di Tayla Jolanda Mirò D'Aniello
iusinitinere.it, 1 giugno 2020
Intervista al Magistrato di Sorveglianza di Santa Maria Capua Vetere, dott. Marco Puglia. Da giorni si assiste ad una forte polemica inerente la scarcerazione di alcuni detenuti sottoposti al regime del c.d. carcere duro. La questione è sorta a seguito della concessione del beneficio della misura alternativa ad alcuni soggetti detenuti, al fine di contenere la diffusione del virus Covid- 19 all'interno delle carceri.
di Nando Dalla Chiesa
Il Fatto Quotidiano, 1 giugno 2020
Che bello potere parlare dei diritti dei detenuti sapendo che non ci sono dietro le pretese di impunità dei boss e dei loro avvocati. Che bello quando il dibattito si libera dell'unica ragione per cui in questo Paese si discute di garantismo e condizioni carcerarie: la voglia dei mafiosi di tornare a casa e riprendersi, fra tante oche giulive, il quartier generale da cui comandare.
Ecco, martedì 26 maggio è partito dal carcere di Bollate un piano straordinario. Che ha messo insieme Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria e alcune industrie private in nome di un progetto detto "Lavori di pubblica utilità".
Ristretti Orizzonti, 1 giugno 2020
Il 3 giugno dalle 10 alle 12.30 ci sarà una Videoconferenza, in cui Gianrico Carofiglio*, magistrato e scrittore, terrà una lezione e dialogherà sulla necessità di "liberare le parole dal logorio di un utilizzo inconsapevole o, peggio ancora, dalla loro alterazione da parte dei ladri di parole: per fare questo è indispensabile operarne un'attenta manutenzione".
di Giuseppe Scarpa
Il Messaggero, 1 giugno 2020
Si discute di una riforma radicale del Consiglio Superiore di magistratura. Una bozza di legge, targata M5S, in cui i nove componenti laici di Palazzo dei Marescialli non potranno provenire né dal governo né dal parlamento. La prossima settimana sarà portata al Consiglio dei ministri. Si tratta di una proposta che i grillini avevano comunque già avanzato nelle scorse settimane.
Una bozza già avversata dagli alleati di governo, Pd, LeU e Italia Viva. Per gli altri tre partiti che reggono l'esecutivo è impensabile accettare l'ipotesi messa sul tavolo del Movimento. Al massimo si potrebbe trattare sulla provenienza dei consiglieri dalle file del governo, non da quelle del parlamento.
Ad ogni modo, solo per fare un esempio, se questa norma fosse stata in vigore già in passato nessuno degli ultimi due vice presidenti - né l'attuale David Ermini, né il suo predecessore Giovanni Legnini - sarebbero potuti essere eletto. Una proposta che si pone l'obiettivo di evitare commistioni tra politica e magistratura. Commistioni venute alla luce in virtù dell'inchiesta sul pm Luca Palamara, ex consigliere al Csm ed ex presidente dell'Anm, che ha svelato il mercato delle toghe. E proprio ieri il pm intervistato a Non è l'Arena, il programma di Massimo Giletti, ha fornito la sua versione. Le chat agli atti dell'inchiesta di Perugia con pm, giudici e parlamentari hanno scoperchiato il grande gioco delle nomine in procure e tribunali. Una negoziazione che poi si traduceva in voti non sempre dettati da un criterio di merito, ma dal peso delle correnti.
L'anno scorso a Palazzo dei Marescialli c'erano state le dimissioni di sei consiglieri, con l'affossamento delle correnti Magistratura Indipendente e Unicost, travolte dallo scandalo. Un terremoto politico giudiziario che aveva successivamente colpito anche l'Anm. L'Associazione nazionale dei magistrati che aveva poi eletto presidente Luca Poniz, di Area, l'ala progressista uscita, 12 mesi fa, indenne dalla bufera. Ma adesso, la seconda tornata di intercettazioni e, soprattutto, di chat presenti sul cellulare di Palmara, ha coinvolto anche colleghi di questa corrente. Mentre Unicost ne esce ancora più in frantumi dopo le parole captate dell'ex leader, Palamara, che diceva al procuratore di Viterbo, Paolo Auriemma, quanto fosse necessario "fermare" Matteo Salvini, all'epoca ministro dell'Interno e indagato in Sicilia per sequestro di persona in relazione agli sbarchi vietati.
