di Giuseppe Sarcina
Corriere della Sera, 30 maggio 2020
Il Pentagono prepara la polizia militare. Sull'afroamericano ucciso lunedì scorso parlano anche Obama e Biden. Trump avvisa: basta saccheggi o si spara. L'arresto del poliziotto colpevole non placa i tafferugli. Quarta notte di proteste a Minneapolis: nonostante l'arresto di Derek Chauvin, il poliziotto ripreso da un video mentre preme il ginocchio con tutto il peso del corpo sul collo di George Floyd, l'afroamericano di 46 anni ucciso lunedì scorso, roghi e saccheggi in città non si fermano.
E c'è una prima vittima della rivolta, che si è propagata anche in altre grandi città nel resto degli Stati Uniti: a Detroit, un diciannovenne è stato raggiunto da due colpi di pistola sparati da un Suv, apparentemente a caso, nella folla. A Minneapolis il dipartimento di pubblica sicurezza riferisce di "spari sui poliziotti". Il Pentagono intanto - intervento raro, che ha dell'irrituale - ha ordinato alla polizia militare di preparare diverse unità per il dispiego a Minneapolis, per sedare i tafferugli.
L'arresto del poliziotto - Che proseguono feroci, nonostante l'arresto del poliziotto Derek Chauvin. Due i capi di imputazione: "Omicidio di terzo grado", un reato simile al nostro "omicidio colposo" e manslaughter, assimilabile all'"omicidio preterintenzionale".
In una conferenza stampa Freeman ha spiegato che gli inquirenti hanno raccolto sufficienti prove per l'incriminazione, mettendo insieme le clip, le testimonianze dei passanti e il referto medico. Il procuratore ha aggiunto che "il provvedimento restrittivo" è arrivato "a tempo record", mentre "proseguono le indagini" sugli altri tre agenti implicati nella morte di George. Quel lunedì pomeriggio, due pattuglie hanno controllato Floyd, che non ha opposto alcuna resistenza. E nessuno degli uomini in divisa ha fermato il collega, mentre "il sospetto" sdraiato pancia a terra sull'asfalto implorava: "Non respiro, mi state uccidendo".
Video e testimonianze - Anzi un nuovo video, trasmesso ieri dalle tv, mostra come due agenti tenessero fermo George, mentre Derek Chauvin prendeva posizione sopra di lui. Secondo il rapporto dell'ospedale, Floyd ha smesso di respirare tre minuti prima che Chauvin finalmente sollevasse il ginocchio. Nel corso della giornata viene fuori la testimonianza di Maya Santamaria, proprietaria di un club notturno in città: il poliziotto e la vittima, Chauvin e Floyd aveva lavorato insieme nella sicurezza del locale, per un certo periodo, ma non è sicuro che si conoscessero. Il movimento spontaneo che ha invaso le strade di Minneapolis, dopo due notti di incendi e saccheggi, ha discusso per tutta la giornata.
La maggior parte, a quanto sembra, considera insufficiente la decisione delle autorità giudiziaria, anche se Chauvin rischia una condanna a 20 anni di carcere. Ma è difficile chiedere alla Procura, che deve limitarsi ad accertare le responsabilità penali personali, una risposta più generale, politica. La tensione in città resta altissima. Tanto che il governatore Tim Walz (democratico) ha imposto il coprifuoco dalle 20 alle 6 di mattina, a partire da ieri sera e per tutto il fine settimana.
Le proteste si estendono negli Usa - Le proteste si estendono nel resto degli Stati Uniti, con sit-in e marce affollate un po' ovunque: da New York a Denver, da Washington dc ad Atlanta.
Davanti alla Casa Bianca si sono radunate centinaia di persone che invocano giustizia per la vittima e denunciano la brutalità della polizia. La Cnn ha riportato anche momenti di tensione quando un giovane bianco, per motivi ancora sconosciuti, è stato portato via dagli agenti con la folla che reagiva inferocita. I servizi di sicurezza hanno deciso di chiudere la residenza presidenziale Usa anche alla stampa dotata di "hard pass". Il "lockdown" è durato un paio d'ore, sino a quando i manifestanti hanno abbandonato la zona antistante l'edificio e hanno marciato per altre vie del centro fino a Capitol Hill.
