di Daria Signorotto
thesubmarine.it, 1 giugno 2020
A Milano si rinnova ciclicamente il dibattito sull'opportunità di rinnovare o spostare il carcere di San Vittore dal centro. I disagi causati dalla pandemia e le rivolte di marzo riporteranno questo tema al centro dell'attenzione pubblica?
Quando nel maggio del 1872 cominciarono i lavori per la costruzione di San Vittore, il primo carcere moderno di Milano, si decise di collocarlo nella zona periferica di Porta Vercellina e di ispirarsi a un modello di architettura carceraria, il Panopticon (ideato da Samuel e Jeremy Bentham per facilitare al massimo la sorveglianza), che avrebbe accelerato la trasformazione del carcere da area di contenimento temporaneo a luogo di espiazione della pena. Nel 1889 terminarono i lavori e i carcerati vennero spostati ai margini della città. Un secolo e mezzo di successiva urbanizzazione ha però trasformato San Vittore da carcere periferico a casa circondariale in pieno centro.
La posizione di San Vittore oggi, e soprattutto il suo valore immobiliare, stridono con la preferenza della classe politica per la delocalizzazione delle carceri ai margini o fuori dai centri urbani. A Milano, gli appelli per ricollocare San Vittore sono una malattia cronica. Esiste ora la concreta possibilità che ne vengano proposti di nuovi: le rivolte nelle carceri scoppiate dopo il Dpcm dell'8 marzo 2020 e la polemica legata al rilascio agli arresti domiciliari di un totale di 376 tra condannati o individui in detenzione preventiva per reati di stampo mafioso hanno riportato, per la prima volta da tempo, l'attenzione sul tema del sovraffollamento delle carceri.
Negli ultimi anni sono stati proposti progetti improbabili e maldestri come la Cittadella della Giustizia a Porto di Mare (Letizia Moratti) di cui rimane una scolorita memoria consultabile sul sito del Comune. La giunta Pisapia abortì il progetto, e San Vittore rimase dov'è. Nel 2016 l'allora ministro Orlando (governi Renzi e Gentiloni) propose di smantellare tutte le carceri presenti nei centri urbani per costruirle ex-novo su modelli di architettura carceraria all'avanguardia e l'allora candidato sindaco Beppe Sala si dichiarò favorevole al progetto.
A sostegno dello spostamento di San Vittore, si dice che la struttura di viale Papiniano è obsoleta, sovraffollata e insalubre: uno "spazio sospeso" nel pieno centro di Milano. Si tratta di un dibattito che si trascina da anni, che tuttavia non ha posto alcun ostacolo al ricorso sistematico a misure d'emergenza che non si soffermano granché né sulla possibilità effettiva di spostare il carcere, né sul reale impatto che questo avrebbe sulle condizioni di vita dei detenuti.
San Vittore è una casa circondariale, ovvero un "carcere di passaggio" in cui la maggior parte dei detenuti non ha ancora una condanna ma è in custodia cautelare. Quando si parla di decentralizzarlo, spesso si dimentica che la posizione di San Vittore è cruciale per garantire la vicinanza con gli studi degli avvocati e con il tribunale. Inoltre, per costruire una nuova struttura i tempi sono biblici. Il carcere di Bollate, per esempio, è stato consegnato nel 2000 mentre i progetti risalgono agli anni 80. Opera, aperto nel 1987, avrebbe dovuto sostituire San Vittore, ma il drastico aumento della popolazione ristretta verificatosi in quegli anni ha reso impossibile il trasferimento dei detenuti. Il risultato è stato l'aumento del numero di strutture, senza che sia mai avvenuto il tanto sperato passaggio di consegna.
"La scusa per chiudere San Vittore è che sia vecchio e fatiscente, ma le carceri costruite ex novo a Milano non sono molto migliori da un punto di vista strutturale. Si tratta di carceri inaugurate tra gli anni '80 e i 2000, ma hanno già richiesto interventi di messa a norma" osserva Alessandra Naldi, ex Garante dei diritti delle persone private della libertà personale a Milano. Del resto la soluzione al sovraffollamento non può rifarsi esclusivamente alla costruzione di nuove strutture. Come ribadito negli Stati generali dell'esecuzione penale, una serie di studi interdisciplinari sull'esecuzione della pena voluti nel 2015 dal ministro Orlando "se non si riesce a contrastare la diffusa convinzione che il carcere sia l'unica risposta alle paure del nostro tempo [...] ogni riforma normativa sarà fatalmente esposta a scorrerie legislative di segno involutivo e carcerocentrico, che torneranno a determinare sovraffollamento nei penitenziari".