Ma i dialoghi agli atti dell'inchiesta di Perugia, oltre ad avere creato turbolenze dentro la giunta dell'Anm, hanno toccato anche il ministero della Giustizia: a doversi dimettere, il 15 maggio scorso, è stato il capo di gabinetto di Alfonso Bonafede, Fulvio Baldi, di Unicost, più volte intercettato in conversazioni con Palamara su toghe da sponsorizzare per essere portate anche in via Arenula. Poi, sono arrivate ai vertici dell'Anm le dimissioni di Poniz e del segretario generale, Giuliano Caputo (Unicost), successivamente ritirate. Una decisione che, la settimana scorsa, ha mandato su tutte le furie la corrente conservatrice delle toghe che ha abbandonato il Cdc dell'Associazione. Una sorta di parlamentino dell'organo rappresentativo dei magistrati. Lo ha fatto in polemica con il cambio di rotta di Area e Unicost.
di Giuseppe Salvaggiulo
La Stampa, 1 giugno 2020
Riforma pronta per il Consiglio dei ministri. Pd e grillini divisi sugli ex parlamentari, come Legnini ed Ermini. La riforma della magistratura muove il suo primo passo. In settimana dovrebbe approdare in Consiglio dei ministri.
Ma c'è una falla nel testo concordato in due lunghi vertici di maggioranza. I grillini sostengono il divieto per ex ministri, sottosegretari e parlamentari di essere eletti al Csm. È previsto nel testo, filtra in serata. Falso, ribatte il Pd: era nella prima bozza di Bonafede, gli altri tre partiti della maggioranza l'hanno bocciata.
Falla non da poco, se dovesse preludere all'ennesimo affondo contro David Ermini, vicepresidente del Csm ed ex deputato Pd. Come il predecessore Giovanni Legnini. Entrambi immortalati nelle chat di Palamara. La riforma sarà un disegno di legge delega, come per le riforme dei processi civile e penale, già in Parlamento.
L'accordo è di non blindare il testo di partenza, ma vista l'aria che tira (Salvini e Meloni che strattonano il Quirinale, Berlusconi a rimorchio, la Casellati che rilancia il sorteggio del Csm, incostituzionale per gran parte della dottrina) è più facile il dialogo con magistrati e avvocati che con l'opposizione. La riforma ha 4 gambe: nomine giudiziarie, carriere dei magistrati, rapporti con la politica, elezione del Csm. La prima nasce direttamente dal caso Palamara.
Obiettivo: modificare l'iter delle nomine giudiziarie, imponendo al Csm l'applicazione dei principi di trasparenza come per ogni normale procedura amministrativa, il rigoroso ordine cronologico (per disincentivare accordi a pacchetto tra correnti), l'audizione dei candidati (per Roma, un anno fa, l'aveva chiesta invano Mattarella), il parere degli avvocati e dei magistrati del territorio, un'età più matura e una professionalità certificata per i posti più ambiti, una limitazione della discrezionalità nella valutazione dei curricula (da cui nascono caterve di ricorsi al Tar).
Sulle carriere, la novità "a effetto" è la riduzione da quattro a due, nell'intera carriera, delle finestre per passare da pm a giudice e viceversa. Separazione di fatto delle carriere, ma non rivoluzione. Il Csm già privilegia la continuità di funzioni: per un posto di Procuratore, è meglio vista un'intera carriera da pm piuttosto che una intervallata da un'esperienza da giudicante. Alla faccia della sventolata "cultura della giurisdizione".
