di Alessia Marani
Il Messaggero, 5 giugno 2020
Continuano le ricerche dei due evasi da Rebibbia, Lil Ahmetovic, 46 anni, croato, e Davad Zukanovic, 40 anni, di Olbia. Ma è caccia anche alla "talpa" che potrebbe avere favorito la loro fuga all'interno della casa circondariale.
Il Dap ha aperto una indagine interna, c'è da capire come mai nel carcere le fughe non siano un'eccezione, ma ormai una caratteristica. Solo tra il 2014 e il 2016 ce ne sono state ben cinque, tutte clamorose e degne di scene da film. Come, del resto, quella dei due rom con alle spalle vari precedenti per reati contro il patrimonio commessi in mezza Italia, che hanno segato le sbarre e sono saltati giù dal muro di cinta aiutandosi con una manichetta dell'antincendio usata a mo' di corda agendo indisturbati, come fossero a casa loro.
Non solo. L'allarme sarebbe stato diramato con estremo ritardo e le ricerche avviate nella tara mattinata dando ai due tutto il tempo di nascondersi e fuggire. Il Dap dovrà verificare anche il corretto funzionamento di tutte le telecamere esterne, su cui sono stati sollevati dubbi. La fuga era stata ben studiata e non a caso era stata fissata per il 3 giugno, il giorno della riapertura a tutti gli spostamenti, anche tra regioni diverse, dopo il lockdown imposto dal coronavirus: più facile muoversi e confondersi, mascherine in volto, sfuggendo ai controlli.
Ad attenderli fuori forse c'era una terza persona. I buchi sulla sicurezza di Rebibbia preoccupano specialmente se si considera che l'ala da cui sono evasi Ahmetovic e Zukanovic ospita anche i collaboratori di giustizia, alcuni dei quali di rilievo importante. Che proprio lì non siano assicurate le giuste misure preventive è un fatto che inquieta.
I sindacati avevano avuto recentemente un incontro con la Direzione proprio per affrontare temi organizzativi, perché a favorire i piani di evasione dei detenuti è soprattutto la carenza degli organici. C'è chi ha approfittato anche delle visite ambulatoriali per svignarsela, come il detenuto fuggito dall'ospedale Sandro Pertini nell'agosto scorso.
"Non viene data la giusta attenzione al fatto che nei turni di notte il personale è ridotto al minimo per le politiche errate del Ministero della Giustizia che in questi anni ha curato poco l'aspetto della sicurezza custodiate, premendo piuttosto per altri benefici che non hanno dato i frutti sperati - afferma Daniele Nicastrini, segretario generale dell'Uspp, Unione dei sindacati di polizia penitenziaria - Di fatto ci troviamo di fronte a una media di un agente ogni 100 detenuti da vigilare, senza nemmeno poterli vedere quando sono chiusi di notte se non dallo spioncino. Tutto questo significa mettere complicare e rendere difficoltoso l'operato degli stessi poliziotti".
Ahmetovic e Zukanovic hanno un profilo criminale ritenuto comunque "basso": a condurli in carcere, oltre a una lunga lista di precedenti, anche il tentativo di spacciarsi per pubblici ufficiali, con tanto di distintivo taroccato. Sarebbero dovuti rimanere dietro le sbarre fino al 2029, invece, ora si ritrovano uccel di bosco. Polizia e carabinieri stanno scandagliando campi nomadi, porti, aeroporti, le immagini delle telecamere ai caselli autostradali e lungo le principali consolari. Potrebbero avere le ore contate.
modena2000.it, 5 giugno 2020
"Fatti gravissimi, la politica ha il dovere di accertare le cause e individuare soluzioni". "I rapporti di collaborazione del carcere di Sant'Anna con il Comune e la città sono proficui e solidissimi e, se in futuro il Consiglio sarà interessato, faremo richiesta alla Direzione per consentire ai consiglieri di effettuare una visita alla Casa circondariale, come già avvenuto nella scorsa consiliatura".
Lo ha precisato il sindaco Gian Carlo Muzzarelli nella seduta del Consiglio comunale di oggi, giovedì 4 giugno, in risposta all'interrogazione, trasformata in interpellanza, di Sinistra per Modena presentata dal consigliere Vincenzo Walter Stella sulla rivolta che si è verificata domenica 8 marzo alla Casa circondariale di Sant'Anna, così come nelle carceri di altre città italiane, legata alle restrizioni sulle visite di parenti e conoscenti nella situazione di emergenza sanitaria e alle preoccupazioni per la possibilità di contagio da Coronavirus.
