di Rocco Vazzana
Il Dubbio, 21 maggio 2020
Alla fine prevale il pragmatismo politico. Le parole guerriere della vigilia si son trasformate in più miti dichiarazioni di pace e Alfonso Bonafede rimane al proprio posto. "Ho sempre rigettato l'idea di una giustizia divisa tra giustizialismo e garantismo", commenta lo scampato pericolo il ministro. "La stella polare è la Costituzione. Importante che maggioranza abbia trovato sintesi".
Le due mozioni di sfiducia, una presentata dal centrodestra e una da +Europa vengono respinte dall'Aula del Senato: la prima con 160 contrari e 131 favorevoli, la seconda con 158 no e 124 sì. Matteo Renzi cede alla ragion di Sato e pur marcando le differenze tra la sua visione garantista e quella manettara grillina, sceglie la via della prudenza.
"Il presidente del Consiglio ha detto che in caso di sfiducia al ministro Bonafede avrebbe tratto conclusioni politiche", spiega a Palazzo Madama l'ex premier. "In questi casi il presidente del Consiglio si rispetta e si ascolta: presidente, lei si assume la responsabilità e noi la seguiamo", dice Renzi, senza però rinunciare alla polemica: "Se votassimo con il metodo usato da lei nella sua esperienza parlamentare nei confronti dei membri del governo lei oggi dovrebbe andare a casa: Alfano, Guidi, Boschi, Lupi, Lotti, De Vincenti.
Ma noi non siamo come voi", sottolinea il leader di Italia Viva, deludendo probabilmente una parte dell'opposizione che contava sui voti renziani per la spallata definitiva al governo. Renzi opta per una ritirata strategica nella speranza di poter condizionare d'ora in avanti le scelte del governo, in materia di giustizia ed economia, in maniera molto più efficace.
"Bonafede amministri la giustizia, non il giustizialismo e ci avrà al suo fianco", conclude l'ex premier, mettendo di fatto nel mirino uno dei provvedimenti chiave dell'era pentastellata: la riforma della prescrizione. Il ministro della Giustizia e il capo del governo Conte sanno perfettamente che da domani si aprirà un confronto aspro in maggioranza per rimettere mano a una riforma, passata in epoca giallo-verde, che secondo tutti gli alleati lede il principio costituzionale della ragionevole durata del processo. In questa crociata, infatti, Renzi non sarà solo. Anche il Pd, che fin dal primo momento ha assicurato lealtà al ministro della Giustizia, in Aula perde l'occasione di chiede al Guardasigilli un atto di discontinuità rispetto al passato.
"Lei è stato ministro anche nel precedente governo, ha votato con la Lega lo spazza-corrotti, ha abolito la prescrizione dopo il primo grado, ha buttato il lavoro fatto dal ministro precedente sulle carceri e sul processo", mette in chiaro il senatore dem Franco Mirabelli, "Ora è ministro di un governo diverso, la discontinuità con quello precedente deve essere maggiore di quanto è stata finora". Su questo il Pd non solo "è disponibile", ma è anche "esigente". Insomma, la fiducia ha un prezzo.
E il ministro prova ripagarlo, annunciando l'istituzione di una "Commissione ministeriale di approfondimento e monitoraggio dei tempi che permetta di valutare l'efficacia della riforma del nuovo processo penale e civile. La garanzia e la tutela della difesa sono due valori imprescindibili".
Bonafede prova a rispondere, punto per punto, a ogni accusa mossa dalle opposizioni come dagli alleati. A cominciare dalle voci, messe in circolazione da Nino Di Matteo, secondo cui il ministro della Giustizia gli avrebbe negato la guida del Dap su pressioni mafiose. Non ci fu alcun condizionamento nella nomina di Francesco Basentini, ripete per l'ennesima volta l'esponente grillino. "Non sono più disposto a tollerare alcuna allusione o ridicola illazione".
Quanto a Di Matteo, a cui Bonafede aveva offerto la direzione degli Affari penali di via Arenula al posto del Dap, il ministro è convinto che avrebbe potuto dare un segnale forte alla mafia, che "non va a guardare gli organigrammi, ma avrebbe visto Di Matteo lavorare al fianco del ministro della Giustizia". È falsa, per Bonafede, anche "l'immagine di un governo che avrebbe spalancato le porte delle carceri addirittura per i detenuti più pericolosi. I giudici che hanno scarcerato i detenuti in questi ultimi mesi lo hanno fatto in base a leggi in vigore da 50 anni e che nessuno aveva mai cambiato".
Il ministro supera la prova del fuoco e chi ne chiedeva la rimozione accetta la sconfitta. Soprattutto Emma Bonino, autrice di una mozione di sfiducia garantista che aveva indotto in tentazione i renziani. "Chiediamo le sue dimissioni non perché lei è sospettato ma perché non vogliamo un ministro della giustizia che sia il rappresentante della cultura del sospetto", dice Bonino, intervenendo in Aula. "Pensiamo che la giustizia sia una istituzione di garanzia dei diritti dei cittadini, imputati e condannati compresi, non un mezzo di lotta politica, di rivoluzione sociale o di moralizzazione civile", insiste la leader di +Europa.
