ilsudonline.it, 7 giugno 2020
Pubblicati sul Burc gli esiti relativi all'avviso pubblico per la realizzazione dei percorsi formativi per l'inclusione socio-lavorativa dei detenuti e delle detenute, adulti e minori della Regione Campania con una dotazione finanziaria di 4 milioni di euro.
In particolare, saranno finanziati percorsi sperimentali di formazione e di inclusione socio-lavorativa volti al conseguimento di qualifiche professionali, anche tramite esperienze lavorative e soprattutto la certificazione delle competenze pregresse, anche non formali ed informali.
I percorsi nascono dalla collaborazione con il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria-Provveditorato Regionale della Campania e il Dipartimento della Giustizia Minorile per la Campania con il supporto del Garante dei detenuti della Regione Campania.
"La Regione Campania - spiega l'Assessore Chiara Marciani - vuole fornire uno strumento innovativo capace di attivare percorsi formativi con il coinvolgimento delle organizzazioni del terzo settore, delle forze produttive e delle parti sociali, volti a potenziare le competenze professionali dei detenuti e delle detenute ed a favorire la loro futura occupabilità, anche tramite percorsi personalizzati".
Gli interventi formativi, strutturati in accordo con gli Istituti penitenziari, tengono conto dei diversi requisiti di ingresso e delle caratteristiche soggettive dei destinatari, nonché delle esigenze dei fabbisogni formativi espresse dagli istituti penitenziari campani, in particolare nei settori edilizia, idraulica, elettricità- elettrotecnica, cucina-ristorazione, giardinaggio-floricoltura, sartoria, acconciatura.
di Angela Azzaro
Il Riformista, 7 giugno 2020
Starera e domenica prossima torna su Rai3 con altre due puntate del suo programma Storie maledette e, per l'occasione, Franca Leosini non ha lesinato dichiarazioni. Del resto, nonostante o forse grazie al fatto che parla di crimini efferati, ha una caterva di fan che le sono fedelissimi e che non aspettano altro che commentare sui social le sue mitiche interviste a persone che sono incarcerate, molto spesso per omicidio.
Intervistata da Repubblica ha sottolineato che il suo successo dipende dal puntiglio con cui legge gli atti dei processi, arrivando all'incontro con il reo molto preparata. Preparazione che evidentemente non ha sulla questione carceri, visto che secondo lei l'emergenza coronavirus "è stata gestita con saggezza: una pandemia nelle carceri sarebbe stata una tragedia enorme". Leosini, che confonde la fortuna con le scelte politiche, o non sa o ha fatto finta di non sapere che durante le proteste sono morte tredici persone e che se non fosse stato per i magistrati di sorveglianza le carceri sarebbero state a rischio collasso, mentre il ministro della Giustizia Bonafede continuava e continua a far finta di nulla.
Ma del resto il problema della giornalista Leosini non è certo quello di occuparsi del dramma delle carceri, né di verificare se gli istituti di pena siano rispettosi della Carta costituzionale. Figuriamoci se le interessa come stanno facendo a pezzi alcuni principi cardine come la prescrizione. Eh no... Per lei - lo dice sempre nell'intervista - l'obiettivo è conoscere l'animo umano o meglio - diciamo noi più prosaicamente - l'obiettivo è fare audience con quello che è diventato negli anni il format più seguito: il processo mediatico.
"Storie maledette" è un programma longevo che fa parte di quella intasatissima lista di programmi che si occupano di omicidi, sparizioni, cold case. Non credo che ci siano altre tv nel mondo che possano vantare così tanti titoli, a tutte le ore del giorno. Storie maledette intervista i diretti interessati, pone domande, dubbi: ma alla fine il risultato è sempre lo stesso. Lo svilimento del processo vero e proprio, la convinzione che chiunque possa emettere una sentenza. Certo, quasi niente, se paragonato a "Chi l'ha visto?".
Il programma di Federica Sciarelli assomiglia all'ufficio di una procura di cui assume toni e modalità, tra cui la convinzione che un'accusa sia la verità, che un rinvio a giudizio sia una condanna, che se il pm sostiene una teoria, quella teoria non può essere smentita. Sono decenni che questi programmi, purtroppo con grandi ascolti, hanno creato un pubblico convinto che basti sentire un esperto per capire chi è il colpevole, che se la tv lo dice allora non può che essere così. Dal caso di Cogne fino a Bossetti, la tv si è spesso sostituita al processo, dando per buone sempre e comunque le convinzioni della procura. Leosini, è vero, non sempre sposa le ipotesi degli inquirenti, ha le sue teorie, ma l'impostazione del programma è sempre lo stesso: portare il diritto in tv, senza preservarne il valore e i confini.
Oggi forse qualcosa sta cambiando.
Dal caso dell'uccisione di Yara Gambirasio per cui è stato condannato all'ergastolo Massimo Bossetti, dopo un processo viziato dall'ingerenza del sistema mediatico, sono passati diversi mesi senza che siano nato un altro caso così pervasivo dei palinsesti tv. Ma purtroppo la buona notizia è solo a metà. Perché il palco, lasciato libero dai plastici con cui Vespa ricostruiva la scena del delitto, è stato conquistato dalla magistratura: pm star che confondono il loro lavoro con l'apparizione in video, possibilmente senza contraddittorio o senza discutere dei punti più dolenti del Palamara-gate. Sta nascendo un nuovo format? Purtroppo forse sì. Ma dietro il format e davanti allo schermo ci sono gli spettatori che in questi anni ha visto queste trasmissioni convincendosi, a loro volta, di essere giudici: giudici implacabili e poco preparati, sempre pronti a condannare sulla base delle accuse.
Leosini è parte di questo humus, ma in molti la amano perché elegante e maliziosa (ah, quanto piacciono quelle sue domande sul sesso!). Un giorno ci dovremmo fermare e chiederci perché il pubblico italiano sia entrato con tanta determinazione nel tunnel del processo mediatico. Un tunnel dove si sgretola lo stato di diritto e dove (forse fatto ancora più grave) si perde la pietà, la possibilità di perdonare. Leosini annuncia che farà un nuovo programma, che cambierà: un evviva doppio, anche perché promette non sarà di cucina.
di Luca Bergamin
Corriere del Mezzogiorno, 7 giugno 2020
La cooperativa sociale Officina Creativa dà lavoro alle detenute a Lecce e a Trani ma analoghe attività si svolgono anche nelle case circondariali di Milano, Roma e Salerno. L'ultima novità del Marchio "Made in Carcere" sono le mascherine che le donne, rinchiuse per un periodo di detenzione, stanno confezionando con quel gusto estetico che chi conosce questo brand benefico sa da tempo apprezzare.
