di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 31 maggio 2020
Mentre la politica studia i correttivi, le anime della magistratura tentano il rinnovamento. Senza il coronavirus, l'Associazione nazionale magistrati avrebbe già un nuovo parlamento e un nuovo governo. Le elezioni del Comitato direttivo centrale (Cdc) e della Giunta esecutiva centrale (Gec), come si chiamano nel gergo della nomenklatura togata, sarebbero dovute avvenire a marzo, e il "caso Palamara" esploso un anno fa avrebbe avuto il suo peso.
L'infezione ha fatto slittare tutto a fine maggio, poi ancora a ottobre, tenendo in piedi la vecchia Gec a sua volta infettata dal "caso Palamara bis": dopo la diffusione delle chat l'ex presidente indagato per corruzione e molti altri colleghi, è entrata in crisi per le accuse reciproche di reazioni non adeguate tra la sinistra di Area e i centristi di Unità per la costituzione.
La Gec resta in carica per gestire l'ordinaria amministrazione, che nel frattempo s'è rifatta straordinaria. Come dimostra il comunicato del capo dello Stato (e presidente del Consiglio superiore della magistratura), tornato a denunciare "la degenerazione del sistema correntizio e l'inammissibile commistione fra politici e magistrati". Governo e maggioranza sono al lavoro sulla riforma dell'organo di autogoverno dei giudici, e quel che resta dell'Anm sarà chiamata a dire la sua. Con i gruppi impegnati da un lato a fronteggiare le modifiche in cantiere, e dall'altro a fronteggiarsi tra loro in vista delle elezioni non più rinviabili.
Il nuovo vertice di Unicost (gruppo di cui Palamara è stata la guida riconosciuta, anche senza cariche ufficiali) proporrà un percorso verso una "assemblea costituente, nel segno di una forte discontinuità con il passato anche recente", che non preclude alcun esito.
Nemmeno l'autoscioglimento e la nascita di una nuova entità, sebbene il presidente Mariano Sciacca non si sbilanci: "Non c'è nulla di deciso. Noi abbiamo cominciato a guardarci dentro, dopo aver consentito l'espansione incontrollata del potere di una persona, senza immaginare la pervasività della rete che aveva tessuto. Ma il problema resta un sistema che s'è nutrito di un trasversalismo da cui nessuno è uscito indenne. Nessuno possiede né può distribuire patenti di superiorità morale, tutti dovremmo osservare ciò che è accaduto attraverso un'unica lente d'ingrandimento: quella dell'autocritica".
Il messaggio è rivolto ad Area, che ha accusato Unicost di non aver avuto lo stesso coraggio dimostrato lo scorso anno dopo le notizie sui tentativi di eterodirezione del Csm da parte di Palamara e i deputati Luca Lotti e Cosimo Ferri (giudice in aspettativa e leader storico di Magistratura indipendente). Ma Eugenio Albamonte, segretario del gruppo della sinistra giudiziaria, ribatte: "Non si tratta di rivendicare una superiorità morale, però è innegabile che noi abbiamo posto il problema prima di altri.
Io stesso, da presidente dell'Anm, parlai nel 2017 di degenerazione del correntismo, sebbene il problema non coinvolga solo le correnti: le chat di Palamara dimostrano che molti magistrati chiedevano e ottenevano individualmente le sponsorizzazioni per nomine e promozioni. Anzi, c'è una correlazione tra la perdita di idealità e identità culturale dei gruppi e l'aumento di pratiche clientelari. Ma resta una differenza di fondo tra certe pratiche deteriori e i tentativi di eterodirezione del Csm, mai visti prima; alle riunioni con Palamara e i politici non c'erano magistrati di Area".
Di quegli incontri segreti, un anno fa, fecero le spese soprattutto i "conservatori" di Mi, che si ritrovarono dimezzati al Csm e fuori dalla Giunta dell'Anm. "Fummo estromessi - commenta la segretaria Paola D'Ovidio - solo perché dicevamo che la scelta delle dimissioni dal Csm spettava alle persone coinvolte, non poteva essere un'imposizione dettata da un atteggiamento giustizialista.
I fatti di allora erano esterni all'Anm, ora invece sono emerse novità di cui un Cdc serio dovrebbe prendere atto. Bisognerebbe votare subito, per dare volti rappresentativi e credibili a una magistratura che nella stragrande maggioranza è fuori da certi giochi. Anche a luglio, come proposto da noi. Io non nego né rinnego il passato del mio gruppo, ma oggi ci sono persone nuove".
Quando Mi uscì dal governo dell'Anm fu rimpiazzata da Autonomia e indipendenza, che se n'era tirata fuori terminata la presidenza di Davigo, il suo leader. "Denunciammo lo scandalo delle nomine al Csm - spiega il segretario Michele Consiglio - e ora chiediamo che la Giunta abbia un'interlocuzione seria con il governo per evitare una riforma del sistema elettorale del Csm che peggiori le cose. Il metodo maggioritario uninominale proposto rafforzerà le correnti e porterà a una bipolarizzazione del sistema, tagliando fuori i gruppi piccoli e nuovi come il nostro". Con queste premesse il confronto con la politica non si annuncia semplice. Soprattutto nel pieno di una campagna elettorale interna all'Anm che è già cominciata.
di Errico Novi
Il Dubbio, 31 maggio 2020
L'emergenza rischia di ridurre le garanzie a fastidioso orpello. Lo dimostrano i nuovi attacchi di Davigo ai tre gradi di giudizio. E le porte dei Tribunali chiuse in faccia agli avvocati. Ma ora anche una parte dell'Anm (da Pasquale Grasso a Silvia Albano e Md) ha intuito la deriva. E chiede una riforma contro il carrierismo.
Tribunali deserti, con rare eccezioni. Avvocati senza udienze. E per giunta con sostegni economici diversamente adeguati, diciamo così (e con Cassa forense costretta a metterci le pezze a colori). Riforme della giustizia spesso ispirate alla riduzione delle garanzie: vedi la nuova prescrizione. Insinuazioni colpevolistiche da settori della magistratura secondo i quali la vera causa della paralisi sarebbe nella ritrosia di penalisti e civilisti dinanzi alle mirabilie del video-processo.