Gli interventi - Ieri sono intervenuti i leader più popolari tra la comunità afroamericana, a cominciare da Barack Obama. L'ex presidente scrive in una nota che "la morte di George non dovrebbe essere considerata normale nell'America del 2020". Obama chiede ai magistrati di "fare rapidamente giustizia" e invita "tutti" a sconfiggere "razzismo e fanatismo". Il candidato democratico Joe Biden telefona alla famiglia di George e poi, dalla sua casa nel Delaware, dice che "i cattivi poliziotti vanno puniti". Infine un appello simile a quello di Obama: "Nessuno di noi può tacere davanti a un'invocazione come "non riesco a respirare". Chi tace è un complice".
L'intervento di Trump - Anche Donald Trump, fa sapere la Casa Bianca, si mette in contatto con i familiari di George, non prima però di aver twittato: "I teppisti stanno disonorando la memoria di George Floyd e io non lascerò che ciò accada. Ho appena parlato con il governatore Tim Walz e gli ho detto che i militari sono a sua disposizione. Siamo pronti ad assumere il controllo davanti a ogni difficoltà, ma quando cominciano i saccheggi si comincia anche a sparare".
I gestori della piattaforma social hanno "segnalato" il flash del presidente: "Questo tweet ha violato le nostre regole sull'esaltazione della violenza. Tuttavia abbiamo deciso di non oscurarlo poiché potrebbe essere di pubblico interesse". In un altro post il presidente rimprovera al governatore Walz e al sindaco Jacob Frey, entrambi democratici, "una totale mancanza di leadership". Avvertimento finale: "Riportate la città sotto controllo o invierò la Guardia Nazionale a mettere le cose a posto".
In realtà la Guardia Nazionale, che dipende dal governatore, è già schierata in città da un paio di giorni. Circa 500 militari che finora non sono riusciti ad arginare i disordini della notte tra giovedì e venerdì. E in particolare l'incendio appiccato al Terzo Distretto di Polizia, il comando da cui dipendevano l'agente Chauvin e gli altri tre. Un assalto trasmesso in diretta dalle tv: immagini destinate a restare come testimonianza di questo nuovo ciclo di rivolte.
Anche giovedì i manifestanti si sono dati appuntamenti davanti all'edificio, protetto da un cordone di agenti in assetto anti sommossa e da tiratori scelti sui tetti. Ma lo schieramento non ha avuto alcun effetto deterrente. Alle 22 il sindaco Frey, come ha raccontato lui stesso, chiede alla polizia di ritirarsi. Si giustifica con queste parole: "Il simbolismo di un edificio non può pesare più dell'importanza della vita". La famiglia di Floyd ha fatto sapere che vuole una autopsia indipendente dopo che quella del medico legale della contea di Heppepin ha escluso l'asfissia traumatica e lo strangolamento. Lo rende noto il suo avvocato, spiegando che i famigliari della vittima non hanno fiducia nelle autorità di Minneapolis.
Corriere del Mezzogiorno, 30 maggio 2020
Il presidente del Tribunale dei Minori di Napoli e magistrato di Sorveglianza, Patrizia Esposito, in relazione alla notizia diffusa il 20 maggio nella quale si raccontava di alcune foto inviate da detenuti nel carcere minorile di Airola ad una trasmissione televisiva via web, precisa che si tratta di una informazione errata. "La madre di uno dei due detenuti in questione ha scattato una foto al termine del colloquio, proprio mentre si avvicendava, nella medesima postazione, il compagno del detenuto. La stessa madre ha poi inviato la foto all'emittente Tv Campane 1.
Quando è stato controllato il tablet da parte dell'agente di polizia penitenziaria, lo stesso ha scoperto il tentativo di connessione con un sito pornografico apparso per pochi istanti sullo schermo e ottenuto forzando illegalmente il sistema di protezione del tablet, tentativo che non ha avuto alcun seguito ed è stato denunciato. Va ribadito con forza che non si è svolta alcuna diretta televisiva o radiofonica che dir si voglia, ma la sola, gravissima, diffusione della foto di cui sopra scattata".
Il Gazzettino, 30 maggio 2020
I detenuti del carcere Due Palazzi di Padova che fanno parte della Cooperativa Giotto e le detenute del carcere femminile della Giudecca della cooperativa Rio Terà dei Pensieri hanno deciso di donare all'Ulss 3 Serenissima 1.000 kit contenenti ciascuno una mascherina Tipo I e un flaconcino di gel igienizzante. La cerimonia di consegna è avvenuta oggi, venerdì 29 maggio, all'ospedale all'Angelo di Mestre.
