bergamonews.it, 26 maggio 2020
Le riflessioni di Antonio Nastasio, ex dirigente superiore dell'Amministrazione penitenziaria, in quiescenza. Antonio Nastasio, ex dirigente superiore dell'Amministrazione penitenziaria, in quiescenza, conosce molto bene la realtà delle carceri in Lombardia e in particolare a Bergamo. Lo abbiamo incontrato per aiutarci a comprendere come ha vissuto il carcere questo lockdown per l'emergenza Coronavirus e che cosa si può fare dopo questa esperienza.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 26 maggio 2020
Momento imbarazzante durante la trasmissione "Non è L'Arena" di Massimo Giletti. Gli ospiti, tra i quali Luigi De Magistris, Antonio Ingroia e Alfonso Sabella non avevano chiara la natura della misura ulteriormente afflittiva.
di Rocco Vazzana
Il Dubbio, 26 maggio 2020
L'unità nazionale, che neanche l'emergenza coronavirus è riuscita a facilitare, potrebbe arrivare adesso, grazie alle chat di Luca Palamara. Ormai non c'è partito, infatti, in tutto l'arco parlamentare, che non invochi una sola riforma: quella del Csm.
L'unità nazionale, che neanche l'emergenza coronavirus è riuscita a facilitare, potrebbe arrivare adesso, grazie alle chat di Luca Palamara. Ormai non c'è partito, infatti, in tutto l'arco parlamentare, che non invochi una sola riforma: quella del Csm. Per farla finita con le degenerazioni del correntismo, ripetono in coro, dopo lo scalpore generato dalle intercettazioni. Grillini e berlusconiani, leghisti e dem, fratelli d'Italia e renziani tutti uniti nella lotta alla magistratura balcanizzata.
E in modo inatteso, lo stesso ministro della Giustizia, salvato in corner da due mozioni di sfiducia, torna in auge, annunciando la riforma dell'Autogoverno. Oggi stesso, in via Arenula, il Guardasigilli ospiterà i colleghi della maggioranza per un vertice sulla giustizia. Bonafede - che proprio ieri ha nominato il sostituto procuratore generale presso la Corte di Cassazione Raffaele Piccirillo come nuovo capo di Gabinetto (dopo le dimissioni di Fulvio Baldi, finito nel tritacarne delle intercettazioni) - ha fretta di stringere i tempi: la riforma del Consiglio Superiore della Magistratura "non può più attendere", aveva annunciato due giorni fa il ministro.
Al centro del progetto: "Un nuovo sistema elettorale sottratto alle degenerazioni del correntismo; l'individuazione di meccanismi che garantiscano che i criteri con cui si procede nelle nomine siano ispirati soltanto al merito; la netta separazione tra politica e magistratura con il blocco delle cosiddette "porte girevoli".
Si riparte dunque dalla bozza di riforma stralciata nel febbraio scorso in cui si prevedeva un doppio turno con ballottaggio per l'elezione dei componenti togati del Csm, passando da sedici a venti componenti togati e da otto a dieci laici, per un totale di 30 componenti. L'idea iniziale di riforma, fondata sul sorteggio, per il momento sembra scartata. L'unica certezza è la necessità di porre fine al correntismo, annunciata da tutte le forze politiche.
"Le intercettazioni in cui si chiedeva un attacco al ministro dell'Interno, anche se aveva ragione da vendere, è un atto eversivo", dice il meloniano e vicepresidente della Camera Fabio Rampelli. "La giustizia va riformata. I magistrati non possono svolgere attività politica, se lo fanno depongono la toga e non possono rientrare, il Csm va sorteggiato, le correnti vietate", aggiunge Rampelli, invocando anche la separazione delle carriere. Ancora più perentorio il forzista Maurizio Gasparri: "È scandaloso che la magistratura, per un puro spirito di autodifesa, non abbia aperto fascicoli o assunto iniziative su questa vicenda sconcertante. Si profila con certezza l'attentato ad organi costituzionali dello Stato. Tale è il Csm", dice.
"E nella fattispecie sono anche applicabili le norme che colpiscono le associazioni segrete. Tale è infatti il lavorio condotto da magistrati e giornalisti all'insaputa di tutti", insiste Gasparri, giocando di sponda col collega di partito Francesco Giro, che definisce "gravissimi" i fatti emersi dalle intercettazioni. Non solo, Giro è convinto che i documenti depositati gettino "finalmente una luce sul golpe bianco contro Silvio Berlusconi e sulla sua ignobile decadenza da senatore". Per il senatore azzurro, "oggi come allora l'obiettivo è quello di abbattere l'avversario e leader del centrodestra con l'uso politico della giustizia, Berlusconi, Salvini e magari anche Giorgia Meloni".