Il nodo del sovraffollamento, che così spesso viene agitato dai politici locali quando si ragiona sul futuro di San Vittore (perché non farci un parco o un hotel?), in realtà dipende da un circolo vizioso del nostro quadro normativo. L'unica reale possibilità di ridurlo è diminuire drasticamente il ricorso alla custodia cautelare in carcere.
Nel 2013, la sentenza Torreggiani (Corte Europea di Strasburgo) ha obbligato l'Italia ad affrontare il problema, insistendo sull'inefficacia di un sistema che ingloba nella macchina carceraria persone che non dovrebbero assolutamente averci a che fare. Dopo la sentenza, sono state introdotte importanti misure di natura emergenziale, tra cui il regime a celle aperte con sorveglianza dinamica, ma non si è arrivati a un ripensamento drastico della realtà carceraria in Italia. Viene da chiedersi cosa succederebbe se le pressioni esterne dovessero allentarsi. Per capire quali effetti avrà la pandemia di Sars-CoV-2 sulla situazione carceraria, considerando i problemi strutturali preesistenti, si può fare riferimento al XVI° Rapporto dell'associazione Antigone, che da anni monitora la situazione nei diversi penitenziari italiani.
Intanto, mentre il dibattito pubblico si concentra sull'obsolescenza del Panopticon, passano in secondo piano i problemi specifici di un carcere di passaggio come San Vittore. Per esempio la difficoltà che i carcerati e i loro parenti incontrano nell'accesso ai colloqui (che al momento sono ancora sospesi). I parenti entrano, da un portoncino su viale Papiniano, in una stanza piccola e affollata (con bagni all'esterno) dove passano ore prima di essere ammessi. In pochi metri quadri vengono controllati i pacchi per i detenuti, ci si stringe sulle poche panche presenti e si cerca di tenere buoni i bambini. Cartelli vietano l'uso dei cellulari. Una volta entrati in sala colloqui, per andare in bagno bisogna bussare e sperare che un appuntato passi di lì e apra la porta.
I tempi d'attesa a San Vittore sono particolarmente lunghi proprio perché è un carcere di passaggio; ha un elevato turn-over di detenuti e una fitta popolazione di stranieri i cui familiari hanno spesso problemi con i documenti.
"[Bisogna] considerare che, in generale, i vincoli imposti sui colloqui quando le indagini sono ancora in corso rendono il processo [della visita] ancora più lento, e a San Vittore questo è il caso della maggior parte dei detenuti" ci spiega Alessandra Naldi. Quando, invece, i detenuti hanno una condanna definitiva - una volta sbrigate le procedure burocratiche e ottenuto il permesso di visita - l'intero processo si svolge un po' più agevolmente. Un secondo problema è, per i detenuti, la scarsa prospettiva di svolgere attività all'interno del carcere, diretta conseguenza di una permanenza media di massimo tre mesi. Ma se il carcere venisse spostato, è difficile immaginare che lo stesso numero di volontari (principale motore delle attività) riuscirebbe a raggiungere Opera o Bollate con la stessa facilità.
È un problema anche la separazione dei reclusi in diversi regimi di detenzione, che diventano compartimenti stagni, contribuendo a minare la stabilità mentale dei detenuti. Abbiamo parlato con Giorgio (nome di fantasia) che ha trascorso quattro mesi nel raggio "protetti" perché omosessuale. "[Nel mio reparto] c'erano poche cose da fare. Io ho fatto un corso di yoga, e poi c'era arte-terapia. Noi protetti non potevamo andare in giro se non scortati dagli appuntati e non potevamo partecipare alle attività che facevano gli altri. Idem per le ore d'aria, che poi non sono granché, perché le aree all'aperto del nostro raggio sono tutte grigie".