Il colpo di scimitarra del consigliere Davigo - E come se non bastasse, pure i promemoria come l'intervento di Piercamillo Davigo giovedì sera davanti alle telecamere de La 7, quando nel duello con un attonito Gian Domenico Caiazza ha reiterato la sua diffidenza verso il modello processuale accusatorio. Il consigliere del Csm ci ha messo la consueta verve da grande intrattenitore: "L'errore italiano è stato quello di dire sempre "aspettiamo le sentenze": se invito a cena il mio vicino di casa e lo vedo uscire con la mia argenteria nelle tasche, non devo aspettare la sentenza della Cassazione per non invitarlo di nuovo".
Il punto è che Davigo - e non solo lui, basti pensare ad altre figure altrettanto rilevanti nella storia recente della magistratura italiana come Giancarlo Caselli - non crede nel modello accusatorio introdotto 30 anni fa dal nuovo Codice, nella formazione della prova attraverso il contraddittorio tra le parti in condizioni di parità davanti a un giudice terzo. Ma fosse solo questo. Fosse questo il problema, sarebbe niente. Perché il brivido che percorre le migliaia di avvocati andate ieri a lasciare i loro codici davanti ai Palazzi di Giustizia, e a cantare l'Inno di Mameli in un disperato appello alla patria perduta (la giustizia), nasce da un timore più grave. Che la pandemia abbia sì prodotto un impulso alla semplificazione, ma nel senso di semplificare i diritti e le garanzie.
Il no al carrierismo che avanza nell'avanguardia dei magistrati - La paura è analoga e simmetrica a un'altra, radicatasi in settori della magistratura diversi da quelli che hanno in Davigo il loro leader.
Sono posizioni di cui dovrà tenere conto anche il guardasigilli Alfonso Bonafede, quando presenterà in Parlamento la sua riforma del Csm (che mercoledì sarà discussa con le opposizioni, probabilmente con l'Anm e, nei giorni successivi, anche con le rappresentanze forensi, Cnf in testa). È il rifiuto di una tendenza che sclerotizza la magistratura in burocrazia, e che la rende fatalmente permeabile alle lottizzazioni. E cioè dell'eccessiva gerarchizzazione degli uffici giudiziari, da cui deriverebbe lo stesso carrierismo che fa da carburante a quegli intrecci.
Ne ha parlato, in un'intervista con il Dubbio di martedì scorso, anche l'ex presidente Anm Pasquale Grasso. Il nodo è nei famosi "criteri per assicurare il merito nelle nomine". Nelle bozze da cui parte il ddl sul Csm, quelle che Bonafede aveva sottoposto agli alleati già a gennaio, ci sono molti strumenti validi, dall'obbligatorietà delle audizioni alla puntualità con cui i capi adotteranno i piani organizzativi.
Meno discrezionalità, più dati di fatto: va bene. Ma il punto è che nel profondo dell'Anm avanza tutt'altra concezione. Lo si era intuito già lunedì scorso, nella riunione a distanza del direttivo Anm, per esempio dall'intervento di una componente della giunta centrale, Silvia Albano, che si riconosce in Area e, culturalmente, in Magistratura democratica: "Forse i più giovani", ha detto Albano, "non sanno qual è stato il percorso faticoso che l'associazionismo giudiziario ha dovuto affrontare perché si affermasse il valore del pluralismo, e per combattere l'assetto gerarchizzato della magistratura".
Gli obiettivi delle toghe più attente alla riflessione culturale sono questi: meno gerarchie (che sono pure un po' incostituzionali), meno carrierismo, più spazio a una vita associativa orientata a difendere "il pluralismo delle idee", vera "ricchezza della magistratura", sempre per citare Albano. E anche l'esecutivo di Md ha diffuso un paio di giorni fa un documento in cui chiede non solo che l'Anm torni alle urne prima di ottobre, ma anche di ritrovare "l'impegno associativo come impegno culturale" e, soprattutto, di smetterla con la "attenzione parossistica alla carriera", favorita dal "ritorno a una prospettiva gerarchica".
Bonafede "sorpassato a sinistra" sulla riforma del Csm - Che vuol dire? Che segmenti non marginali del mondo togato tifano per una riforma del Csm, e dell'ordinamento giudiziario, meno ispirata alla gerarchizzazione degli uffici, da cui nascono adesione al volere dei capi e ambizioni poco attente ai diritti. Il punto è che da una quindicina d'anni la politica si è innamorata dell'idea che sia più comodo interloquire con il singolo procuratore che con la schiera dei suoi sostituti. È qui che Bonafede può imbattersi in un sorprendente "sorpasso a sinistra", sulla radicalità della sua riforma. Ed è qui che avvocatura e magistratura possono saldarsi in un'alleanza contro la giustizia ridotta a fast food del potere e dei diritti.
di Matteo Marcelli
Avvenire, 31 maggio 2020
Al di là dei timori di natura costituzionale, già avanzati dall'avvocatura italiana, la decisione di estendere il processo da remoto al settore penale (a causa dell'emergenza sanitaria), pone una questione di protezione dei dati personali. Un problema che l'Unione della Camere penali ha deciso di sottoporre all'attenzione del Garante della privacy.
In realtà il "Processo civile telematico" è stato introdotto già negli ultimi anni. Ma il fatto è che - scrive il presidente dell'Ucp Gian Domenico Caiazza nella lettera inviata all'Autorità - "si sostanzia non già in un processo civile da remoto, ma in una piattaforma (proprietaria) e non realtime, di deposito di atti e di documenti inerenti l'avvio e le fasi del processo civile".
Nel settore penale non è ancora stato possibile rendere operativa una piattaforma di questo genere, anche per la delicatezza di una materia che deve garantire la riservatezza dei dati dei cittadini. La partecipazione a distanza è prevista in via eccezionale solo per detenuti che rispondono di reati di particolare allarme sociale. A seguito dell'emergenza Covid-19, però, è stato introdotto con decreto legge il processo penale a distanza per tutti gli imputati detenuti.
"Tale partecipazione non avviene attraverso gli strumenti già esistenti - scrive ancora Caiazza - ma con due programmi commerciali di una società estera, individuati dalla Direzione generale dei sistemi informativi e automatizzati del ministero". Si tratta di "Skype for business" e "Teams" di Microsoft, secondo l'Ucp regolarmente in funzione senza che sia possibile "comprendere se il loro utilizzo consenta di rispettare le garanzie minime di sicurezza".
