di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 24 maggio 2020
Dieci ore di video scontro su come reagire allo scandalo Palamara. Alla fine solo la corrente di Davigo non molla. A scoppio ritardato, lo scandalo delle nomine pilotate al Csm e l'inchiesta di Perugia sull'ex leader della corrente moderata delle toghe Luca Palamara travolge l'Associazione nazionale magistrati. La giunta esecutiva retta in questi mesi di tempesta da tre correnti - Unicost (moderati), Area (sinistra) e Autonomia e indipendenza (Davigo) - è andata in crisi al termine di un lunghissimo e lacerante comitato direttivo centrale durato tutta la giornata di ieri. Alla fine si sono dimessi (quasi) tutti.
Dieci ore di solenni litigate in videochat, frammentate dai problemi di connessione e da un paio di interruzioni per mettere a punto le strategie di corrente - poi aggiornate in sottofondo in un continuo pigolio di whatsapp. Toghe associate contro. A scatenare la resa dei conti la nuova tornata di intercettazioni restituita dal trojan del cellulare di Palamara, da qualche giorno scoop quotidiano dei giornali di destra.
La corrente più coinvolta nel primo tempo dello scandalo e fuori dal governo dell'Anm, Magistratura indipendente (destra), ha approfittato del coinvolgimento nei colloqui con Palamara di alcuni esponenti di Area (in questo, come in molti altri casi, si tratta di conversazioni prive di rilievo penale) per tentare un ribaltamento della storia.
Tutti colpevoli, nessun colpevole. Così la giunta guidata dal pm milanese Luca Poniz (Area), ferma l'anno scorso nel denunciare lo scandalo, è stata accusata da Mi di voler adesso minimizzare, e di restare in sella per coprire l'impatto delle rivelazioni. In realtà le elezioni per il rinnovo del parlamentino dell'Anm sono state già fissate a ottobre, prima non essendo possibile attrezzare l'infrastruttura per il voto online.
"Questa esperienza non può proseguire, abbiamo smarrito le premesse comuni" ha detto Poniz, che si è dimesso, ma con Area si è astenuto sulla proposta di anticipare le elezioni a luglio. Avanzata da Mi che con Giancarlo Dominijanni, pm a Pisa, ha previsto che "dal telefono di Palamara uscirà di tutto, queste rivelazioni continueranno per mesi. Possiamo solo tentare di salvare l'Anm rinnovandone la guida". "Noi non siamo coinvolti nelle vicende dell'albergo Champagne", ha risposto Area (l'albergo è quello che si trova nei pressi del Csm dove Palamara incontrava l'ex sottosegretario Pd Lotti e il leader ombra di Mi Ferri per decidere le nomine), insistendo a chiedere l'intero fascicolo degli atti di Perugia come antidoto alle rivelazioni a scaglioni. E alla fine si è dimessa anche Unicost, la corrente di Palamara, lasciando l'annuncio al numero due della giunta Anm Giuliano Caputo, pm a Napoli.
Il voto a luglio non ci sarà, ma il caos è tale che adesso non si sa come ricominciare. Si sa solo quando; domani sera la riunione del comitato direttivo prosegue davanti agli schermi. La seduta ha assunto anche toni drammatici, quando la giudice del tribunale di Milano Luisa Savoia di Area ha affrontato il consigliere di corte d'appello di Torino Angelo Renna che in uno dei dialoghi con Palamara pubblicati nei giorni scorsi (ma risalente all'ottobre del 2017) si agitava per ostacolarne la carriera: "Se riuscite a fottere la Savoia sarebbe un gran colpo", la frase di Renna. "O io o lui", ha detto in sostanza ieri Savoia, dando origine a una specie di corpo a corpo mediato dalle webcam (e da Radio Radicale che ha trasmesso il tutto).
Perché Renna si è scusato, ha detto che si vergognava, che anche sua madre si sarebbe vergognata di lui, ma non si è dimesso. Al che è intervenuto in un aggrovigliarsi di microfoni aperti e collegamenti interrotti il giudice di Napoli Giovanni Tedesco, anche lui di Area, avvertendo che se Renna non si fosse dimesso allora anche lui avrebbe lasciato il comitato direttivo per protesta, assieme alla collega Savoia. Citando René Girard e la teoria del capro espiatorio, Renna si è alla fine dimesso. E ha staccato il collegamento.
