di Giuseppe Sarcina
Corriere della Sera, 9 giugno 2020
Un sondaggio: per due americani su tre più pericolosi loro dei disordini. A Washington compare la scritta: "Tagliate i fondi". Trump ordina il ritiro della Guardia Nazionale. Sull'asfalto della 16esima strada, di fronte alla Casa Bianca, gli attivisti hanno verniciato la frase "Defund the Police", togliete i fondi alla Polizia, con gli stessi caratteri cubitali gialli usati per l'altra scritta "Black Lives Matter", autorizzata dalla sindaca di Washington, Muriel Bowser.
In due settimane la protesta contro gli agenti di Minneapolis, responsabili secondo la Procura della morte di George Floyd, si è trasformata in un atto di accusa nei confronti della polizia in generale. E proprio dalla città del Minnesota arriva una prima vittoria della protesta: il consiglio comunale di Minneapolis ha approvato il via a un taglio dei fondi e a un processo di smantellamento del dipartimento di polizia, con "l'obiettivo di riformarlo e di ricostruire insieme a tutta la nostra comunità un nuovo modello di sicurezza pubblica che davvero garantisca la sicurezza di tutti".
Il Wall Street Journal pubblica un sondaggio che riflette gli umori negli Stati Uniti: due terzi degli americani sono preoccupati più per gli atteggiamenti violenti delle forze dell'ordine che per le distruzioni notturne di vandali e saccheggiatori. La diffidenza verso i tutori della legge è soverchiante tra gli elettori democratici (81%) ed è solo leggermente minoritaria tra i repubblicani (48%). Inoltre addirittura l'80% degli interpellati ritiene che il Paese stia finendo "fuori controllo".
Ma è fondamentale notare che l'opinione pubblica non mette tutto ciò solo sul conto di Donald Trump. Il tasso di gradimento del presidente si attesta al 45%, solo un punto meno di aprile. Ieri Trump ha annunciato che i circa quattromila militari della Guardia Nazionale, mobilitati per vigilare sulle marce nel fine settimana, potranno tornare a casa. Il leader americano, poi ha attaccato Joe Biden, ritwittando una foto del suo avversario mentre si inginocchia per rendere omaggio alla memoria di Floyd: "I leader guidano, i codardi si inginocchiano".
In realtà la crisi di credibilità della polizia chiama in causa in primo luogo i sindaci. Giovedì scorso, 4 giugno, un editoriale firmato dal board del New York Times invitava Bill de Blasio "ad aprire gli occhi": la polizia della Grande Mela "è fuori controllo". Nei giorni successivi alla morte di Floyd, le reazioni violente e fuori bersaglio degli agenti si sono moltiplicate in modo inquietante. Da Minneapolis ad Atlanta e a New York appunto, fino ad arrivare al video di Buffalo, quello con l'anziano spinto malamente a terra. Barack Obama ha invitato gli amministratori locali a rivedere le regole che disciplinano il Dipartimento di Polizia.
È un appello in casa, visto che alla guida delle metropoli più esposte ci sono politici democratici. Il sindaco di Minneapolis, Jacob Frey, ha annunciato l'abolizione del chokehold, lo strangolamento, una delle tecniche utilizzabili della polizia per immobilizzare un "sospetto". Un intervento giudicato tardivo, tanto che sabato Frey è stato fischiato dai suoi concittadini scesi in piazza.
di Caterina Musatti
riforma.it, 9 giugno 2020
Considerazioni da New York fra Covid e proteste per l'omicidio di George Floyd. Sono giorni che manifestazioni spontanee sfilano in questo o quel quartiere di New York, e in decine di altre città americane, per protestare contro la violenza istituzionale che da sempre si abbatte sulla comunità afroamericana e per ricordare tutti i neri uccisi per mano della polizia statunitense.