La rivolta, si è conclusa senza alcun detenuto evaso ma con il tragico bilancio di 9 morti, diversi feriti e con la devastazione della struttura tuttora chiusa in attesa di ripristino. Il consigliere ha chiesto in particolare in quali termini l'Amministrazione ha seguito tali accadimenti, se l'Amministrazione è a conoscenza delle azioni disposte dalla struttura carceraria per affrontare la fase di emergenza sanitaria per Covid-19, e quali e quanti danni ha subito la struttura.
Il sindaco ha sottolineato che "quanto accaduto è stato drammatico, gravissimo e doloroso. Ci tengo a ribadire che occorre fare chiarezza sulle cause e sulle responsabilità, ma senza speculazioni. Saranno le indagini e la magistratura competente a stabilire con certezza la verità e le diverse responsabilità penali e civili - ha proseguito - mentre la politica, di fronte a un episodio del genere, non deve limitarsi a commenti o giudizi, ma deve adoperarsi per analizzare le cause e trovare soluzioni, non ricordandosi della situazione delle carceri italiane solo quando si verificano tragedie".
Muzzarelli ha quindi ripercorso gli avvenimenti dell'8 marzo precisando di avere seguito personalmente le fasi più angosciose della vicenda: "In attesa che giungessero sul posto i rinforzi delle Forze dell'Ordine e per tutto il tempo ritenuto necessario - ha spiegato - due pattuglie della Polizia Locale sono rimaste all'interno dell'area della Casa circondariale, mentre ulteriore personale è stato impiegato per interdire al transito le strade di accesso.
L'impegno ai posti di controllo sulla viabilità circostante è proseguito fino a notte inoltrata e anche i giorni seguenti al fine di agevolare il transito dei mezzi operativi e di polizia". "A nome di tutta la città - ha continuato Muzzarelli - ho espresso solidarietà agli agenti, agli operatori e al personale sanitario impegnati nella vicenda, cordoglio per le vittime e per le loro famiglie, e condanna per gli atti vandalici dei giorni successivi compiuti da ignoti in diverse vie del centro storico. Ho poi rivolto un appello al Governo e alle autorità competenti per il rapido ripristino del carcere per la sicurezza della città e del territorio; su questo attendiamo risposte e impegni chiari.
Nel decreto Cura Italia-marzo sono stati stanziati 20 milioni di euro per il ripristino delle carceri e gli interventi di sicurezza in materia di Covid e, in occasione della Festa della Repubblica, il Prefetto Faloni ha dichiarato pubblicamente che il carcere tornerà presto ad avere piena operatività, attraverso un percorso a step progressivi che è inevitabilmente legato anche al confronto tra operatori del settore e Governo".
Rispetto alle misure anti Covid prese all'interno del carcere, la Direzione del Sant'Anna ha comunicato all'Amministrazione che sin dalla primissima fase di emergenza sono stati sottoscritti con l'Ausl accordi per prevenire e contenere i contagi. Tutti i soggetti che entrano in carcere sono sottoposti a isolamento sanitario precauzionale per 14 giorni e a tampone.
Per i detenuti già presenti, viene eseguito il tampone in caso di sintomi riconducibili al Covid-19 e i compagni di cella vengono tenuti in isolamento fino all'esito del tampone. Muzzarelli ha infine aggiunto che, dopo quanto accaduto, la Giunta ha incontrato le associazioni e la società civile storicamente impegnate in attività di recupero e inclusione nei confronti dei detenuti: "C'è la necessità di stare accanto a questi volontari provati da quanto accaduto e di affiancare il loro impegno e i loro sforzi, a partire dall'associazione Carcere Città e da Paola Cigarini, che ringrazio.
