di Aboubakar Soumahoro
L'Espresso, 24 maggio 2020
Quello sui lavoratori da regolarizzare è stato un dibattito avvilente. Dove il cibo non era più al servizio delle persone, ma viceversa. Mentre i partiti, per mero calcolo politico, hanno giustificato come "utile" ciò che era semplicemente giusto.
"Disgraziatamente, non tardò a dimostrarsi l'inanità di tali voti, le aspettative del Governo e le previsioni della comunità scientifica andarono semplicemente a rotoli. La cecità stava dilagando, non come una marea repentina che tutto inondasse e spingesse avanti, ma come un'infiltrazione insidiosa di mille e uno rigagnoli inquietanti che, dopo aver inzuppato lentamente la terra, all'improvviso la sommergono completamente. Davanti all'allarme sociale, ormai sul punto di esserne travolte, le autorità promossero in tutta fretta riunioni mediche, soprattutto di oculisti e neurologi", scrisse il premio Nobel per la letteratura, José Saramago, in Cecità, un racconto narrato con fantastica maestria durante un'epidemia.
L'attuale pandemia del Covid-19, spogliandoci dallo superfluo, ci ha restituito la consapevolezza della fragilità dell'esistenza e della preziosità della vita. Infatti, l'abnegazione del personale medico - impegnato a sottrarre i malati (indipendentemente dalla provenienza geografica e dall'utilità economica) dalle grinfie della morte anche a costo della propria vita - è una nobile testimonianza dell'alto valore della Vita. Accanto a questo encomiabile impegno, è tuttavia avvilente vedere una politica impegnata in un'opera autoreferenziale, sul tema della regolarizzazione, per interessi economici e calcoli politico-elettoralistici, senza tenere conto della salvaguardia della Vita umana.
Tuttavia, l'Italia di Giuseppe Di Vittorio avrebbe dovuto vedere una politica impegnata, accanto al personale medico, a mettere in sicurezza la vita di tutti gli esseri umani presenti sul territorio nazionale. L'Italia di grandi statisti, architetti della nostra democrazia, avrebbe dovuto vedere una politica coesa nel concedere un permesso di soggiorno per "emergenza sanitaria" (convertibile in lavoro) a tutti quelli che ne sono sprovvisti al fine di permettergli di accedere ai servizi sanitari per la propria sicurezza e di quella di tutta la nostra comunità. L'Italia dei nostri padri fondatori avrebbe dovuto vedere una politica audace, coraggiosa e capace di emanciparsi dalla prigionia del consenso elettorale per il bene di tutti gli Esseri Umani.
Invece, il nostro grande paese ha assistito ad un dibattito politico sulla regolarizzazione per necessità di braccia al fine di salvare la frutta e la verdura. L'essere umano non deve essere al servizio del cibo ma è il cibo che deve essere al servizio dell'essere umano. Questa teoria della regolarizzazione delle braccia è frutto del paradigma utilitaristico che tende a "mettere i benefici al di sopra dell'uomo", come sostiene Papa Francesco. In un contesto di guerra contro il Covid-19, un simile dibattito politico, oltre ad essere decontestualizzato, è cinicamente disumano e lede profondamente alla dignità umana.
Tuttavia, la dialettica politica sulla regolarizzazione delle braccia (da impegnare in agricoltura per salvare la frutta e la verdura) necessità di alcune precisazioni alfine di avere un quadro più chiaro e esaustivo della situazione. A questo riguardo, occorre rammentare che il IX Rapporto annuale del Ministero del Lavoro rileva che l'82% dei lavoratori del settore agricolo sono italiani. Mentre l'11,4% dei lavoratori del settore è rappresentato da lavoratori regolarmente residente in Italia e provenienti in maggioranza da paesi non europei. Il restante 6,5% è costituito da lavoratori comunitari stagionali provenienti dai paesi dell'Est. Nella sua informativa urgente alle Camere del 16 aprile 2020 sulle iniziative di competenza per fronteggiare l'emergenza epidemiologica del Covid-19 la Ministra della Politiche agricole alimentari e forestali sottolineava che "le associazioni [datoriali] ci parlano di una carenza di manodopera stagionale tra le 270 e le 350mila unità" per questa raccolta stagionale.
