di Guido Neppi Modona
Il Dubbio, 27 maggio 2020
Nella ormai lunga storia dei rapporti tra Matteo Salvini e il reato di sequestro di persona in danno degli immigrati bloccati sulle navi da cui erano stati soccorsi in alto mare, si è aggiunta la vicenda processuale della Ong spagnola Proactiva Open Arms.
I fatti risalgono all'agosto 2019, quando Salvini era ministro dell'Interno; sulla nave erano presenti più di cento migranti in attesa che il ministro indicasse un porto per lo sbarco sul territorio italiano. La giunta per le immunità del Senato ha respinto ieri a larga maggioranza la richiesta dei magistrati di Palermo di iniziare il procedimento penale contro Salvini per sequestro di persona, ma l'ultima parola spetterà nel giro di qualche settimana all'aula parlamentare.
Al di là della specifica vicenda della Open Arms, l'impressione che si trae dagli episodi in cui diverse procure della Repubblica hanno ravvisato gli estremi del reato di sequestro di persona è che Salvini abbia utilizzato la minacciata incriminazione per fini di immediata convenienza politica. Emblematico è il caso della nave Gregoretti del gennaio di quest'anno: dapprima Salvini si è opposto alla richiesta di autorizzazione a procedere, dando in tal senso istruzioni ai senatori della Lega, poi ha mutato parere e gli stessi parlamentari della Lega hanno espresso il voto decisivo a favore dell'autorizzazione.
Eravamo in prossimità delle elezioni regionali in Emilia- Romagna e Salvini ha evidentemente ritenuto che fosse per lui politicamente più conveniente presentarsi agli elettori in qualità di "martire" perseguitato dalla giustizia penale per avere difeso le acque territoriali italiane dalla pericolosa invasione di centinaia di immigrati irregolari. Ricorderete una delle frasi melodrammatiche pronunciate in quella circostanza: "Ci sono momenti in cui per arrivare alla libertà bisogna passare per la prigione".
Ora Salvini pare seriamente preoccupato dal rischio di una condanna sino a 15 anni di galera (è il massimo della pena per il delitto di sequestro di persona aggravato per essere il reato commesso da un pubblico ufficiale con abuso delle sue funzioni e per essere presenti tra i "sequestrati" dei minorenni) e ha alzato il tiro, strumentalizzando la sciaguratissima vicenda del pubblico ministero Luca Palamara.
Si è rivolto al Capo dello Stato prospettando l'esigenza di sciogliere il Consiglio superiore della magistratura e lamentando che sarebbero venute meno le garanzie di imparzialità e indipendenza della giustizia. Vi è quanto basta per domandarsi se non si debba una volta per tutte fare chiarezza sul delitto di sequestro di persona che viene ventilato in occasione dei ritardi nello sbarco dei migranti soccorsi dalle navi delle varie Ong.
Non c'è dubbio che in quei contesti si verificano gli elementi oggettivi del reato, posto i migranti rimangono sostanzialmente prigionieri a bordo delle navi che li hanno soccorsi sino a che il ministro dell'Interno non dà il via libero allo sbarco sul territorio italiano.
Ma il reato di sequestro di persona richiede anche il dolo, cioè si deve agire con la volontà esclusiva di privare quei soggetti della libertà personale. Ritengo che dal punto di vista del diritto penale questa volontà esclusiva non sia riscontrabile nel ministro dell'interno Salvini, perché altre sono le ragioni - a prescindere dal fatto che siano o non siano condivisibili - che l'hanno indotto a procrastinare gli sbarchi.
Si tratta di ragioni legate ad una certa visione politica miope ed egoistica - certo discutibilissima - del fenomeno dell'immigrazione clandestina; dell'esigenza di coinvolgere l'Unione europea e i singoli Paesi che ne fanno parte nell'accoglienza dei migranti, che è parsa soprattutto evidente nell'ultima vicenda della Open Arms; della difficoltà di trovare il porto sicuro giusto per eseguire lo sbarco, cioè motivi di convenienza e opportunità politica che nulla hanno a che vedere con il dolo del reato di sequestro di persona.
