di Annalisa Chirico
Il Foglio, 9 giugno 2020
Non credo che servano un commissario al Recovery Fund né l'ennesima task force di esperti convocati soltanto per un'operazione di immagine. Di questo passo non andremo da nessuna parte: l'Italia ha già perso gli ultimi vent'anni e un ulteriore ritardo, in piena emergenza economica, sarebbe letale".
Carlo Cottarelli è il tecnico dal volto umano, quello che, quando il Quirinale lo contattò per affidargli la guida di un possibile governo, raccontò di aver ricevuto la telefonata mentre se ne stava sdraiato sul divano a guardare una puntata di Breaking bad su Netflix.
L'economista, che, dopo una carriera trentennale al Fmi, oggi dirige l'Osservatorio sui conti pubblici italiani, si è tenuto in forma, durante il lockdown, percorrendo su e giù, per quattrodici volte al giorno, i sette piani del palazzo condominiale a Cremona. A lui chiediamo quali siano le sempre annunciate "riforme a costo zero".
"Riduzione dei tempi della giustizia e semplificazione burocratica: sono le riforme più importanti per rilanciare l'economia italiana. Ci sono troppi moduli da compilare, troppi adempimenti da espletare. Pensi alla mole di documenti che le aziende devono presentare per ottenere i prestiti garantiti dallo stato: è un'impresa che abbrutisce.
Dobbiamo procedere più svelti, con procedure semplificate e controlli successivi rigidissimi; solo così possiamo creare un ambiente favorevole agli investimenti privati. E poi, come terzo elemento, serve un piano di investimenti per l'istruzione pubblica e la formazione del capitale umano". Il giudice emerito della Consulta Sabino Cassese ha criticato i decreti governativi: troppe norme, scritte male e spesso contraddittorie. "La risposta italiana alla crisi pandemica è stata lenta e accidentata. I provvedimenti del governo sono farraginosi e poco efficaci. Il decreto Rilancio, che doveva essere emanato ad aprile, richiede almeno una ottantina di ulteriori decreti per la sua implementazione.
Il Cares act, approvato dal governo Usa a fine marzo, include un pacchetto di 2,3 trilioni di dollari, pari all'11 per cento del Pil, il più ampio della storia americana, ed è lungo un terzo del corrispettivo italiano. Il problema è che negli uffici ministeriali i provvedimenti vengono formulati sempre dalla stessa cerchia ristretta di funzionari, capigabinetto, giuristi. Per superare gli ostacoli posti dai burocrati, serve una volontà politica forte, devi essere disposto a rischiare capitale politico. Se invece ogni provvedimento è subordinato alla logica del consenso e a mere esigenze comunicative, diventa impossibile intervenire con efficacia".
Con Next Generation EU, il piano di rilancio proposto dalla Commissione europea, l'Italia potrebbe aggiudicarsi risorse enormi, a patto di saperle impiegare. "È la prima volta che l'Europa mette a disposizione importi tanto elevati, e lo fa chiedendo, in cambio, non austerità ma capacità di spesa, investimenti pubblici per infrastrutture, digitalizzazione, capitale umano, riforma dei pubblici uffici e della giustizia".
La nostra performance nell'impiego dei fondi strutturali europei non fa ben sperare. "Dobbiamo presentare il prima possibile progetti dettagliati e credibili. Se i ministeri sono sprovvisti delle competenze necessarie, le cerchino altrove. O rimpiazzino i ministri. Non possiamo perdere tempo". Stando alla proposta di regolamento della "Recovery and resilience facility", il grosso delle risorse europee affluirebbe nel 2023-2024 mentre l'anno prossimo gli esborsi previsti varrebbero il 5,9 percento del pacchetto da seicento miliardi. "La differenza la farà la rapidità d'azione del governo. Dobbiamo agire entro settembre al massimo".
Il presidente di Confindustria Carlo Bonomi propone il rafforzamento della contrattazione aziendale. "È una riforma di buon senso, mi auguro che i sindacati la accolgano. Oggigiorno ci sono posti di lavoro che non vengono creati perché non si concede uno spazio adeguato alla contrattazione aziendale. L'apertura di Bonomi segna una svolta anche per Confindustria che in passato ha preferito preservare un modello di negoziazione centralizzata".
Il governatore di Bankitalia Ignazio Visco prevede un calo del Pil, per quest'anno, fino a tredici punti percentuali: l'abbassamento delle tasse aiuterebbe la ripresa nazionale? "Sono convinto che la pressione fiscale in Italia sia troppo elevata: le aliquote vanno tagliate recuperando l'evasione. Ma in questo momento di crisi, con la gente maggiormente propensa a risparmiare, occorre aumentare la spesa per dare impulso alla crescita. Approfittiamo del momento per ridurre il gap infrastrutturale tra nord e sud Italia a due condizioni: procedure snelle e progetti intelligenti". Si evoca il modello del ponte Morandi: un anno per la realizzazione, il Codice degli appalti sospeso.
