di Walter Siti
Il Riformista, 21 maggio 2020
L'odio è una passione paziente: può scatenarsi all'improvviso come un colpo di fulmine, per un incontro o un avvenimento, ma poi si sedimenta e mette radici, si cristallizza e costruisce intorno a quel primo granello una corazza pietrosa e inscalfibile. La persona (o categoria) odiata diventa un punto di riferimento costante della nostra esistenza, una risorsa psicologica per i nostri momenti difficili; immaginare quella persona (o quella categoria) come responsabile del male del mondo porta con sé una specie di sollievo.
Il tempo si ferma, le circostanze storiche variabili scivolano via e resta, fisso, il piacere di immaginare la vendetta, la nuda violenza esercitata da noi personalmente, o da nostri emissari, sul corpo di chi si odia. Riversare su di lui (o lei, o loro) tutte le colpe ci esime dal riflettere sulle nostre personali e civili responsabilità. Colui (o ciò) che odiamo ci definisce come persone: semplifica, radicalizza e ci preserva dall'angoscia del dubbio.
In questo l'odio assomiglia all'amore, e non è da tutti odiare di cuore come non è da tutti innamorarsi perdutamente. L'odio insomma è una cosa seria, che spetta a chi lo prova tenere a freno e alla società limitare, senza speranza di poterlo uccidere una volta per sempre.
Se contrastato e indicato come peccato imperdonabile, l'odio si nasconde, si traveste, attende tempi a lui più favorevoli. Questa pandemia, che ha chiuso in casa mezza popolazione mondiale, sembra proprio un tempo favorevole; la dice lunga il fatto che in questo periodo, secondo dati attendibili, siano aumentate del 30% le chiamate ai centri antiviolenza familiare.
I coniugi, per i quali le ore di separazione lavorativa erano un ammortizzatore dei conflitti, si sono ritrovati muso a muso a fare i conti con la realtà del loro rapporto; i maschi privati di bar e partite hanno sfogato le loro repressioni su donne e bambini; i ragazzini, senza cortili o strade per giocare con gli amici, si sono mostrati più impegnativi del solito. Il malumore ha fatto emergere l'odio latente, nei non pochi casi in cui incubava da anni sotto la cenere del quieto vivere.
Lo stesso è accaduto per gli odii sociali più antichi e stratificati, in primis il razzismo e l'odio religioso. Molti hanno sperato che l'epidemia esplodesse in Africa, ma per ora si scontrano con l'evidenza delle statistiche; così han dovuto ripiegare, prendendosela con gli africani che dagli italici ghetti vengono prelevati la mattina per andare a raccogliere frutta e pomodori. È bastata una ragazza ingenua, che per leggere il Corano ha aspettato di essere prigioniera, a far scrivere sui social parole orrende contro di lei e contro l'Islam "religione inferiore".
Sono casi di odio genuino, covato a lungo come ossessione; ma proprio per questo facilmente identificabile. Più insidioso e pervasivo è l'odio che si traveste, non possedendo né il coraggio né la dignità del proprio nome; meno pericoloso nel fondo, ma più dannoso per la convivenza civile nel breve e medio periodo. L'antipatia strisciante per i cugini francesi, duplicata da rivalità calcistiche; il ricordo bellico dei tedeschi rastrellatori, misto a invidia per la loro organizzazione e i loro soldi.
L'insofferenza delle regioni meridionali, più libere dal contagio, per una Lombardia che appesantisce e rallenta; quella uguale e contraria dei settentrionali per un Sud che tanto può fare quello che vuole, non sono loro a incrementare in modo decisivo il Pil. Il fastidio dei giovani per i vecchi troppo prudenti, e dei vecchi per i giovani che non indossano le mascherine. La voglia serpeggiante di delazione, il rancore che si traveste da giustizia; la preoccupazione di pararsi il culo per quando arriveranno i magistrati.
I media amplificano e spettacolarizzano: la sindrome dei "polli di Renzo" di manzoniana memoria (che essendo legati per le zampe si ingegnano di beccarsi l'uno con l'altro) diventa platealmente odio di scena nei battibecchi dei talk politici, le cui livide bordate si distinguono a stento da quelle, in odore di audience, dei reality trash. Sui social si lapidano due influencer fidanzati perché lui ha raggiunto lei pur abitando in una Regione diversa; si dà credito ai più inverosimili complotti, ci si dichiara sicuri che la pandemia sia un inganno ordito dai "poteri forti"; perfino gli odiatori dell'odio alzano i toni, perché sono certi che l'odio riguarda soltanto gli altri e mai loro, anime belle. Onda confusa di rinfacci reciproci, in un Paese sull'orlo d'una crisi di nervi.
