sono anche il premier Muscat e un membro della sua scorta, Kenneth Camillieri, tutti con passaporto diplomatico. Gafà compare in foto con l'allora ministro dell'Interno di Tripoli, Fathia Pasha, e incontra capi delle milizie libiche. È di fede musulmana e dimostra di avere agganci notevoli con l'entourage del governo di unità nazionale. Durante la sua testimonianza resa al processo per l'omicidio di Caruana Galizia, il tuttofare di Muscat si difende: dichiara che a Tripoli ha avuto solo riunioni informali per risolvere la crisi dei migranti e nega il suo coinvolgimento nel giro di racket e corruzione. Ma quando i fatti vengono resi pubblici con tanto di intercettazioni ambientali riportate dalla stampa maltese, il danno di immagine per il Partito laburista è enorme. Nel frattempo arriva anche lo scandalo per l'omicidio di Caruana Galizia e per il governo Muscat il tempo a disposizione ormai è finito. Non per Gafà.
Il nuovo corso inaugurato da Abela finisce per peggiorare la gestione degli sbarchi. Lo scorso 9 aprile, Malta aveva chiuso i porti ai migranti a causa dell'epidemia di coronavirus. Dopo circa tre settimane, il comandante di una imbarcazione privata, un membro della Guardia costiera libica e Gafà rivelano al New York Times che il governo di Malta ha escogitato un sistema di respingimenti dei migranti affinché nessuno sbarchi sull'isola. Si tratta di una piccola flotta di tre imbarcazioni private che, su ordine diretto delle Forze armate maltesi, intercettano i naufraghi in mare e li riportano a Tripoli. È una pratica illegale - la Libia non è un porto sicuro secondo le Nazioni Unite - che Malta ha sperimentato lo scorso 13 aprile, a Pasquetta.
Come ricostruito dalla piattaforma AlarmPhone, che raccoglie le richieste di aiuto dei migranti nel Mediterraneo, le tre imbarcazioni salpate dalla Valletta - la Dar Al Salam 1, la Salve Regina e la Tremar - spengono il transponder per non farsi rintracciare e recuperano i migranti nella zona di salvataggio maltese (la cosiddetta area sar, acronimo di search and rescue) dopo averli lasciati alla deriva per cinque giorni senza che Malta né l'Italia, né l'Ue intervenissero. Alla fine dell'operazione di recupero muoiono cinque migranti, sette sono dispersi, gli altri 51 sono riportati a Tripoli dalla flotta fantasma e rinchiusi nel centro di detenzione di Tarik al Sikka. "Le barche erano maltesi, i comandanti maltesi, il loro porto abituale era maltese", dice Delia.
Ma se aveva lasciato lo staff del governo a gennaio, cosa c'entrava Gafà con questo respingimento? Lo spiega lui stesso al New York Times. La notte dell'intervento era stato richiamato direttamente dal capo di gabinetto del primo ministro Abela affinché sfruttasse i suoi contatti a Tripoli e coordinasse in prima persona l'operazione di recupero dei migranti.
Per capire che tipo di contatti Gafà avesse in Libia occorre fare un passo indietro di appena un paio di mesi. A febbraio 2020, quando il tuttofare è già fuori dal governo, Gafà rilascia un'intervista a Malta Today e racconta di essere stato l'architetto di un sistema di respingimenti che funzionava sin dal 2018 grazie ai legami che aveva coltivato con il governo di Tripoli, alle milizie che lo sostengono e alla Guardia costiera libica.
"Ricevevo notizie sulle barche che partivano dalla Libia e davo le loro coordinate alle Forze armate maltesi che le intercettavano e le consegnavano direttamente ai libici", dice Gafà. Di questo sistema illegale, afferma il funzionario maltese, era a conoscenza anche l'allora primo ministro Muscat che spesso emanava ordini diretti. Ma secondo Federico Sola, capo della sede di Tripoli dell'Organizzazione internazionale per le migrazioni, l'agenzia dell'Onu che monitora i flussi di migranti, la vicenda di Pasquetta è un caso ancora più grave dei soliti respingimenti compiuti in acque libiche: "In questo caso i migranti sono stati intercettati direttamente nelle zone di intervento maltesi e poi riportati indietro, in Libia. Una simile esternalizzazione dei salvataggi con navi private agli ordini del governo, tanto palese poi, è assolutamente nuova", spiega al Foglio il funzionario dell'Onu. "È la dimostrazione che ad alcuni stati europei non interessa se i migranti partano o no dalla Libia: interessa invece se i migranti arrivino o no sulle loro coste".