Il racconto di Giorgio trova riscontro nei documenti del 2018 di Antigone, che evidenziano come, mentre in quasi tutte le sezioni le celle sono aperte dalle 8:00 alle 20:00, nel raggio protetti gli orari sono ben diversi: dalle 9:30 alle 10:30 e dalle 13:00 alle 15:30. Un altro tema sollevato da Giorgio, che raramente trova riscontro nel discorso pubblico sulle carceri, è quello della salute mentale dei detenuti: "nel mio reparto tutti seguivano una terapia. La psichiatra veniva due volte a settimana, io la vedevo sempre, perché avevo una diagnosi già da prima. Ma anche agli altri davano farmaci per evitare che diventassero aggressivi, insomma calmanti".
Nel suo saggio La variabile umana Lorenza Ronzano fa notare che "un servizio psichiatrico [dovrebbe] aiutare i pazienti a risolvere problemi alla cui origine concorrono motivazioni ben diverse da quelle personali e patologiche". Difficile non pensare alla carcerazione come a una di queste motivazioni esogene: la terapia in detenzione cura prevalentemente i problemi che la detenzione stessa fa nascere o acuisce.
Insomma, ogni volta che si parla di spostare San Vittore, le argomentazioni sembrano prendere in considerazione esclusivamente l'età e la tipologia della struttura, quasi fossero la causa del sovraffollamento. Ma rimuovere il carcere dal centro significa in realtà riappropriarsi di uno spazio dall'enorme potenziale economico, cancellandone la memoria storica. Se veramente si vuole risolvere il problema di San Vittore, bisogna soprattutto cambiare il quadro normativo oltre che ristrutturare l'esistente. O, magari, abolire il carcere?
di Ivana d'Amore*
noidonne.org, 1 giugno 2020
Il programma di video-lezioni nelle carceri è stato attuato anche nel carcere di Velletri, che diventa un'eccellenza del Lazio. Il 26 marzo 2020, in una Circolare del Dap (Dipartimento amministrazione penitenziaria) si dispone la sospensione dei colloqui tra detenuti e familiari: troppo alto il rischio di contagi dal nuovo Covid-19.
Vengono sospese le attività scolastiche, gli ingressi dei volontari, le attività sportive e la formazione professionale: insomma, tutto quello che a fatica, e in parte, riempie il grigio quotidiano detentivo. La paura dei contagi cresce, vengono fermate tutte le attività produttive anche all'esterno del mondo carcerario.
Ma la Scuola Italiana di ogni ordine e grado non si ferma. Diventa il cuore pulsante della nostra società che non vuole arrendersi al contagio del corona virus. È un esercito di migliaia di insegnanti che accettano una nuova sfida: passare dall'insegnamento frontale a quello a distanza tramite l'utilizzo di piattaforme on-line. In questa battaglia vengono coinvolti gli stessi studenti e le loro famiglie. Tutti concorrono, anche se con tanti sacrifici, difficoltà ed incertezze, ad un obiettivo comune: andare avanti ad ogni costo per terminare in modo dignitoso l'anno scolastico 2019-2020.
Ad essi si aggiungono, con il permesso del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, gli Istituti Scolastici all'interno delle carceri Italiane. Viene concesso l'uso di Skype e della posta elettronica per gli esami, le lezioni online con i docenti, e la corrispondenza via email con i familiari. Anche i detenuti entrano nel mondo digitale!
Si tratta di un'autentica rivoluzione culturale di enorme valore, che mette al centro la responsabilità della rieducazione. Il 27 aprile in Emilia Romagna, parte un programma di video-lezioni a distanza per la scuola in carcere, dove si lancia l'iniziativa #nonèmaitroppotardi2020.
Con la ripresa dei corsi scolastici in questa nuova modalità, si vuole dare attenzione e responsabilità ed assicurare il diritto all'eguaglianza per l'accesso alla conoscenza e nutrire una speranza di reinserimento nella società i detenuti.
Ed ecco che la nuova sfida è accolta con entusiasmo anche dal Lazzaria, il carcere di Velletri che ospita un'alta percentuale di detenuti provenienti da Anzio, Nettuno e dalle zone limitrofe, ed è per questo motivo che è anche detto il carcere del nostro territorio.
