di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 28 maggio 2020
Corte di cassazione, Terza sezione penale sentenza 27 maggio 2020 n. 15965. È legittimo il divieto di disapplicazione della confisca per gli illeciti ambientali. Anche per quelli contravvenzionali. Lo chiarisce la Corte di cassazione con la sentenza n. 15965 della Terza sezione penale depositata ieri. La Corte ha così giudicato infondato il motivo di ricorso centrato sulla presunta illegittimità costituzionale, per violazione del principio di uguaglianza, del divieto. Quest'ultimo, infatti, per la difesa, dovrebbe essere cancellato e la confisca cancellata in caso di messa in sicurezza, attività di bonifica e ripristino dello stato dei luoghi.
Tanto più, sosteneva la difesa, che il Codice penale prevede la disapplicazione per una serie di reati che va dal disastro ambientale, all'impedito controllo, al traffico di materiale radioattivo, all'inquinamento ambientale.
Per queste fattispecie, come effetto premiante della condotta tenuta dopo il reato, il Codice, all'articolo 452 undecies, ammette che la confisca non trova applicazione quando è stata posta in essere una condotta che rimedia alle conseguenze del reato. Impedire la disattivazione della confisca per le contravvenzioni, meno gravi dei delitti, avrebbe conseguenze pertanto del tutto irragionevoli.
Per la Cassazione tuttavia va tenuta presente la distinzione tra la finalità della confisca prevista dal Codice penale e quella della riforma dei reati ambientali disposta con la legge n. 68 del 2015 (ma in realtà già presente dal 2006 con il decreto legislativo n. 152).
La sentenza sottolinea infatti come la prima ha caratteristiche particolari perché è caratterizzata da una funzione risarcitorio-ripristinatoria, mentre invece la confisca del 2006 ha una natura sanzionatoria con obiettivo dichiaratamente repressivo.
Per arrivare a questa conclusione, la Cassazione valorizza il fatto che la norma del Codice penale prevede che i beni confiscati devono essere messi a disposizione della pubblica amministrazione, vincolando così la loro destinazione esclusivamente alla bonifica dei luoghi.
Analoga formulazione non si trova invece per quanto riguarda la confisca del Codice dell'ambiente. L'attività di bonifica, indirizzata a eliminare le fonti di inquinamento e le sostanze inquinanti, ricorda la Corte, è un'attività di solito assai onerosa per il soggetto che è chiamato a sostenerne i costi.
Per questo il legislatore, osserva la pronuncia ha subordinato la disapplicazione della confisca allo svolgimento della bonifica e ha riservato l'istituto premiale solo ai delitti in grado di produrre sull'ambiente effetti disastrosi e a volte irreversibili. Escluse invece le ipotesi colpose, di solito incapaci di produrre un effetto inquinante a elevato tasso di nocività.
Va poi tenuto presente, conclude la Cassazione, che sul fronte delle contravvenzioni ambientali, se non è prevista la disapplicazione della confisca, è però previsto un sistema di estinzione del reato modellato sul meccanismo del rispetto di una prescrizione in materia di sicurezza sul lavoro. La contravvenzione si estingue così osservando una serie di prescrizioni e pagando una sanzione.
Illegittimo l'obbligo prefettizio di revoca della patente a chi è sottoposto a misura di prevenzione
di Annarita D'Ambrosio
Il Sole 24 Ore, 28 maggio 2020
Possono essere, infatti, sottoposti a misure di prevenzione soggetti condannati o indiziati per ipotesi delittuose di differenti gravità. Va valutata caso per caso la necessità del provvedimento. Riguarda la revoca della patente di guida nei confronti di soggetti che sono o sono stati sottoposti a misure di prevenzione ai sensi del Dlgs 6 settembre 2011, numero 159, la pronuncia della Corte Costituzionale numero 99/2020 emessa il 27 maggio.
