La Repubblica, 23 maggio 2020
Gli scontri durante una sfida nella prigione di Puente Grande. Sette morti e nove feriti in una rissa al termine di una partita di baseball tra detenuti nella prigione messicana di Puente Grande. Lo ha riferito il procuratore generale della giustizia dello Stato di Jalisco. Il capo della procura, Octavio Solìs, ha confermato che per tre dei 7 detenuti morti la causa del decesso sono stati colpi di arma da fuoco, gli altri a colpi di mazza. Per quanto riguarda i feriti, ha spiegato che due hanno ferite da armi da fuoco.
Il procuratore ha indicato che il personale carcerarie ha sentito almeno sei detonazioni di armi da fuoco, è quindi intervenuto per fermare la disputa tra i detenuti, arrestando cinque presunti responsabili degli attacchi e recuperando due pistole, oltre a un dispositivo esplosivo artigianale.
Il direttore generale della prevenzione e il reinserimento sociale dello Stato di Jalisco, Josè Antonio Pèrez, ha spiegato che una partita di baseball si era svolta pochi minuti prima della rissa, scatenata da un gruppo di detenuti che ha iniziato l'attacco a un altro e innescando quindi la reazione di altri detenuti intervenuti in difesa degli attaccati, e alcuni degli aggressori sono stati uccisi nella circostanza. Pèrez ha negato che la rissa fosse un tentativo di sommossa o un attacco alla polizia o alle autorità carcerarie o "qualsiasi azione per destabilizzarlo".
Le autorità di Jalisco hanno riferito che le indagini saranno svolte dall'ufficio del procuratore generale dello Stato e che sarà aperta un'indagine tra gli operai della prigione per scoprire come sono entrate le armi e determinare le responsabilità.
di Massimo Lensi
Left-Avvenimenti, 22 maggio 2020
Il lockdown ha evidenziato ancora di più la disumanità dell'esecuzione della pena in cella. Alcuni anni fa, durante una visita notturna nell'istituto penitenziario fiorentino di Sollicciano Marco Pannella mi raccontò la sua convinzione che il carcere, tranne che in rarissimi casi, non serve a nulla e che bisognerebbe abolire l'esecuzione della sanzione penale dentro le ristrette mura dei padiglioni carcerari.
di Grazia Zuffa
dirittiglobali.it, 22 maggio 2020
Il riferimento non può non essere il principio di etica pubblica, sancito in Italia dalla Costituzione: la salute è un diritto fondamentale, alla base di altri diritti, che riguarda tutti e tutte: da qui discende il diritto alla salute dei reclusi e dei liberi. Sono passati più di due mesi dall'inizio dell'emergenza pandemia in Italia. Oggi, agli esordi della cosiddetta fase due, dobbiamo prendere atto, con una certa amarezza, che la discussione sulle misure da prendere a tutela della salute dei detenuti e delle detenute non è impostata nei termini corretti.
di Simona Musco
Il Dubbio, 22 maggio 2020
Il ministro: i detenuti al 41bis o in alta sicurezza scarcerati per motivi legati al rischio Covid 19 sono in realtà 256. "Il contrasto alla criminalità organizzata è un'azione prioritaria e irrinunciabile" di questo governo. È iniziata così l'audizione del ministro Alfonso Bonafede davanti alla Commissione Antimafia, davanti alla quale ha spiegato le scelte compiute in ambito penitenziario, le stesse che lo hanno esposto ieri alle due mozioni di sfiducia e diverse informative in aula per giustificare le proprie mosse, che hanno portato ad un cambio di guardia al Dap. Una scelta, questa, compiuta anche a seguito delle dichiarazioni del pm Nino Di Matteo, che ha paventato pressioni sul ministro per evitare che quel posto venisse occupato proprio da lui, inviso ai boss che, dal carcere, protestavano per una sua eventuale nomina.
Sono tuttora "in corso" gli "accertamenti" disposti da via Arenula dopo le scarcerazioni avvenute nelle scorse settimane, ha chiarito Bonafede. Che ha escluso "qualsiasi tipo di pressione da parte dell'ex presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano" contro la nomina di Antonino Di Matteo a capo del Dap.