L'Amministrazione, assieme al Terzo Settore e al Sociale - ha concluso - continuerà ad impegnarsi affinché l'articolo 27 della nostra Costituzione trovi piena applicazione quando dice che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato".
dalsociale24.it, 5 giugno 2020
24mila persone si sono viste negate l'assistenza medica, l'accesso all'istruzione e al lavoro. Come ogni anno Amnesty International Italia fa il punto sui diritti umani nel mondo. Il Rapporto presentato oggi analizza la situazione di 15 Paesi su diversi piani: la violazione dei diritti umani, la valenza strategica, l'interesse giornalistico, i rapporti con l'Italia. Arabia Saudita, Brasile, Cina, Egitto, India, Iran, Italia, Libia, Myanmar, Polonia, Repubblica Centrafricana, Russia, Siria, Somalia, Stati Uniti, Sudan, Turchia, Ungheria e Venezuela. Questi i Paesi sui quali si focalizza il Rapporto.
Nel corso della presentazione il presidente di Amnesty Italia, Emanuele Russo, ha fatto un parallelo tra i due governi Conte. "Nonostante alcuni iniziali e promettenti annunci, non ha prodotto una significativa discontinuità nelle politiche sui diritti umani in Italia, in particolare quelle relative a migranti, richiedenti asilo e rifugiati", ha detto Russo. Amnesty evidenzia che ad un anno dall'entrata in vigore del decreto legge 113/2018 almeno 24 mila persone si sono viste negate l'assistenza medica, l'accesso ai servizi sociali, all'istruzione e al lavoro.
Nel corso del suo intervento, il presidente di Amnesty Italia si è focalizzato anche su un altro punto: il rinnovo della cooperazione con la Libia per il controllo dei flussi migratori. E anche casi di maltrattamenti nelle carceri. Su tutti il caso di tortura di un detenuto del penitenziario di San Gimignano. Tra le buone notizie la sentenza del caso Cucchi e la causa civile Osman con la quale il tribunale di Roma ha dichiarato illegittimi i respingimenti.
di Claudio Marchisio
Corriere della Sera, 5 giugno 2020
L'azione mortale degli agenti sull'americano George Floyd rimanda a un'idea di repressione che calpesta garanzie fondamentali. Il caso della morte di George Floyd a Minneapolis ha riacceso i riflettori sulla violenza della polizia nei confronti della popolazione di colore.
Per aver pagato un pacchetto di sigarette con una banconota da 20 dollari falsa, Floyd è stato soffocato da un agente nonostante i suoi disperati lamenti e nonostante la scena venisse ripresa da diversi passanti sconcertati. "I can't breathe", non riesco a respirare, è diventato il manifesto di una protesta che è dilagata nelle piazze di tutta l'America approdando anche in Europa, dove i consolati Usa sono diventati il teatro di proteste e flash mob per chiedere che si ponga fine a episodi che si verificano troppo spesso (solo nel 2020 si piange la morte di altri due afroamericani uccisi dalla polizia americana per eccesso di violenza).
Il 2 giugno, poi, in occasione della nostra festa della Repubblica, in tutto il mondo è andata in scena una protesta globale sui social network dal titolo #Blackouttuesday. Ognuno era invitato a postare e pubblicare foto nere in segno di lutto e di protesta nei confronti della violenza e del razzismo della polizia.
In tutto questo il presidente Trump, invece di cercare di calmare gli animi di polizia e manifestanti, ha invitato i governatori degli stati interessati dalle proteste a usare il pugno di ferro e continua a fare affermazioni durissime e gravissime che altro non fanno che alimentare la rabbia, al punto che persino il capo della polizia di Houston lo ha invitato al silenzio.
Mi ha colpito moltissimo, personalmente, ciò che ha dichiarato alla Cnn la leggenda del basket Nba Magic Johnson, ex stella dei Los Angeles Lakers, che esprimeva la sua preoccupazione che un fatto del genere potesse capitare a uno dei suoi tre figli, che non importa quanto ricchi o famosi siano ma che per il fatto di essere neri rischiano, come tutta la popolazione di colore, di essere discriminati o peggio aggrediti dalle forze dell'ordine.
Per un padre, il pensiero che i propri figli possano essere in pericolo quando vengono fermati da coloro che hanno il compito di proteggerli deve essere qualcosa di devastante e dovrebbe farci riflettere su come il sistema di controllo e repressione della criminalità è impostato.