A questo punto sarebbe ragionevole che le procure della Repubblica che hanno sinora prospettato azioni penali per il delitto di sequestro di persona facessero una riflessione sull'effettiva sussistenza degli elementi di tale reato e si domandassero se, in luogo di quella penale, la risposta al ministro dell'interno/ senatore Matteo Salvini non vada piuttosto ricercata sul terreno politico. A ciascuno il suo: ai magistrati il compito di perseguire i reati effettivamente esistenti ricorrendo al sistema della giustizia penale; al popolo il compito di censurare le scelte politiche dei governanti con l'espressione del voto in occasione delle scadenze elettorali o con il referendum popolare abrogativo delle leggi.
di Ciro Sbailò*
Il Dubbio, 27 maggio 2020
La gestione della pandemia da coronavirus ha provocato delle lacerazioni nel sistema delle garanzie costituzionali. Su questo non possono esserci dubbi. La limitazione delle libertà fondamentali richiede sempre una legge e, in molti casi, anche la pronuncia di un giudice (ad esempio, sulla libertà personale). La base giuridica originaria per le limitazioni imposte dal governo è data dalla combinazione di un decreto legge e la legge sulla protezione civile. È una base troppo debole per reggere il peso di violazioni tanto pesanti.
Con il decreto di febbraio, quello delle "zone rosse", si autorizza il governo ad adottare ogni ulteriore misura necessaria per combattere la pandemia. Una previsione troppo generica, che relega il Parlamento in una funzione di puro spettatore.
La lista dei diritti costituzionali vulnerati è molto lunga. Si parte dal caso più appariscente: la libertà di circolazione e soggiorno. La Costituzione, inoltre, vieta espressamente alle Regioni di limitare la mobilità interregionale. Ma una volta creato il vulnus da parte del Governo, non è stato più possibile frenare i cosiddetti "governatori". Inoltre, la previsione di un divieto assoluto di mobilità per determinate categorie di persone (i malati di corona virus, ad esempio), porta alla violazione anche del principio della libertà personale: in pratica si mettono le persone agli arresti domiciliari. E in questo caso non basta una legge, ma ci vuole la pronuncia di un giudice (è un principio che risale, come minimo, alla Magna Charta del 1215).
Ma poi a ben vedere, la sola richiesta di motivare l'uscita di casa comprime quella libertà. Sono stati, poi, violati la libertà di riunione e il diritto di associazione, che non possono essere esercitati né praticati senza la libertà di movimento. E che dire, infine, della libertà di culto? Ai Testimoni di Geova è stato negato il "porta a porta", che è un elemento essenziale della loro religione, mentre ai cattolici è stato proibito di celebrare l'Eucaristia, che, come la maggioranza degli italiani sa, non è un elemento aggiuntivo, ma costitutivo della stessa Chiesa. A quest'ultimo proposito, siamo di fronte a un'aperta violazione non solo della Costituzione, ma anche dei patti lateranensi. Si potrebbe continuare con la sospensione delle attività lavorative- educative nelle carceri, con conseguente vulnus del principio della rieducazione, i diritti educativi e culturali o a quelli di libera iniziativa economica.
Si poteva fare meglio? Sicuramente sì. Si poteva evitare di comprimere i diritti fondamentali? Sicuramente no. Va dato atto al Governo di non avere avuto di fronte a sé molte opzioni e soprattutto di avere avuto poco tempo a disposizione, di fronte a una catastrofe totalmente inedita per dimensioni e caratteristiche letali. Gli strumenti di cui dispone l'Esecutivo sono pochi e alquanto inadeguati. Lo strumento principale è quello del decreto legge, logorato dagli abusi che si sono perpetrati nel tempo. Con successo, lo si è messo in campo per combattere la mafia, ma lo si è anche utilizzato troppo spesso per rispondere a ondate emotive della pubblica opinione o semplicemente per scansare nell'immediato la dialettica parlamentare. In certi periodi, è stata superata la media di due decreti al mese. L'abuso è stato probabilmente anche favorito dal troppo ampio spettro semantico che compete all'espressione "in casi straordinari di necessità e di urgenza". A ciò si aggiunga il fatto che il governo adotta il decreto "sotto la sua responsabilità". Tutto ciò può determinare nell'Esecutivo condotte contraddittorie, che vanno dall'estrema spregiudicatezza a una prudenza esasperata, che si riflette a volte nell'ambiguità e farraginosità dei testi partoriti da Palazzo Chigi.
