di Guido Neppi Modona
Il Dubbio, 2 giugno 2020
Se un magistrato quale Luca Palamara ha potuto per anni svolgere indisturbato il ruolo di manovratore di una occulta consorteria capace di influire sulle sorti dei suoi colleghi in tema di trasferimenti, assegnazione di funzioni e incarichi direttivi significa che molti lo cercavano e non avevano problemi a usufruire dei suoi servizi. Per ora solo nei suoi confronti sono in corso processo penale e procedimento disciplinare.
di Alberto Cisterna
Il Riformista, 2 giugno 2020
Come spiegato dal professor Serio, il testo unico sulla dirigenza è così vario e contraddittorio che è stato utilizzato per giustificare qualunque incarico assegnato per interessi di bottega. Alla faccia della Costituzione e del "giudice naturale".
Pochi giorni or sono il prof Serio, docente universitario stimato e già componente del Csm ha censito tra imati che affliggono la magistratura italiana anche una elefantiaca autoproduzione di regole che il Consiglio ha approntato e affinato negli anni munendosi di poteri pressoché illimitati sulla carriera dei magistrati.
Gli strali del professore si sono concentrati sul Testo unico della dirigenza giudiziaria, la Magna Charta per l'attribuzione degli incarichi su cui si esercitano spesso il Tar e il Consiglio di Stato annullando delibere consiliari di varia indole ed estro. Si legge nel suo intervento: "Attualmente, è in vigore per gli incarichi più ambiti un immodestamente denominato, testo unico sulla dirigenza, espressione alquanto pomposa che tradisce il desiderio di equiparazione del Consiglio al legislatore.
Ebbene, quella che avrebbe dovuto essere una miniera di regole oggettive capaci di risolvere in modo netto e indiscutibile il conflitto tra più aspiranti, si è rivelata un'autentica trappola a causa della compresenza di decine di disposizioni minute che, isolatamente considerate, spesso vengono contraddittoriamente utilizzate per favorire l'uno o l'altro dei concorrenti, a seconda spesso dell'orientamento correntizio del consigliere o del candidato o di entrambi". Insomma, nulla per cui stare tranquilli.
La scelta dei capi degli uffici è fondamentale per l'assetto del servizio-giustizia e manipolarne il corso in vista di interessi privati in qualunque altra amministrazione porterebbe alle manette, anche se - paradossalmente - fossero scelti i migliori: è il metodo a inquinare. Molti dei miasmi velenosi che emergono dalle ultime chat - purtroppo tardivamente cadute nella disponibilità dei giornali rispetto ad altre più tempestivamente propalate in piena indagine perugina a vantaggio di taluno - mostrano come siano proprio queste regole elastiche e plasmabili a consentire vendette, segnalazioni malevoli, sgambetti e, a volte, quelle vere e proprie esortazioni alla persecuzione che animano in taluni casi la lotta per il potere all'interno della magistratura
Indimenticabile l'incitazione di una (ex) toga altolocata al componente del Csm che si doleva di essere incappato in qualche intercettazione di un processo per corruzione: "Certo. Dillo ai tuoi colleghi del Csm" avrebbe sibilato il grand commis aizzando contro il reprobo giudice che non aveva subito censurato l'impiccio. Un "dillo ai tuoi colleghi" che sta a metà strada tra il callido mandato e la viscida sollecitazione, in quella fangosa terra di mezzo in cui allignano le vigliaccate e non solo Puzzi e Carminati. Tolta la pietruzza che, come sempre, nella scarpa duole, ma che un interesse generale deve pur sempre avere se la conversazione è stata pubblicata con tanto di nomi e cognomi, torniamo al discorso molto più elevato che il prof Serio ha intrapreso.
L'articolo 108 della Costituzione dispone che "le norme sull'ordinamento giudiziario e su ogni magistratura sono stabilite con legge" (v anche art.102), questo comporta che i poteri del Csm sulla carriera dei magistrati non potrebbero prevedere - come attualmente accade in molti settori - una delega in bianco in favore dell'organo di autogoverno e in fondo a discapito anche dei cittadini. Si pensi a esempio, al principio di precostituzione del giudice naturale, fissato nella Carta e canone fondamentale della giustizia in tutti gli ordinamenti La designazione del giudice deve precedere il reato e non seguirlo, sono vietati giudici ad personam.
Oggi il suo rispetto è, processualmente parlando, carta straccia in quanto alla fine rimesso alle disposizioni amministrative del Csm che, a propria discrezione, può scegliere un giudice per un solo processo e, se occorre, anche per un solo imputato senza che sia possibile per l'imputato obiettare alcunché.