Previste regole più stringenti per l'accesso in Cassazione, terreno di scontro/accordo tra correnti (nel Csm ancora fumano gli ardori dell'ultima infornata), e per le valutazioni di professionalità, sovente improntate al "todos caballeros". Cambia anche il giudizio disciplinare: più oneri per i capi degli uffici, possibile riabilitazione a fini di carriera in caso di sanzioni lievi. La questione delle "porte girevoli" tra politica e magistratura (ordinaria, amministrativa e contabile) viene affrontata ampliando le ipotesi di ineleggibilità.
La novità (questa sì, storica) è che i magistrati che hanno ricoperto incarichi di premier, ministri, parlamentari nazionali o europei, presidenti assessori o consiglieri regionali, sindaci di città con oltre 100mila abitanti non indosseranno più la toga: cessato il mandato, svolgeranno funzioni amministrative a parità di stipendio. Chi si candida senza essere eletto non potrà per tre anni lavorare nello stesso ufficio giudiziario di prima, né in altro ufficio legato al collegio elettorale, oltre al divieto di concorrere per posti direttivi.
Sosta ai box anche per 4 anni per gli ex membri del Csm e per 2 anni per i magistrati (circa 200) rientrati dal "fuori ruolo" negli staff di Palazzo Chigi, ministeri e Regioni. Quanto al Csm, la bozza prevede l'aumento dei consiglieri da 24 a 30 (invariata la proporzione: due terzi togati, un terzo eletti dal Parlamento).
Vietato far parte della sezione disciplinare, ampliata e riorganizzata, e della commissione nomine. Le due più ambite: nominare e punire. Cambia il sistema elettorale, che diventa un maggioritario vagamente francese: non più collegio unico nazionale, ma 20 collegi territoriali senza liste e con voto personale. Se al primo turno nessuno prende il 65%, si va al ballottaggio a due. Nobile intento destrutturare le correnti e favorire candidati indipendenti. Ma l'eterogenesi dei fini potrebbe rinsaldare i potentati locali e favorire desistenze più o meno occulte (nel 2018 il voto in Cassazione fu capolavoro di trasversalismo).
A occhio, l'effetto sarà la spinta verso un bipartitismo giudiziario: da una parte i progressisti di Area, dall'altra un blocco conservatore egemonizzato da Magistratura Indipendente. In mezzo (come la Dc nel 1994) quel che resta di Unicost, corrente che fu di Palamara. Non a caso tra i più fieri avversari del maggioritario c'è Autonomia e Indipendenza, la corrente più giovane e meno organizzata. Così com'è, la riforma Bonafede rischia di far comodo più a Cosimo Ferri che a Piercamillo Davigo.
Il Dubbio, 1 giugno 2020
Il leader di Italia Viva nel suo libro "La mossa del cavallo": "Necessaria una sistematica battaglia culturale". "Privare qualcuno della libertà vuol dire in ogni caso infliggere un doloroso supplizio. Se poi si scopre che questo atto era del tutto privo di fondamento o di motivazione, l'ingiustizia diventa un trauma insuperabile, inaccettabile.
Per questo ritengo doveroso ridurre il ricorso alla custodia cautelare preventiva, che, sebbene non vi sia coscienza nell'opinione pubblica della sua incredibile diffusione, è tuttora praticata, spesso senza un'effettiva necessità". È quanto scrive Matteo Renzi in uno dei capitoli del suo nuovo libro "La mossa del cavallo", in uscita il 4 giugno per Marsilio.
"Tutte le volte che il tribunale del riesame o la Cassazione annullano un'ordinanza d'arresto non soltanto viene deturpato il principio stesso dello Stato di diritto, ma rimane irrimediabilmente sfregiata la vita delle persone, di chi è stato ingiustamente privato della sua libertà e il cui percorso appare segnato da una macchia indelebile. In uno Stato liberale è quanto di più grave possa darsi", afferma l'ex premier. "Questo significa che può capitare a tutti, che non è affatto giustificato ciò che, nell'intimo delle nostre coscienze, al sicuro nelle nostre case, continuiamo a ripeterci: "Io non ho fatto niente e dunque nulla ho da temere", oppure, mettendo in campo la spietata consequenzialità della logica: "Se l'hanno arrestato, qualcosa avrà fatto". Un modo di pensare miope, sebbene comprensibile e quasi scontato, ma, se riflettiamo bene, profondamente iniquo", sottolinea Renzi.