Di tenore completamente diverso, la mozione bocciata del centrodestra, che puntava l'indice contro le scarcerazioni dei detenuti in fase di emergenza Covid. "Mercato di poltrone fra Pd, Renzi e 5 Stelle", commenta su Twitter Matteo Salvini. "Ringraziano i 500 mafiosi e delinquenti usciti dal carcere e i 500.000 clandestini che aspettano la sanatoria, non ringraziano gli Italiani. Insieme a voi li fermeremo". Ma anche per oggi dovrà aspettare la prossima occasione.
di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 21 maggio 2020
Bocciate le mozioni di sfiducia, Iv vota contro "perché Conte ha minacciato la crisi" e incassa toni più soft e promesse sugli incarichi. "La commissione per monitorare gli effetti della prescrizione e le riforme per accelerare i processi erano già previste - dice il sottosegretario Pd Giorgis - ora bisogna farle".
Il cielo grigio di Roma minaccia un temporale che non arriva, nell'aula del senato la crisi a cui nessuno aveva creduto dura un paio di minuti. Il tempo che impiega Renzi per spiegare che, anche condividendole, non voterà le mozioni di sfiducia al ministro Bonafede presentate dalle opposizioni. Perché "il presidente Conte ha detto chiaramente che lui ne avrebbe tratto le conseguenze politiche. E quando parla il presidente del Consiglio si rispetta istituzionalmente e si ascolta politicamente".
Fosse così, sarebbe la prima volta che Renzi ascolta sul serio Conte. Ammesso che Conte abbia mai annunciato "chiaramente" le sue dimissioni in caso di sfiducia a Bonafede. In pubblico non lo ha mai fatto. Può averlo fatto in privato martedì ricevendo Maria Elena Boschi, nell'incontro dedicato a trattare su piani diversi dalla giustizia come si vedrà più avanti. Del resto, che il governo sarebbe andato in crisi se una parte della maggioranza avesse sfiduciato il ministro era talmente ovvio che Renzi non può averlo scoperto ieri. Di certo lo sapeva anche quando la mozione di sfiducia voleva presentarla lui.
Al termine delle lunghe procedure di voto imposte dalle regole di sicurezza sanitaria - i senatori entrano in aula un po' alla volta - sono bocciate sia la mozione del centrodestra che quella con prima firmataria Emma Bonino. A sorpresa risulta più pericolosa per il governo la prima, nella quale i 17 senatori di Italia viva si dimostrano decisivi. Numeri più bassi per la mozione "garantista", ma Renzi si impegna a spiegare che "se avessimo votato a favore di questa mozione, i senatori di Fratelli d'Italia ci avrebbero seguito dunque siamo stati decisivi anche in questo secondo caso". Che il governo stia in piedi grazie a Italia viva serve al senatore di Rignano per rivendicare le contropartite. Che non riguardano la giustizia, lo dice chiaramente: "Abbiamo molto apprezzato la decisione sull'Irap, l'appoggio alla ministra Bellanova, l'accelerazione sulle riaperture". Poi ci sono le promesse a Iv per la girandola delle presidenze delle commissioni parlamentari.
Sulla giustizia bisogna accontentarsi delle sfumature nel discorso di Bonafede, accompagnato in aula dal presidente del Consiglio e dai capi delegazione Franceschini, Speranza, Bellanova e da Di Maio a sottolineare la solennità del passaggio. Il ministro riconosce adesso il suo dovere di fare "sintesi" tra "le differenze culturali e politiche" di "un governo di coalizione", cosa che fin qui non ha fatto. Anche se difende tutto il suo operato "in questi due anni", il primo dei quali trascorso sotto braccio a Salvini. Concede, il ministro, l'urgenza della riforma del processo penale (il testo del disegno di legge delega è alla camera) "per avere tempi certi".
E che "la ragionevole durata del processo è un diritto" così come "il diritto alla difesa". Accoglie, almeno nelle intenzioni, la spinta che arriva dal Pd perché si stringa anche sulla riforma del Csm: non solo un nuovo sistema di voto ma anche nuove regole per la disciplinare e le valutazioni professionali dei magistrati.
E sulla prescrizione "sarà importante istituire una commissione ministeriale di approfondimento e monitoraggio dei tempi". Renzi la sbandiera come un suo successo e già si intesta la presenza a quel tavolo del presidente dell'Unione camere penali Caiazza (assai critico con il ministro), ma l'avvocato in virtù del suo ruolo ci sarebbe stato comunque.
Il Pd sostiene infatti che nessuna di questa promesse è una novità "A febbraio, durante i confronti sulla riforma del processo penale, avevamo condiviso la necessità di introdurre istituti giuridici in grado di scongiurare il rischio di una durata illimitata del processo", spiega il sottosegretario alla giustizia Andrea Giorgis. E aggiunge che "avevamo anche previsto l'istituzione di una commissione ministeriale per monitorare gli effetti dell'interruzione della prescrizione dopo il primo grado. Una riforma, approvata dai 5 Stelle con la Lega, che non abbiamo mai considerato un punto di arrivo. Abbiamo sempre detto che il sistema così non è in equilibrio".