Gli altri hanno continuato fino alle otto, ma senza uscire dall'angolo. Due correnti, Area e Mi, dichiarano adesso che non entreranno in alcuna giunta, nemmeno per il tempo strettamente necessario ad andare alle elezioni. Al governo delle toghe così c'è una sola corrente, con un solo esponente. A schierarsi contro il voto anticipato e anche contro lo scioglimento è stata infatti solo la corrente di Autonomia e indipendenza dell'ammazzasette Davigo. Strano, o forse no a sentire la motivazione: "L'amaro calice va bevuto fino in fondo, fino all'ultima chat. Il disonore sarà il carburante per la rinascita". Tanto peggio...
di Marina Moretti
rete8.it, 24 maggio 2020
A partire da oggi è l'esercito a vigilare l'esterno delle carceri di Sulmona e L'Aquila. Lo ha comunicato Mauro Nardella, segretario territoriale della Uil-Pa, soddisfatto per la novità che garantirà il potenziamento della sicurezza e una utile simbiosi tra esercito e polizia penitenziaria: "Il servizio di vigilanza esterna agli istituti penitenziari, detta Veip, darà un consistente sostegno a realtà penitenziarie che ospitano detenuti tra i più pericolosi d'Italia".
Franco Migliarini, della segreteria regionale Uil-Pa, ha aggiunto: "Il connubio tra esercito e polizia penitenziaria, dopo la positiva esperienza della sanificazione degli ambienti carcerari, acquisisce in questo modo sempre maggiore importanza, tanto più per la sicurezza da garantire ai penitenziari".
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 24 maggio 2020
Ventotto anni dopo, per la strage di Capaci c'è un processo ancora aperto. Unico imputato è Matteo Messina Denaro, il capomafia latitante già condannato per le bombe del 1993, ma non ancora per quelle del 1992.
Dopo tre anni di dibattimento, il 5 giugno il pm Gabriele Paci, procuratore aggiunto di Caltanissetta, comincerà la requisitoria per chiedere alla corte d'assise la condanna dell'ultimo mafioso alla sbarra per la morte di Falcone, sua moglie Francesca Morvillo, i tre poliziotti Vito Schifani, Antonio Montinaro e Rocco Dicillo; e due mesi dopo di Paolo Borsellino e i cinque agenti di scorta.
Il processo all'ultimo padrino di quella stagione di morte rimasto in libertà ha scandagliato a fondo i misteri e le varie piste che, in oltre un quarto di secolo, si sono accavallate e sommate alle verità accertate sulle responsabilità della mafia nella morte di Falcone.
Confermando i due punti fermi sui quali gli inquirenti nisseni (che dal 2008, dopo le confessioni del pentito Gaspare Spatuzza, hanno riscritto la storia della strage di via D'Amelio, e continuano a lavorare, con pochi mezzi e senza clamori, per tentare di colmare i vuoti ancora aperti) hanno fondato la loro ricostruzione giudiziaria.
Che ormai è anche storica, considerato il tempo trascorso e le conoscenze raggiunte. Il primo è che quella di Capaci fu una strage di mafia, deliberata da Totò Riina nell'ambito delle vendette pianificate dopo che gli ergastoli inflitti nel maxi-processo istruito dal pool di Falcone e Borsellino divennero definitivi.
Nessuna ipotesi sull'uso di artificieri diversi dal gruppo di fuoco mafioso ha trovato conferme; anche le più recenti analisi del Dna sui reperti non hanno fatto altro che riscontrare una volta di più la presenza dei boss già individuati.
Per uccidere il magistrato simbolo della lotta alla mafia il boss di Corleone s'è servito anche di Matteo Messina Denaro, "uomo d'onore" in ascesa dopo la morte del padre, inviato a Roma per verificare la possibilità di colpire il bersaglio nella capitale.