L'odio rischia di diventare una scorciatoia per cavarsi d'impaccio in una situazione che non sembra avere vie d'uscita. L'Italia i soldi pubblici non ce li ha, c'è poco da fare; ha molta ricchezza privata, come si è sbandierato per anni, ma nessuno adesso osa ricordarlo. La forza politica maggioritaria in Parlamento non è più la prima forza politica del Paese, ma oggi una crisi di governo è impensabile e le elezioni sarebbero ostacolate anche da motivi sanitari. L'odio senza conseguenze è quello più facile: sgrugnarsi e insultarsi sapendo che tutto resterà uguale, almeno per un po'. Più che odio, mugugno: insoddisfazione generalizzata, guardare il proprio vicino con sospetto; il bar che non ce la fa a tirare avanti denuncia l'altro bar che si è venduto ai cinesi; l'azienda sotto inchiesta per irregolarità nell'importazione di mascherine dice perché non guardate a chi ha fatto anche peggio di me.
L'estrema destra si proclama delusa dalla scarsa reattività di Salvini e Meloni, e accusa siete casta pure voi, cane non mangia cane, come i ladri di Pisa che litigavano di giorno e di notte andavano a rubare insieme. Un urlìo confuso di risentimenti incrociati non è la premessa migliore per affrontare i tempi duri che verranno. La buona volontà dei singoli, e anche dei governanti, non manca, il buonsenso cerca di stare a galla evitando gli scogli più perigliosi. Ma l'amore per gli altri, quello vero che ha il fulgore della carità, potrebbe dispiegarsi con più energia se l'odio gli si opponesse senza maschere.
di Arturo Di Corinto
Il Manifesto, 21 maggio 2020
I siti pro-Bolsonaro diffondono narrative antiscientifiche, ma anche l'Italia è un focolaio di teorie complottiste contro il Covid-19. La propaganda computazionale è alla base delle fake news. I post di Facebook sul Covid-19 pubblicati dal sito web pro-Bolsonaro Jornal da Cidade Online sono i più letti in Brasile. I post politicizzano la crisi sanitaria con articoli che attaccano i sostenitori delle misure di distanziamento sociale, come l'ex ministro della sanità Luiz Henrique Mandetta. Attaccare coloro che vanno contro Bolsonaro è una strategia tipica dell'architettura di disinformazione a favore del presidente brasiliano, che continua a minimizzare la pandemia e vuole riaprire tutto per ragioni economiche.
Una strategia denunciata da Aos Fatos, associazione di giornalisti e fact checker, che ha mostrato come per sostenere le tesi del presidente dell'ultra destra vengono usati personaggi fittizi come autori. La sua strategia di monetizzazione è collegata al sito web Verdade Sufocada, che è gestito dalla vedova di Carlos Ustra, torturatore sotto la dittatura militare che governò il Brasile fino al 1985. Il Digital Forensic Laboratory del Consiglio Atlantico lo ha confermato in uno studio recente. Anche in Italia è successo qualcosa di simile quando la parlamentare Sara Cunial ha tenuto un discorso alla Camera dei deputati pieno di teorie sulla cospirazione Covid-19 amplificando le narrative di disinformazione di comunità online che le hanno offerto supporto sui social media.
Al centro delle accuse c'era Bill Gates, e un presunto piano di spopolare il mondo con vaccini che rendono sterili. La differenza con Bolsonaro è che il supporto è venuto prevalentemente da Youtube, dove i video della Cunial hanno ricevuto milioni di visualizzazioni. Le "fake news" sono un problema cibernetico e psicologico. Le notizie false, prodotte con l'intento di modificare sentimenti e opinioni, sono una minaccia per la democrazia. La disinformazione che fa perno sulle bufale è da sempre un'arma in mano agli Stati per mettere in crisi gli avversari e disseminare paura, informazione e dubbio. Una tecnica che, con l'aumentare dell'importanza dell'opinione pubblica che si esprime nei social, è sfruttata per delegittimare istituzioni e inquinare il dibattito scientifico.
