dire.it, 10 giugno 2020
Kwabena è un giovane ghanese di 28 anni che lavora per l'Università di Bologna: ora che è perfettamente integrato per i giudici deve andarsene. Arrivato a Bologna dopo la fuga, le carceri libiche, la traversata via mare e lo sbarco a Lampedusa, Kwabena gestisce il caprile dell'Università di Bologna. Gode della protezione umanitaria, ma la Corte d'appello ha ribaltato la sentenza. Ora si aspetta la Cassazione.
"Kwabena è uno di noi. Lui è spettacolare, ce lo teniamo stretto". A parlare è Arcangelo Gentile, ordinario della facoltà di veterinaria dell'Università di Bologna e presidente di Vet for Africa, circolo affiliato alle Acli di Bologna con sede a Ozzano, progetto nato a partire dall'esperienza di solidarietà che dal 2003 alcuni studenti di medicina veterinaria dell'Ateneo bolognese stanno portando avanti ad Hanga, un piccolo villaggio del sud della Tanzania.
La nuova vita di Kwabena - Kwabena, invece, è un ragazzo di origine ghanese di 28 anni, fuggito dal suo paese e arrivato in Italia nel 2016, dopo quattro anni nelle carceri libiche tra torture e violenze. Poi il viaggio in mare, lo sbarco a Lampedusa e il trasferimento nel capoluogo emiliano. Kwabena ed Ebrima - un coetaneo originario del Gambia - furono scelti per un tirocinio formativo proprio al Dipartimento di veterinaria: il loro compito era occuparsi del caprile, imparare un mestiere e trovare un impiego. Ebrima, oggi, un lavoro ce l'ha, assunto a tempo pieno da un allevatore con più di cento capre. Kwabena, invece, è rimasto: un contratto da operaio agricolo a tempo parziale e 30, 35 capre (ma il mese scorso sono state molte di più, considerati i 16 parti gemellari) che lui accudisce con passione e professionalità. "Con gli orari si autogestisce: munge la mattina e il pomeriggio, si organizza lui il lavoro come meglio crede. È stato lui a seguire anche i parti: è assolutamente autonomo, ci contatta solo in caso di capre ammalate o parti difficili". Kwabena vive in una casa poco distante dal caprile messa a disposizione da un convento delle vicinanze: "Si prende cura anche dei fiori delle suore, dicono che non hanno mai avuto un giardino così bello e rigoglioso - sorride Gentile, che aggiunge - lui è sempre disponibile, non si tira indietro di fronte a nulla. Chiunque si rivolga a lui per un aiuto, non resterà deluso: è fortemente versatile, ha tanta buona volontà". Alla stalla non è mai mancato un giorno, nemmeno nel periodo del lockdown, "fase che ha vissuto molto male. Era seriamente preoccupato, ma i suoi timori non gli hanno impedito di continuare a svolgere il suo lavoro. Bicicletta, mascherina, guanti e cappellino: non si separa mai dai dispositivi di protezione individuale".
La protezione internazionale prima riconosciuta e poi annullata - Kwabena nel 2017 si è visto riconoscere, dal Tribunale di Bologna, il diritto alla protezione umanitaria, ma l'Avvocatura di Stato ha fatto ricorso, e la Corte d'appello ha annullato la prima sentenza (le motivazioni alla base della sua richiesta di protezione internazionale sono state giudicate non sufficienti per l'ottenimento della misura). Il giovane, insieme con il suo avvocato, presenterà ricorso in Cassazione: "Senza entrare nel merito di una decisione dello Stato, posso solo dire che Kwabena è un esempio di integrazione perfettamente riuscita. Lui e gli studenti si vivono tutti i giorni, i ragazzi gli vogliono molto bene. L'hanno scorso dovevamo andare a Lisbona per un convegno, sono stati loro a proporci di portarlo con noi e di farlo intervenire nelle vesti di relatore. È stato un successo: siamo andati a mangiare granchi e ad ascoltare il fado, non poteva credere ai suoi occhi e alle sue orecchie. Lui è sempre con noi, è parte integrante del gruppo". La speranza, oggi, è quella che a Kwabena sia confermata la protezione internazionale: "Quando tutti i documenti saranno in regola, vorremmo tanto fargli un regalo. Vorremmo potesse tornare a casa a salutare sua madre: un viaggio in terra natia, per poi rientrare da noi con tanto entusiasmo e, magari, una ritrovata serenità. Lui sogna un futuro migliore, noi vogliamo aiutarlo".