A rivolgersi alla Consulta il Tribunale amministrativo regionale per le Marche, il Tribunale di Cagliari e il Tribunale Reggio Calabria che, con quattro ordinanze di analogo contenuto, hanno sollevato questione di legittimità costituzionale dell'articolo 120, comma 2, del decreto legislativo 30 aprile 1992, numero 285 (Nuovo codice della strada), per contrasto con gli articoli 3, 4, 16 e 35 della Costituzione, nella parte in cui dispone che il prefetto "provvede" - invece che "può provvedere" - alla revoca della patente nei confronti dei soggetti che sono o sono stati sottoposti a misure di prevenzione.
L'articolo 120 Codice della Strada, sotto la rubrica "Requisiti morali per ottenere il rilascio dei titoli abilitativi di cui all'articolo 116", nel suo comma 1, menziona, tra i soggetti che "non possono conseguire la patente di guida" anche "coloro che sono o sono stati sottoposti [...] alle misure di prevenzione previste dalla legge 27 dicembre 1956, numero 1423". E dispone, al comma 2, che "se le condizioni soggettive indicate al primo periodo del comma 1 intervengono in data successiva al rilascio, il prefetto provvede alla revoca della patente di guida".
Ebbene il comma 2 - precisa la Corte - dello stesso articolo 120 è già stato dichiarato costituzionalmente illegittimo con sentenza numero 22 del 2018, in base alla considerazione, che può richiamarsi anche in questo caso, ovvero che "la disposizione denunciata ricollega, in via automatica, il medesimo effetto (la revoca della patente) ad una varietà di fattispecie, non omogenee, considerato che la condanna, cui la norma fa riferimento, può riguardare reati di diversa, se non addirittura di lieve, entità".
Si sottolinea anche una evidente contraddizione: "mentre il giudice penale ha la "facoltà" di disporre, se lo ritenga opportuno, il ritiro della patente, il prefetto invece ha il "dovere" di disporne la revoca".
La Corte pertanto ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'articolo 120, comma 2, del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285 (Nuovo codice della strada), come sostituito dall'art. 3, comma 52, lettera a), della legge 15 luglio 2009, n. 94 (Disposizioni in materia di sicurezza pubblica) sottolineando anche che il provvedimento prefettizio di revoca "obbligata" è destinato a produrre effetti che potrebbero anche entrare in contrasto con l'eventuale finalità, di inserimento del soggetto sottoposto a misure di prevenzione nel circuito lavorativo. Inammissibile perchè ritenuta irrilevante invece la questione di legittimità costituzionale dell'articolo 120, comma 3, del d.lgs. n. 285 del 1992, sollevata, in riferimento agli articoli 3 e 27 Cost., dal solo Tribunale ordinario di Reggio Calabria.
tenews.it, 28 maggio 2020
Implementazione dell'assistenza psicologica, monitoraggio delle azioni per prevenire il suicidio in carcere, recupero e reinserimento sociale, miglioramento delle condizioni di benessere psico-fisico, intensificazione della rete dei servizi e della qualità delle prestazioni, consolidamento dell'utilizzo della cartella clinica informatizzata, interventi appropriati a favore dei bisogni di salute dei minori, monitoraggio e azioni a sostegno della popolazione detenuta con problemi di tossicodipendenza e/o salute mentale, formazione professionale. Sono questi gli obiettivi prioritari per la tutela della salute in carcere per il 2020, individuati dalla delibera approvata dalla Giunta nella seduta di ieri pomeriggio, dando continuità alle precedenti delibere di programmazione relativa agli anni 2017-2019.
La delibera assegna anche 314.716,80 euro, per definire e realizzare progetti annuali finalizzati a rafforzare l'assistenza psicologica nelle carceri, così suddivisi: € 201.216,00 per l'Asl Centro; € 83.751,00 per l'Asl Nord Ovest; € 29.749,80 per l'Asl Sud Est.
"La nostra Regione è sempre stata molto attenta a queste problematiche, garantendo l'assistenza sanitaria a tutti i cittadini, sia liberi che detenuti - spiega l'assessore per il diritto alla salute, Stefania Saccardi.
È per questo motivo che abbiamo voluto dare continuità a obiettivi e a progetti individuati negli anni precedenti e che, nell'anno in corso, potranno essere perfezionati e monitorati, per valutare il loro impatto sullo stato di salute della popolazione carceraria, adulta e minorile.