"Made in Carcere", infatti, ormai da 13 anni è presente su tutto il territorio nazionale grazie all'intraprendenza di Luciana Delle Donne, fondatrice di "Officina Creativa", una cooperativa sociale non a scopo di lucro, che ha lasciato a suo tempo la sua professione di manager nel settore finanziario per dedicarsi a tempo pieno a questa missione volta a creare manufatti diversamente utili con le mani delle donne che non possono godere della libertà ma hanno la possibilità di imparare una professione creativa. Così, alla produzione già nota e apprezzata di borse, accessori, cravatte colorate, braccialetti, si sono aggiunte appunto le mascherine (www.storemadeincarcere.it). Dopo un percorso formativo, le detenute possono apprendere un mestiere che sapranno svolgere anche quando il periodo di reclusione sarà finito.
"La nostra filosofia - dice la vulcanica Luciana Delle Donne - è volta a dare una seconda possibilità attraverso l'artigianato e i tessuti da confezionare nel segno dell'ironia e della semplicità, impiegando materiali esclusivamente di scarto che le aziende ci donano, perché credono nel valore sociale di quello che facciamo e sono sensibili alle tematiche dell'ecologia e del rispetto dell'ambiente. Cucire insieme è anche un modo per evadere dalla tristezza della detenzione e di lanciare lo sguardo verso nuovi orizzonti".
Se "Made in Carcere" è attiva nei penitenziari di Lecce e Trani, altre attività simili si stanno compiendo in svariate realtà italiane: nelle carceri di Bollate a Milano, Rebibbia a Roma e Salerno, oltre trecento detenuti hanno imparato in fretta a utilizzare le macchine di produzione di questa fondamentale arma difensiva dalla pandemia, donando decine di migliaia di pezzi anche al personale di sorveglianza come è accaduto in particolare a Padova grazie agli sforzi della Cooperativa Giotto. Presto anche alle carceri Matera e Taranto si estenderà questa attività tessile molto coinvolgente anche sul piano emotivo per le detenute che sono consce e orgogliose di poter aiutare, loro che sono chiuse tra le mura, a girare liberamente e serenamente chi invece gode della libertà di muoversi e di vivere.
stamptoscana.it, 7 giugno 2020
Accordo di collaborazione tra la Regione Toscana e il Consiglio per la ricerca in agricoltura e l'analisi dell'economia agraria (Crea) per la realizzazione di attività finalizzate all'inclusione lavorativa e sociale dei detenuti, ospiti dei penitenziari di Gorgona e Pianosa. Lo schema della convenzione è stato deliberato nel corso dell'ultima seduta di Giunta su proposta dell'assessora alla formazione, istruzione e lavoro, Cristina Grieco.
La delibera definisce anche l'entità delle risorse assegnate, pari a 60 mila e 65 euro, nell'ambito del progetto "Modelli sperimentali di intervento per il lavoro e l'inclusione attiva delle persone in esecuzione penale", finanziato dal Pon (Piano operativo nazionale) Inclusione 2014-2020 del Miur, e di cui la Regione è beneficiaria. Il finanziamento assegnato per la realizzazione delle attività del progetto sarà così suddiviso: 48 mila e 800 euro a carico della Regione e i rimanenti 16 mila e 265 euro a carico di Crea. "È un progetto sperimentale decisamente innovativo, cui teniamo molto - spiega Grieco - perché consente, attraverso lo strumento della formazione, l'inserimento lavorativo e sociale dei detenuti e, nello stesso tempo, la promozione dello sviluppo delle attività economiche dei territori direttamente interessati, grazie a una rete di attori, pubblici e privati, costruita in modo strutturato e integrato".
Le attività previste dall'accordo sono molteplici: analisi dei contesti dove saranno avviate le sperimentazioni, definizione dei fabbisogni territoriali, benchmarking (analisi comparativa), raccolta di informazioni strutturate,finalizzate alla conoscenza approfondita dell'organizzazione interna delle colonie agricole, dei processi produttivi, della potenziale domanda e possibili modelli di business, che potranno fare da volano successive fasi progettuali.
di Francesca Sabella
Il Riformista, 7 giugno 2020
Nei penitenziari italiani, in tre mesi ci sono stati 21 suicidi, di cui tre nelle celle della Campania. "I numeri aiutano a farci comprendere la situazione, ma per me anche un solo detenuto che decide di togliersi la vita rappresenta un fallimento": Antonio Fullone, provveditore dell'amministrazione penitenziaria campana, racconta la sensazione nel leggere i nomi e le storie di coloro che hanno deciso di uccidersi. Insopportabile, per loro, l'idea di vivere chiusi tra quattro mura. E così un lenzuolo bianco stretto intorno al collo li ha consegnati alla morte.
Come viene gestito il dramma dei sucidi all'interno delle case circondariali?
"Abbiamo dei protocolli anti-suicidio che aggiorniamo ogni anno. C'è un team che prende in carico il detenuto dal momento in cui fa il suo ingresso in carcere. Un medico si occupa di valutare la sua situazione psicologica e di segnalare le situazioni particolarmente a rischio. Vengono seguiti durante tutto il tempo della permanenza in carcere, ma è chiaro che solo entrare in carcere è di per sé un'esperienza sconvolgente. Spesso, però, si tende a dare la colpa all'organizzazione degli istituti penitenziari. Ecco, su questo non sono d'accordo. Gli istituti devono migliorare e non c'è dubbio, ma è sbagliato dire che si muore di carcere, si muore in carcere. Perché sicuramente è una condizione che amplifica degli stati d'animo negativi e ne crea di nuovi".
Quali sono i momenti più duri per chi deve scontare una pena?
"Sicuramente l'ingresso e l'impatto con cella e sbarre. Ci sono momenti topici come quello del processo o di una sentenza e spesso influiscono le situazioni familiari e la vita di chi è all'esterno".
L'emergenza Covid-19 ha influito sulla vita dei detenuti?
"Sì. La sospensione dei colloqui e l'isolamento preventivo di 15 giorni messo in atto per scongiurare il pericolo di eventuali contagi hanno contribuito a rendere molto dura la vita in carcere".
In che modo si può intervenire per cercare di evitare altri episodi drammatici?
"Gli agenti penitenziari devono prestare attenzione, ma non è sempre facile cogliere il momento e capire che il detenuto è vicino a un gesto estremo. Poi è fondamentale creare luoghi di cultura e, soprattutto, educare al pensiero. Non serve riempire il carcere di mille attività che magari non sono funzionali al reinserimento e in linea con la vita che c'è fuori dal carcere. I detenuti devono impiegare il tempo in maniera sensata".