di Sarita Fratini
Il Manifesto, 10 giugno 2020
Nel corso del 2020 sono scomparsi 1.715 rifugiati: catturati dalla Guardia costiera di Tripoli finanziata dall'Italia, vengono portati nel lager di Triq al Sikka dove diventano braccia per il conflitto per le milizie di al-Sarraj. L'Onu ha segnalato la recente scomparsa di più di 1.700 rifugiati nel sistema dei lager libici. Ha eseguito un rapido calcolo: nei primi cinque mesi del 2020, 3.150 persone in fuga dalla Libia sono state catturate in mare. Sono state tutte sbarcate nel porto di Tripoli. Ma solo 1.400 si trovano nei lager libici sotto il controllo del Governo di accordo nazionale (Gna). 1.715 rifugiati respinti in Libia dal mare e presi in custodia nel 2020 dalla cosiddetta Guardia costiera libica risultano spariti nel nulla. In questi mesi tutti i gruppi di attivisti che si occupano di Libia hanno ricevuto appelli e segnalazioni da parte dei parenti degli scomparsi. Molte più di quanto ne ricevono di solito.
In diversi casi c'è stata un'ultima chiamata dal mare, con il telefono satellitare, che avvisava dell'imminente arrivo di una motovedetta della Guardia costiera. Poi più nulla. Fin qui niente di anomalo: la prima cosa che i libici fanno quando intercettano un gommone è requisire il telefono satellitare. Ma poi nessuno dei passeggeri ha mai più contattato i parenti a casa. Questo no, non è normale. I rifugiati deportati in Libia riescono sempre a far pervenire un messaggio a casa. Dove sono finite 1.715 persone scomparse? Nel mondo di oggi, iperconnesso, sembra impossibile perdere le tracce di qualcuno. E forse lo è. Ma può capitare che un rifugiato catturato e deportato in Libia riesca a tenere nascosto un telefono, riesca a scappare, riesca a riprendere il mare, arrivare in Europa, raccontare la sua storia e quella dei suoi compagni e riesca addirittura a connettersi con chi può dar voce a questa storia.
L'odissea che leggete è la storia di un racket di schiavi-soldato di cui possiamo ricostruire con estrema precisione le tappe e addirittura geolocalizzarle su una mappa. Eccole. Mar Mediterraneo. Un gommone è poco più di un puntino, visto dal cielo. Ma l'aereo della missione Frontex lo individua. Di default Frontex, come faceva anche la missione Sophia, comunica le coordinate in contemporanea a tre MRCC: italiano, maltese e libico. Rispondono sempre e solo i libici, per la precisione la Guardia costiera addestrata e finanziata dal governo italiano. I loro modi sono spesso brutali (nel giugno 2019, secondo testimoni, la motovedetta Ubari regalata dall'Italia alla Libia affondò un gommone a colpi di fucile con i passeggeri ancora a bordo e poi li narcotizzò).
Porto di Tripoli. Lo sbarco. Si viene ammassati su pullman o camionette. Spesso si perdono parenti e amici nel caos. Lager di Triq al Sikka. Famoso nel mondo per le torture indicibili che vi avvengono. Famoso in Italia perché finanziato nel 2017 e nel 2018 con fondi pubblici attraverso i bandi dell'Aics. "Bando offensivo e vergognoso", forse l'ultimo profetico consiglio che Alessandro Leogrande diede proprio qui su il manifesto.
È a Triq Al Sikka che nel 2020 spariscono le persone. Non tutte, solo alcune. Viene fatta una selezione fisica: i più alti, i più forti vengono scelti per la guerra e separati dagli altri È il centro di reclutamento degli schiavi-soldato, ceduti dalle guardie alle terribili milizie che combattono per al-Sarraj (Gna). Tra tutte quella che oggi impiega il maggior numero di schiavi-soldato, ci dicono, è la Rada Special Forces, l'efferata polizia islamista del ministero dell'Interno libico.
Il sistema di reclutamento attuale è complesso ed è frutto di una sofisticata evoluzione. Già nel gennaio 2020 l'Unhcr temeva che i migranti venissero utilizzati come schiavi-soldato. Non era una paura infondata: circolavano già da tempo scioccanti testimonianze dal lager di Tajoura, altro campo finanziato nel 2018 da progetti italiani, su reclutamenti forzati avvenuti nei primi mesi del 2019.