L'emergenza epidemiologica, ha sottolineato Bonafede, con riferimento alle carceri presentava due aspetti peculiari: se da un lato si tratta di strutture chiuse "nelle quali è più difficile per il virus entrare", dall'altro "è vero che nel caso in cui il virus riesca ad entrare all'interno dell'istituto penitenziario, così come in qualsiasi altra struttura chiusa, la concentrazione di persone all'interno ne aumenta potenzialmente la sua capacità di diffusione.
Dunque l'estrema necessità di adottare presidi di tutela sia per coloro che vivono e lavorano all'interno delle carceri sia per la comunità tutta, al fine di evitare che nuovi focolai potessero avere un impatto devastante, sovraccaricando le strutture sanitarie, spinte nella fase iniziale al limite della pressione". L'azione del ministero, tramite il dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, è stata immediatamente indirizzata alla "chiusura" del carcere, "per contenere e limitare gli eventuali contagi e provvedere all'assistenza medica degli eventuali contagiati", ha sottolineato ancora Bonafede. Il ministro ha dunque elencato le circolari emanate, indirizzate al coordinamento con le autorità sanitarie e all'applicazione dei protocolli, con controlli, fornitura di presidi e limitazione delle occasioni di contagio.
Sono 102 su 53.458 le persone recluse attualmente positive, di cui una ricoverata in struttura sanitaria esterna. Il picco di detenuti positivi è stato di 162 casi su tutto il territorio nazionale, mentre risultano guarite 122 persone recluse. Tra il personale in servizio, sono 154 i dipendenti su 40.751 che risultano attualmente positivi, di cui quattro del personale amministrativo e 150 poliziotti penitenziari, mentre risultano guarite 142 persone. "Riguardo alle scarcerazioni dei detenuti al 41bis o in alta sicurezza - ha spiegato -, un primo numero fornito indicava in 497 le persone scarcerate appartenenti alle categorie indicate, con provvedimenti riconducibili all'emergenza sanitaria in atto. In realtà il Dap, dopo un accorto e approfondito esame analitico di ogni provvedimento che veniva richiamato, ha potuto verificare che il numero di detenuti effettivamente scarcerati per motivazioni legate in tutto o in parte al rischio determinato dal Covid 19 è in realtà di 256 persone. Si tratta dunque dei casi in cui, andando a leggere l'ordinanza, risulta che ci sia anche solo un riferimento al Covid 19".
Il ministero ha disposto subito che il Dap si relazionasse immediatamente con il capo della polizia e plurimi organi investigativi inviando l'elenco dei detenuti ammessi al regime domiciliare per provvedere ai controlli soprattutto nei confronti dei soggetti più pericolosi.
"Le scarcerazioni, ci tengo a precisarlo, non sono dipese da norme varate da questo governo", ha ribadito Bonafede, ricordando la norma che consente l'accesso ai domiciliari per i detenuti con pene da scontare inferiori ai 18 mesi - la 199 del 2010 - fermo restando comunque la possibilità del magistrato di sorveglianza di non concedere i domiciliari in caso non ce ne fossero i presupposti e l'esclusione dai benefici per i condannati per reati di criminalità organizzata e i soggetti condannati per i delinquenti abituali e i detenuti sottoposti a sorveglianza particolare. Escluse anche le persone che nell'ultimo anno sono state sanzionate per comportamenti violenti in carcere e hanno partecipato alle sommosse e alle rivolte.
La sentenza Cedu sull'ergastolo ostativo: l'Italia non condivide la decisione
Il primo tema toccato è stato quello relativo alle prospettive di riforma in relazione all'articolo 4 bis dell'ordinamento penitenziario, soprattutto a seguito delle pronunce della Corte costituzionale e della Cedu. Una delle questioni alla base della discussione è il tentativo di far convivere il fine rieducativo della pena, previsto dall'articolo 27 della Costituzione, e le esigenze di sicurezza, minacciate da un ritorno del detenuto al suo ambiente criminale originario senza dimostrare la recisione del suo legame con l'ambiente di appartenenza.
