di Elisa Fais
Il Gazzettino, 6 giugno 2020
Calano i reati nel padovano in tempo di Coronavirus: si dimezzano quelli contro il patrimonio e aumentano le truffe on-line. É il bilancio dell'attività portata avanti dai carabinieri durante i primi cinque mesi dell'anno, i dati sono stati presentati ieri in occasione della Festa dell'Arma.
Da gennaio a maggio sono stati commessi 9.295 reati sul territorio, a fronte dei 12.978 dello scorso anno. Sono state arrestate 154 persone e altre 1.520 denunciate in stato di libertà. Nonostante l'emergenza sanitaria in corso, dall'inizio dell'anno sono stati svolti 7.500 servizi esterni con l'impiego di 14.500 militari. A questi si vanno ad aggiungere tutti i servizi per il mantenimento dell'ordine pubblico, per un totale di 3.313, con impiego di 6.800 militari. Il report evidenzia un deciso decremento dei reati contro il patrimonio: 3.475 da gennaio a maggio di quest'anno contro 6.014 nello stesso periodo nel 2019. In calo anche le rapine, commesse prevalentemente per strada, che da 79 sono diventate 61.
Si nota, invece, un leggero incremento (da 1.263 a 1.296) delle truffe commesse via web, da mettere in stretta correlazione con la permanenza forzata in casa delle persone che ha comportato un maggiore ricorso al commercio on line per l'acquisto di merce, con relativo aumento dell'esposizione ai raggiri da parte di malintenzionati che vendono sul web generi di qualsiasi natura, promettendone l'invio dopo il pagamento, senza mantenere fede all'impegno.
Il forte contrasto alla diffusione degli stupefacenti, da subito affrontato con la pianificazione di servizi dedicati nelle aree cittadine più sensibili, ha dato i suoi frutti. Il numero di reati scoperti passa da 207 dello scorso anno, a 268. In questo particolare settore sono state denunciate in stato di libertà 228 persone, mentre ne sono state arrestate 40. Sono stati sequestrati complessivamente 400 grammi di cocaina, 350 grammi di eroina, 300 grammi di hashish e 1.600 piante di marijuana.
Durante l'emergenza sanitaria i carabinieri sono stati impegnati su vari fronti con l'obiettivo di contenere la diffusione del Coronavirus. Sin da subito i militari hanno presidiato l'ospedale di Schiavonia e il comune di Vo': oltre a svolgere i servizi di vigilanza ai punti di accesso delle due località, numerosi sono stati gli interventi a favore della popolazione.
Tra le attività a sostegno delle fasce più deboli, si ricorda il ritiro e la consegna della pensione per conto degli anziani impossibilitati a muoversi di casa e la distribuzione di generi alimentari e beni di prima necessità alle famiglie in difficoltà.Le celebrazioni per il 206esimo anniversario dell'Arma a Padova, come nel resto d'Italia, si sono svolte in un clima di sobrietà.
Durante l'evento sono stati ricordati tutti coloro che hanno perso la vita a causa dell'epidemia, tra cui anche numerosi carabinieri che hanno contratto il virus durante lo svolgimento del servizio a favore delle comunità. Il comando provinciale carabinieri di Padova ha alle dipendenze cinque Compagnie e cinquanta stazioni nei vari comuni del territorio.
Tra le operazioni portate a termine negli ultimi mesi si ricorda quella dei carabinieri della compagnia di Este che, insieme ai militari della stazione di Santa Margherita d'Adige, hanno sequestrato beni mobili, immobili e rapporti bancari nei confronti di sei persone (cinque residenti a Borgo Veneto e una a Este, di cui tre in carcere e una agli arresti domiciliari) per un valore complessivo di 300 mila euro. Il clan di origine croata e sinti è stato accusato di almeno diciotto furti in appartamento commessi in Veneto e Toscana fra l'aprile 2018 e il febbraio successivo. Tutto era partito dagli accertamenti patrimoniali nei confronti delle persone facenti parte del sodalizio criminale.
di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 6 giugno 2020
Antonio Montinaro, 32 anni, non può più camminare dopo essere caduto, il 18 gennaio 2019, dal troppo basso parapetto della scala Y del 4° piano. I pm di Brescia archiviano magistrati e ministero.
All'interno dei Palazzi di Giustizia italiani - è la tesi della Procura di Brescia competente sulle gravi lesioni riportate da Antonio Montinaro, il 32enne avvocato paralizzato a seguito della caduta il 18 gennaio 2019 dal troppo basso parapetto della scala Y del 4° piano della Procura di Milano - un conto sarebbero gli spazi adibiti ad attività giudiziaria, luoghi di lavoro nei quali le violazioni delle norme sulla sicurezza antinfortunistica potrebbero essere in ipotesi ricondotte alla responsabilità dei capi degli uffici giudiziari quali "datori di lavoro"; e un altro conto sarebbero gli spazi comuni (come scale e pianerottoli), non adibiti ad attività giudiziaria, che esulerebbero dall'ambito dei capi-ufficio per ricadere invece nella sfera di competenza dell'"ente proprietario".
In base a questa interpretazione la Procura di Brescia chiede l'archiviazione dell'ipotesi di reato per la quale (senza che si fosse saputo) aveva indagato, come posizioni di garanzia, sia i capi degli uffici giudiziari (il procuratore Francesco Greco, la presidente della Corte d'Appello Marina Tavassi, l'allora procuratore generale Roberto Alfonso, il presidente del Tribunale Roberto Bichi), che dal 2015 avevano più volte scritto al ministero della Giustizia sull'urgenza di mettere in sicurezza i tanti parapetti alti appena 75 centimetri; sia l'allora direttore generale delle Risorse materiali del ministero, Antonio Mungo.
