di Marco Conti
Il Messaggero, 25 maggio 2020
Il ministro dopo lo scandalo intercettazioni che ha travolto il sindacato: "È un terremoto". Travolta dalle intercettazioni l'Anm, o meglio le correnti interne, cercano di trascinare con sé il Csm e c'è anche chi invoca il presidente della Repubblica Sergio Mattarella al quale si chiede di sciogliere l'attuale Consiglio Superiore della magistratura pur non avendo il Capo dello Stato nessun potere di mandare a casa il vicepresidente Davide Ermini e i suoi consiglieri.
di Virginia Piccolillo
Corriere della Sera, 25 maggio 2020
Il presidente dimissionario dell'Anm: "Fin quando ai magistrati interessa più la carriera che il lavoro il problema c'è... serve uno sforzo diffuso di coraggio e di un'assunzione di responsabilità di tutti"
Luca Poniz, perché si è dimesso da presidente dell'Associazione nazionale magistrati?
"Non certo per responsabilità nella vicenda emersa dalle intercettazioni di Luca Palamara, perché non ne ho in alcun modo. Ma perché per affrontarla non ci sono più le condizioni".
Quali condizioni?
"Innanzitutto la coesione tra le componenti della giunta. A ciò si aggiunge la timida reazione di Unicost riguardo alle presunte conversazioni di magistrati anche della stessa quella corrente con Palamara che ci ha fatto capire come non ci siano più le condizioni né per un'azione politica piena, in linea con quanto detto e proposto nei mesi precedenti, nè per la questione morale.".
C'è chi vi accusa di non averlo fatto neanche prima. Non è così?
"No. Abbiamo chiesto e ottenuto le dimissioni di consiglieri Csm, e del procuratore generale di Cassazione. Certo non abbiamo potere legislativo, ma di proposta. E dopo le prime intercettazioni ne abbiamo fatte alcune importanti al ministro della Giustizia".
Ad esempio?
"Sulla riforma del Csm e sui meccanismi di elezione. Sugli incarichi apicali: nessuno dopo averlo ottenuto sembra essere disponibile a tornare a svolgere la funzione prima svolta, in linea con il modello di "magistrati senza carriera" disegnato dalla Costituzione. E appena nominato in certi ruoli apicali può addirittura concorrere a un altro".
Basta secondo lei per correggere il quadro che emerge dalle intercettazioni, di una pletora di magistrati raccomandati?
"Fin quando a molti magistrati sembra interessare prevalentemente la carriera, vista più come appagamento di ambizione che nella logica del servizio, il problema c'è. Questo l'ho detto dall'inizio del mio mandato. Ma per questo serve uno sforzo diffuso di coraggio e un'assunzione di responsabilità collettiva".
Claudio Martelli pensa che invece serva sciogliere l'Anm. Non è così?
"L'unico che riuscì a ottenerlo fu il regime fascista. Queste smemoratezze sono pericolose. Noi ci siamo dimessi anche per tutelare l'Anm, che non rischia nessuno scioglimento, anche se c'è chi lo vorrebbe".
C'è chi accusa la magistratura di chiedere indipendenza dal potere politico, ma poi di rivolgersi ad esso per appoggi. Si possono evitare commistioni improprie?
"Il rapporto con la politica è già disegnato nelle regole di composizione del Csm quanto al rapporto tra componente togata e laica. La relazione dovrebbe esaurirsi lì. Due magistrati possono certamente vedersi a cena e magari continuare a confrontarsi su nomine, certo non può avere voce una persona esterna al Csm. Si discute molto dei togati, ma non ci si preoccupa che negli anni la stessa componente laica ha non di rado espresso candidati molto più vicini alla politica attiva di quanto fosse in passato. Quanto alla crisi dello scorso anno, evidenzio che il presidente della Repubblica ha indicato con nettezza il percorso per il ripristino della legalità".
In queste ore alcuni criticano un mancato intervento del capo dello Stato.
"L'equilibrio e la saggezza istituzionale mostrata sempre dal Presidente sono rassicuranti per tutti. Trovo sempre irrispettoso del ruolo del Presidente suggerirgli un intervento, o peggio la linea di esso".