"E del resto non è un caso che nel corso di una trasmissione televisiva al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede sia significativamente sfuggita la frase: "Gli innocenti non finiscono in carcere". Che cos'è infatti quell'esternazione se non la spia di un sentimento diffuso?", aggiunge. "A preoccupare molto di più, però, è la scarsa cultura giuridica diffusa in questo paese, in cui è come se non esistesse, o fosse stato rimosso, il principio di non colpevolezza sancito dalla Costituzione nel momento in cui questa legittima la condanna solo dopo una sentenza passata in giudicato - sottolinea il leader di Italia Viva.
E invece ogni cittadino diventa, suo malgrado, un colpevole non ancora scoperto, come teorizzato per anni da Pier Camillo Davigo, magistrato capofila di una cultura giustizialista approdata prima al vertice dell'Associazione nazionale magistrati e poi persino al Consiglio superiore della magistratura. Ma non stupisce più di tanto, se si pensa che lo stesso Csm aveva accolto uno dei giudici responsabili di quello che, a ragione, viene incluso nella lista dei più clamorosi scandali giudiziari che l'Italia ricordi, il caso Tortora - aggiunge. Basti questo a confermare come un tale atteggiamento sia un problema strutturale della giustizia italiana, che non può essere risolto se non attraverso una lunga e sistematica battaglia culturale".
"Se, da un lato, il magistrato è un essere umano, e come tale può commettere errori - spiega ancora -, dall'altro è inaccettabile che possa essere promosso al più alto organo di autogoverno della magistratura dopo essersi reso responsabile di una vicenda tanto delicata da essere rimasta scolpita nella memoria collettiva del paese. Ecco perché oggi appare indispensabile lavorare perché si giunga a una definitiva presa di coscienza del problema, prima ancora che per cambiare la legge".
di Valerio Spigarelli
Il Riformista, 1 giugno 2020
La prima cosa da dire è che finiranno per non cambiare nulla se continueranno a raccontarci che Palamara è un caso. Non è vero, non era un caso, era la regola. L'unica cosa singolare delle chat del telefonino che ha sconvolto il mondo della magistratura è il linguaggio da adolescente millennial comprensivo di faccine che utilizzano signori fatti e finiti.
Ma forse neppure quello ad essere sinceri: ognuno di noi ha il cellulare pieno di faccine e male parole scambiate senza freni inibitori con amici e conoscenti. Roba che, peraltro, in un Paese serio sarebbe rimasta comunque riservata, e ciò va ribadito tanto per marcare la doverosa distanza da quella stampa "garantista" che bestemmia contro il trojan finché non gli serve a sputtanare il nemico. Così come, mai come in questa occasione, è necessario chiarire che il troian non dovrebbe servire a fare il check up morale di nessuno: neppure di Palamara né della magistratura.
Per il resto, quello che racconta quel cellulare, dalla concezione proprietaria della giustizia che è propria della magistratura da decenni, ai rapporti stretti con esponenti politici, per finire con la deriva cencelliana delle correnti, era un segreto di Pulcinella che va avanti da quando Luca Palamara era all'asilo e solo qualche sepolcro imbiancato può raccontare la favola del compagno che sbaglia ma il popolo (cioè la magistratura) non c'entra. Ed è inutile stare lì a fare le orazioni sul fatto che esistono centinaia di magistrati laboriosi e schivi, che non vanno allo stadio o in trattoria coi vip, che non chiamano il capo corrente per avere un posto, che non hanno il giornalista - o il giornale - di riferimento, oppure rapporti stretti col mondo della politica; e infine che non fanno o chiedono raccomandazioni.