Il "capo dei capi" decise di ucciderlo dopo aver ricevuto rassicurazioni, dagli "ambienti esterni" a Cosa nostra a cui aveva "tastato il polso", che non ci sarebbero state reazioni esagerate da parte delle istituzioni: le conseguenze della strage di Capaci potevano essere ammortizzate dalle cosche, garantendo comunque un guadagno nel raffronto tra costi e benefici.
E probabilmente così sarebbe andata se, a soli due mesi di distanza, non ci fosse stata la bomba di via D'Amelio. L'uccisione di Borsellino - è il secondo punto fermo delle conclusioni raggiunte dalla Procura di Caltanissetta - rivitalizzò la risposta dello Stato che, passato lo sdegno delle prime settimane, si stava già affievolendo; rivelandosi un pessimo affare per Cosa nostra.
E ai misteri sulla decisione di Riina di accelerare quell'attentato, si sommano quelli sulle indagini depistate: sempre a Caltanissetta è in corso un processo a tre poliziotti accusati di avere manipolato il falso pentito su cui, fino all'entrata in scena di Spatuzza, è stata costruita una falsa verità su quella strage. Ma depistaggi e misteri non si fermano al pentito bugiardo.
Sulla strage di via D'Amelio, nulla o quasi si spiega: sia sul versante mafioso che su quello dello Stato. È in questa direzione che prosegue il lavoro dei pm nisseni. Ad esempio continuando a indagare sulla morte del boss Vincenzo Milazzo, ucciso cinque giorni prima di Borsellino.
Aveva una relazione con una donna imparentata con un funzionario dei servizi segreti; sapeva dei contatti tra il Gotha di Cosa nostra e ambienti istituzionali, ed era contrario al programma stragista di Riina. Che lo fece ammazzare montando "una tragedia" nei suoi confronti, e ordinò di eliminare anche la fidanzata. Fare un po' di luce su quel delitto potrebbe servire anche a illuminare i lati oscuri sulle bombe che ventotto anni fa fecero tremare la Sicilia, l'Italia e il mondo.
di Renato Farina
Libero, 24 maggio 2020
A lui spetta l'azione disciplinare, ma zero accenni sulle interferenze della magistratura nella politica. Dov'è finito il Guardasigilli Alfonso Bonafede? In che ripostiglio si è nascosto? Nella stanzetta dei giochi a guardare i sigilli, come dice la parola stessa, e magari a lucidarli? Oppure sta incollando sull'album delle figurine Panini i ritagli del Fatto che lo esaltano come se fosse Brigitte Bardot?
Di certo non sta facendo quello per cui lo stipendio corre ogni mese nelle sue tasche, e che gli imporrebbe il giuramento solenne al Quirinale di rispettare la Costituzione. La poveretta, e ci si scusi l'ardire se la trattiamo come una persona offesa, ha addirittura dedicato al caro Alfonso il suo articolo 110, consacrato al Ministro della Giustizia (una volta si chiamava di Grazia e Giustizia, ma poi ha prevalso un certo pudore).
È il solo titolare di dicastero, salvo il presidente del Consiglio, ad essere citato nella Carta, reputandolo un cardine del sistema repubblicano. Gli assegna due compiti imprescindibili: l'organizzazione dei servizi della Giustizia e la titolarità dell'azione disciplinare nei confronti dei magistrati. Cominciamo dal primo dovere di Bonafede. Organizzazione dei Tribunali in tempo di Coronavirus? Trasferimento dei processi civili con connessioni web come fanno i maestri d'asilo con i loro bambinetti? Tutto bloccato. Gli studi legali rischiano il fallimento.
Bonafede assente e fallimentare. Soprattutto l'omissione d'atti d'ufficio si addensa sulla sua figura gogoliana, a proposito del secondo dei due compiti mancati: l'azione disciplinare. Per essere esercitata necessita di leggere e informarsi. Roba dura. Poi bisognerebbe pensarci su e decidere. Due cose ardue, inusuali per l'avvocato pugliese trasferito a quel posto con l'incarico non dichiarato di tutelare, abolendo la prescrizione, l'onnipotenza del partito dei Pm.