La mancanza di criteri e regole precisi - come ricorda Serio - ha comportato l'espansione a dismisura dei poteri cosiddetti para-normativi del Csm che interviene con propri statuti in qualunque ganglio della vita dei magistrati (dai rapporti parentali all'interno degli uffici ai trasferimenti dagli incarichi extragiudiziari alle valutazioni di professionalità, dalle nomine all'organizzazione del lavoro, dalle commissioni dei concorsi alle ferie) a prescindere e, troppe volte, a dispetto anche dei radi e lacunosi interventi legislativi il Parlamento, con un costante self-refrain ai limiti della colpevole sottovalutazione, ha concesso al Csm una vera e propria delega in bianco sui magistrati che, a quel punto, sono stati sospinti dalla stessa politica a soggiacere al potere delle correnti e dei loro rappresentanti.
Sono state ristrette le toghe in tre recinto anomico e illegale in cui poi la stessa politica torna a negoziare con gli emissari più smaliziati della corporazione, così dilatando il proprio controllo sulla giurisdizione oltre i limiti costituzionali. 11 tutto con buona pace anche dell'articolo 101 della Costituzione che, come noto, pretende che i giudici siano "soggetti soltanto alla legge". Se le norme di legge sull'ordinamento giudiziario sono soppiantate da elastiche delibere, circolari, risoluzioni e testi unici di valenza amministrativa, è evidente che la soggezione dei giudici alla legge risulta filtrata e mediata da quella, ben più temuta, al Csm con ogni inevitabile ricaduta. Comprese quelle che tanto rumore stanno facendo in questi giorni a proposito di politici illustri.
Il punto vero è che non si tratta solo di degenerazioni individuali da contenere e reprimere - come taluno ancora si illude che sia - ma della deriva sistemica di un'organizzazione (un ordinamento) che, abbandonata a sé stessa, ha creato una doppia soggezione, alla legge e alle disposizioni dell'autogoverno, con una conseguente doppia morale fodera delle peggiori distorsioni e che ha, oggi, quale contrappeso solo l'enorme patrimonio etico di quasi tutti i magistrati italiani.
Lo aveva detto la Corte costituzionale in una memorabile pronuncia (n. 497/2000): "l'applicazione imparziale e indipendente della legge... sono beni i quali, affidati alle cure del Consiglio superiore della magistratura, non riguardano soltanto l'ordine giudiziario, riduttivamente inteso come corporazione professionale, ma appartengono alla generalità dei soggetti e, come del resto la stessa indipendenza della magistratura, costituiscono presidio dei diritti dei cittadini" per poi affermare in modo esemplare da scolpire in ogni aula di giustizia "nel patrimonio di beni compresi nello status professionale (dei magistrati) vi è anche quello dell'indipendenza, la quale, se appartiene alla magistratura nel suo complesso, si puntualizza pure nel singolo magistrato, qualificandone la posizione sia all'interno che all'esterno: nei confronti degli altri magistrati, di ogni altro potere dello Stato e dello stesso Consiglio superiore della magistratura".
L'orgoglio dell'indipendenza e dell'autonomia da tutelare e da esercitare anche nei confronti del Csm e degli altri magistrati. Un orgoglio che sarebbe ingiusto non riconoscere a tantissime toghe italiane, ma che in troppi hanno dismesso partecipando al saccheggio delle clientele.
Un patrimonio troppo importante perché la politica pensi di sbrigare la pratica giustizia con una frettolosa legge elettorale. Se non si ripristina il primato della legge voluto dalla Costituzione, liberando le spalle ricurve della magistratura dal peso asfissiante dei poteri impliciti del Csm e del rischio di un loro uso distorto, ogni cambio di passo sarà insufficiente e destinato a fallire. Né la giustizia amministrativa può essere rimedio a questo vulnus, alla fine, eversivo della Costituzione.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 2 giugno 2020
Corte di cassazione - Sentenza 15331/2020. Il divieto di domande suggestive e nocive vale anche per il giudice. In caso contrario la sentenza rischia l'annullamento. Lo stabilisce la Cassazione con la sentenza n. 15331 della Quarta sezione penale che, in un procedimento per reati sessuali, ha ritenuto priva di elementi di certezza la testimonianza resa attraverso risposte che, per gran parte dell'esame, non avevano fatto altro che assecondare l'interrogatorio del giudice.
La Cassazione, nel giudicare la prova così assunta non genuina e inattendibile, ricorda innanzitutto che l'articolo 499 del Codice di procedura penale detta le regole per l'esame del testimone indicando i criteri cui il giudice si dive attenere nell'ammettere o evitare le domande delle parti. Il giudice, allora, deve evitare in maniera assoluta le domande che possono compromettere la sincerità delle risposte; deve vietare alla parte che ha prodotto il teste o che ha un interesse comune con lo stesso di formulare le domande in maniera da suggerirgli le risposte; deve assicurare durante l'esame la pertinenza delle domande, la genuinità delle risposte, lealtà dell'esame e la correttezza delle contestazioni.