Certo che esistono, solo che non rappresentano il sistema di potere che si è sedimentato all'interno della magistratura e attorno ad essa. Anche durante la Prima Repubblica c'erano italiani che non cercavano raccomandazioni per evitare il servizio militare o per trovare lavoro. Identicamente c'erano militanti di partito che non avevano a che fare con le tangenti. Però il sistema era quello e lo teneva in piedi la maggioranza degli italiani che, servizio di leva a parte, non è che siano molto cambiati. Checché ne pensino i millenaristi di professione - che da noi hanno sempre una certa, temporanea, fortuna in politica, da Guglielmo Giannini fino a Grillo - la degenerazione di un sistema non riguarda solo la sua classe dirigente ma investe direttamente i rappresentati.
Ed allora, con il permesso delle madamime dei media di destra e di sinistra - che sferruzzano articolesse moralisteggianti, o intemerate a favor di telecamera sperando che il trojan non infetti qualche altro cellulare che spiegherebbe le carriere e le miserie loro - il problema, come avrebbe detto Riccardo Lombardi, è che ci vuole "una riforma di struttura". È la struttura costituzionale ed ordinamentale della magistratura che ha permesso, prima ancora di Tangentopoli, l'esondazione e la deriva di potere dell'ordine giudiziario. Ed è lì che si deve intervenire, non con i pogrom antimagistrati o, peggio, con gli autodafé. Bisogna agire sui capisaldi: struttura e composizione dell'organo di governo autonomo per l'affermazione della terzietà del giudice rispetto alle parti e il contenimento della deriva corporativa dell'organo costituzionale; istituzione di una Alta Corte di Disciplina esterna al Csm; accesso laterale in magistratura di soggetti esterni provenienti dal mondo dell'avvocatura e dell'accademia; ridefinizione dell'obbligatorietà dell'azione penale; divieto di rientro in magistratura dopo esperienze politiche; limitazioni rigide al collocamento fuori ruolo dei magistrati.
Roba che presuppone una certa idea della giustizia che purtroppo è estranea alla maggioranza della classe politica, è invisa alla stragrande maggioranza dei magistrati ed è anche ostica alla comprensione della pubblica opinione. Ma, proprio come dicevano i riformisti seri, è dalle modifiche di struttura che nasce una diversa cultura. Anche quando si iniziò a parlare di divorzio e aborto la società italiana era in maggioranza, a destra e sinistra, del tutto avversa a tali temi.
Ci volle un lavoro politico serio, e gente - come Pannella - non disposta a barattare principi per una cadrega, per imporre quelle scelte che a loro volta hanno accompagnato e fatto affermare un diverso sentire fino a farlo diventare proprio della generalità dei cittadini. E su questo il sistema della informazione gioca un ruolo fondamentale. Limitandosi a guardare dal buco della serratura del cellulare di Palamara, oppure fermandosi alla trita retorica dei piagnistei anticasta, la stampa sta perdendo l'ennesima occasione per confrontarsi con una idea liberale della giustizia che gli è sostanzialmente aliena.
Così come è estranea non solo, ovviamente, all'ala manettara dello schieramento politico che, oltre ai 5Stelle, comprende una buona fetta della sinistra italiana e i tanti garantisti a dondolo del centrodestra, ma persino quelli che sul garantismo hanno fatto, almeno a parole, un investimento politico, come Italia Viva.
Il Renzi che rimprovera a Bonafede la retorica del sospetto, ma poi gli salva la poltrona rivendicando come un merito di aver fatto morire Provenzano in carcere, si dimostra più un campione del peggiore trasformismo democristiano che un erede di Calamandrei, per capirci. Per un dibattito serio su una questione altrettanto seria ci vogliono, poi, interventi istituzionali di pari livello. Giorgio Napolitano ammonì più volte il Parlamento sulla necessità di una riforma strutturale della giustizia, e lo fece perché aveva sotto gli occhi la degenerazione del sistema, la sua inefficienza ed anche i misfatti legati ai rapporti tra il mondo della giustizia e l'informazione che fecero morire di dolore Loris D'Ambrosio.
Proprio ieri è intervenuto l'attuale Presidente della Repubblica rammentando di aver già da tempo auspicato una riforma "delle regole di formazione del Csm" ma al tempo stesso rispedendo al mittente gli inviti a sollecitare una legge che preveda "criteri nuovi e diversi" per la formazione di tale organo ricordando che questo compito è affidato al Parlamento.
