di Alessia Marani
Il Messaggero, 4 giugno 2020
Due detenuti evasi da Rebibbia. "In attesa di comprendere le dinamiche che sono in fase di indagine, purtroppo questa mattina due detenuti di nazionalità croata e italiana ma etnia rom con pene fino al 2029, della Casa di Reclusione di Rebibbia hanno potuto evadere attraverso ad una corda facendo perdere le loro tracce e sulla quale comunque uno di loro potrebbe essere già stato individuato". A comunicarlo è la segreteria regionale dell'Ussp, l'unione sindacale di polizia penitenziaria. I due si sono calati srotolando una manichetta dell'antincendio, dribblando una telecamera.
Chi sono gli evasi. Secondo quanto si è appreso, si tratta di un detenuto di 46 anni nato in Croazia e di un 40enne di Olbia. Entrambi sarebbero di origini nomadi e in carcere per reati contro il patrimonio e la pubblica amministrazione. Sono in corso ricerche della polizia in particolare nei campi nomadi, nelle stazioni e negli aeroporti. L'evasione potrebbe essere avvenuta nella notte.
"Proprio in questi giorni l'Uspp aveva avuto un incontro con la Direzione per affrontare temi organizzativi rispetto al periodo ferie per il personale di Polizia Penitenziaria dopo la fase Covid-19 che ha coinvolto uno degli istituti del polo penitenziario di Rebibbia - spieha il segretario regionale Uspp, Daniele Nicastrini - Ricordiamo si definisce Polo Penitenziari di Rebibbia per la presenza anche degli Istituti Femminile con 290 detenute, Circondariale Nuovo Complesso 1460 detenuti dove nel recente passato sono avvenuti 5 evasioni, Terza Casa Circondariale custodia attenuata con 67 detenuti e altre strutture logistiche per conto dell'Amministrazione Centrale DAP e Interregionale Provveditorato Roma.
Il sempre è legato ad una poca attenzione dovuta al fatto che nei turni notte il personale è ridotto al minimo per politiche errate del Ministero della Giustizia che in questi anni ha curato poco l'aspetto sicurezza custodiale e troppo altri benefici che dimostrano poca efficacia nel rendimento generale del sistema carcere che continua a fare acqua da tutte le parti, ed un agente ogni 100 detenuti da vigilare senza poterli vedere quando sono chiusi di notte se non dallo spioncino significa mettere in difficoltà l'operato degli stessi agenti.
Il Ministero sa perfettamente come stanno le cose ma sembra non fregarsene troppo e alla fine i delinquenti riescono ad uscire anche con i sistemi ortodossi... corde, lenzuola e la classica fuga anche durante le visite ambulatoriali, l'ultima proprio nell'agosto scorso dal Sandro Pertini di Roma". In tutta Roma è caccia ai due evasi che hanno presumibilmente studiato da tempo e scelto appositamente la data del 3 giugno per potersi meglio confondere tra la gente e spostarsi anche fuori dalla regione per raggiungere nascondigli "sicuri". Solo tra il 2014 e il 2016 si erano verificate altre cinque evasioni da film. calandosi con corde e lenzuola, un altro sfortunato periodo per la sicurezza del carcere.
sienanews.it, 4 giugno 2020
Natalino Balasso, Paolo Calabresi, Maria Amelia Monti, Tullio Solenghi, Massimo Lopez, Luigi Lo Cascio, Vittorio Lattanzi, Carlo Amato, i Tetes de Bois, Letizia Fuiochi, Filippo dr. Panico, Stefano Fresi: sono loro i protagonisti di un'iniziativa di solidarietà per il carcere senese di Santo Spirito. Volti noti del palcoscenico italiano, attori e comici che ci regalano sempre divertimento e che più volte sono stati protagonisti, a beneficio dei detenuti, sul palcoscenico del piccolo teatro della Casa Circondariale di Santo Spirito. che ritengo meriti adeguata visibilità e che ha visto come protagonisti numerosi attori e personaggi del mondo dello spettacolo che in passato si sono esibiti, a beneficio dei detenuti, sul palcoscenico del piccolo teatro della Casa Circondariale.
Il carcere durante l'emergenza epidemiologica ha vissuto e sta ancora vivendo una situazione di isolamento, dettato dalle rigorose misure di prevenzione atte a prevenire il rischio di contagio.
Purtroppo ad eccezione dei corsi scolastici che proseguono con la teledidattica a distanza sono state giocoforza sospese tutte le numerose attività di carattere rieducativo che contraddistinguevano la quotidiana vita detentiva.
A porre fine a questa forzata inattività ci hanno così pensato loro, una decina di attori e comici che negli ultimi tempi hanno calcato il palcoscenico del piccolo teatro della casa circondariale di Siena e che in questi giorni, in occasione dello stato di emergenza legato all'epidemia Covid-19, hanno fatto pervenire ai detenuti un videomessaggio di saluto e di incoraggiamento.