A questo proposito, cosa pensa della realizzazione di un polo universitario all'interno del carcere di Poggioreale?
"C'è una sede della Federico II nel carcere di Secondigliano, ce ne vorrebbe una anche a Poggioreale. Raccolgo volentieri la sfida di realizzarla. La cultura è fondamentale, dà ai reclusi gli strumenti per poter capire e affrontare il cambiamento, per decifrare la realtà e gli sbagli, per sviluppare un pensiero critico e autocritico. Credo che la cultura sia l'unica strada per una vita diversa e migliore dopo la galera".
Ora qual è la situazione degli istituti penitenziari della Regione ?
"Dalla fine del lockdown, purtroppo, gli ingressi sono aumentati e ad oggi sfioriamo il numero di ingressi pre-Covid. Per il momento riusciamo a gestire i detenuti e a rispettare tutte le norme per prevenire il propagarsi del Coronavirus nelle carceri. Ma se la curva degli ingressi continua a salire sarà difficile rispettare tutte le procedure".
Ultimamente si parla di indulto e amnistia. Lei cosa ne pensa?
"Credo che debba essere la politica a occuparsi di queste dinamiche così delicate".
In che modo dovrebbe farlo?
"Prendendo le distanze dalle emozioni e dalle implicazioni emotive. È complicato, me ne rendo conto, ma bisogna guardare al sistema carceri con distacco e razionalità. Solo così potremo creare un nuovo sistema penitenziario e, soprattutto, stabilire chiaramente cosa si vuole ottenere dagli istituti penitenziari e quali sono le procedure per renderli davvero funzionali".
nessunotocchicaino.it, 7 giugno 2020
È stato trovato impiccato alle 6 di ieri mattina nel carcere di Rebibbia un detenuto di 42 anni. Le sue iniziali sono P.B. Salgono così a 22 i sucidi avvenuti in carcere dall'inizio dell'anno, tre dei quali avvenuti in "isolamento sanitario precauzionale".
Per gli esponenti di Nessuno tocchi Caino-Spes contra spem, Sergio D'Elia, Rita Bernardini ed Elisabetta Zamparutti "quanto accaduto oggi a Rebibbia è l'ennesima riprova della natura strutturalmente mortifera della privazione della libertà in carcere, tanto più mortifera e criminogena quando avviene in condizioni di isolamento. Inoltre è una tragica contraddizione in termini definire "sanitario", cioè attinente alla salute, e "precauzionale", cioè attinente alla sicurezza, un "isolamento", che è il momento più drammatico dello stato di privazione della libertà".
Gli esponenti di Nessuno tocchi Caino hanno poi affermato che: "L'uomo che si è tolto oggi la vita aveva 42 anni, il suo fine pena era previsto nel 2022. Era un lavorante al G 12. A seguito dell'ingresso di un nuovo giunto il 25 maggio rivelatosi asintomatico, erano stati disposti degli isolamenti precauzionali dei detenuti e del personale che erano venuti in contatto con lui. Due sono le considerazioni da fare. La prima, che vanno contenuti gli ingressi in carcere. Tanto più che a Rebibbia Nuovo Complesso al 31 maggio i detenuti presenti erano 1.412 (51 in meno di aprile) in 1.053 posti disponibili, con un sovraffollamento quindi del 134%.
Sembra svanita nel nulla la raccomandazione del Procuratore generale presso la Cassazione Giovanni Salvi che ha raccomandato di ridurre al massimo gli ingressi in carcere limitandoli ai reati più gravi, come quelli di sangue. Non come avvenuto a Rebibbia dove ad entrare il 25 maggio è stata una persona per fatti non certamente gravi.
La seconda considerazione è che l'isolamento è misura estrema nella esecuzione della quale vanno comunque assicurati "significativi contatti umani" come stabiliscono anche le nuove regole penitenziarie europee. Nel caso in questione come negli altri recentemente denunciati dal Garante Nazionale per le persone private della libertà personale, questa regola minima è stata palesemente violata".
di Umberto De Giovannangeli
Il Riformista, 7 giugno 2020
"Quello americano è un vulcano in ebollizione. E lo è perché la rivolta sempre più estesa degli afroamericani è determinata da una serie di concause che vanno oltre la brutalità atroce di atti come quello di Minneapolis. Dietro la rabbia innescata dall'uccisione di George Floyd c'è un malessere sociale crescente, diventato insopportabile, di una parte della popolazione americana, i neri, che ha pagato pesantemente, in termini di morti e di ghettizzazione, le conseguenze della folle gestione di Trump dell'emergenza Covid-19.
Una gestione irresponsabile, che ha portato allo scoperto, tragicamente, ciò che ha prodotto lo smantellamento di quella che resta, con tutti i suoi limiti, la più importante e progressiva riforma della presidenza Obama: l'assistenza pubblica nel campo della sanità. Al momento della sua elezione, Trump aveva promesso che uno dei suoi primi atti presidenziali sarebbe stato la "sepoltura" dell'Obamacare.
È stato di parola. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti". A sostenerlo, in questa intervista al Riformista, è uno dei più autorevoli economisti ed intellettuali europei: Jean-Paul Fitoussi,
Professore emerito all'Institut d'Etudes Politiques di Parigi e alla Luiss di Roma. È attualmente direttore di ricerca all'Observatoire francois des conjonctures economiques, istituto di ricerca economica e previsione, autore di numerosi saggi, l'ultimo dei quali è Il teorema del lampione. O come mettere fine alla sofferenza sociale (Einaudi).
Professor Fitoussi, l'America è attraversata da una rivolta degli afroamericani, ma non solo, che si estende a macchia d'olio e si radicalizza. Cosa c'è dietro questa rivolta a cinque mesi dalle elezioni presidenziali?