E l'"ente proprietario", non specificato dall'archiviazione? Nello stratificarsi di norme parrebbe appunto non dover essere identificato nel ministero della Giustizia, dal 2015 subentrato ai Comuni nel pagare le spese di funzionamento dei Palazzi di Giustizia, ma non "proprietario" degli immobili, che invece nelle varie città appartengono o al Comune o (come a Milano) all'Agenzia del Demanio sottoposta agli indirizzi del ministero dell'Economia. Ma la pm Ketty Bressanelli, il procuratore aggiunto (a lungo reggente l'ufficio) Carlo Nocerino e il neoprocuratore Francesco Prete non procedono a indagare altri soggetti perché la ritenuta distinzione tra luoghi di lavoro giudiziario e spazi comuni comporta che - diversamente dalla procedibilità d'ufficio degli infortuni nel primo caso (quelli con i capi-ufficio teorici "datori di lavoro" ai fini della sicurezza sul lavoro) - l'infortunio in uno spazio comune (la scala) sarebbe invece procedibile per legge solo su querela della parte offesa. Che però non c'è, perché non fu sporta nel 2019 dai legali dell'avvocato.
All'epoca, infatti, e già nella visita a Milano subito dopo il dramma, il Guardasigilli Alfonso Bonafede aveva assicurato che il ministero (che ha poi stanziato 650.000 euro per la sicurezza delle balaustre) sarebbe stato vicino allo sfortunato avvocato. In effetti il suo legale Gian Antonio Maggio conferma che via Arenula, in attesa dello stabilizzarsi dei danni, ha sempre manifestato totale disponibilità a risarcire Montinaro (in via diretta, non esistendo copertura assicurativa).
Tuttavia l'intento non si è ancora tradotto in concreto, anche per le remore di Avvocatura dello Stato e Corte dei Conti a esborsi (qui sarebbe una cifra tra 1,2 e 2 milioni) in assenza di titoli esecutivi. Il legale dell'avvocato ha proposto un negozio ricognitorio di debito (cioè un atto con il quale il debitore riconosce il debito a seguito di una transazione), ma sinora senza risultati, e spiega quindi di stare per instaurare un'ordinaria causa civile.
Più in generale sarà interessante vedere l'esito della richiesta di archiviazione. Sia sulla distinzione spazi di lavoro/spazi comuni, già non intuitiva in una scala, specie se come qui a due passi (e quindi per forza percorsa) per accedere ad esempio all'Ufficio deposito atti. Sia sulla possibilità che "datori di lavoro", negli spazi adibiti a funzioni giudiziarie, siano considerati quei capi-uffici che rimarcano invece di non avere gli "autonomi poteri decisionali e di spesa" che per legge identificano il datore di lavoro.
recensione di Saro Faraci
sicilianetwork.info, 6 giugno 2020
I giornali non hanno al loro interno le pagine di cronaca grigia. C'è la cronaca nera, quella bianca, la rosa, la giudiziaria e la sportiva e così via, ma non c'è la cronaca del grigio, il colore che esprime le diverse prospettive di vista. Un colore che cambia significato a seconda di come lo guardiamo, proprio perché si presta ad essere un punto di sosta, di osservazione, di considerazione e valutazione del mondo circostante. Il grigio dona un momento particolare per prendere respiro oltre la frenesia della vita quotidiana.
Per questo motivo, il colore grigio lo si trova solo nelle inchieste, come quella sulle carceri italiane con cui Katya Maugeri, giornalista e direttrice del nostro giornale Sicilia Network, ha dato vita al suo libro-racconto Liberaci dai nostri mali pubblicato nel 2019 da Villaggio Maori Edizioni, vincitore del premio Etna Book come miglior opera prima, presentato ieri pomeriggio in occasione di una diretta Facebook presto disponibile su YouTube sul canale ufficiale della casa editrice, in cui, oltre all'autrice, hanno preso parte Vera Navarria e il sottoscritto.
Il grigio è il colore del sospeso, tra il bianco e il nero, tra il bene e il male, ma nessuno può vivere a lungo in una condizione di grigio, o di amarlo a lungo. Se da un lato questo colore ci insegna a gestire le emozioni, ad osservarle e a scegliere come esprimerle e dona quel momento sospeso di attesa, necessario per spegnere i condizionamenti ed aprire il cuore; dall'altro lato il grigio è incertezza, tristezza, malinconia, è il colore delle ceneri. È una cromia ricca, più volubile rispetto a tutti gli altri colori, compreso il nero da qui spesso originano i fatti tratteggiati in Liberaci dai nostri mali.
Bisogna prendersi dunque qualche ora per leggere tutto d'un fiato il libro racconto di Katya Maugeri dove, varcando il cancello delle case circondariali ed incontrando i detenuti, sono riportate sette storie di sette uomini che hanno commesso crimini e stanno scontando la loro pena. Questi uomini però dentro il carcere hanno provato, anche con l'ausilio di tanti programmi di rieducazione come quelli ex art. 21, a ricostruire un percorso di umanizzazione, non sempre completo, assai travagliato e sicuramente imperfetto, ma pur sempre umano.
La giustizia, ricorda l'autrice in una delle tante "ore d'aria", ha diverse sfaccettature. Ce n'è perfino una dialogica e riparativa, rigenerativa e ristorativa, che si sforza di umanizzare la pena. Ma ha bisogno di grande maturità di tutti e dell'indispensabile funzione dei mediatori nel far incontrare rei, vittime, familiari e la società civile, superando i pregiudizi, ma rispettando pure il dolore di chi ha subito il crimine.
Limitandosi ad osservare e ad ascoltare, come dovrebbe fare sempre un buon giornalista, ma provando pure a decodificare le emozioni dei suoi interlocutori come deve far sapere chi scrive un libro, l'autrice ha provato a ripercorrere il cammino inverso di uomini dalle vite storte, i detenuti che, ossessionati fuori dall'amore il potere (il denaro, la droga, il possesso, la violenza), all'interno del carcere si sono lasciati sedurre lentamente dal potere dell'amore, gli affetti, l'amicizia, la famiglia. Amore che magari non hanno mai conosciuto prima, per via di una infanzia difficile, o che hanno perduto, sciupato e lacerato per via della loro condotta criminale e che adesso provano a riconquistare.