Le notizie sui respingimenti vengono rese pubbliche quasi da subito e per il premier Abela è uno scandalo che lo coinvolge in prima persona. Finisce sotto indagine dopo una denuncia dell'ong Republika, antagonista del Partito laburista e a capo delle proteste contro Muscat per il caso Caruana Galizia. Il premier è costretto a rivolgersi alla nazione con messaggi televisivi in cui difende la chiusura dei porti ai migranti per il coronavirus e in cui ribadisce la latitanza dell'Ue.
Intanto Gafà continua a parlare ai giornali, scaricando sul premier ogni responsabilità per la gestione caotica degli sbarchi: "Quando c'ero io al governo viaggiavo spesso in Libia e la situazione era sotto controllo. Ho salvato Malta dall'invasione dei migranti. Ora c'è il caos", dice a Malta Today. "Il sistema dei respingimenti durava da anni e i governi hanno sempre sperato che tutto restasse nascosto. Con la strage di Pasquetta però si è scoperto tutto", dice al Foglio Delia.
Ma attorno alla gestione degli sbarchi c'è un contesto sociale che, con l'arrivo di Abela al governo, si è polarizzato sempre di più, incentivando un risentimento più accentuato nei confronti dei migranti. "Purtroppo non si sta esagerando quando si parla di xenofobia e razzismo qui", ci spiega l'arcivescovo di Malta, Charles Scicluna. "Il motivo è l'esasperazione. Qui sull'isola ci sono sempre più poveri e disoccupati e questa esasperazione porta alla mancanza di solidarietà", dice. Anche il coronavirus ha avuto i suoi effetti. "Il turismo è fermo, e per la nostra economia è molto importante". Poi c'è l'Europa che ha le sue responsabilità: "Sulla gestione dei migranti Malta non può essere lasciata da sola. Non bastano interventi sporadici, servono misure strutturate".
Secondo Delia, il governo specula su questo odio generalizzato: "Talvolta vicino ai centri di accoglienza si è arrivati anche a episodi di violenza, ma basta dare un'occhiata ai social per vedere come stanno cambiando i toni". A Malta il dibattito politico è costretto tra due sole alternative politiche: laburisti da una parte e nazionalisti dall'altra. "Le campagne elettorali sono fatte per ottenere il 50 per cento più uno dei voti e ogni mezzo è ammesso". La carta dei migranti, dice il blogger, è una di questi. "Gli esecutivi laburisti si sono rivelati dei veri movimenti populisti. Qui non c'è la sinistra come si intende altrove, non c'è ideologia. Anche per questo il partito è stato affascinato dai metodi di Matteo Salvini quando era ministro in Italia. A Malta piaceva molto la sua gestione dei migranti, il fatto di lasciare le navi delle ong al largo. E così si è arrivati a dire: 'Se lo ha fatto lui, possiamo farlo anche noi'". Ma il polso fermo del governo e il silenzio dell'Europa davanti alle difficoltà dell'isola non possono diventare un alibi, secondo l'arcivescovo Scicluna: "Serve accoglienza, bisogna rispettare il principio della legalità e adempiere agli obblighi internazionali", dice al Foglio. Ma dopo l'ennesimo appello rivolto da Papa Francesco per accogliere e salvare vite in mare, il governo di Malta ha risposto con una lettera inviata direttamente al Vaticano: "Accogliete voi una famiglia di migranti", c'era scritto. "Una richiesta di aiuto, ma la chiesa sta già facendo la sua parte", ci dice Scicluna. "Una provocazione, ovviamente", affermano invece altre fonti che preferiscono restare anonime.
Sin dal giorno dell'insediamento, Abela ha fatto della criminalizzazione delle ong uno dei suoi punti fermi, sulla scia dei sovranisti italiani. Il suo predecessore Muscat e l'ex ministro dell'Interno, Michael Farrugia, avevano sempre avuto toni dialoganti con Bruxelles, fino ad arrivare nel settembre 2019 all'accordo sui migranti della Valletta, siglato con Italia, Francia e Germania. Un primo, timido passo verso un sistema di ripartizione dei migranti a cui, nei piani iniziali, avrebbero dovuto aderire altri stati membri.
Oggi quello spirito di cooperazione sembra già tramontato. Il governo di Abela, che lamenta l'assenza di solidarietà tra gli stati membri, adotta una strategia molto salviniana: battere i pugni sul tavolo, chiudere a ogni forma di dialogo e insistere sul tasto dell'antieuropeismo, che è un sentimento sempre più diffuso nell'isola. "Non possiamo gestire tutto da soli", ha ripetuto il ministro degli Esteri Evarist Bartolo in un video pubblicato su Facebook in cui invocava un nuovo sistema di ripartizione dei migranti.
"Condividiamo la stessa frustrazione dell'Italia. Siamo uno stato che vuole la pace, non causiamo guerre, non vendiamo armi. Di certo non siamo stati noi a dare vita a questa confusione", ha aggiunto. Ma i toni pacati di Bartolo non sono condivisi da tutti. Lo scorso 10 maggio, l'ambasciatore maltese in Finlandia, Michael Zammit Tabona, si è dimesso dopo che aveva paragonato la cancelliera tedesca Angela Merkel ad Adolf Hitler.