Il divieto di formulare domande che possono danneggiare la sincerità delle risposte, sia nel senso delle domande suggestive (nel senso giudiziario, quelle domande che tendono a suggerire la risposta al teste oppure forniscono gli elementi per rispondere nella direzione desiderata dall'esaminatore, anche attraverso una semplice conferma), sia nel senso di quelle nocive, finalizzate a manipolare il teste fuorviandone memoria e ricordi, perché gli forniscono informazioni sbagliate, tali da minare la genuinità della risposta, è espressamente previsto con riferimento alla parte che ha chiesto la citazione del teste, visto che è proprio questa parte quella più interessata a suggerire al testimone risposte utili per la sua difesa.
Tuttavia, avverte la sentenza, e anzi "a maggior ragione" il divieto deve essere esteso al giudice perché è a lui che spetta il compito di assicurare in ogni caso l'autenticità delle risposte. E nel caso in esame, il giudice di appello aveva effettivamente condotto l'"interrogatorio" della testimone con domande a tesi, altre con suggerimenti delle risposte, altre con fatti dati per scontati.
di Andrea Alberto Moramarco
Il Sole 24 Ore, 2 giugno 2020
Tribunale di Frosinone - Sezione penale - Sentenza 4 ottobre 2019 n. 1109. Il genitore che consente ai figli minori di girovagare in luoghi pubblici tra i passanti, di mendicare o di chiedere l'elemosina al semaforo commette il reato di "impiego di minori nell'accattonaggio", ovvero di "organizzazione dell'accattonaggio" se si avvale dei propri figli per ottenere in tal modo un profitto. A ribadirlo è il Tribunale di Frosinone nella sentenza n. 1109/2019.
Il caso - Al centro della decisione vi era il comportamento tenuto da una donna rumena, identificata dalle forze dell'ordine quale genitore esercente la potestà genitoriale di un bambino di dieci anni intento a chiedere l'elemosina ai passanti ad un incrocio stradale. Gli agenti di polizia, su segnalazione di alcuni automobilisti, intervenivano sul luogo ove sopraggiungeva la madre del minore. Tratta a giudizio per rispondere del reato ex articolo 600-octies del codice penale, l'imputata viene inevitabilmente condannata dal Tribunale, non potendo sussistere alcun dubbio in ordine alla sua penale responsabilità.
La configurabilità del reato - Il giudice sottolinea che il reato in questione può consistere sia "nel valersi per mendicare di un minore di anni quattordici o di altra persona non imputabile sottoposta all'autorità, alla custodia o alla vigilanza dell'agente", sia anche "nel permettere che detta persona chieda l'elemosina". La ratio di tali incriminazioni, sottolinea il Tribunale, è quella di impedire che i minori attraverso l'impiego in tale tipo di attività siano sottratti all'istruzione e all'educazione e abituati all'ozio e "al pericolo di cadere nel vizio e nella delinquenza". Inoltre, tenuto conto che il genitore esercente la potestà genitoriale è investito di una posizione di garanzia in ordine al corretto comportamento dei figli, questi ha l'obbligo di impedire che costoro compiano atti di accattonaggio.
Nella fattispecie, l'imputata è dunque pienamente responsabile dell'accaduto, in quanto, oltre a non aver impedito la condotta di accattonaggio, aveva addirittura il controllo della condotta del figlio, che poteva osservare a distanza. Proprio tale controllo a distanza dell'operato del minore, in tal modo esortato ad elemosinare, secondo il giudice è tale poi da impedire il riconoscimento della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto.
Vita, 2 giugno 2020
In una lettera al ministro della Giustizia, gli studenti che da mesi si preparano ai due concorsi segnalano come i calendari, "sospesi" a causa del Coronavirus, rischino di portare a sovrapposizioni ingestibili. Destinate a vanificare il sacrificio (di tempo ed economico) sostenuto da candidati e famiglie.
Sono migliaia i ragazzi e le ragazze che aspettano notizie sullo scritto di magistratura 2020 dal Ministero. La data inizialmente prevista per la fissazione del calendario delle prove era il 27 marzo, è stata poi rimandata al successivo 24 aprile. Il 24 aprile la risposta è stata: "daremo la risposta il 24 luglio", non una parola di meno non una di più.