L'estensione, la profondità, la radicalità di questa rivolta è data da una combinazione di diversi elementi. C'è un problema "nero" che attraversa da sempre la storia degli Stati Uniti d'America e che non è stato risolto con la cooptazione dell'"aristocrazia" nera nell'establishment politico. Il secondo elemento è che quelli che sono stati più colpiti dal Coronavirus, in percentuali pazzesche, sono stati proprio gli afroamericani. E sempre gli afroamericani sono i più colpiti dalla crisi economica, dalla disoccupazione che la crisi pandemica ha moltiplicato. Questo "virus" sociale non solo non è stato debellato dalla presidenza Trump, ma al contrario è stato rafforzato, reso ancor più pervasivo. Ecco perché l'America è un vulcano in ebollizione. E un atto barbaro come quello commesso a Minneapolis ha ravvivato tutte le ferite del popolo nero. Mi lasci aggiungere che Trump non è un fenomeno isolato, ma s'incardina in una crisi di leadership che non riguarda solo l'America. Il problema essenziale, la grande "Questione" irrisolta è quella delle diseguaglianze. In una situazione di crisi la gente non ha più fiducia nei Governi. I partiti e i leader populisti cavalcano questo malessere sociale, lo usano come arma da rivolgere contro gli "establishment". In questo, Trump è figlio dei tempi. Che certo non sono dei più felici".
La minaccia di usare l'esercito contro i "ladroni della suburra". Farsi immortalare con una Bibbia in mano attorniato da ministri, tutti bianchi. Come si può leggere politicamente la risposta di Donald Trump alla rivolta in corso?
La risposta è, a mio avviso, molto semplice: Trump ha scelto di rappresentare l'America bianca, infischiandosene altamente di provare ad essere il presidente di tutti. Negli Stati Uniti è avvenuto un cambiamento profondo, specie nell'ultimo decennio: i neri votano democratico, i bianchi votano repubblicano. Ma se l'80% del voto dei neri era ormai considerato un dato acquisito per i Democratici, il problema semmai era convincerli a votare in massa, quello che ha segnato le ultime elezioni in particolare, è che una gran parte del voto dei bianchi si è indirizzato verso Trump. Si è trattato, come qualcuno l'ha definita, della rivolta dei "piccoli bianchi", quelli che non sono stati favoriti dalla globalizzazione, una sorta di gilet gialli americani, quelli che vivono tra le due coste, quelli che hanno subito il processo di deindustrializzazione e di desertificazione del territorio, delle città svuotate e socialmente distrutte come Detroit. Trump si gioca ancora questa carta: i bianchi contro i neri. E lo fa radicalizzando ancor più le sue posizioni, portando ad un punto limite la sua immagine di presidente Law and Order. Trump non è una riedizione di Donald Reagan o dei Bush, padre e figlio. Semmai il suo modello è la "lady di ferro" inglese: Margaret Thatcher, ogni atto della quale era preso in funzione e a favore della "sua Inghilterra", anche se questo voleva dire una contrapposizione durissima, quasi "militare", con i sindacati. I Democratici americani, ma assieme a loro anche i progressisti europei, dovrebbero seriamente interrogarsi sull'aver lasciato ad un miliardario sovranista la bandiera della critica ad una globalizzazione finanziaria che, per come è stata gestita o subita, ha incrementato le disuguaglianze sociali non solo tra i Nord e i Sud del mondo, ma all'interno stesso dell'Occidente industrializzato.
In un'intervista a Il Riformista, Furio Colombo ha affermato, per l'appunto, che quella di Trump è stata la vittoria dell'America dei bianchi contro l'America nera che aveva vissuto il suo momento di riscatto con la presidenza Obama. Si dice che l'ex presidente sia oggi il vero regista della campagna di Joe Biden, che fu peraltro suo vice alla Casa Bianca. Guardando con gli occhi dell'oggi, quale giudizio si sente di dare della presidenza Obama? Obama aveva suscitato entusiasmo evocando "Change" e "Hope" e affermando che "Yes, we can". Ha rispettato in pieno queste promesse?
No, e non per sua colpa. Semplicemente, non ha potuto. Per Obama "Change" non significava ritocchi, aggiustatine, ma costruire infrastrutture, migliorare il sistema di Welfare e questo, insisto, gli è stato impedito. E lo stesso discorso vale per "Hope", perché Il potere di un Presidente in America non è assoluto, e Obama non ha potuto agire sul terreno cruciale: la lotta alla diseguaglianza. Se gli impediscono di riformare, e non solo "ritoccare", il sistema di welfare, allora il cambiamento è minato. Obama ci ha provato in tutti i modi, e alcuni risultati importanti li ha ottenuti: l'"Obamacare", permetteva agli americani di possedere le loro case nella crisi finanziaria. E a conto positivo c'è da mettere anche il piano di rilancio dell'economia Usa che ha dato importanti risultati in termini occupazionali. Questi meriti gli vanno riconosciuti, tanto più alla luce di quanto fatto da Trump.
Alla luce degli effetti che la pandemia può e già sta determinando sul piano sociale, economico, occupazionale, l'Europa può essere anch'essa un vulcano pronto a eruttare?
Direi proprio di sì. L'Europa, non dimentichiamolo, è la sola regione del mondo ad aver conosciuto la disoccupazione di massa per più di trent'anni e non ha ancora finito. A ciò va aggiunto che esiste un irrisolto problema di integrazione non solo sociale ma per molti versi soprattutto culturale, dei nuovi immigrati. E altro dato preoccupante è che l'Europa, come tale, non ha nessuna politica verso questa nuova popolazione. Si continua a chiudere gli occhi: basta vedere cosa accade in Italia e in Grecia.
Il sovranismo di Trump ha fatto proseliti in Europa. Quello di The Donald può risultare un modello vincente anche qui da noi, in Europa?
Più che emuli, gli adulatori europei di Trump assomigliano sempre più a delle macchiette. Vede, Trump può avere un sovranismo perché l'America è un grande Paese, una federazione di Stati. In Europa il sovranismo non esiste perché i Paesi "federati" nell'Unione europea non hanno sovranità. Per avere sovranità occorrerebbe costruire una vera federazione europea, gli Stati Uniti d'Europa. Per provare ad esistere come attore protagonista in un mondo globalizzato, l'Europa deve mettersi in condizione di decidere. Quello che non è più derogabile è una vera riforma strutturale non tanto e non solo sul piano economico, quanto su quello delle istituzioni e del Governo europei. Un solo esempio: una riforma strutturale significa che l'Europa non si regge più su un'unica "gamba fiscale", la Bce, ma finalmente adotta un titolo pubblico sul debito e sugli investimenti: quel titolo sono gli Eurobond. Se non si fa questo, ricominceremo dal tempo della crisi e dal debito sovrano. È ridicolo pensare che oggi il singolo Paese europeo possa avere la sua sovranità come prima.
Professor Fitoussi, per chiudere con l'America. Tra cinque mesi si vota per decidere chi sarà il nuovo inquilino della Casa Bianca. Joe Biden può farcela? Il candidato dei Democratici ha il profilo giusto per compiere questa impresa?