"Come cooperative sociali, Giotto e Rio Terà dei Pensieri non potevano sottrarci a questa sfida. Anche noi - sostiene il presidente della cooperativa Giotto Nicola Boscoletto - siamo stati fortemente colpiti dal tornado Coronavirus. Grazie a Dio una parte delle attività (anche se non a pieno regime) sono continuate. Mossi dalla nostra Mission - creare (in questo caso un grande risultato sarebbe mantenere) opportunità lavorative tanto per persone normodotate che svantaggiate, sostenute e accompagnate nella scoperta della propria dignità - ci siamo buttati a capofitto nel cercare nuovi mercati, nuove modalità lavorative per salvare quanti più posti possibile di lavoro e dare al contempo il nostro contributo di fronte a questa terribile emergenza sanitaria.
Questa partita la vogliamo giocare fino in fondo, e se dovessimo perderla (ma speriamo di no) vogliamo perderla sul campo, non a tavolino". "Di fronte all'emergenza sanitaria e alle difficoltà del periodo - continua la presidente della cooperativa Rio Terà dei Pensieri Liri Longo - abbiamo reagito utilizzando i nostri punti di forza, che sono la creatività e la capacità di innovare.
Così abbiamo utilizzato il nostro know how nella formulazione di prodotti cosmetici per produrre gel igienizzante. Nel periodo in cui i nostri clienti principali, le strutture turistico ricettive, sono chiuse, abbiamo dovuto aprire nuove opportunità di mercato per salvaguardare i posti di lavoro.
La nostra economia e il nostro lavoro sono molto legati a Venezia e agli eventi culturali e di attrazione turistica che vi si celebrano. Venendo a mancare questo indotto, siamo rimasti senza commesse e siamo molto preoccupati".
farodiroma.it, 30 maggio 2020
La giunta comunale di San Benedetto del Tronto ha deliberato il sostegno alla seconda edizione del progetto, proposto dai volontari dell'associazione "Il Germoglio Onlus", per impiegare alcuni detenuti nella cura e manutenzione dei giardini pubblici e delle aree comunali. I detenuti, alcuni agli arresti domiciliari, saranno impiegati sotto la vigilanza dei volontari dell'associazione, che operano su autorizzazione dei competenti uffici del Ministero della Giustizia, e la supervisione del personale del Servizio Aree verdi del Comune.
"La positiva esperienza condotta lo scorso anno ci ha indotto a ripetere l'iniziativa - dice l'assessore alle politiche sociali Emanuela Carboni - queste persone hanno preso l'impegno con entusiasmo e voglia di far vedere che è possibile una ripartenza dopo l'esperienza del carcere. Non va mai dimenticato che la Costituzione italiana sancisce che le pene devono tendere alla rieducazione del condannato.
Noi pensiamo che questa funzione possa essere svolta soprattutto affidando loro compiti lavorativi che risultano maggiormente gratificanti se, come nel nostro caso, hanno come fine il miglioramento della qualità della vita degli altri. Ringrazio la cooperativa Il Germoglio e il suo presidente Cosimo Bleve per essersi impegnati in questo percorso sicuramente non facile ma che dà, come abbiamo verificato, ottimi risultati".
La Tribuna, 30 maggio 2020
La cooperativa sociale Giotto, società patavina che coinvolge persone disabili o detenute in lavorazioni di alta qualità in vari settori, è pronta a sbarcare a Treviso, coinvolgendo i detenuti del carcere di Santa Bona. L'annuncio è arrivato ieri da Nicola Boscoletto, referente della Giotto: "Abbiamo l'idea di aprire delle opportunità lavorative anche all'interno del carcere di Treviso.
Sarebbe la prima volta e contiamo di iniziare questo percorso grazie alla collaborazione della Camera di Commercio. Ci sono detenuti del carcere di Padova che poi sono transitati a Treviso, esiste già una stretta relazione tra queste due realtà". Non a caso ieri la Camera di Commercio di Treviso ha invitato nella sede di Piazza Borsa la cooperativa padovana, come esempio della ripartenza delle imprese nella fase due, e il segretario Romano Tiozzo ha confermato l'avvio di un percorso che porterà alla collaborazione con Santa Bona. La Giotto si è parzialmente riconvertita durante l'emergenza Covid, producendo 100 mila mascherine certificate in cotone, riutilizzabili, parte delle quali ceduta anche all'ente camerale trevigiano.