Diventando, in questo momento di emergenza, un modello regionale. Un fiore all'occhiello non solo per l'intera comunità carceraria Italiana, ma per tutto il nostro Territorio. Una bella storia fatta di collaborazione tra le parti istituzionali, ossia tra scuola e carcere.
Tra volenterosi insegnanti, come ad esempio la giovane prof.ssa di chimica Maria Spoto, insegnante dell'istituto agrario, la collaborazione dei volontari dell'associazione Vol.A.Re. e di tutto il personale del carcere, a partire dal direttore, al capo dell'area educativa, all'ispettore dell'area trattamentale (referente informatico). In breve, un processo di trasformazione porta a qualcosa di inatteso e sorprendente: per la prima volta il carcere è al passo con i tempi!
Si parte con l'allestimento di due sale, una con computer portatili, con monitor e telecamere incorporate e microfoni per agevolare i colloqui tra detenuti e le loro famiglie tramite skype; un'altra sala viene attrezzata all'interno di una sezione del carcere per svolgere video lezioni a distanza su piattaforma Jitsi, rivolte ad una decina di studenti del V anno dell'Istituto Agrario "Cesare Battisti" con pc, webcam, e microfoni. Purtroppo, per mancanza di computer, restano esclusi da ogni attività i "protetti". Ma la situazione è in continuo divenire: cambia quando arriva l'elogio del Provveditorato del Ministero della Giustizia del Lazio. L'Istituto Penitenziario di Velletri riceve elogi per l'eccellenza dimostrata nello svolgimento della didattica a distanza.
In questa occasione, il Provveditorato del Ministero della Giustizia dona 11 cellulari con 100 Gb, per agevolare i colloqui tra i detenuti ed i famigliari, e per poter utilizzare qualche telefonino come router per i computer, per la didattica a distanza. Ad essi si affiancano le donazioni del Cpia (centro permanente di Istruzione degli adulti) e dell'istituto Agrario. La proficua collaborazione tra le parti Istituzionali consente, in tempi brevi, il potenziamento e l'allestimento di nuove aule sia per lo svolgimento della didattica a distanza sia per i colloqui tra detenuti e le loro famiglie, e con l'area trattamentale.
Anche per noi, società civile, questo avvenimento dimostra, seppure in condizioni impossibili, quanto possono fare uomini e donne che amano e lavorano per gli altri. Non importa se il Lazzaria di Velletri è un carcere di periferia, o di quanti siano gli effettivi agenti di polizia penitenziaria, di personale amministrativo, di educatori e di quanti invece ce ne dovrebbero essere. Come Don Milani scrisse a sua madre: "la grandezza di una vita non si misura dal luogo in cui si è svolta".
*Associazione Vol.A.Re.
di Umberto De Giovannangeli
Il Riformista, 1 giugno 2020
"Donald Trump? È l'antitesi della democrazia. Ora è arrivato anche a minacciare Twitter, perché hanno osato correggerlo, che neanche Putin...". Ad affermarlo è Jody Williams, fondatrice della Campagna Internazionale per il Bando delle Mine Antiuomo, insignita del Premio Nobel per la pace nel 1997.
La scure di Donald Trump si è abbattuta anche sui social - Trump è già in campagna elettorale e adesso ha un altro nemico contro cui scagliarsi. Ciò che non riesce a controllare, cerca di annientarlo. Lui concepisce la libertà di espressione a senso unico. Quanto poi all'accusa a Twitter di interferire nelle elezioni presidenziali, avanzata dal presidente del Russiagate. La sfrontatezza di Trump non conosce limiti: proprio lui parla di correttezza d'informazione, lui che forte dei suoi oltre 80 milioni di followers, brandisce Twitter come arma politico-propagandistica, seminando anche teorie cospirative e oltre 16 mila affermazioni false o fuorvianti da quando è in carica, secondo un resoconto dei media. Sedicimila fake! Un record mondiale.