Ne è un nato un cortometraggio che raccoglie il contributo di ciascuno di essi e nel quale tra monologhi, sketch, momenti di intrattenimento e riflessioni emerge soprattutto la sensibilità di questi artisti che, nel ricordo delle loro passate esibizioni davanti a un'insolita platea di spettatori, hanno squarciato il muro di isolamento che, specie nell'attuale contingenza, separa il carcere dal contesto ambientale esterno. Il sipario telematico è calato dopo circa 45 minuti, un tempo contenuto, ma sufficiente ad arrecare conforto a quanti non sono attori, ma interpreti di una storia reale: il carcere al tempo del coronavirus.
iltorinese.it, 4 giugno 2020
Anche il Piemonte, su ispirazione di quanto realizzato in Lombardia e nel Lazio, potrebbe ospitare una Casa famiglia protetta per mamme con bambini fino a 10 anni che stanno scontando una pena? È la domanda al centro del confronto che si svolgerà in teleconferenza giovedì 4 giugno a partire dalle 17 sulla piattaforma Webex dell'Università di Torino.
All'incontro, coordinato dai garanti regionali dei detenuti e dell'infanzia Bruno Mellano e Ylenia Serra, intervengono l'assessore regionale alle Politiche della famiglia, dei figli e della casa Chiara Caucino, il sottosegretario di Stato alla Giustizia Andrea Giorgis, la docente di Diritto penitenziario dell'Università di Torino Giulia Mantovani, Andrea Tollis della Casa famiglia protetta Ciao di Milano e Lillo Di Mauro della Casa famiglia protetta Colombini di Roma.
La Legge 62/2011 ha introdotto nell'ordinamento penitenziario norme di maggior tutela per le detenute mamme, istituendo in carcere le "Custodie attenuate" (Icam) per le madri ristrette con i figli minori al seguito (per bimbi fino ai 6 anni), e prevedendo la nascita di una rete di Case famiglia protette (per bambini fino a 10 anni) per offrire un'accoglienza in ambiente senza sbarre. A oggi gli Icam in Italia sono cinque, tra cui quella dedicata alla memoria di Maria Grazia Casazza all'interno della Casa circondariale Lorusso e Cutugno di Torino, e le Case famiglia protette due, rispettivamente a Milano e a Roma. Per partecipare e ricevere il link cui collegarsi, occorre inviare richiesta, tramite mail, a
Il Gazzettino, 4 giugno 2020
"È tremenda la notizia per cui potrebbe essere archiviata l'indagine sul criminale omicidio di Giulio Regeni, perché non ci sarebbe risposta alla rogatoria internazionale. La reazione del Governo italiano dovrebbe essere l'opposto. Se non arriva l'autorizzazione dovrebbe richiamare l'ambasciatore".
A dirlo in una nota è Furio Honsell, esponente di Open Sinistra Fvg in Consiglio regionale. "Questa notizia è gravissima anche perché posteriore di pochi giorni a quella di una maxi-vendita di navi da guerra all'Egitto. Che l'interesse del nostro Paese stia nel non avere ostacoli nella vendita di armi piuttosto che nel promuovere i diritti umani è agghiacciante - aggiunge Honsell.
Non si hanno nemmeno notizie dello studente dell'Università di Bologna Patrick Zaki, che è ancora in carcere con accuse arbitrarie". Nel giugno del 2018, nella sua prima mozione, su proposta del consigliere Honsell, il Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia espresse all'unanimità l'impegno a favore della giustizia per Giulio Regeni e le altre vittime delle dittature. "Chiediamo al presidente Fedriga - conclude l'esponente di Open Fvg - che si adoperi con rinnovata energia su questo fronte, essendo ormai passati ben 2 anni".
di Alessandra Fabbretti
dire.it, 4 giugno 2020
Le ong locali avvertono che il virus si starebbe diffondendo nelle sovraffollate prigioni. In Egitto, uno tra i Paesi piu' colpiti dall'epidemia di Covid-19, le ong locali avvertono che il virus si starebbe diffondendo nelle sovraffollate carceri, come dimostrerebbe la morte di un secondino nel carcere di massima sicurezza di Tora, al Cairo. A darne notizia è la testata indipendente Mada Masr, che riporta la morte dell'agente di polizia carceraria Sayed Ahmed Hegazy. L'uomo è deceduto venerdì dopo aver manifestato i sintomi del coronavirus a partire dal 18 maggio. A denunciare la vicenda è stata sua figlia Zainab Hegazy in un post su Facebook, successivamente rimosso. Nei giorni scorsi, familiari del secondino che hanno scelto di rimanere anonimi hanno denunciato che la famiglia si è vista negare la consegna dei risultati degli esami clinici per il Covid-19, pur avendo saputo dal medico che Hegazy era risultato positivo.
Dopo giorni in cui le condizioni dell'agente peggioravano, la famiglia non sarebbe riuscita a trovare un posto in ospedale per ricoverarlo. Alla fine - è stato denunciato - l'uomo è morto in macchina, nel tentativo di raggiungere l'ennesimo centro medico. La vicenda è circolata sul web e i social network, sollevando appelli da parte dei difensori dei diritti umani affinché' sia fatta chiarezza sulla morte dell'agente e siano effettuati i test a tutto il personale e ai detenuti di Tora.