Sappiamo che gli esseri umani non sanno distinguere tra notizie vere e notizie false, che spesso non vogliono farlo e che, al contrario di quanto accade con ii virus, invece di difendersi ne aiutano la propagazione per ottenere un vantaggio individuale. Ma le "fake news" sono soprattutto un problema cibernetico per tre motivi.
Il primo è che le "fake news" proliferano sui canali social dove incontriamo amici e parenti di cui ci fidiamo e quelli che abbiamo selezionato come appartenenti alla nostra cerchia, il famoso "effetto bolla". Il secondo motivo è la loro riproducibilità a costo zero che le rende virali. Il terzo è il tipo di tecnologia usate per diffonderle: troll, meme e "fake video".
I troll automatizzati (bot) sono quelli che disturbano le conversazioni che abbiamo sui social. Ripetono alcuni messaggi in maniera ossessiva per dare l'idea di un largo consenso rispetto a notizie complottiste non verificabili e screditare tesi avversarie. I meme, immagini e slogan ad effetto, sono spesso la loro arma principale. Le persone sono catturate da questa forma immediata di pseudo-informazione se coerente con la loro visione del mondo innescando i "bias" (vizi, ndr) cognitivi noti come il pregiudizio di conferma, le casse di risonanza e l'effetto "bandwagon" (letteralmente, salire sul carro del vincitore, ndr). Infine i "deep fake" sono strumenti basati su algoritmi di intelligenza artificiale per produrre video e audio falsi in grado di mettere in bocca agli altri cose che nella realtà non hanno mai detto. Sono questi gli strumenti della propaganda computazionale.
di Carlo Lania
Il Manifesto, 21 maggio 2020
Almeno 220mila domande di regolarizzazione e 94 milioni di euro in più di incasso per lo Stato, frutto dei contributi che verranno versati per l'emersione dei migranti oggi impiegati in nero in settori come l'agricoltura e il lavoro domestico. Sono alcuni dei dati relativi alla regolarizzazione contenuti nella relazione tecnica del decreto Rilancio.
Ma il numero di quanti potranno accedere alla sanatoria, seppure limitatamente ai settori indicati dal provvedimento, potrebbe aumentare. Il testo del decreto, da ieri in Gazzetta ufficiale, presenta infatti alcune novità rispetto a quello approvato il 13 maggio scorso.
In alternativa a uno dei due requisiti richiesti al comma 1 per poter accedere alla regolarizzazione (essere stati sottoposti a rilevi foto-dattiloscopici prima dell'8 marzo 2020 e aver soggiornato in Italia prima della stessa data) se ne è aggiunto un terzo che prevede il possesso da parte dello straniero di una documentazione proveniente da organismi pubblici che dimostri l'ingresso nel nostro paese sempre prima del 20 marzo scorso: dal visto sul passaporto a un certificato rilasciato dal pronto soccorso di un ospedale, all'iscrizione a una scuola o all'università.
Altra novità riguarda poi il contributo forfettario previsto per poter accedere alla regolarizzazione, che diventa più caro per i datori di lavoro (da 400 a 500 euro per ogni lavoratore che si vuole mettere in regola) e un po' più economico per i lavoratori (da 160 a 130 euro). Come si vede si tratta di piccole novità, sufficienti però in teoria ad allargare la platea di quanti potrebbero essere interessati a regolarizzare la propria posizione.
Del resto era stata la stessa Inps, in un documento inviato nelle scorse settimane alla commissione Lavoro del Senato in occasione di un'audizione relativa all'emergenza Covid, a giudicare troppo "restrittivi" i criteri poi inseriti nel decreto. Questo, sottolineava l'Istituto, "induce a pensare che diversi irregolari presenti sul territorio non siano in grado di presentare domanda".