Abbiamo sempre creduto nella promozione della salute in ambito penitenziario, nell'inclusione sociale senza distinzione di provenienza o di condizione di malattia, e nel reinserimento lavorativo, così come abbiamo sempre investito nella prevenzione primaria, secondaria e terziaria e nell'individuazione dei fattori di rischio, che possono causare disagio psico-fisico.
Questo è stato possibile grazie al dialogo continuo con gli organi della Magistratura e dell'amministrazione penitenziaria, sia in seno all'Osservatorio regionale permanente sulla Sanità penitenziaria, sede di momenti programmazione, sia attraverso specifici tavoli interistituzionali, che hanno portato alla stesura di appositi protocolli, utili alla costruzione di progetti, che tendono a conciliare le esigenze di tutela della sicurezza sociale con quelle di cura e riabilitazione del paziente".
I beneficiari delle azioni, indicate dalla delibera, sono detenuti senza distinzione di provenienza o di condizione di malattia, adulti e minori, pazienti psichiatrici destinatari di misure di sicurezza, persone condannate in misura alternativa presenti sul territorio regionale, minori interessati da provvedimenti giudiziari, operatori sanitari e sociali operanti negli istituti penitenziari e nei servizi territoriali, personale penitenziario, personale delle strutture di accoglienza e di cura e riabilitazione.
palermotoday.it, 28 maggio 2020
Il sindacato ha inviato una nota all'assessore regionale alla Salute Ruggero Razza e al provveditore regionale dell'amministrazione penitenziaria Cinzia Calandrino.
"Giustizia, dignità ed equità. Principi che vanno garantiti a coloro i quali, da diversi decenni, continuano ad esercitare il prezioso contributo professionale e umano nel sistema carcerario siciliano in condizioni ambientali non facili".
Fp-Cgil, in una nota indirizzata all'assessore regionale alla Salute Ruggero Razza e al provveditore regionale dell'amministrazione penitenziaria Cinzia Calandrino, evidenzia "l'incresciosa condizione nella quale si trovano, ormai da parecchi anni, gli addetti della dirigenza e del comparto sanitario, impegnati a prestare la loro attività nelle carceri dell'Isola".
"Se da un lato i ritardi hanno penalizzato oltre misura i professionisti sanitari di tutte le discipline, in servizio negli ambulatori delle case circondariali - afferma il segretario generale, Gaetano Agliozzo - dall'altro l'evoluzione normativa, non ultima la legge 75/2017, stante la situazione emergenziale dettata dalla pandemia in atto, permetterebbe di rivedere alcune posizioni e pronunciamenti del Governo Nazionale.
È bene fugare anche ogni dubbio circa le risorse da impiegare, già in gran parte storicizzate, e che comunque, essendo un servizio istituzionalizzato, non deve essere soggetto ai conti del vivandiere. Ed è inaccettabile e anacronistico mantenere l'indirizzo tracciato delle recenti bocciature in finanziaria - aggiunge Agliozzo - lasciando lo status precariale per tanti operatori sanitari in applicazione della L. 9 ottobre 1970 proprio perché in contrasto con la L. 75/2017 (Riforma Madia) il cui spirito è quello di chiudere la lunga e penosa parentesi del precariato, dei contratti atipici con la valorizzazione delle professionalità acquisite e forgiate nel tempo e di altri strumenti esplicativi come la circolare 3/2017 del Ministero della Pubblica Amministrazione.
Inoltre possono essere utilizzate le risorse ordinarie previste per il fabbisogno delle assunzioni, triennio 2018/20 di recente prorogato al 2021. Nello specifico, il paragrafo 3.2.9 della citata circolare 3/2017 "Rapporti svolti con Enti Riorganizzati". Infatti il personale della Medicina Penitenziaria, assunto secondo quanto previsto dalla L. 9 ottobre 1970, può rientrare nei parametri delle norme in questione volte alla stabilizzazione".