Domenica, il ministero degli Interni è intervenuto smentendo che Hegazy sarebbe morto per coronavirus, quindi ha spiegato che l'uomo dal 17 maggio era in permesso per curare problemi di salute cronici. Nella nota è stato riferito che l'uomo aveva effettuato gli esami per il Covid-19 presso l'ospedale di Imbada, ma che è morto prima di ricevere i risultati. Il ministero ha assicurato che, una volta notificato il decesso, le autorità hanno preso "le precauzioni necessarie per igienizzare il luogo di lavoro, inoltre le persone che sono entrate in contatto con lui sono state monitorate per ragioni di sicurezza".
nfine, sono state annunciate "misure legali" contro chiunque diffonderà "notizie non corrette" sulla situazione sanitaria nelle carceri. La famiglia Hegazy invece ha riferito a Mada Masr che il test è stato effettuato nell'Abbasiya Fever Hospital, ma che pur avendo saputo telefonicamente che i risultati erano positivi nè la moglie nè le figlie sono riuscite ad ottenere i referti. Mentre le condizioni di salute dell'uomo peggioravano, il medico di base ha suggerito il ricovero in terapia intensiva, ma senza il referto che confermasse il coronavirus, ogni tentativo è stato inutile.
Da tempo le ong denunciano l'inadeguatezza delle condizioni igienico-sanitarie nelle prigioni egiziane, e in particolare in quella di Tora, tra le piu' grandi del Paese. L'alto numero di detenuti e l'assenza di mascherine, sapone e prodotti igienizzanti renderebbe impossibile rispettarne le norme anti-contagio. Stando a Middle East Monitor, ci sarebbero due casi sospetti di coronavirus in due dei quattro bracci di Tora, ma senza test clinici non è possibile ottenere conferme. In questo istituto penitenziario sono detenuti anche centinaia di prigionieri di coscienza, la maggior parte dei quali in detenzione preventiva in attesa del processo.
Per loro da tempo si invocano i domiciliari per garantire che non contraggano il Covid. All'agenzia Dire Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International, ha dichiarato: "Il governo del Cairo nega ma i gruppi per i diritti umani segnalano la diffusione del Covid-19 nelle stazioni di polizia e soprattutto nella prigione di Tora, dove sono detenuti molti prigionieri di coscienza compreso il ricercatore Patrick Zaki". Per Noury, "è certo che un impiegato della prigione è morto di coronavirus e vi è la possibilita' che lo abbia contratto quando era al lavoro a Tora". Il responsabile ha concluso: "È facile immaginare quali siano le implicazioni, per questo è ancor piu' urgente il rilascio di Patrick Zaki e degli altri prigionieri di coscienza".
di David Romoli
Il Riformista, 4 giugno 2020
Nel primo pomeriggio del 19 marzo 1935 Lino Rivera, un portoricano nero di 16 anni, tentò di rubare un coltellino a scatto nell'emporio di un negoziante bianco ad Harlem, proprio di fianco al famoso teatro Apollo. Fu scoperto e il proprietario tentò di portarlo in cantina per dargli una manesca lezione.
Il ragazzo reagì mordendo la mano dell'uomo a sangue. Arrivò la polizia. Il sedicenne fu portato al distretto di polizia, ma liberato quasi immediatamente. Intanto però si era sparsa la voce che un bambino fosse stato ammazzato di botte per aver rubato delle caramelle. La falsa notizia fu la scintilla destinata a far esplodere la rabbia della popolazione di Harlem, quella più pesantemente colpita dalla Depressione. I neri attaccarono e saccheggiarono per tutta la notte i negozi che non esibivano il cartello "Colored Store".
Dimostrare che la notizia era falsa fu una faccenda lunga perché Rivera aveva dato un indirizzo falso. Quando la polizia rintracciò il ragazzo e distribuì la foto del portoricano vivo con un ufficiale e poi con lo stesso sindaco, Fiorello La Guardia, i disordini erano proseguiti per ore, tre persone erano morte, i danni ammontavano a due milioni di dollari. Non era il primo tumulto razziale nella storia degli Stati Uniti, ma fino a quel momento si era sempre trattato solo di scontri fra diversi gruppi etnici.
La rivolta di Harlem nel 1935 fu la prima in cui venivano presi di mira, bruciati e saccheggiati negozi ed edifici. È passata alla storia come il primo riot moderno. Nell'estate dei grandi conflitti razziali, quella del 1943, i due modelli, quello tradizionale delle battaglie razziali e quello inaugurato otto anni prima ad Harlem, si sommarono e si intrecciarono. L'America era in guerra. Centinaia di migliaia di bianchi poveri e di neri affluivano nei pochi centri industriali del Sud e soprattutto nelle grandi fabbriche del Nord e in particolare di Detroit.