Oltretutto, anche se il caso di George Floyd può apparirci lontano dall'esperienza italiana, non dobbiamo dimenticare che anche nel nostro Paese gli episodi di violenza da parte della polizia non sono purtroppo così rari. Lo abbiamo visto al G8 di Genova nel 2001, una delle pagine più buie e vergognose della nostra storia recente, ma dobbiamo ricordare la morte di Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, Giuseppe Uva, Aldo Bianzino, Niki Gatti, Stefano Brunetti, e l'elenco è ancora lungo. Tutti morti mentre erano sotto la degli agenti che avrebbero dovuto dare corso alla giustizia e tutti casi in cui solo la tenacia dei parenti e delle associazioni che difendono i diritti dei detenuti hanno consentito di portare alla luce perché la versione ufficiale parlava di "morti naturali".
Come possiamo pensare che alcuni cittadini possano essere uccisi da un'idea di repressione che calpesta i diritti basilari dell'essere umano con la copertura delle stesse istituzioni dello stato? In Italia il dibattito sollevato da questi casi ha portato all'introduzione, nel 2017, di una prima legge contro il reato di tortura, anche se da molte parti è stata segnalata l'insufficienza di questa norma che consente ampi spazi di discrezionalità. Non solo, ma ancora una vasta parte dello spettro politico sostiene che aumentando gli strumenti per monitorare le intemperanze della polizia si impedisca a quest'ultima di lavorare.
È un concetto assurdo, come dire che le forze dell'ordine per poter fare bene il proprio lavoro devono essere libere di usare la violenza a piacimento. Questo pensiero distorto deve essere combattuto, dobbiamo insistere perché passi una volta per tutte l'idea che anche chi ha commesso reati non perde i propri diritti a un trattamento umano e soprattutto a non essere brutalizzato durante la custodia in carcere o nelle caserme.
Come ha detto recentemente lo scrittore Carlo Lucarelli in un'intervista, "Quando tu sei nelle mani dello Stato, esso ha la responsabilità di quello che ti succede. Tu devi essere custodito dallo Stato, che significa che non solo non devi scappare, ma anche che non ti deve succedere niente di male. Quando una persona muore nelle mani dello Stato, vuol dire che c'è un problema". Costruire una cultura della legalità significa non solo educare i cittadini alla giustizia e al rispetto della legge, ma anche soprattutto pretenderlo da chi ha il compito di esercitarla.
huffingtonpost.it, 5 giugno 2020
Il rinnovo della custodia, scrivono su Fb gli attivisti che si battono per la liberazione dello studente egiziano dell'università di Bologna, è avvenuto senza la presenza né di Patrick né dei suoi avvocati.
Altri 15 giorni di detenzione per Patrick George Zaky, lo studente egiziano dell'Università di Bologna in carcere in Egitto da inizio febbraio, e prossima udienza prevista per il 16 giugno. È l'esito dell'ultima udienza - che era fissata al primo giugno - appreso oggi dagli attivisti che si battono per la causa del ricercatore. Il rinnovo di custodia, scrivono su Facebook, è avvenuto senza la presenza né di Patrick né dei suoi avvocati. "L'ultima volta che Patrick si è presentato davanti a un pubblico ministero è stata il 7 marzo - scrivono gli attivisti del gruppo "Patrick Liber"' - il che significa che Patrick è stato in detenzione preventiva senza presentarsi davanti a un pubblico ministero già da quasi tre mesi".
Patrick, 28 anni, frequentava a Bologna il master europeo Gemma ed è un attivista per i diritti umani e civili, in particolare Lgbti. È in carcere da inizio febbraio con accuse che vanno dall'istigazione alla violenza al terrorismo basate su post su Facebook da un account che i suoi legali affermano sia falso. Nelle prime 24 ore del suo arresto avrebbe subito torture e minacce. La famiglia non lo vede dal 9 marzo. Di pochi giorni fa la denuncia di Amnesty International di casi di coronavirus nel complesso carcerario di Tora, dove Zaky è detenuto. Soggetto a rischio perché asmatico, gli attivisti ne chiedono la liberazione immediata anche per motivi di salute.