"Alla luce di quanto esposto - conclude Agliozzo - bisogna insistere ed investire sulla equiparazione delle attività svolte in regime di parcellista nelle case circondariali a quella dei precari storici degli Enti Pubblici e della Sanità. Ciò costituirebbe un primo atto moralmente risarcitorio nei confronti di donne e uomini che mettono la loro professionalità a disposizione di un "prossimo" molto particolare e poco "prossimo" a questa società, ricevendo in cambio lavoro precario con retribuzione a cottimo".
di Lucio Boldrin*
Avvenire, 28 maggio 2020
La pandemia ci ha portato a riflettere sul cambiamento della nostra socialità. Un processo dal quale non dovrebbe essere esente la realtà carceraria, invece in carcere il martellante richiamo al distanziamento fisico non vale, con la sola, illogica eccezione delle Sante Messe: si tratta di non più di 15-20 persone per celebrazione, persone che condividono quotidianamente stanze dove si trovano in 5 o 6 in uno spazio di 25 metri quadrati, giocano a calcio insieme, colloquiano tra loro nei corridoi per ore, giocano a carte o a pingpong, lavorano insieme, studiano insieme. Insomma, vivono l'uno accanto all'altro per tutto il giorno.
Però alle Messe viene imposto il distanziamento fisico e un numero limitato di partecipanti. Ringraziando Dio, le altre misure prese sembrano aver funzionato: nessun caso di positività si è verificato, fino a oggi, a Rebibbia Nuovo Complesso, dove sono presenti più di 1.500 detenuti su una capienza regolamentare di 1220. Si tratta, in realtà, dei dati attuali, che risentono dell'effetto di alcune detenzioni domiciliari decise per rischio di contagio da Covid-19.
In altri periodi, il numero dei detenuti è stato anche superiore a 1.600 unità. Da qui la necessità di guardare oltre la contingenza e impegnarci per offrire ambienti più idonei a tutti. Non solo ai reclusi, ma anche a coloro che in carcere lavorano.
Come? Utilizzando ciò che la legge già permette. A cominciare da un maggior ricorso alle pene alternative: domiciliari; braccialetto elettronico; lavoro esterno presso associazioni e cooperative; accoglienza nelle Rems per i malati psichici; comunità con un progetto di recupero per i tossicodipendenti; applicazione delle norme che prevedono i domiciliari o l'affidamento ai servizi sociali per le persone sopra i 75 anni e per coloro che hanno una pena da scontare inferiore a 4 anni; minor ricorso alla custodia cautelare in carcere; sanzione economica al posto del ritorno in cella per residui di pena brevi, dopo anni in cui magari l'ex detenuto si è rifatto una vita, una famiglia e ha trovato un lavoro onesto.
C'è poi il tasto dolente delle "carceri fantasma", circa 40 da Nord a Sud: costruite, inaugurate e mai utilizzate, oppure aperte e sfruttate solo in parte. Dismesse. Demolite. Uno spreco di denaro pubblico e di spazio, in un Paese dove la maggior parte dei penitenziari è sovraffollata e i detenuti, insieme con gli agenti, vivono in condizioni al limite della sopportabilità.
Eppure, secondo la nostra Costituzione, "le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato". Ancora non ci siamo.
*Cappellano Casa circondariale maschile "Nuovo Complesso" di Rebibbia
di Giorgio Pirani
incronaca.unibo.it, 28 maggio 2020
La direttrice: "Abbiamo fatto una serie di sopralluoghi per garantire l'igiene pubblica". "Ritrovarci qui oggi significa una cosa: che abbiamo tutti voglia di ripartire e andare avanti per lasciarci alle spalle tutti i fatti avvenuti nelle ultime settimane".
Inizia così Isabella Angiuli, consigliera comunale per il Partito Democratico di Bologna, presentando la videoconferenza sulla ripartenza delle imprese operanti all'interno della Casa circondariale Rocco D'Amato, al momento sospese causa l'emergenza Coronavirus. Presenti anche Susanna Zaccaria, presidente del Comitato locale per l'area dell'esecuzione penale adulta e Marco Lombardo, assessore comunale alle attività produttive, oltre ai numerosi rappresentanti sindacali di sigle quali Cisl, Uil e Cepal.