Ieri pomeriggio, nella presentazione di "Liberaci dai nostri mali", il libro di Katya Maugeri abbiamo provato a rileggerlo così, senza entrare nel dettaglio delle sette storie e delle altrettante ore d'aria che, con profonde riflessioni sulle condizioni carcerarie in Italia, anticipano i contenuti di ogni racconto. Lo abbiamo riletto cercando di capire se, invertendo l'ordine dei fattori, cioè amore e potere, il risultato si modifica e sicuramente cambia. Lo abbiamo riletto, provando a decifrare se nelle storie raccontate, i protagonisti siano più affascinati dall'idea della libertà di, cioè la suprema facoltà umana di scegliere e la conseguente responsabilità delle proprie azioni, piuttosto che dal desiderio di libertà da, che è liberazione da qualcosa (il carcere), ma diventa pure paura dell'ignoto perché, oltre le sbarre, la società non ha mai un occhio di riguardo per gli ex detenuti. Lo abbiamo riletto, infine, guardando ai canoni della scrittura, ai codici del linguaggio utilizzati da Katya Maugeri.
È una scrittura generativa quella di Liberaci dai nostri mali che attraversa tutte le tre fasi tipiche della generatività: quella creativa, di ideazione delle storie-racconti; quella organizzativa, del prendersi cura, sia dei protagonisti delle storie che delle parole utilizzate per descriverne emozioni e sensazioni; infine la fase transitiva, del lasciar andare dove non ci sono conclusioni, perché ogni lettore è libero di trovarle da solo e a seconda delle proprie inclinazioni emotive, e dove non si conosce nemmeno la fine delle sette storie perché alcuni dei protagonisti non usciranno mai più dal carcere, altri invece si aggrappano alla speranza che, però, nel libro della Maugeri è sempre l'ultima a morire, non è la prima a nascere. E anche questa è una condanna.
Un'ultima notazione di colore. Ma non è colore grigio. Il termine "vita" è uno dei più utilizzati e viene riportato 55 volte nelle quasi cento pagine del libro-racconto. Sarà un caso? Nell'inchiesta di Katya Maugeri la scrittura diventa proiezione della vita ed aguzza i sensi. Per leggere con le orecchie e per sentire con gli occhi.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 6 giugno 2020
"Il mandante di un delitto è un vigliacco che si macchia la coscienza ma non si sporca le mani? Oppure accade che paghi per una colpa che non ha commesso?": è con questo interrogativo che domenica 7 giugno riparte su Rai 3 alle 21:20 Storie Maledette, condotto da Franca Leosini. Saranno solo due gli appuntamenti in quanto, a causa della pandemia di coronavirus, non è stato possibile per la troupe entrare in carcere per le interviste.
Franca, quale sarà la prima storia maledetta di questa stagione?
Mi occupo di una vicenda giudiziaria quando credo che quella storia abbia in sé elementi di drammatico interesse sul piano umano e sociale. Il titolo della prima puntata, in onda domenica 7 giugno su Rai 3 alle 21:20, è " Quello scotch che sigilla un mistero".È il delitto di Dina Dore, 37 anni, uccisa da due killer: solo uno dei due per la giustizia ha un nome. L'omicidio di Dina Dore è avvenuto nel 2008 a Gavoi in Sardegna: colpita nel garage di casa da un oggetto contundente, Dina poi è stata soffocata con del nastro da imballaggio che le ha chiuso il respiro. Accanto a lei figlia di soli 8 mesi. Ho incontrato Francesco Rocca, marito della vittima, condannato all'ergastolo con l'accusa di essere stato il mandante dell'omicidio. È una storia di Barbagia: e la fantasia corre ai pastori, corre ai grandi sequestri di persona. E invece è una storia di passione che si è conclusa in tragedia.
La seconda storia invece di cosa tratterà?
Protagonista della seconda storia, in onda domenica 14 giugno alle 21:20 su Rai 3, è Sonia Bracciale, una giovane donna condannata a 21 di reclusione con l'accusa di essere stata la mandante del pestaggio che ha portato alla morte del marito Dino Reatti. Titolo della puntata è "Quegli amori fatali". In questa serie di Storie Maledette ho preso in esame vicende nelle quali i protagonisti - che tuttora si professano innocenti - sono i mandanti della grande tragedia. Ma chi è il mandante di un delitto? È un vigliacco che si macchia la coscienza ma non si sporca le mani? Oppure accade che paghi per una colpa che non ha commesso? Io spero sempre che anche coloro che, condannati, si professano innocenti siano colpevoli; sarebbe, infatti, terribile se stessero scontando un ergastolo senza colpa alcuna.
In media in un anno ci sono 1000 errori giudiziari.
Io nutro un grande rispetto per la magistratura. Peraltro se non avessi fatto la giornalista, avrei scelto la strada della magistratura. Esistono gli errori giudiziari, però dobbiamo sempre pensare che i magistrati sono uomini e possono sbagliare.
Negli ultimi anni è corrente l'uso del termine "femminicidio". Qual è il tuo parere?
È un termine che detesto, lo ritengo una definizione quasi offensiva. Le donne sono donne, non sono femmine. Si tratta di omicidio che ha per vittima una donna. Esiste per caso il maschicidio?
Con le tue storie maledette, hai contribuito a riaprire però anche dei casi giudiziari. Ce ne puoi ricordare uno?
Si tratta di una storia di oltre venti anni fa, ed è quella degli amanti diabolici del Viminale. Ritenevo innocente Massimo Pisano, condannato in tre gradi di giudizio all'ergastolo con l'accusa di essere il responsabile dell'omicidio della moglie, perché innamorato di un'altra donna. Con la mia intervista ho contribuito in modo determinante alla revisione del processo. Massimo Pisano è stato assolto.
E cosa hai imparato stando a contatto con il mondo del carcere ormai da decenni? Un detenuto una volta ha paragonato il carcere ad una cantina sociale: nella cantina si gettano gli oggetti che non ci servono più, nel carcere abbandoniamo le persone di cui non vogliamo curarci. Come giudichi l'attuale condizione delle carceri?
Il carcere è un luogo di pena, intesa anche come sofferenza. È la conclusione drammatica del destino di persone che pagano duramente per l'errore commesso. Ci sono in Italia strutture all'avanguardia - Opera, Bollate, Rebibbia, per citarne alcune. Altre, sono meno attrezzate. È importante che i detenuti possano anche studiare e lavorare. Ma definire il carcere una cantina sociale significa offendere non le strutture penitenziarie ma coloro che in quelle strutture con grande impegno operano. Ho grandissimo rispetto per il lavoro, troppe volte sottostimato, dei direttori delle carceri, che sono spesso donne, e degli agenti di custodia: svolgono un lavoro duro, delicato, impegnativo sul piano umano.