Senza fondamento, invece, la possibilità che la sanatoria porterebbe un aumento dei flussi irregolari, e questo proprio perché limitata ad alcuni settori. La smentita arriva dalla Fondazione Ismu di Milano che calcola in 562 mila i migranti irregolari presenti in Italia. "Oggi come in passato - spiega la Fondazione - per lo più gli immigrati irregolarmente soggiornanti hanno già un lavoro e quindi per ottenere un permesso faranno riferimento al rapporto di lavoro in corso e non a un possibile nuovo impiego come stagionali in agricoltura". Quello appena varato è quindi un provvedimento che va bene per braccianti, colf e badanti, ma che esclude settori importanti come l'edilizia dove è impiegato un gran numero di lavoratori stranieri.
di Riccardo Cristiano
articolo21.org, 21 maggio 2020
Il rapporto del Centro Astalli. La presentazione del rapporto annuale del Centro Astalli, la sezione italiana del Servizio dei Gesuiti ai rifugiati, ha fatto il punto sulla situazione dell'immigrazione e dell'integrazione nel nostro Paese al di là del piccolo compromesso sulla sanatoria per qualche mese relativa a braccianti, badanti e colf, accolta con contenuta soddisfazione almeno per la discontinuità rispetto a un passato che infatti ancora rimane.
E quindi ribadire i propri valori non può essere fatto senza fare i conti con una realtà che non è quel che potrebbe apparire. Il passato è nel presente e non prenderne atto non sarebbe da realisti, ma da idealisti. E i migranti hanno bisogno di realtà. Sebbene la speranza di un'Italia che sceglie l'integrazione e non orientata alla disintegrazione deve sapere che anche i "diritti stagionali" nell'oggi sono qualcosa di non scontato sebbene insoddisfacente.
Venendo al rapporto, i punti di maggiore rilievo sono quattro: innanzitutto, vi si afferma, gli effetti dei decreti sicurezza si cominciano a percepire. Questo ci fa ricordare che sono tuttora in vigore. Nel rapporto si legge: "L'abolizione della protezione umanitaria, il complicarsi delle procedure per l'ottenimento di una residenza e dei diritti che ne derivano, e più in generale il moltiplicarsi di oneri burocratici a tutti i livelli, escludono un numero crescente di migranti forzati dai circuiti dell'accoglienza e dai servizi territoriali.
La richiesta di servizi di bassa soglia (mensa, docce, vestiario, ambulatorio) è alta in tutti i territori. Oltre 3.000 utenti hanno usufruito della mensa di Roma: tra loro ben il 35% è titolare di protezione internazionale. Sono persone che, uscite dall'accoglienza assistita, sono state costrette a rivolgersi nuovamente alla mensa in mancanza di alternative".
Il secondo punto è la grave preoccupazione del Centro Astalli per i migranti che non arrivano: "nel 2019 migliaia di migranti hanno vissuto confinati in una sorta di limbo. Dimenticati nelle carceri libiche, nei campi delle isole greche o persino sulle navi che li hanno soccorsi, lasciati in balìa delle onde per giorni mentre l'Italia e gli altri Stati dell'Unione europea ingaggiavano un vergognoso braccio di ferro su chi dovesse accogliere poche decine di persone. Solo 11.471 migranti sono approdati in Italia (facendo registrare un calo di oltre il 50% rispetto al 2018 e del 90% in relazione al 2017).
Abbiamo più volte denunciato, anche con le organizzazioni del Tavolo Nazionale Asilo, che la diminuzione degli arrivi è soprattutto legata all'incremento delle operazioni della Guardia costiera libica: nell'ultimo anno 8.406 persone intercettate nel Mediterraneo sono state riportate in Libia e lì detenute in condizioni che le Nazioni Unite definiscono inaccettabili". Il terzo punto è quello della denuncia: i percorsi di accoglienza perdono di efficacia. Leggiamo ancora alcune righe del rapporto del Centro Astalli: "molte delle persone che abbiamo incontrato hanno avuto difficoltà di ottenere o rinnovare il permesso di soggiorno. Vite instabili si scontrano con i cambiamenti delle normative e delle prassi dei singoli uffici, rendendo ogni questione burocratica un potenziale labirinto senza uscita.
Nel 2019 è aumentato il numero di accessi al centro d'ascolto di Roma (+29%), soprattutto da parte di persone che, con l'abolizione della protezione umanitaria, si sono trovate all'improvviso nella condizione di poter perdere il permesso di soggiorno. Rispetto all'anno scorso gli utenti che si sono rivolti al servizio sprovvisti di documenti validi sono notevolmente aumentati (+79%). Agli effetti dei decreti sicurezza si sono aggiunte le complicazioni dovute alle disposizioni della Questura, che non riconosce più come residenza valida l'indirizzo fittizio né per i richiedenti asilo né per i titolari di protezione umanitaria, che si ritrovano così sprovvisti di un requisito fondamentale per convertire il permesso di soggiorno in motivi di lavoro.