"La sospensione pura e semplice comporta la rinuncia alle regole della concorrenza, una scelta che, alla lunga, rischia di rivelarsi dannosa. Ciò non toglie che una riforma del Codice sia necessaria e urgente". In Italia appalti e cantieri evocano sempre lo spettro della corruzione.
"È un problema reale ma il mero inasprimento delle pene serve a poco se poi i processi non vengono celebrati. Un sistema in cui le condanne non arrivano mai o cadono in prescrizione fa il gioco di chi infrange la legge. Noi dobbiamo abbinare procedure semplificate e controlli effettivi ex post. Chi sbaglia va sanzionato".
La società post Covid sarà più digitale? "Indubbiamente sì, io stesso ho imparato a gestire molte attività da remoto: risparmio tempo ed energia. Tuttavia, il contatto umano è importante, guardarsi negli occhi è un tratto fondamentale del nostro stare insieme. Nel campo della burocrazia digitalizzare non basta: un processo autorizzativo può risultare complicatissimo anche se interamente digitalizzato. È necessario decentrare il processo decisionale in modo da responsabilizzare i singoli dirigenti pubblici con una scrupolosa valutazione dei risultati effettivamente conseguiti".
Il reato d'abuso d'ufficio genera spesso la cosiddetta "paura della firma" che rallenta lo smaltimento delle pratiche. "C'è ampio consenso sulla necessaria riforma di questa fattispecie penale, dobbiamo però anche introdurre incentivi per chi si comporta correttamente. Un dirigente che agisce con lentezza va penalizzato: nei miei anni al Fmi, gli aumenti di stipendio dipendevano dalla valutazione annuale della performance di ogni dipendente. Questo discorso non riguarda solo i pubblici uffici ma anche la scuola: gli insegnanti più produttivi e disponibili ricevono un trattamento economico identico a quello di chi spesso si assenta. I sindacati dovrebbero sostenere una riforma che premi davvero il merito".
Ma oggi, dopo anni di retorica sulla meritocrazia, ha vinto l'uno vale uno, la livella verso il basso. "La colpa non è solo della classe dirigente o dei politici: siamo noi cittadini ad eleggere persone poco preparate. Prendiamocela con noi stessi. Del resto, come diceva Winston Churchill, la democrazia è la peggiore forma di governo, escluse tutte le altre".
Lei è stato accostato al consigliere del Csm Piercamillo Davigo: Cottarelli è giustizialista? "Figuriamoci, io sono per una giustizia rapida ed efficiente. Certe frasi di Davigo sono volutamente provocatorie, io uso un linguaggio prudente. Il tema però è il funzionamento della giustizia: nessuno è disposto a investire in un paese che non è in grado di garantire la certezza della legge".
Come va riformata la giustizia? "Molti giudici non accettano l'idea che un tribunale sia un'organizzazione complessa che produce un servizio, e che tale servizio vada fornito in modo tempestivo. Occorre sviluppare migliori capacità di gestione e organizzazione all'interno degli uffici giudiziari, il che richiede non solo addestramento adeguato ma anche il riconoscimento di una larga autonomia al dirigente. Si potrebbero introdurre corsi obbligatori di management per chi aspira a incarichi direttivi. Sarebbe opportuno, inoltre, ridurre drasticamente il numero di magistrati fuori ruolo per incarichi amministrativi e limitare la possibilità di attività extragiudiziarie. I togati lavorino nei palazzi di giustizia, non nei ministeri".
Un altro problema è l'eccessiva domanda di giustizia. "Negli Usa una quota considerevole delle controversie civili non viene risolta in tribunale ma attraverso processi extragiudiziali. I metodi alternativi esistono anche in Italia ma vanno potenziati affidando, per esempio, a notai e avvocati molte procedure di volontaria giurisdizione o estendendo la mediazione civile ad altri settori del contenzioso".
Le gare per gli appalti sono prigioniere della cosiddetta "ricorsite". "È un grosso problema. Alcuni fruitori della giustizia amministrativa e civile hanno interesse a tirarla per le lunghe. Chi sa di essere in torto, per esempio, cerca di ritardare la sentenza finale, qualcuno può avere un incentivo a far partire la macchina con il solo scopo di dar fastidio a qualcun altro. Occorre agire accrescendo i costi per chi si comporta in modo inappropriato: aumentando, per esempio, il contributo unificato per gli attori in appello o in Cassazione che vedono respinto il loro ricorso, e per chi ha avuto torto due volte e insiste presso il giudice di legittimità, anche aumentando considerevolmente il risarcimento delle spese processuali a favore della controparte".