A questo proposito, considerato che il governo si sta premurando di fare da agenzia di collocamento per gli agricoltori al fine di assicurare approvvigionamenti alla grande distribuzione organizzata (Gdo), forse si potrebbe pensare di fare una call pubblica (come quella fatta nei mesi scorsi per il personale medico) che precisa le condizioni di reclutamento. Per scongiurare il rischio di razzializare il lavoro della terra (che richiede specifiche competenze), questa call dovrebbe essere rivolta a tutti e non usare i percettori del reddito di cittadinanza denudando il lavoro salariato di dignità. Rispetto all'utilizzo delle braccia di questi percettori, credo sia superfluo rammentare che devono essere impegnati, seconda la declinazione del Ministero del Lavoro, in attività di pubblica utilità. Altrimenti sarebbe bizzarro pagare, con i soldi del contribuente, queste braccia da impegnare in campi privati.
Un altro aspetto sconcertante circa il dibattito politico sulla regolarizzazione è quello legato al tentativo di giustificare al proprio elettorato la necessità di salvare la vita degli esseri umani invisibili. Se occorre giustificare la necessità di salvare una vita umana, temo che dovremo interrogarci sullo stato di salute della nostra umanità. Una delle giustificazioni offerte per la regolarizzazione delle braccia da usare in agricoltura è quella di sottrarre i braccianti al caporalato e agli insediamenti rurali. La complessa realtà dello sfruttamento nella filiera agricola (un tema che doveva essere affrontato da molto tempo e che merita di essere approfondito in separata sede) non può essere trattato con semplicismo.
Purtroppo, si rischia di creare in questo modo aspettative che saranno inattese, visto che l'opinione pubblica sensibilizzata si aspetterà la fine del caporalato e degli insediamenti rurali con l'entrata in vigore della regolarizzazione delle braccia. A questo riguardo, vale la pena ricordare che Soumaila Sacko, un bracciante con un regolare permesso di soggiorno, è stato ucciso mentre raccoglieva lamiere per costruire una baracca di fortuna negli insediamenti nella Piana di Gioia tauro (Calabria). Soumaila Sacko, come molti braccianti con un regolare permesso di soggiorno e senza possibilità di essere iscritti all'anagrafe (precludendoli ad avere accesso ai servizi sanitari), vivono negli insediamenti non per mancanza di documenti ma anche per mancanza di soldi.
Quindi, se si desidera veramente combattere lo sfruttamento e il caporalato occorre avere l'audacia di rivedere lo strapotere della Gdo come segnala la direttiva Europea 633 del 2019 e l'indagine conoscitiva dell'Agcom del 2013. Tuttavia, è sorprendente vedere che il ruolo della Gdo continua a essere completamente assente dal dibattito politico sullo sfruttamento dei braccianti.
Un'iniziativa seria sulla regolarizzazione doveva essere pensata, ponderata, declinata e interpretata in relazione all'attuale contesto di pandemia al fine di proteggere tutti nessuno escluso (anche le vittime dei vari decreti (in) sicurezza ancora in vigore e della legge Bossi-Fini), dal Covid-19.
È complicato pensare di fare il tracciamento della pestilenza, anche attraverso applicazioni sofisticate, se si continua ad avere zone d'ombra nel nostro tessuto sociale costituite da esseri umani presenti sul territorio ma inesistenti per lo Stato. In un contesto di sfida sanitaria un provvedimento di regolarizzazione doveva essere varato per rispondere alle esigenze sanitarie ed essere un punto cardine nella strategia nazionale per tutelare la salute pubblica. Invece, questa regolarizzazione delle braccia decontestualizzata di fatto non ne tiene conto, rischiando così di essere adeguato per la salute pubblica e inappropriato per l'emergenza socio-lavorativa generata dalla pandemia. Tuttavia, questa regolarizzazione manca di capacità di rappresentare (attraverso una visione che pone al centro dell'azione politica l'essere umano prima ancora di essere un lavoratore) i bisogni, i dolori e le sofferenze degli esseri umani, sia concretamente che moralmente. Purtroppo, tutto ciò rischia di fagocitarci in un disorientamento caratterizzato come quello descritto da José Saramago in Cecità.
di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 24 maggio 2020
Il ministero degli Esteri aveva negato l'accesso ad alcuni atti nel presupposto che quelle informazioni fossero "suscettibili di recare pregiudizio concreto alla tutela delle relazioni internazionali dell'Italia". Ma il Consiglio di Stato non è d'accordo.