Peccato, è una occasione persa, se avesse agito come il suo predecessore sarebbe stato un passo avanti. Questa vicenda viene da lontano e non è una faccenda di mele marce e raccomandazioni: è una crisi strutturale che va avanti da decenni e richiede interventi di pari livello. Il rischio, infatti, è che tutto si risolva nell'ennesima, truffaldina, instant law, magari sui meccanismi elettorali del Csm. Un'altra di quelle leggine reattive, simboliche e demagogiche, cui ci hanno abituato gli incompetenti al potere che darebbe la magistratura in mano a Davigo e i suoi. Come dire dalla padella alla brace.
di Virginia Piccolillo
Corriere della Sera, 1 giugno 2020
L'ex presidente dell'Anm parla per la prima volta in tv a "Non è l'Arena" su La7, intervistato da Massimo Giletti. Il giallo degli incontri di Basentini, ex capo del Dap. "Su Salvini ho usato un'espressione impropria, non volevo offenderlo. Ma quella frase non rispecchia fedelmente il pensiero: è decontestualizzata, volevamo tutelare il pm che indagava".
A un anno esatto dal suo interrogatorio davanti ai pm di Perugia, l'ex presidente dell'Anm Luca Palamara parla per la prima volta in tv. Lo fa intervistato da Massimo Giletti a "Non è l'Arena" su La7. E si difende: "Non sono io il male assoluto. Potrebbe far comodo a qualcuno pensarlo. Sono un uomo delle istituzioni e ho la toga nel cuore". Ma quel trojan, dice, lo ha reso come il Covid: "Chi ha attuato il distanziamento da me si è salvato".
Il "manuale Cencelli" delle toghe - Non ha più la barba, né peli sulla lingua l'ex consigliere Csm, e sottolinea: "Facevo parte di un organo collegiale composto da 27 persone. Ipotizzare che sia solo io, a far convergere tutte le situazioni verso una unica, dà una falsa rappresentazione della realtà". Nega di aver fermato Nino Di Matteo nella corsa a superprocuratore antimafia: "Il sistema di correnti si accordò su nomi diversi e il plenum ratificò, una sorta di manuale Cencelli". E spiega: "Il sistema premia chi appartiene alle correnti e negare che le correnti rappresentino una scorciatoia significa negare la realtà". Non si sottrae alla domanda sulle cene con Lotti: "Ho sottovalutato che fosse indagato". E sulla nomina di Ermini dice: "Il sistema di elezione del vicepresidente prevede un accordo fra correnti".
Il caso Basentini - Oltre a Palamara, ieri "Non è l'Arena" è tornata a occuparsi di Francesco Basentini, ex capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria costretto alle dimissioni dopo la bufera per le scarcerazioni dei boss durante l'emergenza Covid. Giletti, documenti alla mano, ha svelato un episodio che è stato al centro dell'attenzione della Procura di Potenza e sul quale lo stesso Basentini è stato ascoltato, come persona informata sui fatti, per cinque ore. Basentini, stando alla ricostruzione, nel febbraio 2019 riceve nel suo ufficio al Dap due persone: l'avvocato Raffaele De Bonis Cristalli (che non sa di essere pedinato per un'inchiesta che lo farà finire in arresto) e Vito Matteo Barozzi, cui fa capo la Cobar, impresa che ha già fatto parlare di sé per appalti finiti sulle cronache giudiziarie: la ricostruzione-scandalo del teatro Petruzzelli e il "pizzo" pagato alla 'ndrangheta per l'allestimento del Museo dei Bronzi di Riace a Reggio Calabria.