ansa.it, 5 giugno 2020
Un comitato di esperti ha effettuato un'ispezione a Papuda, il carcere di massima sicurezza alla periferia di Brasilia, dove sono stati registrati 1.021 casi di coronavirus, con tre morti. La situazione all'interno della struttura è peggiorata negli ultimi giorni, in seguito al decesso di due detenuti e di un agente di custodia. A compiere il sopralluogo nel carcere è stata la giudice Leila Cury, della Camera di esecuzione penale, insieme a funzionari del ministero della Sanità, secondo il portale di notizie Metropolis. Con l'aumento dei contagi, è salito anche il clima di tensione a Papuda, dove si è verificato un tentativo di evasione e che ha tra i suoi reclusi eccellenti anche Marco Herbas Camacho, detto Marcola, leader della feroce gang di narcotrafficanti Primeiro comando da capital (Pcc).
di Marina Catucci
Il Manifesto, 5 giugno 2020
In carcere per "complicità e favoreggiamento per omicidio" anche altri quattro poliziotti. Il Segretario alla difesa Mark Esper ha preso le distanze dalle posizioni di Trump, affermando che non è necessario ricorrere alle forze armate per reprimere le manifestazioni; la sua dichiarazione è arrivata poche ore prima che il suo predecessore, Jim Mattis, esortasse il presidente a non dividere il Paese. I commenti catturano la tensione che si sta accumulando tra le file degli attuali ed ex funzionari del Pentagono da quando Trump ha minacciato di invocare l'Insurrection Act del 1804 per utilizzare le truppe in servizio attivo nelle città degli Stati Uniti.
Da quando ha lasciato l'amministrazione nel 2018 Mattis non ha mai criticato Trump, cosa che ora ha fatto senza mezzi termini: "È il primo presidente della mia vita che non cerca di unire il popolo americano, non finge nemmeno di provarci". Trump ha contrattaccato come sempre su Twitter definendo Mattis "il generale più sopravvalutato del mondo", ma Mattis è solo un uno dei tanti leader militari ad aver messo in guardia contro un uso interno della forza militare e la politicizzazione delle forze armate. Il generale dell'esercito in pensione Tony Thomas, ex comandante del comando delle operazioni speciali, ha dichiarato che il suolo americano dovrebbe essere descritto come un "campo di battaglia" solo se invaso da una potenza straniera.
Se a livello nazionale la situazione è troppo complessa per dispiegare l'esercito, Trump si è sfogato militarizzato la città in cui vive, Washington, erigendo barricate su barricate intorno alla Casa Bianca. Le proteste intanto non si fermano e continuano notte e giorno in tutti gli Stati Usa. Gli atti di vandalismo sono diminuiti ma non le cariche della polizia.
Il numero di arrestati è arrivato a 10.000 e in molte città gli arresti sono stati violenti. Il pugno di ferro più duro continua a mostrarlo la polizia di New York. Video postati sui social media mostrano la polizia manganellare manifestanti pacifici, fare cariche del tutto ingiustificate; ciò che stupisce è la passiva connivenza del sindaco De Blasio, che ha vinto le elezioni nel 2013 in gran parte con la promessa di riformare la Nypd e di eliminare la sua politica razzista. Durante una conferenza stampa, De Blasio ha sorpreso tutti i suoi sostenitori affermando che il video, diventato in breve famosissimo, di un'auto della polizia che attacca una folla di manifestanti è "sconvolgente" e che avrebbe voluto che i poliziotti non lo avessero fatto.
La riforma della polizia è un elemento chiave per risolvere, in parte, il problema dei diritti civili degli afroamericani, come ha sottolineato Barack Obama nel suo primo intervento riguardo l'uccisione di George Floyd. L'ex presidente ha affermato che, nonostante sia "incoraggiato" nel vedere episodi di interazioni positive tra polizia e manifestanti, molti dipartimenti di polizia sono lenti nell'adottare le riforme e ha invitato le città ad attuare cambiamenti politici. La necessità di una riforma strutturale dei corpi di polizia per opera dei sindaci è sempre stata un caposaldo della teoria di Obama come dei militanti per i diritti civili, concetto ribadito dall'ex presidente insieme all'invito di andare a votare e di continuare a manifestare.