Il tribunale delle imprese, voluto dall'allora ministro della Giustizia Paola Severino, ha dato una buona prova. "A mio giudizio, quel modello va replicato, e le competenze, assegnate alle sezioni specializzate per le imprese, andrebbero estese. La specializzazione porta con sé maggiore celerità e qualità decisionale".
di Pisana Posocco
ilgiornaledellarchitettura.com, 9 giugno 2020
È il Modulo per l'Affettività e la MAternità, prototipo realizzato dai detenuti su progetto del team G124 di Renzo Piano nel carcere femminile di Rebibbia. Se dare forma ai luoghi può essere una maniera per costruire modi di vivere, allora vuol dire che crediamo che lo spazio possa essere motore di comportamenti. L'architettura ha delle responsabilità nei confronti degli utenti.
Un edificio deve rispondere ad aspetti funzionali - dare un ricovero, assolvere alle necessità d'uso, etc. - e deve anche accogliere e dare risposta alle esigenze umane di chi utilizzerà quello spazio. In carcere, con maggiore evidenza che altrove, può leggersi il ruolo che l'architettura ha nella vita di chi lo occupa.
Attualmente è in corso di costruzione, presso la Casa circondariale femminile di Rebibbia (Roma), un piccolo fabbricato inserito in un'area verde, pensato come luogo d'incontro tra madri detenute e famiglie: il Modulo per l'Affettività e la MAternità (M.A.MA). Si tratta di una piccolissima architettura, uno spazio che si attiene alle dimensioni minime abitabili, con riferimento alla normativa sulla residenza. La sua forma iconica rimanda all'idea tradizionale di casa. È dotato degli strumenti essenziali allo svolgimento delle attività proprie della vita domestica quotidiana: una stanza, con un angolo cottura e servizio igienico; l'accesso avviene attraverso una loggia. Lo spazio verde esterno è organizzato come una radura all'interno di un'area sistemata ad hoc. Nella stanza interna le detenute potranno trascorrere del tempo con i propri familiari, condividendo un pasto e momenti di tranquillità. La casetta, lo spazio che vi è stato allestito, sono il luogo in cui preservare i rapporti tra madri, figli e famiglia, in cui far crescere il desiderio di ritorno a una vita nomale.
L'occasione che ha portato al progetto e alla realizzazione del modulo M.A.MA. è la somma di più condizioni. Nel corso degli anni passati si sono sviluppate ricerche sull'architettura carceraria presso la Facoltà di Architettura dell'Università Sapienza di Roma. Tali indagini teoriche hanno incontrato una fortunata possibilità di sviluppo all'interno del progetto G124 che Renzo Piano promuove e finanzia da quando è diventato senatore a vita, richiamando l'attenzione sulle periferie. Il carcere è un luogo periferico e periferici sono gli utenti.
Piano ha accolto con entusiasmo questo tema e lo ha seguito con interesse supervisionando il progetto, nel suo svolgersi e nella realizzazione. Il gruppo che vi ha lavorato, all'interno del Dipartimento DiAP della Sapienza, è composto da chi scrive e da tre giovani architetti: Tommaso Marenaci, Attilio Mazzetto e Martina Passeri, vincitori di borse di studio messe a disposizione da Piano*. Fondamentale è stato il rapporto istituito con il Ministero della Giustizia: il progetto è stato elaborato grazie ad una fruttuosa relazione con il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, il quale ha materialmente sostenuto la realizzazione del prototipo. In particolare, il confronto è avvenuto con l'Ufficio Tecnico, diretto da Ettore Barletta, e con il Provveditorato Regionale del Lazio, guidato da Carmelo Cantone.
Il prototipo è stato progettato non solo in funzione di chi lo vivrà ma, anche, di chi lo costruirà. Il modulo M.A.MA è stato, quasi completamente, realizzato dai detenuti che lavorano nella falegnameria della Casa circondariale di Viterbo. Alcune lavorazioni di supporto sono state eseguite dalle detenute di Rebibbia. Si voleva che questo spazio fosse il più possibile utile alle detenute e ai detenuti, sia collaborando a tessere e conservare le relazioni attraverso incontri, sia offrendo loro un'opportunità di lavoro. Per questa ragione si è immaginato un criterio costruttivo che non avesse necessità di lavorazioni specialistiche, né che richiedesse movimentazione di carichi particolarmente pesanti. Si tratta di una forma di prefabbricazione leggera.