Storie Maledette nasce nel 1994. Che progetti hai per il tuo futuro professionale?
Sono napoletana, quindi scaramantica: posso solo dirti che ho in mente un altro progetto che spero di realizzare. Amo però moltissimo Storie maledette e pertanto mi auguro che continui ad incontrare in futuro il gradimento del pubblico.
Da dove nasce il tuo interesse per il noir?
Nei noir scorrono tutte le grandi passioni della vita. Nelle mie storie queste passioni si sono tradotte in tragedia. Per passioni intendo tutti i rapporti interpersonali, compreso quelli tra genitori e figli, oltre naturalmente quelli tra amanti. Ricordo quando nel 2008 intervistai Aral
Gabriele. Ventisette anni all'epoca dei fatti: nel 2002 uccise i genitori. Li amava troppo e non sapeva come dire che non si stava per laureare, come aveva fatto loro credere. Ha scelto la morte pur di non dare a quei genitori amatissimi un dolore. Dietro un delitto c'è molto spesso un grande amore.
Gli ospiti di Storie Maledette sono spesso persone che molti considerano mostri. Sono il male assoluto, individui che non avrebbero diritto neanche alla parola, come molti hanno ritenuto quando per Storie Maledette hai intervistato Antonio Ciontoli, condannato per il colpo di pistola che ha spezzato la giovane vita di Marco Vannini.
Tutti hanno il diritto alla parola, così come è giusto che paghino per la colpa di cui si sono resi responsabili.
di Marta Allevato
agi.it, 6 giugno 2020
Sia Washington che Teheran hanno chiesto la scarcerazione dei rispettivi prigionieri per preoccupazioni sanitarie, legate alla diffusione del nuovo coronavirus nelle carceri. L'Iran ha rilasciato il veterano della Marina statunitense, Michael White, dopo circa due anni di detenzione, come parte di uno scambio di prigionieri negoziato con gli Usa; l'episodio ha dato modo al presidente Donald Trump per rilanciare l'invito a Teheran a siglare un nuovo accordo sul nucleare.
White, che durante la detenzione ha sofferto di asma e di una recidiva di cancro, era stato rilasciato a marzo, dietro licenza medica, e consegnato all'ambasciata svizzera - che rappresenta gli interessi americani in Iran dal 1980, dopo la rottura dei rapporti diplomatici tra i due Paesi - a condizione che rimanesse in Iran. In seguito gli era stato diagnosticato anche il Covid-19 ed era stato ricoverato in ospedale.
"Sono felice di annunciare che l'incubo è finito", ha dichiarato la madre del veterano, Joanna White, in un comunicati, "mio figlio è sano e sta tornando a casa". "Che bello riavere Michael a casa" ha scritto Trump su Twitter, dando la notizia del suo arrivo negli Usa. "Grazie all'Iran. Non aspettate dopo le presidenziali Usa a fare il Grande Accordo. Vincerò. Adesso fareste un accordo migliore", ha poi aggiunto.
Come parte dell'accordo, gli Usa hanno liberato Matteo Taerri, un medico con doppia cittadinanza americana e iraniana, arrestato con accuse di aver aggirato le sanzioni, secondo quanto ha riferito il suo avvocato. Sia Washington che Teheran hanno chiesto la scarcerazione dei rispettivi prigionieri per preoccupazioni sanitarie, legate alla diffusione del nuovo coronavirus nelle carceri. Il ministero degli Esteri svizzero ha confermato che la Confederazione elvetica ha avuto un "ruolo nel gesto umanitario" che ha avuto luogo e ha portato al rilascio di White e Taheri. "Il nostro Paese è pronto per ulteriori agevolazioni, secondo la sua lunga tradizione di buoni uffici", ha aggiunto il dicastero.
Il ministro degli Esteri della Repubblica islamica, Javad Zarif, ha espresso gioia per il fatto che Taerri e White potranno riabbracciare le rispettive famiglie come anche il secondo iraniano tornato in patria questa settimana, Sirous Asgari, dopo essere stato scagionato dalle accuse di aver trafugato segreti commerciali negli Usa.
"Questo può accadere per tutti i prigionieri", ha dichiarato Zarif su Twitter, "non c'è bisogno di operare una sezione. Gli ostaggi iraniani detenuti negli o per contro degli Usa devono tornare a casa". White, 48 anni, faceva parte dei circa 100 mila detenuti rilasciati sulla base di licenza medica in Iran, dopo lo scoppio della pandemia; è stato detenuto con accuse non rese pubbliche mentre stava provando a lasciare il Paese con la sua fidanzata iraniana e in seguito condannato a 10 anni di carcere.
La Repubblica islamica, già in passato, ha arrestato cittadini stranieri usandoli poi come pedina di scambio, sottolinea il Wall Street Journal, riportando la notizia della liberazione del veterano Usa. Taerri, conosciuto anche come Majid Taheri, farà ritorno in Iran per visitare la famiglia nei prossimi giorni, ha reso noto il suo legale, aggiungendo però che ha in programma di tornare e rimanere negli Stati Uniti a lavorare.
di Valerio Sofia
Il Dubbio, 6 giugno 2020
Tutti gli omicidi extragiudiziari del presidente. L'uomo forte di Manila ha sempre rivendicato il diritto a uccidere i trafficanti di droga. sarebbero 25mila le vittime delle squadre della morte. Una specie di botta e risposta indiretto tra il governo delle Filippine di Rodrigo Duterte e le Nazioni Unite.
Mentre il presidente fa approvare una ulteriore stretta sulle politiche di sicurezza, dall'Onu arriva un rapporto su quello che la strategia di Duterte è costato all'arcipelago n termini di diritti umani e anche di vite. La Camera Bassa del Parlamento di Manila ha approvato a larga maggioranza una legge già approvata dal Senato secondo la quale in nome dell'antiterrorismo diventano legali l'arresto senza giustificazione e la detenzione per 14 giorni di sospetti "terroristi".