Da qui i 21 quesiti posti dalle Camere penali al Garante, ai quali è seguita una lettera del presidente dell'Autorità Antonello Soro al ministro Bonafede, nella quale si riafferma la delicatezza e l'importanza dei beni in gioco.
di Alessandro Parrotta*
Il Dubbio, 31 maggio 2020
Bersagliare il guardasigilli Bonafede con mozioni di sfiducia individuali non ha rappresentato un esempio di coesione e unità. Ma conclusa l'emergenza, il ministro dovrà rispondere del modo in cui ha amministrato la macchina processuale. E dalla sbandata sulle video-udienze ai troppi "manuali" per l'attività nei singoli uffici giudiziari, avrà molto sui cui rendere conto.
L'emergenza poteva essere gestita meglio (un caso eclatante in questo senso è rappresentato dal settore della giustizia). Tuttavia, occorrono da parte di tutti coesione e unità di intenti: solo in questa maniera si riuscirà - insieme - a superare la fase due ed evitare una retrocessione economica, che avrebbe effetti irreversibili sul Paese.
In questo contesto può essere riletto il delicato passaggio delle mozioni di sfiducia presentate (e respinte) nei confronti del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede a firma di numerosi parlamenti di diversi partiti. Un tornante che ormai pare lontano, ampiamente superato dalla tempestosa vicenda delle nuove pubblicazioni di atti relativi all'indagine di Perugia sul Csm, ma che in realtà merita una riflessione a freddo.
Le motivazioni dell'atto presentato al Senato della Repubblica vanno dall'essersi reso inadempiente in ordine alle riforme promesse fino alle critiche di carattere tecnico in relazione, invece, alle riforme approvate, quali, ad esempio, quella sulle intercettazioni e sulla prescrizione, per finire con la recente questione sulle "scarcerazioni dei detenuti più vulnerabili al Covid-19".
In altre parole, le mozioni che sono state portate avanti, seppur bocciate, erano giunte all'asserito "culmine del fallimento complessivo" dell'operato del ministro.
L'emergenza ha stravolto i programmi di governo e introdotto nuove - straordinarie - regole. Dunque, evidentemente sono stati diversi anche i criteri di valutazione. Il giudizio sull'operato dell'esecutivo nella gestione della pandemia sarà certamente severo ma non è questo il momento per svolgerlo; la precedenza in questa fase deve essere rappresentata dalla ripartenza, dal sostentamento delle imprese e dalla gestione sanitaria del virus, che ancora oggi, provoca la morte di centinaia di persone e non ha ancora interrotto la sua diffusione.
Ed infatti, proprio in relazione al giudizio sulle iniziative che ha assunto il governo in questo periodo occorre fin d'ora annotare, per quanto riguarda il settore giustizia, l'assoluta inadeguatezza delle misure adottate, a partire dall'improvvida idea di celebrare le udienze penali, di ogni genere, tramite i sistemi di Skype e Teams, entrambi di proprietà di Microsoft, coi noti risvolti in punto riservatezza. Una simile iniziativa, le cui derive sono rischiose ed anche foriere di incostituzionalità, è stata fortemente criticata dall'Unione delle Camere penali e da settori della Magistratura stessa, che hanno ottenuto l'eliminazione di tale idea in sede di emanazione del cosiddetto decreto Intercettazioni.
Ancora, non si può non evidenziare l'assoluta confusione e mancanza di coordinamento tra i vari Palazzi di Giustizia italiani, ove si è assistito a un'incontrollata emissione di diversi protocolli da parte di ogni ufficio e settore, non allineati tra loro e che, in alcuni casi, portavano - e portano tuttora - a diverse soluzioni. Insomma, il sistema di giustizia con Manuali d'uso differenti secondo il principio "paese che vai, protocollo che trovi" che ha ridotto l'intera Macchina a singhiozzare e non a funzionare. Evenienza della quale il ministro Bonafede, superata l'emergenza, dovrà rendere conto.
I problemi in merito alla gestione della crisi sanitaria, sono stati numerosi, ma al momento la priorità è la ripresa del Paese, aldilà di ogni individualismo. La censura, quindi, ad ogni iniziativa che può portare maggior instabilità deve essere chiara e netta ed accompagnata da soluzioni agevoli e connotate da immediatezza d'azione.
*Direttore dell'Ispeg - Istituto per gli Studi politici, economici e giuridici
di Sandro Padula
Il Manifesto, 31 maggio 2020
La mattina del 28 maggio 1980 il cronista del Corriere della Sera e presidente dell'Associazione lombarda dei giornalisti, Walter Tobagi, un uomo cattolico e di area socialista a cui nel gennaio 1979 - dopo il recupero di una valigetta attribuita ai Reparti Comunisti d'attacco - venne proposta una scorta che lui non volle, fu vittima di un attentato mortale nella città di Milano, e precisamente in via Solari.
La responsabilità dell'omicidio venne assunta da un gruppetto che, con esplicito richiamo alla data del 1980 in cui a Genova erano stati uccisi quattro brigatisti rossi, si autodefinì Brigata 28 marzo.
In questa circostanza le indagini della Procura e dei carabinieri si focalizzarono subito, in alcuni giorni, sull'area delle ex Formazioni Comuniste Combattenti, organizzazione in cui aveva militato Corrado Alunni, e su Marco Barbone, il fondatore della Brigata 28 marzo. Durarono alcuni mesi, ma soltanto allo scopo di ottenere il maggior numero possibile di prove d'accusa e informazioni.
Secondo Armando Spataro, il Pubblico Ministero del processo ai responsabili dell'omicidio Tobagi, il merito nell'individuazione della "pista giusta" sarebbe stato dell'allora capitano dei carabinieri Alessandro Ruffino.
Costui, sempre a parere di tale magistrato, avrebbe scoperto "che la particolare grafia con cui erano stati scritti gli indirizzi sulle buste spedite per la rivendicazione degli attentati a firma Guerriglia Rossa era identica (non vi fu neppure bisogno di una perizia) a quella di un documento che era stato trovato anch'esso, nel settembre 1978, nel covo di Alunni di via Negroli (...). Fu possibile anche attribuire quella calligrafia a Marco Barbone: un campione era stato acquisito dai carabinieri nel corso delle indagini in precedenza svolte sulla sua fidanzata Caterina Rosenzweig con la quale lui viveva." (pag. 83 di Ne valeva la pena, A. Spataro, editori Laterza, 2010)
A dire il vero, individuare l'autore di una grafia fra centinaia di possibili responsabili, e addirittura senza nemmeno una perizia, non è possibile se non ci sono delle precedenti e più precise informazioni che in qualche modo indirizzino su lui. Specie con le tecnologie d'allora.