Così la senatrice dem Rossomando nella dichiarazione di voto spinge sulla richiesta di "discontinuità".
Ma deve anche accontentarsi, per esempio quando dichiara di "apprezzare il suo richiamo, ministro, alla normativa degli anni Settanta sull'ordinamento penitenziario". In realtà Bonafede aveva fatto il contrario, dando alla storica riforma del 1975 la colpa delle scarcerazioni dei boss mafiosi. Sul carcere la ricetta del ministro non sembra cambiata: per combattere il sovraffollamento assicura che costruirà nuove prigioni "per 5mila posti".
Sulle manette non è certo Renzi a sfidarlo, che anzi conclude la sua professione di garantismo attaccandosi al petto la medaglia del vendicatore: quando guidava lui "Provenzano e Riina sono morti in carcere, quello era il loro posto".
di Emma Bonino*
Il Riformista, 21 maggio 2020
Abbiamo intitolato la mozione a Enzo Tortora per contrapporre con chiarezza la nostra idea di giustizia alla sua: per lei contano solo le manette.
A quanti mi diranno che non si può sfiduciare il Ministro Bonafede per non mettere a rischio il Governo, mi limito a ricordare che oggi si discute di altro e cioè di quale politica per la giustizia serva all'Italia E mia profonda convinzione che se la continuità del Governo dovesse significare la continuità della politica della giustizia, signor ministro Bonafede, che lei ha praticato, l'Italia non ne avrebbe nessun giovamento, neanche nei dati della ripresa che vogliamo affrontare.
Non può essere l'unica risposta, cari colleghi, il fatto che non si può far cadere il Governo. lo sto ponendo una questione di mele e voi mi rispondete arance. Ma vi sembra una risposta? Ora, è bene, secondo me, che ciascuno affronti il dibattito senza arroganza, senza reticenza e ci proverò. La ragione della nostra posizione è rappresentata dalla distanza letteralmente siderale tra quello che noi pensiamo della giustizia e ciò che lei ha dimostrato di pensare.
A questo pensiero condiviso da molti colleghi provo a dare voce. Noi pensiamo che la giustizia sia un'istituzione di garanzia dei diritti dei cittadini, imputati e condannati compresi, non un mezzo di lotta politica, di rivoluzione sociale, né tantomeno di moralizzazione civile. Non crediamo che la logica dell'emergenza e dell'eccezione ai principi dello stato di diritto possa meritare il nome di giustizia.
Non ci rassegniamo all'idea che la giustizia sia semplicemente la pretesa punitiva dello Stato e che qualunque mezzo possa essere giustificato al servizio solo di questo fine. L'ipocrisia e la malafede di chi confonde la richiesta di garanzie per tutti con la pretesa di impunità dei colpevoli, facendoli coincidere con tutti i sospettati, e considera il sospetto l'anticamera della verità, non ci appartengono.
Ora, signor Ministro, il sospettato è diventato lei e a diffondere il sospetto è stato un magistrato cui lei aveva proposto incarichi pare importanti in via Arenula, in uno scontro che è tutto interno al partito a cui lei appartiene e di cui dall'esterno possiamo cogliere allusioni e messaggi in codice tutt'altro che trasparenti. C'è oggi chi le dice delle cose, ritorcendo contro di lei le sue stesse parole. Quattro anni fa lei disse che, se c'è un sospetto, anche chi è pulito deve dimettersi. Se lo ricorda? No? Peccato.
Come tutti i propagatori della cultura del sospetto, non immaginava un giorno di diventarne vittima Chiediamo le sue dimissioni per la ragione esattamente opposta: non perché lei è sospettato, ma perché non vogliamo un Ministro della giustizia che sia il rappresentante della cultura del sospetto.
Due giorni fa è stato il trentaduesimo anniversario della morte di Enzo Tortora. Egli è stato compagno di lotta straordinario in quella battaglia per la giustizia giusta, che non era un auspicio, ma un programma di riforme concrete per rendere il potere giudiziario coerente con i principi del diritto e la salvaguardia della libertà dei cittadini.
Ma non c'è una sola di quelle riforme che lei non abbia avversato, contraddetto e ribaltato secondo i canoni del più estremistico populismo penale. Ho scelto, d'accordo con alcuni firmatari, di intitolare la mozione a Enzo Tortora, ma non per ragioni simboliche - tantomeno retoriche - quanto per contrapporre con chiarezza e precisione un'idea della giustizia a un'altra. Non starò a ripetere i punti della mozione che altri colleghi illustreranno meglio di me, ma posso citare la prescrizione, il fine processo mai, il diritto alla difesa, il processo penale, le intercettazioni ampliate a dismisura e le pene detentive.
Se dovessi esprimere il punto in cui la nostra idea di giustizia e la sua più divergono è esattamente nell'idea che la giustizia coincida con le manette, la pena con la galera e la forza del diritto con quella che Leonardo Sciascia chiamava la terribilità. E non voglio tacere sulle condizioni terribili delle carceri. Ci sono state, riprese anche qui, infinite polemiche sulla scarcerazione dirotti - a quanto pare - i boss detenuti. Signor collega, le comunico, come lei ben sa, che i boss al 41bis scarcerati sono 3, di cui 2 malati e ultraottantenni.