Cosa ci facessero quei due nell'ufficio del capo del Dap se lo sono chiesti i pm di Potenza. E visto che Basentini aveva fatto partecipare all'incontro anche l'architetto Barletta che cura gli appalti del Dap, glielo avrebbero chiesto in quel lungo colloquio. Lui avrebbe minimizzato, sostenendo che i lavori nelle carceri vengono affidati dal ministero delle Infrastrutture. "Però - sottolinea Giletti - dopo il decreto Semplificazione anche il Dap può bandire gare". A Palamara Basentini inviò un messaggio: "Luca, ho saputo che oggi la Commissione proporrà Curcio ahimè. Non si riesce a fare proprio nulla per D'Alessio?". "Purtroppo è così", fu la risposta di Palamara. E infatti Curcio ora indaga su quel giallo.
di Liana Milella
La Repubblica, 1 giugno 2020
Il traffico delle nomine del caso Palamara? Sono "fatti gravi". Non ha dubbi l'ex presidente della Consulta Valerio Onida che sulle correnti della magistratura dice "agiscano come aggregazioni culturali, e non come gruppi di potere". Per Onida i consiglieri laici del Csm dovrebbero comportarsi come i giudici della Consulta, "rispondere solo alla Costituzione e alla loro coscienza, non agli schieramenti politici che li hanno indicati".
Dal caso Palamara deriva un'indiscutibile delegittimazione di tutte le toghe. Il malcostume investe il Csm e ne inficia la trasparenza. Lei che idea si è fatta?
"Sembrano emergere fatti gravi: una modalità di scelta dei titolari di incarichi direttivi guidata da trattative fra correnti e da interlocuzioni con esponenti politici, più che da un esame spassionato dei meriti e delle attitudini. Come se le qualità fondamentali di un magistrato che aspira a una carica consistessero più nella sua appartenenza a una corrente o nella abilità nel trattare dei suoi sponsor che non nella capacità dimostrata di saper guidare un ufficio".
Mattarella esclude di poter sciogliere il Csm. E lei?
"Nell'accenno del presidente allo scioglimento "ove venga meno il numero legale dei componenti", potrebbe perfino essere letto, volendo, un invito all'attuale Csm a considerare l'ipotesi di dimissioni anticipate, motivate dall'opportunità di "ricominciare da capo" dopo la revisione parlamentare delle norme sull'elezione".
Come impedire il mercato delle nomine dei capi degli uffici?
"Queste decisioni non dovrebbero esser affatto politiche nel senso usuale, e dunque ogni interferenza o tentativo di influenza da parte di esponenti politici o guidato da criteri politici su singole scelte è del tutto improprio e gravemente scorretto".
Possibili rimedi?
"C'è un organo politico, vale a dire il ministro della Giustizia, che per legge è chiamato a esprimere il suo "concerto" sulle proposte di nomina dei capi degli uffici. Naturalmente non dovrebbe introdurre proprie preferenze di parte, ma potrebbe far valere le proprie valutazioni sulle capacità e attitudini organizzative e direttive dei candidati".
Non ricordo un simile intervento di un Guardasigilli...
"La cosa singolare è che i ministri della Giustizia per lo più non sembrano essere stati molto capaci né interessati a esercitare bene questa funzione di "concerto" che pure si attiva sempre. Il Csm segue le proprie logiche interne, e il ministro non si oppone".
Come giudica la presenza dei politici al tavolo delle trattative?
"I politici dovrebbero rimanere rigorosamente estranei alle scelte che fa il Csm, tanto più quando si tratta di un politico che è a sua volta magistrato, magari esponente di punta di una corrente, collocato fuori ruolo perché ha assunto un ruolo politico, di parlamentare odi membro del governo".
Ma il Csm non è politicizzato per natura? Basti pensare alle trattative in Parlamento sul voto per i membri laici...
"La "spoliticizzazione" del Csm passa anche per una diversa disciplina e prassi nella scelta dei laici, fra cui è scelto il vicepresidente. A dare le indicazioni saranno pur sempre i partiti, ma si tratta non di "mandare" al Csm dei loro rappresentanti, bensì di eleggere dei laici esperti di diritto che portino valutazioni istituzionali, anche per compensare tendenze corporative che possono emergere tra i togati".
Chiede ai laici del Csm la "spoliticizzazione" che vivono i giudici costituzionali?
"Proprio come loro, i membri laici dovrebbero rispondere solo alla Costituzione e alla loro coscienza".