Secondo le criticità messe in evidenza dalla Consulta, l'attuale disposizione ha previsto importanti modifiche in relazione alla collaborazione, non necessaria ai fini dei benefici nel caso in cui la collaborazione risulti inutile o impossibile. A ciò si aggiunge la valutazione della Cedu sull'ergastolo ostativo, con la censura per violazione del divieto di trattamenti inumani e degradanti, nella misura in cui il divieto all'accesso ai benefici penitenziari ai detenuti condannati all'ergastolo ostativo per reati di mafia o terrorismo, in particolare la liberazione condizionale, nel caso in cui non abbiano offerto prove della loro rieducazione o della collaborazione con la giustizia, non sia controbilanciato con concrete prospettive di riduzione della pena.
Una pronuncia con la quale la Cedu ha invitato l'Italia a produrre una norma che prevede per gli ergastolani per mafia forme di rivisitazione critica del proprio trascorso mafioso, valutabili come requisito d'accesso ai benefici, in luogo della collaborazione.
Una decisione che il governo, ha sottolineato il ministro, ha deciso di impugnare: "Non condividiamo nella maniera più assoluta questa decisione e faremo valere in tutte le sedi le ragioni del governo italiano e di una scelta che lo Stato ha fatto anni fa" dell'ordinamento penitenziario, approvata dalla Commissione parlamentare antimafia, ha spiegato Bonafede, "rappresenta un punto di partenza per qualsiasi attività di carattere legislativo, su cui auspico possa esserci una convergenza trasversale delle forze parlamentari sia di maggioranza che di opposizione". Il ministro ha sottolineato la "totale disponibilità del ministero", sottolineando che il decreto antimafia approvato il 30 aprile scorso, "potrebbe essere uno schema da replicare nel nuovo assetto normativo", con "elementi utili per il percorso parlamentare".
fpcgil.it, 22 maggio 2020
Tra Fase 1 e Fase 2, e il cambio di vertici del Dipartimento di Amministrazione Penitenziaria, tra il rischio del contagio e la gestione delle rivolte, ecco il racconto dei protagonisti delle vicende che hanno coinvolto le carceri in questi mesi.
di Luciano Lucanìa*
sanitainformazione.it, 22 maggio 2020
La sanità penitenziaria ha vissuto, anche lei, l'esperienza della pandemia da Coronavirus. Non era impreparata alle malattie virali: il carcere convive da decenni con HIV ed epatite B e C, ma certo la velocità di diffusione e l'impatto drammatico sul territorio, ed in particolare su alcuni territori, erano del tutto sconosciuti ed oltremodo preoccupanti.
di Antonello Cherchi
Il Sole 24 Ore, 22 maggio 2020
Il processo amministrativo a distanza aperto anche agli avvocati incassa il via libera del Garante della privacy. L'Autorità ha, però, raccomandato che, una volta terminata l'emergenza sanitaria, la giustizia amministrativa si doti i una propria piattaforma informatica per le udienze online, invece di ricorrere, come si fa oggi, a Teams di Microsoft. Il parere dell'Authority prende le mosse dall'articolo 4 del decreto legge Giustizia (il Dl 28/2020), che dal 30 maggio al 31 luglio prossimi ha aperto le porte dei processi online -finora consentiti solo ai giudici - anche agli avvocati. E lunedì prossimo sarà sottoscritto tra giudici amministrativi e legali un protocollo d'intesa in vista del debutto della novità. Il Dl Giustizia ha anche affidato al presidente del Consiglio di Stato il compito di aggiornare le regole tecniche del Pat (processo amministrativo telematico), che al momento non prevedono udienze a distanza allargate ai difensori.
Le regole tecniche rivisitate sono state sottoposte al parere del Garante, perché i profili di tutela dei dati insiti nel nuovo sistema sono significativi. L'impianto messo a punto è risultato in linea con i dettami del Gdpr (il regolamento europeo sulla privacy). In particolare, l'Autorità ha apprezzato il divieto di registrazione delle udienze. Un vincolo che dovrebbe permettere al provider che offre il servizio di videoconferenza di acquisire solo i "metadati" necessari per il collegamento video da remoto - gli identificativi per l'autenticazione coincidenti con gli indirizzi email, gli indirizzi Ip delle postazioni, la data e l'ora della connessione - e nessun altro dato personale.