C'è una intercettazione al centro delle polemiche del centrodestra, nella quale si parla di un intervento politico della magistratura contro Matteo Salvini, utilizzando l'incriminazione per sequestro di persona nei confronti dei migranti. Cosa ne pensa?
"Quando avremo conoscenza completa di quella conversazione e delle altre potremo parlare meglio e a lungo. Noi abbiamo chiesto quelle chat e i colloqui intercettati, ancora prima che venissero pubblicate sui giornali, ma non ce li hanno purtroppo ancora mandati".
A quale titolo li avete chiesti?
"Come Anm siamo una potenziale parte lesa. Mi chiedo a quale titolo processuale l'abbiano avuta i giornalisti prima di noi".
Lunedì si riunisce di nuovo il comitato direttivo. Potreste ritirare le dimissioni?
"No. Siamo indisponibili a qualsiasi nuova giunta politica. La nostra era già in prorogatio: le elezioni erano state rinviate a causa del Covid. Da quando siamo stati eletti 4 anni fa sembra passato un secolo. Serve chiarezza, spiegare ai magistrati cosa si vuole fare, e avere da loro un mandato forte. Che noi oggi non abbiamo più".
di Liana Milella
La Repubblica, 25 maggio 2020
Scambi di accuse tra il presidente Poniz e il segretario Caputo. Interviene Bonafede: "Riforma Csm subito". Via libera di Zingaretti. Non è cambiato niente. Proprio come un anno fa lo scandalo Palamara sta travolgendo la magistratura.
Il Guardasigilli Bonafede corre ai ripari e rilancia la riforma del Csm, ma lo stesso Csm e l'Anm, il sindacato delle toghe, sono lacerati dallo scontro tra le correnti. Sul Csm mette la mano il capo dello Stato, e dello stesso Csm, Mattarella perché un organo costituzionale non si può sciogliere dall'esterno e a breve, a Perugia, comincerà l'udienza preliminare del processo per corruzione a Palamara. Ma il terremoto squassa e azzera l'Anm.
Tre anni di chat di Luca Palamara - che l'ex pm di Roma, pur sapendo di essere sotto inchiesta a Perugia, non ha mai distrutto - svelano toghe alla continua ricerca di posti, pronte agli sgambetti, ma anche alla delegittimazione dei colleghi. Proprio le chat esplodono nell'Anm. Ecco che il presidente Luca Poniz, della sinistra di Area, sabato accusa pesantemente Unicost: "Volete solo proteggere i vostri". Che sono finiti nelle chat a mendicare posti. Replica il segretario Giuliano Caputo di Unicost: "Dici bugie, tu vuoi solo candidarti di nuovo".
Perché a ottobre, online, si eleggeranno i nuovi componenti. In una guerra tra correnti che non ha precedenti nella storia della magistratura. Se lo spettacolo è questo, ed è un brutto spettacolo, il Guardasigilli Alfonso Bonafede non poteva stare a guardare. Come gli rimprovera la sua, da sempre antagonista, Giulia Bongiorno della Lega. Bonafede dice "basta", parla di "terremoto" nella magistratura. Dà la "risposta tempestiva" che serve, la riforma del Csm. L'annuncia con il solito post su Fb perché "non si può più attendere".
Una riforma che avrebbe potuto essere legge già da due anni perché Bonafede l'aveva già inserita nella riforma della giustizia presentata col governo gialloverde. Allora chiedeva il sorteggio per eleggere i togati del Csm, oggi propone una soluzione più blanda, piccoli collegi uninominali. Poi regole rigide per le nomine. Infine lo stop alle cosiddette porte girevoli (chi entra in politica non torna in magistratura). Bonafede le definisce "innovazioni non rinviabili su cui le istituzioni non devono dividersi ma, al contrario, devono compattarsi".
Arriva il via libera del Pd con il segretario Zingaretti: "C'è bisogno di una riforma del Csm ed è colpa della politica non averla fatta e scandalizzarsi di regole che non vanno bene. Il prossimo step deve essere in tempi rapidissimi una riforma del Csm". Ma quanto ci vorrà per approvare la riforma? Un anno? E nel frattempo?