Pensare e decidere non era scritto sul suo contratto di assunzione, aveva solo da ricopiare e poi apporre il famoso sigillo a quanto già pensato e deciso. Altro che offendere qualcuno dei suoi mentori, ordinando al Csm di vagliare il comportamento etico di qualche magistrato, o - Dio non voglia - di un membro potentissimo del citato Sinedrio che dirige le carriere delle toghe. Come potrebbe deferire una gloria dei 5 Stelle come il pm antimafia Nino Di Matteo?
D'accordo. Ha appiccicato alla barba implume del suo ministro dei post-it con accuse da galera. Un minimo di onore imporrebbe che il Csm vagliasse la questione, se davvero Di Matteo abbia mentito a proposito della sottomissione di Bonafede ai boss, o abbia ragione Bonafede. Come si fa a delegittimare un eroe, o forse a rischiare che uno dei due resti sputtanato a vita?
E così il Csm (ammesso che ne abbia la volontà) resta lì come un pesce bollito, perché non può muovere una matita senza un provvedimento, un timbro, un sigillo, riecco il famoso sigillo, che da Alfonso andrebbe sì guardato ma qualche volta usato, tolto dalla formalina, perché in fondo dà nome e giustificazione allo stipendio del suo titolare.
Niente. Bonafede è sparito. Che sia rimasto soffocato dalla mascherina che si è incollato sulla bocca al Senato martedì dopo il suo intervento di accorata difesa delle proprie chiappe? In questi giorni è venuto a galla, nel mondo sulla cui disciplina dovrebbe vigilare il ministro, ogni genere di rottame e brandello di pinne e squame.
(1) Lo scontro sottomarino tra i pescecani della magistratura era cosa arcinota da mesi, ma ultimamente a fior d'acqua sono risalite intercettazioni coinvolgenti ermellini di lusso, i quali restano dove sono, silenti e impenitenti come la statua del Commendatore.
(2) È emerso che le toghe tra loro discutono con tranquillità, persino per iscritto, tanto sono sicure che nessuno le toccherà, di quale sia il metodo migliore per ingabbiare Matteo Salvini. Alcuni riconoscono che, bloccare le navi cariche di clandestini fuori dai porti da parte dell'allora ministro dell'Interno, sia stata pura obbedienza alla legge. Altri berciano il contrario. Al centro delle dotte considerazioni da giureconsulti non è mai il dilemma su quale sia il modo per tutelare il diritto, ma che cosa sia utile a danneggiare il politico che detestano. Imparzialità saltami addosso. Democrazia fatta a polpette dai denti aguzzi di questi cannibali della giustizia.
(3) La commistione e i giochi di potere non sono una prerogativa dei capoccia di questa o quella fazione di magistrati: in questa partita entrano non come testimoni di fatti occulti, ma come protagonisti ed armi improprie firme importanti del giornalismo italiano.
Abbiamo indicato un bel po' di questioni dove magari reati non ce ne sono, ma qualche domanda se tutto sia a posto secondo i codici deontologici ci viene. E la risposta a naso è che l'onore della magistratura, e con essa la credibilità del sistema vada a catafascio. E il ministro che fa, si nasconde?
L'ultima tranche di intercettazioni da Cavallo di Troia (Trojan), che per noi non dovrebbero esistere, sono comunque molto istruttive sulla tossicità dell'inchiostro versato da penne di ormai dubbia verginità. Al punto che, togliendo a Libero l'esclusiva delle sue nobili delazioni, il presidente dell'Ordine dei giornalisti Carlo Verna ha annunciato che segnalerà il caso al consiglio disciplinare.
Troppo zelo, forse. Però ci auguriamo che un pizzico di questa acribia si infili nelle narici di Bonafede, facendolo starnutire e lo svegli, perché in questa storia di Trojan i giornalisti sono piccole comparse meschine e gelose una dell'altra, ma al centro della scena c'è un sabbah di toghe dove a bollire nel pentolone come vittima sacrificale è la buona fede dei poveri cristi in attesa vana di giustizia.