Altro elemento positivo riscontrato dal Garante è la limitazione delle udienze in video solo a quelle con la con presenza degli avvocati, mentre le camere di consiglio decisorie si svolgono in audio-conferenza. Detto questo, resta il nodo dell'infrastruttura tecnologica. Al momento, infatti, il Pat si appoggia, almeno per le videoconferenze, su Teams. La raccomandazione del Garante è che in futuro, una volta usciti dalla crisi, "si adotti una piattaforma "interna", gestita dagli (o sotto lo stretto controllo degli) organi di giustizia amministrativa". Infatti, "la disponibilità di software open source di affidabilità ed accuratezza del tutto comparabili ai migliori prodotti industriali offre il non trascurabile vantaggio di prestarsi a "implementazioni" di tipo on premises (quindi su data center e reti della giustizia amministrativa) o comunque su infrastrutture gestite anche collettivamente da o con altre amministrazioni pubbliche, evitando in radice flussi transfrontalieri interni od esterni all'Unione europea".
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 22 maggio 2020
Assegnato a Rebibbia, è recluso a Oristano. Per i pm non deve stare in regime ostativo ma vive in isolamento: può incontrare solo "omologhi". Ma, guarda caso, non ce ne sono.
I tempi sono quel che sono e l'immagine del detenuto è quel che è. Ma per quali motivi di alta sicurezza Cesare Battisti deve stare a Oristano, quando la sua destinazione era Rebibbia e le sue condanne definitive sono avvenute a Milano? Non c'è anche qualche violazione dei diritti della difesa nel tenere l'assistito a un migliaio di chilometri dal suo difensore di fiducia? E non c'è qualcosa di disumano nel costringere i suoi unici parenti, che vivono nel grossetano, a dissanguarsi per i soggiorni sardi?
L'avvocato Steccanella non lo dice, ma possiamo farlo noi: o si decide che in Italia esiste una sorta di Guantánamo o Cesare Battisti deve esser tirato fuori da quel buco nero dove è sepolto da più di un anno. Sono due le richieste che il suo legale ha avanzato nei giorni scorsi al giudice di sorveglianza e al Dap: la declassificazione che porti il detenuto a un regime di normalità, e il trasferimento al Carcere di Opera o di Rebibbia.
Cioè dove avrebbe dovuto andare, secondo quanto scritto dalla polizia al suo avvocato fin da quando, alle 12,38 del 14 gennaio di un anno fa fu fatto sbarcare all'aeroporto di Ciampino in arrivo dalla Bolivia e portato nei locali del trentunesimo Stormo dell'aeronautica militare e preso in custodia dalla Polizia penitenziaria di Rebibbia.
"E lì associato", scriveva il funzionario di ps. Che cosa è successo da quel momento e mentre il ministro Bonafede viveva la sua "giornata indimenticabile" esibendo lo scalpo di Cesare Battisti? Chi ha deciso improvvisamente il trasferimento del detenuto da Roma a Oristano?
Tra l'altro, a parte i sei mesi di isolamento, ormai scontati, decisi dalla corte d'assise d'appello di Milano in esecuzione di pena, questo ergastolano "non soggiace a regime diverso da quello ordinario, per il principio di irretroattività", scrivono i magistrati.
Quindi non è sottoposto al regime ostativo dell'articolo 4 bis dell'ordinamento penitenziario e neanche a quello del 41bis. Però Dap gli ha attribuito la classificazione Alta Sicurezza 2, in quanto terrorista. Ma terrorista di ieri (il suo ultimo delitto risale al 19 aprile 1979, 41 anni fa) o terrorista di oggi? In ogni caso, resta il fatto che un detenuto classificato AS2 può incontrarsi solo con i suoi omologhi e che a Oristano non ce ne sono, e che quindi questo ergastolano sta vivendo mt isolamento illegittimo. Di fatto, ma pur sempre illegittimo.