La politica cerca la propria rivincita su un potere concorrente e chi può si toglie qualche sassolino dalla scarpa. "Già nel 2001 era chiaro l'assoluto e patologico dominio delle correnti nella magistratura, la politicizzazione di una parte dei magistrati che usa l'enorme potere a sua disposizione come una clava politica", dice adesso l'ex ministro della Giustizia leghista Roberto Castelli. "Noi lo sapevamo e lo denunciavamo e ora è sotto gli occhi di tutti coloro che vogliono vederlo. Ma mi sembra che molti vogliano coprire la verità", insiste.
Ma adesso non è più il 2001, e dopo Andrea Orlando e Walter Verini, anche il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, ha preso ufficialmente posizione. "In tempi rapidi dobbiamo arrivare ad una riforma del Csm", afferma il governatore del Lazio. "È colpa della politica non averla fatta. Quello che è accaduto è figlio della non riforma". Per la prima volta nella storia, tutte le forze parlamentari sono convinte della necessità di mettere mano all'Autogoverno, persino la il partito più vicino ai pm, il Movimento 5 Stelle. Il processo di riforma inizia oggi, sempre che alla fine la montagna non partorisca il topolino.
di Ermes Antonucci
Il Foglio, 26 maggio 2020
Prima di chiedere ai pm di non sentirsi onnipotenti bisognerebbe chiedersi cosa ha fatto la politica per non far sentire onnipotente la magistratura. Le correnti e i giornali delle procure. Chiacchierata con l'ex vicepresidente del Csm Michele Vietti.
La magistratura che litiga. L'Anm che si decompone. Il Csm che implode. Le intercettazioni che sputtanano. I giornalisti che giocano con il letame. E la politica che di fronte a ogni crisi con la magistratura risponde più o meno sempre allo stesso modo che poi di solito è un modo per non affrontare il problema e per comprare tempo: signori, è ora di una riforma.
Michele Vietti, avvocato e politico italiano, è stato vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura tra il 2010 e il 2014 e ragionando con il Foglio sui nuovi cortocircuiti presenti in quel mondo che si trova a cavallo tra politica e magistratura invita a fare qualche passo oltre le ipocrisie. La prima questione, dice Vietti, "è che la stessa politica che oggi chiede ai magistrati un maggiore decoro dovrebbe chiedersi per quale ragione un pezzo di magistratura si sente come onnipotente e legittimata a fare qualsiasi cosa.
E la risposta a questa domanda è purtroppo semplice: da anni la politica della non responsabilità fa di tutto per offrire alla magistratura più poteri di quelli di cui ha bisogno e per invocare l'intervento della magistratura su ogni aspetto dello scibile umano. Prima di chiedere alla magistratura di non sentirsi onnipotente bisognerebbe chiedersi cosa ha fatto la politica in questi anni per non far sentire onnipotente la magistratura".
La cornice è chiara ma è sufficiente intervenire su questa cornice per riportare la magistratura e il Csm verso i binari della normalità e della responsabilità? "Io capisco che oggi ci si chieda se sia il caso oppure no di sciogliere un Csm che fatica a funzionare. È una decisione che spetta al capo dello stato, ovviamente, ma è una decisione che non rientra nel perimetro delle ipotesi impossibili perché il funzionamento di questo organo viene compromesso non solo quando non funziona più ma anche quando funziona male.
E onestamente si fa un po' di fatica nel dire che il Csm in queste condizioni funzioni bene, così come si fa fatica a riconoscere che la politica sia particolarmente interessata a farlo funzionare meglio: conosciamo i problemi del Csm da anni e almeno da dieci mesi sono su tutti i giornali. E negli ultimi dieci mesi la politica non ha fatto nulla per sanare alcune delle ferite che si sono aperte".
Nel caso specifico funzionare bene significherebbe dare un senso a una storia che un senso forse non ce l'ha e il problema che meriterebbe di essere messo a fuoco è uno e soltanto uno: può esistere un Csm equilibrato se il Csm continuerà a essere ostaggio delle correnti? "Un Csm ostaggio delle correnti è evidente che non può funzionare ma non può funzionare per ragioni assolute e non per ragioni legate a singoli episodi.
Lo dico nel modo più semplice possibile. Riportare le correnti al loro ruolo fisiologico - al loro essere luoghi di elaborazione e di confronto di idee anche contrapposte - significa ricordarsi che la camera di compensazione delle correnti è l'Anm e non il Csm.
Il Csm non è, come finge di non ricordare qualcuno, l'organo di autogoverno della magistratura, ma è l'organo di governo autonomo all'interno del quale devono convivere anche anime diverse da quelle togate. Oggi ho l'impressione che le correnti abbiano perso il loro ruolo di dialettica ideale e abbiano assunto una logica di potere. E il ragionamento che ne consegue è: farò carriera non se sarò più bravo ma se sarò più garantito dalla mia corrente. E fino a quando non vi sarà un qualche sistema capace di dimostrare che la vita di un magistrato, la sua carriera, il suo futuro, non è legato alla semplice appartenenza alle correnti, i cortocircuiti continueranno a esserci".