Passeremo un'estate guardando il film dello scontro sanguinoso tra le correnti. In cui le chat di Palamara scansionano le fasi. Sabato 16 maggio. Esce il WhatsApp di Palamara in cui un componente del direttivo Anm, Angelo Renna di Unicost, pm a Milano, il 17 ottobre del 2017, scrive: "Se riuscite a fottere la Savoia sarebbe un bel colpo". Lei, di Area, è giudice a Milano, ma anche componente del parlamentino dell'Anm.
Domenica 17 Unicost costringe Renna alle dimissioni. Ma in settimana, chat dopo chat, i nomi di Unicost crescono. Ecco Alessandra Salvadori, giudice a Torino, il cui marito Onelio Dodero, nel 2018 corre, e ottiene, la procura di Cuneo. Lei è vice presidente Anm. Ancora: spunta il nome di Bianca Ferramosca, pure in Anm, che a luglio 2018 ringrazia Palamara perché a Roma è diventata presidente di sezione del tribunale.
Poi quello dell'ex presidente Anm Francesco Minisci. Giusto giovedì al Csm Area s'intesta la battaglia per trasferire dalla Dna Cesare Sirignano, toga di Unicost. Escono anche nomi di magistrati di Area, però non in Anm. La guerra diventa nucleare. Unicost trema perché con Renna potrebbero cadere pure tutti gli altri. Area s'impunta, via Renna subito.
E scuse a Savoia. Poniz non retrocede dall'idea di ricandidarsi. Unicost non ci sta. Crolla tutto. Perché la campagna elettorale per il voto del 18 ottobre (che si sarebbe dovuto tenere già il 22 marzo) è un tutti contro tutti.
di Carlo Fusi
Il Dubbio, 25 maggio 2020
Dall'azzeramento dell'Anm, alle intercettazioni dei magistrati contro Salvini, iniziano i sette giorni più difficili per la giustizia italiana. A poco meno di un anno di distanza dallo scandalo che investì Luca Palamara e il Csm, è di nuovo bufera sulla giustizia.
di Nicola Mirenzi
huffingtonpost.it, 25 maggio 2020
Intervista all'ex procuratore di Roma, Giuseppe Pignatone, che invita giuristi, filosofi e antropologi ad avviare un dibattito per riformare una giustizia che non regge più. Dopo quarantacinque anni di servizio nella magistratura si è convinto che bisogna mettere un punto: "L'idea che attraverso il diritto penale si possano risolvere i problemi della vita associata ha avuto effetti perversi. Sono anni che la politica scarica così sulla giustizia questioni che le competono e non riesce ad affrontare altrimenti.
rai.it, 25 maggio 2020
Ministero dell'Istruzione e Rai aprono in tv una nuova "aula", dedicata agli iscritti ai Centri Provinciali per l'istruzione degli adulti (Cpia). Un progetto nato per non lasciare indietro nessuno. Da lunedì 25 maggio prende il via "La Scuola in Tivù - Istruzione degli adulti".
La trasmissione andrà in onda su Rai Scuola (canale 146) dal lunedì al venerdì alle 11.00 e, in replica, alle 16.00 e alle 21.00. Un percorso didattico di 30 puntate organizzato su quattro assi culturali (dei linguaggi, matematico, storico-sociale e scientifico-tecnologico): 22 lezioni, una per ciascuna delle competenze previste dai percorsi di istruzione per gli adulti di primo livello, più altre 8 di approfondimento.
Le 30 puntate sono rivolte agli adulti iscritti ai Cpia che sono quasi 230mila, di cui più di 13mila i detenuti che studiano nelle sezioni carcerarie. In particolare, le lezioni sono destinate agli iscritti ai percorsi di primo livello.
"La Scuola in Tivù - Istruzione degli adulti" va ad aggiungersi alla programmazione speciale messa in campo dal Ministero dell'Istruzione e dalla Rai in occasione della sospensione delle lezioni a scuola a seguito dell'emergenza sanitaria. Ogni giorno, su diversi canali televisivi, viene proposta un'offerta dedicata alle diverse fasce d'età: dai più piccoli fino agli studenti che devono affrontare gli Esami di Stato del secondo ciclo.