Aspettare fino al 24 di luglio per sapere, (ma visti i rimandi senza spiegazione, si dubita), quando sarà questo concorso, significa essere nell'impossibilità di capire come spendere il proprio tempo. In questa opacità e mancanza di trasparenza circa lo svolgimento del concorso, le uniche voci su cui fare affidamento sono quelle di alcune piattaforme social, secondo le quali il concorso di magistratura dovrebbe svolgersi a fine novembre 2020.
Come migliaia di altri ragazzi e ragazze, e come di prassi, in tanti hanno fatto lo scritto di avvocato a Milano a dicembre 2019 ma anche su questo fronte non si sa nulla di certo, perché ufficialmente non ci è stato detto nulla. Tutto tace.
L'unica notizia, arrivata solo qualche giorno fa, è paradossale: riprenderanno le correzioni in via telematica e gli orali cominceranno a partire da ottobre. Beh, era ora... la annunciata soluzione di effettuare le correzioni degli scritti dell'esame di avvocato tramite gli strumenti che la tecnologia ci offre, non ci era sembrata così fantascientifica e non immaginavamo che richiedesse un iter così lungo per formularla (da fine febbraio a metà maggio).
Ed ecco il cuore del problema: la collisione tra gli orali di Avvocato e lo scritto di Magistratura. In questa prospettiva, tanti che hanno messo il loro impegno in entrambe le strade, si troverebbero a dover sostenere il concorso di magistratura a fine novembre e a metà dicembre sulla base della lettera alfabetica estratta - l'orale di avvocato che, tra le materie comuni al concorso, ne ha solo una su sei. Qualora, infatti, si decidesse di fissare il diario delle prove del concorso di magistratura entro la fine dell'anno corrente e l'inizio degli orali di avvocato realmente ad ottobre, numerosi giovani si troverebbero a dover affrontare una mole di studio definibile solo come folle. Con l'aggravante che la possibilità di capire come barcamenarsi tra questi due esami ci verrà rivelato a sorpresa solo il 24 di luglio.
di Federica Olivo
huffingtonpost.it, 2 giugno 2020
Il penalista: "Sì a un tavolo tra persone ricche di esperienza. Il carcere? Non è come vorrebbe la Costituzione. Depenalizzare? Sì, ma prima riformare il dibattimento". Si definisce "un vecchio operaio della giustizia". Uno che, quando entra in aula davanti al giudice - e lo fa da tanti decenni - pensa solo alla causa. Pensa a difendere l'assistito, utilizzando tutti gli strumenti che il diritto mette a disposizione. Al resto, alle discussioni generali e astratte, Franco Coppi lascia che ci pensino gli altri. La riforma del Csm di cui si dibatte in questi giorni? Neanche la commenta: "Si parla tanto di questi interventi, ma fino a quando non vengono fatti non ha senso discuterne", dice ad HuffPost. Per il professore, 82 anni, avvocato penalista di lunghissimo corso - ha difeso, per citarne due, Silvio Berlusconi e Giulio Andreotti - ci sono cose più urgenti su cui intervenire. Perché sa bene il sistema della giustizia in Italia va cambiato. Che così non tiene più.
Da dove cominciare, quindi? Coppi sul punto non ha dubbi: non dalla depenalizzazione, che pure ritiene importante. Non dalle carceri, che pure pensa non rispondano ai principi della Costituzione, che prescrive il divieto di pene inumane e la funzione rieducativa della prigione. Ma dal processo penale. Immagina un tavolo di discussione per fare una riforma. Non basta la politica a lavorare a un nuovo sistema, perché "il codice riguarda tutti noi". Poi il piglio dell'avvocato esperto lo porta a prediligere il pragmatismo: "Per una modifica organica ci vuole tempo - dice ad HuffPost - ma ci sono cose che possono essere cambiate in meglio in tempi più brevi. Sarebbe il caso che si facessero il prima possibile".
Professore, complici gli ultimi fatti di cronaca, in questi giorni si torna a parlare di riforma della giustizia. Cosa pensa degli interventi che si vorrebbero fare sul Csm?
Se ne fa un gran parlare. Ma fin quando non sarà approvata non ha neanche senso discuterne. Vede, io credo che ci siano cose su cui bisognerebbe avere più fretta. Che non necessiterebbero neanche di molto tempo per essere cambiate.
Lei da dove partirebbe, quindi, per riformare la giustizia?
Dal processo. Il codice del 1989 (con il quale sono state riscritte le norme del procedimento penale, ndr) ha fallito negli obiettivi principali che voleva perseguire. Si voleva velocizzare il meccanismo? In base alla mia esperienza posso dire che non è successo. I processi oggi sono di una lentezza esasperante. Sono ancora meno veloci di prima.