Chiediamo all'ex vicepresidente del Csm se esiste un modo diverso dall'abolizione delle correnti per evitare di avere un Csm ostaggio delle correnti e senza entrare troppo nei tecnicismi Vietti dice di sì: "Si può sperare naturalmente che ciascun magistrato si comporti in modo più responsabile senza farsi condizionare dalla sua appartenenza correntizia.
Ma la verità è che senza cambiare qualcosa nei meccanismi della magistratura si rischia di non cambiare neppure atteggiamento. E per cambiare qualcosa occorrono tre piccole riforme. Primo: far sì che i magistrati vengano eletti al Csm sulla base di una conoscenza diretta e dunque con collegi più piccoli e non sulla base di indicazioni delle correnti.
Secondo: cambiare il criterio con cui vengono decise le progressioni della carriera ed evitare che le valutazioni periodiche delle attività dei magistrati siano l'equivalente del sei politico: ai miei tempi si combatteva affinché, per questioni di decenza, ci fosse almeno un uno per cento di valutazioni critiche, oggi temo che non siano superiori allo zero virgola.
E in aggiunta a questo, oltre a rivedere i criteri delle nomine degli uffici direttivi, separare le carriere di coloro che pretendono di stare, all'interno del Csm, sia nel consiglio sia nella sezione disciplinare: senza affrontare questi punti non sarà possibile rimuovere alcune delle incrostazioni presenti all'interno della giustizia italiana. Voglio dire, per fare solo un piccolo esempio ma ne potrei fare tanti altri: era necessario aspettare così tanto tempo e che fossero altri magistrati a intervenire per rendersi conto che in una procura come quella di Trani c'era qualcosa che non andava?".
"Il problema non è rappresentato dalla presenza delle correnti nella magistratura o dall'esistenza dell'Anm, che è una libera associazione di persone, bensì dal peso che le correnti hanno nel Consiglio superiore della magistratura. Di conseguenza, è sul Csm che bisognerebbe intervenire". A dichiararlo, intervistato dal Foglio, è Luciano Violante, già presidente della Camera ed ex magistrato. Nel fine settimana, la ripresa del "caso Palamara" sulle cosiddette nomine pilotate al Csm ha travolto l'Associazione nazionale magistrati, portando alle dimissioni del presidente Luca Poniz e del segretario Giuliano Caputo e all'uscita delle rispettive correnti (Area e Unicost) dalla giunta del sindacato delle toghe, che così ora rischia di sciogliersi.
Il nuovo terremoto nella magistratura segue quello avvenuto soltanto un anno fa, quando ben cinque componenti togati del Csm si dimisero dopo la pubblicazione delle prime conversazioni intercettate dalla procura di Perugia attraverso il trojan inoculato nel telefono del magistrato Luca Palamara. "Più che a una nuova crisi - spiega Violante - siamo di fronte a un prolungamento della vecchia, determinato dal fatto che alcuni settori della magistratura sembrano contrari ad assumere posizioni drastiche su quanto accaduto. Sembra che ci siano nella magistratura componenti che vogliono un cambiamento e componenti che invece non lo vogliono".
Un cambiamento che, secondo Violante, dovrebbe riguardare soprattutto il meccanismo di funzionamento del Consiglio superiore della magistratura: "Bisognerebbe prolungare la durata della permanenza nel Csm da quattro a sei anni, in modo da aumentare la distanza tra eletti ed elettori. A metà consiliatura, poi, si potrebbe sorteggiare la metà dei componenti, sia laici che togati, come avvenne con la Corte costituzionale; i sorteggiati decadono".
I nuovi componenti sarebbero eletti quando i precedenti scadono. "Oggi inoltre - spiega l'ex magistrato - c'è uno scarto di conoscenza tra laici e togati. Il togato quando arriva nel Csm sa tutto, il laico non sa niente e ci mette almeno un anno per capire quali sono le regole e le prassi. Nel frattempo i togati hanno già organizzato tutti i passaggi.
Se si allungasse la durata della consiliatura e si introducesse la rotazione dei componenti a metà mandato, i nuovi laici sarebbero 'guidati' dai laici che sono rimasti in carica, e ciò consentirebbe una loro conoscenza più rapida delle prassi del Consiglio". Per Violante andrebbe anche aumentato il numero di componenti del Csm, mantenendo la proporzione esistente tra laici e togati, "in modo tale che le pratiche non finiscano per concentrarsi nelle mani di poche persone".
Si devono prevedere altre misure? "Nelle attuali condizioni politiche non andrei oltre", ribadisce Violante, anche perché "è impensabile eliminare del tutto il peso delle correnti: anche se le cancellassimo, come fece il fascismo - e si tratta di un precedente non positivo - i gruppi si riformerebbero, perché quando si vota ci si mette insieme per decidere chi sono i candidati".
Per Violante bisognerebbe far cadere anche un altro velo di ipocrisia, che riguarda la rilevanza politica delle toghe all'interno della società italiana: "Il magistrato di oggi non è quello di cinquant'anni fa. Sulla magistratura si è riversato un carico di responsabilità che fuoriesce dagli ordinari binari della stretta applicazione della legge.