Biden può battere Trump, ma non direi che sia un candidato forte. I Democratici non hanno trovato un candidato tipo Obama. Se riuscirà a spuntarla, è perché la maggioranza degli americani, una maggioranza che deve essere ben distribuita nei vari Stati vista la legge elettorale vigente, è stanca, delusa, arrabbiata verso Trump, soprattutto per come ha gestito, con incapacità e violenza, la crisi pandemica.
di Emma Bonino
Il Riformista, 7 giugno 2020
Bellanova unica novità nella direzione giusta. Le politiche in tema di immigrazione e asilo sono state quelle su cui, durante il governo gialloverde, Salvini aveva imposto il segno più visibile della sua leadership e di una "legalità" concepita per contrasto con principi fondamentali di diritto e con obblighi giuridici, sistematicamente derogati e contraddetti da norme e provvedimenti di natura eccezionale.
La cronicizzazione di queste politiche di emergenza - dai Decreti sicurezza in giù - anche nella stagione del governo giallorosso è la dimostrazione più clamorosa della perfetta continuità tra il Conte I e il Conte II e della sostanziale convergenza dell'agenda dei due esecutivi. Se il governo Conte II era nato per scongiurare i pieni poteri di Salvini, Salvini ha continuato ad esercitare un pieno potere, non solo su questa materia, anche sul nuovo esecutivo. La dottrina del "male minore" è giunta al curioso paradosso di legittimare le cose fatte da Salvini, purché a farle non sia più lui.
In questi giorni, a ritornare su questa clamorosa contraddizione è il rapporto sull'Italia di Amnesty International, presentato lo scorso 4 giugno, in cui si denuncia apertamente la continuità di "un'agenda politica di contrasto all'immigrazione, attraverso leggi e misure aventi l'obiettivo di limitare l'esercizio dei diritti e impedire alle persone soccorse in mare di sbarcare in Italia".
Il Presidente di Amnesty International Italia Emanuele Russo, in occasione della presentazione del rapporto 2019-20, ha dichiarato che "l'avvicendamento tra due coalizioni di governo, nonostante alcuni iniziali e promettenti annunci, non ha prodotto una significativa discontinuità nelle politiche sui diritti umani in Italia, in particolare quelle relative a migranti, richiedenti asilo e rifugiati", ricordando che "per tutto l'anno le navi delle Ong sono state ostacolate da minacce di chiusure dei porti e da ingiustificati ritardi nelle autorizzazioni all'approdo e il 2019 si è chiuso col rinnovo della cooperazione con la Libia per il controllo dei flussi migratori". Peraltro vale la pena di ricordare che dopo tante polemiche e volgarità su 18 procedure aperte contro le Ong non c'è ad oggi nessuna condanna ma 5 archiviazioni, che delle 11 navi sequestrate 9 sono state dissequestrate, 2 hanno avuto multe esorbitanti da 300.000 euro per non adempienza ad alcune norme di sicurezza.
Particolarmente significativo di questa patologica continuità non solo di scelte, ma anche di alibi è stato a mio parere il Decreto interministeriale firmato all'inizio di aprile, in piena emergenza Covid, dai ministri De Micheli (Infrastrutture e Trasporti), Di Maio (Affari Esteri), Lamorgese (Interno) e Speranza (Salute) per il ministero della Salute. Il decreto stabilisce che, a causa dell'emergenza Covid, quelli italiani non si sarebbero più dovuti considerare porti sicuri (quali altri, allora, nel Mediterraneo?) e dunque non si sarebbe potuto autorizzare l'approdo per "unità navali battenti bandiera straniera" per "i casi di soccorso effettuati al di fuori dell'area Sar italiana".
Fermo restando l'esigenza di procedere anche con i richiedenti asilo a controlli e misure di sorveglianza sanitaria utilizzate per tutta la popolazione, che senso ha dichiarare non sicuri i porti italiani esclusivamente per i naufraghi raccolti da navi straniere? I porti diventano sicuri o non sicuri a seconda della nazionalità dell'imbarcazione che chiede di approdare e del suo "contenuto umano"?
La ragione di questo contorsionismo giuridico è terra terra: impedire l'attività delle poche Ong rimaste nel Mediterraneo nel pieno della pandemia. Ma la cosa politicamente più significativa è che questo latinorum riecheggia perfettamente la retorica e lo stile salviniano: l'accusa alle Ong straniere di attentare alla sicurezza italiana e l'utilizzo di argomenti burocratici risibili per giustificare la discriminazione delle navi "straniere".
D'altra parte, a orchestrare la polemica contro le Ong e contro i cosiddetti taxi del mare era stato proprio il Movimento 5Stelle che si tiene stretta l'eredità di una politica stupidamente "cattivista", che rende contraddittori i tentativi italiani di rivedere le regole di Dublino e soprattutto di prevedere una riforma del diritto d'asilo nell'Ue che superi il criterio del Paese di primo ingresso, avanzata anche ieri dalla ministra Lamorgese ai suoi omologhi europei.
È possibile richiedere e esigere solidarietà a fronte di un atteggiamento coerente con questa richiesta. Il problema della coerenza nei rapporti con l'Ue per il Governo Conte II è un problema generale, ma né sull'asilo, né sui sostegni alla ripartenza economica post Covid, si può pretendere di ottenere una solidarietà, che anziché essere un riconoscimento di ruolo e di potere alle istituzioni europee, suoni come un cedimento altrui alle nostre pretese nazionaliste.
Sullo sfondo di tutto questo rimane il rapporto con la Libia per il contrasto del fenomeno della immigrazione clandestina, che nonostante ipotesi di emendamento e rinegoziazione rimane in piedi, malgrado a non essere più politicamente in piedi siano gli interlocutori libici dell'Italia e malgrado non sia stato in alcun modo risolto il problema della cooperazione con autorità che hanno un doppio volto: di terminali di organizzazioni criminali e, allo stesso tempo, di espressione di poteri locali.
Mentre il M5S rivendica a proprio merito la continuità della politica sull'immigrazione, le forze politiche come il Pd, che rischiano di subire elettoralmente il prezzo di questa continuità, proseguono ormai da quasi un anno a promettere cambiamenti che non arrivano mai, ma che continuano a essere promessi.
Al di là delle difficoltà interne alle forze politiche, che il piano della discussione su questi temi sia parallelo a quello della realtà e quindi destinato a non incontrarlo mai rende sinistramente dissociato il rapporto tra la politica e il governo, in un perenne gioco delle parti tra maggioranza e opposizione. Una sorta di gattopardismo all'incontrario, in cui anziché cambiare tutto perché nulla cambi, non si cambia nulla perché ogni cambiamento possa continuare a essere promesso a suggello di un patto futuro.