Il campo è un deposito di armi da guerra e i rifugiati catturati in mare vengono lì utilizzati anche come scudi umani. Tutti ricordano i bombardamenti, soprattutto l'ultimo, che lasciò al mondo l'immagine di cento cadaveri. Era il 2 luglio 2019 e i sopravvissuti, compresi i bambini, sono ancora in Libia. Il campo di Tajoura è ancora aperto ed è ancora un deposito di armi da guerra.
Il sistema di Tajoura, come lo descrivono testimonianze del 2019, era semplice, rozzo: chi rifiutava di combattere veniva ucciso. Peter (nome di fantasia) ha rifiutato e ha ricevuto un colpo di pistola alla testa dalle guardie del campo, davanti a numerosi testimoni. Il disinteresse del mondo garantiva totale impunità agli assassini. Poi qualcuno ha iniziato a interessarsene e la Corte penale internazionale dell'Aia ha cominciato a indagare. Alla fine del 2019 i libici cambiano strategia: abbassano il profilo. Era necessario. Ma anche rendere sistemica la guerra forzata, perché c'era sempre più bisogno di soldati.
Nel 2020, in Libia, gli schiavi-soldati sono persone che ufficialmente non esistono. Prima si fanno sparire, poi si fanno combattere. Carne da macello, spedita in prima linea, sfruttata finché si muove, seppellita e sostituita rapidamente quando muore. Nessun nome. Nessuna memoria. "Eravamo in quindici. Siamo tornati in sette. I cadaveri sono rimasti per strada. I nomi dei morti non li so, non li conoscevo". Questo è il racconto di una giornata tipo di guerra forzata, fatto da Mark (nome di fantasia) un mese dopo essere scappato. Johan invece non parla più, da mesi, urla soltanto, dopo la fuga dalla milizia la sua mente si è come spenta.
Il mare è il punto di cattura perfetto: i parenti degli scomparsi, non ricevendo più loro notizie, credono che siano affogati. Uomini invisibili, senza nome, dal mare vengono deportati a Triq al Sikka e da lì smistati alle milizie o in alcuni luoghi "serbatoio", in attesa di essere utilizzati più avanti, quando servirà. Ne abbiamo una mappa precisissima, le coordinate (32.84675,13.1051699 e 32.8375379,13.0658247). I lager segreti della zona ovest di Tripoli, vicini tra loro e sconosciuti, pare, a Unhcr e Iom. Uno è in una ex fabbrica di tabacco, l'altro è un chilometro più a ovest. Sono luoghi di breve transito, all'interno dei quali sono state viste anche delle donne, di cui non conosciamo la sorte.
Poi c'è il Tribunale di Tripoli. È quasi la tappa più incredibile: i rifugiati catturati in mare vengono "processati" per il reato di immigrazione clandestina (anche se dalla Libia stavano uscendo). In Libia si svolge un processo ufficiale, con un giudice, ma bisogna usare le virgolette: non vi è alcun avvocato difensore. Ce lo conferma anche il legale di uno dei processati, che non è mai stato convocato o informato.
Altro luogo, il carcere di El Jadida. È qui, nel più grande istituto di pena di Tripoli, che i rifugiati scontano la loro pena, che è sempre di tre o sei mesi. Una volta transitati per questi luoghi serbatoio, i rifugiati vengono ricondotti in un hangar del lager di Triq al Sikka (dove nell'ultimo anno è stato vietato l'uso dei telefoni) e da lì prontamente ceduti alle milizie, probabilmente per sostituire schiavi-soldato deceduti. Dalle milizie di al-Sarraj, oggi, si esce solo cadavere. Quasi sempre. Paul (nome di fantasia) è uscito vivo, perché è riuscito a fuggire dalla guerra forzata e dall'inferno libico. Appena in salvo, ha raccontato la sua storia e quella dei tanti compagni che sono ancora nelle mani delle milizie. In questo mondo iperconnesso è riuscito a rintracciare i parenti e gli amici di tante persone scomparse in mare, informandoli che i loro cari sono ancora vivi. Paul è riuscito a rintracciare e a informare anche noi, nella lista delle persone care di uno dei 1.715 rifugiati scomparsi nel corso del 2020.