La società padovana dà lavoro a circa 350 persone, con diversi servizi sia all'interno che all'esterno del carcere. La conversione alla "economia Covid" ha permesso di salvare dodici posti di lavoro. A Santa Bona la Giotto non si limiterebbe a produrre mascherine, ma porterebbe anche attività professionali di altro genere, in molti casi al servizio di grandi gruppi industriali.
ottopagine.it, 30 maggio 2020
Il Garante regionale dei detenuti, Ciambriello, ricostruisce le tensioni a Fuorni. "Da giorni si legge dai giornali nazionali che i detenuti di Salerno avrebbero consegnato un papello, identificando in questo l'inizio di una trattativa tra Stato e mafia, durante l'emergenza Covid-19, per portare dei benefici, detenzioni domiciliari per i detenuti legati alla malavita organizzata". Il garante campano Samuele Ciambriello ricostruisce la vicenda avvenuta nella casa circondariale di Fuorni e del resto della Campania.
"Quando sono andato nel carcere di Salerno, il 7 marzo durante la rivolta, non c'è stata nessuna trattativa Stato-mafia in favore dei detenuti accusati di associazione a delinquere. Il provveditore campano e la direttrice del carcere avevano ascoltato una delegazione di rivoltosi che aveva consegnato loro una serie di richieste tra cui anche quella di non far trasferire i capi della rivolta.
Mediare, nel caso di una rivolta, è fondamentale, così come tantissime volte nelle carceri abbiamo fatto magistrati, direttori, garanti, provveditori, così come anche è stato fatto il giorno dopo nel carcere di Poggioreale con una delegazione degli 800 rivoltosi, sempre detenuti comuni", sottolinea Ciambriello.
"La parola protesta, come il gesto di rivolta o di sciopero, per ogni categoria di persona o di ceto sociale implica una azione di ascolto delle motivazioni alla base dei gesti, seppur violenti. Ascoltare coloro che protestano, nella fattispecie campana un gruppo di detenuti comuni, circa 180 a Salerno e 800 a Poggioreale, non significa intentare una trattativa tra istituzioni e mafia. La questione del papello consegnato - il chiarimento del garante - è un romanzo frutto della immaginazione di coloro che dietro al sistema carcere vedono sempre la mano della criminalità organizzata.
Il diritto alla salute, la sospensione dei colloqui coi familiari, il sovraffollamento nelle carceri con celle fino a otto e dieci detenuti, la mancanza di servizi igienici essenziali nelle celle sono stati in questo periodo di emergenza coronavirus le continue richieste fatte da parte dei detenuti nei colloqui personali e collettivi. Nessun papello. I professionisti dell'antimafia, sono sempre loro. Da oggi mi dichiaro co-trattativista costituzionalmente orientato", dichiara il garante campano dei detenuti Samuele Ciambriello.
Dopo le rivolte nel carcere di Carinola e Salerno il 7 marzo, e l'8 marzo a Poggioreale, un centinaio di detenuti sono stati trasferiti. Il garante regionale già il 10 marzo aveva inviato una lettera ai direttori delle carceri di Secondigliano, Aversa, Poggioreale, Pozzuoli, d'intesa col presidente del tribunale di sorveglianza di Napoli Adriana Pangia, per sollecitare le pratiche di detenuti ultrasettantenni, senza reati ostativi, e quelle di coloro che dovevano scontare una pena inferiore a sei mesi, sempre senza reati ostativi. Con lo stesso magistrato si era già affrontata la questione dei semi-liberi a cui assegnare gli arresti domiciliari, sollecitando ad un veloce intervento. Questione accolta fino al 30 giugno.
"Ci sono princìpi costituzionali ignorati e messi in discussione da politici con una scarsa memoria. Considerato che lo strumento principale individuato dall'attuale governo, l'art. 123 incluso nel Decreto "Cura Italia" del 17 marzo 2020, e cioè l'utilizzo della detenzione domiciliare per coloro che devono scontare meno di un anno e mezzo nelle carceri è un istituto attivato con la legge 199 del 2010 dal governo di centro destra, ministro della giustizia Alfano, che aveva dato buona prova nella stagione del sovraffollamento carcerario: basti pensare che dall'entrata in vigore della legge 199/2010 fino al 31 dicembre 2019 sono usciti dalle carceri per effetto di questa misura 26.849 detenuti", conclude Ciambriello.
di Carlos Dada*
Internazionale, 30 maggio 2020
Le fotografie hanno un'estetica morbosa. File interminabili di uomini delle gang posizionati come se remassero coordinati, o provassero una coreografia sincronizzata. Una massa che distrugge ogni individualità e privilegia le geometrie dell'insieme; un organismo fatto di uomini uguali, prodotti in serie, rasati a zero, denudati a eccezione delle mutande bianche, pieni di tatuaggi, seduti con le gambe aperte per toccare con il petto la persona di fronte, con le mani ammanettate dietro la schiena, inevitabilmente a contatto con l'inguine e i testicoli del detenuto alle spalle, che ha a sua volta le mani ammanettate dietro, le gambe aperte e la testa appoggiata sulla spalla del detenuto di fronte. Attaccato uno all'altro. L'altro a un altro ancora. E così all'infinito, a perdita d'occhio.