Circa i due terzi delle persone che si sono rivolte all'ambulatorio nel 2019 non risulta iscritta al Servizio Sanitario Nazionale: nella maggior parte dei casi si tratta di migranti che vivono in Italia da tempo, ma che per difficoltà relative alla residenza o al titolo di soggiorno non sono riuscite ad accedere, o hanno perso l'accesso, all'assistenza sanitaria pubblica.
Anche la trasformazione radicale che ha riguardato il sistema di accoglienza in Italia, ha inferto un duro colpo a quell'accoglienza diffusa che ha caratterizzato negli ultimi anni l'impegno di molte realtà a servizio dei migranti forzati. Il cambiamento principale ha riguardato la possibilità di accesso al sistema stesso: sono esclusi infatti dall'accoglienza Siproimi (es Sprar) i richiedenti asilo e i titolari di permesso per motivi umanitari.
La riduzione dei servizi sociali nei centri accoglienza straordinaria (Cas), ha reso più difficoltosa l'emersione e la cura tempestiva delle vulnerabilità. Non a caso nei centri gestiti dal Centro Astalli in convenzione con il Siproimi, rispetto all'anno precedente, il numero degli ospiti vulnerabili è salito in proporzione dal 30 al 40%.
Le realtà della rete territoriale del Centro Astalli nel 2019 hanno accolto complessivamente 835 persone, secondo un modello di intervento che mette al centro la promozione della persona e che costruisce integrazione dal primo giorno.
Un sistema di accoglienza pubblico che si frammenta e rimanda le opportunità di inclusione a una "seconda fase" accessibile a pochi è lesiva di percorsi di accoglienza e integrazione. Diventa più difficile motivare persone che hanno a disposizione tempi di accoglienza più brevi e hanno fretta di trovare un'occupazione qualsiasi a investire tempo nell'apprendimento dell'italiano e nella formazione. Ciò va a scapito della qualità del loro futuro in Italia."
Il quarto punto è che, nonostante tutto, si continua a lavorare. E questa è la vera notizia che deve contare: "La presentazione del rapporto annuale del Centro Astalli, la sezione italiana del Servizio dei Gesuiti ai rifugiati, poteva finire con lo slegarsi, disconnessa da quel che viviamo da settimane e mesi e che oggettivamente è la nostra emergenza. Poteva allora ridursi ad una valutazione dei recenti provvedimenti governativi in favore di braccianti, colf e badanti, i cosiddetti "diritti stagionali" trattandosi di provvedimenti che coprono un arco breve di tempo.
Ma il presidente del Centro Astalli, padre Camillo Ripamonti, presentando i suoi ospiti che lo hanno accompagnato in questa presentazione virtuale, sul canale YouTube del Centro Astalli, ha trovato le poche parole necessarie a riconnettere questo tempo di pandemia e la questione migratoria. Infatti padre Ripamonti ha detto che tante vittime di questa pandemia sono morte come i migranti che non ce l'hanno fatta; sono morti da soli.
Questa solitudine nella morte degli uni e degli altri ha reso comprensibile e chiaro il nesso culturale tra questi fenomeni gravissimi e che vanno governati nella consapevolezza che Papa Francesco ha indicato più volte e che padre Ripamonti ha ricordato più volte, e cioè che siamo tutti nella stessa barca. La crisi innescata in Africa dalla fine delle rimesse dei migranti, che costituiscono più del 15% del PIL continentale, dimostra la non separabilità di effetti e cause".
di Giulio Meotti
Il Foglio, 21 maggio 2020
"Ogni lettura è un atto di resistenza", recita il vacuo adagio che si porta in certe coterie letterarie occidentali. Ci sono tre paesi dove scrivere è davvero un atto di resistenza che non si porta ma ti porta in carcere. Secondo una nuova sezione del Pen americano, è record di scrittori in carcere. Sono 238 per l'esattezza, concentrati in tre paesi: Cina, Arabia Saudita e Turchia. Al quarto posto c'è la Repubblica islamica dell'Iran. Questi stessi paesi sono anche tra i più prolifici carcerieri di giornalisti al mondo, secondo il censimento del Committee to Protect Journalists. Il Pen analizza la sorte di questi poeti, studiosi, intellettuali e traduttori. Alcuni sono casi noti, come il turco Ahmet Altan e il saudita Raif Badawi, condannato al carcere e alle frustate sei anni fa.