Da diversi anni all'interno del carcere sono presenti diverse aziende che assumono carcerati, come per esempio il laboratorio tessile, la lavanderia e un'officina meccanica, rimaste chiuse per l'emergenza Coronavirus e che solo in queste settimane stanno iniziando a riaprire.
"Abbiamo proceduto a una serie di sopralluoghi per garantire l'igiene pubblica - ha affermato Claudia Clementi, direttrice del carcere Dozza di Bologna - la sartoria è la prima ad aver riaperto, i primi di giugno riaprirà anche l'officina meccanica, stessa cosa per la lavanderia".
Clementi fa anche il punto sul caseificio, sospeso nei mesi passati a causa di diverse mensilità non pagate ai lavoratori del carcere. "L'esperienza con la cooperativa che gestiva l'attività non è stata positiva e non ripartirà. A fine febbraio avevamo intrapreso trattative con realtà del territorio che ampliare le aziende all'interno del carcere ma l'emergenza Covid ha interrotto i colloqui che solo in questi ultimi giorni sono ripartiti".
"La chiusura di un'attività lavorativa non è mai positiva e porta sempre amarezza, soprattutto all'interno di una struttura carceraria", precisa Salvatore Bianco di Cgil, "Siamo preoccupati per il presente e per il futuro, per questo esorto l'amministrazione a fare ogni sforzo per accelerare il coinvolgimento di una realtà economica seria per evitare un altro caso fallimentare come quello del caseificio". Per quanto riguarda le altre aziende, la maggior parte sono al momento ferme. La Cefal, un ente di formazione, è tra queste: "Ci atteniamo alle direttive della regione e del governo. Speriamo di riaprire in tempi brevi anche con attività di presenza per quanto riguarda i laboratori e i corsi di formazioni, ovviamente in piccoli gruppi".
L'unica a essere ripartita è l'attività tessile. "Abbiamo riaperto lunedì scorso, a causa della chiusura diversi nostri accordi commerciali sono stati annullati e questo ci ha danneggiato molto, ma stiamo ripartendo e riprendendo i contatti con le aziende", afferma la responsabile Enrica Morandi "ma il vero problema che abbiamo già da diverso tempo è che c'è poca visibilità al di fuori del carcere. Noi siamo ricercatissime e abbiamo dei riconoscimenti anche fuori dalla regione, ma abbiamo un serio problema di smerciare i nostri prodotti.
Per questo chiedo a questa commissione di tenere presente questo fattore che per noi è fondamentale per la nostra sopravvivenza all'interno del carcere". "Il carcere fa parte integrante della nostra città e della comunità e anche nella fase complessa avvenuta nel carcere in questi mesi abbiamo sempre cercato di fare il possibile per garantire delle condizioni minime di sicurezza", afferma Marco Lombardo, assessore comunale alle attività produttive "Sono felice che siano ripartite i colloqui per nuove aziende e soprattutto la ripresa delle attività all'interno del carcere come sta avvenendo con le altre aziende in regione, e questo dimostra come le realtà del carcere non siano secondario rispetto a quelle fuori dalla casa circondariale".
di Antonio Mattone
Avvenire, 28 maggio 2020
Si racconta che nei giorni in cui è scoppiata la pandemia, la moglie di un detenuto si sia presentata all'ingresso del carcere di Poggioreale chiedendo quando uscisse il marito. Alla domanda dell'agente di turno se fosse sicura che il marito dovesse essere liberato, la donna gli ha risposto con fare sicuro: "Sì, certo, mi ha telefonato poco fa!".
Il fenomeno della presenza dei telefonini cellulari all'interno delle celle è più diffuso di quanto si possa pensare. Vengono introdotti nelle carceri, per lo più dai familiari, quando vengono a far visita ai propri congiunti. Sono di dimensioni minuscole, ma si collegano ad internet e possono fare anche video, come quello girato recentemente nelle celle di Bellizzi Irpino che è diventato virale in rete. Assieme alla droga, questi mini dispositivi sono la spina nel fianco degli agenti addetti ai controlli.