In realtà, il capo della Brigata 28 marzo era talmente controllato dagli uomini del generale Dalla Chiesa che quest'ultimo, in un'intervista rilasciata a Panorama il 22 settembre 1980, giunse ad esaltare la propria tecnica di "massima riservatezza, conoscenza anche culturale dell'avversario, infiltrazione".
Negli stessi giorni, creando con ciò sconcerto nella Procura di Milano, L'Espresso pubblicò un articolo dal quale si capiva che le indagini per l'omicidio di Tobagi erano concentrate sull'area delle ex Formazioni Comuniste Combattenti.
Marco Barbone, figlio ventiduenne di un alto dirigente della casa editrice Rizzoli, costituiva il principale indagato e, per evitarne la possibile fuga, fu arrestato il 25 settembre 1980 con imputazioni che poi saranno relative ad altri reati: rapina e partecipazione a banda armata precedente e diversa rispetto alla Brigata 28 marzo.
In seguito, nella prima metà di ottobre del 1980, quel giovane confermò di essere l'omicida di Tobagi e diede inizio a un "pentimento" che ebbe l'effetto di portare in carcere prima gli altri militanti della Brigata 28 marzo e poi, nell'arco grosso modo di un anno, oltre un centinaio di persone legate ad una vasta area del sovversivismo milanese e lombardo.
A questi fatti, già di per sé molto significativi, se ne aggiunsero altri di particolare rilievo.
Caterina Rosenzweig, la fidanzata e convivente di Marco Barbone, non comparve mai al maxi processo Rosso-Tobagi. Lei non fu imputata rispetto ai reati compiuti dalla Brigata 28 marzo perché, dalle parole dei "pentiti", non risultava che avesse fatto parte di tale organizzazione. Fu imputata a piede libero per un "esproprio proletario", rivendicato da un altro e precedente gruppo, e poi assolta per insufficienza di prove.
Era una ragazza dell'alta borghesia che, alcuni anni prima della nascita della Brigata 28 marzo,aveva conosciuto direttamente, per motivi di lavoro, il giornalista de La Repubblica ed ex militante di Lotta Continua Guido Passalacqua e, per motivi di studio universitario, lo stesso Walter Tobagi. Il quale, oltre ad essere giornalista, era anche professore di storia moderna alla Statale di Milano. Il primo fu ferito alle gambe il 7 maggio del 1980 dalla Brigata 28 marzo e il secondo, come abbiamo detto, ucciso ventuno giorni dopo.
La sentenza di primo grado del processo Rosso-Tobagi
Il 28 novembre 1983, quando si concluse il primo grado del processo Rosso-Tobagi, il giudice Cusumano concesse a sei "pentiti" (fra cui Marco Barbone, Paolo Morandini e Rocco Ricciardi) "il beneficio della libertà provvisoria ordinandone l'immediata scarcerazione".
Nell'aula bunker di piazza Filangeri, dove mancava la scritta La legge è uguale per tutti (vedasi pag. 360 del secondo volume de "La Mappa Perduta", casa editrice Sensibili alle Foglie, Roma, 1995), solo tre ex militanti della Brigata 28 marzo ricevettero lunghe condanne detentive: Manfredi De Stefano, poi morto il 6 aprile 1984 nell'ospedale di Udine dopo una traduzione d'urgenza dal carcere in cui stava scontando la pena, Francesco Giordano, Daniele Laus.
La sentenza, considerata da Armando Spataro una "delle più equilibrate e difficili" (pag. 198 di Ne valeva la pena, A. Spataro, editori Laterza, 2010), suscitò lo sgomento di Ulderico Tobagi, padre di Walter, e una rinnovata serie di polemiche.
Qualche giorno dopo Bettino Craxi, all'epoca Presidente del Consiglio e segretario del Partito Socialista, riportò in modo approfondito una notizia da lui vagamente anticipata nel mese di giugno, in piena campagna elettorale. Si trattava dell'esistenza di un'informativa dei carabinieri di Milano, datata 13 dicembre 1979, secondo la quale un confidente aveva detto a un sottufficiale dei carabinieri che un gruppo sovversivo era operante in via Solari, dove abitava Walter Tobagi, con la probabile intenzione di sequestrare o uccidere il giornalista del Corriere della Sera.
Stando alle dichiarazioni in parlamento del 19 dicembre 1983 da parte dell'allora ministro degli Interni Oscar Luigi Scalfaro, quell'informativa esisteva effettivamente ma il Comando Generale dei carabinieri l'avrebbe considerata alla stregua di una insignificante illazione e comunque sbagliò a non comunicarla alla magistratura.
Fedele alla "linea della fermezza" il Pci continuò invece ad appoggiare la versione ufficiale fornita dalla Procura di Milano. Convinto che l'omicidio Tobagi fosse frutto di un "contesto inquinato", come aveva suggerito il direttore del Corriere della Sera Franco Di Bella (poi rivelatosi uomo della P2), il Psi continuò invece a pensare che per l'omicidio di Tobagi ci fossero dei mandanti esterni alla Brigata 28 marzo, addirittura fra i giornalisti dell'area del Pci, e che il Procuratore Spataro avesse contrattato col "pentito" Barbone allo scopo di nascondere quei presunti mandanti.
In seguito emersero fatti nuovi che precisarono meglio i contorni della vicenda. La polemica anti-Pci aveva fuorviato i craxiani, ma l'intuizione che dietro la morte di Tobagi vi fossero molti aspetti da chiarire da parte delle Istituzioni non era sbagliata.
Avvenne pure, come abbiamo già accennato, la morte dell'imputato Manfredi De Stefano.
La morte di Manfredi De Stefano
Manfredi morì il 6 aprile 1984 nell'ospedale di Udine, dopo una traduzione d'urgenza dal carcere in cui stava scontando la pena. Lui era in attesa del processo di Appello, ma cessò di vivere ben prima del suo inizio; si sentì male per motivi naturali nella cella in cui era alloggiato e, secondo la perizia ufficiale, morì per un aneurisma.
A confermare ciò c'erano cinque compagni della medesima cella e alcune persone della polizia penitenziaria.