"L'elevato numero di scrittori e intellettuali detenuti o incarcerati in Cina riflette una repressione in corso sotto il presidente Xi Jinping", si legge. Un totale di 73 scrittori e intellettuali sono stati incarcerati in Cina. Sono 34 i letterati, 23 gli studiosi e 17 i poeti. Ci sono il libraio di Hong Kong Gui Minhai, i poeti Xu Lin e Wang Yi, l'editore Yao Wentian, gli scrittori Lü Gengsong e Lu Jianhua. C'è chi è imprigionato per avere raccontato la Cina della Rivoluzione culturale, quando Pechino tentò di fare tabula rasa di ogni tradizione premaoista. Lhamjab Borjigin è uno scrittore e studioso di etnia mongola che ha trascorso anni a raccogliere storie di sopravvissuti alla violenza della Rivoluzione culturale. È perseguitato per il libro "La rivoluzione culturale cinese", che descrive la tortura e altre brutalità inflitte dal Partito comunista cinese. Lhamjab è stato posto agli arresti domiciliari e le autorità hanno confiscato copie del libro. Kunchok Tsephel Gopey
Tsang, scrittore, poeta e studioso tibetano, è stato condannato a quindici anni di carcere, dove le visite della sua famiglia sono limitate e sono costretti a parlare in cinese. Di fatto gli è stato impedito di comunicare. Jo Lobsang Jamyang, anche lui letterato tibetano, è stato tenuto in isolamento per oltre un anno, un periodo durante il quale ha subìto torture.
È un buco nero dentro al quale sono finiti anche i critici del regime cinese durante la pandemia. La polizia di Pechino ha arrestato il professor Chen Zhaozhi per avere scritto: "La polmonite di Wuhan non è un virus cinese ma un virus del Partito comunista cinese". Il Pen parla del caso del professor Xu Zhangrun, agli arresti dopo avere pubblicato un saggio contro la repressione sotto il presidente Xi. "L'epidemia di coronavirus ha rivelato il nucleo marcio della governance cinese", ha scritto il professor Zhangrun. Ha aggiunto che il sistema cinese "valorizza il mediocre, il delatore e il timido" e che il disordine causato dai funzionari di Wuhan che hanno coperto i primi segni del virus "ha infettato ogni provincia e la putrefazione arriva fino a Pechino". Gli account social del professore sono stati disattivati, il suo nome è stato cancellato da Sina Weibo, una piattaforma di blog cinese, e ora solo articoli di siti web ufficiali vengono visualizzati sul più grande motore di ricerca del paese, Baidu.
Cina, Arabia Saudita e Turchia, dicevamo. I paesi con i quali l'occidente sembra avere stretto un rapporto economico e geopolitico che ha portato anche a una fortissima sudditanza ideologica. Per parafrasare Leon Trotsky: puoi non essere interessato alla Cina, ma la Cina è interessata a te. Per questo dovremmo interessarci alla sorte di questi scrittori.
di Antonella Napoli
Il Dubbio, 21 maggio 2020
Una svolta storica, che rappresenta per milioni di bambine e di donne in Sudan la fine di un incubo: la mutilazione genitale femminile sarà un crimine, punibile con tre anni di carcere. Il consiglio dei ministri del governo sudanese, presieduto dall'economista Abdalla Hamdok, ha approvato il testo di legge proposto dal ministro della Giustizia che fermerà la pratica dell'infibulazione nel Paese, sancendone l'illegalità.
Una decisione coraggiosa, che segna la discontinuità dell'attuale esecutivo rispetto al regime di Omar Hassan al Bashir. Finché era controllato dal dittatore deposto nell'aprile dello scorso anno, il Parlamento si era rifiutato di dare seguito alle proposte di legge presentate dalle poche parlamentari presenti nell'assemblea sudanese che chiedevano di dichiarare reato le mutilazioni genitali.