In questi mesi abbiamo sicuramente scontato l'assenza di una disciplina organica e coerente, di rango costituzionale, per la gestione dello stato di eccezione. Tale disciplina è contenuta nelle Costituzioni di altre democrazie europee, come la Francia, la Germania o la Spagna. Se ne parlò anche alla Costituente della Repubblica, ma poi la discussione si spense, senza un motivo apparente. Forse perché la memoria del fascismo era troppo viva e si temeva un uso a fini autoritari dello stato di eccezione.
Ma forse ora è venuto il momento di colmare quella lacuna. Di questo parleremo al Convegno che si apre oggi sui canali della Unint, intitolato "Lo stato e l'eccezione dopo la pandemia. Le conseguenze globali della pandemia di Covid-19 sui rapporti tra i pubblici poteri, analizzate nello specchio italiano".
È un convegno di costituzionalisti e comparatisti, al quale parteciperanno, però, anche esperti di gestione delle emergenze, come Guido Bertolaso, che ci spiegheranno qual è la "posta in gioco" quando si affronta una catastrofe naturale. Il convegno si concluderà con un dibattito tra esponenti politici di diverso orientamento, per capire se ci sono e quali sono le proposte in campo. Anche perché potrebbe essere l'inizio del cammino verso quella nuova Costituzione di cui da decenni si discute. La "costituente", presuppone una catastrophè, vale a dire uno sconvolgimento terribile e irripetibile. La Quinta Repubblica francese nasce nel 1958 dalla Guerra d'Algeria. Forse la pandemia può essere la nostra Guerra d'Algeria.
*Professore ordinario di Diritto pubblico comparato
di Davide Dionisi e Roberta Barbi
vaticannews.va, 27 maggio 2020
Webinar organizzato da Challenge Network e Unindustria a supporto del penitenziario romano. Il 28 maggio si parte con il Comandante Gennaro Arma. Accanto ai medici, gli infermieri, i volontari e a tutti coloro che hanno continuato il proprio servizio anche nel periodo più difficile della pandemia figura un comandante di una nave da crociera: Gennaro Arma. È stato scelto proprio lui per il webinar sociale organizzato da Challenge Network e promosso dalla sezione Formazione, Consulenza e Attività Professionali di Unindustria, intitolato La Leadership vincente dei Non Eroi, che si terrà il prossimo 28 maggio alle 16.00.
La vicenda della Diamond Princess - All'inizio di febbraio, la Diamond Princess, guidata da Arma, era stata messa in quarantena nella baia di Yokohama, a sud di Tokyo, con 3.700 passeggeri a bordo. Sul natante si erano registrati più di 700 contagi e 13 morti. Durante l'intero periodo di emergenza il comandante italiano si è distinto per la gestione della crisi, supportato da un equipaggio composto da almeno 15 connazionali. Racconterà la sua esperienza on line, ripercorrendo il lungo percorso che ha trasformato un viaggio di piacere in un incubo. Per molti, grazie a lui, a lieto fine.
La donazione al Carcere di Rebibbia - Il ricavato sarà interamene devoluto alla Casa di Reclusione di Rebibbia per aiutare la struttura a fare fronte alle spese necessarie per l'adeguamento in materia di prevenzione Covid- 19. "Abbiamo pensato di coinvolgere il comandante Arma perché la sua esperienza presenta forti similitudini con quella del direttore di un penitenziario che gestisce situazioni complesse in spazi ristretti. Ci dirà come è andata e faremo nostre le sue parole pronunciate al ritorno: Ho fatto solo il mio dovere" spiega Roberto Santori, Presidente della Sezione Consulenza, Attività Professionali e Formazione di Unindustria & Ceo Challenge Network.