Questo non è un problema solo italiano. Il giudice governa molta parte delle relazioni sociali, economiche e politiche. L'ordinamento giuridico ha avuto una espansione enorme nella disciplina di settori ai quali nel passato l'accesso del diritto era fortemente limitato".
A ciò, prosegue Violante. "si aggiungono i compiti di carattere politico-rappresentativo che la magistratura ha assunto nel decidere più sulla base di orientamenti di carattere ideale che sulla base della stretta applicazione delle norme. La magistratura è diventata, suo malgrado, una componente del sistema di governo del paese; conseguentemente magistrati meno responsabili sono caduti nelle logiche tipiche della politica meno rispettabile".
Insomma, conclude Violante, "è in relazione a questo modello di magistrato che bisogna pensare a come intervenire per risolvere le disfunzioni emerse negli ultimi mesi, senza credere che sia possibile riportare il magistrato alle dimensioni burocratico-funzionali di cinquant'anni fa".
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 26 maggio 2020
Corte di cassazione - Sentenza 25 maggio 2020 n. 15768. La costituzione di parte civile avvenuta in dibattimento è tardiva e dunque non ammissibile. Lo ha stabilito la Corte di cassazione, con la sentenza n. 15768 depositata ieri, segnalata per il "Massimario".
In un procedimento per violenza sessuale ai danni di una persona affetta da ritardo mentale di grado medio lieve, la difesa della vittima aveva presentato all'udienza preliminare una richiesta di costituzione di parte civile sottoscritta solo dall'amministratore di sostegno e dal difensore. Nel corso della successiva udienza, la difesa dell'imputato ha sollevato difetto di costituzione. Il Tribunale dopo aver valutato l'eccezione tempestiva, ritenendo non completati gli accertamenti relativi alla costituzione delle parti, ha invitato la vittima a dichiarare se intendesse costituirsi. A quel punto, il suo difensore ha depositato l'atto di costituzione regolarmente firmato da tutti i soggetti. E il tribunale ha ammesso la costituzione.
In tal modo, ricostruisce la sentenza, la Corte territoriale ha aderito ad un precedente di Cassazione (Sez. 5, n. 28157 del 03/02/2015) sentenza "Lande", che fa rientrare nella verifica della regolare costituzione delle parti anche la decisione sulle questioni preliminari.
Di diverso avviso la III Sezione penale secondo cui la costituzione di parte civile avvenuta in dibattimento deve ritenersi non tempestiva. Una tesi, quest'ultima, anch'essa con dei precedenti di legittimità (n. 10958 del 24/02/2015) per i quali la costituzione deve avvenire, a pena di decadenza, entro il termine stabilito dall'art. 484 c.p.p. e, dunque, fino a che non siano stati compiuti gli adempimenti relativi alla regolare costituzione delle parti e non fino al diverso termine coincidente con l'apertura del dibattimento. In definitiva, al termine di una ricostruzione sistematica delle norme, la Cassazione arriva alla conclusione che "non è possibile che la costituzione di parte civile sia sanata con la proposizione della questione nella fase delle questioni preliminari, come invece avvenuto nel caso in esame".
di Giulia Merlo
Il Dubbio, 26 maggio 2020
Il responsabile dem della Giustizia chiede che la riforma venga fatta "presto. E bene", perché serve una fase nuova, di discontinuità, anche nella gestione del ministero di Via Arenula. "Riforma, presto. E bene". Questo è il mantra di Walter Verini, deputato e responsabile Giustizia dei dem, che guarda con preoccupazione a ciò che sta avvenendo dentro e fuori dal Csm e ribadisce: "La magistratura va rigenerata, per farle recuperare piena credibilità".
La riforma del Csm non sembra più rinviabile. Da dove si parte?
In realtà siamo già partiti, perché la riforma del Csm era contenuta nella legge di riforma del processo penale. Poi si è deciso di scegliere un iter autonomo, perché si tratta di una riforma di carattere ordinamentale, ma la bozza di progetto già esiste e non si parte da zero. E ricordo che come Pd abbiamo depositato a iniziò legislatura una proposta di legge (a prima firma Ceccanti) per la riforma del sistema elettorale dell'organo di autogoverno. Né è una novità di questi giorni l'opinione condivisa della necessità di contribuire, come governo e come Parlamento, a un recupero di credibilità da parte della magistratura. È urgente e necessario che ora inizi il dibattito, sia a livello di maggioranza che a livello parlamentare.
Dopo lo scandalo bisogna azzerare tutto per ripartire da capo?