Attaccati al punto che, se a una delle estremità qualcuno collegasse dell'elettricità, questa si trasmetterebbe come una catena fino all'altra estremità. Oppure un virus. Se non ci fosse una macchina fotografica a immortalarla, la scena non avrebbe alcun senso. I detenuti sono stati tirati fuori dalle loro celle, disposti nel cortile fino a creare un assemblaggio ideale per i fotografi del governo di El Salvador. Il ritratto pianificato di un insieme di criminali, come un mostro dalle mille teste, sottomesso dalla mano pesante dell'esercito. Mano pesante. Ancora una volta.
Grande ondata di omicidi - Non c'è niente di spontaneo in queste scene. Diffuse dalla presidenza, le foto hanno occupato le prime pagine di riviste di tutto il mondo, sorprendendo i loro caporedattori non solo per la forza visiva, ma anche per il significato che veicolano: propaganda, populismo, brutalità premeditata. Un ammasso di esseri umani voluto dal governo salvadoregno in piena pandemia da coronavirus. Il tutto accompagnato da un tweet del presidente Nayib Bukele, che autorizzava la polizia a ricorrere alla "forza letale" nella lotta alle gang criminali.
Nel Salvador invece le immagini, come il tweet presidenziale, sono state apprezzate, probabilmente per le stesse ragioni. Com'è possibile che i salvadoregni festeggino quel che fuori del paese è condannato con tanto vigore? Le foto sono state scattate dopo la più grande ondata di omicidi che questo governo abbia mai affrontato, attribuita ai membri delle bande criminali Mara Salvatrucha e Barrio 18. Sessanta morti in tre giorni, tra cui piccoli commercianti, venditori ambulanti e fornai, uccisi per non aver pagato il denaro dell'estorsione. Così ha vissuto buona parte dei salvadoregni negli ultimi tre decenni: sottomessa alla volontà dei criminali che violentano le sue figlie, che uccidono i suoi figli, che estorcono e controllano intere comunità.
Lo ammetto: dopo anni passati ad ascoltare i racconti degli orrori commessi dai delinquenti, non ho più lo stomaco di dire niente a loro discolpa. Capisco che sono un doloroso monito per tutto il male che abbiamo fatto come società, che loro stessi sono vittime dell'abbandono dello stato. Che sono cresciuti in un mondo che gli ha dato poche possibilità, nel quale il crimine dava un senso a una vita condannata alla miseria e nella quale la violenza era l'unico strumento di potere o di sopravvivenza.
Non si dovrebbero trarre lezioni morali dai cittadini disperati. Né esigerle - Capisco tutto questo. Ma ogni volta che ripenso alle madri che cercano i loro figli, o in lacrime per l'assassinio delle loro figlie, provo una stretta allo stomaco. Ogni volta che ascolto o leggo testimonianze della loro crudeltà, molte volte descritte da loro stessi, mi sento disgustato. Sono azioni abominevoli. E allora penso: se mi sento così io, chissà come soffrono i familiari di queste vittime.
Poche cose mi paiono più naturali del fatto che queste madri e questi padri approvino qualsiasi atto di repressione esercitato su questi criminali, e che le famiglie si sentano vendicate da qualsiasi azione che provochi sofferenza ai responsabili del loro dolore. Per questo capisco che si ammettano le immagini dei detenuti messi in fila, che siano approvate le esecuzioni extragiudiziali che i poliziotti commettono contro i presunti malviventi, anche se già immobilizzati, e l'invito di Bukele a poliziotti e soldati di ricorrere alla "forza letale".
Il ragionamento è molto semplice: se le gang sono responsabili della maggior parte degli omicidi; se sottomettono centinaia di migliaia di salvadoregni al loro crudele dominio; se violentano le loro figlie, assassinano i loro figli, li ricattano con le estorsioni... Se sono insomma il cancro della nostra società, perché criticare chi contribuisce, in qualsiasi modo, a estirpare questo tumore? È questa la logica di fondo delle spirali della violenza. Però non si dovrebbero trarre lezioni morali dai cittadini disperati. Né esigerle.