"Settantacinque anni fa abbiamo fermato Hitler. Ora chi fermerà Angela Merkel?", ha scritto su Facebook. Bartolo si è scusato con Berlino, ma per il Partito laburista si è trattato di un'altra figuraccia, dato che Tabona fu nominato ambasciatore nel 2014 direttamente da Muscat. Ciliegina sulla torta, l'ormai ex diplomatico è anche l'armatore di Captain Cook, la compagnia di battelli turistici affittati dal governo per mettere in quarantena i migranti lontano dalla costa. Un metodo usato anche dall'Italia, ma che a Malta ha suscitato grande indignazione, perché è visto come un'aberrazione, peraltro con costi esagerati.
A testimoniare che il tanto atteso riscatto di Malta sulla scena internazionale con il nuovo premier Abela sia stato solamente un'illusione ci sono anche le scelte di politica estera prese nelle ultime settimane. I toni antieuropei del governo sono sfociati in voltafaccia politici che hanno innervosito anche le altre capitali dell'Unione. Lo scorso 31 marzo l'Ue ha lanciato Irini, una missione aeronavale comandata dall'Italia che deve sorvegliare l'embargo delle armi in Libia e ostacolare il traffico di esseri umani. Il governo maltese aveva offerto una squadra d'assalto, uomini che avrebbero dovuto abbordare le navi sospettate di compiere traffici illeciti.
Ma proprio il giorno successivo all'annuncio dell'intesa tra gli stati membri sulle forze da impiegare, dopo oltre un mese di trattative, La Valletta ha detto di averci ripensato e ha ritirato la sua disponibilità. "Non c'è stata alcuna comunicazione formale né a Bruxelles né al comando di Roma", dicono al Foglio fonti vicine alla missione. Si è trattato insomma di un semplice mal di pancia, che però ha innervosito sia Josep Borrell, Alto rappresentante per la Politica estera dell'Ue, sia Angela Merkel ed Emmanuel Macron, che hanno chiesto chiarimenti al premier Abela.
C'è chi ha interpretato il passo indietro di Malta come uno sgarbo all'Ue e un favore alla Turchia, la prima a essere penalizzata dalla missione europea dati i suoi traffici di armi via mare con Tripoli. Per altri invece si tratta solamente di provocazioni con cui Malta prova a dimostrare a Bruxelles che l'ora delle politiche estemporanee è finita: "Irini non è Sophia (la missione gemella che l'ha preceduta, ndr) e ha compiti ancora minori - dice al Foglio una fonte maltese che preferisce restare anonima - Con l'Ue devi fare così, devi ricattare, altrimenti non capiscono".
di Francesco Malgaroli
La Repubblica, 20 maggio 2020
Le gang più potenti di Città del Capo depongono le armi per portare pane, farina e verdure a chi vive in condizioni di miseria. Nel timore di un picco dei contagi per agosto, ci si prepara ad allestire un ospedale da campo a Soccer City, lo stadio che ospitò la finale dei Mondiali 2010.
In Sudafrica ci si attrezza per allestire nei campi di calcio ospedali da campo per combattere il coronavirus. L'esercito, secondo il giornale Sunday Independent, ha cominciato a ragionarci. L'eventualità di una "piena" è prevista per agosto, quando nel Paese sarà inverno. Bisogna farsi trovare preparati. "Soccer City", così è chiamato da tutti, lo stadio più grande dell'Africa, quasi 100 mila spettatori, è tra Soweto e Johannesburg. Qui Nelson Mandela ha salutato neri e bianchi per la prima volta dopo la liberazione nel 1990 e qualche mese prima sono stati accolti i primi leader dell'African National Congress usciti dal carcere. Qui fu ospitata la finale dei mondiali di calcio del 2010; si pianse la morte di Mandela e più tardi quella Winnie Mandela. "Ora ci si attrezza per il peggio", ha detto più volte il presidente della Repubblica Cyril Ramaphosa. Anche ad allestire un ospedale in uno stadio.
Il compito più gravoso è alleviare la fame per chi non ha niente, o per chi ha perso tutto: quasi il 50% dei cittadini vivono in povertà secondo le statistiche ufficiali del governo. Le file per il pane che si snodano per chilometri tra le baracche di Centurias, tra Johannesburg e Pretoria, rendono visibile quello che succede in questi giorni: le persone aspettano il loro turno senza fiatare, due code mute, un infinito colpo al cuore.