La nuova dirigenza del Dap ha qualcosa da dire? E il giudice di sorveglianza? Prima di ricordare chi era Cesare Battisti ieri, vediamo chi è oggi. Ascoltiamo per prime le parole dei giudici. Per esempio quelle emerse dalla camera di consiglio dei magistrati di sorveglianza del 26 novembre 2019. Il detenuto, si dice, 'ha dato prova di partecipare all'opera di rieducazione" e ha tenuto "condotta regolare". Per questo motivo gli sono stati riconosciuti i 45 giorni di riduzione di pena, per i primi sei mesi di detenzione, agli effetti della liberazione anticipata.
Dopo queste parole, si può ancora ritenere attuale la pericolosità della persona, o la si deve ancorare per sempre a quel che è accaduto 40 anni prima? Anche la collaborazione spontanea con la magistratura (certo, tardiva, dopo 38 anni di latitanza) andrebbe presa in considerazione. Soprattutto se pensiamo che dei suoi sessanta coimputati nessuno è stato condannato all'ergastolo e sono ormai tutti liberi, in coincidenza anche con un bell'esercito di mafiosi assassini e "pentiti".
La confessione a Cesare Battisti è anche costata in termini di isolamento politico. Non tanto da parte degli intellettuali francesi che lo hanno sempre sostenuto, ma in terra italiana. Lo ha difeso solo Arrigo Cavallina, che aveva dieci anni più diluii quando si erano conosciuti nel carcere di Udine e Battisti era un giovane rapinatore di famiglia comunista e con brevi passaggi nella Fgci e in Lotta Continua, e che lo aveva condono per mano nei Pac, i proletari armati per il comunismo.
In un libro recente Cavallina ha ricordato che fin dal 1981 il suo compagno Cesare era molto critico nei confronti della lotta armata Sono lontanissimi quei tempi, e chissà quanti di quegli ex terroristi amano ancora il termine "compagni".
Pure, Cesare Battisti ha sentito il bisogno di scrivere quella lettera aperta a chi lo criticava. Lui vuole uscire da un vestito che da tempo non è più il suo, quello del "mito Battisti" che, dice, "è stato costruito per abbatterlo". Un buon mito sventolato anche dai compagni. "E succede che, poco importa che quel mito sia fatto di carne e ossa, che non ne possa più di essere martirizzato...un martire da agitare, secondo i gusti, da un lato o dall'altro della barricata".
Non può che concludere con "un abbraccio a chi lo vuole", sapendo che non saranno in molti a volerlo. Questo è oggi Cesare Battisti. Consentiamogli di uscire da quel "mito", più negativo che positivo, e di diventare un ergastolano normale in un carcere normale. Si chiede troppo?
di Angela Stella
Il Riformista, 22 maggio 2020
L'avvocato Gian Domenico Caiazza, Presidente dell'Unione delle Camere Penali Italiane, è molto chiaro: o al tavolo permanente sulla giustizia annunciato dal Ministro Bonafede si fanno entrare le idee liberali del diritto o a noi penalisti non interessa stare a quel tavolo.
Presidente cosa ne pensa del discorso che il Ministro Bonafede ha tenuto ieri al Senato?
Il Ministro ha confermato tutte le ragioni per le quali noi penalisti lo giudichiamo il Ministro più lontano dalle idee del diritto penale liberale e del giusto processo che noi pensiamo di rappresentare e tutelare. Mi è parso invece ineccepibile nella sua risposta a Lega e Forza Italia sulle scarcerazioni, nel senso che sicuramente il Ministro non ha scarcerato nessuno. Le scarcerazioni sono opera della magistratura di sorveglianza in applicazione di leggi dello Stato.
Il Ministro ha annunciato una commissione su impatto della prescrizione e sul nuovo processo penale e civile...
Non so se ci sia in questa proposta l'idea di rivedere la norma sulla prescrizione. Se sarà così ne saremo lieti. Vedremo di cosa si tratta in concreto. Bisogna capire bene soprattutto quali siano gli obiettivi del tavolo e anche i tempi di lavoro.