Dico questo per essere chiari. Le dico anche che nella lista dei 300 - 400 detenuti scarcerati, oltre 120 non hanno mai avuto neanche il primo grado di processo e altri 200 non hanno mai avuto condanne definitive E se voi siete contenti che un giornalista spari in prima serata l'elenco (nome e cognome, senza neanche la data di nascita), a me questo fa paura, perché tanti possono essere i casi di omonimia e tante persone possono finire in questo macello giudiziario. Ieri nelle carceri italiane c'erano ancora 21.000 detenuti in attesa di giudizio, il 40 per cento del totale.
Vi sembra possibile? Lei così non governa le carceri, ma paga semplicemente una tangente ideologica al populismo penale, anzi al populismo penitenziario. E lei sa che, tra gli altri che rimangono, più di 17.000 hanno meno di due anni da scontare e 8.000 solo un anno; quindi tra un anno saranno comunque fuori.
Io non so, signor Ministro, cosa succederà; lo scopriremo presto. Sappiamo però che della malattia della giustizia italiana lei è solo un sintomo e non un rimedio; quindi non sarà lei a liberarcene. Al contrario, se rimarrà in via Arenula, contribuirà a renderla cronica, diffondendo come sentimenti prevalenti non la fiducia, ma la paura della giustizia.
In conclusione dov'è finita la riforma penale? Mi dica anche dov'è finita la promessa riforma del Consiglio superiore della magistratura, così tanto in prima pagina, e non per buone ragioni, in questi giorni. Basta tutto questo, per me, per dire che voglio ima giustizia che non faccia paura ai cittadini, ma restituisca loro la fiducia nel giusto processo e nella corretta amministrazione.
*Stralcio dell'intervento tenuto da Emma Bonino ieri a Palazzo Madama per illustrare la propria mozione di sfiducia al ministro della Giustizia Bonafede
di Lino Zaccaria
ladiscussione.com, 21 maggio 2020
La questione è antica ed ha evidenti riflessi sull'assetto democratico del nostro Paese: i giornalisti condannati per diffamazione devono andare in carcere? La minaccia della reclusione contrasta con il principio della libertà dell'informazione, sancito dall'articolo 21 della Costituzione? Il quesito non è di poco conto, perché è chiaro che un giornalista che sa di correre il pericolo di poter finire in gattabuia diventa meno libero e più condizionato. Ed è un quesito talmente pregnante che è finito dinanzi al giudizio della Consulta. Che il 9 giugno prossimo deciderà appunto se è o no legittimo il carcere per i giornalisti condannati in via definitiva per diffamazione aggravata a mezzo stampa.
La presidente della Corte Costituzionale Marta Cartabia, accogliendo a tempo di record un'istanza presentata dall'avvocato Giuseppe Vitiello di Napoli per conto dell'Ordine Nazionale dei Giornalisti, ha fissato l'udienza pubblica con ripresa tv (i precedenti appuntamenti del 21 e 22 aprile erano stati rinviati per l'emergenza da Coronavirus-Covid 19) in cui sarà per la prima volta esaminata a palazzo della Consulta una questione di fondamentale importanza per la libertà di stampa nel nostro Paese, sollevata un anno fa sia dal tribunale di Salerno, sia dal tribunale di Bari - sezione di Modugno.
Il problema si trascina da molto più di una ventina di anni e ha diviso la magistratura e il Parlamento. In tutti questi anni sono stati versati fiumi d'inchiostro. Tutti i disegni di legge sinora presentati alla Camera e al Senato non sono mai giunti a conclusione e si sono insabbiati prima della fine di ogni legislatura. E anche quelli attualmente all'esame di palazzo Madama fanno un passo avanti e due indietro. Insomma negli ultimi 40 anni tutte le promesse di riforma della diffamazione da parte dei politici si sono rivelate da marinaio senza mai concludere nulla.
Intanto il 5 maggio scorso su segnalazione dell'AEJ - Association of European Journalist, che era stata sollecitata dall'Associazione Ossigeno per l'informazione, è stato pubblicato l'alert sulla Piattaforma del Consiglio d'Europa per la protezione del giornalismo e la sicurezza dei giornalisti con cui si chiede formalmente al Governo italiano di chiarire la sua posizione sulla legittimità del carcere in caso di condanna penale definitiva di un giornalista per diffamazione aggravata a mezzo stampa.
La Presidenza del Consiglio, infatti, si è formalmente costituita davanti alla Corte Costituzionale e per di più con l'insolita assistenza di due avvocati dello Stato (fatto abbastanza raro che avviene soprattutto per le grandi occasioni), chiedendo che vengano respinte tutte le eccezioni sollevate un anno fa dai tribunali di Salerno e di Bari che ritenevano illegittima la detenzione per il reato di diffamazione, prevista sia dall'art. 595 del codice penale, sia dalla legge sulla stampa (la n. 47 del 1948), figlia del codice Rocco, perché incompatibile con la libertà di espressione dei giornalisti garantita dagli articoli 3, 21, 25, 27 e 117 della Costituzione in relazione all'articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo.