Difendere lo stato di diritto - Il problema sorge quando sono le nostre autorità a violare la legge. Quando poliziotti o soldati si trasformano in rapitori, giudici ed esecutori. Quando il presidente s'impegna a usare tutte le risorse dello stato per difendere poliziotti che hanno abusato di questa forza letale. Quando, in piena pandemia, si organizza un'azione di sovraffollamento per inviare un messaggio politico, tramite le immagini di una coreografia grottesca. Il disprezzo per i diritti umani è scandaloso. Sì, è immorale. Ma è anche illegale.
Dalle autorità dobbiamo aspettarci, ed esigere, il rispetto delle leggi e azioni esercitate nei limiti delle leggi. Altrimenti delegittimano il sistema e le istituzioni della repubblica. Cancellano quello stesso stato di diritto che sarebbero obbligate a garantire e che gli conferisce, giustamente, autorità. E devono rispettare le leggi con tutti i cittadini.
Con quelli che sono stati buoni, ma anche con quelli che sono stati cattivi. La punizione di questi ultimi, per aver attentato al nostro contratto sociale o ai nostri diritti, è effettivamente contemplata dalla legge. È la nostra unica giustificazione, come società, per mantenere degli esseri umani chiusi nelle nostre prigioni: è la punizione prevista per quanti violano la legge. È un principio elementare per la vita di una comunità: tutti abbiamo dei diritti e le autorità sono obbligate non solo a rispettare i nostri diritti, ma a garantirli.
Quasi tutti gli uomini delle gang che appaiono in quelle foto, erano dei bambini nel 2003 - Ha ragione chi dice che gli uomini delle gang sono i primi a non riconoscere i diritti degli altri. Noi tutti c'indigniamo per ogni nuova notizia delle atrocità commesse da molti di loro. Ma questo non esonera lo stato dal rispettare i suoi obblighi legali. In questo consiste lo stato di diritto.
Quando la polizia o il presidente violano la legge non stanno proteggendo i loro cittadini, ma tradendo i meccanismi concepiti per difenderli, ovvero le leggi e i tribunali che applicano la giustizia. Quel che fanno è trascinare il paese in una situazione alla "si salvi chi può" in cui le leggi non proteggono più i cittadini, ma solo la capacità di esercitare violenza. "Non si può fare il male per ottenere il bene", era stato il monito di monsignor Romero in una delle sue lettere pastorali, e lo ha ripetuto più volte nelle sue omelie. Quando si compie il male, ne conseguono mali maggiori.
Quasi tutti i membri delle gang che appaiono ammassati nelle foto diffuse dal palazzo presidenziale, erano dei bambini nel 2003. Quell'anno il presidente Francisco Flores lanciò la prima campagna di repressione delle bande. Incaricò poliziotti di sfondare le porte nelle comunità più povere, a mezzanotte, con il fucile spianato e di compiere enormi retate di ragazzi tatuati. In quelle stesse case vivevano quei bambini: fratelli, vicini o figli delle persone arrestate. Cosa speravamo che ne fosse di loro? E cosa ci aspettavamo che ne fosse della polizia, dopo che è stata lasciata impunita la prima esecuzione extragiudiziale, e poi la seconda, e la terza?
È una costante della nostra storia: quando lo stato infrange le leggi non fa altro che perpetuare il ciclo della violenza. Lo sappiamo perché politici di diversi partiti hanno utilizzato le gang a fini elettorali. La loro intenzione non è sradicare la violenza, bensì sfruttare la disperazione delle vittime che chiedono soluzioni urgenti a problemi urgenti. Perciò espongono pubblicamente i criminali cosicché la gente gli sputi addosso, gli dimostri il proprio disprezzo, gli auguri di essere uccisi dal virus, di ammazzarsi tra di loro o per mano della polizia. O scendono a patti con le gang perché riducano gli omicidi, trasformandole così in attori politici.
La violenza, ripeteva Romero, può essere sradicata solo occupandosi delle sue cause strutturali. Romero è stato il più importante difensore dei diritti umani. Le autorità che violano la legge, ammoniva, devono rispondere di questi crimini.