Per una solidarietà sociale - L'idea del webinar con un testimonial non eroe, nasce dalla considerazione che uno dei problemi più spinosi è il dopo-carcere. La società tende a rimuovere il problema, quasi come se la detenzione da sola fosse una panacea. Non è così: se i reclusi non vengono sostenuti e accompagnati, una volta fuori, se non si aiutano anche le loro famiglie a ricostruire una vita normale, sarà fin troppo facile per loro ricadere nella spirale del crimine.
Occorre coinvolgere tutte le forze sociali per far sentire una presenza che sia reale, amica, concreta. Una efficace solidarietà sociale che parta dall'interno del carcere e continui anche dopo aver scontato la pena. L'iniziativa è rivolta ai responsabili delle aziende di tutti i settori, sensibili alle tematiche sociali, che con un'offerta libera e pubblica contribuiranno al ricavato del webinar. Sarà sufficiente inviare una mail
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 27 maggio 2020
Il parlamento uruguayano si appresta a discutere un progetto di legge che rischia di produrre effetti pericolosi per i diritti umani. La Legge di considerazione urgente (che già dal nome fa intendere che si debba discutere velocemente) prevede una serie di modifiche peggiorative in tema di legittima difesa, inasprimento delle pene, ulteriori eccezioni alla libertà anticipata.
Altri articoli della legge mettono a rischio il diritto alla libertà di manifestazione pacifica e prevedono l'uso della forza per disperdere le proteste. Ne deriverebbe, in una fase ancora acuta della pandemia da Covid-19, un aumento della popolazione carceraria in un sistema penitenziario più volte denunciato per il sovraffollamento e le inadeguate condizioni igienico-sanitarie. Amnesty International e altre organizzazioni per i diritti umani hanno chiesto al parlamento di non approvare la legge e di attribuire alle commissioni competenti il compito di analizzare e discutere in modo approfondito i vari aspetti critici riguardo alla protezione dei diritti umani.
di Simona Musco
Il Dubbio, 26 maggio 2020
La presidente del Cnf Maria Masi: "Così rischiamo di indebolire le garanzie e le nostre libertà". Mentre l'Italia riparte, la Giustizia resta al palo. Congelata, totalmente ferma, nonostante siano passati già 15 giorni dall'avvio della Fase 2. Così i tribunali rimangono chiusi e inaccessibili.
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 26 maggio 2020
Una Fase 2 che assomiglia troppo alla Fase 1. Con cause penali trattate che oscillano dal 20% al 25% rispetto alle iscritte. Una percentuale che scende al 15% nel civile. Questo almeno è quanto emerge dai dati forniti dall'Osservatorio delle Camere penali italiane e dall'Unione camere civili.
di Fabio Amendolara
La Verità, 26 maggio 2020
Parte male il sostituto di Basentini, Petralia, coinvolto anche nelle chat dello scandalo. Dino Petralia, il magistrato antimafia che da procuratore generale di Reggio Calabria è stato chiamato dal ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, al posto del dimissionario Francesco Basentini, al suo primo comunicato da capo del Dap fa arrabbiare la Polizia Penitenziaria.
di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 26 maggio 2020
Vertice convocato poi rinviato a mercoledì. Primo punto la nuova legge elettorale del Csm. "Sì al pluralismo, no al correntismo" dice il Pd. Si parte dal rovesciamento dell'ultima riforma (Berlusconi, 2002): aumento del plenum e restringimento dei collegi elettorali. Ma con lo stesso obiettivo.
Il ministro Bonafede ha convocato i quattro partiti della maggioranza in via Arenula, la riunione avrebbe dovuto tenersi stasera ma l'appuntamento è saltato per la concomitanza con il voto di fiducia. Ma già domani potrebbe essere il giorno buono: la maggioranza riprende a parlare di giustizia dopo oltre tre mesi. E dopo il discorso in senato del guardasigilli che, difendendosi dalle mozioni di sfiducia, ha promesso maggiore collegialità ai partner giallo-rossi e ha accennato alla riforma del Csm. Riforma che adesso "non può più attendere", secondo un post domenicale del ministro a commento del "vero e proprio terremoto che sta investendo la magistratura italiana".