Il termine "terrorista" dovrà essere definito da un nuovo Consiglio antiterrorismo che potrebbe avere anche il potere di ordinare gli arresti senza l'intervento di un giudice. Sono poi previste pene da 12 anni di reclusione fino all'ergastolo per chiunque proponga e partecipi - o anche solo inciti - alla pianificazione o all'addestramento di un "attacco terroristico".
Nel mirino di Duterte ci sono gli insorti che ancora animano la guerriglia jihadista e il rapimento di missionari cattolici in alcune isole filippine, come i ribelli islamici di Abu Sayyaf che più di una volta hanno lavorato in "franchising" con l'Isis o con al-Qaeda.
Ma anche e forse soprattutto i trafficanti di droga (che nella filosofia di Duterte non vengono distinti dagli utilizzatori) contro i quali il presidente ha dichiarato una violenta guerra fin dall'inizio del suo mandato. Ma quello che temono le opposizioni e le organizzazioni dei diritti umani è che la vaghezza della definizione dei "bersagli" a fronte di un evidente e considerevole aumento delle potenzialità repressive diventi uno strumento diretto verso gli oppositori.
Proprio nelle stesse ore l'Ufficio Onu per i diritti umani di Ginevra presieduto da Micelle Bachelet ha pubblicato un rapporto completo, il primo dopo anni di denunce, sulla controversa campagna di Duterte per sradicare le droghe illegali ufficializzata nel 2016 quando è stato eletto Capo di Stato ma portata avanti anni prima quando rivestiva il ruolo di governatore dell'isola di Mindanao, il "laboratorio" delle sua idea repressiva di azione politica.
Duterte non ha mai nascosto che ritiene lecito e utile ricorrere a qualsiasi mezzo nella sua campagna per fermare il traffico di stupefacenti, il che include la licenza di uccidere per le forze di polizia. E infatti il bilancio ufficiale delle operazioni dei corpi speciali delle forze dell'ordine conta fino ad ora l'uccisione di almeno 8.600 persone.
Ma secondo varie fonti la cifra reale si attesterebbe intorno al triplo di quella dichiarata. Il rapporto delle Nazioni Unite denuncia soprattutto la persistente impunità di cui godono gli esecutori di omicidi extragiudiziari che non riguardano solo persone legate al mondo della droga, ma anche rappresentanti delle associazioni per i diritti sociali ed umani rei di criticare la linea di tolleranza zero dell'uomo forte di Manila. Il rapporto dell'Onu parla anche di "insormontabili barriere per accedere alla giustizia" da parte delle vittime e dei loro parenti.
di Daniele Raineri
Il Foglio, 6 giugno 2020
Le manifestazioni in America puntano a riforme importanti, la più grande è la fine della qualified immunity. Questi giorni di proteste negli Stati Uniti contro la brutalità poliziesca hanno visto accumularsi altri episodi di brutalità poliziesca - in molti casi davanti alle telecamere - e hanno portato argomenti molto buoni a chi vuole abolire la cosiddetta qualified immunity, che è lo scudo legale che da quasi quarant'anni protegge gli agenti.
Nelle strade è come se la curva d'apprendimento fosse piatta. Ieri due agenti della polizia di Buffalo, nello stato di New York, hanno spinto per terra un passante di settantacinque anni e magrolino che non stava facendo nulla se non camminare sul marciapiede.
L'anziano è caduto all'indietro, ha battuto la nuca, ha cominciato a perdere sangue - colava dall'orecchio - mentre la telecamera di una rete televisiva a quattro metri di distanza continuava a filmare la scena. L'uomo è vivo e in ospedale ma la perdita di sangue dall'interno è il segno di una brutta ferita. Nel primo rapporto della polizia si dice che "un uomo è inciampato e si è fatto male", ma poi i due agenti sono stati sospesi.
Considerata la coazione a ripetere, si capisce perché le proteste chiedono una riforma della polizia americana. Tra le richieste ci sono un database nazionale degli agenti cacciati dalla polizia in modo che non vadano ad arruolarsi nella polizia di un altro stato, regole più strette su cosa fare con le body-cam (le telecamere indossate dagli agenti), un protocollo nazionale e uguale per tutti sull'uso della forza (per esempio: quella mossa di tenere George Floyd schiacciato a terra con il ginocchio sulla gola non è permessa da alcune forze di polizia, ma da altre sì) e l'identificazione precisa degli agenti - e questo è un punto importante, perché a Washington in questi giorni molte agenzie governative hanno mandato i loro uomini a fare ordine pubblico e a un certo punto non era più possibile capire chi fosse chi.
Si vedevano soltanto uomini con giubbotti, elmetti e armi, che non dichiaravano il loro reparto d'appartenenza e dicevano in modo vago di essere lì "per ordine del dipartimento di Giustizia".
Si tratta di richieste che puntano a uno standard federale ma si scontreranno con il fatto che ogni stato vuole decidere in autonomia.
Tra le domande, la più importante è la fine della qualified immunity che protegge i poliziotti dalle conseguenze civili di quello che fanno. In teoria tutti i cittadini americani possono fare causa ai funzionari dello stato se pensano che i loro diritti civili siano stati violati. I procedimenti penali sono rari, le cause civili potrebbero essere un buon deterrente.
In pratica però la qualified immunity si frappone tra i funzionari e le conseguenze delle loro decisioni e quando divenne legge nel 1982 lo scopo era far funzionare la macchina dello stato senza che ci fossero continue cause immotivate, violazioni dei diritti civili immaginarie e richieste di risarcimenti per ragioni superficiali.
Il problema è che si è trasformata in una promessa di impunità per i poliziotti. Se un agente compie un atto illegale o incostituzionale ai danni di qualcuno c'è materiale per sostenere che c'è stata una violazione dei diritti civili, ma scatta la qualified immunity e può essere annullata soltanto a patto che ci sia già un chiaro caso nel quale lo stesso atto è stato dichiarato illegale o incostituzionale.