Mi preme ricordarlo perché Nayib Bukele è già il terzo presidente che, esponendo il ritratto di Romero nel palazzo presidenziale, autorizza violazioni dei diritti umani e si scaglia contro le organizzazioni che difendono questi princìpi fondamentali. Non che i presidenti precedenti avessero evitato il terreno della brutalità: ma non esibivano il ritratto di Óscar Romero nel palazzo presidenziale, una consuetudine inaugurata da Mauricio Funes.
Lo stato imbarbarito - Bukele non si è comportato diversamente. Nelle ultime settimane ha accusato le organizzazioni per i diritti umani di essere "organizzazioni di facciata" che difendono interessi nascosti. È una retorica che sfortunatamente in El Salvador conosciamo bene, già da prima che cominciasse la guerra. E ogni volta la usano coloro che giustificano la violazione dei diritti umani in nome della lotta ai nemici del popolo. Quelle foto degli uomini delle gang in carcere, ammassati gli uni accanto agli altri, sono autoritratti dello stato.
Nati come strumento di propaganda - immagine, violenza, politica - portano lo stato sullo stesso piano morale delle gang, quello di organizzazioni criminali. Mi spiego: le gang assassinano, stuprano, commettono estorsioni, sottomettono, minacciano; hanno all'attivo una lista lunghissima di barbarie, di atti inumani. Lo stato, invece, è umanista per concezione (l'essere umano, dice il primo articolo della costituzione, è l'origine e il fine dell'attività dello stato). È civilizzato. È una differenza fondamentale. Lo stato possiede il monopolio della forza, ma perché sia legittima dev'essere usata rispettando rigorosamente le leggi.
Nella strategia contro le gang o contro le bande di rapitori o trafficanti di droga, quel che è in gioco è proprio il trionfo dello stato (istituzionale, costituzionale, legale) su quanti minacciano tali valori. Vale a dire il trionfo della civiltà sulla barbarie. Il paradosso è che, invece di cambiare i criminali, di renderli civili, è lo stato a essersi imbarbarito. Se questa è una guerra tra le gang e lo stato, come sostenuto dal governo, allora è chiaro chi è che sta vincendo.
Al presidente Bukele danno fastidio le leggi, ma anche i diritti umani - Il 28 aprile, dopo l'ondata di critiche arrivate da organizzazioni legali e di difesa dei diritti umani, nazionali e internazionali, Bukele ha twittato: "Sappiamo tutti qual è il loro programma internazionale, che non ha nulla a che fare con i diritti umani. Il suo programma è difendere coloro che violentano, rapiscono, uccidono e fanno a pezzi". L'attacco è continuato il 2 maggio: "Conosciamo il programma di queste ong di facciata, finanziate da poteri oscuri, che vogliono vedere l'America Latina trascinata nel caos. Grazie a Dio, le loro comunicazioni e lettere sono irrilevanti in El Salvador". Si tratta di una posizione molto diffusa in America Latina: siccome i difensori dei diritti umani tacciono quando sono i criminali a violare i diritti, e protestano quando sono questi ultimi a essere colpiti, allora queste organizzazioni difendono i criminali. La cosa è, ovviamente, falsa.
Ci sono cose che le persone accusate di violazione dei diritti umani cercano quasi invariabilmente di ignorare: i cittadini colpiti dalle azioni di altre persone (le vittime di rapine, atti violenti, omicidi, estorsioni e così via) devono poter contare sulla protezione dello stato e sulle sue istituzioni - pubblico ministero, tribunali - per ottenere giustizia. Ma chi protegge i cittadini quando è lo stato stesso, o alcuni dei suoi funzionari, a violare i diritti dei cittadini?
I difensori dei diritti umani e gli avvocati hanno come compito proprio quello di difendere i cittadini (buoni o cattivi) quando le autorità hanno violato i loro diritti. Per questo sono state create queste figure. In El Salvador, l'ufficio per la difesa dei diritti umani (Pddh) è nato nel quadro degli Accordi di pace, per garantire che non ci saremmo più trovati indifesi di fronte ad abusi di potere. Affinché i cittadini abbiano qualcuno cui rivolgersi quando diventano vittime dello stato. In tutti gli altri casi, anche per le vittime di atti commessi dalle gang, è lo stato ad avere il compito di proteggere le persone e i loro diritti. Se le istituzioni non risolvono una questione (per negligenza, malevolenza o corruzione) le vittime possono rivolgersi al Pddh perché, oltre che di un delitto, sono vittime di uno stato che non ha reso loro giustizia. Esistono inoltre organizzazioni non governative di difesa dei diritti umani, che hanno come principale funzione la denuncia e il sostegno alle vittime.