Gazzetta del Mezzogiorno, 24 maggio 2020
"La Sezione Blu, quella in cui erano ospitati terroristi e famosi criminali, è in preda ormai a degrado strutturale". "C'era una volta il carcere di Trani che era considerato il fiore all'occhiello del sistema penitenziario italiano, poiché ospitava in sicurezza, la crema del terrorismo rosso, nero nonché i più famosi criminali italiani del momento". Inizia così l'Sos lanciato da Federico Pilagatti e Sante Giusto, segretari regionali del Sappe (Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria).
"Il penitenziario di Trani - proseguono - costruito negli anni 70 diventò un carcere a massima sicurezza poiché a quel tempo era considerato strutturalmente all'avanguardia e molto sicuro. Da allora sono passati 50 anni e molti lavori di manutenzione anche straordinari sono stati eseguiti poiché la struttura con gli anni è diventata fatiscente.
Purtroppo da allora la famosa sezione "blu" quella in cui erano ospitati terroristi e famosi criminali, è rimasta la stessa diventando un monumento al degrado ed alla fatiscenza, e nonostante ciò si continuano ad ospitare circa 200 detenuti costringendo anche i poliziotti a lavorare in condizioni igienico sanitarie fatiscenti".
Ancora: "Negli ultimi tempi il Sindacato autonomo polizia penitenziaria ha più volte denunciato all'amministrazione penitenziaria ed ai mass media lo stato di degrado presente in tale reparto che ospita più del 60% della popolazione detenuta di Trani, con stanze singole con al centro un water, e locali docce da far paura.
Il Sappe, nonostante gli "avvertimenti" minacciosi dell'amministrazione che non voleva, ha pure documentato con foto una situazione di assoluto degrado che offende la dignità di detenuti e la professionalità dei poliziotti. Chissà dove sono le varie associazione che tutelano i diritti dei detenuti (Antigone, per esempio) radicali e garanti sempre pronti a denunciare situazioni anomale o sparare addosso ai poliziotti".
E poi: "A seguito delle forti proteste del Sappe, l'amministrazione penitenziaria promise che, appena pronto il nuovo padiglione da 200 posti, ci sarebbe stato il trasloco dei detenuti, con la chiusura immediata della sezione della vergogna. La battaglia del sindacato fu anche condivisa dall'allora direttrice del carcere di Trani dott.ssa Piarulli che addossava la responsabilità di questa vergogna ad una amministrazione inefficiente ed inesistente.
Come pure la dirigente del carcere insieme ai sindacati ha sempre sostenuto la necessità di integrare i poliziotti penitenziari di Trani che si erano vista scippare con i nuovi organici del 2017, una cinquantina di unità. Tutto ciò, oltre alla grave situazione igienico sanitaria già descritta, ha comportato aggravio di lavoro per i polizotti in servizio costretti a carichi di lavoro massacranti".
Pilagatti e Giusto aggiungono: "Proprio con la dott.ssa Piarulli in più occasioni abbiamo firmato documenti con cui si chiedeva al Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria l'integrazione degli organici i poliziotti, al fine di garantire i diritti previsti dalle leggi dello stato a tutela dei lavoratori.
Il 23 marzo 2018 alla notizia dell'elezione della direttrice del carcere di Trani a senatrice della Repubblica per il movimento 5 stelle, non solo il Sappe ed i poliziotti della regione, ma soprattutto quelli di Trani sono stati molto felici poiché finalmente potevano contare sull'aiuto di chi in prima linea era a conoscenza delle problematiche penitenziarie pugliesi, e tranesi in particolare. Purtroppo però sono trascorsi due anni dall'elezione della senatrice Piarulli, ma nessun intervento concreto a favore delle carceri pugliesi e di quello di Trani è stato posto in essere, nonostante il ministro della giustizia Buonafede sia della sua stessa parte politica.