La struttura portante è in telai di legno lamellare, tamponati e irrigiditi da pannelli collaboranti in OSB, tagliati, assemblati e lavorati in falegnameria presso la Casa circondariale di Viterbo. In opera sono due le lavorazioni fondamentali: verso l'interno, l'inserimento dell'isolante e il placcaggio di finitura in compensato marino a vista; verso l'esterno, il trattamento con un materiale che garantisce l'impermeabilizzazione e la definizione del volume.
La finitura esterna è stata studiata in collaborazione con l'azienda Mapei, che ha donato i materiali. I pannelli hanno tutti un peso contenuto entro i 50 kg, in modo da poter essere agevolmente movimentati da due persone. Il modulo M.A.MA di Rebibbia è un prototipo: potrebbe, nel tempo, essere realizzato anche in altri penitenziari, così da provvedere un luogo d'incontro tra detenuti e famiglie.
di Rossella Grasso e Amedeo Junod
Il Riformista, 9 giugno 2020
"Misure alternative, tecnologie e laboratori, così abbiamo combattuto il Covid". L'emergenza coronavirus ha spinto tutte le carceri d'Italia a dover rivedere con estrema rapidità tanto l'organizzazione interna degli spazi quanto le misure di tutela dei diritti dei detenuti, specialmente in merito ai colloqui con i parenti.
La Direttrice del carcere di Milano Bollate, Cosima Buccoliero, ci ha raccontato tutte le difficoltà riscontrate e le misure d'emergenza adottate per arginare i rischi relativi alla salute fisica e psicologica dei detenuti e degli operatori del penitenziario.
In una prima fase è stato necessario sospendere tutte le attività che comportassero un grande movimento di persone, mantenendo quelle essenziali. "Abbiamo attivato delle iniziative per cercare di fronteggiare questa situazione di emergenza - racconta la direttrice. Abbiamo cercato di sfruttare a pieno la strumentazione tecnologica, potenziando il numero delle postazioni, così da consentire a tutti di riuscire a contattare le proprie famiglie, avvalendosi di piattaforme quali Skype e poi Webex di Cisco, nella prospettiva di implementare anche la formazione a distanza".
L'attenzione di tutto il personale verso ogni esigenza dei detenuti, nel cercare di rispettare in ogni modo i loro diritti nonostante il lockdown che ha reso difficile la quotidianità anche di chi vive recluso, ha fatto sì che a Bollate regnasse la calma e si ricreasse una nuova normalità. Bollate ha registrato vari casi di positività al virus, tra i detenuti e anche tra il personale, ma si è riusciti ad evitare una diffusione esponenziale del contagio.
Una delle più grandi criticità riscontrate a Bollate ha riguardato lo stop all'alto numero di detenuti soliti uscire per attività lavorative o di chi avrebbe potuto usufruire di permessi premio. A fronte della sospensione delle uscite e di molti servizi, come gli ingressi degli operatori esterni o delle associazioni di volontariato, sono nate iniziative dei singoli detenuti, tra cui la creazione di laboratori di sartoria per la realizzazione delle mascherine in tessuto, distribuite anche a detenuti di altri istituti. Molte attività sono state possibili grazie alla collaborazione dei detenuti e del personale penitenziario che si è reso disponibile a dare una mano il più possibile per fronteggiare la pandemia usando i mezzi a disposizione.
Ammontano a circa 300 i detenuti che sono usciti in questo periodo grazie alle misure alternative della pena, per motivi di salute o perché c'era la possibilità di uno spostamento della pena ai domiciliari. Diminuire la presenza di detenuti all'interno dell'Istituto è stato l'unico modo rapido ed efficace per garantire il distanziamento sociale e reperire spazi necessari ad isolare contagiati, detenuti, operatori o anche coloro che presentassero sintomi sospetti simil-influenzali. Il carcere di Bollate si è preparato alla riapertura con i colloqui con i familiari di persona, e la riapertura delle porte agli operatori del terzo settore.
di Marta Rizzo
La Repubblica, 9 giugno 2020
Il ruolo di MSF nel progetto partito a fine marzo in collaborazione con la Direzione del carcere di San Vittore. Interventi anche in altri istituti in Lombardia, Marche, Piemonte e Liguria.
La direzione del carcere di San Vittore e Medici Senza Frontiere, dal marzo scorso, hanno fatto partire un attento programma igienico-sanitario per la prevenzione, la cura e la formazione alla sicurezza e alla salute di chi, tra detenuti e agenti di polizia penitenziaria, vive in carcere.