Sembrerebbe che Renzi abbia fatto il suo nome per metterla ai vertici di questa commissione...
Io non so nulla, ho letto da qualche parte che sarebbe stato fatto il mio nome quale presidente dell'Ucpi. Naturalmente sono, anzi siamo lusingati come penalisti e grati al senatore Renzi per il segno di grande attenzione nei nostri confronti. Aspettiamo di capire di cosa si tratta nello specifico. Ci tengo a dire che a noi interessa partecipare ad un tavolo quando siamo certi di poter dare un contributo con le nostre idee.
Gli Stati Generali dell'Esecuzione penale erano stati una ottima occasione per riformare la giustizia ma tutto è stato vanificato e al Governo non c'erano i Cinque Stelle...
Si era fatto comunque un gran lavoro, ne era uscito un prodotto molto importante. Però è vero che dopo è stato abbandonato.
C'è il rischio che questo tavolo sia del fumo negli occhi per giochi di partito...
Sicuramente questa non è l'intenzione del senatore Renzi ma voglio sottolineare che noi non ci presteremo mai ad una operazione che dia solo fumo negli occhi. O c'è spazio per le idee liberali del diritto penale e del giusto processo o a noi non interessa stare da nessuna parte.
Il Segretario di Più Europa, Benedetto della Vedova, ha dichiarato che "il populismo giudiziario del M5S vince con i voti di PD e IV"...
Io non ho minimamente condiviso la mozione di sfiducia del centrodestra perché è più populista e giustizialista del Ministro. Questa gara tra populisti non ci appassiona. Ho trovato comunque la risposta del Ministro a quella mozione molto seria e plausibile. Invece per quanto concerne quella della Bonino sono d'accordo sul contenuto ma contrario al metodo. Certo, Italia Viva e Pd sono nella coalizione di Governo, non è che lo scopriamo adesso, ossia quando non fanno cadere il Governo. Mi pare che nelle intenzioni di Italia Viva soprattutto e qualche volta anche in quelle del Partito Democratico si cerchi di condizionarla, di contenerla. Secondo me si fa ancora troppo poco ma le logiche delle coalizioni sono queste.
Invece, il segretario del Partito Radicale Maurizio Turco, in merito alla mozione della senatrice Bonino, ha scritto " da almeno trent'anni siamo contro le sfiducie individuali a Ministri"...
Non mi occupo di ortodossia radicale, proprio perché sono un vecchio radicale. Però non condivido la pratica della mozione individuale: il merito della mozione Bonino lo condivido dalla prima all'ultima parola come analisi della giustizia populista e giustizialista del Ministro Bonafede. Però quando si sfiducia il Ministro, lo si deve fare in base ad un grave fatto personale: come sospettato di corruzione o per aver molestato un bambino, ma non per atti che sono stati approvati dalle maggioranze governative. Con questa logica l'opposizione dovrebbe chiedere le dimissioni ogni volta che un Ministro adotta un provvedimento non condivisibile.
di Claudia Fusani
Il Riformista, 22 maggio 2020
Missione compiuta. Il Senato ha salvato il soldato Bonafede rimasto prigioniero nella palude amica del giustizialismo. Le truppe alleate sono intervenute, i senatori di Italia Viva lo hanno tecnicamente esfiltrato e lo hanno riportato in salvo. Senza i voti dei renziani Bonafede sarebbe stato sfiduciato e Conte sarebbe già salito al Colle.
Il ministro della Giustizia è però malconcio e commissariato. Se nella prima parte del suo intervento ha rivendicato il suo operato e la sua "anti-mafiosità" buttando la croce su "leggi fatte quando non era al governo", nella seconda ha preso atto di essere ministro di una coalizione e che d'ora in poi, ogni ulteriore passo, sarà "concordato in una Commissione con tutte le anime della maggioranza rispettando due principi fondamentali: il diritto alla difesa e la certezza dei tempi del processo". Finisce così la golden share grillina sulla giustizia. E tutto, a cominciare dalla prescrizione, sarà nuovamente discusso.