Come fare per cambiare le cose?
Ci sarebbe bisogno di un tavolo tra persone capaci e ricche di esperienza che, insieme, cercassero di capire perché il codice non ha raggiunto gli obiettivi che chi l'ha scritto si era prefissato. Quali sono i suoi difetti. Certo, una riforma non si improvvisa. E resta poi il problema dell'accordo politico per cambiare una legge.
Però la riforma della giustizia non è una questione solo politica...
Certo, il codice riguarda tutti noi. Per questo bisogna ragionare tra persone esperte.
Due o tre cose che modificherebbe subito?
Premesso che so di non avere la verità in mano e parlo solo in base alla mia esperienza, rivaluterei il meccanismo per cui in dibattimento l'istruttoria deve partire da zero. Nel nostro sistema il giudice arriva vergine al processo. Non dico sia sbagliato, capisco benissimo le ragioni che ci sono alla base di questa scelta. Comprendo la battaglia fatta contro la preformazione del giudizio. Ma stiamo pagando un prezzo molto alto per questa decisione.
Un esempio concreto?
Nel processo bisogna partire da capo anche, non so, per accertare se il cadavere era riverso a destra o a sinistra. Per cose come queste, forse, potrebbero essere utilizzati gli atti di indagine, i rilievi già fatti. Ma già prima del dibattimento c'è qualcosa che non funziona. Mi riferisco all'udienza preliminare.
Che problemi ci sono in quella fase?
Era nata come un'udienza filtro, si è risolta per lo più in un momento inutile per il processo. Forse sarebbe il caso di sopprimerla. C'è poi da dire che i riti alternativi non hanno dato i frutti sperati. Un esempio: proprio di recente mi sono trovato di fronte a un rifiuto di un patteggiamento per un motivo assolutamente incomprensibile.
Certamente tutto ciò aggrava la lentezza del processo. Ma non c'è anche un problema di eccessiva penalizzazione? Lo ha spiegato anche Giovanni Maria Flick in un'intervista ad HuffPost. In Italia per ogni fatto che suscita un, più o meno giustificato, allarme sociale si crea un reato...
Direi di sì. C'è la tendenza a far diventare reati anche fatti di gravità non elevata. E, se non si ha il coraggio di eliminare dal codice penale, o dalle leggi che sono sorte dopo, queste fattispecie, inevitabilmente il sistema ne risente. E così torniamo al discorso precedente: il codice che disciplina il processo penale era stato scritto per un numero più basso di processi rispetto a quanti effettivamente non se ne celebrino oggi. Guardi, le do una cifra per tutte: solo in Cassazione arrivano 50mila processi l'anno. Per questo dico: bisogna agire sulla procedura prima ancora che su una eventuale depenalizzazione.
In una recente intervista al Giornale lei ha detto che "il problema della giustizia è un problema di uomini". Cosa voleva intendere?
Quando si pensa al giudice ideale, si immagina una persona imparziale, che in dibattimento ascolta le parti e pronuncia la sentenza con coscienza, seguendo la legge. Senza altre influenze. Ecco, chi corrisponde a questa immagine è un buon giudice. Chi agisce diversamente non lo è. Ma, appunto, è un problema di persone, non della categoria in sé, né della struttura generale. Il sistema, in questo caso penso a un codice malfatto, può influire sull'attività, ma non sulla qualità della persona.
Dal processo all'esecuzione della pena. Cosa pensa del carcere oggi?
Che quello che abbiamo in Italia non corrisponde al modello di umanità cui un istituto di pena dovrebbe ispirarsi, né, in molti casi, rispetta la Costituzione. Piange il cuore quando si pensa che si debbano costruire nuove carceri, quando il Paese ha bisogno di ospedali o di scuole, ma in Italia c'è una legislazione che prevede il carcere per molti reati. E le pene, una volta inflitte, vanno eseguite.
Non si potrebbe risolvere incentivando le pene alternative? Luciano Violante spiegava ad HuffPost che oggi sono di più le persone che scontano la condanna fuori dal carcere rispetto a quelle che la trascorrono in cella. Un ulteriore balzo in avanti in questo senso potrebbe servire?
Penso proprio di sì. Una pena alternativa, pensata in maniera molto personalizzata, è assolutamente più efficace rispetto alla detenzione in carcere.
La società è pronta per questo salto?
E se anche non lo fosse, bisogna fare in modo che lo diventi.
In una recente intervista su HuffPost, Giuseppe Pignatone ha detto che la vedrebbe come interlocutore a un tavolo per riformare la giustizia. E ha sostenuto che spesso la politica scarica sulla giustizia questioni che le competono ma che non sa affrontare. Cosa pensa di quest'ultima affermazione?