Il premier Conte non avrà quindi più alibi e dovrà rispondere anche all'Europa se il Governo italiano è o no favorevole al mantenimento del carcere per i giornalisti condannati in via definitiva per diffamazione aggravata a mezzo stampa. Non ci potranno essere più equivoci tra la posizione del Presidente del Consiglio e quello dell'Avvocatura generale dello Stato che lo difende e lo rappresenta in giudizio.
Ma con ogni probabilità senza attendere l'Europa questi dubbi saranno già sciolti il 9 giugno quando si svolgerà la seduta pubblica della Corte Costituzionale (chi non potrà parteciparvi potrà comunque rivederne su internet il filmato nei giorni successivi, utilissimo anche per delle tesi di laurea).
Vi sarà, tuttavia, una novità in quanto la Presidente Cartabia ha deciso che si discuta in udienza pubblica anche l'articolata ordinanza del tribunale di Bari sezione di Modugno per la quale era stata in precedenza fissata la camera di consiglio del 22 aprile scorso. Subito dopo la relazione sulle due ordinanze dei tribunali di Salerno e di Bari sezione di Modugno da parte del giudice relatore professor Francesco Viganò si affronteranno, da un lato, i due legali dell'Avvocatura Generale dello Stato avvocati Salvatore Faraci e Maurizio Greco e, dall'altro, l'avvocato di fiducia del Sugc (Sindacato unitario dei giornalisti della Campania) Francesco Paolo Chioccarelli che assiste i due giornalisti imputati a Salerno e l'avvocato Giuseppe Vitiello che difende il presidente del Cnog Carlo Verna nell'interesse dell'intera categoria.
Al centro della discussione sarà soprattutto la valutazione da parte della Corte Costituzionale degli effetti in Italia di numerose sentenze della Cedu - Corte Europea per i Diritti dell'Uomo, immediatamente applicabili nel nostro Paese, che hanno ripetutamente affermato che tranne casi assolutamente circoscritti, i giudici italiani, in caso di condanna di un giornalista per diffamazione a mezzo stampa, non dovrebbero più infliggere il carcere, ma eventualmente solo multe, in quanto la reclusione in cella appare ormai incompatibile con il diritto di cronaca e rappresenta un limite sostanziale alla libertà di informazione e quindi al sistema democratico italiano. Tra tutte si ricordano in particolare le sentenze della Cedu favorevoli a Maurizio Belpietro del 24 settembre 2013 e ad Alessandro Sallusti del 7 marzo 2019 che hanno fissato dei principi giuridici di grande rilievo ai quali ha già più volte aderito anche la Cassazione con numerose decisioni.
di Michele Passione*
Ristretti Orizzonti, 21 maggio 2020
Senza vergogna, tra improvvide citazioni di Beccaria, Montesquieu, Nenni e Giovanni Falcone, si è chiusa in Senato la farsa delle mozioni di sfiducia al Ministro per caso.
Ovviamente, in un Paese che conservi un minimo di decenza e consapevolezza del merito delle questioni e dell'operato delle Istituzioni, un atto che chiede all'Aula la verifica sull'operato di un Ministro meriterebbe che su questo si concentrassero le opinioni e i voti.
In Italia invece non è così.
Ieri in Senato (che qualcuno voleva abolire) si è consumata un'altra pagina vergognosa.
La mozione presentata dal centro destra (compatto), sostanzialmente concentrato sul contestare al Ministro dell'ingiustizia le troppe scarcerazioni (centinaia di boss! naturalmente numeri a caso) in questi tempi di pandemia (come se le avesse disposte lui) e (perfino) di aver ceduto alle pressioni di Cosa Nostra sulla mancata nomina al Capo del Dap del Dott. Di Matteo, è stata respinta.
Tra i favorevoli, non è mancato chi (Dal Mas, Forza Italia) ha deplorato l'utilizzo di frasi come "buttare la chiave e marcire in galera", dimentico del fatto che queste sono copyright di un signore che indossava molte felpe dei carabinieri, suo alleato (?) di coalizione, col quale l'attuale Ministro ha condiviso l'ignominia dell'accoglienza in divisa di Cesare Battisti, e tante altre amenità, ma che non merita anche quest'aberratio ictus del forzista con la memoria corta. Basterebbe (e avanzerebbe) la realtà dei fatti. Azioni ed omissioni.
Poi c'è Giulia Bongiorno, che uno si chiede come fa. Contesta al Ministro di aver impedito la difesa delle donne e la vanificazione del codice rosso, ma lei i Tribunali li vorrebbe chiudere - di questi tempi - anche perché frequentati da avvocati di ottant'anni, che sono esposti al rischio. Che diamine.
Cose così; nel frattempo, ex adverso, l'ex Presidente del Senato, che ora siede in Commissione Anti Mafia, annuncia che loro stanno lavorando alla modifica della disciplina di risulta dalla storica sentenza costituzionale n. 253/2019, sulle preclusioni relative ai permessi premio per i condannati per delitti di cui all'art.4 bis, comma 1, o.p. (accontentiamoci; qualcuno voleva "impugnare la sentenza" della Corte). Altri (la senatrice Rossomando, che di mestiere fa l'Avvocato) contesta il fallimento della riforma dell'ordinamento penitenziario, contro la quale il suo partito (il PD) votò contro, dimentico degli impegni assunti, per viltà e per calcolo (ovviamente finito male).