Per realizzare un'inversione di rotta, piuttosto che continuare con le promesse, bisognerebbe riprendere e tirare fino alle logiche conseguenze il "filo" rappresentato dal provvedimento di parziale regolarizzazione dei lavoratori stranieri, fortemente voluto dalla ministra Bellanova e favorito da una vera e propria emergenza nel settore agricolo.
Quel provvedimento non rappresenta solo un primo passo avanti nella direzione giusta, ma anche una implicita denuncia della insostenibilità di un sistema di flussi, che non sono in grado di assicurare legalmente la forza lavoro richiesta dall'economia e dalle famiglie italiane.
Il modo migliore per dare ad esso seguito sarebbe riprendere rapidamente l'esame della proposta di legge di iniziativa popolare "Ero straniero", per una riforma complessiva della normativa sull'immigrazione, promossa da una ampia coalizione di forze politiche e sociali e parcheggiata da troppo tempo presso la Commissione Affari Costituzionali di Montecitorio con relatore Riccardo Magi.
di Marco Damilano
L'Espresso, 7 giugno 2020
Le tensioni sociali innescate dalla crisi sono sul punto di esplodere. In italia è pronta a sfruttarle una destra di piazza e incendiaria. Negli Usa chi le alimenta è il presidente che punta sulla rottura.
Siamo alla vigilia di una bomba sociale che sta per esplodere. Ce lo dicono tanti segnali: episodi di microcriminalità non segnalati sulla stampa, una rete pronta a muoversi per intercettare il malcontento e la rabbia, molto distante dalla protesta civile per quello che non va, ma qualcosa di molto distruttivo. I movimenti dei gilet arancioni, affidati a un personaggio folcloristico come un grottesco ma evidentemente ricco di risorse ex generale dei carabinieri, sono soltanto diversivi che servono a distrarre l'opinione pubblica. Mentre qualcosa si muove a livello sotterraneo. E la nostra intelligence da anni è addestrata a fronteggiare e prevenire il terrorismo islamico, ma è molto più impreparata sul fronte interno, collegato con una rete neo-nazista internazionale.
La persona che parla è un uomo delle istituzioni, abituato per professione a decifrare da decenni i segnali in codice che arrivano dalla criminalità mafiosa, allergico alle facili preoccupazioni e ai proclami lanciati in pubblico per fare un titolo giornalistico, e infatti anche in questo caso preferisce non apparire. Ma le sue analisi sono più che preoccupanti, anche perché arrivano alla vigilia della settimana più calda del dopo-emergenza.
Il 3 giugno l'Italia ha riaperto ufficialmente pure le frontiere fittizie tra le regioni, ma non è stato un momento allegro. Il giorno prima, festa della Repubblica, il cuore di Roma è stato invaso, di mattina e di pomeriggio, dal centro-destra ufficiale e parlamentare e dalla nuova estrema destra arancione, in attesa della manifestazione degli ultras di sabato 5 giugno. Mentre le città americane sono in fiamme per la rivolta dei neri seguita al brutale assassinio di George Floyd di una settimana fa per mano della polizia.
Sono eventi in apparenza associati soltanto dal calendario. Ma danno il segno di quanto sta accadendo in questo difficilissimo post-covid. In Italia, dopo le settimane del lockdown caratterizzate dall'affidamento docile, forse fin troppo, alle autorità di governo e di pubblica sicurezza, il tessuto sociale e civile torna a rivelarsi per quello che era prima del 21 febbraio. Un sistema politico che cammina su una lastra sottilissima, sempre in procinto di spezzarsi. Partiti che "non esistono più", compreso l'unico partito tradizionale sopravvissuto, il Pd, come ha detto il suo stesso padre nobile Romano Prodi.
La fiducia nelle istituzioni che torna a calare, la magistratura percorsa da una guerra intestina con motivazioni in linea con questi tempi mediocri, caratterizzati dall'unica prospettiva del successo facile e immediato, come dimostra il caso di Luca Palamara.
Di nuovo, dopo tre mesi di auto-isolamento, paura e oltre trentatremila morti, c'è la disperazione sociale fotografata dal governatore di Banca d'Italia Ignazio Visco. Una miscela esplosiva pronta a essere agitata per infiammare il Paese dagli incendiari di professione, i gruppi neo-fascisti e neo-nazisti che avevano cominciato ad alimentare la tensione prima del contagio e che ora sono rinforzati dalla disoccupazione, i negozi che chiudono, i licenziamenti in arrivo. In tutta Italia, soprattutto si moltiplicano gli allarmi di sindaci e di amministratori, i più sensibili, i più attenti a cogliere i messaggi impliciti nelle manifestazioni di protesta.
Nelle piazze delle province emiliane o lombarde più colpite dalla doppia crisi sanitaria e economica, impreparate a trasformarsi in un pugno di settimane da centri della crescita e del benessere a territori simili alle aree interne care a economisti come Fabrizio Barca, in bilico tra progresso e arretratezza. Da settimane spuntano sigle di protesta anti-istituzionale che si fa forza dell'impoverimento collettivo: Risorgi Italia, Rialzati Italia.
Giuste rivendicazioni, la rabbia per esempio dei ristoratori riuniti attorno al movimento Horeca, si confondono con lo sciopero fiscale, i movimenti contro i nemici della Nazione, la marcia degli ultras. Un Fronte di cui si scorge visibile una trama, anche se manca, per ora, l'imprenditore politico pronto a cogliere tutto quanto seminato. Ma si riconosce in filigrana la strategia della destra italiana e europea, da circa un secolo a questa parte: qualcuno accende il fuoco, qualcun altro si candiderà a spegnerlo.
È la storia della Francia di questi anni con i gilet gialli che hanno devastato per mesi Parigi un anno fa e furono corteggiati da quel Luigi Di Maio che invece in questa settimana ha incontrato a Roma il ministro degli Esteri francese Jean-Yves Le Drian, ma anche della Germania, dove esattamente un anno fa, il 2 giugno 2019, un estremista di destra uccise il democristiano Walter Lübcke, sostenitore della politica di apertura ai rifugiati di Angela Merkel, un giovane neonazista ha assaltato la sinagoga di Halle, un altro lupo solitario neo-nazista ha provocato una strage (undici morti) a Hanau, il giorno prima che in Italia cominciasse l'emergenza coronavirus.