Intanto a Minneapolis continua la rivolta degli afroamericani, una rivolta che si sta estendendo ad altre città. È il segno di una rabbia che covava da tempo. I responsabili della orribile fine di George Floyd devono dar conto in un'aula di tribunale del loro comportamento. La richiesta di giustizia va soddisfatta, ma resta il clima di odio contro gli afroamericani e i latinos che Donald Trump e i suoi consiglieri hanno alimentato.
Il Presidente ha accusato il sindaco di Minneapolis di "assoluta mancanza di leadership". Se per questo ha anche definito Jacob Frey, un sindaco di "estrema sinistra", come se questo fosse un marchio d'infamia. È lo stile-Trump: individuare il nemico di turno, accusarlo di essere un debole, usarlo come capro espiatorio. La via da seguire è quella della disobbedienza civile, della resistenza non violenta. È una via difficile, ma ciò che mi conforta è vedere che sempre più persone nel mio Paese, specie tra i giovani, sono disposti a seguirla, rischiando anche di finire in carcere. Mi auguro che questa ribellione morale possa passare dalle piazze ai seggi elettorali il 3 novembre prossimo. E porre fine ad un incubo. L'incubo Trump.
Lei non è mai stata tenera con The Donald. Trump ha dato spazio alle componenti più retrive e pericolose della società americana. Con lui alla Casa Bianca i suprematisti bianchi si sono sentiti legittimati a portare avanti, e non solo a parole, le loro campagne di odio e di violenza contro le minoranze, le donne, i gay. Trump ha vinto le elezioni con lo slogan "America first", e in questa idea di America, bianca, suprematista, l'inclusione è bandita.
È davvero capace di tutto, e lo ha ampiamente dimostrato, contro gli immigrati, contro le donne. Ha cancellato i finanziamenti del governo federale a tutte le organizzazioni che praticano o fanno informazione sulle interruzioni di gravidanza nel mondo, ha smantellato l'"Obamacare" lasciando così venti milioni di persone senza sanità pubblica, con le conseguenze disastrose che stiamo vivendo nell'affrontare la crisi pandemica: pur di non assumersi le sue responsabilità, Trump si è prima inventato ridicole soluzioni mediche e poi, visto la figuraccia fatta, ha provato con la storia del virus generato in un laboratorio cinese. Tutti sono colpevoli, tranne lui.
Le donne sono state in prima fila nel movimento anti-Trump. Hanno compreso sulla propria pelle che ogni atto di Trump, in ogni ambito della sfera pubblica e sociale, ha una impronta sessista.
L'ideologia che ispira Trump è quella dei suprematisti bianchi, coloro che considerano non solo gli afroamericani ma anche le donne come razza inferiore. Sessismo e razzismo si tengono assieme. Le donne subiscono questa oppressione come lavoratrici, madri, in ogni ambito del loro essere. Stiamo lottando per dei diritti che si ritenevano ormai consolidati ma che Trump ha smantellato, giorno dopo giorno.
di Don Mussie Zerai
Il Manifesto, 1 giugno 2020
Chiediamo ai governi europei e alle autorità libiche di evacuare tutte queste persone verso i paesi limitrofi, creando un campo temporaneo, per poi organizzare un programma di reinsediamento.
Da giorni stiamo ricevendo appelli e grida di dolore da varie parti della Libia da profughi che si trovano intrappolati in zone di conflitto, dove milizie costringono ad imbracciare le armi uomini e ragazzini, tra i profughi chi si rifiuta viene malmenato, ci sono state anche uccisioni, come è successo nel lager a Tajoura.
Situazioni devastanti a Tripoli, centinaia di profughi totalmente abbandonati a se stessi, cacciati dalle case in piena pandemia perché non hanno soldi per pagare l'affitto, ci dicono che non mangiano da giorni, rischiano di morire di fame prima ancora di ammalarsi di Covid-19, visto che è diventato impossibile reperire il cibo. Si può dire che c'è una specie di caccia al profugo da gruppi criminali che vanno alla razzia.