Quando si dice "lo stesso atto" vuol dire proprio lo stesso atto in modo specifico. Altrimenti vale la qualified immunity. A febbraio le accuse contro un agente che in Texas aveva spruzzato dello spray al peperoncino contro un detenuto chiuso nella sua cella senza alcun motivo sono cadute perché gli altri casi che stabilivano una chiara protezione legale dei detenuti riguardavano percosse e l'uso di taser senza alcun motivo.
Suona ridicolo, ma funziona così. Soltanto quest'anno, secondo una ricerca fatta dal sito di notizie Usa Today, lo scudo legale ha protetto alcuni funzionari che avevano rubato 225 mila dollari, guardie che hanno chiuso un detenuto in una cella allagata da acqua di fogna per giorni, un poliziotto che ha sparato a un bambino di dieci anni mentre cercava di colpire il cane di famiglia "non minaccioso" e altri casi. Due giorni fa la Corte suprema americana ha annunciato che rivedrà la dottrina della qualified immunity, per vedere se regge ancora - e lo farà a causa della morte di George Floyd. In questi giorni al Congresso è stata presentata una riforma di legge per abolire lo scudo legale.
di Anna Maria Merlo
Il Manifesto, 6 giugno 2020
Il ministro degli Interni francese, Christophe Castaner, ha sollecitato ieri la Procura della Repubblica ad aprire un'inchiesta sull'ultimo caso di razzismo nella polizia scoperto online: in un gruppo Facebook di 8mila utenti, dei poliziotti si sono scambiati foto e frasi ingiuriose su neri e arabi. L'odioso episodio fa il paio con quello di Rouen: dopo la denuncia di un poliziotto nero, 6 suoi colleghi sono passati al consiglio di disciplina per i messaggi razzisti su Whatsapp.
La questione del razzismo e della violenza della polizia è tornata in questi giorni in primo piano in Francia, sull'onda delle proteste negli Usa. Oggi, sono state convocate due nuove manifestazioni di fronte all'ambasciata americana, per George Floyd - ma soprattutto per avere la verità su Adama Traoré, ragazzo nero di 24 anni morto in un commissariato della banlieue parigina nel luglio 2016.
Il prefetto Didier Lallement ha proibito le manifestazioni per ragioni sanitarie, ma ha anche evocato gli scontri che hanno avuto luogo in coda alla manifestazione, anch'essa proibita, di martedì scorso per Adama, che ha riunito 20mila persone di fronte al nuovo palazzo di giustizia (ieri uno dei 18 arrestati è stato condannato a 8 mesi di carcere). Altre manifestazioni hanno avuto luogo in questa settimana in varie città di provincia. Ma la Ligue de défense noire africaine non ha annullato la protesta: "Manifestare è un diritto inalienabile" sottolineano, tanto più quando le violenze razziste esplodono.
Il governo cerca di riportare la calma. La portavoce, Sibeth Ndiaye, ha giustificato la decisione del prefetto: "Se abbiamo proibito le riunioni di più di 5mila persone in tutta la Francia è perché c'è una ragione sanitaria, chi ha voglia di manifestare deve trovare un altro modo per esprimersi". Sibeth Ndiaye ammette che le manifestazioni di questi giorni "rivelano un certo malessere, almeno presso una parte dei francesi, quindi dobbiamo ascoltare ed essere capaci di dare una risposta". La portavoce non ritiene però che "la polizia in Francia sia razzista in modo organizzato, anche se ci sono individui che possono esserlo": "Il nostro paese non è razzista, lo dico e lo ripeto con molta forza, sono felice di vivere qui come donna nera".
Una petizione, che invita i cittadini a "svegliarsi" per lottare contro il razzismo e le violenze della polizia ha raccolto in poche ore decine di migliaia di firme. In questi giorni l'attenzione è focalizzata di nuovo sulla tragedia di Adama Traoré. La sorella Assa Traoré ha organizzato un comitato di sostegno che lotta per la verità. La battaglia è tra autopsie mediche, quelle ordinate dal tribunale negano l'asfissia causata dalla violenza dell'arresto, mentre una contro-expertise fatta su decisione della famiglia conferma la brutalità dell'azione della polizia.
Ieri, il tribunale ha deciso di interrogare due nuovi testimoni, uno presente all'arresto e un altro che aveva accolto Adama nella fuga di fronte agli agenti. Adama non è un caso isolato, ci sono altri esempi di morti inspiegate. Inoltre, c'è il razzismo quotidiano, i controlli di identità continui che subiscono neri e arabi, i poliziotti che danno del tu, la mancanza di rispetto.
di Andrea Priante
Corriere del Veneto, 6 giugno 2020
"Spero che tutto ciò che mi è capitato possa servire ad altre. È questo che voglio dire alle donne: se siete vittima di violenze, denunciate chi vi fa del male". L'ex compagna di Felice Maniero esce allo scoperto. "Almeno spero che tutto ciò che mi è capitato possa servire ad altre. Ora che sono al sicuro in una struttura protetta, ora che delle persone si stanno prendendo cura di me, ho finalmente capito quanto sia importante trovare il coraggio di ribellarsi. È questo che voglio dire alle donne: se siete vittima di violenze, denunciate chi vi fa del male".
L'ex compagna di Felice Maniero esce allo scoperto. E lo fa affidando al suo legale, l'avvocato Germana Giacobbe, le risposte alle domande che il Corriere del Veneto le ha posto nei giorni scorsi. La donna, una padovana di 48 anni, ha riflettuto a lungo se valesse la pena parlare dopo che la storia della sua turbolenta separazione dall'ex boss della Mala del Brenta è finita su tutti i giornali. Ha deciso di farlo adesso, all'indomani della condanna di Faccia d'angelo a quattro anni di carcere per il reato di maltrattamenti, decisa dal tribunale di Brescia.
"La sentenza non mi ha colto di sorpresa - fa sapere la donna - sapevo che ciò che stavo raccontando non era nient'altro che la verità. In questi mesi, lui ha fatto capire che mi sarei allontanata solo perché non riusciva più a garantirmi i lussi di un tempo, ma è una bugia. In venticinque anni di convivenza ne abbiamo passate di tutti i colori: periodi belli, in cui eravamo felici, ma anche momenti difficili. Senza contare che le difficoltà economiche si trascinavano già da alcuni anni".