Il Sappe, che rappresenta la quasi metà dei poliziotti pugliesi, ha ancora molta fiducia nella senatrice Piarulli e spera che questa assenza biennale sia dovuta al noviziato in parlamento. Ci auguriamo che già da domani inizi ad interessarsi concretamente delle problematiche penitenziarie pugliesi che sono molto complesse e delicate a partire proprio dall'imminente apertura del nuovo Padiglione di 200 posti del carcere di Trani, pretendendo dall'amministrazione penitenziaria di utilizzare tale reparto solo per ospitare i detenuti attualmente ristretti nella sezione Blu ai limiti della dignità umana, che deve finalmente essere chiusa. Nel contempo deve anche preoccuparsi che in occasione di tale apertura, il Dap garantisca l'invio di un adeguato numero di poliziotti (almeno 50), per assicurare l'efficienza dei servizi".
Conclusione: "Stesso impegno chiediamo per le imminenti aperture dei padiglioni di Lecce e Taranto, ove sembrerebbe che il Dap non abbia intenzione di integrare l'organico di polizia penitenziaria necessario per tali aperture. Ultima cosa: nei nuovi padiglioni di Lecce, Taranto e Trani, devono essere ospitati i detenuti ristretti nella regione, poiché allo stato la Puglia è di gran lunga il distretto più affollato della nazione con una percentuale superiore al 50%, mentre a livello nazionale tale affollamento non supera l'8% con regioni che hanno carceri quasi vuote".
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 24 maggio 2020
Riprendono gradualmente i colloqui in presenza con i familiari negli istituti penitenziari, con gradualità e nel rispetto delle norme di tutela sanitaria. Tra le carceri che hanno già riaperto le apposite sale ai parenti delle persone detenute, la casa circondariale femminile di Pozzuoli. Schermi, mascherine, distanza di sicurezza, niente baci e abbracci: limiti indispensabili ma più "sofferti" dalle trenta donne con figli piccoli, alcune delle quali hanno preferito continuare con le videochiamate, per evitare slanci ed effusioni dei bambini, difficili da arginare dopo mesi di lontananza.
Le detenute hanno avuto l'opportunità di usare il telefono due volte a settimana per videochiamare la famiglia grazie allo "Spazio Famiglia", attivato in seguito al protocollo sottoscritto dalla casa circondariale femminile di Pozzuoli con le associazioni Anfi-sezione di Napoli, "Mai più violenza infinita" e con il Garante dell'infanzia e dell'adolescenza della Regione Campania.
Fra le attività previste dall'accordo, rientra anche l'iniziativa "Video-amiamoci": messaggi, disegni e poesie di figli delle donne recluse raccolti in un video trasmesso in carcere in occasione della Festa della mamma. All'interno dell'istituto di Pozzuoli non sono mancate le attività durante il periodo del lockdown. Hanno, infatti, continuato a confezionare mascherine le detenute della sartoria, a produrre caffè le dipendenti della cooperativa "Le Lazzarelle" e a studiare con la teledidattica le allieve del corso per il conseguimento della licenza media.
Attenzione particolare a detenute madri, nel periodo della ripresa, anche dall'Associazione italiana lotta agli abusi (Aila), che a Milano ha organizzato una raccolta di mascherine, gel igienizzante e guanti monouso da destinare all'Istituto Custodia Attenuata per Madri (Icam), sezione della casa circondariale di San Vittore, dove sono ospitate donne con bambini piccoli.
di Giuseppe Scarpa
Il Messaggero, 24 maggio 2020
È crisi ai vertici dell'Associazione nazionale magistrati. Il rischio dello scioglimento della giunta dell'Anm è un'opzione possibile. A dare fuoco alle polveri sono state le nuove chat e intercettazioni depositate nell'inchiesta di Perugia in cui è imputato il pm Luca Palamara con l'accusa di corruzione.
La stessa indagine, appena un anno fa, aveva provocato un terremoto all'interno del Csm. All'epoca ad essere travolta era stata la corrente di destra della magistratura, Mi. Adesso il nuovo materiale, allegato alla chiusura indagini del caso Palamara, tocca diversi esponenti dell'ala progressista delle toghe. Per questo motivo, al termine di una riunione del comitato direttivo centrale dell'Anm, andata avanti per 10 ore, Area e Unicost hanno lasciato la giunta, e si sono dimessi il presidente, Luca Poniz, e il segretario, Giuliano Caputo.