In bicicletta verso Central Park, ecco quindi che sento le voci, e poi vedo, migliaia di giovani neri, bianchi, latinos, asiatici. Vogliono giustizia e la vogliono ora. E come non condividere questa richiesta? Una intera comunità si sente tenuta a terra con un ginocchio sulla gola e non può respirare, come George Floyd l'uomo ucciso così a Minneapolis, il 25 maggio da un poliziotto. Ma quest'anno non è un anno normale.
Le settimane passate le abbiamo spese chiusi in casa, separati dai nostri amici, familiari, colleghi, studenti. Il mondo tutto è alle prese con un'epidemia che solo nell'area metropolitana di New York ha già ucciso più di 40.000 persone. E per contenere il virus, abbiamo fermato, per la prima volta nella storia americana, ampie porzioni dell'economia creando una recessione seconda solo a quella degli anni 30. Quaranta milioni di americani hanno perso il lavoro e chiesto il sussidio di disoccupazione. Milioni di famiglie e di piccole imprese questo mese non sanno come pagare l'affitto.
Vicino a me vedo, anche lui in bicicletta, un uomo in camice da infermiere e gli chiedo: "Ma lei che lavora in ospedale non si preoccupa che queste manifestazioni facciano riprendere l'epidemia?". Ma, calmo mi risponde che è troppo tardi, che questi giovani non li si può più fermare. Che si preoccupa per loro, ma devono poter protestare.
E, lo incalzo io, non è tanto per loro che ci si deve preoccupare, sono ventenni e trentenni probabilmente non si ammaleranno, ma è per le loro comunità, i loro anziani, genitori e nonni. Perché la disuguaglianza americana si è manifestata anche così con le comunità nera e latina in cui pochi svolgono lavori che si possono fare "da remoto", comunità colpite più duramente sia dalla disoccupazione sia da casi gravi di Covid19.
E invece l'infermiere è proprio per i ventenni che si preoccupa, come incapace di comprendere appieno la natura infida di questa pandemia che resta silente finché il contagio si muove tra persone giovani e sane per poi esplodere quando raggiunge i più deboli, i malati e gli anziani. Eppure ogni sera alle sette, i newyorchesi applaudono e fanno il tifo per i medici e gli ospedalieri, ma anche per loro stessi tutti, che con disciplina sono riusciti a frenare il virus.
L'infermiere però ha ragione. Le manifestazioni non solo non si possono fermare ma, sono convinta, non si devono fermare. Malgrado, il Covid19 che ancora ci minaccia. Malgrado si fosse vicini a riaprire i cantieri e qualche negozio ridando lavoro, già solo in città a più di trecentomila persone. Malgrado anche gli episodi di violento vandalismo e saccheggio che si sono diffusi a macchia d'olio usando le proteste come scusa e copertura.
Sotto le nostre finestre abbiamo visto decine di ragazzetti che spaccavano vetrine con mazze da baseball e accette da pompiere per portarsi via un paio di occhiali neri, un cellulare, o un paio di scarpe e le loro azioni così violente e gratuite facevano paura. Ora la città, già piegata economicamente, è anche coperta di legno compensato e molti negozianti ora sono un passo più vicini alla bancarotta.
Ma è da qui che parte una importante considerazione. Perché di sera la polizia non ha fermato vandali e ladri. C'era in massa, camionette su camionette, le luci lampeggianti qualche isolato più a nord. Ma ha lasciato fare. Tuttavia, qualche ora più tardi, a Brooklyn ha accerchiato, picchiato, e arrestato i pacifici manifestanti.
Queste sono forze dell'ordine che hanno perso ogni direzione morale. Invece di proteggere i cittadini proteggono e difendono i loro membri razzisti e violenti. Invece di garantire il diritto costituzionale di libertà di parola arrestano i manifestanti e lasciano andare liberi i ladri. Ha dunque ragione chi chiede cambiamenti radicali. Tutti i paesi del mondo hanno corpi di polizia, ma questi non hanno bisogno di essere pericolosi eserciti interni percepiti dai neri come temibili forze di occupazione. Penso ai miei genitori, cresciuti durante l'occupazione tedesca e alle regole di sicurezza che i miei nonni insegnarono loro perché potessero andare e tornare da scuola e giocare liberi malgrado i soldati stranieri. Come si può vivere in un paese dove i genitori neri sentono di dover fare lo stesso con i loro figli per assicurarsi che non vengano uccisi dalla polizia?