Vede, io sono un vecchio operaio del diritto. La mattina, quando vado in tribunale, penso solo alla causa che sto affrontando. Del resto, di temi così elevati, lascio che se ne occupino altri.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 2 giugno 2020
Il carcere e la sua funzione di rieducazione. Il mondo fuori e quello dentro. I detenuti e quelle opportunità di reinserimento nella società, espiata la pena, di cui si parla da anni. Quando non diventano slogan da usare all'occorrenza, le parole si traducono in realtà, ma ancora per pochi. "Troppo pochi" è l'allarme.
"La detenzione non può consentire la soppressione del diritto allo studio, insieme ad altri diritti fondamentali. È un'opportunità che deve essere garantita, anche come momento di rieducazione e ri-socialità", spiega Samuele Ciambriello, garante dei detenuti della Campania. "Purtroppo - aggiunge - questa possibilità di esercitare il diritto allo studio universitario non è data a tutti coloro che sarebbero nelle condizioni di esercitarlo e avrebbero l'interesse a farlo".
Il nodo sta nell'assenza di un impegno normativamente regolato sul versante delle università e nell'assenza di un vero e proprio diritto riconosciuto ai detenuti ed esigibile in maniera incondizionata.
"Diciamoci la verità - aggiunge il garante regionale - dipende dal carcere nel quale ci si trova, dalla capacità di attivazione presso le amministrazioni e le strutture didattiche universitarie di chi è in contatto con il detenuto interessato, dall'interesse e dalla sensibilità di alcuni docenti". Insomma, se un detenuto chiede di poter seguire un corso universitario non è detto che possa farlo. Eppure chi lavora in carcere e si impegna per la tutela dei diritti dei detenuti crede fermamente che la strada della cultura sia una delle poche vere opportunità di recupero e riabilitazione per chi è in cella.
"L'anagramma di carcere è cercare - dice Ciambriello - Chi è in carcere deve ritrovarsi per riabilitarsi, trovare una motivazione all'errore commesso e rispetto alla pena da espiare una risposta riparativa". In tutta Italia, a fronte di una popolazione carceraria di circa 61mila persone, si contano solo 796 detenuti studenti, iscritti in 30 università, e per il 25 per cento dediti a discipline politico-sociologiche.
A Napoli nell'istituto penitenziario di Secondigliano, c'è un polo universitario promosso dalla Federico II. Lì dove si pensava di realizzare nuove celle, da qualche anno ci sono aule attrezzate per ospitare studenti detenuti. Nei giorni scorsi Ciambriello, con il supporto dell'Assessorato alle Politiche sociali della Regione e il Polo universitario di Secondigliano della Federico II, hanno donato sedie, banchi, lim, libri, materiale di cancelleria, toner per stampanti, dizionari, cartine geografi che e tutto ciò che serve a garantire il diritto allo studio in carcere.
Nell'anno accademico 2019- 2020 sono stati 92 gli iscritti ai vari corsi di laurea, nell'anno accademico precedente il numero dei detenuti studenti sfiorava i 50. E si scopre che in cella studiano camorristi e detenuti comuni, mentre quelli dell'alta sicurezza con maggiore profitto. Luigi, 40 anni e una condanna sulle spalle a 14 anni di reclusione per aver fatto parte per anni di un clan della camorra dell'area a nord di Napoli, ha scelto di studiare Giurisprudenza: è il detenuto studente modello della Facoltà, con tutti 30 e 30 e lode agli esami.
Lello, invece, in carcere ci è finito per una di quelle storie che sono una tragedia per chi le procura e per chi le subisce: ha dipinto le pareti del padiglione Firenze di Poggioreale con i disegni e le tecniche apprese studiando Belle Arti e ora che è stato trasferito nel carcere di Secondigliano è tra gli iscritti al corso di laurea in Scienze erboristiche.
Tra i corsi più seguiti c'è quello in Scienze nutraceutiche. E in tempo di Coronavirus le lezioni si fanno a distanza, utilizzando una piattaforma telematica ad hoc. Proprio per le problematiche legate a questo tipo di modalità e alla possibilità di usare il pc in cella, alcuni giorni fa era scoppiato il caso di A.A., un detenuto ergastolano, ex 41bis, che aveva iniziato lo sciopero della fame per ottenere un computer in modo da poter sostenere esami e consultare il materiale didattico per la laurea in Sociologia che vorrebbe conseguire.