Erano due le mozioni di sfiducia individuale: la 230 firmata da Lega, Fratelli d'Italia e Forza Italia molto politica, delle serie facciamo fuori un ministro inadeguato per far fuori tutto il governo; la 235 a prima firma Emma Bonino e a cui hanno aderito pezzi di Forza Italia, i Socialisti e Richetti (Azione di Calenda) molto più di merito e che, presentata domenica, ha fatto oscillare Italia viva. "Come si fa a non votare questo documento?", è stato il tormentone in questi giorni. L'imbarazzo è stato tolto di mezzo dal premier Conte. "Se Bonafede sarà sfiduciato, cade il governo e si va a votare", ha chiarito il premier. Una difesa a testuggine ieri mattina plastica nel banco del governo nell'aula di palazzo Madama dove Bonafede era seduto tra il premier Conte e il capodelegazione Pd nonché ministro dei Beni culturali Dario Franceschini e poi Di Maio, Boccia, Bellanova, Gualtieri.
L'esito non era scontato ma prevedibile. "Se non fosse caduto il governo avrei votato la mozione Bonino", ha confessato il capogruppo di Italia viva Davide Faraone. Il leader di Italia Viva non ha perso una parola dell'intervento di Emma Bonino quando ha accusato Bonafede di "pagare una tangente ideologica al populismo penale" e quando lo ha definito "sintomo e non rimedio della giustizia italiana". Non ha ovviamente perso una parola dell'intervento del ministro, quella prima parte quasi irritante ("io sono l'antimafia"; "il piano di prevenzione nelle carceri ha funzionato"; se i boss sono usciti "lo hanno deciso i giudici di sorveglianza") che è stato però solo lo zucchero per buttare giù il boccone amaro: "D'ora in poi ci sarà una Commissione per monitorare tutte le riforme e il confronto sarà costante, approfondito e di reale collaborazione". È il segnale atteso. Il ramoscello d'ulivo frutto di ore e ore di limature e incontri di cui lo stesso Conte si è fatto garante.
Quanto tocca a Renzi la strada è ormai segnata. "Le mozioni che la sfiduciano - dice il leader di Italia viva - hanno posto questioni vere, non strumentali. Ma non le voteremo perché Conte avrebbe tratto le conseguenze politiche di quel voto. Quando il Presidente del Consiglio parla si rispetta istituzionalmente e si ascolta politicamente, osserviamo quindi la ragion di Stato".
Ciò detto, Renzi non rinuncia a levarsi parecchi sassi dalle scarpe. "La verità è che per tutto quello che è successo lei dovrebbe andare a casa signor ministro, così come chiese di farlo all'onorevole Boschi, Lupi, Guidi, Lotti, all'allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Certe sue posizioni giustizialiste ci hanno fatto male e mai avremmo potuto immaginare una vendetta così perfetta". Ma la politica "non è vendetta" e "la cultura del sospetto è l'anticamera non della verità ma del khomeinismo". Quindi, d'ora in poi, "faccia il ministro della Giustizia e non dei giustizialisti". Renzi ha smentito ogni tipo di baratto con posti al governo. "Noi non vogliamo strapuntini ma sbloccare le opere", ha detto al premier Conte. Più probabile, semmai, che a metà luglio Italia viva possa avere tra Camera e Senato qualche presidente di Commissione di peso ora a guida Lega: Bilancio, Trasporti, Giustizia. Si fanno i nomi di Marattin, Paita, Boschi e Migliore.
Se la durezza di Renzi era nelle cose, Bonafede ha accusato la severità del Pd che chiede "la Fase 2 della giustizia". Franco Mirabelli e Anna Rossomando hanno chiesto "più cultura delle garanzie". Quella della prescrizione e delle intercettazioni sono riforme che non sono piaciute.
E finalmente lo hanno detto pubblicamente. Il voto fotografa la realtà: senza i sedici senatori renziani il governo Conte non ha la maggioranza. La prima mozione ha ottenuto 131 voti a favore e 160 contrari. Maggioranza ancora più risicata (158 voti) per respingere la mozione Bonino.
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