Le correnti della magistratura vanno sciolte?
"Parlare di scioglimento non ha senso, perché sono solo delle libere aggregazioni di magistrati. Ma devono agire come aggregazioni culturali, non come gruppi di potere".
Davigo e la sua frase in tv: "Qui non si dimette mai nessuno per la notizia di essere indagato". Come la giudica?
"I procedimenti penali e disciplinari devono fare il loro corso, con tutte le garanzie. Ma nel frattempo è possibile e doveroso trarre conseguenze dagli scandali emersi, là dove la verità di certi fatti (non necessariamente di rilievo penale) appaia irrefutabile, e innegabile l'esigenza di cambiare: quindi anche di dimettersi odi invitare a dimettersi. Ricordando sempre che anche i colpevoli ritenuti tali per sentenza rimangono persone. E che nessun reo "è" solo il reato che ha eventualmente commesso".
Il Sole 24 Ore, 1 giugno 2020
Corte costituzionale - Sentenza 29 maggio 2020 n. 102. Il giudice penale deve valutare caso per caso se corrisponda all'interesse del figlio che il genitore, autore del reato di sottrazione di minore all'estero, sia sospeso dall'esercizio della responsabilità genitoriale. Lo ha stabilito la Corte costituzionale con la sentenza n. 102depositata il 29 maggio (relatore Francesco Viganò), dichiarando illegittimo l'automatismo della pena accessoria, sin qui previsto dall'articolo 574-bis del codice penale.
La motivazione - Non c'è dubbio, ha osservato la Corte, che il reato di sottrazione di minore all'estero sia particolarmente odioso e leda pesantemente i diritti del figlio, oltre che quelli dell'altro genitore, che ne è anch'esso vittima. Tuttavia, dal momento che la pena accessoria in questione incide in modo marcato sul diritto del figlio a mantenere un rapporto con entrambi i genitori, la Corte ha escluso che sia ragionevole considerarla "sempre e necessariamente (...) la soluzione ottimale per il minore". La sua applicazione potrà giustificarsi soltanto qualora risponda in concreto agli interessi del minore, da apprezzare anche alla luce di tutto ciò che è accaduto dopo il reato.
È ben possibile - si legge infatti nella sentenza - che "il mantenimento del rapporto con il genitore autore della sottrazione o trattenimento all'estero non risulti pregiudizievole per il minore, e anzi corrisponda a un suo preciso interesse, che lo Stato avrebbe allora il dovere di salvaguardare in via preminente rispetto alle stesse esigenze punitive nei confronti di chi abbia violato la legge penale".
Il caso - Tanto più in casi come quello da cui ha preso spunto il giudizio di costituzionalità: una madre aveva portato con sé i figli in Austria senza l'autorizzazione del padre ma le stesse autorità giudiziarie italiane competenti nei paralleli procedimenti civili sulla salvaguardia degli interessi dei due ragazzi avevano poi deciso che il figlio minorenne continuasse a vivere in Austria con la madre.
La dichiarazione di illegittimità - La Consulta ha dunque dichiarato "l'illegittimità costituzionale dell'art. 574-bis, terzo comma, del codice penale, nella parte in cui prevede che la condanna pronunciata contro il genitore per il delitto di sottrazione e mantenimento di minore all'estero ai danni del figlio minore comporta la sospensione dell'esercizio della responsabilità genitoriale, anziché la possibilità per il giudice di disporre la sospensione dall'esercizio della responsabilità genitoriale".
La Corte ha infine sottolineato che spetterà eventualmente al legislatore riconsiderare, nel quadro di una sempre possibile riforma della disciplina vigente, se il giudice penale sia davvero il più idoneo ad assumere una tale decisione, ferma restando comunque la necessità di assicurare il coordinamento tra tutte le autorità giurisdizionali (giudice penale, tribunale per i minorenni, tribunale ordinario civile) chiamate a tutelare gli interessi del minore in queste delicate situazioni.
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- Prescrizione, alla Consulta la retroattività del blocco