No perché no, non è un motivo per negare il controllo sull'utilizzo delle risorse pubbliche. No perché altrimenti si fa un danno alla patria, nemmeno. Dal Consiglio di Stato, che ribalta l'iniziale diniego del Tar Lazio, arriva una spinta all'accesso civico anche agli atti delle agenzie delle Nazioni Unite quando a erogare ad esse denaro sia il governo italiano: i giudici amministrativi, accogliendo l'appello dell'Asgi, hanno infatti annullato i provvedimenti con i quali nel 2019 il ministero degli Esteri si era rifiutato di esibire i documenti sull'accordo con l'Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), nel quale nel 2017 l'Italia si impegnava a versarle 18 milioni per finanziare il rimpatrio di migranti che accettassero di rientrare nei Paesi di origine con un piccolo capitale per avviare una micro-impresa.
Il Ministero aveva negato l'accesso agli atti "in considerazione delle condizioni estremamente delicate nelle quali Oim opera in Libia", e nel presupposto che quelle informazioni fossero "suscettibili di recare pregiudizio concreto alla tutela delle relazioni internazionali dell'Italia", al punto da potersi "tradurre in una sostanziale e immediata riduzione del ruolo dell'Italia nei Paesi in cui opera insieme all'Oim, in particolare in Libia".
Ma questo presupposto, osserva ora la sentenza della IV sezione del Consiglio di Stato redatta da Francesco Gambato Spisani, deve poter essere controllato caso per caso, specie se il governo non ha apposto, come avrebbe potuto, un formale segreto: scelta che "però - rimarca la sentenza - è evidente richieda un atto espresso, con assunzione della relativa responsabilità, nel caso limite del segreto di Stato, anche politica". Senza la quale, invece, "sussiste un contrario oggettivo interesse a prevenire la mala gestione di questi fondi, ricostruendo dall'origine motivazioni e destinazioni delle risorse".
di Giuseppe De Rita
Corriere della Sera, 24 maggio 2020
Nella storia d'Italia le tentazioni al conflitto interno sono state più che frequenti, ma non vanno sottovalutate in vista di mesi difficili sul piano economico e sociopolitico.
Ho vissuto con un certo distacco la recente pandemia da coronavirus, visto che essa ha toccato marginalmente le zone di mia più frequente presenza (dal Molise all'Umbria, dalla Basilicata a Roma) ma lontane dalla cupa drammaticità delle zone cosiddette rosse. Non è stato naturalmente un privilegio di casta, ma una fortunata contingenza, garantita dalla tradizionale differenziazione geografica e socioeconomica del nostro Paese, una differenziazione da me spesso verificata; e talvolta cantata nel lavoro di ricerca; e sempre indicata come paradigma di riferimento per ogni processo e intervento di sviluppo. L'avrei suggerita anche per il fronteggiamento della pandemia, ma si è preferita una prudente uniformità d'azione. Una uniformità che si è accompagnata al diffondersi altrettanto uniforme di tre sentimenti collettivi: la paura del contagio; la rabbia contro i disertori nella battaglia contro il contagio; e la propensione a dividersi anche nelle attuali speciali contingenze.
Anzitutto la paura, ampiamente circolata non solo nelle zone più esposte al contagio, ma in città, in paesi, in borghi dove il coronavirus non si è neppure affacciato. Tutti in casa; con le porte serrate, anche ai condomini ("magari salutiamoci dalla finestra"); la spesa fatta solo per telefono; un profluvio di mascherine, anche in luoghi di improbabile pericolo; e la resistenza istintiva a ogni significativa relazione interpersonale.
La dichiarazione dello "stato di emergenza" ha funzionato come una dichiarazione di guerra e tutti hanno pensato di vivere una paura da guerra, non avendo però personale ricordo del terrore causato dal volo di centinaia di fortezze volanti e delle migliaia di bombe da esse sganciate, mentre a terra le motociclette delle SS sparavano ad altezza d'uomo.
Mi sono spesso domandato nelle scorse settimane perché i cittadini di Roma o di Matera dovessero vivere in una paura irrefrenabile del coronavirus. E non ho trovato risposta sul puro piano del ragionamento: la paura è stata una esplosione antropologica, quasi misteriosa, ed è stato inutile cercare di far ragionare nove su dieci dei miei amici umbri, romani, meridionali. Mi è capitato, nella notte del recente terremoto a Roma, di veder scendere in strada persone che indossavano la mascherina alle 5 del mattino. L'ho fatto notare quasi per scherzo e sono stato guardato con rabbia, quasi con astio.