A tenere le video-lezioni per gli adulti saranno docenti dei 130 Cpia presenti in Italia. Insegnanti che conoscono bene gli studenti e le loro necessità.
Il programma della prima settimana prevede lezioni per interagire oralmente in maniera efficace e collaborativa; leggere, comprendere e interpretare testi scritti di vario tipo (asse dei linguaggi); operare con i numeri interi e razionali (asse matematico); orientarsi nella complessità del presente (asse storico-sociale) e osservare, analizzare e descrivere fenomeni appartenenti alla realtà naturale e artificiale (asse scientifico-tecnologico).
di Ezia Maccora*
La Stampa, 25 maggio 2020
Quanto emerge dall'inchiesta della Procura di Perugia è una grande ferita per quei magistrati - la maggioranza - che tutti giorni svolgono con coscienza la propria funzione, cercando di garantire, anche nell'emergenza Covid-19, un servizio adeguato.
È profondamente sentita la preoccupazione che ciò incrini la fiducia dei cittadini nell'operato della magistratura. Sono stata componente del Consiglio Superiore della Magistratura dal 2006 al 2010 in piena attuazione della riforma ordinamentale, che ha realizzato alcune richieste storiche della magistratura associata.
A partire da quella della temporaneità degli incarichi direttivi fino all'abolizione dell'anzianità, in favore del merito e delle attitudini, nella selezione della dirigenza. L'intervento riformatore è stato un'occasione preziosa per avviare una svolta culturale della magistratura. Il nuovo meccanismo non avrebbe, ad esempio, più consentito la nomina di Antonino Meli all'ufficio istruzione del Tribunale di Palermo negandola a Giovanni Falcone, come era accaduto il 19 giugno 1988.
Non è stato facile attuare quella riforma, per le resistenze interne alla magistratura che non accettava il concetto di temporaneità dell'incarico direttivo. Eravamo nel contempo consapevoli che la riforma attribuiva una forte discrezionalità al Consiglio e che quest'ultimo e tutta la magistratura dovevano dimostrarsi in grado di gestirla correttamente. Oggi mi chiedo se quella "sfida culturale" è stata un'illusione e se la magistratura era veramente pronta a fare quel cambio di passo così "rivoluzionario".
La realtà sotto i nostri occhi ci dice che una parte dei magistrati non ha accettato e non accetta la scelta della dirigenza per merito e non per anzianità, così come non accetta la perdita delle funzioni direttive ricoperte, spesso vissuta come un trauma superabile solo procurandosi un ulteriore incarico, eventualmente anche più importante.
Nel decennio successivo a quell'intervento riformatore si è anche sviluppata una nuova forma di carrierismo e il Consiglio non è riuscito a instaurare quel clima di fiducia verso le sue decisioni che era indispensabile in un momento in cui allontanandosi il requisito rassicurante e certo dell'anzianità aumentava l'ambito della discrezionalità.
Non è stato neanche in grado di attuare una valutazione non formale dei dirigenti allo scadere del quadriennio, uno snodo fondamentale della riforma per rimuovere le professionalità inadeguate. In questo difficile contesto sono dilagate logiche clientelari e corporative ed hanno trovato spazio veri e propri centri di potere.
L'indagine della procura di Perugia rappresenta un salto di qualità negativo assoluto se si considera che alcuni componenti del Csm hanno accettato di ritrovarsi in un albergo romano a discutere della nomina del procuratore della Repubblica di due importanti uffici - Roma e Perugia - con imputati e indagati di quelle stesse Procure, ammessi a interloquire su strategie complessive utili a influenzare chi doveva esprimere un voto per consentire quelle nomine. Soggetti anche esterni alla magistratura e appartenenti al mondo della politica.
Un vulnus senza precedenti per il Consiglio Superiore, per l'autonomia e l'indipendenza della magistratura, per la fiducia dei cittadini nella giurisdizione, che rende difficile per gli stessi magistrati continuare a tenere vivo quell'anelito riformatore in cui avevamo creduto. Ora il primo passo spetta a noi. Dobbiamo operare una forte autocritica su come abbiamo attuato la riforma del 2007, favorendo di fatto anche ciò che oggi l'inchiesta di Perugia ha svelato.