Da qualche parte ci pensano i gangster. Una delle bande più potenti di Manenberg, Città del Capo, gli Americans, ha posato le armi e l'hanno fatto anche gli Hard Living, per portare insieme pane, farina, verdure a chi vive sotto la soglia di povertà. "Non c'è problema - ha constatato uno degli Hard Living - facciamo di tutto per chi non ha più niente. Le industrie sono chiuse? La gente ha fame? Noi cerchiamo di aiutare". Prima i gangster si sparavano per droga, estorsioni, omicidi, ora da bravi violenti sono diventati buoni. L'idea è venuta ad Andie Steele-Smith, australiano, un prete che tutti chiamano "il pastore dei criminali".
Facile: "Appena i gangster hanno pensato come alleviare le sofferenze di chi è chiuso in casa, sono intervenuto io e li ho messi d'accordo".
A Città del Capo qualcosa del genere, senza bande di mezzo, l'hanno inventato due chef. Chiuso un famoso ristorante, il Jans & Co, Liezl Odendaal si è riorganizzato, facendo da mangiare per uno dei quartieri più poveri di Khayelisha, un ghetto alle porte della città. Con il suo socio e l'aiuto di altri collaboratori, grazie a una struttura donata per l'occasione e adattata a cucina, si pensa ai bambini: "È il minimo che possiamo fare, dei sandwiches, muffins e verdura".
C'è chi cerca di tornare agli incroci, nonostante il lockdown, per elemosinare qualcosa ai semafori: un compito non facile, visto che poliziotti e militari sono pronti anche a picchiare chi non sta a casa. La prima settimana di lockdown, 54 giorni fa, le botte erano all'ordine del giorno, per fortuna poi si sono diradate.
"Non ho di che far mangiare la famiglia, ma anche al semaforo non si batte chiodo", mormora il mendicante, guardando le strade vuote di East London. Dal Limpopo, la regione al confine con lo Zimbabwe, invece dicono che hanno individuato la pozione per bloccare il contagio, come l'ha trovata anche il leader del Madagascar. L'Organizzazione mondiale della sanità ha bollato la trovata come una bevanda che non fa niente, ma in mancanza di altro, anche questa si può vendere, esercito permettendo.
I dati dicono che al momento sono 15.000 i casi di coronavirus, 260 i morti, e l'ultimo dato dice ci sono state 1600 persone contagiate in un solo giorno. È il paese africano dove è attecchito più a fondo. Magnati come Patrice Motsepe, Nicky Oppenheimer e Johann Rupert, hanno donato 1 miliardo di rand (mezzo miliardo di euro) per combattere in ogni forma il Covid 19. Per almeno quaranta giorni Ramaphosa è stato un presidente autorevole e serio, ora dentro il governo, e fuori, stanno prendendo piede i fautori dell'allentamento delle misure restrittive. Intanto a Soccer City, e in altri tre località, tra cui lo stadio di Durban, l'esercito va avanti, il costo previsto per l'allestimento degli ospedali da campo è più o meno di 50 milioni di rand, 27 milioni di euro.
Le vie del Signore sono infinite, come quelle dei gangster diventati buoni. Ma se in Sudafrica non si mette mano alle spaventose discriminazioni tra i pochissimi ricchi e i tantissimi poveri con una rivoluzione - che comporti il calo della disoccupazione; case, acqua, luce, elettricità per tutti; scolarità di massa per le bambine i bambini - passato il coronavirus neanche il Signore potrà fare molto.
di Ornella Favero*
Ristretti Orizzonti, 19 maggio 2020
Come volontariato nell'ambito della Giustizia abbiamo cercato tempestivamente di avanzare le nostre proposte rispetto alla Fase due nelle carceri e abbiamo ritenuto utile, come primo passo, chiedere al Garante nazionale Mauro Palma di confrontarsi con le associazioni che la Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia rappresenta, proprio in considerazione del fatto che l'ufficio del Garante fin dall'inizio della pandemia ha dato una informazione puntuale e dettagliata sulla situazione nelle carceri e nell'area penale esterna.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 19 maggio 2020
Misure alternative al carcere per ridurre la popolazione carceraria? Fino ieri sera sì. Era stato pubblicato addirittura in Gazzetta Ufficiale. Ma poi improvvisamente, poco prima di mezzanotte, il Governo ha deciso di modificare tutto e togliere quell'opzione.
di Andreana Esposito, Maria Lucia Pezone e Caterina Scialla
eastwest.eu, 19 maggio 2020
Il coronavirus poteva essere un'occasione per ripensare le pene detentive e ricordare la tutela della dignità dei detenuti. La pandemia del Covid-19 avrebbe potuto costituire un'ottima occasione per riflettere sull'essenza della pena detentiva. Sulla sofferenza che la detenzione infligge al corpo del condannato. Sulla necessità del carcere e sull'opportunità di scoprire qualcosa meglio del carcere.
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