E mentre scrivo, oggi è domenica 7, migliaia di persone sfilano sotto le mie finestre. Black lives matter! E io mi aggiungo a loro. Certamente la vita di ogni donna o uomo conta. E senza giustizia per ogni creatura del Signore, che pace potrà mai esserci?
di Marco Ansaldo
La Repubblica, 9 giugno 2020
Muyesser Yildiz e Ismail Dukel, esperti di affari militari. Si inasprisce la stretta del Sultano sulla stampa. In poco meno di un mese sono già 12 i reporter finiti in manette. La stretta di Erdogan sulla stampa non si allenta. Anzi, diventa più soffocante dopo l'arresto di altri due giornalisti turchi, messi ora dentro con l'accusa non più di "legami con il terrorismo" bensì di "spionaggio". Arrivano così in totale a 12 i reporter in manette in Turchia nel giro di meno di un mese. Con loro, adesso, vengono però arrestate anche le fonti: in questo caso gli ufficiali che parlano con i cronisti, come avvenuto nell'ultimo fermo, quello di una opinionista esperta di questioni militari.
Muyesser Yildiz è una giornalista nota in Turchia per essere specializzata nel seguire le forze armate, argomento da sempre di enorme presa sull'opinione pubblica, vista l'importanza che i militari rivestono nella Repubblica di Turchia, dove hanno fatto il bello e il cattivo tempo da cento anni a questa parte, golpe compresi, quando fu fondata nel 1923.
Il dipartimento antiterrorismo di Ankara le ha ora messo le manette per "avere svelato segreti politici e militari" riguardanti l'intervento dell'esercito in Libia, dove i soldati turchi stanno decisamente voltando le sorti della guerra sostenendo il governo del premier Fayez al Serraj, e oggi inseguono addirittura verso Sirte i ribelli cirenaici guidati dal generale Khalifa Haftar. Il suo media è OdaTV, un sito della sinistra antigovernativa. Yildiz è accusata di avere parlato al telefono con un membro delle forze armate turche, anch'egli arrestato, sui piani militari riguardanti Tripoli.
Già lo scorso marzo due reporter di OdaTV erano stati fermati e rischiano fino a nove anni di prigione per avere scritto un articolo sul funerale di un presunto agente dei servizi segreti ucciso in Libia. Nel 2011 Muyesser Yildiz era stata in carcere per oltre un anno, con l'accusa di "terrorismo e diffusione di documenti segreti" dell'allora piano militare chiamato "Ergenekon" volto a provocare un colpo di Stato.
Ma nella capitale turca le manette sono scattate anche per Ismail Dukel, corrispondente di Tele1 TV. Le accuse riguarderebbero anche il coinvolgimento militare turco in Siria. Solo pochi giorni fa al Serraj era andato ad Ankara per un incontro ufficiale con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan. I due reporter sono interrogati in queste ore dagli agenti delle unità antiterrorismo della polizia.
In Turchia il clima verso la stampa indipendente è peggiore che mai. L'arresto nelle ultime settimane di almeno una dozzina di giornalisti, molti dei quali accusati di "spionaggio di segreti politici e militari", riaccende così i riflettori sul Paese con il più alto numero al mondo di reporter in carcere, stimabili per alcune fonti in un numero difficilmente identificabile, ma fra i 100 e i 150. Il direttore di Tele1 TV, Merdan Yanardag, parla di un tentativo delle autorità di ''dare un ultimatum ai media''. L'organizzazione Reporters sans frontieres pone la Turchia al 157esimo posto su 180, nell'indice di libertà di stampa.