Molti anni dopo, nel 2009, ci fu un'esternazione di Giorgio Caimmi, a suo tempo giudice istruttore nel processo Rosso-Tobagi, secondo cui Manfredi De Stefano si sarebbe suicidato (dichiarazione riportata in maniera scandalizzata da Benedetta Tobagi nel numero speciale n. 4, luglio-agosto 2009 di Ristretti Orizzonti e a pag. 281-282 del suo libro intitolato "Come mi batte forte il tuo cuore", Einaudi, 2009), ma finora è rimasta priva di fondamento.
Passiamo perciò a vedere cosa successe alla ripresa del processo "Rosso-Tobagi".
L'infiltrato Rocco Ricciardi e il "pentito" Marco Barbone
Nel processo di Appello "Rosso-Tobagi", e siamo nel 1985, emerse pubblicamente che il "confidente" dei carabinieri era, per propria ammissione, il "pentito" Rocco Ricciardi, un imputato che prima di finire in carcere - fatto avvenuto nel novembre 1981, cioè dopo circa un anno dal "pentimento" di Barbone - aveva abitato nel varesotto.
Da quel momento si capì che il ruolo di questo personaggio, divenuto "confidente" dei carabinieri dopo una perquisizione ordinata nel marzo 1979 da Armando Spataro e ufficialmente all'insaputa di quest'ultimo (vedasi pag. 92 del citato Ne valeva la pena), era stato messo in secondo piano dalle chiacchiere sulla presunta spontaneità del "pentimento" di Barbone e sull'eventuale esistenza di mandanti del Pci nell'omicidio di Walter Tobagi. In realtà si trattava di un ex sovversivo e di un vero e proprio infiltrato dei carabinieri.
Il 27 maggio 1979 Rocco Ricciardi aveva un appuntamento con diversi esponenti delle Formazioni Comuniste combattenti presso il Bar Umberto I, in piazza Matteotti, a Como. Non ci andò e fece arrestate sette persone.
Il 13 dicembre del 1979 invece lui mise al corrente un sottufficiale dei carabinieri di un colloquio avuto con Pierangelo Franzetti. Costui, allora esponente dei Reparti comunisti d'attacco (Rca), un gruppo formato nella seconda metà del 1978 da alcuni militanti usciti dalle Formazioni Comuniste Combattenti, gli avrebbe fatto cenno di un progetto d'azione armata a Milano, operativo nella zona di via Solari e ideato dai Rca.
A tale riguardo, Ricciardi fornì l'ipotesi secondo cui quel progetto avrebbe potuto essere contro Tobagi e, per meglio motivare la propria congettura, raccontò che a gennaio o a febbraio del 1978 lui stesso, Marco Barbone e Caterina Rosenzweig avevano tentato di sequestrare il cronista del Corriere della Sera. Tale azione avrebbe dovuto essere rivendicata con la sigla delle Formazioni Comuniste combattenti, organizzazione al cui vertice c'era anche Barbone, ma fallì a causa dell'imprevista presenza di una volante della polizia.
Nel processo di Appello "Rosso-Tobagi" e nei giornali, grazie ad una serie di altri dati e riscontri, emerse anche una sottovalutata ricostruzione di alcune vicende successive al tentato sequestro di Tobagi.
Barbone fu espulso dalle Formazioni Comuniste Combattenti. Caterina Rosenzweig era stata arrestata per partecipazione a un attentato compiuto nel marzo del 1978, nel varesotto, contro la Bassani Ticino, ma lui non volle diventare clandestino a tutti gli effetti. Ebbe invece una corrispondenza postale con la fidanzata fino a maggio, allorché lei fu scarcerata e sottoposta per alcuni mesi a libertà vigilata.
Si sentiva molto sicuro del fatto suo ed ebbe modo di darne prova anche dopo il 13 settembre 1978, giorno in cui le forze dell'ordine irruppero in un appartamento di via Negroli, misero in manette il dirigente delle Formazioni Comuniste combattenti Corrado Alunni e, fra le altre cose, rinvennero il volantino di rivendicazione dell'azione compiuta a marzo da Caterina Rosenzweig.
Pur essendo già schedato e facilmente controllabile dalle forze dell'ordine, Barbone continuò ad agire come se nulla fosse accaduto. Dapprima svolse un'attività il cui scopo era quello di formare un gruppo con idee simili alle sue; poi divenne capo di una micro-organizzazione che mise in atto e rivendicò alcuni sabotaggi ad automezzi adibititi alla distribuzione di quotidiani e contro un'agenzia pubblicitaria: quella Guerriglia Rossa in cui, dalla primavera del 1979 al 28 marzo del 1980, militarono diversi fra coloro che, assieme ad altri provenienti da esperienze diverse, andranno poi a formare la Brigata 28 marzo (vedasi pag. 240 del primo volume de "La Mappa Perduta", casa editrice Sensibili alle Foglie, Roma, 1994).
Una sostanziale linea di continuità si ebbe dunque, soprattutto per mezzo delle attività di Marco Barbone, fra il tentativo di sequestro di Tobagi del 1978, il gruppo Guerriglia Rossa e la Brigata 28 marzo.
All'Appello del processo Rosso-Tobagi Rocco Ricciardi disse poi la banale verità secondo cui nel dicembre 1979 non aveva ancora mai sentito parlare della Brigata 28 marzo, sigla nata nel 1980 dopo la strage avvenuta nella genovese via Fracchia.
Inoltre affermò che dopo la morte di Tobagi i carabinieri gli chiesero se ne sapesse qualcosa e lui avrebbe fatto queste dichiarazioni:
"Non avevo alcun elemento. Più tardi, un militante dei Reparti comunisti d'attacco, Luciano Marchettini, mi raccontò che un certo Manfredi Di Stefano aveva cercato un collegamento con la loro struttura, presentandosi come uno della "28 marzo". Lo riferii. La notizia non fu presa sul serio. Fecero qualche accertamento. Mi mostrarono anche una fotografia e riconobbi Di Stefano che avevo conosciuto anni prima". (La Repubblica, 14 giugno 1985)
Quasi un decennio dopo l'ex carabiniere Dario Covolo, una vecchia conoscenza di Rocco Ricciardi, ha ribadito l'ipotesi, diffusa da Craxi e dal Psi a partire dal 1983, secondo cui le autorità competenti non avrebbero fatto nulla per impedire l'omicidio di Tobagi.