In seguito all'Executive Order 8802 emanato nel marzo 1941 dal presidente Roosevelt, che vietava la discriminazione nelle fabbriche impegnate nella Difesa, per la prima volta bianchi e neri si trovavano fianco a fianco alle catene di montaggio. Al razzismo endemico si sommavano così le tensioni sul lavoro e quelle, fortissime, soprattutto a Detroit, dovute alla scarsità di alloggi per gli immigrati e alla protesta dei quartieri bianchi per la costruzione di case popolari per gli operai immigrati ai confini delle loro zone. In quell'estate scoppiarono decine di incidenti e in sei città sfociarono in veri e propri tumulti razziali. A Detroit centinaia di giovani bianchi attaccarono le case dei neri che si difesero e contrattaccarono. Entrambi i gruppi etnici bruciarono e saccheggiarono i negozi della comunità "nemica". La polizia quasi sempre scese in campo non per sedare ma a fianco dei bianchi. In due giorni di violenze, tra il 20 e il 22 giugno, furono uccise 34 persone, 25 delle quali nere quasi tutte uccise dalla polizia. Le inchieste successive attribuirono la responsabilità delle violenze agli aggrediti.
Ad accendere la miccia, all'inizio di giugno, non erano state le fabbriche e le case, ma gli abiti. Non si trattava, è vero, di vestiti qualsiasi: gli zoot-suits erano di gran moda nei ghetti di tutte le città, lo stile cool del momento. Abiti spesso sgargianti e sempre realizzati con gran spreco di stoffa, li portava anche il giovane Malcolm X: giacche lunghissime e larghe, spalle imbottite e pantaloni larghissimi. Avevano cominciato a indossarli i neri ma a Los Angeles erano stati subito adottati dalla folta popolazione messicana, i "pachucos", e un po' dai filippini e dagli italiani. All'America in guerra, che riteneva il risparmio di materie un obbligo patriottico, sembrava un affronto e forse un po' lo era davvero. Gli zoot-suiters anticipavano di due decenni le controculture giovanili che avrebbero fatto dello stile un messaggio di rifiuto sociale dell'ordine costituito. Già dal marzo 1942, quando lo sforzo bellico era ancora indirizzato solo a rifornire il Regno Unito senza coinvolgimento diretto americano, la produzione di zoot-suits era stata vietata, ma i sarti continuavano di nascosto a tessere e smerciare gli abiti proibiti. In cinque giorni di violenza e follia, soldati e marinai di stanza a Los Angeles batterono le strade della città, armati di bastoni con incastrate lame di rasoio, attaccando e pestando chiunque indossasse uno zoot-suit. Le lame servivano a distruggere i vestiti. Gli abitanti di LA, animati dall'odio per l'ondata di immigrazione messicana, si aggiunsero a migliaia.
La rivolta di Harlem, nei primi due giorni di agosto, fu però sostanzialmente diversa da quelle di LA, Detroit e dalle altre di quell'estate violenta, quasi sempre provocate dalle aggressioni soprattutto di operai bianchi. Cominciò con l'alterco tra un polizotto e una donna nera nell'atrio del Braddock Hotel, un tempo rinomato albergo di Harlem decaduto sino a diventare una sorta di albergo a ore. La donna protestava per il basso livello della camera. Il polizotto la arrestò per disturbo della quiete pubblica, un'altra nera e suo figlio, il soldato Robert Bandy, intervennero per difenderla, il poliziotto sparò e ferì lievemente Bandy. Proprio come 12 anni prima si sparse la voce che il soldato era morto, cominciarono a volare pietre e bottiglie e per 48 ore la gente di Harlem devastò metodicamente le proprietà dei bianchi nel quartiere. Alla fine si contarono sei vittime, centinaia di feriti, 600 arresti.
I riots di Harlem del '43 segnarono profondamente un'intera generazione di militanti neri. Non a caso quello spartiacque torna nelle opere di tutti i principali autori dell'epoca da Ralph Ellison a James Baldwin a Langston Hughes. Non è casuale neppure che all'origine dell'esplosione di rabbia ci fosse un soldato. La grande tensione allora, oltre alla coesistenza nelle fabbriche, era il razzismo istituzionale ai danni dei soldati neri. La contraddizione tra i discorsi che incitavano a combattere per la libertà e la pratica della discriminazione nell'esercito era clamorosa e stridente. Ventuno anni dopo, il 16 luglio 1964, partì sempre da Harlem quel ciclo di insurrezioni urbane passato alla storia come "le estati calde". Gli scoppi di furia e frustrazione della prima metà del Novecento erano stati episodici, provocati dal razzismo quotidiano, dalla disoccupazione che bersagliava i neri più di ogni altro, dall'altissimo costo degli affitti per stamberghe fatiscenti, dalla discriminazione nell'esercito, spesso a innescarli erano le aggressioni dei bianchi, senza un contesto generale e una continuità capaci di renderli incisivi sul lungo periodo, anche se ad Harlem La Guardia cercò di intervenire per alleviare la situazione dei neri. Nel '64, invece, il movimento per i diritti civili era attivo e combattivo da anni nel Sud, la predicazione dei Muslims e in particolare del pastore Malcolm X aveva reso molto più coscienti e consapevoli gli abitanti dei ghetti, i neri avevano preso le redini dello Sncc, l'associazione studentesca contro il razzismo, e la stavano trasformando nell'officina culturale del futuro Black Power.