Non confondiamo le cause con gli effetti. Le pratiche degenerative cui abbiamo assistito sono gli effetti di una degenerazione correntizia della magistratura, ma non è sempre stato così. Quando nacquero quelle che in origine erano le aree culturali della magistratura, tutti le valutarono positivamente come elemento di pluralismo nella visione del diritto. Il problema è nato quando, con il tempo, queste aree si sono trasformate in correntismo. È evidente, allora, che ora vanno cancellate queste degenerazioni, non il pensiero plurale tra i magistrati. Ma, per farlo, serve una forte volontà dall'interno del corpo della magistratura.
Quali sono le linee maestre di questa riforma?
Bisogna ripartire dalle parole del Presidente Mattarella, pronunciate un anno fa dopo l'esplosione della vicenda Palamara e la catena di dimissioni che ne seguì. La magistratura deve lavorare per una sua autorigenerazione, con l'obiettivo di ritrovare la terzietà e la credibilità necessarie per essere una componente fondamentale della nostra democrazia. Al Parlamento, invece, spetta il compito di indicare lo strumenti e sbocchi legislativi e costituzionali di questa rigenerazione. Va cambiato il meccanismo elettorale: eliminando il sistema delle liste su base nazionale e divise in correnti, per introdurre collegi che coincidono con i distretti giudiziari. In questo modo si favorisce il voto sulla base della credibilità anche nei propri distretti giudiziari e non sulla base delle correnti. Naturalmente evitando dimensioni localistiche dell'esercizio della giurisdizione. Bisogna poi scardinare il meccanismo per il quale le promozioni e le nomine dei vertici avvengono "a pacchetto" e favoriscono le logiche spartitorie, introducendo invece criteri il più possibile oggettivi, sulla base di merito, produttività e performance del singolo. Infine, è necessario distinguere dentro il Csm il momento disciplinare da quello legato alla decisione degli incarichi. Serve una distinzione e un ritorno al plenum aumentato, in modo che chi sta nella commissione disciplinare non sia anche tra i votanti per decidere le promozioni. Queste tre coese aiuteranno la rigenerazione che potrà restituire alla magistratura piena credibilità.
Sul meccanismo delle nomine non è facile incidere...
Siamo consapevoli che i giudizi ai singoli magistrati vengono dati dai consigli giudiziari ed è rarissimo vedere giudizi men che positivi. Per questo, credo sia necessario articolare di più le componenti nei consigli, rafforzando la presenza dell'avvocatura come soggetto importante - tra gli altri - per valutare le performance dei magistrati.
Oggi il tema della riforma del Csm è tornato dopo le dimissioni dei membri della giunta dell'Anm. Vale anche per loro ciò che diceva in merito alla autorigenerazione?
Io credo fortemente nell'indipendenza della magistratura, dunque non mi permetto di dire nulla. Sottolineo solo come esista una differenza tra correnti e correntismo. Al Paese serve una svolta che archivi l'attuale organizzazione correntizia per dar vita a un nuovo inizio dell'associazionismo in magistratura, fondato sulle idee, la cultura giuridica e pluralismo. Sarebbe in qualche modo anche un gesto di generosità democratica, oltre che di necessità. La giustizia, infatti, non è dei magistrati o degli avvocati, ma dei cittadini, che hanno diritto a venire giudicati in modo giusto e rapido. E anche la politica avrebbe il dovere di favorire un clima di rinnovamento, facendola finita con gli "opposti estremismi" del populismo giustizialista e e del garantismo a corrente alternata. Giustizia giusta e rapida, garanzie e diritti: devono stare insieme.
Le intercettazioni di Palamara contro l'ex ministro Salvini, però, hanno aperto il vaso di Pandora anche sul rischio di una non equidistanza della magistratura dalla politica...
Io penso che il magistrato, in qualsiasi sede, sia tenuto a sobrietà e rigore anche nel linguaggio. È evidente che quelle parole tra due magistrati su Salvini siano state infelici e sbagliate, però attengono a una conversazione privata tra due persone. Per questo, pensare che la magistratura intera abbia un pregiudizio nei confronti del capo della Lega mi sembra un pretesto: non c'è alcun riscontro che permetta di considerare una conversazione privata un orientamento generale della magistratura, né di pensare che ci sia in atto una persecuzione. Del resto, anche in questo caso Salvini si dimostra ultra-garantista con sé stesso e per nulla garantista quando si tratta dei diritti dei soggetti più poveri e fragili della società e gli ultimi del mondo.
Quindi, per lo stesso principio, non bisogna nemmeno considerare quello di Palamara un "sistema" diffuso?
Non nego che ci siano stati e ci siano singoli magistrati che, per protagonismo, abbiano con le loro inchieste o con le loro parole cercato di condizionare la politica. Tuttavia, penso che il fenomeno non debba venire ascritto a tutta la magistratura. Aggiungo: negli anni ci sono anche stati pezzi della politica che hanno tentato di condizionare l'autonomia della magistratura. Oggi, quel che conta è che la strada maestra torni ad essere il rigoroso rispetto della separazione dei poteri. A tutela dei magistrati, delle istituzioni e della politica. E quindi della comunità nazionale.