Una fretta che costringe persino il Pd, che pure aveva posto per primo il tema, a raccomandare prudenza di fronte alla tentazione del "tutti a casa". Il Csm in carica è appena a metà mandato, è stato recentemente rinnovato per un terzo della componente togata elettiva (proprio a seguito delle dimissioni per lo "scandalo Palamara") e il presidente Mattarella che lo guida e che potrebbe scioglierlo solo in caso di impossibilità di funzionamento ha già valutato, l'anno scorso, di dare a governo e parlamento il tempo per riformare l'organo di autogoverno dei giudici. Oltretutto "sciogliere adesso vorrebbe dire interrompere i procedimenti disciplinari già avviati a carico dei magistrati", fa notare il responsabile giustizia del Pd Walter Verini.
Quando il discorso sulla giustizia era stato interrotto, a febbraio, l'urgenza non era quella di intervenire sul Csm, che infatti era stato stralciato dal disegno di legge delega che attente alla camera. L'urgenza era quella del processo penale da sveltire, per limitare così i danni dello stop alla prescrizione sul quale Bonafede non è tornato indietro. "Processo penale e prescrizione sono urgenti quanto la riforma del Csm" sostiene il deputato di Leu Federico Conte, e anche "un necessario intervento sull'ordinamento penitenziario per potenziare le misure alternative al carcere".
Sul Csm erano due i punti fermi raggiunti dalla maggioranza: aumento del numero dei componenti (da 27 a 33) e aumento dei collegi elettorali per la componente togata in modo da diminuirne l'ampiezza, con l'intenzione di contenere il peso delle correnti della magistratura associata. Si tratterebbe di un ritorno all'antico: diciotto anni fa, infatti, il centrodestra (governo Berlusconi, Castelli ministro) aveva fatto precisamente l'opposto: ridotto i componenti del Consiglio da 33 a 27 e allargato i collegi che da quattro erano passati a tre nazionali.
Direzione contraria, ma curiosamente lo stesso identico obiettivo: combattere le correnti. Allora non funzionò. Alle elezioni immediatamente successive a quella riforma del 2002 si candidarono solo cinque magistrati fuori dai gruppi organizzati e nessuno di loro venne eletto. Facendo un salto in avanti, per il Csm attualmente in carica gli accordi tra le correnti sono arrivati addirittura prima delle elezioni, tant'è che il numero dei candidati nel 2018 è stato pressoché identico al numero dei posti da assegnare: 21 candidati per 16 seggi. I pm sono stati eletti tutti, gli unici a restare fuori sono stati due magistrati di Cassazione e tre giudici di merito. Che però, a seguito dello scandalo Palamara e delle successive dimissioni dei consiglieri eletti, sono stati tutti e tre recuperati (uno ha rinunciato).
Nel nuovo sistema elettorale immaginato da Bonafede - dopo aver rinunciato all'idea originaria, il sorteggio - i collegi elettorali diventerebbero 19. Si parla però di tre preferenze a disposizione di ciascun elettore, cosa che al contrario può favorire gli accordi tra cordate. E si parla di ballottaggio, mentre le proposte di legge già agli atti della camera prevedono il turno unico. "Con il Csm andrà riformato il sistema delle carriere dei magistrati - anticipa il sottosegretario alla giustizia Andrea Giorgis, Pd - non per negare il pluralismo culturale e associativo dei magistrati, ma per contrastarne le degenerazioni correntizie". Non c'è solo la legge elettorale.
di Francesco Grignetti
La Stampa, 26 maggio 2020
Sarà un conclave di maggioranza, oggi, ad affrontare una riforma tra le più complicate e scivolose: quella del Consiglio superiore della magistratura. Il tema è noto. La politica tutta, indistintamente, vuole limitare il peso delle correnti organizzate dentro la magistratura.
Quel sentimento che fa gridare al presidente dimissionario dell'Associazione nazionale magistrati, Luca Poniz: "È in atto un disegno per colpire l'intera magistratura e l'associazionismo che nessuno sconfiggerà mai. Occorre reagire con forza e respingere l'idea che la magistratura è quella che emerge dalle ricostruzioni dei giornali. Noi siamo un'altra cosa".