Il lavoro giornalistico di Renzo Magosso sull'omicidio di Tobagi
Nell'ambito di un'intervista pubblicata sul settimanale Gente il 17 giugno 2004 e rilasciata a Renzo Magosso, Dario Covolo ha detto che nel dicembre 1979 aveva trasmesso ai propri superiori, gli allora capitani Umberto Bonaventura e Alessandro Ruffino, l'informativa di Rocco Ricciardi sull'esistenza di un gruppo che avrebbe voluto sequestrare o uccidere Walter Tobagi. Un'informativa di cui quest'ultimo - sia detto da noi oggi, per inciso - non seppe nulla.
A quell'intervista ha fatto seguito una querela per diffamazione presentata da Alessandro Ruffino, nel frattempo diventato generale dei carabinieri in pensione, e dalla sorella del generale Umberto Bonaventura, deceduto.
Il 20 settembre 2007 Renzo Magosso e l'ex direttore di Gente, Brindani, sono stati poi condannati a una pena pecuniaria dal tribunale di Monza. Il 22 settembre dello stesso anno, in un procedimento stralciato, ma sempre dal tribunale di Monza, è stato condannato allo stesso tipo di pena anche Dario Covolo.
Secondo le sentenze, confermate in Appello il 3 novembre 2009, la ricostruzione oggetto della querela era stata contestata da altre persone e questo avrebbe dovuto essere ricordato nell'intervista.
Al di là di queste decisioni della magistratura italiana, la ricostruzione dei fatti dovrebbe essere sempre essere basata su prove concrete e non su altro.
Di certo, la verità giudiziaria non corrisponde alla verità storica e non di rado la stessa verità giudiziaria italiana è contestata dalla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo.
Non a caso, il 16 gennaio 2020 la Cedu ha condannato lo Stato italiano per violazione del diritto alla libertà d'espressione nei confronti del giornalista Renzo Magosso e dell'ex direttore di Gente, Brindani: https://www.camera.it/application/xmanager/projects/leg18/attachments/sentenza/sintesi_sentenzas/000/000/739/Magosso.pdf
Entusiasta di quest'ultima sentenza, Magosso si è poi lasciato andare ad alcune dichiarazioni, riportate dal giornale Il Dubbio del 19 gennaio 2020, fra cui queste:
"A giugno del 1980 venni contattato dal direttore del Corriere, Franco Di Bella, che mi disse: il generale Dalla Chiesa mi ha detto che ad ammazzare Tobagi è stato il figlio del nostro direttore generale Donato Barbone. Così andai a verificare con Umberto Bonaventura, che confermò la circostanza, aggiungendo di essere arrivato a Barbone tramite un manoscritto anonimo su un attentato mai avvenuto ordito dalle Fcc nel quale riconobbe la calligrafia del giovane. Non ci ho creduto, ma lui mi disse che era un'informazione sicura che veniva da Varese. Così gli chiesi di informarmi dell'arresto, cosa che fece. Su L'Occhio scrissi: preso Marco Barbone delle Br, l'informazione viene da Varese. Otto giorni prima che confessasse.".
Queste ricostruzioni di Magosso sul caso Tobagi non sono risultano però corrette.
A giugno del 1980 il generale dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa (che, secondo gli atti della Commissione Anselmi sulla P2, per motivi mai chiariti, fece richiesta di iscrizione alla Loggia P2 in datata 28 ottobre 1976) potrebbe aver commesso un'imprudenza nel parlare in quel modo al direttore del Corriere della Sera, Franco Di Bella (a quel tempo già membro della Loggia P2), ma non sembra qualcosa di particolarmente strano fra chi apparteneva alla classe dirigente italiana.
La circostanza secondo cui l'allora capitano dei carabinieri Umberto Bonaventura sarebbe arrivato a Marco Barbone tramite delle analisi della calligrafia, a differenza di quanto affermato da Armando Spataro secondo cui quel merito lo avrebbe avuto Alessandro Ruffino, qui sembra realistica solo allorché si precisa che sarebbe basata su "un'informazione sicura che veniva da Varese" e quest'ultima potrebbe riferirsi all'estate del 1980, dopo la morte di Tobagi e prima dell'arresto dei militanti della Brigata 28 marzo, e nello specifico alle cose che, sulla militanza di Manfredi De Stefano nella Brigata 28 marzo, Rocco Ricciardi apprese da Luciano Marchettini.
Senza dubbio, invece, è del tutto falsa la notizia secondo cui Marco Barbone sarebbe stato un militante delle Br.
Vediamo perciò come invece stavano e stanno le cose.
Verso una più precisa verità storica
Sul piano storico, volendo solo parlare di fatti acclarati e non di polemiche trite e ritrite, abbiamo le prove inconfutabili dell'esistenza di un tentato sequestro di Tobagi nel 1978, del fidanzamento fra Marco Barbone e la pregiudicata Caterina Rosenzweig e della loro passata esperienza nelle Formazioni Comuniste combattenti. Cioè di elementi cognitivi sufficienti alle forze di polizia per controllare meglio Barbone almeno dal 13 dicembre 1979 e soprattutto in seguito al ferimento compiuto il 7 maggio 1980, ai danni del giornalista Passalacqua e rivendicato dalla Brigata 28 marzo.
Di conseguenza, pure al di là di quali siano state eventualmente le singole responsabilità dei carabinieri e dei loro vertici, la domanda fondamentale a questo punto è: che uso si fece di tutte quelle ampie informazioni su Marco Barbone e dell'infiltrato Rocco Ricciardi?
Una risposta precisa e logica è venuta da alcuni giornalisti addetti a seguire le udienze del processo Rosso-Tobagi. In particolare da Guido Vegani che nel 1985 così scriveva: "Se si sta alla verità di Ricciardi, è legittimo pensare che i carabinieri abbiano, sbagliando, evitato di analizzare quell'abortito sequestro. Se lo avessero fatto, avrebbero automaticamente puntato gli occhi su Marco Barbone che era stato partecipe, e non come comparsa, di quel progetto e che, insieme a Mario Marano, avrebbe, nel maggio del 1980, sparato su Tobagi.
Ma la realtà più logica potrebbe essere un'altra. L'errore dei carabinieri (lo è, anche se ci si pone nell'ottica di quegli anni di piombo, in cui mille erano i possibili "obbiettivi" del terrorismo e tante le "soffiate" basate su deduzioni) può essere stato dettato anche dalla volontà di non bruciare quel confidente su piste considerate minori, mentre lo si stava usando per tentare di accerchiare la "Brigata Walter Alasia", la punta milanese delle Br." (Milano, depone al processo d'appello Rocco Ricciardi, confidente dei carabinieri. "Tobagi? Dovevamo rapirlo", La Repubblica, 18 giugno 1985).