Una rabbia diffusa ha infatti accompagnato la paura legittimando piccoli e grandi episodi di denuncia e di disprezzo per chi attentava alla collettiva difesa dal contagio. Mi sono arrivati rimproveri di ogni tipo: per la presunzione di continuare a lavorare, o per la libertà di una visita in chiesa; fino ad arrivare al vecchietto sconosciuto che battendo con forza il suo bastone sulla mia auto urlava "delinquente, è uscito senza mascherina, arrestatelo" a un vigile urbano alquanto interdetto. Forse sono stato sfortunato nel vivere in un ettaro di vicinato nervoso, ma ho respirato a pieni polmoni la "rabbia da paura", che è stata la cifra psicologica collettiva di questi ultimi mesi; di cui qualche scoria negativa certo resterà.
Anche perché paura e rabbia hanno innescato un terzo sentimento collettivo: la propensione a dividerci. È vero che nella storia d'Italia le tentazioni divisive sono state più che frequenti; ma avrei sperato nella pandemia potessimo rifiutarle, ritrovando senso e cammino comune. E invece no, ci siamo divisi fra chi ha avuto paura e chi no; chi si fidava dei virologi e chi no; chi si arrabbiava sul possesso delle mascherine o no; chi voleva la riapertura delle imprese e chi no; chi accettava la selezione degli "affetti stabili" e chi ci ironizzava su; chi stigmatizzava ogni assembramento e chi invece trovava modo di scendere in piazza, chi ritiene che non si poteva reagire meglio e chi comincia a pensare ad attribuzione di colpe e danni. Anche stavolta non siamo sfuggiti all'antropologica tendenza alla divisione, pur se paradossalmente vissuta in un periodo di pace domestica e di inerzia delle emozioni.
Non sottovalutiamo questa coazione a dividerci: ci aspettano infatti mesi difficili sul piano economico e verosimilmente sociopolitico, dove avremo più paura (di riduzione dei redditi come del lavoro); e avremo più squilibri e diseguaglianze fra diversi strati della popolazione. Potremo dover fronteggiare un insieme di conflitti sociali (alcuni prevedono rivolte); e alla rabbia da paura potrebbe subentrare una rabbia da indigenza che sarebbe bene evitare.
Magari non ripetendo l'uniformità di intervento messo in atto nella pandemia (se ne avverte il contagio nella propensione ad usare lo strumento dell'assistenzialismo a pioggia) ma piuttosto con una puntuale conoscenza delle diverse realtà territoriali, articolando analisi e interventi, unica strada per non lasciare che paura e rabbia diventino pandemie.
di Massimiliano Craus
Corriere del Mezzogiorno, 24 maggio 2020
La danza ha donato sollievo alle detenute del carcere femminile di Benevento per volontà della Questura. Nella casa circondariale sannita la coreografa e direttrice artistica del Balletto di Benevento Carmen Castiello ha realizzato un progetto di attività corporea con la coreografia "Oblivion", seguendo il protocollo usato nel carcere di massima sicurezza filippino di Cebu.
Sei detenute e quattro ballerine dell'ensemble diretto dalla Castiello si sono esibite dopo un graduale percorso di danza che la stessa coreografa ha descritto come "un laboratorio del movimento e della musica che ha offerto loro la possibilità di appropriarsi di uno spazio interiore e di liberarsi, approdando ad una sensazione di libertà.
Nei nostri incontri e nel loro raccontarsi, affiorava la paura di dimenticare il volto dei propri cari, del mare, del vento e degli odori della vita. Così attraverso i suoni cercavamo suggestioni ed alla sofferenza seguivano abbracci e condivisioni, momenti di dolore e felicità. E da lì la danza che le ha viste protagoniste in scena con le interpreti del Balletto di Benevento": Odette e Giselle Marucci, Ilaria Mandato e Lucrezia Delli Veneri.
di Monica Ricci Sargentini
Corriere della Sera, 24 maggio 2020
Gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni a 33 società e istituzioni della Repubblica Popolare Cinese per violazioni dei diritti umani a Xinjiang sugli uiguri. Lo ha annunciato il Dipartimento del Commercio, sottolineando che le aziende incontreranno restrizioni nell'accedere alla tecnologia americana. I provvedimenti colpiranno l'Istituto di scienza forense del ministero della Pubblica sicurezza cinese e la compagnia Aksu Huafu Textiles, accusate di "violazioni e abusi dei diritti umani". Altre sette aziende saranno sanzionate per aver rafforzato le attività di sorveglianza nello Xinjiang, con l'imposizione di restrizioni alle esportazioni in Usa.