Quello che ancora più colpisce, nelle ultime ore, non è solo l'arresto dei giornalisti, ma persino di quelle che possono apparire come le loro fonti. Così è nel caso di Muyesser Yildiz, dove il militare con cui aveva parlato è anch'egli finito in manette. Nei giorni scorsi a Istanbul è stato inoltre arrestato di nuovo Enis Berberoglu, ex commentatore e poi vice presidente del Partito repubblicano, considerato dal governo conservatore come la fonte dello scoop fatto nel 2017 dal direttore di Cumhuriyet, Can Dundar, sul passaggio di armi turche alla Siria protette dai servizi di intelligence di Ankara. Dundar, che non rivelò mai il nome della propria fonte, si fece quasi cento giorni di carcere prima di essere liberato da un tribunale e fuggire in esilio in Germania. Il deputato Berberoglu passò quasi un anno in cella, prima di tornare libero. La settimana scorsa è stato di nuovo arrestato, e nelle ultime ore rilasciato solo per via delle nuove norme carcerarie sul Covid-19 che prevedono gli arresti domiciliari. Così è avvenuto per lui. Ma altri due reporter curdi fermati lo stesso giorno rimangono tuttora in cella. Assieme ad almeno un centinaio di giornalisti.
askanews.it, 8 giugno 2020
"La cosa sconvolgente è il fatto che sia stato nominato Basentini al Dap e che Bonafede ci abbia messo troppo per cacciarlo". Così Matteo Renzi, a Non è l'Arena, su La7. Per Renzi "adesso qualcuno dovrebbe farsi delle domande su quella vicenda di Tempa Rossa".
"Il vero merito di Basentini agli occhi di quella maggioranza era stata aver fatto un'inchiesta assurda, un'inchiesta fuffa, sulla vicenda Tempa Rossa, una procura che ha interrogato metà del governo di allora, grandissimo dispiego di forze, interrogatori nella sede dei ministeri", ha proseguito Renzi.
di Angela Stella
Il Riformista, 8 giugno 2020
La ripresa dell'attività giudiziaria in questa nuova fase è stata al centro del tavolo convocato ieri dal Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede con le delegazioni delle rappresentanze forensi - Unione delle Camere Penali Italiane, Aiga, Ocf, Unione delle Camere Civili, Cnf. Da mesi gli avvocati stanno denunciando la totale paralisi del loro lavoro, con rinvio delle udienze nel 2021, e con danni per la macchina della giustizia, e una conseguente negazione dei diritti ai cittadini.
Il Dubbio, 8 giugno 2020
Il consigliere del Csm sullo scandalo Palamara: "Spettacolo avvilente, le correnti devono fare un passo indietro". "Oggi assistiamo ad uno spettacolo avvilente di relazioni di potere all'interno della magistratura. Sono anni che lanciamo un grido d'allarme". È quanto ha detto il magistrato e componente del Csm Giuseppe Cascini, alla trasmissione di Lucia Annunziata su Rai Tre, intervenendo sul "caso Palamara".
di Valentina Maglione e Bianca Lucia Mazzei
Il Sole 24 Ore, 8 giugno 2020
Il periodo di lockdown e la lenta ripresa dell'attività giudiziaria allungherà i tempi dei processi che riguardano soprattutto i reati ritenuti meno gravi, ma che provocano un maggiore allarme sociale: le cause in materia di droga, furti, risse e incidenti stradali sono quelle che più stanno risentendo dei rinvii e per cui l'arretrato rischia di aumentare. Si tratta di un settore della giustizia già in sofferenza prima dell'epidemia: in 10 anni, dal 2010 al 2019, le cause pendenti del rito monocratico (in cui la decisione spetta a un solo giudice) sono cresciute del 42 per cento. Una situazione che può diventare esplosiva per l'impatto delle misure di contenimento del Covid-19. E, con l'allungarsi dei tempi, cresce il rischio di prescrizione.
di Pietro Alessio Palumbo
Il Sole 24 Ore, 8 giugno 2020
Cassazione - Sezione V penale - Sentenza 12 maggio 2020 n. 14685. In caso di lesioni personali cagionate durante una competizione sportiva, non sussistono i presupposti di applicabilità della scriminante sportiva: a) quando si constati assenza di collegamento funzionale tra l'evento lesivo e la competizione sportiva; b) quando la violenza esercitata risulti sproporzionata in relazione alle concrete caratteristiche del gioco e alla natura e rilevanza dello stesso; c) quando la finalità lesiva costituisce prevalente spinta all'azione, anche ove non consti, in tal caso, alcuna violazione delle regole dell'attività.