Occorre disinnescare il carrierismo senza negare il valore ed il ruolo assunto dalla dirigenza degli uffici. La temporaneità effettiva nel ruolo di direzione di un ufficio giudiziario, potrebbe essere la migliore riprova che non si acquisisce uno "status" ma un incarico temporaneo per il buon funzionamento della giustizia.
Il Consiglio superiore non è un semplice consiglio di amministrazione: è una istituzione di garanzia rappresentativa di idee, di prospettive, di orientamenti su come si effettua il governo della magistratura e su come si organizza il servizio giustizia. Ecco perché, l'attuale legge elettorale che ha, di fatto, sottratto il potere di scelta dei propri rappresentati ai magistrati- elettori, va modificata, investendo su sistemi che inducano il magistrato-elettore a valutare all'atto del voto, unitamente, uomini e idee, individualità e programmi.
Un sistema elettorale in grado di rappresentare il pluralismo culturale presente in magistratura e nel contempo in grado di valorizzare la professionalità del magistrato e la sua indipendenza. Interventi che richiedono il sostegno del legislatore per facilitare il percorso di rifondazione di un'etica della responsabilità (dovere ineludibile) soprattutto di chi riveste compiti istituzionali e di rappresentanza, costruendo una temporaneità effettiva degli incarichi direttivi e una nuova legge elettorale. Un percorso necessario per salvaguardare l'indipendenza e l'autonomia della magistratura, funzionale alla richiesta di tutela dei diritti e al controllo di legalità che la nostra società richiede.
*Presidente aggiunto Ufficio Gip Milano
di Armando Spataro
La Repubblica, 25 maggio 2020
A distanza di più di un anno dal suo "esplodere", la vicenda Palamara continua a devastare l'immagine della magistratura e dei suoi organi di rappresentanza (l'Associazione nazionale e le "correnti" che ne fanno parte), oltre che del Consiglio superiore della magistratura.
È ormai regola in questo Paese che la pubblicazione di atti giudiziari contenenti riferimenti a condotte anche solo imbarazzanti - e non necessariamente integranti reato - scateni campagne denigratorie. Anche per la magistratura occorre usare attenzione e misura, non essendo accettabile che quanto sta emergendo dalla documentazione sequestrata nel caso Palamara sia ragione di crisi della Anm.
Non appare in alcun modo condivisibile che si siano dimessi presidente e segretario dell'Anm. In particolare il presidente e i magistrati del suo gruppo di appartenenza lo hanno fatto perché non tutte le componenti dell'organismo direttivo dell'Associazione sarebbero disponibili a mantenere una posizione di fermezza, come quella assunta un anno fa, contro forme di "malcostume diffuso di correntismo degenerato e carrierismo spinto, fino a pratiche di vera e propria clientela".
Ciò non è servito ad evitare ingiustificati attacchi mediatici all'onorabilità dell'intera Associazione. Anzi, alcuni magistrati che erano stati già designati quali candidati a far parte del futuro Comitato direttivo hanno fatto un passo indietro. Ciò non sembra giusto perché proprio nei momenti difficili, come questo, occorre invece limitarsi a chiedere le dimissioni di chi ha violato regole deontologiche o attivare le valutazioni del "Collegio dei probiviri".
Non si può però negare l'insoddisfazione, ed anzi la forte delusione, dei magistrati per la logica, descritta ormai come imperante, che sembra ridurre l'Anm a mero contenitore di decisioni prese dalle correnti, minando l'effettiva unità associativa e rendendola formale e vuota di contenuti. L'Anm non può essere il luogo dove le correnti depositano i propri deliberati interni dettati da interessi particolari, così come il Csm non può essere l'istituzione dove le scelte dei dirigenti o l'attribuzione di altri incarichi avvengono sulla base di accordi e logiche premiali delle correnti.