Eppure, tutto è nato a causa della pubblicazione indebita di intercettazioni, per altro senza alcuna rilevanza penale. Non è anche questo una parte del problema?
A luglio entrerà in vigore la riforma delle intercettazioni Orlando, sia pure con qualche correzione. Quel testo è nato proprio per tenere insieme l'esigenza del diritto all'informazione e quello alla privacy e punta a responsabilizzare gli uffici, impedendo la pubblicazione di materiale senza rilievo penale. Le intercettazioni sono uno strumento di indagine essenziale che non va toccato, ma è altrettanto essenziale che le captazioni senza rilievo vengano tenute riservate.
La domanda, ora, è se questo governo avrà la forza di approvare le riforme che lei dice...
Noi abbiamo riaffermato con forza questa necessità. Csm, Penale, Civile, Ordinamento Penitenziario. Sono le architravi. Bonafede sarà in grado di portare avanti una legge così controversa, dopo che il suo ruolo è stato messo pesantemente in discussione con due mozioni di sfiducia? Il ministro non è uscito indebolito da quel voto. Ad essere indebolito, secondo me, è chi voleva usare il terreno della giustizia per far cadere il governo. Il tentativo è fallito.
Eppure ammetterà che la giustizia rimane un campo minato...
Per questo deve aprirsi una fase nuova. Bonafede ha capito e toccato con mano di non essere un ministro 5 Stelle, ma il ministro di una coalizione. Ha visto la lealtà del Pd. Ma ora si deve aprire una fase nuova, anche dì discontinuità. L'urgenza di risollevare il Paese dopo la pandemia, comprende anche una rigenerazione della giustizia. E ha sul tavolo quelli che per noi sono i punti cardine. Insieme a un impegno senza sosta per contrastare le mafie e la corruzione.
Il Pd, dopo avergli rinnovato la fiducia, rilancia?
Sì, e chiediamo che metta il turbo sulle quattro questioni fondamentali: la riforma del Csm; la riforma del processo penale che dovrà far durare il processo cinque anni, in modo da depotenziare anche il problema della prescrizione; la riforma del processo civile e la riforma dell'ordinamento penitenziario, improntato al carcere come extrema ratio e con il potenziamento delle misure alternative.
di Maurizio Zoppi
Il Sicilia, 26 maggio 2020
La denuncia dell'Associazione Antigone. In merito alla emergenza coronavirus nella Casa circondariale di Trapani aleggiano delle ombre. Numerosi sono i detenuti che evidenziano, a quanto pare, una crisi del Covid-19 all'interno del carcere, ma al momento nessuno dato certo. Ciò che è sicuro e che ci sono dei detenuti messi in quarantena preventiva a causa del coronavirus, i quali vengono inseriti in delle celle "disumane". La cosiddetta Zona Blu, in cui per lo più trovano accesso i detenuti portati in isolamento.
Proprio a dicembre 2019 l'associazione Antigone ha visitato la casa circondariale è il presidente Pino Apprendi aveva affermato ai giornalisti: "Ci sono reparti totalmente ristrutturati, dove il detenuto conduce una vita in ambienti salubri e nel rispetto anche della privacy con docce e servizi nelle celle. Al contempo ci sono reparti degradati, con docce esterne alle celle, in particolare nella struttura più vecchia dove le celle si affacciano su dei corridoi grandi e su uno spazio centrale dove regna un vociare continuo - attaccava il presidente di Antigone.
Un capitolo a parte va dedicato all'isolamento punitivo, dove le celle sono assolutamente invivibili dal punto di vista igienico sanitario, pareti sporche e il gabinetto alla turca è collocato nello stesso spazio senza pareti, dove vive, si fa per dire, il detenuto. Su questo punto chiederemo una ispezione all'Asp di Trapani". Ed è proprio dell'isolamento punitivo che ne scrive l'avvocato Carlo Emma difensore di fiducia di un detenuto che ad oggi è in stato di custodia cautelare dal 24 maggio 2019 presso il carcere Pietro Cerulli.
Le parole dell'avvocato - "Il 6 maggio 2021 il mio assistito ha dovuto temporaneamente allontanarsi dall'istituto carcerario per essere sottoposto a risonanza magnetica funzionale cranio-encefalica. Il carcerato è stato accompagnato da personale di Polizia Penitenziaria nel rigoroso rispetto dei protocolli di prevenzione attiva e passiva del contagio da Covid-19 ma riaccompagnato in carcere è stato sottoposto al regime di quarantena fiduciaria mediante reclusione nella "sezione blu".
Il mio assistito ha dichiarato di essersi ritrovato senza alcun apparente motivo recluso in una piccolissima cella munita di un limitatissimo spazio calpestabile, priva di luce elettrica, scarsamente illuminata. Ha dichiarato altresì di trovarsi in evidente stress da mancanza di riposo psico-fisico, giacché il sonno notturno suo e dei suoi compagni di Sezione è sovente interrotto dalle grida e dai lamenti provenienti dagli occupanti delle celle vicine. inoltre ha assistito ad atti di autolesionismo praticati da altri detenuti occupanti quelle celle (testate alla parete).