Con la sentenza n. 14685/2020 la Corte di cassazione chiarisce che mentre la condotta lesiva va ritenuta esente da sanzione penale allorché sia finalisticamente inserita nel contesto dell'attività sportiva, ricorre, al contrario, l'ipotesi di lesioni volontarie qualora la gara sia soltanto la "occasione" della condotta violenta mirata alla persona dell'antagonista.
I fatti della vicenda: il pugno a gioco fermo - Secondo la dichiarazione della persona offesa, durante un incontro di calcio l'imputato le aveva sferrato un pugno seguito da un colpo sul braccio, mentre il gioco era fermo, in quanto le squadre erano in attesa di una punizione. La persona offesa aveva inoltre specificato che egli stava semplicemente ponendo in essere una marcatura dell'avversario, nell'intento di proteggere la propria porta, essendo il calcio di punizione in favore della squadra avversaria.
La versione dei fatti era confermata da cinque testimoni. Tribunale in prime cure e Corte di Appello poi, avevano condannato l'imputato a pena di giustizia, oltre al risarcimento dei danni, per aver cagionato alla persona offesa lesioni personali: dal pugno era derivato l'indebolimento permanente degli organi dentali. L'imputato ricorreva in Cassazione asserendo di aver posto in essere una ordinaria azione di smarcatura calcistica: girandosi in rotazione con le braccia aperte aveva involontariamente colpito in viso l'avversario. A suo dire si trattava in buona sostanza di una azione finalisticamente inserita nel contesto di un'attività sportiva e, come tale, evidentemente scriminata dal consenso dell'avente diritto in relazione al rischio consentito nell'ambito dell'attività sportiva.
Slealtà sportiva, "fischio" dell'arbitro, reato - In tema di lesioni personali cagionate durante una competizione sportiva, non sussistono i presupposti di applicabilità della causa di giustificazione del consenso dell'avente diritto con riferimento al cosiddetto rischio consentito, né ricorrono quelli di una causa di giustificazione in considerazione dell'interesse primario che l'Ordinamento riconnette alla pratica dello sport, nell'ipotesi in cui, durante una partita di calcio ma a gioco fermo, un calciatore colpisca l'avversario. Ciò in quanto, imprescindibile presupposto della non punibilità della condotta riferibile ad attività agonistiche è che essa non travalichi il dovere di "lealtà sportiva", il quale richiede il rispetto delle norme che regolamentano le singole discipline, di guisa che gli atleti non siano esposti a un rischio superiore a quello consentito da quella determinata pratica e accettato dal partecipante medio.
Deriva che la condotta lesiva ma esente da sanzione penale deve essere, anzitutto, finalisticamente inserita nel contesto dell'attività sportiva, mentre ricorre l'ipotesi di lesioni volontarie punibili, nel caso in cui la gara sia soltanto l'occasione dell'azione violenta diretta alla persona dell'antagonista.
In tema di lesioni personali cagionate durante una competizione sportiva che implichi l'uso della forza fisica e il contrasto anche duro tra avversari, l'area del rischio consentito è quindi delimitata dal rispetto delle regole tecniche del gioco, la violazione delle quali - si badi - va valutata in concreto, con riferimento all'elemento psicologico dell'agente il cui comportamento può essere la colposa, involontaria evoluzione dell'azione fisica legittimamente esplicata o, al contrario, la consapevole e dolosa intenzione di ledere l'avversario "approfittando" della circostanza del gioco.