Oggi tutto è cambiato. La nuova legge punisce tanto la pratica clandestina quanto gli ' interventi' effettuati in strutture mediche. Si attende solo la ratifica congiunta da parte del Consiglio dei ministri e del Consiglio sovrano. "Stiamo cambiando il Sudan, questo articolo del codice penale contribuirà a sconfiggere una delle pratiche sociali più pericolose per la popolazione femminile, l'infibulazione costituisce una chiara violazione dei diritti delle donne".
Non ha dubbi la ministra degli Esteri Asmaa Mohamed Abdalla, la prima donna a ricoprire un incarico così importante nel paese africano. Era stato proprio il suo ministero, attraverso una nota diffusa il 1° maggio ad annunciare la decisione dell'esecutivo di mettere al bando la pratica secolare a cui veniva sottoposto l'87% delle bambine sudanesi.
"Un passo avanti per porre fine a un'usanza radicata socialmente con disposizioni che garantiranno protezione e rispetto per le donne, miglioreranno i loro diritti a livello generale e in particolare i loro diritti sociali e sanitari" il convincimento della voce diplomatica del Sudan. La nuova legge, approvata all'unanimità nell'ultimo consiglio dei ministri, punisce tanto la pratica clandestina quanto gli ' interventi' effettuati in strutture mediche.
"La legge che criminalizza le mutilazioni genitali femminili è una grande vittoria per le donne sudanesi. Fino ad oggi non c'era scampo per le bambine che già dai sette anni, nove su dieci, venivano sottoposte all'infibulazione" afferma Zeinab Badr El- Din, attivista e leader del movimento femminile delle rivolte che in Sudan hanno portato lo scorso anno alla caduta del regime di Omar Hassan al-Bashir.
"Queste nuove norme confermano che abbiamo fatto passi avanti in Sudan - sottolinea Badr El- Din, tra le voci più autorevoli in tema di diritti nel paese - ma la legge da sola non basta, sono necessarie campagne di sensibilizzazione affinché il messaggio arrivi in modo chiaro alla comunità. Le mutilazioni genitali non sono solo una violazione dei diritti, ma una pratica dannosa che determina gravi conseguenze per la salute fisica e mentale delle bambine che la subiscono".
Finora tante madri e giovani sudanesi sono state costrette a sottomettersi a norme sociali e tradizionali che imponevano questa meschina usanza. Con la nuova legge, le donne acquisiranno coraggio perché finalmente si punirà chi continuerà a praticarla non solo con il carcere ma anche con multe esose e il sequestro delle strutture dove gli interventi venissero effettuati. Per decenni il governo islamista di Bashir si è rifiutato di rendere illegale l'infibulazione. Oggi, con tante figure femminili ai vertici governativi e istituzionali del Sudan, la svolta storica è compiuta.
Per valutare l'impatto e l'efficacia della legge bisognerà attendere le reazioni della società civile ma una discussione sul tema è aperta da anni. Una parte del Paese era da tempo pronta a dichiarare illegale l'infibulazione ma una larga fetta della popolazione ha continuato a tramandare l'arcaico rito di passaggio che ha imposto sofferenze a milioni di bambine.
"Quando mia figlia compì 10 anni, in famiglia alcuni parenti misero alla gogna mia moglie e il sottoscritto che aveva accolto la sua richiesta di non sottoporre la nostra bambina alla pratica dell'infibulazione" racconta Omer Abdullah, attivista e giornalista che si è sottratto con la cultura e la conoscenza alla sudditanza psicologica del suo paese di origine.
"Sono stato umiliato, definito "uomo senza valore" per aver scelto di non sottoporre alla mutilazione genitale mia figlia. Oggi è per me non solo un giorno di rivalsa, è un giorno felice perché racconto la gioia di un paese, o almeno di quella parte che non si è piegata a usanze arcaiche e disumane".
Un plauso al coraggio del governo del Sudan, è stato rivolto sia dalle Nazioni Unite che dall'Unione Europea. Le norme annunciate dal governo sono un primo passo, spetterà a tutte le donne, all'intera comunità, far sì che la pratica dell'infibulazione sia solo un brutto ricordo.
Lo sa bene Amane Ibrahim, attivista per la parità di genere, che a otto anni ha subito lei stessa l'orrore dell'intima mutilazione. Oggi quarantenne e madre di quattro figli, di cui tre femmine, ricorda tutto di quei momenti: le canzoni e il richiamo tipico sudanese delle donne del suo quartiere a Khartoum, l'abito bianco che indossava, la piccola stanza dove una conoscente e il volto dell'anziana, molto autorevole nella comunità, che effettuava l'intervento.