È un ricatto della paura che passa per il negazionismo (dello sterminio degli ebrei o della pandemia), perché per ideologi e militanti il sistema che tiene in pugno i popoli mente per definizione, individua un nemico da sterilizzare (lo straniero invasore oppure, per un capovolgimento della realtà, i giornalisti che indossano la mascherina), affida a qualcuno il compito di riportare l'ordine.
È quanto sta accadendo nel cuore della democrazia occidentale. Negli Stati Uniti il capo degli incendiari brandisce in modo blasfemo la Bibbia e il fucile, dichiara guerra agli Antifa, ai governatori democratici e a un pezzo consistente dei cittadini ed è il vertice della Nazione, il presidente degli Stati Uniti in cerca di una rielezione più difficile di quanto si aspettasse, Donald Trump.
Dal bunker il capo della Casa Bianca lancia la sua istigazione alla violenza in un Paese che non bruciava così dal 1968, porta l'America alla rottura (Paul Krugman), come avvenuto in altri momenti della storia, nel grande Paese che è la patria della democrazia e della libertà, ma è percorso fin dalla fondazione dai loro opposti, il razzismo, lo schiavismo, la discriminazione per il colore della pelle o per motivi di genere, come dimostra Jill Lepore nel suo voluminoso racconto appena pubblicato in Italia ("Queste verità", Rizzoli).
La destra punta a spezzare, rompere, lacerare, sia nella sua versione di piazza fetida e mascalzona, come quella italiana, sia in quella che si traveste da populista e occupa i vertici della forza pubblica e economica, come quella americana. E poi si propone di ricostruire, dopo aver distrutto la possibilità di convivenza civile e di uscita solidale dalla crisi drammatica in cui siamo immersi in tutto l'Occidente. Per questo diventa ancora più urgente una ricostruzione non astratta, di carne e di sangue, di riforme che agiscano nel corpo vivo delle persone con i loro bisogni e le loro attese, una ricomposizione attenta e paziente, anche se non lenta, perché di lentezza e di cavilli si muore e anche di astratte fasi costituenti, come quella che vagheggiano il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il suo predecessore Silvio Berlusconi, ma anche il segretario del Pd Nicola Zingaretti.
Non si ricostruisce che sulle macerie, certamente, ma va evitato che questi impegni siano soltanto la pura anteprima dell'ennesima manovra di Palazzo, magari un governo Conte tre allargato a Forza Italia che isoli la destra politica ma che non servirebbe a isolare la destra nella società. Nello spirito di verità e di coraggio richiesto dall'istituzione ancora capace di parlare al Paese e dalla persona che le dà autorevolezza e prestigio, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Il destino comune, l'unità morale, sono le parole antidoto al virus dell'odio e della rottura democratica, che arrivano da Codogno, la città lombarda da cui è partito tutto.
Il silenzio e il vuoto delle piazze e delle strade di quelle settimane in cui l'Italia è apparsa unita sono già dimenticati, le stesse vie sono di nuovo percorse dagli apprendisti stregoni di ieri e di sempre. Per questo l'unità morale di Mattarella è oggi il contrario di un indistinto approdo tecnico, del trasformismo, dell'embrassons nous. È un ambizioso programma, un manifesto politico. Che attende interpreti all'altezza.
di Vittorio Malagutti
L'Espresso, 7 giugno 2020
A quasi tre anni dalla morte della giornalista Daphne Caruana Galizia, le riforme promesse dal governo ancora non si vedono. E il premier Abela è già in difficoltà, tra nuovi scandali e le imbarazzanti rivelazioni sul mancato soccorso dei barconi provenienti dalla Libia.
I migranti respinti in Libia e quelli morti in mare. I rapporti ambigui con la Cina. Gli intrecci tra criminalità, politica e giustizia. Il nuovo che avanza a Malta appare sempre più simile a quel passato di malaffare e corruzione che il nuovo governo dell'isola, in carica dall'inizio dell'anno, afferma di voler cancellare. Per capire se qualcosa sta davvero cambiando nello Stato più piccolo dell'Unione Europea, un Paese in posizione strategica di fonte alle coste africane, da sempre crocevia nei traffici di armi, denaro e uomini, conviene partire da una notizia di una ventina di giorni fa, passata inosservata in Italia. Charles Mercieca, un giovane avvocato in forze all'ufficio del procuratore generale di Malta, ha rassegnato le dimissioni per passare al pool di difesa di Yorgen Fenech, l'uomo d'affari sotto processo come mandante dell'omicidio della giornalista Daphne Caruana Galizia, uccisa da un'auto bomba il 16 ottobre del 2017.
Tre presunti killer in carcere. Un possibile mandante. Ma, due anni dopo l'omicidio della giornalista, il governo di Malta copre ancora le complicità politiche
Mercieca nega di essersi mai occupato dell'inchiesta sull'assassinio quando lavorava per la pubblica accusa, ma il suo sorprendente cambio di casacca ha fatto comunque rumore nell'isola. Il ministro della Giustizia, Edward Zammit Lewis ha commissionato un'indagine interna sul caso, dopo che anche la famiglia Caruana Galizia ha denunciato la violazione del codice di condotta degli avvocati. In un Paese dove da sempre il potere giudiziario è alle dipendenze della politica non è certo la prima volta che un magistrato passa dall'altra parte della barricata e trova un impiego in uno studio legale. Sono i tempi e i modi del passaggio a creare imbarazzo nel governo guidato dal laburista Robert Abela, 42 anni, presentato all'opinione pubblica come il volto pulito della politica maltese.
Abela, figlio di un ex presidente della Repubblica, si è fatto carico l'impegnativa missione di far dimenticare il suo predecessore e compagno di partito Joseph Muscat, travolto a gennaio dallo scandalo di corruzione e soldi offshore dentro il suo governo, uno scandalo a suo tempo denunciato da Caruana Galizia. Grazie alle inchieste della giornalista assassinata si scoprì che Fenech, ora a processo per l'omicidio, era il titolare di una società di Dubai da cui erano partiti due milioni di dollari destinati ad altre due sigle offshore di Panama. I beneficiari finali del pagamento erano l'allora ministro Konrad Mizzi e Keith Schembri, capo di gabinetto di Muscat.
A dicembre dell'anno scorso, una risoluzione del Parlamento europeo aveva espresso seri dubbi sulla credibilità delle indagini sulla morte di Caruana Galizia. E adesso, a sei mesi di distanza, dopo il cambio della guardia al vertice della politica locale, il nuovo governo non può permettersi nuovi passi falsi in quello che appare il banco di prova più importante per riconquistare credibilità internazionale. Una rimonta che appare quantomeno complicata, se si considera, per fare un esempio, che il già citato Mizzi, figura centrale nel caso Caruana Galizia, si è finora sottratto alle indagini perché da metà marzo vive Londra. Il ritorno in patria sarebbe impossibile per non meglio precisati "motivi di salute". La giustificazione dell'ex ministro è stata accolta a La Valletta con una qualche ironia visto che a differenza della Gran Bretagna, ancora in piena tempesta Covid, Malta ha ormai superato l'epidemia di coronavirus con soli sei morti e 600 casi su una popolazione di 500 mila abitanti.