In tema di lesioni cagionate colposamente a terzi nell'esercizio di attività sportive, ai fini dell'affermazione della responsabilità penale è necessario accertare se l'evento lesivo si sia o meno verificato nel corso di una "tipica azione di gioco", specificamente ricostruita in punto di fatto, non potendo essere desunta la natura colposa della condotta unicamente dalla circostanza della rilevazione di un "fallo" fischiato dall'arbitro.
Ebbene nel caso in esame la condotta risulta posta in essere allorquando i giocatori delle due squadre si stavano posizionando per, rispettivamente, sfruttare la posizione e difendere la propria porta, mettendo a punto le consuete marcature in attesa che l'arbitro fischiasse per il calcio di punizione. A ben vedere dunque, il gioco era indiscutibilmente fermo, e il pugno sferrato dall'imputato era chiaramente diretto e volontario, nonché avulso da qualsiasi dinamica di gioco.
Il Sole 24 Ore, 8 giugno 2020
Reati contro l'ordine pubblico - Delitti - Associazione per delinquere di stampo mafioso - Promotori, dirigenti, organizzatori - Accertamento. Ai fini della configurabilità del reato di promozione, di direzione od organizzazione del gruppo criminale, ex art. 416-bis, comma 2, c.p., è necessario che un ruolo apicale o una posizione dirigenziale risultino in concreto esercitati e quindi necessaria è la verifica dell'effettivo esercizio del ruolo di vertice che lo renda riconoscibile, sia pure sotto l'aspetto sintomatico, sia all'esterno, che nell'ambito del sodalizio, realizzando un effettivo risultato di assoggettamento interno.
di Alessandro Congia
sardegnalive.net, 8 giugno 2020
Cireddu, Uil-Pa: "Non abbassiamo comunque la guardia". Intervista al segretario della Uil-Pa Polizia Penitenziaria della Sardegna Michele Cireddu sull'attuale situazione in Sardegna.
Michele Cireddu, a distanza di diversi mesi dall'inizio dell'emergenza sanitaria possiamo fare un bilancio sulla situazione relativa gli Istituti della Sardegna, gli agenti come hanno reagito?
Non voglia sembrare un commento corporativo ma posso affermare senza paura di smentita che la Polizia Penitenziaria anche in Sardegna ha dimostrato una grande capacità nel fronteggiare l'emergenza sanitaria e nel contenere le proteste da parte dei detenuti. Sono stati periodi difficili, mentre nella penisola si susseguivano le proteste, le distruzioni delle camere detentive e dei locali ed aumentavano i casi di contagio, in Sardegna i nostri poliziotti sono riusciti ad evitare che la situazione potesse degenerare. Questo ha determinato degli evidenti sacrifici, in primis sono state accantonate le relazioni sociali esterne ed è stata sacrificata la famiglia perché, (cosi come hanno fatto le altre forze di Polizia, i medici e gli infermieri) per fronteggiare questa pandemia non si è badato all'orario di lavoro. Spesso sono stati effettuati doppi turni nella consapevolezza che, soprattutto nelle fasi più critiche i nostri poliziotti erano sprovvisti dei dispositivi di protezione individuale e questo ha reso ancora più eroica l'opera degli Agenti ma nel contempo ha evidenziato l'inadeguatezza dei vertici del Dipartimento che a nostro avviso hanno dimostrato di non essere all'altezza nemmeno dalla comodità del loro smart working.
Ci sono stati casi di positività tra gli agenti o tra i detenuti in Regione?
Fortunatamente non ci risulta ci siano stati dei casi di positività, mi preme rimarcare che insieme a tutte le Organizzazioni Sindacali abbiamo dato battaglia per sottoporre il personale ai test sierologici. Inizialmente volevano escludere gli istituti penitenziari ma la nostra caparbietà e la sensibilità che hanno dimostrato alcuni esponenti politici ha permesso di testare anche gli operatori considerati da tanti, in maniera erronea, "di confine". Nella penisola purtroppo si sono invece registrati centinaia di postivi tra gli operatori e tra i detenuti, abbiamo assistito con grande preoccupazione all'escalation di proteste e all'aumento dei contagi, fortunatamente la situazione sembra essere migliorata un po' ovunque.