Ad Harlem la miccia fu l'uccisione di un ragazzo nero di 15 anni, James Powell, a opera di un poliziotto fuori servizio, Thomas Gilligan. Era cominciata con un portiere razzista che aveva aperto un idrante contro tre adolescenti troppo rumorosi. Powell lo aveva inseguito fin dentro l'appartamento. Il poliziotto sostenne di essere stato minacciato con un coltello. Se soccorso in tempo Powell avrebbe potuto salvarsi. La rivolta durò sei giorni, con epicentri ad Harlem e a Bedford-Stuyvesant, a Brooklyn e fu seguita nello stesso mese da altri tumulti a Rochester, nello Stato di New York, a Dixmoor, Illinois, a Philadelphia. Non si trattava più di esplosioni momentanee di violenza e di esasperazione ma di un movimento nazionale. La rabbia che covava e aspettava solo l'occasione per esplodere, quasi sempre accesa dalla brutalità della polizia, era uguale ovunque. Nel ghetto di Watts, a Los Angeles, nel '65, la scintilla non fu neppure un'uccisione o un ferimento, ma l'arresto per guida in stato di ubriachezza di un nero in libertà sulla parola e poi il rifiuto di restituire l'auto al fratello dell'arrestato. Bastò per portare oltre il livello di guardia la rabbia contro un dipartimento di polizia che brillava da sempre per brutalità e razzismo.
Quelli di Watts non furono "semplici" riots: fu un'insurrezione che proseguì senza soluzione di continuità dall'11 al 16 agosto 1965. Per la prima volta a sparare furono sia la polizia che i dimostranti. Gli edifici distrutti o bruciati furono oltre mille. I danni ammontarono a 40 milioni di dollari. Si contarono 34 morti e migliaia di arresti. La rivolta di Watts cambiò tutto: senza quelle notti rischiarate dagli incendi non ci sarebbe stato il Black Panther Party e il movimento per i diritti civili del sud non avrebbe coinvolto l'intero nord dimostrando che il razzismo non si limitava alle Jim Crow Laws ancora in vigore nel sud. La protesta dei neri non si sarebbe configurata come minaccia di guerra civile, coinvolgendo e influenzando anche gli studenti radicali bianchi. Non finì a Watts. Nell'estate del 1967, la "Long Hot Summer", le rivolte scoppiarono in 159 città, con epicentri a Newark, nel New Jersey, e a Detroit, città dove la tensione era tanto razziale quanto sociale, in seguito alla chiusura di numerose fabbriche e alla disoccupazione di massa tra i neri.
L'anno dopo, tra aprile e maggio la sollevazione dopo l'assassinio di Martin Luther King il 4 aprile fu anche più vasta, si estese in quasi tutte le città americane ma fu meno costosa in termini di vite umane (40 vittime a fronte delle 82 della lunga estate calda), soprattutto perché alla polizia era stato ordinato di limitare il fuoco per non peggiorare la situazione. Era un segnale dell'allarme che si stava diffondendo nell'establishment, della consapevolezza di dover reprimere le esperienze più avanzate della militanza nera, a partire dal Black Panther Party, ma anche di dover cambiare almeno qualcosa. Le rivolte degli anni 60 pagarono. Almeno negli aspetti più vistosi, espliciti e sfrontati del razzismo e della discriminazione la situazione iniziò davvero a modificarsi. È stata sostituita, nei decenni seguenti, da una discriminazione sociale ed economica più sottile e più nascosta, basata sulla povertà più che sul colore anche se il colore è rimasto uno dei principali elementi a determinare la povertà. Nei ghetti la brutalità della polizia è rimasta la stessa. La rivolta di Los Angeles del 1992, dopo l'assoluzione dei quattro agenti filmati l'anno prima mentre bastonavano selvaggiamente e senza motivo Rodney King, fermato per eccesso di velocità e in libertà sulla parola, sono stato i più violenti della storia americana.