Recentemente il ministro degli esteri italiano Luigi Di Maio ha dichiarato: "È necessario che il trasferimento di armi e mercenari verso la Libia cessi". Si riferiva ai mercenari sudanesi che combattono a fianco delle forze di Haftar. Non una parola, invece, sugli schiavi-soldato utilizzati dal Governo di accordo nazionale e sul fatto, gravissimo, che è proprio il governo italiano, con gli accordi Italia-Libia e il sostegno economico alla cosiddetta Guardia costiera, a fornire schiavi-soldato all'esercito libico di al-Sarraj.
In questi giorni a Tripoli si è smesso di combattere, ma gli schiavi-soldato non sono stati liberati. In Italia, lunedì scorso, la deputata di LeU Rossella Muroni ha presentato alla Camera un'interrogazione in cui chiede di far luce sulla sparizione dei migranti in mare e sul racket dei reclutamenti forzati. Ma soprattutto chiede la liberazione e la messa in sicurezza degli schiavi-soldato che sono a Triq al Sikka e presso le milizie, che vengano ascoltati come testimoni di reiterati e atroci crimini di guerra.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 9 giugno 2020
Nello stesso periodo erano stati 18 due anni fa e 16 l'anno scorso. Secondo l'ultimo bollettino del Garante nazionale delle persone private della libertà, sono 52.622 le persone recluse. Le detenzioni domiciliari concesse dal 18 marzo sono 3.555, di cui 1.005 con braccialetto elettronico.
di Errico Novi
Il Dubbio, 9 giugno 2020
"Non ci voleva. Il caso Palamara è uno di quei colpi che inducono rassegnazione. Se c'è poco allarme per la paralisi dei Tribunali, un po', anzi non poco, dipende anche dalla nuova valanga di intercettazioni sul Csm". Michele Ainis è un costituzionalista e ha una sensibilità quasi pannelliana. Ha un'idea sacra delle istituzioni e nello stesso tempo spirito sufficientemente laico per additarne il declino senza perifrasi. Così, di fronte al silenzio del Paese sui tribunali ancora mezzi chiusi - silenzio rotto solo dagli appelli dell'avvocatura - il professore dell'università Roma 3 ed editorialista di Repubblica intravede il senso diffuso della liberazione da una malattia incurabile.
di Simona Musco
Il Dubbio, 9 giugno 2020
Lo dice anche la Cedu: non basta l'emergenza Coronavirus per ritardare i tempi di un processo. Il caso in questione riguarda il tentativo di separazione di due coniugi, dal quale dipende anche il futuro di un bambino minorenne. Ed è per questo motivo che Strasburgo ha intimato allo Stato italiano di discutere al più presto una causa che era stata invece rinviata di sette mesi. Una decisione che potrebbe portare, in futuro, anche ad una condanna dell'Italia per i ritardi ma che, soprattutto, evidenzia lo stato di sofferenza in cui si trova la Giustizia italiana.
di Karim El Sadi
stampalibera.it, 9 giugno 2020
Per il consigliere togato del Csm: "c'è un disegno per smantellare il 41bis". E sulla mancata nomina di Di Matteo al Dap: "Sarebbe stato un ottimo direttore". "Io non avrei mai firmato una circolare come quella e penso che nessuno dei direttori dell'ufficio detenuti lo avrebbe fatto".
gnewsonline.it, 9 giugno 2020
"La triste e spiacevole notizia di un sacerdote volontario, in servizio di supporto al Cappellano titolare del Penitenziario di Carinola (Caserta), trovato in possesso di diversi cellulari poco prima di accedere all'Istituto, porta tanta amarezza nel cuore di tutti i Cappellani delle carceri d'Italia. Questo spiacevole e grave episodio rischia di sminuire il prezioso servizio pastorale dei 250 Cappellani che svolgono quotidianamente con dedizione e impegno il loro ministero, offrendo il proprio tempo a supporto di chi vive il dramma della detenzione".
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 9 giugno 2020
Approda oggi alla Corte costituzionale la previsione del carcere per i giornalisti per il reato di diffamazione. A sollevare questioni di legittimità analoghe, i tribunali di Salerno e di Bari. Questa mattina l'udienza pubblica, domani la camera di consiglio. Al centro della discussione l'articolo 13 della legge 8 febbraio 1948, n. 47 (Disposizioni sulla stampa) e l'articolo 595, terzo comma, del Codice penale. La prima norma oggetto di censura punisce la diffamazione a mezzo stampa consistente nell'attribuzione di un fatto determinato con la reclusione da 1 a 6 anni e la multa non inferiore a 256 euro. Il Codice penale sanziona la diffamazione aggravata dall'uso della stampa, di qualsiasi altro mezzo di pubblicità o dell'atto pubblico con la reclusione da 6 mesi a 3 anni o la multa non inferiore a 516 euro.