Qualche settimana fa, nel carcere di Secondigliano, è stato addirittura usato un drone per farli arrivare ai detenuti, e solo un'avaria al piccolo apparecchio radiocomandato ha fatto scoprire l'incursione. Probabilmente, alla base della rivolta dell'8 marzo nel carcere napoletano, più della rinuncia forzata ad incontrare i propri affetti, c'è stata la conseguente mancanza di "rifornimenti" illeciti. Bisogna anche dire che quella sommossa è stata capeggiata da un numero circoscritto di carcerati, che però sono riusciti a trascinarne negli scontri altre centinaia, provocando la devastazione della parte destra dell'istituto.
Impianti elettrici e antincendio, vetrate, infermerie e suppellettili, sono stati letteralmente distrutti. Tuttavia, più della metà degli ospiti di Poggioreale non ha preso parte alla sommossa, e c'è anche chi ne ha preso le distanze, condannando le distruzioni e le violenze. Qualcuno ha compreso che le misure restrittive, come la sospensione dei colloqui, sono state prese per tutelare essi stessi e i propri familiari, ed oggi che si intravede una riapertura, seppur parziale, delle visite con i parenti è pronto a rinunciarci.
"Una volta tanto voglio fare una cosa buona per la mia famiglia - mi dice Salvatore - non voglio metterli a rischio di farli contagiare". Hanno apprezzato la novità delle videochiamate e sperano che questa modalità possa continuare anche in seguito. Alcuni detenuti si sono offerti di donare il sangue, altri invece hanno avviato una raccolta di soldi, 1.607 euro, già consegnati alla direzione dell'ospedale Cotugno.
Sono informati e seguono con attenzione le vicende della pandemia, nei loro discorsi si sente parlare di "Fase 2" e si spera nell'efficacia del plasma per fermare il Coronavirus. Sensibilità e disponibilità dimostrate prevalentemente nei reparti contrassegnati da un alto tasso di trattamento, come il padiglione Genova. Si tratta dei reclusi che sono più seguiti e che partecipano a progetti di reinserimento e di risocializzazione.
Questa è la dimostrazione che per interrompere il contagio della violenza e per attivare veri percorsi di riscatto, occorre investire in iniziative di recupero efficaci, che abbiano un impatto vero sulla vita delle persone. Qualcuno di questi detenuti ha parlato di "modello Genova", parafrasando la ricostruzione del ponte nel capoluogo ligure al reparto di appartenenza.
Ma qui non si tratta di erigere nuove costruzioni, ma di creare ponti tra il prima e il dopo la detenzione, per poter riprendere o iniziare una vita onesta. Per fare questo c'è bisogno di incrementare il numero di operatori penitenziari.
Finalmente, dopo oltre 25 anni, è stato bandito il concorso per i direttori, e adesso occorre potenziare la presenza di educatori, psicologi e assistenti sociali.
Chi è stato trascinato nei disordini di marzo, l'ha fatto per paura dei capo rivolta o per emulazione. "Ho chiesto ad uno dei rivoltosi perché avesse partecipato alle violenze, mi dice un detenuto, ma non mi ha saputo rispondere, non lo sapeva neanche lui".
Oggi a Poggioreale c'è un clima di ripresa, e fervono i lavori per ricostruire le zone distrutte. Anche gli agenti sono coinvolti in questa atmosfera di rinascita, non hanno reagito alle violenze con violenza, come sarebbe potuto accadere alcuni anni fa. Tuttavia c' è anche chi, gravemente malato, con un residuo di pena di 30 giorni da scontare, si è visto respingere l'istanza per poter trascorrere le ultime settimane della pena in detenzione domiciliare.