"Si tratta - scrive il dipartimento di Stato - di nove entità che sono complici di violazioni e abusi dei diritti umani commessi nel quadro di una campagna di repressione, di detenzione arbitraria e di sorveglianza ad alta tecnologia contro la comunità uigura e kazaka e contro altre minoranze musulmane nella Regione autonoma uigura dello Xinjiang". Nella lista delle sanzioni sono poi state inserite altre 24 entità che hanno "sostenuto l'acquisizione di prodotti per le forze armate cinesi" e che sono specializzate, in particolare, in intelligenza artificiale e in tecnologie per il riconoscimento facciale. Tra queste una delle più famose è NetPosa.
La lista nera viene varata proprio mentre il Congresso cinese discute le nuove norme sulla Sicurezza Nazionale che dovranno entrare in vigore ad Hong Kong: saranno vietate manifestazioni "sediziose" e "interferenze dall'estero" e si darà via libera alla censura. Misure che fanno vacillare il principio "Un Paese due sistemi". La settimana prossima la Camera dei Rappresentanti americana dovrebbe votare una misura che impone sanzioni ai funzionari cinesi per le violazioni dei diritti umani contro la minoranza musulmana degli uiguri. Il provvedimento è stato approvato dal Senato a maggioranza repubblicana il 14 maggio e chiede la chiusura dei campi in cui sono tenuti gli uiguri e richiede che il presidente Donald Trump imponga sanzioni e revochi i visti dei funzionari responsabili delle violazioni.
di Loretta Bricchi Lee
Avvenire, 24 maggio 2020
Per metà della detenzione nel braccio della morte, poi per le sue condizioni è sfuggito al boia in Georgia. L'afroamericano subì discriminazioni razziali. Johnny Lee Gates, 63 anni, è libero dopo 43 anni di carcere, 26 dei quali trascorsi nel braccio della morte in Georgia. Condannato nel 1977 per omicidio, stupro e rapina, l'afroamericano 63enne si è sempre detto estraneo all'uccisione di Katharina Wright. Ma il suo quoziente intellettivo di 65 lo aveva portato prima a contraddirsi poi, secondo gli inquirenti, a confessare e alla fine (in base a quanto affermato) a essere condannato a morte: pena evitata e commutata in ergastolo solo in quanto l'esecuzione di un disabile mentale è anticostituzionale. La scoperta di ulteriori prove e l'accertamento della discriminazione razziale subita, gli avevano garantito un nuovo processo.
Nel 2015 il Georgia Innocence Project (l'organismo indipendente di avvocati che assiste i condannati e spesso riesce a far riesaminare i casi) era riuscito a chiedere nuovi test del Dna su due elementi di prova: una cravatta del marito e una cintura di accappatoio con cui, secondo la giuria del 1977, Gates aveva soffocato Katarina Wright. Il Dna rinvenuto era di almeno cinque persone diverse, ma non di Johnny Gates.
I legali gli sono stati molto vicini e per ottenere la libertà Gates ha accettato il cosiddetto "patteggiamento Alford": una procedura per cui il ricorrente non dichiara la sua colpevolezza ma ammette che la procura ha avuto a disposizione sufficienti prove per condannarlo. Sulla base del patteggiamento, Gates è stato condannato a 40 anni per omicidio colposo. Avendone già scontati 43, è tornato in libertà
di Francesca Sironi
L'Espresso, 24 maggio 2020
"Lavoriamo come in un formicaio. Qui non sappiamo neanche cosa sia un contratto di lavoro". Con una paga di tre euro netti l'ora pagano 120 al mese d'affitto agli stessi padroni per dormire con altri 40 in una baracca di lamiera e cartone. Senz'acqua potabile, e con un unico bagno. Ecco le loro testimonianze.
"Ma cosa volete che sia il Covid? È solo una minaccia in più. Fra le altre. "Lavoriamo come schiavi da sempre e con il coronavirus le cose sono solo peggiorate. Parlo tutti i giorni con gli indiani e i bangladesi, e sono tutti reclutati ogni mattina tramite furgoncini da caporali che sono agli ordini del padrone. Caricano lavoratori pronti a rompersi la schiena e a respirare i veleni che diffondiamo sotto le serre senza mascherine e guanti. Ho visto anche questa mattina furgoncini scaricare ognuno venti persone. E domani mattina accadrà lo stesso.
È pieno ovunque. Le mascherine non ci sono mai state date, i guanti ce li compriamo noi e raccogliamo tutti ammucchiati. Non si può lasciare il prodotto sulla pianta. Il padrone ti caccia se fai una cosa del genere. Altro che distanziamento. Lavoriamo come in un formicaio. Sono settimane che nonostante il coronavirus io lavoro ammucchiato per raccogliere carote e rape tra Sabaudia, San Felice Circeo e Terracina. Lavorano tutti a nero. Qui non sappiamo neanche cosa sia un contratto di lavoro".