Si può quindi leggere con una nuova e più chiara ottica cosa intendesse il generale Dalla Chiesa quando, nella citata intervista a Panorama del 22 settembre 1980, parlava della tecnica di "massima riservatezza, conoscenza anche culturale dell'avversario, infiltrazione".
La "massima riservatezza" era tale che il tentato sequestro di Tobagi del 1978 rimase sconosciuto persino al diretto interessato e, per diversi anni, almeno a livello ufficiale, alla stessa magistratura. L'infiltrazione era quella di Rocco Ricciardi.
La "conoscenza anche culturale dell'avversario" significava invece che da tempo i carabinieri avevano molte informazioni a proposito di Barbone. D'altra parte fecero degli errori proprio di carattere culturale. Essendo concentrati nel portare l'attacco alle Brigate Rosse, sottovalutarono il rischio che Barbone potesse realizzare un'azione omicida.
Il cono d'ombra che ancora oggi opacizza la verità sulla morte di Walter Tobagi e sulle dinamiche del processo "Rosso-Tobagi" trova quindi la propria origine fondamentale nella strategia antiguerriglia condotta dai carabinieri, avente come obiettivo principale l'accerchiamento e la distruzione delle Brigate Rosse, e nella connessa "legislazione dell'emergenza", entrambe avallate e sostenute soprattutto dalla Dc e dal Pci.
Se poi qualcuno pensò di controllare e usare personaggi come Marco Barbone allo scopo di giungere alla colonna milanese delle Br, fece male i conti rispetto alla cultura politica dei brigatisti rossi di quel tempo.
Agli occhi delle Br, almeno dal 1976 al 1981, radicali e socialisti, il cosiddetto "partito della trattativa", apparivano come le forze istituzionali in grado di proporre dignitose soluzioni politiche, ad esempio nel 1978 durante il sequestro Moro e, tra la fine del 1980 e l'inizio del 1981, nel corso del sequestro D´Urso.
Nella primavera del 1978 lo stesso Walter Tobagi aveva collaborato strettamente con Giannino Guiso, avvocato a quel tempo di alcuni brigatisti rossi detenuti, e fu una delle poche persone che in Italia fece pubblicare tutte le notizie utili per una soluzione politica rispetto al sequestro di Aldo Moro. Di conseguenza, era del tutto improbabile che le Br potessero aprire spazi o varchi ad esperienze come quelle vissute da Marco Barbone.
Rocco Ricciardi continuò nel frattempo a dare informazioni all'antiguerriglia.
Ad esempio, come ha riferito l'ex carabiniere Covolo in una udienza del 11 luglio 2007 presso il Tribunale di Monza, Rocco Ricciardi "ci fece pedinare il Serafini Roberto con il Pezzoli Walter, che poi purtroppo furono oggetto di conflitto a fuoco."
Questa affermazione, mai smentita dai carabinieri e dallo stesso Rocco Ricciardi, era senza dubbio vera e come tale bisogna considerarla anche oggi.
Serafini e Pezzoli erano i due brigatisti rossi che furono uccisi dai carabinieri la sera dell'11 dicembre 1980, in via Varesina, a Milano. Ricciardi aveva detto che Serafini, ex militante delle Formazioni Comuniste Combattenti e suo ex amico. era un buon tiratore e per questo motivo non ci fu alcun tentativo di arresto ma una mattanza nella quale, oltre ai due brigatisti, morì pure un cane.
In pratica, la lotta dello Stato contro il sovversivismo e il brigatismo rosso a Milano e in Lombardia, tra la fine degli anni 70 e i primi anni 80, fu condotta attraverso infiltrati come Rocco Ricciardi e il controllo di gruppetti come quelli di cui fece parte Marco Barbone dalla primavera del 1979 in poi.
L'antiguerriglia si avvalse anche delle "leggi dell'emergenza" a favore dei "pentiti", ma se Marco Barbone ebbe un altissimo "potere di contrattazione" fu perché, come ben sapevano i vertici dei carabinieri, il "pentito" avrebbe potuto accusare subito Rocco Ricciardi, ma quest'ultimo doveva ancora dare il proprio contributo per giungere alla colonna milanese delle Br.
Fatto che avvenne nella sanguinosa giornata dell'11 dicembre del 1980.
di Virginia Piccolillo
Corriere della Sera, 31 maggio 2020
Intervista a Cesare Mirabelli, presidente emerito della Consulta. "Il Parlamento deve intervenire in maniera non acquiescente ai magistrati, ma neanche punitiva. Ma non ci sono le condizioni per sciogliere il Consiglio superiore della magistratura". Lo spiega con chiarezza Cesare Mirabelli, presidente emerito della Corte Costituzionale.
Il centrodestra lo chiede, dopo le intercettazioni di Luca Palamara che diceva di attaccare Matteo Salvini...
"Quei colloqui fanno rabbrividire. Ma ha ragione il presidente della Repubblica, il Csm non può essere sciolto. Non in questo caso".
E allora quando?
"Secondo la Costituzione, solo quando sia impossibile il suo funzionamento. Se venissero meno i suoi membri o il funzionamento della commissione disciplinare. Ma non è questo il caso".
Ma come affrontare una situazione ritenuta grave?
"Lo è. Lo dimostrano le dimissioni di consiglieri; il reticolo di trattative che riguardavano le nomine e il voler colpire il ministro. Ma le conseguenze possono essere altre. Di carattere penale (in corso). O disciplinare. E la necessità di un intervento legislativo o costituzionale è evidente".
Perché? E quale?
"Ci sono vizi da eliminare. Come l'eccessiva intrusione delle correnti nella gestione delle istituzioni. Il Csm nasce come garanzia dell'indipendenza del giudice che non deve né temere né sperare".
Invece?
"Invece è diventato il dominus dei magistrati che aspirano agli incarichi direttivi da cui non si vuole più tornare indietro (come fanno i rettori). E la durata di 4 anni più 4 (dopo una verifica) rende dipendenti dal Csm".
Qual è la soluzione?
"Nessun sistema è incorruttibile se non lo sono gli uomini. Lo sconcerto e la delusione nasce dal fatto che i magistrati hanno un grosso potere e un grande riconoscimento. Ora devono fare un piccolo esame di coscienza perché temo che si sia appannata l'immagine di indipendenza. E il Parlamento ha il diritto di intervenire in maniera seria e decisa".