A Bukele danno fastidio le leggi, ma anche i diritti umani. La loro realizzazione e la loro difesa ostacolano la concezione del potere di un presidente che non crede di doverlo condividere con altre istituzioni dello stato, e che considera come ostacoli i contrappesi del sistema democratico, siano essi il parlamento, la corte suprema, i tribunali, la Pdhh, i mezzi d'informazione, Human Rights Watch, Amnesty International, l'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, i sindacati, l'università gesuita Uca, l'ordine dei medici o qualsiasi altra organizzazione che critichi il suo operato. E che si frapponga tra i suoi piani e le sue truppe.
Simone Weil, la filosofa francese che tra le due guerre mondiali abbracciò il cattolicesimo operaio, aveva riflettuto su queste cose. E concluse che "la brutalità, la violenza e la disumanizzazione hanno un prestigio immenso... Per ottenere un prestigio equivalente, le virtù contrarie devono essere esercitate in maniera costante ed efficace".
Quando si combatte la brutalità con altra brutalità, quando alla barbarie si risponde con la barbarie, il risultato è inequivocabilmente lo stesso: il proseguimento del ciclo della violenza. Disprezzare i diritti umani e attaccare i difensori dei diritti umani ha l'obiettivo politico, come quasi tutte le espressioni di questa amministrazione, di sviare l'attenzione dal vero problema, che è strutturale. Per risolverlo, per spezzare cioè il ciclo della violenza, servono esattamente le misure opposte: prestare attenzione alle sue cause strutturali, a partire dal rispetto della legge, ovvero della civiltà. Anche con gli uomini di una gang.
*Traduzione di Federico Ferrone
di Monica Col
zetatielle.com, 29 maggio 2020
L'arte va in carcere, ci entra per evadere, anzi per organizzare un'evasione da dietro le sbarre in piena regola, arte in carcere per rendere migliori. E così l'arte diventa arte terapia, rieducazione e avvicinamento al dialogo: arte come libertà. Non è un luogo come gli altri, il carcere. È un luogo di reclusione, di forte impatto, di storie travagliate e complesse, che creano comunque una forte energia. È un luogo dove l'arte, patrona dei travagliati per eccellenza, in realtà si trova a suo agio. In molti, tra direttori di penitenziari, psicologi, artisti, associazioni, operatori sociali e anche curatori eccellenti lo hanno capito. E nel carcere, anzi in molti carceri, sono stati creati dei progetti che vedono arte e detenuti uniti in suggestioni di libertà creativa.
di Michele Passione*
Il Dubbio, 29 maggio 2020
Approvata la relazione in Commissione antimafia. Nella giurisprudenza (più o meno) consolidata le "zone d'ombra" sono quel che ancora non si sa e che impedisce il riconoscimento della c. d. "collaborazione impossibile o inesigibile", che prima della storica sentenza n. 253/2019 della Consulta costituiva l'unico spazio per vicariare quella effettivamente prestata. Sappiamo com'è andata a finire; finalmente, una crepa nel muro.
di Hassan Bassi*
fuoriluogo.it, 29 maggio 2020
Salvatore Piscitelli Cuono (40 anni), Hafedh Chouchane (36 anni), Slim Agrebi (41 anni), Alis Bakili (53 anni), Ben Masmia Lofti (40 anni), Erial Ahmadi (36 anni), Arthur Isuzu (30 anni), Abdellah Rouan (34 anni), Hadidi Ghazi (36 anni), Marco Boattini (35 anni), Ante Culic (41 anni), Carlos Samir Perez Alvarez (28 anni), Haitem Kedri (29 anni) sono le persone detenute decedute a seguito delle rivolte nelle carceri di inizio marzo 2020. Erano detenuti negli Istituti di Modena e Rieti e sono morti durante le rivolte, o subito dopo: durante i trasferimenti in altri Istituti o a trasferimento avvenuto.
- Nelle carceri 6.000 detenuti in meno, ma non basta per il "distanziamento"
- Parità di genere, giudici e pm più divisi. Trovato l'accordo sulla riforma del Csm
- Giustizia paralizzata, gli avvocati: "Chi dà la colpa a noi è in malafede"
- Il piano dell'Ue: "Cara Italia, basta processi eterni, altrimenti niente fondi"
- "Col Covid ragazzi più vulnerabili, ora riformiamo il diritto minorile"