Per ora resta in giunta il gruppo di Autonomia e Indipendenza, che ha un solo rappresentante, Cesare Bonamartini, vicesegretario. La riunione, che ha bocciato la mozione di Mi sull'anticipo delle elezioni, e ha quindi confermato il voto a ottobre, è stata riconvocata per lunedì, per individuare una nuova composizione che gestisca il governo dell'Associazione fino alle elezioni. Con le dimissioni dei componenti di Area e Unicost, le correnti rispettivamente del presidente Poniz e del segretario Caputo, la giunta rischia lo scioglimento. I gruppi si sono dati appuntamento per domani, per tentare una ricomposizione che consenta di arrivare a ottobre, quando si voterà il 18, 19 e il 20.
Magistratura indipendente, gruppo che aveva lasciato la giunta unitaria lo scorso anno, aveva chiesto che si votasse prima ritenendo "delegittimata" l'attuale giunta, già in regime di proroga dopo lo slittamento del voto, originariamente previsto a marzo, a causa dell'emergenza sanitaria, e denunciando la mancanza di una presa di posizione netta di quanto emerso dalle ultime intercettazioni, nelle quali compaiono i nomi di esponenti di Area, rispetto a quanto accaduto un anno fa, con lo scandalo sulle nomine e la bufera che ha travolto il Csm.
Un'accusa respinta dal presidente Poniz che ha rivendicato "una posizione politica chiara" e replicato che "Mi non ci può incalzare su una presunta contraddizione". La segretaria di Magistratura Indipendente, Paola D'Ovidio, ha negato che ci sia stato "lo stesso rigore" e ha invece denunciato "un metodo diverso" nella gestione delle situazioni, citando a esempio il mancato coinvolgimento dei probiviri sui fatti recenti, al contrario di quanto accaduto a maggio dello scorso anno, quando tutti i magistrati coinvolti furono deferiti davanti al collegio.
Da parte sua il segretario Caputo, ha sottolineato che "quanto emerso ora è molto diverso da quanto accaduto lo scorso anno, ma sono fatti che noi non ignoriamo".
Intanto il pm Palamara ha chiesto scusa al leader della Lega Matteo Salvini. Da alcune chat contenute nell'inchiesta erano emerse considerazioni negative da parte del pm in una conversazione con un altro collega. I due magistrati convenivano sul fatto che Salvini non stesse sbagliando, quando era ministro dell'Interno, sulla questione migranti. Nonostante ciò, scriveva Palamara, andava ugualmente "attaccato".
Ebbene ieri il pm in un post su Twitter si è scusato pubblicamente: "quando si sbaglia bisogna ammetterlo ed io l'ho fatto, esprimendo il mio più profondo rammarico per le parole dette".
agi.it, 24 maggio 2020
Diminuisce il numero di persone positive al Covid-19 presenti in carcere. Ieri i detenuti affetti da
Coronavirus erano 104 (più una persona ricoverata in ospedale), mentre le persone positive tra il personale sono150. Sono i dati comunicati dal Garante delle persone private della libertà, Mauro Palma che sottolinea come questi valori non debbano indurre a ridurre l'attenzione "perché in tutte le situazioni connotate da concentrazione e chiusura, basta un battere d'ali a determinare un terremoto".
Per quanto riguarda invece la condizione di affollamento delle carceri, "gli attuali numeri ci dicono che il bilancio tra ingressi, scarcerazioni e uscite in misura alternativa, quantunque tuttora positivo a vantaggio delle seconde rispetto alle prime, va progressivamente riducendosi". In gennaio tale bilancio, spiega il Garante, prevedeva mediamente ogni giorno l'aumento di 16 presenze che portava quindi a un aumento medio di 500 persone detenute al mese, aprile ha visto una riduzione di più di 90 persone al giorno (che comportano mediamente circa 3.000 al mese), mentre in questi giorni di maggio la riduzione media giornaliera di circa 20.