"Forse perché non sono un mafioso", mi dice con amarezza. Questo spaccato è la dimostrazione che c'è bisogno di un approccio e di un impegno diverso nell'occuparsi delle carceri, di cui sentiamo tanto parlare solo quando accadono rivolte o ci sono vicende che riguardano mafiosi e camorristi. E sono pervase da un silenzio assordante quando si tratta di mettere in campo azioni per recuperare esistenze marginali segnate dal disagio e dal male.
di Paolo Grassi
Corriere del Mezzogiorno, 28 maggio 2020
Sgambati: "Le strutture per detenuti sono necessarie ma forse si poteva trovare un'alternativa per l'insediamento Giusto l'allarme di Invitalia, ora intervenga Provenzano". "Un secondo carcere nell'area di Bagnoli? È previsto da un accordo tra dicasteri, è vero, ma per noi è un errore. Quindi deve intervenire, e subito, il ministro per il Sud, Giuseppe Provenzano, che guida la Cabina di regia nazionale per la riqualificazione della zona Occidentale.
Ossia colui sotto la cui giurisdizione ricade l'organismo deputato a far ragionare e dialogare le istituzioni locali e quelle nazionali. Non è pensabile che in una vicenda così delicata come è la rigenerazione urbana di Napoli Ovest, già caratterizzata da decenni di fallimenti, ancora oggi la mano destra non sappia cosa fa la mano sinistra.
O quantomeno che non vi sia condivisione sulle scelte adottate". Giovanni Sgambati, segretario generale della Uil di Napoli e della Campania, ha ben scolpito nel suo Dna sindacale il ruolo di guida delle tute blu. "Di quei lavoratori del siderurgico che hanno accettato di chiudere essi stessi l'ex Italsider, la fabbrica simbolo di Napoli, per dare una prospettiva di futuro a Bagnoli e a un'intera fetta del capoluogo".
L'allarme "lanciato da Invitalia, l'Agenzia nazionale per lo sviluppo di proprietà del ministero dell'Economia, e reso noto ieri dal Corriere del Mezzogiorno - riprende Sgambati - non può e non deve essere sottovalutato. Anzi, per dirla tutta, non credo sia per niente logica l'ipotesi di promuovere la bonifica e la rinascita di un'area, ricadente nel perimetro del sito di interesse nazionale o adiacente, che nei fatti assomigli più a un polo carcerario che a una nuova Montecarlo... Con tutto il rispetto per le esigenze, importantissime, del sistema penitenziario italiano, è possibile che non vi siano altre zone dove insediare una struttura per la detenzione? Possibile che nessuno abbia ragionato dell'esistenza dell'istituto minorile di Nisida e, spostandosi di qualche chilometro, di quello femminile di Pozzuoli?".
Un sospiro e il leader Uil riattacca: "È chiaro che l'intera area, come paventa Invitalia, rischia di perdere appeal. L'attrattività degli investimenti è un fattore importante, decisivo. Ripeto, massimo rispetto per le esigenze del ministero di Grazia e Giustizia, ma non c'è altro luogo se non l'ex caserma Battisti per attivare un nuovo istituto penitenziario?".
Poi Sgambati ribadisce l'invito al ministro: "Se un'Agenzia governativa, Invitalia, controllata dal Mef, pone oggi una questione così rilevante rispetto a un'iniziativa che vede coinvolti almeno due ministeri, vuol dire che non c'è stata una concertazione preventiva. Fosse anche solo di maniera. Certo, la caserma Battisti non rientra nel perimetro di competenza di Invitalia e dunque del commissariato di governo. Ma è adiacente a essa e lo sviluppo di un'area non si costruisce per davvero se non si fa sistema. Pure nelle decisioni. Solo Provenzano, concludo, può prendere in mano questa vicenda".
ilgiunco.net, 28 maggio 2020
"Grazie a tutti coloro che hanno permesso la realizzazione di questa nuova possibilità". Così don Enzo Capitani, dal 1993 cappellano della casa circondariale di Grosseto, commenta la notizia della firma, in programma domani (28 maggio) a Roma dell'atto con cui sarà dato il via libera al dipartimento dell'amministrazione penitenziaria di acquisire la caserma Barbetti, lungo via Senese a Grosseto, per convertirla in nuova struttura carceraria.