Impossibile riassumerli tutti; tutto scivola via, tra mistificazioni bipartisan di chi invera la realtà.
Poi arriva lui, che tutti attendono. Matteo, uno dei due, quello che oggi vale niente numericamente, ma che ogni tanto si veste da Napoleone per vedere l'effetto che fa.
La prende larga, "noi siamo diversi"; tra Nenni e Khomeini alla fine però s'accoda (che tutto tornerà utile), ricordando che insomma, quando c'erano loro, Provenzano e Riina sono morti in carcere, che quello era il loro posto.
Una miseria; tutti che hanno paura della realtà, e la realtà oggi è questo virus maledetto e un'Italia in mutande, un profluvio di Dpcm e decretazioni di urgenza, ordini del giorno che impegnano al cambiamento di quello che va in Gazzetta Ufficiale e poi (per fortuna) in parte scolora due giorni dopo. La realtà è una ipnosi collettiva del Paese, e il calcolo cinico di chi occupa banchi di un Parlamento che non conta più niente, senza sapere che fare se non galleggiare, attendendo l'autunno e l'assalto ai forni.
Una destra becera e forcaiola, un Governo che ancora mantiene in vita gli osceni decreti salviniani (esilarante rivedere le promesse di Zingaretti, di abrogarli/modificarli), che nulla ha cambiato in materia di Giustizia, appaltandone la gestione a un Movimento che ignora totalmente la grammatica giuridica. E qualcuno pensa ancora che valga la pena ragionare con questi, che oggi propongono una Commissione sugli effetti della modifica della disciplina della prescrizione. Una follia.
Però c'è una donna, magra e indomita, che qui vogliamo ringraziare; Emma Bonino.
La sua mozione, col sostegno di altri, è stata respinta, ma parlava di cose diverse, e guardava all'osso delle cose.
"Temo che del merito delle questioni che noi proponiamo non si farà parola", ha detto, ed è andata così. "Le mele e le arance", come pronosticato.
Lei però le cose le ha dette; ha parlato della continuità del Governo e della continuità della politica della Giustizia, un'endiadi non rassicurante per le sorti del Paese. Ha parlato della Giustizia come lotta politica, come pratica emergenziale, come pretesa punitiva, come logica del sospetto, come manette e galera. Ha ricordato le riforme mancate, quelle necessarie, e quelle varate, uno sconcio nazionale. Lo ha fatto ricordando due persone che ci mancano, e l'(in)giustizia l'hanno raccontata e vissuta; Enzo Tortora e Leonardo Sciascia.
Quei nomi in quel momento son stati come una bestemmia in chiesa, uno squillo a un funerale (anche se oggi si applaude anche lì). E noi restiamo qui, e ci chiediamo cosa ancora debba capitare, per scartare di lato, per risalire la china, perché chi crede alle sirene vada a casa, perché il Diritto torni ad essere uno strumento buono per regolare i rapporti sociali, non per regolare i conti. Che non tornano più.
*Avvocato
di Adriano Sofri
Il Foglio, 21 maggio 2020
Il New Yorker di ieri aveva un articolo di Sarah Stillman che si chiedeva: "Will the coronavirus make us rethink mass incarceration?". Cioè, se la pandemia ci farà ripensare alla carcerazione di massa. Le opinioni che mettono in discussione il modo di concepire le pene si vanno moltiplicando, senza produrre la minima conseguenza pratica, anzi andando insieme a una spensierata o incattivita ottusità carcerista.
La vita pubblica è piena di questi paradossi. Per esempio, uno dei luoghi comuni da tempo consolidati dell'antipolitica è quello: "Io non voto per un partito, io voto per la persona". A furia di scegliere le persone e non i partiti (le idee, non ne parliamo proprio) abbiamo una congerie di istituzioni elettive dalla composizione umana inguardabile. Dei tre attori di Mani Pulite, uno, Di Pietro, scherzava, uno, Colombo, argomenta radicalmente sulla superfluità e nocività del carcere, un terzo, già calunniato come sottile, è il magistrato più votato d'Italia, se non sbaglio.
Lo guardo, quando mi capita, senza animosità, come in certe osterie si aspettava che il vecchio cacciatore ricominciasse il suo racconto: "Dai, raccontaci quella dell'orso!". Davigo non delude. Martedì ha detto che in Italia si scontano le pene più brevi rispetto al resto d'Europa. Non è vero, ma è passata liscia.
Quando gli hanno fatto la domanda più scontata e superflua: "Ma c'è un sovraffollamento nelle prigioni italiane?", ha risposto: "Il tasso di carcerazione italiano è mediamente più basso che nel resto d'Europa". Risposta degna del signor Veneranda (Manzoni, Carlo).