Non vuole entrare nel dettaglio di quanto emerso durante il processo: le botte, gli insulti e le umiliazioni divenute quotidiane. "Non cerco vendetta, non l'ho mai voluta", assicura. "Quando ho confidato ai medici ciò che mi capitava tra le mura domestiche, non l'ho fatto con l'obiettivo di fargli del male. Ricordo di aver avuto un crollo emotivo, non ce la facevo davvero più ad andare avanti in quel modo. Sia chiaro, non rinnego nulla di ciò che ho fatto: è una verità che andava raccontata".
Ma adesso - dice - è tutto passato. "Non mi sento più minacciata", spiega. Dal giorno dell'arresto di Felicetto, la sua ex compagna vive in una comunità fuori regione, specializzata proprio nel sostenere le donne vittime di violenze domestiche. "Dopo tutto quello che è capitato, ora voglio solo pensare un po' a me stessa: al futuro mio e di mia figlia. Voglio lavorare e darmi da fare per ricostruirmi una nuova vita".
L'avvocato Germana Giacobbe è soddisfatta della sentenza: "Il giudice ha ritenuto coerente e credibile la ricostruzione delle violenze subite. Ora la mia cliente può affrontare con serenità il percorso che la porterà a non essere più soltanto la compagna di un ex boss della criminalità organizzata". Intanto proprio ieri sono state pubblicate le motivazioni della condanna. Il giudice Roberto Spanò ritiene accertata "al di là di ogni ragionevole dubbio la responsabilità dell'imputato". Il racconto delle violenze fatto dalla vittima viene definito "affidabile", "coerente", con un "elevato coefficiente di realismo e verosimiglianza".
Nel definire la condanna a 4 anni, il magistrato ha tenuto conto sia "dell'alluvionale sequenza di imprese criminali di elevatissimo allarme sociale" che contraddistinguono il passato di Maniero, sia "i comportamenti violenti e manipolatori tenuti in carcere". E proprio nella prigione di Voghera, spiega il giudice, in questi mesi Felicetto si è scatenato, con iniziative che - secondo la stessa direzione puntavano a "destabilizzare l'ordine e la sicurezza dell'istituto", ma anche con aggressioni degli altri detenuti. Frequenti le risse. È stato perfino denunciato con l'accusa di "progettare di compiere l'omicidio di un carcerato mediante una legna a punta creata artigianalmente".
di Laura Salvinell
Il Manifesto, 6 giugno 2020
L'attività di Susanna Fioretti, infermiera volontaria della Croce Rossa e presidente di "Nove Onlus" per le donne afghane. Una delle donne che ci ha chiesto aiuto ha detto: "Il virus ce l'abbiamo da tanto tempo in casa e si chiama fame. Abbiamo bisogno di cibo". Le statistiche ufficiali indicano 178 decessi in Afghanistan, ma non sono affidabili.
Il governatore della Provincia di Herat Abdul Quayom Rahimi ha dichiarato il 14 marzo: "Temo che arrivi il giorno in cui non si potranno nemmeno raccogliere i morti". Herat è stata la città più colpita all'inizio, quando il vicino Iran ha aperto unilateralmente la frontiera, lasciando tornare a casa gli afgani, preferibilmente quelli malati. L'emergenza sfugge al controllo: si fanno pochissimi tamponi, non si sanno le cifre reali, alcune persone infette sono scappate dagli ospedali. Il lockdown a Kabul è durato dal 28 marzo al 24 maggio, esteso a tutto il territorio. Per di più è stato il periodo di Ramadan dal 24 aprile al 23 maggio".
A parlarmi è Susanna Fioretti, presidente di Nove Onlus, fondata da un gruppo di esperti di cooperazione internazionale di cui è entrato a far parte Alberto Cairo, icona umanitaria e cittadino onorario afgano. Susanna, infermiera volontaria della Croce Rossa Italiana ed esperta sociale di genere, ha lavorato in progetti di emergenza e sviluppo in Mauritania, Iran, India, Yemen, Mozambico, Sudan, Sud Sudan e Afghanistan, per la Croce Rossa Italiana, la Croce Rossa Internazionale, il Ministero degli Affari Esteri.
Ora lei è bloccata a Roma, Alberto (per scelta) a Kabul. Le chiedo della situazione delle donne perché se il virus si chiama fame sono loro le ultime a mangiare in Afghanistan. "II 2020 secondo molti addetti ai lavori avrebbe dovuto essere ground-breaking per la parità di genere. A causa del Covid-19 invece anche i limitati passi avanti fatti rischiano di essere vanificati, perché le donne sono le più penalizzate dagli effetti della pandemia.
Agli alti livelli - Nei Paesi in via di sviluppo se da una parte rappresentano circa il 70% degli operatori sanitari e sono quindi molto più esposte al rischio di contagio, dall'altra sono poco o per niente rappresentate nei livelli più alti, dunque non vengono coinvolte nelle decisioni su come affrontare l'emergenza e le sue conseguenze.
Per di più molte donne sono impegnate nell'economia informale, che è la prima a cedere in caso di blocchi. Anche in Italia parte di quelle impiegate 'al nero' sono dovute restare a casa perdendo il lavoro. Inoltre, le donne rappresentano la grande maggioranza di chi si occupa del cosiddetto care work non retribuito: accudimento di figli, fratelli minori, parenti malati, disabili, oltre a faccende domestiche di ogni tipo.
La pandemia aggrava questo peso e chi è riuscita a fatica a procurarsi un guadagno con una piccola attività, spesso non può continuare per mancanza di tempo, facendo così un passo indietro verso la povertà e la dipendenza economica.
Anche in campo educativo sono penalizzate soprattutto le femmine nei Paesi dove la scolarizzazione è bassa: se la scuola chiude, o bambine e ragazze vengono tenute in casa perché la pandemia aumenta i bisogni familiari, spesso a scuola non tornano mai più. Inoltre, quando le risorse scarseggiano, vengono tagliati i fondi a servizi sanitari importanti per le donne, come i consultori per la contraccezione, per cui per esempio possono esserci molte più adolescenti incinte, o quelli di assistenza psicologica per le vittime di violenza.