Se ciò è risultato purtroppo spesso innegabile, non si giustifica affatto la logica della rassegnazione, ma deve affermarsi quella della reazione virtuosa. Nella magistratura si assiste troppo spesso all'ingresso massivo del qualunquismo persino al suo interno: c'è chi auspica automatismi nelle nomine a incarichi direttivi e semi-direttivi, la penalizzazione di chi ha svolto attività fuori ruolo e chi continua a sostenere che la auspicata riforma del Csm deve partire da quella del suo sistema elettorale, invocando in varie forme l'ipotesi del sorteggio per designarne i componenti del Csm. Sarebbe lo strumento per contrastare le deviazioni torrentizie?
No, sarebbe un'offesa enorme all'intera magistratura! È questo ciò su cui devono interrogarsi gli elettori: la migliore riforma consiste nell'invocare per i magistrati elettori, così come per i cittadini nelle elezioni politiche, una più approfondita conoscenza dei programmi e dei profili dei candidati. Una scelta consapevole che, senza cancellare luoghi di aggregazione ideale e culturale come le correnti devono essere, conferisce autorevolezza ai rappresentanti eletti.
di Gian Domenico Caiazza
Il Foglio, 25 maggio 2020
Proviamo a farglielo noi il funerale, al maledetto coronavirus: ci portiamo avanti con il lavoro, e diamo una sbirciatina al suo testamento. Tanta roba in eredità, in materia di giustizia. Intanto, forse una valutazione sociale un po' meno becera del bene supremo della libertà personale.
Dopo due mesi di arresti domiciliari generalizzati e di cervellotici Dpcm che hanno preteso di dirti perfino entro quante centinaia di metri da casa puoi farti una corsetta e chi è autorizzato a essere qualificato come tuo congiunto, questo paese innamorato di forca, carcere e "butta la chiave" qualche pensierino nuovo, o almeno un po' più prudente, magari riesce a farlo.
Questa idea, insomma, di uno stato che, sebbene in nome del diritto alla salute tuo e di tutti noi, mette il naso nella tua vita privata, pretendendo di regolarla anche sul taglio dei capelli, avrà finalmente perso un po' del suo fascino perverso? Speriamo di sì. Ma intanto altre buone cose le abbiamo ereditate con certezza. Pe esempio, il definitivo naufragio del processo penale telematico. A un certo punto salta fuori l'idea: già che stiamo tutti in casa a smanettare con Zoom, Teams e Skype, facciamo pure i processi da remoto. Giudici, pm, imputati, testimoni, più o meno tutti a casa tranne il cancelliere, che deve verbalizzare e dunque deve starsene in aula solo come un'anima in pena, tra linee che cadono, volti che si "freezzano", parti che si scollegano, che vedono ma non sentono, che sentono ma non vedono, insomma tutto il noto armamentario.
Prima che una idea autoritaria del processo penale, come noi avvocati abbiamo subito denunciato, essa è soprattutto - non si dispiaccia il dott. Gratteri, appassionato ideologo di questa roba qui - una delle idee obiettivamente più stupide che si siano mai sentite proporre in tema di processo penale. Questa fondamentale manifestazione della vita sociale costruita, attraverso i secoli, sulle due immutabili sue connotazioni, ritualità e fisicità, dovrebbe d'improvviso dissolversi dentro lo schermo di tanti computer quante sono le parti in gioco.
È una sfida al principio della impenetrabilità dei corpi. Leggete "Il mistero del processo" del grande Salvatore Satta, prima di blaterare simili idiozie. Tanto è vero che perfino se non ci fossero stati i penalisti italiani a vincere questa guerra contro la riduzione a icona del diritto di difesa, state certi che il videogioco sarebbe stato usato da pochi, pochissimi magistrati e avvocati, fanatici della telematica ai limiti del disturbo della personalità. Game over.
L'altra, grande eredità che ci lascia il Covid è il definitivo, eclatante naufragio del modello di amministrazione e gestione degli uffici giudiziari fino a oggi vigente. Non sempre ereditare un disastro è solo un male. Può aiutarti a capire che è finalmente giunta l'ora di mettere mano al problema, e questo è il nostro caso. Gli uffici giudiziari - procure, tribunali, corti di appello eccetera - sono governati da magistrati, per meriti di carriera o di corrente qui non importa.