I riots del 1992, improvvisi, violentissimi, segnati anche dagli attacchi dei neri e dei latini contro i negozi coreani, erano la spia di una situazione intollerabile, sulla quale nessuno, in 27 anni, è seriamente intervenuto. Come i tumulti del 1935 e del 1953, l'insurrezione di Southcentral LA, costata 63 morti e oltre 10mila arresti, è stata considerata una specie di parentesi, dimenticata con la ricostruzione degli edifici distrutti tra il 29 aprile e il 4 maggio di quell'anno. La protesta di questi giorni e queste notti seguita all'assassinio per soffocamento di George Floyd è molto diversa da quella di 27 anni fa. Non è uno scoppio improvviso ma l'emersione totale di una rabbia profonda e consapevole, preparata da anni di manifestazioni e da un movimento longevo come Black Lives Matter. Per la prima volta dall'uccisione di Luther King le manifestazioni si sono estese all'intero Paese con la partecipazione di moltissimi bianchi e persino molti poliziotti hanno espresso solidarietà. Parlare di riots è in questo caso riduttivo. Quella in corso è una rivolta.
di Marina Catucci
Il Manifesto, 4 giugno 2020
Le associazioni e gli studi legali che si occupano di difendere pro bono chi viene arrestato durante le proteste si stanno moltiplicando, così come aumenta il numero degli arresti di massa durante le manifestazioni, indipendentemente da quanto queste siano pacifiche.
Bayonne Firm è uno studio legale situato nel centro di Harlem, a New York, specializzato in difesa penale, immigrazione e lesioni personali. "Pensiamo che questo sia un tema importante, e parlo della brutalità della polizia e del razzismo in America - dice Gulbert Bayonne - Questa è un'opportunità per dare qualcosa alla comunità. Vogliamo fornire un qualche tipo di assistenza, perché ci sono un gran numero di persone arrestate in questo momento, e le ragioni sono spesso vaghe e arbitrarie come condotta disordinata, o ostruzioni dell'amministrazione governativa, resistenza a pubblico ufficiale. Ciò di cui questi episodi parlano è delle tensioni e la frattura tra la comunità e le forze di polizia".
Chiedo che tipo di problemi ha chi deve affrontare queste accuse senza un avvocato: "Tonnellate di problemi risponde -. Ci sono grandi organizzazioni di difesa pubblica che stanno facendo un ottimo lavoro in tutta la città e in tutto il Paese, ma visto il numero di arresti non basta; c"è bisogno di più aiuto per chi viene arrestato. Adesso poi c'è anche più possibilità che i processi non vengano fatti subito a causa della pandemia, ma avere un processo è un diritto".
E, ci spiega, il problema maggiore al momento è "individuare dove sono gli arrestati. Spesso ci chiamano familiari o amici degli arrestati e non sanno dove sono. Come dicevo - continua - a causa della pandemia e del grande numero di arresti in corso è molto difficile localizzare dove si trova il cliente, ottenere informazioni in merito al fatto che abbiano avuto o meno l'opportunità di vedere il giudice. Il Covid-19 ha causato molti problemi con i tribunali"
E conclude: "Quello che desidero è che le persone non si scoraggino e continuino a battersi per la parità di diritti, ogni cittadino in questo Paese dovrebbe avere questo diritto" Goodcall è un'associazione che si occupa di mettere in contatto le persone che hanno bisogno di un avvocato con i legali che offrono i loro servizi, "ti diranno cosa aspettarti e inizieranno a gestire il caso", si legge sul loro sito.
"Goodcall è nata dall'incontro fra me e Jelani Anglin - racconta Gabe Leader-Rose - io ho una formazione tecnologica, Jelani di lavoro con le comunità. Abbiamo cominciato 4 anni fa e non a seguito di un avvenimento specifico, ma perché quello della violenza della polizia su gli afroamericani è un problema strutturale ed endogeno della nostra società".
La domanda è d'obblico: che cosa è cambiato da Obama a Trump? "Da quando il presidente è Trump - risponde Anglin - è aumentato il razzismo, gli episodi di razzismo. Gli omicidi degli afroamericani non sono una novità, ma ora accadono quotidianamente. Il problema è che da qui non se ne esce se non si risolve il problema tramite una riforma legale. Bisogna che la polizia paghi legalmente per le proprie azioni, i poliziotti che uccidono gli afroamericani devono essere incriminati e condannati".
"Quello che vediamo - aggiunge Leader-Rose - è che si rivolgono a noi persone incriminate di reati davvero minori come multe, piccole infrazioni e sembra pretestuoso. È incoraggiante vedere così tante persone si stanno mobilitando in questo momento ma il vero test sarà vedere cosa accadrà nei prossimi mesi.
Questo non è il tipo di problema che risolvi in poche settimane, con qualche post sui social e delle donazioni, è un problema antico che ha bisogno di un cambiamento strutturale. Bisogna che si rifletta a livello personale e globale sul concetto stesso di valore etico. Noi abbiamo fondato un gruppo che mette in contatto chi ne ha bisogno con degli avvocati, lavoriamo con decine di avvocati e ce ne sono altrettanti che hanno offerto il loro lavoro".