Il tasso di carcerazione (il numero di detenuti su 100.000 abitanti) non c'entra niente con l'affollamento, com'è evidente: ma la risposta, pronta, rilegata, di Davigo non ha sollevato obiezioni. "Davigo, déi, contighe quela de l'orso!".
quasimezzogiorno.org, 21 maggio 2020
Il Garante dei detenuti della Regione Campania, Samuele Ciambriello, nel corso del suo "Filo diretto" su Facebook ha comunicato la ripresa dei colloqui tra i detenuti ed i loro parenti, secondo il rispetto delle norme di tutela sanitaria nell'emergenza coronavirus in Campania.
Ciambriello ha illustrato le modalità organizzative, tempi e numero di persone autorizzate ammesse ai colloqui, rispettando la piena sicurezza per i detenuti ed i familiari. In particolare, i detenuti della Campania avranno la possibilità di effettuare un colloquio entro fine maggio e due colloqui a giugno ed in queste occasioni, contestualmente, si consegneranno i pacchi. Ciambriello rende noto che le misure sono state decise di concerto con il Provveditore Regionale Amministrazione Penitenziaria, i direttori delle carceri, le autorità sanitarie, i medici competenti. Le misure prevedono che possa entrare una persona o, al massimo, due, sempre tenendo presente le specifiche caratteristiche dei singoli istituti penitenziari.
In casi eccezionali (Poggioreale, Pozzuoli, Sant'Angelo dei Lombardi è possibile anche che un familiare possa entrare portando con sé un figlio fino a dodici anni o un minore. "Queste modalità organizzative - conclude Ciambriello - sono state attuate per consentire i colloqui per la sicurezza del detenuto e del familiare. Chi non effettua i colloqui potrà continuare ad usufruire delle videochiamate, modalità adottata sino ad ora".
di Dario Del Porto
La Repubblica, 21 maggio 2020
Che cosa è successo esattamente dopo le rivolte esplose nelle carceri di tutto il Paese e nelle settimane che hanno portato al ritorno a casa in piena emergenza coronavirus di 376 detenuti di mafia? Non se lo sta chiedendo solo la politica, che da giorni vede sotto tiro il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, ma anche i magistrati.
La Procura di Salerno diretta da Giuseppe Borrelli sta indagando sul documento consegnato la sera del 7 marzo dai detenuti che avevano messo a soqquadro il carcere di Fuorni. Ma si muove anche la Procura nazionale antimafia e antiterrorismo, che ha avviato su impulso del procuratore Federico Cafiero de Raho un'attività di monitoraggio sul percorso normativo e giudiziario che ha reso possibile la concessione degli arresti domiciliari a esponenti di tutte le più pericolose organizzazioni criminali.
Torniamo al 7 marzo, dunque. Sono le ore nelle quali l'allarme Covid-19 sta salendo pericolosamente anche in Italia. Nel carcere di Fuorni, 200 detenuti cominciano a protestare in maniera sempre più violenta e salgono sui tetti brandendo mazze di ferro ricavate dai ferri delle brande. Quella che scoppia nell'istituto campano è la scintilla di un incendio destinato a propagarsi il giorno successivo nel resto d'Italia.
I reclusi si arrendono solo dopo ore di mediazione e consegnano un manoscritto che contiene otto richieste per porre fine ai tumulti. Nel documento reclamano tamponi per tutta la popolazione dell'istituto e la possibilità di contattare in videochiamata le famiglie per ovviare alla sospensione dei colloqui disposta per contenere il dilagare del virus. E poi, al punto 7, chiedono di "sollecitare í tribunali a concedere pene alternative in modo" da consentire "ad ogni ristretto di questo istituto di scontare la pena ai domiciliari per contrastare, prevenire o meglio curare l'emergenza coronavirus che sta invadendo il nostro sistema".
Due settimane più tardi, una circolare del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria invita gli istituti a comunicare "con solerzia" all'autorità giudiziaria i nomi dei detenuti affetti da patologie a rischio in caso di contagio da coronavirus. Di lì a poco, si mette in moto la macchina delle istanze presentate ai magistrati di sorveglianza e delle scarcerazioni, o meglio delle concessioni di arresti o detenzioni domiciliari che porteranno di fatto alle dimissioni del capo del Dap, Francesco Basentini.
La Procura di Salerno sta indagando sulla rivolta e, in queste ore, sta leggendo con grande attenzione anche il manoscritto dei detenuti. All'attenzione della Procura nazionale c'è invece la circolare del Dap del 21 marzo. "Stiamo svolgendo un'attività di monitoraggio nell'ambito dell'azione di coordinamento e impulso che la Dna effettua come sempre in piena collaborazione e condivisione con le Procure distrettuali competenti", spiega il procuratore nazionale Cafiero de Raho. Dopo il terremoto provocato dal ritorno a casa di malavitosi del calibro del boss dei Casalesi Pasquale Zagaria, molte cose sono già cambiate.