Un urlo di orgoglio che però cade nel momento peggiore della magistratura italiana, tra la coda dello scandalo Palamara e lo scontro aperto tra le correnti. Il problema della politica è come vincere questa battaglia. Il ministro Alfonso Bonafede aveva ipotizzato una riforma già ai tempi della maggioranza giallo-verde, poi riscritta con la maggioranza attuale. Tra la prima e la seconda ipotesi, è caduta l'idea di imporre un sorteggio ai magistrati per entrare nel Consiglio superiore della magistratura. Resta il nodo di quale sistema elettorale.
Spiega uno degli esperti del Pd: "Non possiamo sbagliare. Guai a cercare un sistema elettorale che dovrebbe ridurre il peso delle correnti e poi scoprire che invece l'ha accentuato". Mai come stavolta i toni dei politici sono critici contro i magistrati. Il centro destra torna a chiedere la separazione delle carriere, come anche gli avvocati dell'Unione camere penali. Per Matteo Renzi è uno "scandalo incredibile, ma nessuno ne parla se non tocca Luca Lotti o Cosimo Ferri".
Dice anche Francesca Businarolo, M5S, presidente della commissione Giustizia alla Camera e molto vicina al Guardasigilli: "Occorre un'immediata riforma dell'organo di autogoverno per restituire credibilità e solidità a una essenziale articolazione del potere statale". E Andrea Giorgis, sottosegretario alla Giustizia, Pd: "Al più presto riformare il Csm, il sistema delle carriere dei magistrati e la disciplina del conferimento degli incarichi direttivi".
Un vecchio saggio come Giancarlo Caselli è sgomento: "Le intercettazioni rivelano un groviglio di manovre e spesso anche di baratti che hanno consentito a molti di parlare di un suq. È uno tsunami". Franco Roberti, già procuratore nazionale antimafia, oggi eurodeputato Pd, chiede la più radicale delle riforme: "Vanno abolite le carriere dei magistrati".
Intanto all'interno dell'Anm si cerca di trovare una tregua. Sia pure armata. Resta in piedi la giunta dimissionaria per l'ordinaria amministrazione. Obiettivo minimo è avere una voce proprio ora che il Parlamento intende riscrivere le regole sull'autogoverno della magistratura stessa.
di Errico Novi
Il Dubbio, 26 maggio 2020
Dal direttivo riunito ieri sera in videoconferenza, la decisione di lasciare la giunta Poniz in piedi per gli "affari correnti" fino alle nuove elezioni di ottobre. Ma anche la risposta ai partiti che maramaldeggiano con la magistratura dopo averla lasciata diventare il surrogato della politica vera. Se uno ascolta la seduta di stasera della Anm, del suo "Parlamento" (il ricorrente vezzeggiativo è un po' sgradevole, rischia di confondere l'apparente riferimento ai numeri ridotti con l'idea della parodia), comprende molte cose.
Comprende perché, forse, si è arrivati alla crisi di oggi, perché una categoria onorata, culturalmente attrezzata e al 99 per cento non solo onestissima ma ispirata da un forte senso del dovere, perché, ecco la magistratura italiana sia precipitata nella crisi. Bisogna sentire la registrazione disponibile sul sito della straordinaria Radio Radicale, che ha trasmesso in diretta le immagini e soprattutto le parole dell'assemblea in videoconferenza di stasera. La riunione del comitato direttivo centrale Anm, la prima dopo la crisi aperta sabato scorso dalla decisione di Area, gruppo progressista e decisivo, di ritirarsi dal "governo" (la giunta esecutiva) guidato dal proprio esponente Luca Poniz.
La giunta Anm entrata "in crisi" è prorogata fino a ottobre - L'ascolto consentirà di apprendere, certo, che ne è uscita la decisione di mantenere l'organismo esecutivo, la giunta appunto, in piedi per gli affari correnti, come si direbbe, in un regime di prorogatio che certamente la svuoterà dei suoi contenuti politici. Ma non è questo il punto. Poniz "continuerà a partecipare a pieno titolo alle riunioni con il ministro della Giustizia sulla riforma del Csm, per esempio", ha assicurato con intenzione di diffondere fiducia uno dei predecessori del presidente uscente, Francesco Minisci, di Unicost.