Ma, un esame più accurato di tale bilancio porta a dire che questo valore medio è sbilanciato verso un valore più alto all'inizio di maggio e un valore ridottissimo in questi ultimi giorni. Le persone detenute presenti nelle stanze sono oggi 52.636. Le detenzioni domiciliari concesse dopo il 18 marzo sono 3379, di cui 975 con applicazione del braccialetto elettronico. Sul tema delle carceri il Garante ha avuto uno scambio di opinioni con il nuovo Capo dell'Amministrazione penitenziaria, Dino Petralia: comune l'impegno a che l'esecuzione penale sia sempre attuata nel solco del dettato che la Costituzione e le Convezioni internazionali le assegnano.
Entrambi gli interlocutori "hanno riconosciuto la necessità di orientare a tale obiettivo tutte le azioni che dai rispettivi ruoli discendono, ben sapendo di poter contare su un personale che ha operato anche in grave difficoltà negli Istituti penitenziari, ai diversi livelli di professionalità, che merita riconoscimento al pari di altri settori più noti all'opinione pubblica". Intanto oggi il Garante
renderà omaggio alla memoria di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro, davanti all'auto conservata presso la Scuola dell'Amministrazione penitenziaria intitolata proprio al giudice Falcone.
ildenaro.it, 24 maggio 2020
Didattica ed esami via web anche per i detenuti del reparto di Alta Sicurezza "Avellino" del carcere napoletano di Poggioreale. Lo rende noto il vice segretario dell'Osapp Campania, Luigi Castaldo, secondo il quale, la direzione, dimostrando "elevate capacità manageriali", sta portando avanti l'iniziativa "in linea con il Dpcm della seconda fase emergenziale Covid-19, in linea con le direttive del Ministro dell'Istruzione Lucia Azzolina".
Il progetto, fa sapere ancora Castaldo, "malgrado la pandemia prevede, grazie all'impegno del direttore della struttura penitenziaria Carlo Berdini, vari corsi scolastici per scuola media e superiori, sempre da remoto, per detenuti con pene definitive di lunghi periodi, seguendo il Pon del Cpia". "L'Osapp - conclude Castaldo - elogia l'operato degli agenti della Polizia Penitenziaria di Poggioreale, veri e propri angeli blu in uniforme, che anche in questa circostanza stanno assolvendo al loro giuramento sacrificandosi".
Il Centro, 24 maggio 2020
Eseguiti i tamponi ai detenuti e agli agenti di polizia penitenziaria. Nessuno positivo nel carcere San Nicola di Avezzano dove sono stati eseguiti tamponi a tutto il personale di polizia penitenziaria e a tutta la popolazione carceraria.
La Casa circondariale di Avezzano è la prima ad aver raggiunto l'obiettivo del "processamento" di tutti i test e quindi della mappatura della situazione in ambito penitenziario. Da diversi giorni il mondo penitenziario della regione si ritrova al centro dell'attenzione per l'attivazione di un protocollo anti-covid che vede tutto il personale di polizia penitenziaria e sanitario sottoposto a tamponi. Negativi i 45 agenti in servizio nella casa circondariale di Avezzano, ma anche i 5 sanitari e i 65 detenuti.
L'istituto risulta essere quindi "covid-free", Un risultato raggiunto anche grazie al contributo della Uil e della Cisl, che hanno pressato affinché tutti fossero sottoposti a test. "Una bella notizia", secondo Franco Migliarini, segretario generale della Uil Pa Abruzzo e Mauro Nardella, segretario generale territoriale Uil-polizia penitenziaria, "che non può non tirare in ballo la vicenda riguardante i carabinieri di Avezzano a cui sarebbe stato vietato l'accesso alla mensa agenti.
Un servizio finora assicurato per il quale però ora sarebbe stata posta come condizione l'essere sottoposti a tampone anche da parte dei militari dell'Arma. Se il motivo è questo", precisano Migliarini e Nardella, "la vicenda ci esorta a dire che, a scanso di equivoci, visto che tutelare l'ambiente carcerario dal contagio risulta importante, male non sarebbe se la politica adottata nei confronti della polizia penitenziaria fosse estesa a tutti gli appartenenti delle forze dell'ordine". Infatti in carcere le forze di polizia non entrano solo, come nel caso di Avezzano, per la consumazione del pasto, ma anche e soprattutto per consegnare persone arrestate.
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