Un caso ora risolto, ma che mette in evidenza la necessità di investire ulteriormente su programmi formativi e attrezzature per consentire alla popolazione carceraria della Campania di intraprendere un percorso scolastico o accademico: la strada più breve verso la riabilitazione.
di Nicola Astolfi
Il Gazzettino, 2 giugno 2020
Mentre con il coronavirus la vita non era più come prima, anche dal carcere la solidarietà ha mostrato che si può essere vicini sempre. L'emergenza sanitaria non si è fermata, infatti, ai dati su vittime e contagiati. Ha colpito pesantemente anche le dinamiche nel mondo del lavoro.
Così, le cifre aggiornate allo scorso 17 maggio dall'ente strumentale regionale in questa materia, Veneto Lavoro, contano già 1.600 posti persi in Polesine: un conteggio che si ferma alle posizioni di lavoro dipendente. Sono aumentate, quindi, le famiglie in situazione di povertà, rimaste senza lavoro e quasi senza nulla
Con intelligenza e cuore grande, il Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria, stimolato dalla sensibilità di alcuni detenuti e in collaborazione con il Banco Alimentare nazionale, ha condiviso un'iniziativa che dalla casa di reclusione di Bollate e dalla casa circondariale di Taranto ha coinvolto successivamente tutte le carceri italiane e le sedi dei Banchi alimentari regionali.
A Rovigo la condivisione della direttrice Romina Taiani, la collaborazione degli operatori penitenziari e la fattiva partecipazione dei detenuti, hanno permesso di raccogliere oltre 58 chilogrammi di derrate alimentari da destinare alle famiglie più bisognose, tramite il cosiddetto sopravvitto. L'Ordinamento penitenziario, infatti, consente ai detenuti di acquistare, a proprie spese, generi alimentari e di conforto (entro limiti stabiliti) attraverso l'amministrazione carceraria o da imprese che ne esercitano la vendita a prezzi controllati.
Dunque, anche con il sopravvitto al quale i detenuti possono destinare una parte della loro spesa settimanale, a Rovigo si è organizzata una raccolta alimentare come era già stata promossa con le stesse modalità in altre realtà.
Anche questa iniziativa sta mostrando una volta in più il cuore della solidarietà in Polesine. Un cuore che non smette di battere, perché fa fare del bene in qualsiasi situazione ci si trovi. Forse la raccolta nella casa circondariale rodigina potrà sembrare una goccia nel mare di solidarietà delle iniziative di raccolte straordinarie di generi alimentari fatte in questa fase di emergenza.
Ma l'intervento dei detenuti a Rovigo a favore delle famiglie in difficoltà è anche un gesto che ribalta l'atteggiamento con il quale si guarda abitualmente al carcere e che fa apprezzare quanto è stato donato ancora più, perché è un invito a tutti a non far spegnere mai la speranza.
di Wilma Greco*
epale.ec.europa.eu, 2 giugno 2020
Pronte 15.000 mascherine, 5.000 con tessuto di cotone e 10.000 con TNT, alla Casa Circondariale Cavadonna di Siracusa. La tessitoria dell'Istituto penitenziario produce ordinariamente dall'anno 2014 federe e lenzuola per le scuole di formazione dell'amministrazione penitenziaria. Vi lavorano sei detenuti, che dopo un periodo di formazione vengono assunti per la produzione. Il ciclo produttivo è di circa 60 prodotti finiti al giorno; l'ultima commessa dal Ministero Giustizia ha richiesto 10.000 capi. I detenuti lavorano autonomamente tra macchinari vari e rumorosi per un prodotto finito ad opera d'arte, con etichetta per le istruzioni di lavaggio, impacchettato e pronto per l'uso.
In una società "pre-covid" in cui tutto nel mondo del lavoro e della produzione veniva pianificato e regolamentato, cercando di prevedere in anticipo ogni eventualità, rischio, o imprevisto, la pandemia e l'emergenza sanitaria, portando con sé avvenimenti imprevisti e di elevata incertezza, hanno imposto la trasformazione degli scenari lavorativi, valorizzando la dimensione umana di apprendimento sul posto di lavoro.
I detenuti hanno subito imparato e il "prototipo mascherina" è pronto già dopo una giornata di prove. Il direttore, dott. Aldo Tiralongo, assicura che il processo lavorativo ha seguito uno specifico protocollo a garanzia delle condizioni di igiene e sanità. Le mascherine, in confezioni sigillate, in parte sono state distribuite alla popolazione detenuta anche nella previsione del ripristino dei colloqui visivi con le famiglie, in parte sono state messe a disposizione del personale dipendente. Una boccata d'aria, se si pensa a quanto il Paese ha sofferto e anche pagato in vite umane per l'assenza di adeguati dispositivi di protezione. Dall'altro lato, una scommessa in termini di formazione dei detenuti, nell'ottica della rieducazione e del reinserimento in una società sempre più "liquida", in cui il vecchio motto "impara l'arte e mettila da parte", viene sostituito dal Workplace Learning: apprendere e produrre nuova conoscenza nei contesti di lavoro.