Eppure ci sono nuove tecnologie, aiutano? "In questi giorni riceviamo un fiume di telefonate. Ora non sarebbe possibile fare quello che facciamo senza l'aiuto della tecnologia, mettere in contatto chi ci chiama con gli avvocati, coordinarsi tra di noi, ma la tecnologia da sola non è la risposta. Può essere uno strumento utile, ma il vero cambiamento non si opera con la sola tecnologia senza una base di lavoro sulle comunità e sul modus operandi della polizia".
di Guido Moltedo
Il Manifesto, 4 giugno 2020
Del milione e 300.000 militari dell'esercito, il 43% è costituito da neri, latinos, più altre minoranze. E ai vertici, degli oltre 40 generali a quattro stelle, solo due sono neri. L'arcivescovo cattolico della capitale federale gli va contro. E anche un ex-presidente, pure del suo partito. E un ex capo delle forze armate. Con tanti altri - politici, religiosi, militari, imprenditori, sportivi, artisti - che esprimono inquietudine e deplorazione verso Donald Trump per la folle gestione delle conseguenze dell'assassinio di George Floyd. Le immagini forti di un Vietnam domestico che ancora aprono notiziari radio-tv e prime pagine, hanno lasciato in secondo piano un altro conflitto. Quello tra poteri, che sta diventando il terreno principale di scontro, su cui saranno decisi sia l'esito di questa grave crisi sociale e politica sia i suoi successivi sviluppi in termini elettorali. E su cui sarà decisa la sorte stessa di Trump, non solo nelle elezioni di novembre, ma quella sua personale, specie se non sarà rieletto, con l'eventualità nient'affatto astratta che capiti a lui quel che i suoi fan in adorazione auguravano a Hillary Clinton: finire in galera.
Ormai si moltiplicano i tanti segnali che vanno nella direzione di un finale drammatico di questa presidenza. Nella sfida aperta nei confronti della comunità nera, Trump non arretra, rilancia la sfida, anche se ogni passo che compie nella sua permanente offensiva di propaganda si trasforma in boomerang. La visita, con Melania, al santuario di Giovanni Paolo II, martedì scorso, è uno degli ultimi passi falsi. Wilton Gregory, l'arcivescovo di colore di Washington, legato a papa Francesco, la commenta così: "Trovo sconcertante e deplorevole che un luogo cattolico si presti a essere così grossolanamente sfruttato e manipolato in un modo che viola i nostri principi, principi che ci chiamano a difendere i diritti di tutti, anche di coloro con cui non siamo d'accordo".
Parole più diplomatiche, quelle di George W. Bush, ma politicamente non meno pesanti, quando afferma che "c'è un modo migliore" per affrontare le conseguenze di una tragedia "angosciante" come quella di Minneapolis: "Empatia, impegno condiviso, azione coraggiosa e una pace radicata nella giustizia". Il presidente delle guerre in Afghanistan e in Iraq, di Guantanamo e Abu Ghraib, non ha certo titoli per impartire lezioni morali e politiche, neppure a un successore come Trump. È stato tuttavia il primo presidente che abbia messo ai massimi livelli dell'amministrazione due neri, Condoleezza Rice e il generale Colin Powell, e anche per questo è tra i pochi repubblicani rispettati dalla comunità africano-americana.
Ma soprattutto Bush, pur fuori dei giochi politici, ha una rete che conta ancora abbastanza nel Partito repubblicano, quel tanto che può essere decisivo per la rielezione o la sconfitta di Trump. Ma la vera spina nel fianco, per il presidente, è il pessimo umore che regna tra i vertici militari, tirati dentro una crisi in cui non intendono trovarsi e per gli effetti collaterali dirompenti di un coinvolgimento dentro un'organizzazione in cui sono già in atto dinamiche interne speculari a quelle in corso nella società civile. Nelle forze armate, del milione e 300.000 militari in attività, il 43 per cento è costituito da neri e latinos, più altre minoranze, con una presenza ai vertici risibile: solo due degli oltre 40 generali a quattro stelle sono neri.
È evidente che l'eventualità di eseguire ordini diretti contro fratelli e sorelle decisi da un presidente in sintonia con il Ku Klux Klan non solo è da escludere ma avrebbe il solo effetto di esacerbare oltre misura una condizione che è già da tempo intollerabile, come testimoniano recenti inchieste giornalistiche sulla disparità e discriminazioni razziali ancora persistenti, per non dire delle tante caserme ancora intitolate a generali confederali e di navi con nomi di ammiragli razzisti. L'attesa diffusa tra i militari di colore è che proprio queste vicende che sconvolgono l'America siano l'occasione perché le forze armate facciano arrivare il messaggio chiaro che "non è questa l'America per la quale chiediamo di combattere e sostenere", come dice al Washington Post, Eric Flowers, colonnello di colore a riposo. Di questo clima decisamente ostile verso Trump si fa interprete il rispettato generale Mike Mullen in un intervento su The Atlantic, dal titolo significativo "Non posso stare in silenzio".
"Anche nel mezzo della carneficina a cui assistiamo - scrive l'ex capo di stato maggiore delle forze armate - dobbiamo sforzarci di vedere le città americane come casa nostra e il nostro quartiere. Non sono 'spazi di battaglia' da dominare, e non devono mai diventarlo. (...) I nostri concittadini non sono il nemico, e non devono mai diventarlo".