Nella sezione Blu nelle aberranti condizioni dianzi descritte, restano ancora, per le serre ragioni, numerosi detenuti, sistemati addirittura in letti a castello e dunque costretti per due settimane, ad alternarsi tra loro per stare in piedi, stante il pochissimo spazio utile a disposizione".
Pino Apprendi: "A quanto pare non è cambiato nulla" - "Avevamo avuto assicurazioni da parte della direttrice del carcere Teresa Monachino che la presenza nella zona blu era solo un caso occasionale. Dopo la nostra denuncia nulla è stato fatto per evitare quegli spazi angusti. Faremo richiesta al garante Regionale e all'Asp di intervenire velocemente per capire lo stato di salute della struttura e dei carcerati".
Il Riformista, 26 maggio 2020
L'avvocato Egidio Albanese, presidente della Camera Penale di Taranto, gli avvocati Carlo Raffo, Carmine Urso, Marco Pomes, Gianluca Sebastio, Enzo Luca Fumarola, Gianluca Mongelli componenti del Consiglio Direttivo della Camera Penale di Taranto, l'avvocato Mario Calzolaro, il dott. Danilo Vedruccio e Anna Briganti con il patrocinio dell'associazione Nessuno Tocchi Caino - Spes Contra Spem, hanno promosso una class-action procedimentale per il rispetto delle misure igienico sanitarie nel Carcere di Taranto.
La class-action ha come interlocutori il Presidente del Consiglio dei Ministri, il Ministro della Giustizia oltre che il Sindaco di Taranto ed è stata determinata dalla consapevolezza, drammatica, che il sovraffollamento carcerario è l'emergenza permanente nel nostro Paese e che oggi, in tempo di pandemia da Covid-19, lo è ancora di più.
Il Carcere di Taranto può accogliere 306 persone detenute, ce ne sono invece 608 secondo le ultime stime aggiornate al 4 marzo 2020 sul sito del Ministero della Giustizia. Tale situazione mette a rischio non solo la salute dei detenuti, ma anche quella degli operatori penitenziari e fa vacillare il principio di uguaglianza dei diritti e di non discriminazione sancito dalle carte internazionali dei diritti dell'uomo e dalla Costituzione della Repubblica Italiana.
L'iniziativa consiste fondamentalmente in un tentativo di dialogo per l'affermazione dello Stato di Diritto e di tutela dei diritti umani fondamentali che in carcere sono fortemente a rischio non solo per la situazione pandemica.
Sulla base di queste premesse l'intero Consiglio Direttivo della Camera Penale di Taranto con gli avv.ti Egidio Albanese (Presidente), Carlo Raffo, Carmine Urso, Marco Pomes, Gianluca Sebastio, Enzo Luca Fumarola, Gianluca Mongelli e l'avv. Mario Calzolaro, il dott. Danilo Vedruccio e Anna Briganti hanno promosso questa iniziativa popolare nei confronti del Governo sul presupposto della funzione sociale dell'avvocatura, intesa come presidio di legalità e del principio di militanza del sapere giuridico posto al servizio dei cittadini contro possibili torti di massa.
Nei giorni scorsi è stato trasmesso un atto di invito al Presidente del Consiglio dei Ministri e al Ministro della Giustizia affinché il Governo consenta "il rispetto delle ripetute prescrizioni governative in materia di mantenimento, nei contatti sociali, di una distanza interpersonale di almeno un metro, di divieto di assembramento e di affettività delle misure igienico sanitarie a protezione della salute del personale penitenziario e dei detenuti".
Il sindaco di Taranto è stato invitato a "verificare tramite i competenti uffici tecnici, di concerto con il Ministero della Giustizia, la sussistenza nelle mura della Casa Circondariale di Taranto delle condizioni oggettive atte a garantire ai detenuti e al personale penitenziario l'applicazione concreta della normativa sopra richiamata in materia di distanza di sicurezza interpersonale, di divieto di assembramento e di affettività delle misure di prevenzione igienico sanitarie".
Preannunciamo inoltre che "in assenza di adempimento del rispetto delle misure di tutela del diritto alla prevenzione dal contagio da agenti virali trasmissibili all'interno della Casa Circondariale di Taranto potrà ritenersi ipotizzabile la fattispecie giuridica del torto di massa idonea a dar corso a promuovere, anche in sostituzione degli Enti locali predetti, ogni rimedio giuridico a livello nazionale e sovranazionale idoneo ad assicurare il ripristino della legalità repubblicana e conseguentemente ad imporre nella detta Casa Circondariale l'applicazione concreta, senza alcuna discriminazione, delle carte fondamentali del diritto universale, comunitario e nazionale in tema di egualitaria tutela della salute.
marsica-web.it, 26 maggio 2020
In merito all'impiego dei militari presso le carceri di L'Aquila e Sulmona, la Fp-Cgil chiede chiarimenti urgenti al Prefetto Cinzia Torraco.