Quest'ultima affermazione di Obama sembra essere confermata dalla notizia che tutti e quattro gli ex agenti accusati dell'omicidio di George Floyd sono stati arrestati. Uno di loro, Aleksander Kueng, si è consegnato spontaneamente, e con Thomas Lane e Tou Thao è stato incriminato per "complicità e favoreggiamento per omicidio". Tutti e quattro sono stati condotti in carcere e il poliziotto killer, Derek Chauvin già incriminato per omicidio volontario e arrestato qualche giorno dopo l'uccisione di Floyd, ha visto la sua accusa passare a omicidio di secondo grado. Ben Crump, l'avvocato che rappresenta la famiglia Floyd, ha dichiarato: "Questo è un passo avanti importante sulla strada della giustizia e siamo lieti che questa azione significativa sia stata fatta prima che il corpo di George Floyd venisse messo a riposo È una fonte di pace per la famiglia di George in questo momento doloroso".
di Alessandro Fioroni
Il Dubbio, 5 giugno 2020
Un anniversario blindato e qualsiasi commemorazione proibita ad Hong Kong. L'ex colonia britannica non ha potuto così celebrare il ricordo del 4 giugno 1989 quando a piazza Tienanmen, a Pechino, si consumò nel sangue la ribellione studentesca al partito comunista cinese. I manifestanti, oltre un milione, occuparono lo snodo nevralgico della capitale per sei settimane.
La notte del 3 giugno i carri armati e le truppe dell'esercito aprirono il fuoco, uccidendo e ferendo persone disarmate. Si parla di almeno 10mila morti anche se le autorità non hanno mai fornito una cifra ufficiale. Quest'anno qualsiasi ricordo pubblico è stato proibito, ufficialmente si tratta di misure anti-coronavirus ma a nessuno sfugge il fatto che l'anniversario cade proprio nel momento in cui la pressione cinese su Hong Kong è fortissima. Il timore che le commemorazioni si potessero trasformare in manifestazioni anti Pechino ha bloccato sul nascere qualsiasi tentativo.
Nonostante ciò in migliaia i cittadini hanno tentato di raggiungere Victoria Park dove solitamente si tiene una veglia, il luogo è stato però sigillato da circa 3mila agenti di polizia che hanno eretto alte recinzioni per fermare anche la più piccola dimostrazione.
L'Alleanza di Hong Kong, che organizza le iniziative celebrative aveva annunciato di voler inviare piccoli gruppi di rappresentanza rispettando le regole di allontanamento sociale. Ci si può radunare infatti in massimo 8 persone, ma fonti di polizia avevano fatto già sapere che neanche questa modalità sarebbe stata tollerata. La notte precedente però altre veglie con piccoli lumi di candela sono nate spontaneamente in altre parti di Hong Kong come nel caso del distretto di Mong Kok mentre alcuni attivisti per la democrazia hanno celebrato l'anniversario fuori da una prigione.
Il timore è quello che d'ora in poi qualsiasi manifestazione in ricordo del massacro di Tiennamen sarà proibita, si tratta infatti di una data segnata fortemente dal sentimento anticinese che Pechino non fa nulla per affievolire. Ieri infatti nel Parlamento di Hong Kong è stata approvata la legge, con 41 voti a favore, che prevede sanzioni carcerarie e multe salate per chiunque mostri mancanza di rispetto all" inno nazionale cinese, la Marcia dei Volontari.
Inoltre viene richiesto che agli studenti venga insegnato a memoria il canto e la sua storia. L'approvazione è arrivata non senza qualche protesta all'interno dell'aula, due deputati dell'opposizione, Eddie Chu e Ray Chan Police, hanno gettato tra i banchi dell'Assemblea legislativa un liquido maleodorante che ha provocato l'intervento della polizia e vigili del fuoco.
Prima di essere portati via di peso i due hanno gridato di voler protestare contro la "repressione omicida" messa in atto da Pechino.
"Uno Stato assassino puzza per sempre. Non perdoniamo al mondo quello che il partito comunista cinese ha fatto 31 anni fa" il grido prima di essere zittiti. In realtà negli ultimi anni, l'inno cinese è stato spesso fischiato prima delle partite della squadra di calcio dell'isola e di altre manifestazioni sportive. Molti spettatori cantano invece il motivo "Glory a Hong Kong", che è diventato un grido di battaglia per gli attivisti democratici in ogni manifestazione di strada.
di Emanuele Giordana
Il Manifesto, 5 giugno 2020
La nuova legge anti terrorismo - nome buono per tutte le stagioni - serve a rendere regolari l'arresto senza giustificazione e la detenzione per 14 giorni di sospetti "terroristi". Ieri mattina le Filippine si sono svegliate sotto la pressione di una nuova legge dello Stato voluta dal presidente Rodrigo Duterte e che consente di schiaffare in galera sostanzialmente chi gli si oppone. La nuova legge passata a larga maggioranza alla Camera bassa, dopo il via libera del Senato in febbraio, è stata votata come "urgente" benché il Paese abbia ben altri problemi a cominciare dalla pandemia.