È diventato obbligatorio chiedere il parere dei pool anticamorra prima di provvedere su queste istanze, la direzione delle carceri sta lavorando per individuare istituti dove assistere in maniera adeguata i reclusi con patologie che potrebbero aggravarsi fatalmente se dovessero contrarre il Covid. Ma quei 376 boss tornati a casa restano una ferita profonda, che lascia insoluti ancora troppi interrogativi.
lecceprima.it, 21 maggio 2020
Riapre, passo dopo passo, il Paese. E anche i detenuti dalla settimana prossima potranno incontrare i loro famigliari. Nella Casa circondariale di Lecce è tutto pronto per ripartire: i colloqui si terranno a Borgo San Nicola dal 25 maggio al 4 luglio, fatte salve eventuali modifiche legate all'andamento dell'emergenza sanitaria. La direzione dell'istituto penitenziario ha dato seguito alla nota del dipartimento dell'amministrazione penitenziaria del 14 maggio, fissando alcuni paletti per garantire gli incontri in condizioni di sicurezza.
I colloqui saranno quindi organizzati in presenza, con videochiamate via skype e colloqui telefonici, e saranno così articolati: due in presenza al mese, uno ogni 15 giorni; due telefonate a settimana o tre nel caso dei detenuti che non fanno colloqui in presenza; quattro incontri su skype al mese della durata di 30 minuti. Le salette del carcere sono state attrezzate di pannelli in plexiglass trasparente per favorire gli incontri, della durata di un'ora e con un solo familiare. I colloqui con gli avvocati continueranno a svolgersi su richiesta, online, tutte le mattine, sabato incluso, e il mercoledì pomeriggio.
"Sappiamo tutti quanto le relazioni affettive con la famiglia rappresentino per le persone ristrette un aspetto fondamentale della loro vita - ha dichiarato la garante dei diritti delle persone private della libertà personale, Maria Mancarella - e quanto esse siano un bene umano particolarmente importante, capace di proteggere le persone detenute dai danni derivanti dalla carcerazione e sostenerle nella difficile situazione in cui si trovano, quanto insomma il sostegno della rete familiare rappresenti il caposaldo da cui ripartire una volta espiata la pena".
Secondo Mancarella è quindi importante "che il carcere si avvii verso la ripresa dei colloqui faccia a faccia con i familiari", se pur con le limitazioni imposte dalle regole previste per la sicurezza sanitaria.
Unico neo del provvedimento del 14 maggio è quello di non prevedere la presenza di volontari all'interno del carcere: "L'assenza dei volontari, che dura ormai da più di due mesi, annulla la partecipazione alle tante esperienze formative e ricreative, attive nel penitenziario di Lecce come in tutta Italia, e il rapporto con i volontari, primo e a volte unico autentico ponte tra il carcere e il mondo esterno", ha aggiunto la garante. Mancarella ha annunciato che, in attesa di poter riprendere i colloqui nella casa circondariale, continuerà a comunicare con i detenuti tramite posta, con gli avvocati e i familiari attraverso la posta elettronica e su appuntamento via skype.
terzobinario.it, 21 maggio 2020
Dal giorno 30 marzo presso la medicina penitenziaria Casa Circondariale, è stato assegnato un nuovo ausiliario per un totale di 20 ore settimanali. Successivamente La protezione Civile ha istituito una Unità socio sanitaria nazionale per il contenimento e contrasto dell'emergenza epidemiologica Covid 19 presso gli Istituti Penitenziari. Gli O.S.S. sono stati assegnati a ciascun Istituto Penitenziario del Lazio su indicazione del Ministero Grazia e Giustizia. Sono stati assegnati nr. 8 OSS (4 per ogni sede penitenziaria) dal 4 maggio fino al 31 luglio per il contenimento e contrasto dell'emergenza Covid. Degli 8 Oss reclutati hanno aderito 5 persone. Da questa mattina 20 maggio 2020 presso i due Istituti penitenziari afferenti alla Asl Roma 4, hanno preso servizio n. 5 OSS degli 8 assegnati a seguito della Ordinanza della Protezione Civile n. 665 del 22/04/2020.
Il Dapss (Dipartimento delle professioni Sanitarie e Sociali) in collaborazione con la Direzione del Distretto 1 e il Direttore degli Istituiti Penitenziari, ha individuato specifiche attività di supporto per ottimizzare la presenza dei volontari che si sono dimostrati da subito entusiasti di sostenere e collaborare con la nostra Asl per il benessere della popolazione detenuta.
Il setting della medicina Penitenziaria è particolarmente complesso poiché è necessario individuare i diversi approcci alla salute, decodificarli ed offrire contestualmente una chiara chiave di lettura per l'assistenza al detenuto. L'orientamento è sicuramente quello di porre maggiore attenzione per i bisogni espressi dai detenuti rispetto a quelli della popolazione libera, visto che il detenuto, privato della libertà, si trova in una oggettiva posizione di svantaggio rispetto al cittadino comune. l'OSS sotto la guida dell'infermiere, garantisce l'attuazione della pianificazione individualizzata dei bisogni. altro aspetto da considerare è rivolto al fatto che la popolazione detenuta è multietnica e multiculturale, di conseguenza spesso è difficile condividere con qualcuno di altra cultura/etnia la nostra concezione di salute/malattia. In questo scenario la presenza dell'OSS facilita il percorso assistenziale soprattutto in questa fase II dell'emergenza, coadiuvando tutte le attività infermieristiche e finalizzate al raggiungimento del benessere psico-fisico della Persona in detenzione.
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