Senza troppi di giri di parole, i parlamentari del Partito Nazionalista, all'opposizione, hanno accusato Abela di aver concesso un salvacondotto a Mizzi, legatissimo a Muscat. Accuse respinte dal premier, che però proprio in questi giorni è costretto a difendersi anche in un altro caso dai delicati risvolti internazionali. A Malta il giudice Joe Mifsud sta indagando sul respingimento illegale in Libia di un barcone di migranti e il capo del governo potrebbe essere chiamato in tribunale a giustificare il mancato soccorso da parte delle Forze armate. Lo scorso aprile, subito dopo Pasqua, le autorità di La Valletta si sono infatti servite di un'imbarcazione privata per raccogliere una cinquantina di disperati in fuga e riportarli a Tripoli tra le braccia dei loro aguzzini. Cinque di loro non ce l'hanno fatta: sono morti nel viaggio di ritorno verso la Libia, mentre altri sette sono annegati prima dell'intervento dei soccorritori. In un secondo caso, come documentato dalle inchieste del quotidiano Avvenire, una nave militare maltese l'11 aprile ha intercettato un gommone carico di migranti, almeno un centinaio, e invece di portarli al sicuro li ha riforniti di carburante e di un motore nuovo indirizzandoli verso l'Italia, dove sono poi sbarcati nel porto siciliano di Pozzallo. L'intervento della Marina di La Valletta, così come è stato documentato negli articoli pubblicati da Avvenire, rappresenta una violazione palese degli accordi e delle convenzioni internazionali e rischia seriamente di guastare le relazioni con Roma e con l'Unione europea.
La posizione di Abela si è fatta ancora più imbarazzante da quando è emerso che le operazioni di respingimento segnate dalla morte di 12 migranti sono state affidate a Neville Gafà, che ha confermato sotto giuramento di aver eseguito le disposizioni del capo del governo. Gafà, accreditato di ottimi rapporti con le autorità di Tripoli, è un nome noto alle cronache maltesi per la sua amicizia con Schembri, già capo di gabinetto dell'ex premier Muscat coinvolto insieme a Mizzi nello scandalo dei pagamenti offshore che ha portato alla caduta del precedente governo. In altre parole, un uomo dal passato ingombrante tira in ballo il capo dell'esecutivo di La Valletta in un'operazione palesemente illegale. Dall'Unione Europea per il momento è arrivata solo una vaga esortazione ai Paesi membri perché "continuino a lavorare gli uni con gli altri". Il credito di Abela verso Bruxelles non è però illimitato e le ultime capriole del governo non fanno che aumentare la diffidenza verso il presunto nuovo corso della politica maltese.
La posizione geografica della piccola isola ne fa la piattaforma ideale per ogni sorta di traffico tra Africa ed Europa. Commercio di uomini, i migranti abbandonati in mare dagli scafisti, ma anche di armi destinate a rifornire le milizie che si combattono in Libia. A fine aprile il Times of Malta, il principale quotidiano del Paese, ha rivelato che i servizi di intelligence locali stanno indagando su società maltesi e straniere sospettate di lavorare per conto di Khalifa Haftar, il generale che guida le forze ostili al governo di Tripoli. Non è una sorpresa, allora, se sul piccolo Stato si concentrano le attenzioni delle potenze che puntano a rafforzare la loro posizione nel Mediterraneo ai danni dei tradizionali alleati europei, dalla Gran Bretagna (Malta fa parte del Commonwealth) all'Italia.
Come hanno dimostrato le inchieste del consorzio giornalistico Eic (European investigative collaborations) di cui L'Espresso fa parte, passano da La Valletta gli affari della cerchia di parenti e favoriti di Recep Erdogan, il presidente della Turchia. E poi c'è la Cina, che negli ultimi anni si è fatta largo a suon di investimenti. Merito del governo di Muscat, che ha dato via libera a Pechino anche in settori strategici come l'energia e le telecomunicazioni. E così nel 2014 la cinese Shanghai Electric ha comprato per 100 milioni di euro il 33 per cento di Enemalta, l'ex monopolista pubblico dell'elettricità, a cui vanno aggiunti altri 150 milioni per una centrale. È sbarcata a Malta anche Huawei, la multinazionale delle tlc messa al bando negli Usa dall'amministrazione Trump che la considera una sorta di centrale dello spionaggio al servizio del regime cinese.
Il governo di La Valletta, invece, non solo si è affidato al partner di Pechino per la sperimentazione della tecnologia 5G, ma ha siglato con Huawei anche un contratto milionario per installare un sistema di videosorveglianza con riconoscimento facciale nelle principali località dell'isola. Vengono dalla Cina anche svariate decine (non esistono statistiche aggiornate in merito) di uomini d'affari che negli anni scorsi hanno ottenuto il passaporto maltese, quindi con libero transito negli Stati dell'Unione europea, grazie a uno specifico programma avviato dal governo Muscat per attirare capitali sull'isola. Un programma criticato da Bruxelles perché non prevede i controlli giudicati indispensabili per sbarrare la strada a criminali e riciclatori di denaro.
Al momento il governo Abela non sembra intenzionato a correggere il tiro sulla questione della "cittadinanza facile". E non ci sono novità in vista neppure per la costruzione di una nuova grande (20 mila metri quadrati) ambasciata di Pechino nella località di Pembroke, a pochi chilometri dalla capitale, nonostante le proteste dei residenti contro un cantiere che spazzerebbe via una delle poche aree verdi della zona. Nulla cambia, per il momento, nonostante le ombre di un passato imbarazzante. Gli accordi con Huawei e Shanghai Electric sono stati infatti siglati grazie al decisivo intervento di Sai Ling, una mediatrice di nazionalità cinese. Non proprio un personaggio qualunque, visto che è la moglie di Mizzi, l'ex fedelissimo di Muscat con società personale a Panama. Mizzi all'epoca era ministro dell'Energia, quindi direttamente coinvolto in quegli affari. Fu Daphne Caruana Galizia puntare il dito per prima contro Ling, pagata 13 mila dollari al mese come console generale a Pechino. Un altro scoop caduto nel vuoto.
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