Centro di ascolto - E l'impatto che più temo del Coronavirus sulle donne afghane è proprio la violenza. A Herat il centro di ascolto per le donne maltrattate era stato ubicato in un ospedale, così potevano andarci di nascosto, senza suscitare sospetti, ma è stato chiuso e trasformato in centro anti-Covid. In Afghanistan non ci sono dati certi sul numero di donne che subiscono violenza, perché molti casi restano sconosciuti.
Le stime ufficiali parlano del 51%, e se a livello mondiale si prevede un aumento di oltre il 20% durante il lockdown, in Afghanistan si teme si vada ben oltre. E lì è difficile salvarsi. Quando una donna grande o piccola trova la forza di scappare, se non ha contatti con gli enti che offrono fra mille rischi protezione alle vittime di violenza, si rivolge alla polizia, che quasi sempre la riporta alla famiglia con conseguenze drammatiche".
Nove Onlus ha formato finora oltre 2.200 ragazze afghane, ha trovato a centinaia di loro posti di lavoro qualificati e retribuiti. In meno di 2 anni ha fatto ottenere la patente di guida a quasi 200 donne (il 16,4% di tutte le patentate di Kabul in 5 anni), e lanciato il 'Pink Shuttlè, il primo servizio di trasporto solo per donne, con pulmini guidati da donne, finanziato da 'Only the Brave Foundation'.
Durante l'emergenza Coronavirus, grazie ai fondi elargiti da 'The Nando and Elsa Peretti Foundation' ha aiutato a Kabul 190 famiglie dei distretti più poveri, in molte delle quali il capofamiglia è una donna, distribuendo a ognuna 70 chili di alimenti essenziali, mascherine, disinfettanti e guanti, mentre a 125 famiglie di persone disabili ha consegnato lo stesso kit di materiale igienico e un voucher per l'acquisto di cibo.
L'intervento, in cui è stato coinvolto un medico per insegnare le misure che prevengono il contagio, ha aiutato nel complesso oltre 2500 persone (ogni famiglia afgana è composta in media di 8 persone). "Quando un anziano del distretto dove stavamo distribuendo ha saputo che gli aiuti provenivano da una piccola organizzazione italiana, ha pianto dalla commozione, perché aveva visto in televisione che l'Italia è uno dei Paesi più colpiti dal Covid-19".
Anche in Italia - Nove Onlus è impegnata nell'emergenza Coronavirus anche in Italia. A Roma e Ladispoli ha partecipato ad acquisto e distribuzione di generi alimentari a famiglie in difficoltà e senzatetto, in collaborazione con la Croce Rossa Italiana; lo stesso ha fatto per donne vulnerabili assistite dalla Cooperativa l'Accoglienza. A Salerno e Roccapiemonte, insieme a Coldiretti, ha fornito generi di prima necessità che sono stati distribuiti a famiglie indigenti attraverso la Caritas, aiutando anche le piccole realtà produttive locali in crisi per il blocco della distribuzione.
Susanna Fioretti è nata e vissuta nella '"oma bene" fino a quando, dopo aver seguito il corso di infermiera volontaria della Croce Rossa Italiana, ha cominciato a fare servizio nel campo Casilino 900, dove fra risse e prostituzione convivevano nomadi e emigrati campani che avevano disposizione una sola fontana e una fossa come unico bagno. "È allora che ho aperto gli occhi e ho capito che cosa volevo fare".
Quando i figli sono cresciuti ha cambiato vita: affrontata una battaglia ecologica contro il progetto di una gigantesca centrale termoelettrica su una delle ultime spiagge dove nidificavano le tartarughe nell'isola di Rodi, e costruita lì la prima casa ecologica dell'isola con i muri di paglia, ha cominciato il lavoro di cooperante.
Ha raccontato le sue avventure umane e umanitarie in 4 libri: Frammenti di una storia romana (Palombi 1989) sull'esperienza del Casilino 900, La tela di Penelope (Sideral 2004) e Involontaria (Einaudi 2011) in cui ha messo tutto insieme, amori, figli, nipoti, missioni, perché "la mia vita è questa", e Quattro al secondo (Stampa Alternativa 2017, titolo riferito al numero di nascite sulla terra) che racconta le storie di quattro bambine nate in condizioni e luoghi molto diversi, riflettendo su quanto conta dove, come e da chi si nasce e cresce.
Le chiedo se pensa che il Coronavirus possa essere l'occasione per ricostruire un mondo migliore: "Poiché la pandemia amplifica le diseguagliane, sono d'accordo con chi raccomanda di impegnarsi per evitarlo e cogliere invece l'opportunità di ricostruire società più inclusive, che mettano le donne, le ragazze e le bambine al centro.
Come? Assicurandosi che siano adeguatamente rappresentate in tutte le sedi dove si prendono le decisioni, anche in Italia, dove si sono viste ben poche donne nelle varie task forces. E privilegiandole in ogni risposta all'impatto socio-economico, senza dimenticare l'economia informale, da cui moltissime dipendono.
Se necessario ricorrendo a sanatorie: perché sanare lo svantaggio femminile dovrebbe essere lecito almeno quanto lo è stato regolarizzare la posizione di chi ha frodato il fisco. Le privazioni derivanti dal Covid-19 che abbiamo sperimentato sulla nostra pelle potrebbero avere anche il risvolto positivo di avvicinarci alla parte di umanità che subisce costantemente e ben più duramente stigma, paura, mancanza di libertà, impossibilità di stare accanto a chi si ama, veri razionamenti, fame e tanto altro. L'ambiente non è il mio campo ma chiunque può vedere l'effetto che anche su di esso ha avuto il lockdown, creando una sorta di gigantesco laboratorio che nessun ambientalista si è mai sognato di avere.
Chi avrebbe potuto bloccare intere città e nazioni, chiudere in casa miliardi di persone per studiare dal vivo la relazione tra traffico di ogni tipo e inquinamento, e tutto ciò che ne deriva per animali selvatici, acque, spazzatura e via dicendo? Penso che abbiamo imparato cose importanti da tutto questo e spero che riusciremo a servircene per ripartire con una visione nuova, in economia ma non solo".
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