Che intende?
"Non deve scrivere una riforma sotto dettatura dei magistrati, ma neanche dargli addosso perché abbiamo tutti diritto ad un giudice terzo e imparziale. Si dice tanto delle "porte girevoli". Ma chi candida i magistrati?".
Quali interventi sono urgenti?
"Diminuire la discrezionalità nella progressione in carriera e cambiare le regole di elezione del Csm. Magari rendendo più legati al territorio i collegi elettorali. Altrimenti le correnti si trasformano in macchine per il consenso".
Le abolirebbe?
"C'è libertà di associazione e rivendicano un ruolo culturale. Ma c'è il rischio di una funzione interpretativa para-legislativa che necessita di una investitura democratica. E poi si sono moltiplicate con una logica politica di spartirsi fette di potere. Non possono più essere questo".
La Nuova Ferrara, 31 maggio 2020
Il carcere di Ferrara vive una preoccupante situazione di sovraffollamento. In particolare nel carcere dell'Arginone ci sono 105 detenuti in più rispetto alla capienza della struttura. È uno dei punti affrontati dal garante regionale dei detenuti, Marcello Marighelli durante la commissione parità e diritti della Regione. Il sovraffollamento, dunque, come grande problema.
"È un tema che da tempo abbiamo sollevato - ha spiegato il garante - perché è una questione che impedisce di dare dignità a detenuti. C'è grande carenza di spazi per il pernottamento, ma anche per le attività lavorative e per quelle di rieducazione".
dire.it, 31 maggio 2020
Il carcere di Parma è a corto di dirigenti, ma le "scarse risorse umane disponibili", non consentono allo stato l'arrivo di rinforzi. È il quadro emerso da un'interrogazione presentata dalla Lega alla Camera, prima firmataria la deputata parmigiana Laura Cavandoli, a cui ha risposto il ministro Alfonso Bonafede. In particolare il Carroccio si è fatto portavoce della denuncia dei sindacati della Polizia penitenziaria ducale sul fatto che il direttore aggiunto della struttura di Parma dovrà essere impiegato in maniera continuativa nel carcere di Reggio Emilia, togliendo così con agli istituti parmensi un altro dirigente.
Infatti, nonostante nella sede siano presenti "diversi e impegnativi circuiti penitenziari tra cui il regime detentivo 41bis", a Parma mancano da parecchi anni un direttore titolare e il vice, mentre è presente un solo dirigente provvisorio. A regime, nella pianta organica sono invece previste quattro figure organizzative, che la Lega chiede quindi al Governo di reintegrare.
Nella risposta, il ministro contestualizza la questione nel quadro del decreto del presidente del Consiglio dei ministri 84 del giugno 2015 che, spiega Bonafede, "ha dato corso al ridimensionamento delle articolazioni centrali e periferiche dell'amministrazione penitenziaria, prevedendo la riduzione degli uffici dirigenziali generali istituiti presso l'amministrazione centrale, nonché' la riduzione dei provveditorati regionali".
La carenza di organico tra i dirigenti penitenziari (in Italia sono 254, 46 in meno rispetto ai 300 previsti) "è stata segnalata all'ufficio concorsi perché' necessita di urgenti soluzioni di intervento, in considerazione dei compiti e delle responsabilità attribuite ai citati dirigenti dall'ordinamento", concorda il ministro. Che passando dalla realtà nazionale all'istituto parmense, sottolinea: "Si evidenzia che all'esito della prima e seconda fase degli interpelli per il conferimento degli incarichi dirigenziali cosiddetti 'ordinari', non è stato possibile conferire i posti di funzione di direttore e vicedirettore dell'istituto di Parma, in considerazione delle disponibilità manifestate dai dirigenti penitenziari". La reggenza della struttura penitenziaria è assicurata quindi oggi per cinque giorni a settimana, da Tazio Bianchi, vicedirettore della casa circondariale di Bologna. "A conclusione degli interpelli in itinere - conclude Bonafede - la direzione generale del personale e delle risorse valuterà le misure organizzative tendenti a razionalizzare l'allocazione delle scarse risorse umane disponibili".
ansa.it, 31 maggio 2020
Sindaco Bo, vigileremo perché l'iter si metta finalmente in moto. Nuovo cronoprogramma dei lavori di ristrutturazione della Casa di reclusione Giuseppe Montalto di Alba (Cuneo), chiusa da gennaio 2016 dopo l'epidemia di legionella. Il ministro della Pa Fabiana Dadone, dopo un confronto col ministro Alfonso Bonafede, ha comunicato che la gara potrà essere bandita nel mese di giugno con aggiudicazione a settembre e apertura del cantiere entro la fine dell'anno.
"Ringraziamo il ministro Dadone per l'interessamento e per il cronoprogramma - dichiara il sindaco di Alba, Carlo Bo. Nell'ultimo Consiglio comunale abbiamo deliberato un Odg all'unanimità per tenere alta l'attenzione sul nostro carcere e su quella che riteniamo una situazione ormai insostenibile, con i tempi di ristrutturazione procrastinati di volta in volta, una struttura sottoutilizzata da quattro anni, i detenuti presenti costretti in un'ala non adeguata ad ospitarli e il personale disperso in altre carceri.
Non è il primo cronoprogramma che ci viene presentato. La gara era attesa già per marzo. Le tempistiche prospettate ora sono davvero molto strette. Da parte nostra vigileremo perché l'iter si metta in moto a giugno come annunciato. Non accetteremo altri rinvii. Ci auguriamo che non sia l'ennesima promessa non mantenuta. Non vorremmo rivivere quanto già accaduto con l'Asti-Cuneo".
Gazzetta di Mantova, 31 maggio 2020
Seconda seduta del consiglio comunale in streaming nel giro di poche settimane. L'appuntamento è per venerdì prossimo alle 10. All'ordine del giorno soltanto quattro punti. Si aprirà con una mozione firmata dai consiglieri di centrodestra Baschieri, Gorgati, de Marchi, Zera, Anceschi, Irpo e Badalucco sul carcere di Mantova.
In particolare, il documento chiede al ministero della giustizia l'adeguamento dell'organico della polizia penitenziaria, il potenziamento dei servizi sanitari e formativi per i detenuti e interventi di manutenzione straordinaria sull'edificio di via Poma.
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