Ecco, si andrà avanti. "In una condizione che renderà però l'Anm più debole", insinua, incalza e un po' gioisce Giancarlo Dominijanni, autorevole rappresentante di Magistratura indipendente, l'unico gruppo che era fuori della maggioranza prima e che ne resterà a fuori anche in questa appendice fino alle nuove elezioni di ottobre. Ma a parte l'esito, scontato, un po' dimesso appunto, ciò che conta sono le espressioni: "prorogatio" o "giunta istituzionale", come la chiama Carlo Coco, che ha presieduto l'assemblea. E poi, "la nostra attività politica", come rivendica con appassionato orgoglio un altro rappresentante della giunta uscente, Marcello Basilico.
L'illusione di surrogare la politica vera - Tutti termini che pretendono un paragone con la politica vera. Che anzi lo attestano. Ed ecco qual è davvero il punto. In un'epoca di terribile crisi della rappresentanza parlamentare, dei partiti e della politica tout court (prima che di quella "de minimis", come la definì in un'intervista a questo giornale, con simpatica autoironia, proprio Luca Poniz), i magistrati e la loro Associazione hanno finito per guadagnare uno spazio di visibilità enorme. Smisurato. Forse sproporzionato alle proprie forze.
E hanno finito per mostrarsi non all'altezza di un'investitura psicologica, di un'aspettativa di salvezza che l'equivoco ha diffuso nel Paese, almeno nelle sue rarefatte élites. Come se in assenza di partiti che facessero onore alla democrazia, che sapessero farne avvertire il respiro solenne, l'élite politico-intellettuale italiana non solo si fosse affidata al singolo pm come a un angelo purificatore, ma avesse ceduto all'illusione che la politica condotta dalla Anm potesse divenire il surrogato di quella vera.
Sotto il peso di un'aspettativa così gravosa, è come se il sistema di potere della magistratura avesse ceduto di schianto. Si fosse cioè avvitato nell'imitazione non solo della terminologia politica, ma anche di alcuni abusi della partitocrazia. Le nomine, lo scambio, la disinvoltura, la minuziosa e un po' autoreferenziale ricerca degli equilibri nell'assegnare determinati incarichi direttivi ai magistrati di una certa corrente.
La rinuncia ipocrita dei partiti a intromettersi - Nella magistratura si è insomma concentrato un potere eccessivo non tanto rispetto alla giurisdizione, dove anzi quel potere è irrinunciabile per la democrazia, ma soprattutto nelle scelte sugli incarichi, appunto, lì dove la politica, ancora più debole della magistratura, ha trovato comodo rinunciare ipocritamente a mettere il naso, nella speranza che pm e giudici fossero, a loro volta, indulgenti con i partiti.
Una specie di labirinto degli equivoci, in cui ora la Anm si trova un po' intrappolata. Ma stasera tutti hanno risposto con orgoglio. Non solo un giudice del lavoro appassionato come Basilico, impietoso nello scagliarsi contro "le pubblicazioni ignobili, propalate da cosiddetti giornali", quelli che nelle ultime ore hanno diffuso le intercettazioni del sequel del caso Palamara.
La risposta alle minacce di "sciogliere" la Anm - Non solo è stato orgoglioso Minisci secondo il quale "la giunta andrà avanti con senso di responsabilità". Non solo il presidente dell'assemblea Coco che ha riconosciuto "il comune richiamo alla difesa dell'Associazione e alla possibilità che la sua giunta, nonostante la caduta politica di sabato, resti operativa".
A difendere per primi il sistema con cui le toghe si autorappresentano sono proprio i suoi massimi vertici, il presidente Luca Poniz e il segretario Giuliano Caputo. Che quasi in coro dicono: "Nessuno scioglimento".
Si riferiscono a quegli esponenti della politica vera secondo i quali l'Associazione magistrati dovrebbe addirittura scomparire. Ecco, questo è troppo, per tutti: per Area, Unicost, per Autonomia e Indipendenza, cioè il gruppo di Piercamillo Davigo, e anche per Mi. Anche perché in questo caso è la politica tout court, in una pretesa così apocalittica, a non essere all'altezza delle proprie sentenze.
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