*Ambasciatrice Epale Sicilia
Redattore Sociale, 2 giugno 2020
Negli istituti penitenziari emiliano-romagnoli ancora quasi 400 detenuti in più rispetto alla capienza regolamentare. Il garante: "Nel 2019 15 neonati sono rimasti diversi giorni nelle carceri regionali. Le rivolte? Una situazione incredibile. Bene il provvedimento inserito nel Cura Italia".
Le rivolte, il sovraffollamento e l'emergenza Covid dentro le carceri. Sono i punti affrontati dal garante regionale dei detenuti dell'Emilia-Romagna Marcello Marighelli durante la commissione Parità e diritti. Questione cruciale, il sovraffollamento, "che impedisce di dare dignità ai detenuti. C'è grande carenza di spazi per il pernottamento, ma anche per le attività lavorative e per quelle di rieducazione. C'è anche un ulteriore problema: nella nostra regione sono detenute molte persone che non hanno un legame con la regione, quindi diventa difficile il reinserimento sociale".
Per quanto riguarda i numeri, prima dell'emergenza si registravano quasi 4 mila detenuti rispetto a una capienza regolamentare inferiore a 3 mila posti, poi gradualmente questa presenza si è ridotta soprattutto a causa della necessità di provvedere a importanti trasferimenti (in totale 457) a causa dei disordini e delle rivolte provocate nelle carceri di Modena, Bologna e Reggio Emilia: "Ma se anche le persone detenute sono diminuite, i problemi ancora ci sono: ci sono 177 persone in più nel carcere di Bologna, 105 a Ferrara, 99 a Reggio Emilia e 79 a Piacenza".
Un'altra criticità espressa dal garante riguarda la detenzione femminile: "A Modena si registrava la presenza di 41 donne, poi la struttura è stata completamente evacuata, le donne sono state trasferite principalmente a Trento. Attualmente la situazione di Forlì è tornata alla normalità con 13 presenze, ma ce ne sono state anche 25, a Bologna adesso ci sono 68 donne ma ce sono state anche 80. Durante la fase emergenziale, per prima cosa abbiamo cercato di verificare che non fossero presenti nelle carceri donne con bambini. Lo voglio ribadire ancora una volta: nella nostra regione, la presenza di bambini negli istituti penitenziari è un problema molto serio. Nel 2019, in Emilia-Romagna, 15 neonati sono rimasti diversi giorni nelle carceri nonostante non siano dotati dell'istituto a custodia attenuata per madri detenute, di casa famiglia protetta o della sezione penitenziaria nido".
Poi c'è il capitolo rivolte. "L'11 marzo ho visitato la casa circondariale di Modena. La rivolta era appena terminata e ho trovato una situazione incredibile, gli edifici erano danneggiati dal fuoco, gli arredi e gli impianti elettrici erano distrutti, sia nel nuovo sia nel vecchio padiglione". Marighelli promuove il provvedimento del governo inserito nel decreto Cura Italia, "che non ha consentito di fare uscire i colpevoli di gravi reati, ma è intervenuto sulla legge già esistente, che permette di far scontare nel proprio domicilio gli ultimi 18 mesi della pena, purché non siano condanne per gravi reati". Per quanto riguarda la tecnologia ormai 'entrata' nel carcere, quella non uscirà più: "I colloqui via Skype tra detenuti e familiari proseguiranno, addio ai telefoni a gettoni".
Sempre in commissione, sul carcere di Piacenza la direttrice Maria Gabriella Lusi ha sottolineato che "da subito si è capito che la nostra zona era fra le più colpite, quindi abbiamo subito preso provvedimento e studiato un piano d'azione. Già dal 25 febbraio abbiamo interrotto i colloqui e gli accessi e tutto il personale è stato sottoposto a tampone. Tra i detenuti, solo 5 sono risultati positivi al Covid". Le funzionarie della Regione Anna Cilento e Monica Raciti hanno spiegato che "le rivolte sono state tragiche e hanno colpito duramente anche il personale sanitario; sono state distrutte apparecchiature e presi d'assalto gli ambulatori. La rivolta di Bologna ha provocato una grossa promiscuità, ma tutto sommato il sistema ha retto bene". Altro problema è che "in molti casi molte persone non hanno un domicilio dove svolgere la detenzione domiciliare, quindi abbiamo cercato di mettere le persone nella condizione di anticipare un percorso di reinserimento, anche in un'ottica di contrasto alla recidiva".