Le dimissioni del Capo del Dipartimento Basentini, dopo le polemiche relative le scarcerazioni di detenuti appartenenti al 41 bis hanno determinato difficoltà in Regione?
Uno dei detenuti che ha beneficiato delle misure era ristretto nell'Istituto di Sassari, la Uil ha preso posizione a livello nazionale, di conseguenza sembra superfluo aggiungere qualcosa in merito. Per quanto riguarda le dimissioni del Capo del Dap (Dipartimento Amministrazione Penitenziaria, n.d.r.) invece posso affermare che in regione non abbiamo avvertito nessuno scossone in quanto gli interventi in favore del distretto non mi sembra siano mai arrivati. Malgrado si sia recato più volte in visita nei vari istituti per constatare di persona la situazione sarda, ha espresso solo delle parole che si sono rivelate semplici proclami per contrastare le aggressioni a danno degli Agenti, per impedire l'introduzione dei microcellulari fornendo le apparecchiature idonee e per dotare gli istituti più grandi della regione di un nucleo cinofili per contrastare l'introduzione in carcere di sostanze stupefacenti. Nessuna di queste splendide promesse sono state realizzate, di conseguenza possiamo a malincuore affermare che, almeno per la Sardegna, sia stata una gestione fallimentare.
Cosa vi aspettate dal nuovo Capo del Dipartimento?
Devo ammettere che le aspettative sono tante, se già riuscisse a portare a termine qualche semplice e realizzabilissimo intervento sarebbe un buon inizio, ma l'esperienza insegna che dal momento in cui viene nominato un nuovo responsabile, trascorrono lunghi periodi "di silenzio" perché c'è la necessità di capire quali possano essere le necessità della periferia. Dovrà essere inoltre capace a gestire e valorizzare un Corpo di Polizia malgrado provenga dal ruolo della magistratura cosa non facile soprattutto perché come sappiamo per previsione legislativa il Capo del Dipartimento non proviene dalla stessa Polizia che dovrà gestire.
Come vi apprestate ad affrontare la fase 3 negli Istituti Penitenziari?
Intanto ci saranno delle difficoltà maggiori per gestire i servizi che prima dell'emergenza sanitaria prevedevano delle modalità diverse, mi riferisco per esempio ai colloqui tra i detenuti ed i familiari. Oltre ai controlli per evitare che vengano introdotti oggetti o sostanze non consentiti i nostri poliziotti dovranno evitare infatti che possano essere disattesi gli obblighi anti contagio, un surplus che sembra semplice ma che la carenza organica rende estremamente difficile. Stesse difficoltà che affronteranno gli Agenti del NTP e che stanno affrontando i Poliziotti che lavorano nelle sezioni detentive che svolgono un lavoro oscuro, poco riconosciuto ma che personalmente definisco eroico.
Per quanto riguarda invece l'attività sindacale, continueremo a batterci affinché alcune Direzioni non continuino a ledere le pari opportunità tra tutto il personale e non continuino a limitare la progressione della carriera dei Poliziotti che hanno partecipato e vinto regolari interpelli per essere inseriti in posti di servizio ambiti. Se chi Dirige un Istituto penitenziario non è attento a gestire il personale in maniera imparziale causa inevitabilmente più danni di uno tsunami. Inutile che dal Dipartimento forniscano delle linee guida per cercare di limitare il turno lavorativo negli Agenti se nei fatti concreti alcune Direzioni fanno esattamente il contrario di quanto previsto. Continueremo a batterci per il rispetto delle regole e degli accordi sindacali ed è quello che faremo durante l'incontro di mercoledì p.v. in videoconferenza con il Provveditore Maurizio Veneziano. Abbiamo infatti chiesto un urgente incontro per riprendere le questioni sospese durante il lockdown imposto dal Governo. Un modo certamente insolito di effettuare le riunioni sindacali ma quanto mai necessario.