Centrale è il contrasto dell'ammissione di una pena detentiva, sia pure sospesa, per i giornalisti, tra l'altro, con la consolidata giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo a presidio del principio della libertà di espressione, tutelato anche dall'articolo 21 della Costituzione.
In particolare, recentissimi interventi della Corte di Strasburgo proprio in un caso italiano (caso Sallusti contro Italia) si collocano nell'ambito di una costante giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo in materia di diffamazione a mezzo stampa, secondo la quale l'ingerenza nella libertà di espressione dei giornalisti è in evidente violazione dell'articolo 10 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo quando prevede l'applicazione di una pena detentiva al di fuori delle "ipotesi eccezionali", quando tale sanzione non è necessaria né proporzionata rispetto al diritto tutelato.
Nel caso Sallusti, il giornalista venne condannato per omesso controllo su 2 articoli pubblicati nel 2007 su Libero relativi al presunto aborto forzato di una minorenne; scontò 40 giorni agli arresti domiciliari prima che il presidente della Repubblica commutasse la sanzione detentiva in "semplice" multa. La Corte dei diritti dell'uomo, il 7 marzo del 2019, nel riconoscere 12.000 euro di risarcimento a Sallusti (ne aveva chiesti 100.000), escluse la esistenza di un'ipotesi eccezionale, anche davanti alla tutela dell'altrui reputazione, e ritenne che "il fatto che la pena detentiva del ricorrente sia stata sospesa non modifica tale conclusione, in quanto la singola commutazione di una pena detentiva in una sanzione pecuniaria è una misura soggetta al potere discrezionale del Presidente della Repubblica italiana".
In secondo luogo, poi, sottolinea l'ordinanza del giudice unico di Salerno, non si individuano nel nostro ordinamento interno principi, valori e diritti costituzionali che, come risultato di un giudizio di bilanciamento di interessi in conflitto, possono ritenersi concretamente prevalenti rispetto al fondamentale diritto di manifestazione del pensiero di cui all'articolo 21 della Costituzione, analogo alla generale libertà di espressione di cui all'articolo 10 della Convenzione, il quale, di conseguenza, non può e non deve essere minimamente compresso con la minaccia, anche solo astratta, di una pena detentiva per il reato di diffamazione a mezzo stampa, fatti salvi ovviamente "i casi eccezionali" ritenuti tali dal legislatore.
di Adelaide Pierucci
Il Messaggero, 9 giugno 2020
Era stato assegnato in una cella in isolamento sanitario nonostante un mese e mezzo prima avesse già provato a suicidarsi. La procura ha aperto un'inchiesta sul caso di un detenuto romano di 42 anni trovato impiccato l'altra notte nella sua cella, al XII braccio di Rebibbia.
Paolo B., padre di due bambine, avrebbe finito di scontare la pena nel 2023 e gli era stata imposta una quarantena in isolamento dopo che il 25 maggio era stato in contatto con un nuovo detenuto che poi era risultato asintomatico.
Secondo i familiari, che hanno nominato un legale - l'avvocato Giacomo Marini - era la seconda quarantena imposta per motivi sanitari nonostante la fragilità mostrata. "L'altro tentativo di suicidio - ha spiegato Claudio Cipollini Macrì, presidente della Legal Consulting - si era registrato proprio dopo il primo periodo di isolamento".
di Massimiliano Nerozzi
Corriere di Torino, 9 giugno 2020
È come tornare indietro nel tempo, questo post Covid, dice il presidente della Sesta sezione penale, Modestino Villani. Uno che, l'arretrato di questa (un tempo) ingolfata sezione, aveva in gran parte smaltito. Processi a citazione diretta per piccolo spaccio, furti, truffe, tutti quei reati che segnano la vita di tanti cittadini.
E ora, tra centinaia di mail allo sportello virtuale, il rischio prescrizione e quello di fare mille processi in meno del solito, tutto rischia di complicarsi. Nonostante che, da qui a dicembre 2020, Villani abbia già calendarizzati 2.070 procedimenti.