Nei lager di Zawiya, Kumuz, Mekazin ci sono circa 5 mila profughi eritrei, etiopi e sudanesi che da mesi ci chiedono aiuto per essere evacuati fuori dal territorio libico al sicuro. Ieri abbiamo ricevuto una richiesta di aiuto da un ragazzino sudanese impaurito e affamato solo al mondo che ci ha detto che non mangia da giorni a Tripoli, ha paura di lasciare il suo rifugio fatto di cartoni per la strada perché non sai chi incontri. Molti profughi sono stati derubati, ci sono continue razzie, hanno preso di mira le case abitate da migranti e profughi, c'è un razzismo molto diffuso verso i neri. I razzi che arrivano, gli spari che si sentono ovunque, i profughi ci dicono di vivere nel terrore giorno per giorno. Un'altra testimonianza viene da una famiglia con 5 figli (il più grande ha solo 9 anni, il più piccolo 1 anno), dal 2017 attendono di trovare un paese che gli offra asilo, ora sono angosciati su come sopravvivere alla pandemia, al conflitto, alle razzie, alla fame: gridano aiuto.
Di fronte a tutto quello che sta accadendo in Libia, nessuno può voltarsi dall'altra parte, nessuno può dire che non sapevamo. Ogni migrante o profugo morto in Libia oggi lo avremo sulle nostre coscienze. Italia, Francia, Germania facciano lo sforzo per ottenere un corridoio umanitario per l'evacuazione di queste persone che sono in trappola.
Non possiamo tacere, diamo voce a questi fratelli e sorelle che sono oggi più che mai senza voce, sono scomparsi dal radar dei grandi mass media, scomparsi dai discorsi politici, soccombono in silenzio nel deserto come nel mare, molti anche nei lager spesso sovvenzionati con fondi europei, per le strade delle città libiche quanti corpi esanimi anonimi.
Il nostro appello ai governi europei e alle autorità libiche è di trovare una soluzione urgente per evacuare tutte queste persone verso i paesi limitrofi, creando un campo temporaneo, per poi organizzare un programma di reinsediamento per coloro che sono bisognosi di protezione internazionale, e trasferirli legalmente verso paesi che sono in grado di accoglierli, proteggerli e integrarli nel proprio tessuto sociale, culturale ed economico.
di Marcello Bortolato*
questionegiustizia.it, 31 maggio 2020
Il Magistrato di Sorveglianza di Spoleto ha sollevato questione di legittimità costituzionale in riferimento al decreto-legge 29/2020. L'ordinanza di rimessione alla Corte costituzionale ha ad oggetto il meccanismo di rivisitazione cadenzata a intervalli brevi, anzi brevissimi, delle decisioni adottate dalla magistratura di sorveglianza, in epoca di pandemia da Covid-19, emesse a partire dal 23 febbraio 2020, meccanismo previsto dal Decreto Legge 10 maggio 2020 n. 29. Tale norma nasce come risposta alle polemiche insorte dopo la scarcerazione, per differimento della pena nelle forme della detenzione domiciliare, di soggetti appartenenti all'area della criminalità organizzata mafiosa e camorristica.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 31 maggio 2020
Il tribunale di Spoleto: "Discriminante e lesivo dei diritti di difesa". A meno di tre settimane dall'entrata in vigore, il cosiddetto "decreto Bonafede" finisce già davanti alla Corte costituzionale. A Palazzo della Consulta non è ancora arrivata nessuna ordinanza, ma sembra che più di un tribunale stia preparando il rinvio della discussa norma alla Corte.
Il Riformista, 31 maggio 2020
Ventuno suicidi in carcere dall'inizio del 2020. Un dato, quello annunciato dall'Ufficio del Garante Nazionale delle persone private della libertà, definito allarmante da Sergio d'Elia, segretario di Nessuno tocchi Caino-Spes contra spem. Si tratta di "un numero che ha superato quelli, alla stessa data, del 2019 (16) e del 2018 (18). Il Garante fa notare che in ben due degli ultimi tre casi si è trattato di persone appena carcerate e poste in "isolamento sanitario precauzionale".
di Marco Conti
Il Messaggero, 31 maggio 2020
A sentire il ministro della Giustizia, la riforma dei meccanismi di elezione del Csm sembra in dirittura di arrivo, anche se un testo condiviso ancora non c'è e Alfonso Bonafede non ha ancora fissato l'appuntamento per consultare - come promesso - anche l'opposizione e i vertici dell'Anm e delle Camere penali.