Non per essere sempre autoreferenziali, ma sono decenni che noi penalisti poniamo una semplice domanda: in nome di quale know how un buon magistrato dovrebbe essere in grado di gestire realtà complesse quali un tribunale o una corte di appello? A fianco della guida giudiziaria, occorre una guida manageriale che sappia di gestione del personale, informatizzazione, accesso del pubblico, gestione delle emergenze. La pandemia ci ha detto che il re è nudo.
Scoccata la fase due, la giurisdizione è nel più totale marasma. Ognuno per suo conto, senza gli strumenti minimi per governare una simile emergenza. Risultato? Tutto chiuso, ripresa dei processi tra lo zero e il venti per cento. Personale amministrativo in smart working all'amatriciana, visto che da casa non possono collegarsi alle banche dati riservate e nemmeno gestire una pec. E soprattutto, decisioni insindacabili.
C'è chi apre due aule, chi cinque, chi fa i processi nel cortile, ma in linea di massima l'idea a oggi vincente è: tutto chiuso. Tanto gli stipendi arrivano puntuali in banca, e gli avvocati si arrangino. In un sistema giudiziario già collassato, questo gioco irresponsabile all'accumulo di un futuro arretrato totalmente ingestibile va in scena senza che nessuno possa metterci bocca.
Se un giudice oggi rinvia la causa a febbraio 2021, in una città con zero o dieci nuovi contagi al giorno, non c'è nessuno, ma dico nessuno, che possa chiedergliene conto, a cominciare dallo stesso capo dell'ufficio. Monadi ingovernabili in piccoli o meno piccoli granducati, governati da sovrani che stabiliscono loro se c'è il rischio epidemico oppure no. Un disastro catastrofico: vuoi vedere che sia la volta buona che lo si capisca?
di Paolo Vites
ilsussidiario.net, 25 maggio 2020
L'Anm rischia lo scioglimento e lo scontro fra correnti è all'ultimo stadio. I silenzi del Colle. "Non siamo più da 40 anni in uno stato di diritto, c'è un conflitto di poteri, non c'è più la Costituzione, è una guerra per bande a cui i magistrati partecipano".
Così ci ha detto in questa intervista Frank Cimini, ex giornalista del Mattino di Napoli che ha seguito le cronache di Tangentopoli e che ora ha un blog, giustiziami.it. Siamo davanti al rischio dello scioglimento della giunta dell'Associazione nazionale magistrati dopo la pubblicazione di una serie di intercettazioni telefoniche che coinvolgono anche la corrente progressista delle toghe. Si sono già dimessi il presidente della corrente di Area e il segretario di quella di Unicost, restano solo quelle di Autonomia e Indipendenza. Tutto si fa risalire allo scandalo cosiddetto delle vacche, ci ha detto ancora Cimini, che vede coinvolto il magistrato Luca Palamara, il quale non è che uno capro espiatorio: "La magistratura oggi è una forza politica per conto suo senza appartenenze di partito. Si muove per accrescere il suo potere nella politica, questa è la vera lezione di Mani Pulite che nessuno vuole capire".
Cosa sta succedendo? Perché si parla di scioglimento di Anm e chi comanda?
Comanda la magistratura associata, quella maggiormente politicizzata. Si sta rivelando una situazione di grande caos, temo per loro che la cosa stia sfuggendo di mano. Probabilmente per noi cittadini è perfino bene che questo accada. Ci sono state tante, troppe forzature.
Ad esempio?
Già quando è scoppiato lo scandalo del mercato delle vacche (il cosiddetto scandalo in seguito alle intercettazioni telefoniche del magistrato Luca Palamara, ndr) la cosa alla fine è stata dimenticata grazie all'aiuto dei giornali, che l'hanno silenziata e zittita. Si scopre oggi, da quei pochi giornali che hanno pubblicato le intercettazioni telefoniche, che anche i giornalisti giudiziari ci sono dentro fino al collo.
Come mai?
Dalle parole che si sentono si vede che c'è un rapporto di complicità, si mettono d'accordo su quello che devono scrivere, parteggiano per l'uno o per l'altro. Questo finisce per inquinare tutto.