La Chiesa di Grosseto in questi anni, sia attraverso il vescovo Rodolfo che ha raccolto e rilanciato gli appelli dei detenuti e del personale, che attraverso la voce di don Enzo, a più riprese aveva sollecitato le istituzioni competenti a trovare una soluzione adeguata per la casa circondariale di Grosseto, la cui struttura di via Saffi è totalmente inadeguata per ipotizzare attività di rieducazione e recupero.
A dicembre, per dare un ulteriore segnale, era stato ospitato, nell'atrio del palazzo vescovile, un mercatino di lavori natalizi realizzati dai detenuti nell'ambito del laboratorio di disegno portato avanti grazie all'impegno di alcuni volontari. Era stato anche quello un tentativo di accendere i riflettori su una realtà che finora ha occupato uno spazio nel cuore della città, ma che spesso resta invisibile. Il Vescovo aveva seguito con discrezione le fasi che hanno preparato questo esito, per le quali molto si era impegnata l'ex prefetto Cinzia Torraco e che poi l'attuale prefetto, Fabio Marsilio, ha portato avanti con altrettanta tenacia.
Per questo, la notizia della imminente firma dell'atto da parte dei ministri della Giustizia (Bonafede) e della Difesa (Guerini) e del direttore dell'Agenzia del Demanio, è accolta con soddisfazione.
"Una comunità che sa prendersi cura dei suoi membri più fragili è forte, unita - commenta don Enzo Capitani - è una comunità che fonda la sua esistenza sulla speranza del futuro e sulla possibilità che ogni persona ha il suo contributo da offrire. E non c'è dubbio - prosegue il cappellano - che un carcere che cura l'inserimento del carcerato, è luogo in cui la dignità umana diviene fondamento per nuove possibilità di vita per chi ha sbagliato".
"Mi unisco alla soddisfazione del cappellano - commenta il vescovo Rodolfo Cetoloni. In questi anni la Chiesa locale ha cercato di fare la sua piccola parte nel tenere viva l'attenzione su questa realtà garantendo la presenza continua di un sacerdote. Credo che questo risultato sia un successo di tutta la comunità grossetana, la cui qualità di vita passa anche da scelte che promuovono la dignità delle persone. Anche chi ha sbagliato deve essere aiutato a reinserirsi e a riparare l'errore compiuto. Una struttura carceraria all'altezza saprà assolvere meglio a questa funzione".
comune.trani.bt.it, 28 maggio 2020
Dopo Lecce, anche la città di Trani ha eletto in Consiglio comunale il garante dei diritti delle persone private della libertà personale. La scelta dell'assemblea cittadina è ricaduta su Elisabetta De Robertis, avvocato, criminologo, mediatore, esperto in politiche non repressive per la sicurezza.
La De Robertis aveva inviato la propria candidatura a seguito dell'avviso pubblico emanato dal Comune di Trani, conseguenza dell'approvazione del Regolamento comunale del garante per i diritti delle persone private della libertà personale approvato il 26 aprile 2017. È stata eletta con 11 voti favorevoli, mentre 2 sono state le preferenze per l'altro candidato in lizza, Alessandro Pascazio. Sette le schede bianche, tre le schede nulle.
Al garante dei diritti dei detenuti sono attribuite funzioni di: osservazione e vigilanza diretta; di promozione di opportunità di partecipazione alla vita civile ed alla fruizione dei servizi comunali delle persone private della libertà personale (con particolare riferimento ai diritti fondamentali, al lavoro, alla formazione, alla cultura, all'assistenza, alla tutela della salute, allo sport); di promozione di iniziative e momenti di sensibilizzazione pubblica sul tema dei diritti umani dei detenuti e sul tema dell'umanizzazione della pena detentiva; di promozione di iniziative congiunte con altri soggetti pubblici e con l'associazionismo locale.
- Sulmona (Aq). I Sindacati: "detenuti trasferiti da altri istituti, violate norme anti-Covid"
- Novara. Coronavirus, tamponi in carcere per tutelare la salute di detenuti e agenti
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- Verona. Arrestati per la droga in carcere, poliziotti assolti dopo 5 anni
- Bologna. Teatro e carcere: esperienze in scena