"Pregiata Autorità, lo scrivente Coordinamento Regionale, dell'Organizzazione Sindacale in intestazione, annoverata tra le rappresentative del Corpo di Polizia Penitenziaria sul piano nazionale, con la presente missiva al fine di chiederLe giuste chiarificazioni in merito a quanto indicato in oggetto, così come di sotto meglio specificato e discusso. Apprendiamo, a mezzo diverse pubblicazioni di stampa locale e nazionale, che presso gli Istituti Penitenziari de quibus sono stati impiegati, per attività di vigilanza esterna, donne e uomini dell'Esercito Italiano.
Pur preservando ragioni di ordine e sicurezza, sicuramente valutate ed approfondite presso Codesto Ufficio, nonché la preziosa professionalità dei militari in argomento, appare indispensabile comprendere la ratio di quanto sopra evidenziato, senza voler entrare in alcun merito ma nel mero spirito di collaborazione istituzionale tra le Parti.
Ciò posto, considerate alcune legittime perplessità e preoccupazioni la cui genesi è riconducibile sia alla diffusione mediatica di "rischio disordini e rivolte" che, dal canto di questa Sigla, non può che generare eventuali allarmismi tra le fila della collettività pubblica e penitenziaria, sia dal mancato coinvolgimento della mera Polizia Penitenziaria, a cui è demandata l'espletazione di specifici compiti sulle carceri.
Non per ultimo, durante le ultime vicissitudini di marzo scorso, in alcuni Istituti del Paese, poliziotti/e penitenziari/e hanno dimostrato elevata professionalità ed elogiabile spirito di abnegazione: qualità che da secoli contraddistinguono il nostro Corpo di appartenenza, nonostante le diverse difficoltà e precarietà che attanagliano le quotidianità.
Esautorando, pertanto, disadorne polemiche e note retoriche, la Fp-Cgil non può che continuare a sostenere lo scrupoloso e certosino lavoro della Polizia Penitenziaria, per il mantenimento dell'ordine e della sicurezza all'interno ed all'esterno delle carceri italiane, nonché perorare le nostre rivendicazioni: perequare le vacanze organiche del Corpo per gusti adeguamenti. Certo di un Suo prezioso interessamento in ordine alla discussione, si resta in attesa di cortese riscontro. Con sensi di stima".
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 26 maggio 2020
Corte di cassazione - Sezione III - Sentenza 25 maggio 2020 n. 15758. Quando l'imputato, condannato in primo grado e ricorrente per Cassazione contro la sentenza di non doversi procedere per estinzione del reato - emessa de plano in secondo grado, in violazione del contraddittorio- abbia rinunciato alla prescrizione, la sentenza impugnata va annullata senza rinvio con trasmissione degli atti al giudice d'appello per la celebrazione del giudizio. La Corte di cassazione, con la sentenza 15758, accoglie il ricorso contro la sentenza con la quale la corte territoriale aveva dichiarato il non doversi procedere nei confronti dell'imputato per estinzione dei reati per i quali era stato condannato in primo grado: sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione, percosse e minacce.
Un verdetto emesso in camera di consiglio de plano, senza notificare all'imputato l'avviso di deposito e la copia del provvedimento, non condiviso dalla difesa, che chiedeva di essere rimessa nei termini per impugnarlo, facendo presente che il suo assistito, nella sua procura speciale conferita al difensore per il ricorso, aveva dichiarato di rinunciare alla prescrizione.
La Cassazione chiarisce che non serve una remissione in termini, perché il termine per impugnare i provvedimenti emessi in camera di consiglio decorre dalla notificazione dell'avviso di deposito del provvedimento, che, nello specifico era mancata: il termine non era dunque decorso. A questa considerazione i giudici aggiungono che la violazione del contraddittorio, a causa della pronuncia del plano, giustifica, in caso di interesse concreto alla rinnovazione del giudizio di merito, la dichiarazione di nullità e l'annullamento del provvedimento impugnato.
Mentre, se manca una rinuncia espressa alla prescrizione, l'imputato non può pretendere di rinnovare il giudizio di merito. Nello specifico però la rinuncia c'era in virtù di un interesse concreto ed attuale a celebrare un nuovo giudizio, per ottenere un proscioglimento nel merito. La sentenza impugnata deve essere dunque annullata senza rinvio, trasmettendo gli atti al giudice di appello per un nuovo giudizio.
- L'idea delle toghe: autoriforma per evitare la riforma
- Fallimento e reati tributari, il sequestro risparmia i terzi
- Milano. "Noi, al lavoro senza protocollo". I sindacati diffidano l'Uepe
- Bologna. Le carcerazioni preventive degli anarchici: oggi il riesame
- Palermo. Al via i colloqui in carcere, gli avvocati: "lasciati per strada sotto il sole per ore"