Il caso Palamara viene indicato come il momento da cui è scaturito tutto. È così?
Sì, è stato l'inizio. Non so se sarà condannato, benché abbia delle colpe; le accuse più gravi sono cadute. Non si è cioè in grado di dimostrare la corruzione. Lui comunque è il capro espiatorio. Viene usato da tempo per scaricare tutto su di lui. Non siamo davanti a un caso Palamara, ma un caso magistratura.
Come si è arrivati a questo punto e quale corrente influenza di più quanto succede nel Consiglio superiore della magistratura?
Fino ad adesso l'uomo forte del Csm è Davigo. Più che la sua corrente è lui, però ha un problema. A ottobre compie 70 anni e deve andare in pensione. Lui dice che essendo un incarico elettivo ha diritto a portarlo a termine, ma essendo stato eletto in quanto magistrato non può restare.
Perché non vuole lasciare?
Non vuole andare via perché se si dimette subentra un collega che non la pensa come lui. Questo è un vero scandalo di cui non si parla. La colpa non è solo sua, ma le autorità di controllo, gli organismi istituzionali hanno il dovere di chiarire questa cosa. Non si può aspettare ottobre, il caso riguarda gli equilibri del Csm. Quello che sta succedendo adesso non dipende dal solo Davigo ma da quello che si permette a Davigo di fare.
La gente si chiede se la magistratura è influenzata dalla politica o è una forza politica autonoma. Come stanno le cose?
È una forza politica per conto suo senza appartenenze. Si muove per accrescere il suo potere nella politica, questa è la vera lezione di Mani Pulite che nessuno vuole capire o accettare. La magistratura con Mani Pulite è diventata da ordine giudiziario a potere giudiziario incontrollato e incontrollabile.
Ci spieghi...
Con Mani Pulite la magistratura deve riscuotere i crediti che ha acquisito negli anni di piombo, vuole comandare; mentre la politica è sempre più debole. Quando la politica è debole comandano il capitalismo finanziario, i grandi gruppi, e i magistrati. In questo caos non c'è nessuna forza politica che dica ai magistrati: siete come noi, anzi siete peggio di noi.
E perché questo accade?
Perché i politici vengono eletti, i magistrati invece vincono dei concorsi e hanno un potere
smisurato che nessuno riesce a controllare.
Cosa dovrebbe fare il capo dello Stato, che da Costituzione presiede il Csm?
Il capo dello Stato brilla per il suo silenzio. Parlando alla commemorazione di Falcone e Borsellino ha detto banalità, acqua fresca. Lui in questo momento è il capo supremo, dovrebbe intervenire e invece si limita a far trasparire dai quirinalisti il suo malumore. Non basta. Presiede il Csm, ha il dovere di parlare. Aveva parlato tempo fa dicendo di cambiare registro, ma il registro non è cambiato. Dovrebbe intervenire e indicare delle soluzioni.
Ritiene sia un problema caratteriale o politico?
Ma no, lui fa così perché non sa cosa fare. Poi ci sono i suoi collaboratori in materia di giustizia che dalle intercettazioni si capisce che prendono parte alla baruffa, sfruttano il loro potere per intervenire e il caos aumenta. Dovrebbe mandarli tutti a casa.
Come valuta in questo frangente la posizione di David Ermini, vicepresidente del Csm?
Anche lui non fa una bella figura. Le correnti non hanno da tempo più nulla del loro carattere originario di confronto fra idee, sono organismi di potere, si condizionano le une con le altre. È una sorta di asilo Mariuccia, si dispiacciono per non essere stati invitati a una cena.
Siamo ancora in uno Stato di diritto?
No, non siamo da 40 anni in uno stato di diritto. C'è un conflitto di poteri, non si osserva più la Costituzione, è una guerra per bande a cui i magistrati partecipano.
Chi può mettere fine al potere delle correnti interne all'Anm?
È difficile capirlo a questo punto. Tutte le correnti hanno le loro responsabilità non si vede una via di uscita anche perché Mattarella tace. La responsabilità politica è tutta sua, dovrebbe dire qualcosa e invece fa finta di niente.
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