La nuova legge anti terrorismo - nome buono per tutte le stagioni - serve a rendere regolari l'arresto senza giustificazione e la detenzione per 14 giorni di sospetti "terroristi", attribuzione che sarà deputata a un nuovo Consiglio antiterrorismo che dovrà dire cosa si intende con questo termine e che potrebbe addirittura, bypassando la magistratura, ordinare gli arresti.
Nel mirino chiunque proponga e partecipi - ma anche solo inciti - alla pianificazione o all'addestramento di un "attacco terroristico". Formule vaghe ma con pene da 12 anni di reclusione fino all'ergastolo oltre all'eliminazione di un rimborso in caso di errore giudiziario. Insomma una legge liberticida varata proprio nel momento in cui l'Ufficio Onu per i diritti umani di Ginevra torna sulla controversa campagna di Duterte per sradicare le droghe illegali iniziata nel 2016 e che ha portato all'uccisione di almeno 8.600 persone. Un bilancio per difetto che potrebbe essere tre volte quella cifra, come ha reso chiaro ieri un rapporto dell'Ufficio Onu che cita la "quasi impunità" per gli omicidi, continuati insieme ad altri presunti abusi durante la pandemia Covid-19. Ma a Duterte le critiche dell'Onu interessano poco. Dopo aver ricevuto dal parlamento una sorta di mandato ai pieni poteri per via della pandemia, adesso mette a punto con la nuova legge un altro modo per proseguire impunemente con le sue campagne di pulizia a 360 gradi.
Che la nuova sterzata non riguardi solo terroristi o tossici lo si evince del resto dalle parole del portavoce presidenziale Harry Roque che, in un comunicato stampa televisivo, ha detto che la libertà di parola non potrà mai essere soppressa nelle Filippine ma che non si tratta di un diritto "assoluto", un chiarimento con distinguo rivolto proprio al rapporto dell'Onu. Le cose per altro sono già andate molto avanti: la prova che la libertà di espressione è in gioco eccome la racconta la vicenda di Abs-Cbn, colosso mediatico critico con Duterte e da Duterte messo a tacere.
La Corte Suprema ha concesso alla rete di tornare a trasmettere ma pende sempre il rischio, agitato dal presidente, del rinnovo della concessione governativa che potrebbe slittare ancora e vedere alla fine una decisione negativa che farebbe saltare l'azienda che già accusa perdite secche da quando è stata oscurata il 5 maggio scorso. C'è anche un'altra novità: Duterte in febbraio aveva comunicato a Washington l'intenzione di abrogare il Visiting Forces Agreement con gli Stati Uniti, un accordo bilaterale che facilita i rapporti militari tra i due Paesi. Ma adesso, qualcuno dice per via delle tensioni marittime con la Cina, ha per ora sospeso l'iter che lo dovrebbe concludere. Fino al prossimo colpo di teatro.
di Ornella Favero*
Ristretti Orizzonti, 4 giugno 2020
Lo scrittore Gianrico Carofiglio ha chiuso il progetto di Ristretti Orizzonti parlando, a più di 400 studenti e insegnanti in videoconferenza, dell'importanza di "trovare le parole adeguate", ma anche "della gentilezza e del coraggio" necessari per comunicare.
"Carcere e scuole: educazione alla legalità" è un progetto complesso, che compie 18 anni e ha attraversato tempi difficili in cui nessuno avrebbe scommesso sulla sua sopravvivenza, perché un progetto con al centro le storie delle persone detenute non ha vita facile. Eppure, ce l'abbiamo fatta anche questa volta, nonostante la sofferenza dell'isolamento contro il virus, perché davvero nessuno vuole rinunciare a questo progetto. Per premiare i ragazzi vincitori del concorso di scrittura, sono intervenuti in videoconferenza l'assessora alle politiche sociali del Comune di Padova, Marta Nalin, e il direttore del carcere, Claudio Mazzeo.
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