Quello sui lavoratori da regolarizzare è stato un dibattito avvilente. Dove il cibo non era più al servizio delle persone, ma viceversa. Mentre i partiti, per mero calcolo politico, hanno giustificato come "utile" ciò che era semplicemente giusto. Benedetto, nome di fantasia, ha 45 anni. Da quando ne ha sedici lavora nelle campagne dell'Agro Pontino, la terra di bonifica del Lazio su cui si piegano ogni mattina migliaia di braccianti.
In gran parte pagati in modo irregolare: o completamente in nero, oppure sotto contratti da cui risultano meno ore di quelle effettivamente impiegate. Così anche per i lavoratori formalmente contrattualizzati a nove euro lordi all'ora, come da norma, i compensi reali e le tutele sono in realtà molto inferiori. "I padroni pagano, corrompono tutti, pagano anche la camorra per garantirgli protezione e poi si rifanno su noi avvelenandoci e spremendoci come limoni. I controlli sono rarissimi e tranne alcune eccezioni spesso gli ispettori si fanno solo delle passeggiate in campagna senza controllare seriamente come lavoriamo e quanto veniamo pagati".
Marco Omizzolo è il ricercatore Eurispes e presidente dell'associazione "in Migrazione" che ha supportato i braccianti Sikh di Latina nel loro primo sciopero tre anni fa. Non ha mai smesso di tenere contatti con mediatori e lavoranti agricoli: segue Benedetto da anni, e con lui gli extracomunitari che si trovano ai margini dei margini. "Perché sono persone escluse da qualsiasi politica. Non parlano la lingua, non hanno accesso a informazioni e risorse", riflette Omizzolo: "Sanno del Covid, ma abbiamo dovuto portare noi cinquemila mascherine nei campi, e spiegare loro i contenuti dei decreti, grazie a dei mediatori, altrimenti non avrebbero capito come comportarsi. Ai caporali ovviamente non interessa della loro salute".
Interessa altro: "L'emergenza coronavirus ha impoverito molti settori, nel Lazio e non solo. Quello zootecnico, ad esempio, perché latte e mozzarelle erano acquistate soprattutto dai ristoratori. La domanda crollata delle pizzerie non è stata compensata dai consumi al supermercato. Chi si occupa degli allevamenti sta scivolando così nella povertà", spiega Omizzolo. "Ma il settore dell'ortofrutta invece ha aumentato gli ordini. Caricandone il peso solo sui lavoratori: i caporali chiedono orari più lunghi e intensi. Il business dell'agro-mafia in Italia vale secondo le nostre stime 25 miliardi di euro".
L'osservatorio Placido Rizzotto della federazione agro-industriali (Flai) della Cgil stima che nei campi italiani lavorino almeno 220 mila stranieri irregolari. "160 mila sono i braccianti che vivono nei ghetti o negli accampamenti informali", spiega il responsabile Jean-Renè Bilongo: "A questi vanno aggiunti i richiedenti asilo che avevano una protezione internazionale decaduta con i decreti sicurezza di Salvini, e gli stagionali rimasti in attesa del decreto flussi".
Bah Ibraim arriva dal Gambia. Da un anno e mezzo raccoglie pomodori in un'azienda agricola della zona di Foggia, senza contratto. Prende tre euro netti l'ora. Ma deve pagarne 120 al mese d'affitto agli stessi padroni per dormire con altri 40 in una baracca di lamiera e cartone. Senz'acqua potabile, e con un unico bagno. Per loro l'emergenza virus è stata solo un surplus di paura: del contagio, sì, ma soprattutto della strada. Non si spostano quasi mai, temendo controlli di polizia, e quindi il rischio di essere espulsi. Il Covid li ha chiusi in un pezzo di terra da cui non si spostano nemmeno per fare un giro in paese.
Muca invece è nato a Lushnje, una cittadina a Sud di Tirana. Vive nella zona di Caserta da cinque anni, insieme a zii, cugini e parenti. Tutti, in famiglia, sono braccianti. Muca è senza documenti. Un'azienda dell'Agro Falerno ha provato più volte a regolarizzarlo come stagionale. "Ma le quote riservate nei decreti flussi alla nazionalità albanese in Campania sono irrisorie", spiegano i sindacalisti che sono in contatto con lui ogni giorno in attesa della sanatoria: "È mortificante e disumano". Per l'emergenza sanitaria, il proprietario agricolo ha chiesto a tutti i lavoratori di arrivare ai campi con mezzi propri. Quanti sono senza documenti si sentono così doppiamente braccati: mentre temono in bici di raggiungere le serre. E mentre sgobbano per ore pagati la metà di quanto previsto.