di Domenico Cirillo
Il Manifesto, 31 maggio 2020
L'invito del presidente Mattarella perché governo e parlamento facciano presto. Il ministro Bonafede presenterà la bozza alle opposizioni, ai magistrati dell'Anm e agli avvocati. Ma il centrodestra rilancia il sorteggio per la componente togata. Dovrebbe essere la prossima la settimana buona per portare il testo della riforma del Consiglio superiore della magistratura in Consiglio dei ministri.
di Aldo Torchiaro
Il Riformista, 31 maggio 2020
Andrea Orlando, deputato e già Ministro della Giustizia prima con Renzi e poi con Gentiloni (2014-2018) è vice Segretario del Pd. Lascia sul terreno qualche incompiuta, come la riforma del sistema penitenziario e quella della prescrizione: temi caldissimi nell'agenda della maggioranza; tra Italia Viva e Cinque Stelle il punto di mediazione rimette il boccino nelle mani dei Dem.
Vertice di maggioranza in corso. Si riparla anche di riforma penitenziaria?
Penso che anche dopo l'esperienza del Covid abbiamo elementi che spingono ancor più verso l'esigenza di distinguere tra detenuti e tra percorsi e di far corrispondere a queste distinzioni un diverso trattamento, che era il cuore della riforma: il carcere non è l'unica forma di esecuzione della pena.
Su quel fronte c'è ancora tanto da fare...
Basterebbe riprendere la mia riforma, che era il frutto di due anni di un lavoro importante che aveva messo insieme tutti gli studiosi della materia, i più importanti penalisti, con un lavoro interdisciplinare che affrontava tutti i diversi aspetti del pianeta carcere.
È sul tavolo di Bonafede?
È una richiesta che abbiamo fatto come Pd e che dobbiamo portare avanti. Riteniamo che un sistema intelligente di esecuzione della pena serva ad avere una effettiva corrispondenza alle indicazioni costituzionali ma alla fine anche a garantire più sicurezza ai cittadini.
Le linee-guida esposte da Bonafede sono un buon punto di partenza?
Le linee-guida erano frutto di un confronto, ma essendo linee-guida possono produrre poi effetti molto diversi, sul cui esito dobbiamo discutere. Credo ci siano alcuni punti che debbono essere sviluppati, ma la strada è quella giusta.
Si parla di individuare percorsi di merito.
Anziché fare gli indignati perché si scoprono continue trattative che emergono dalle intercettazioni, sarebbe bene chiedersi perché sono possibili quelle trattative. Io dico che sono possibili perché i criteri di individuazione degli incarichi sono molto vaghi. E invece dovremmo avere delle griglie più stringenti, a partire dalle valutazioni che vengono proposte dai capi degli uffici sui magistrati sottoposti. Le valutazioni che si fanno oggi, invece, non rispecchiano la fotografia del magistrato.
Italia Viva vuole ridiscutere la prescrizione.
È oggetto di un confronto del quale non sono parte diretta, anche per evitare imbarazzi di sovrapposizione tra predecessore e successore al Ministero. Sicuramente è un punto aperto, che noi vogliamo valutare sulla base della riforma del processo penale.
La sua priorità qual è?
In questo momento vedo un'urgenza estrema nell'approvazione della riforma del Csm. Si rischia la delegittimazione non soltanto dell'organo di autogoverno, ma di tutta la magistratura. È una questione che investe tutta l'infrastruttura della giustizia.
Le intercettazioni di cui si parla oggi sono di un anno fa, non si è fatto molto in quest'anno per riformare con urgenza il Csm.
Queste intercettazioni non tolgono e non aggiungono niente a quello che già si sapeva. Offrono un quadro deformato, mettono sullo stesso piano conversazioni molto diverse. Si mette a seconda della giornata sulla graticola Tizio o Caio. In realtà è un sistema che va complessivamente rivisto: le correnti non hanno più un carattere ideale e culturale. Le scelte che il Csm è chiamato a compiere sono sempre più discrezionali, per la mancanza di paletti chiari, cosa che può produrre effetti devastanti per la giurisdizione. Penso che dovrebbe essere la magistratura per prima a chiedere un intervento del Parlamento.