"Avevo paura, imploravo mia madre di portarmi via. Mi avvinghiai a lei ma mi spinse giù e mi costrinse ad aprire le gambe. Poi ricordo solo un dolore atroce. Gridai con quanto fiato avevo in gola e svenni" racconta Amane che diventata mamma ha assunto con sé stessa un impegno: le sue figlie non avrebbero subito la stessa sorte. Quella promessa, oggi, è una realtà per tutte le Amane del Sudan.
di Alessio Lana
Corriere della Sera, 21 maggio 2020
Il 37enne Punithan Genasan ha ricevuto la sentenza dallo schermo di un computer, è colpevole di aver partecipato a un traffico di eroina nella città stato asiatica. È la notizia peggiore che un umano possa ricevere e a Singapore la pena di morte è arrivata via Zoom. Per mantenere il distanziamento sociale, le autorità della città stato hanno scelto la videoconferenza per comunicare a Punithan Genasan la dura sentenza. Malese, 37 anni, l'uomo aveva avuto un ruolo centrale in un traffico di eroina scoperto nel 2011. La piccola città stato asiatica ha una politica di tolleranza zero contro ogni sostanza stupefacente e così, attraverso un computer connesso in Rete, Genasan è venuto a conoscenza del suo destino.
Distanziamento sociale - Singapore ha adottato dure misure contro il Covid-19, il controllo di popolazione e immigrazione è totale, e il distanziamento sociale ha riguardato anche un caso così delicato. "Per la sicurezza di tutti i soggetti coinvolti nel procedimento, l'udienza contro Punithan Genasan è stata condotta mediante videoconferenza", ha detto un portavoce della corte suprema a Reuters sottolineando le restrizioni in atto per minimizzare la diffusione del virus. Il suo è il primo caso di condanna a morte via Zoom.
La rabbia degli attivisti - "L'adozione di Singapore della pena di morte è intrinsecamente crudele e disumana e l'uso di tecnologie remote come Zoom per condannare a morte un uomo lo è ancora di più", ha dichiarato Phil Robertson, vicedirettore della divisione Asia di Human Rights Watch. Non è l'unico attivista per i diritti umani ad essersi scagliato contro una prassi così disumanizzante ma l'avvocato di Genasan, Peter Fernando, non ha trovato nulla da eccepire nel procedimento: la videochiamata, sostiene, era stata usata solo per comunicare il verdetto del giudice. Ora sta pensando di ricorrere in appello.
di Mauro Palma
Avvenire, 20 maggio 2020
Quali misure per un dignitoso sistema di detenzione. La paura è diversa dall'angoscia: la prima individua un oggetto rispetto al quale misurare la propria reazione, la seconda non riesce più a individuarne alcuno e diviene totalmente avvolgente, fino a determinare un senso di ineluttabilità. Un nemico invisibile, diffuso, rischia di far evolvere una iniziale paura in angoscia.
di Marco Fattorini
linkiesta.it, 20 maggio 2020
Dare ai detenuti una formazione e delle competenze sarebbe una soluzione per abbattere la recidiva e far risparmiare soldi allo Stato, ma la politica non sembra interessata a cercare risposte. L'Italia è una Repubblica fondata sul lavoro, ma non dietro le sbarre.
Il lavoro in carcere rappresenta uno dei pilastri della rieducazione dei condannati, ma anche un investimento sulla sicurezza del Paese. Abbatte la recidiva, oggi altissima, dal 70 all'1 per cento e fa risparmiare un mucchio di soldi allo Stato: ogni punto di recidiva guadagnato corrisponde a 40 milioni di euro.
di Carmelo Minnella
Ristretti Orizzonti, 20 maggio 2020
Difficile districarsi nella selva normativa attuale, tra decreti legge e Dpcm, tra interpolazioni continue, integrazioni, sostituzioni in parte qua ed errata corrige. In materia penitenziaria sembra poi incanalarsi in direzione opposta a quella (ovvia) di garantire al detenuto a rischio covid-19 misure che possono garantirgli, anche provvisoriamente, la fuoriuscita dal circuito penitenziario, per garantire più in generale la salute pubblica.