"Qui fra Lagosanto e Ferrara è sempre più difficile entrare in contatto con le donne rumene che raccolgono fragole e asparagi. Perché da mesi praticamente non escono mai dai vivai dove lavorano e abitano. Gia prima si affacciavano in paese solo per fare la spesa. Ora nemmeno quello". Dario Alba segue da anni le terre basse del Delta per la Flai Cgil, dove la maggior parte del raccolto è garantito grazie alle madri che arrivano apposta dalla Romania per infangarsi le mani e mandare i soldi a casa prima di rientrare.
"Quando è scoppiato il focolaio in Lombardia e si è iniziato a parlare di chiusura dei confini, moltissime sono scappate", racconta: "Erano disperate. Dicevano: non vogliamo morire in Italia. Alcune imprese hanno organizzato pullman che attraversavano le regioni del Nord e le riportavano dalle famiglie. È stato drammatico". Tante sono rimaste però. "E a loro i padroni chiedono di lavorare di più.
L'Emilia-Romagna si è fatta promotrice di un portale dove si possono incontrare domanda e offerta di impieghi agricoli. È un'iniziativa meritevole, e che chiediamo da tempo, perché il pubblico partecipi all'intermediazione per evitare infiltrazioni mafiose e sfruttamento, come prevede la legge del 2016 sul caporalato", continua: "Sulla piattaforma si sono iscritti anche molti italiani che hanno perso impiego per il Covid: ex baristi, disoccupati. Ma nelle campagne i padroni stanno chiedendo più sforzi agli stranieri, considerati più abituati a un lavoro ingrato e pesante".
di Djamila Ribeiro*
Il Manifesto, 24 maggio 2020
Durante la pandemia il sabotaggio dei vari programmi sociali è diventato definitivo. Per l'emergenza, aiuti statali pari a 100 euro mensili ma perlopiù inaccessibili. In un Paese in cui i femminicidi e le aggressioni in ambito domestico sono già molto elevate, si registra nelle ultime settimane un aumento preoccupante.
Il Brasile è immerso in una profonda crisi. Fino a poco tempo fa, i giornali del Paese diffondevano ogni giorno notizie sulla situazione e numeri dei morti in Italia. Al di là dell'evidente tragedia che il Paese ha attraversato e ancora attraversa, l'obiettivo del messaggio diffuso in Brasile era parlare delle misure di isolamento, punto su cui, nonostante la raccomandazione delle autorità sanitarie, a oggi non c'è una pacifica intesa.
Fra le varie ragioni merita sottolineare la posizione del capo del governo, Jair Bolsonaro. Di formazione militare ed eletto in una consultazione contestata - sia per lo scandalo della divulgazione di massa di fake-news su WhatsApp, sia per la retorica dell'odio nell'esaltazione dei sentimenti coloniali della sua base elettorale di persone bianche - Bolsonaro è stato avvantaggiato direttamente dall'allora giudice Sergio Moro. Questi escluse la candidatura del favorito nei sondaggi, l'ex presidente Luiz Inacio Lula da Silva, e in seguito ha assunto l'incarico di ministro di Bolsonaro, eletto nel contesto di quella frode.
A un anno e cinque mesi dall'insediamento, il presidente e la sua cerchia sono responsabili di aver portato il Paese in una profonda crisi amministrativa, politica e della salute pubblica. Oggi in Brasile sui giornali nazionali si parla poco dell'Italia, mentre online spesso si sente dire che qui non abbiamo solo il Covid-19, ma anche Bolsonaro.
Il suo mandato ha rafforzato le oppressioni storiche. Dopo 13 anni di coalizione progressista che aveva tenuto conto di istanze storiche del movimento nero e sviluppato importanti politiche sull'istruzione (la creazione di università pubbliche, l'adozione delle quote razziali e l'esenzione fiscale per le università private aderenti al programma governativo sulle rette gratuite per gli studenti poveri), il cambiamento ha prodotto una situazione scomoda per il "patto narcisistico della bianchezza". Un'espressione brillante, coniata dalla ricercatrice nera brasiliana Cida Bento, in riferimento al patto sotteso tra persone bianche che tra loro si elogiano, si assumono, si premiano, si proteggono.