Però non l'ha mai fatto. Evidentemente per loro va bene così.
E a me questa loro reazione ricorda la sufficienza con cui la politica ha letto con ritardo i vari momenti di crisi che si sono succeduti in questi anni. Davanti a una crisi come questa, pensare che la magistratura non diventi bersaglio dell'antipolitica e del discorso populista è puramente illusorio. È fatale che avvenga una delegittimazione verso la giurisdizione, che è una funzione essenziale per la democrazia.
Non bastano più le presunte autoriforme.
Credo che la magistratura associata paghi una chiusura alla riforma che spesso è stata coperta con pseudo autoriforme che non hanno affrontato i nodi del problema, e mi aspetterei oggi un sussulto e una capacità di reazione che purtroppo a oggi non c'è stata. Per ora c'è solo il tentativo delle diverse componenti di gettare le responsabilità l'una addosso all'altra. Faccio una valutazione politica: c'è una lettura sbagliata, una risposta non all'altezza della difficoltà della situazione.
Che natura hanno oggi le correnti?
Gli scontri più violenti sono dentro le stesse correnti, a prova del fatto che un collante è venuto meno. Il tema non è tanto sopprimere le correnti ma limitarne la pervasività e rifondarle sulla base del loro approccio culturale. Questo però non compete alla politica. La politica può solo evitare che mettano mani e naso là dove non è necessario.
Come si evita che il processo penale sia sovraccaricato?
Il vero nemico del processo penale è il populismo penale, il panpenalismo. L'idea che il processo venga utilizzato per funzioni che non sono le proprie, per quelle fattispecie che non andrebbero sanzionate penalmente. Una legislazione che si occupa di tutto funziona male.
Avevate raggiunto un buon compromesso con l'interruzione del calcolo della prescrizione dopo il I grado. Vi state scontrando con una bandiera dei Cinque Stelle?
Io penso che bandiere non ce ne debbano essere. Sono convinto che non si misuri su un singolo istituto il funzionamento delle garanzie. Nel senso che se si blocca la prescrizione, bisogna avere certezza che il processo si svolga in un tempo congruo e ci vuole una sanzione nel caso in cui si superi quel termine temporale.
Come?
Bisogna realizzare un punto di equilibrio, che in un sistema con tre gradi di giudizio, l'obbligatorietà dell'azione penale e una dimensione così ampia della sfera del penale, non è certo facile. Vanno introdotti elementi di drastica riduzione dei tempi del processo stesso. Voglio ragionare sui riti alternativi e gli effetti processuali che devono verificarsi se c'è il superamento di quei termini. Ci sono diversi modelli, si può attingere ad essi.
In Germania la pena diminuisce, se passa molto tempo. È una ipotesi allo studio, le piace?
È un'ipotesi che avevamo proposto e che rimane sul tavolo. L'armamentario non manca, importante è trovare pesi e contrappesi necessari a mantenere il punto di equilibrio.
Com'è il rapporto con M5S sulla giustizia?
Il rapporto è quello che ci aspettavamo. Sulla giustizia si misurano con loro le più ampie distanze. Lo sapevamo, quando abbiamo iniziato questa esperienza. Un certo utilizzo simbolico del processo penale è stato uno dei tratti che ha caratterizzato la nascita e lo sviluppo dei Cinque Stelle, e non possiamo che essere distanti da questo.
Da Ministro ha vissuto da vicino il Dap. Che idea si è fatto della vicenda Bonafede-Di Matteo?
Spero che Di Matteo avrà occasione di chiarire questa vicenda. Non c'è cosa peggiore che dire le cose a mezza bocca. Il ministro della Giustizia può cambiare opinione sul conferimento di un incarico. Con tutte le distanze culturali e politiche che ho con Bonafede, tenderei ad escludere che il condizionamento possa essere avvenuto da mafiosi. Ma se Di Matteo ha delle indicazioni più chiare, è utile ascoltarle per farsi una idea precisa di quel che è avvenuto, a riprova delle sue affermazioni.
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