Non stupisce che la forte contrarietà degli alti gradi a un "uso politico" delle forze armate arrivi nel centro di comando del Pentagono. Il segretario alla difesa Mark Esper è costretto a dichiarare che i soldati non saranno impiegati per ristabilire "legge e ordine", come aveva proclamato il Commander-in-chief Donald Trump. Il quale, forse consapevole che non potrà contare sui militari, torna ad aizzare i bianchi armati. Ricordando loro, in un tweet, la priorità, nella sua azione, di "tutelare i diritti degli americani ligi alla legge, tra cui diritti previsti dal secondo emendamento", che garantiscono detenzione e possesso di armi da fuoco. Un'esortazione subito raccolta: si registra nelle ultime ore un'ulteriore impennata nell'acquisto di armi, già altissima a maggio, con il 78 per cento in più rispetto allo stesso mese di un anno fa.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 4 giugno 2020
Venticinque organizzazioni per i diritti umani hanno rivolto un appello ad Amit Shah, il ministro dell'Interno dell'India, perché siano rilasciati quattro attivisti per i diritti umani che avevano preso parte a proteste pacifiche, nella capitale Delhi, contro le norme discriminatorie introdotte dal governo. Meeran Haider, Shifa Ur-Rehman, Sharjeel Imam e Safoora Zargar - quest'ultima, nella foto, al quarto mese di gravidanza - sono in carcere ai sensi della Legge sulla prevenzione delle attività illegali. Sharjeel Imam è stato arrestato a gennaio e accusato di sedizione.
Gli altri tre sono stati arrestati ad aprile e accusati di disordini e riunione illegale. Al centro delle loro proteste, che in tutta l'India hanno coinvolto moltitudini di manifestanti, c'è l'Emendamento alla legge sulla cittadinanza, una norma contraria al diritto internazionale basata sulla discriminazione religiosa. Le organizzazioni firmatarie sollecitano il rilascio dei quattro attivisti anche perché le condizioni delle prigioni indiane favoriscono la diffusione della pandemia da Covid-19.
Nella loro lettera si fa riferimento alla richiesta dell'Alta commissaria delle Nazioni Unite per i diritti umani, Michelle Bachelet, di "rilasciare tutte le persone detenute senza valide basi giudiziarie, i prigionieri politici e tutti coloro che sono in carcere per aver espresso dissenso o critiche". La gravidanza di Safoora Zargan rende il suo rilascio ancora più urgente. Lo prevedono tra l'altro le Regole delle Nazioni Unite sul trattamento delle detenute. Nelle prigioni indiane sono stati registrati almeno 200 casi di positività al Covid-19, tra detenuti e guardie penitenziarie.
di Bridget Ohabuche
Il Manifesto, 4 giugno 2020
Escalation di violenza. Paese sotto shock dopo la brutale uccisione in poche ore di tre giovani (una giovanissima). Oltre al continuo aumento dei contagi da Covid-19 (oltre 10 mila casi, 314 decessi) e agli attacchi jihadisti nel nord del Paese, la Nigeria è alle prese con un numero crescente di casi di violenza di genere e di femminicidi legati al periodo di lockdown parziale imposto dal governo per l'emergenza sanitaria.
Il 1° giugno un gruppo di manifestanti vestiti di nero, tra cui molti studenti, hanno marciato verso il quartier generale della polizia a Benin City chiedendo giustizia per Vera Uwaila Omozuma, 22 anni, studentessa di microbiologia uccisa dopo essere stata violentata da un gruppo di ragazzi. Successivamente, l'hashtag #JusticeforUwa# è stato lanciato sui social ottenendo immediata visibilità. L'Università del Benin, dove Uwa studiava, ha definito il crimine "scioccante".
Il brutale omicidio di Uwa è il terzo di una serie ravvicinata: il giorno prima un'altra ragazza, Tina Esekwe, 16 anni, veniva uccisa a Lagos e Jennifer, 12 anni, veniva a sua volta violentata e uccisa a Jigawa, sempre da un gruppo di ragazzi. Il governo federale ha promesso di fare giustizia e l'ispettore generale di polizia, Mohammed Adamu, assicurando di aver impegnato "investigatori specializzati e risorse aggiuntive" sui tre casi, ha pregato i nigeriani che dispongono di informazioni utili su questi e altri casi a fornirli alla polizia al fine di migliorare la capacità di rispondere all'escalation di aggressioni sessuali e violenza domestica connessa all'epidemia di Covidi-19 e ad altri problemi sociali.
Una persona sarebbe stata arrestata in relazione all'omicidio di Vera Uwaila grazie alle impronte lasciate sull'estintore utilizzato per colpire la ragazza. Secondo Ufuoma Akpobi, dell'Associazione contro la violenza di genere nello stato di Edo, "quel giorno Uwa ha studiato in chiesa come fa da tre anni perché non ci sono biblioteche pubbliche nella sua zona". La protesta intanto corre sui social, con molte celebrità nigeriane della cultura e del mondo dello spettacolo che si sono unite ai movimenti per i diritti delle donne.