Qualche giorno fa, nelle infinite tabelle di excel che riprogrammano le date delle udienze alla Sesta sezione penale, ci si è accorti - in tempo, per attenzione e fortuna - che annotando cinque processi si era erroneamente mischiato il numero del registro generale delle notizie di reato con quello del dibattimento, rischiando così di creare un fascicolo introvabile.
Per non parlare delle centinaia di mail che, quasi ogni giorno, sono arrivate allo sportello virtuale: per saperne il contenuto, bisogna leggerle, una per una. C'è insomma il rischio che arrivino un sacco di scartoffie, ammette il presidente della Sesta sezione, Modestino Villani, che pure è già riuscito a calendarizzate 2.070 processi, dal 12 maggio al 23 dicembre. Un lavoraccio, dopo che il lockdown ha bloccato praticamente tutto, tra il 9 marzo e l'11 maggio, costringendo i giudici a riprendere in mano centinaia di fascicoli, per fissarne nuovamente le udienze.
Non è una sezione a caso, la Sesta, creata il primo giugno 2016 su iniziativa del presidente del Tribunale, Massimo Terzi, perché si occupasse di tutti i procedimenti con "citazione diretta a giudizio". Delitti e contravvenzioni magari piccoli per il legislatore, o meno gravi, ma grandi per chi li subisce o se li ritrova sotto casa, come il piccolo spaccio: dal furto alle lesioni, dai reati ambientali alla violazione degli obblighi di assistenza famigliare.
Niente udienza preliminare, il pubblico ministero manda l'indagato a processo, chiedendo al tribunale - cioè alla Sesta sezione - di fissare una data di udienza. E poiché le Procure fabbricano più procedimenti di quanti se ne possano fare, con gli anni si era formato un monumentale arretrato. Che Villani era riuscito di molto a smaltire, fino alla pandemia.
Detto che dai 2.070 sono esclusi i fascicoli già indicati nelle linee guida del presidente Terzi (con date fino al 19 novembre) e aspettando quelli con definizione "virtuale" (patteggiamenti e messe alla prova), l'anno potrebbe chiudersi con un migliaio di processi in meno celebrati. Almeno rispetto alla produttività media della Sesta. Senza dimenticare il problema della prescrizione, perché ci saranno processi che finiranno al 2021, mentre altri erano già fuori tempo massimo, o quasi. Tutti fascicoli per i quali, prima o poi, verrà appunto dichiarata la prescrizione.
Questa è l'eredità del Covid19 - e delle decisioni che ne sono derivate - oltre alla difficoltà di dover far ripartire tutta la macchina della giustizia. "È un po' come ritornare indietro nel tempo", se non al 2016 quasi, sospira Villani. Ma almeno il lavoro di catalogazione dei fascicoli è già stato fatto. Dopodiché, l'emergenza ha lasciato pure altri problemi. A partire dall'analisi delle mail che arrivano allo sportello virtuale - "e nelle quali si fanno le richieste più diverse" - che devono essere aperte e lette: tant'è che ora cancellieri e assistenti giudiziari sono tornati a quattro giorni di presenza fisica a settimana.
Del resto, pur nel rispetto degli standard di sicurezza, ovunque si è ripreso il lavoro. Resta anche il tema delle udienze filtro, per le quali si devono individuare le modalità più appropriate. Di certo non sono semplici da gestire, viste le poche aule a disposizione, quelle ritenute idonee: con l'ipotesi di poter esaminare un fascicolo ogni 15 minuti, ovvero quattro ogni ora.
Impensabile, allora, farne una sessantina alla volta. Senza contare che i fascicoli andranno rivalutati, tra quelli in cui era già stata indicata una data, con decreto, e altri in cui la stessa non era ancora stata notificata. Al momento, senza considerare le filtro, tutti i giudici togati della sezione hanno due udienze a settimana, quelli onorari una (che diventano due a settimane alterne) Morale: si faranno comunque meno processi.
- Non esiste rilancio economico senza cambiare la giustizia. Parla Cottarelli
- Roma. M.A.MA, così gli affetti trovano accoglienza
- Milano. La pandemia vissuta in carcere a Bollate. Parla la direttrice, Cosima Buccoliero
- Milano. Gli interventi di Medici Senza Frontiere per proteggere detenuti, agenti e sanitari
- Livorno. A Gorgona e Pianosa i detenuti diventano braccianti