Sospinto dalla rabbia bianca per l'ascesa delle fasce popolari e appoggiato dal discorso religioso oscurantista delle chiese neopentecostali e cattoliche, il governo Bolsonaro ha promosso il taglio di migliaia di borse ai ricercatori, per moltissimi unica fonte di sostentamento, e il congelamento dei versamenti alle università, loro prima fonte di bilancio.
Capire che le diseguaglianze non dipendono dalla provvidenza, ma sono la conseguenza di storiche oppressioni, ci offre un importante punto di analisi. Le identità attraversate dalle oppressioni di razza, classe e genere posizionano la donna nera alla base della piramide sociale, dove subisce in modo sproporzionato l'impatto di questi e altri arretramenti.
Per esempio, desta attenzione l'aumento del già elevato indice di violenza domestica. I numeri sono sempre stati scioccanti, in un Paese dove il ministero della Salute calcola che una donna viene aggredita ogni 4 minuti e negli ultimi anni i femminicidi di donne nere in ambiente domestico sono aumentati del 54%, mentre quelli di donne bianche sono diminuiti del 10%. Il dato mostra quanto sia fondamentale pensare in termini di razza quando si formulano politiche pubbliche. Invece, oltre a essere impreparato sotto questo punto di vista, il governo ha tagliato gli investimenti a tutte le politiche destinate alle donne. Stiamo parlando di una riduzione da 119 milioni di Reais (circa 20 milioni di euro, nell'assurda quotazione di 6 a 1 della moneta brasiliana) nel 2015 a 5,3 milioni di Reais nel 2019.
Nel pieno di questo attacco alle donne è arrivata la pandemia, con un aumento del 35% dei casi di denunce di violenza domestica, con il forte sospetto di sotto-rappresentazione. A ciò si sommano molte altre violenze, difficilmente riassumibili in un articolo, tra cui l'attacco alla popolazione indigena, il sovraffollamento carcerario sotto minaccia imminente di strage, la totale mancanza di riforme dell'austerità. In materia di assistenza sociale, a oltre un milione e mezzo di famiglie è stato sospeso l'aiuto economico mensile, che può arrivare a 45 euro. Il programma "Bolsa Família", premiato a livello internazionale e capace di innescare trasformazioni sociali nelle secolari strutture diseguali del Paese, oggi viene strangolato. Con l'arrivo della pandemia, dopo molte proteste e a malincuore, il governo ha approvato aiuti d'emergenza alle famiglie bisognose, un versamento mensile di circa 100 euro, molti dei quali non vengono concessi. Il sabotaggio di vari programmi sociali è accompagnato dalla pratica politica neoliberale di smantellamento dello Stato per consegnarne quote alla privatizzazione.
È curioso vedere come, in generale, le istituzioni europee restino scioccate dalla brutalità di Bolsonaro, ma fino a un certo limite. Questo limite è molto evidente nelle proprietà e nelle ricchezze naturali brasiliane privatizzate al prezzo di colonie per gruppi finanziari statunitensi, cinesi o - guarda un po' - europei. Sotto un comandante militare, burattino su cui ricade la denuncia degli orrori umanitari che il suo gruppo promuove e servile rispetto agli interessi delle agende economiche sfruttatrici dell'emisfero nord, vediamo che il ciclo coloniale si reinventa come meccanismo. Capire le radici coloniali è un passo importante per comprendere il presente. I governi che così tanto guadagnano con la miseria del Brasile che cosa restituiscono al Paese in politiche e agende umanitarie?
Se non fosse per la pandemia, in questi giorni sarei in Italia (per il lancio del suo libro Il luogo della parola, tradotto dall'editrice Capovolte, ndr). Spero di venirci presto, per discutere di questo e altri temi. Fino ad allora, continueremo il lavoro di denuncia di questo governo e delle agende internazionali responsabili di mantenerlo al potere mentre fustiga i gruppi sociali che storicamente resistono al sistema coloniale ancora vigente in Brasile.
di Federica Olivo
huffingtonpost.it, 23 maggio 2020
"L'Italia non è il Paese della dolcezza delle pene" si legge nel report annuale. Un detenuto su tre in carcere per droga. Il 33% attende il giudizio. Sono 747 i detenuti al 41bis, aumentano gli ergastolani.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 23 maggio 2020
Il capo del Dap, Dino Petralia, alla presentazione del Rapporto dell'associazione. Durante la presentazione del sedicesimo rapporto di Antigone sulle carceri, significativo l'intervento del neo capo del Dap Dino Petralia.
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