Il buon esito dell'operazione nell'Istituto di pena di Milano, si è poi allargata in altre regioni, dalla Lombardia alle Marche. I dati sulla detenzione, oggi. Secondo l'ultimo bollettino del Garante nazionale dei detenuti (Mauro Palma) oggi in Italia "Si conferma la tendenza, seppure molto rallentata, alla diminuzione dell'affollamento negli Istituti penitenziari. Le persone detenute presenti nelle stanze, al 5 giugno scorso - scrive Palma - sono 52.520; le detenzioni domiciliari in corso, concesse dal 18 marzo, sono 3.489; le persone in semilibertà con licenze prolungate sono 642. In diminuzione anche la diffusione del contagio in carcere, che registra oggi 74 casi di positività nella popolazione detenuta e 62 tra il personale penitenziario".
Gli interventi di MSF. Il supporto di MSF, svolto da medici, infermieri, esperti di igiene con esperienza nella gestione di epidemie, riguarda tutte le misure per contenere la diffusione del virus e proteggere detenuti, agenti, operatori e volontari impegnati a San Vittore e in altri istituti. Sono state definite le procedure per l'ingresso dei nuovi detenuti; per determinare casi sospetti, verificarne la diagnosi e identificare i contatti dei casi confermati; individuati circuiti interni per passare in sicurezza dalle zone "pulite" a quelle "sporche" e viceversa; sono state ottimizzate le attività di sanificazione di tutti gli ambienti.
La formazione per i detenuti e per chi in carcere lavora. Una parte dell'impegno di MSF sono le sessioni di formazione e promozione alla salute di operatori umanitari e volontari dell'organizzazione per tutte le persone nel carcere, sulle misure di prevenzione e l'utilizzo dei dispositivi di protezione: come indossare guanti, mascherine, camici monouso o che tipo di detergenti utilizzare per igienizzare i diversi ambienti.
"In un carcere, mantenere il distanziamento sociale è una sfida complessa. "Il nostro obiettivo - dice Sara Sartini, capo progetto MSF a San Vittore - è aiutare a sviluppare delle procedure, per avere lo stesso livello di sicurezza in tutti gli spazi e per tutte le persone all'interno della struttura. In un'epidemia non esistono zone a rischio zero, è proprio quando abbassiamo la guardia che facciamo aumentare il pericolo".
"Sovraffollamento e tutela della salute". Per ridurre i rischi di contagio nelle carceri e garantire protezione a detenuti e operatori interni, gli esperti hanno elaborato e diffuso protocolli alle autorità carcerarie e di sanità pubblica dei governi, a partire dal documento dell'ufficio dell'OMS per l'Europa il 15 marzo scorso. In verità, molte di queste misure si rivelano di difficile applicazione o scarsa efficacia, se non accompagnate da iniziative di decongestionamento degli istituti di pena.
"Mettere in atto procedure di prevenzione e controllo del contagio è indispensabile per contenere la diffusione del virus nelle carceri - dice Marco Bertotto, responsabile per gli affari umanitari di MSF - Ma per proteggere davvero detenuti e agenti, e coordinare efficaci azioni di salute pubblica negli istituti detentivi, ferme restando le esigenze di giustizia e pubblica sicurezza, resta importante affrontare in modo incisivo il problema del sovraffollamento di queste strutture in tutta Italia".
redattoresociale.it, 9 giugno 2020
Nelle due isole dell'arcipelago toscano, grazie a un accordo tra Regione e Consiglio per la ricerca in agricoltura e l'analisi dell'economia agraria, alcuni reclusi potranno avviare progetti lavorativi. I detenuti diventano braccianti. Via Libera all'accordo di collaborazione tra la Regione Toscana e il Consiglio per la ricerca in agricoltura e l'analisi dell'economia agraria (Crea) per la realizzazione di attività finalizzate all'inclusione lavorativa e sociale dei detenuti, ospiti dei penitenziari di Gorgona e Pianosa.
Lo schema della convenzione è stato deliberato nel corso dell'ultima seduta di Giunta su proposta dell'assessora alla formazione, istruzione e lavoro, Cristina Grieco. La delibera definisce anche l'entità delle risorse assegnate, pari a 60 mila e 65 euro, nell'ambito del progetto "Modelli sperimentali di intervento per il lavoro e l'inclusione attiva delle persone in esecuzione penale", finanziato dal Pon (Piano operativo nazionale) Inclusione 2014-2020 del Miur, e di cui la Regione è beneficiaria. Il finanziamento assegnato per la realizzazione delle attività del progetto sarà così suddiviso: 48 mila e 800 euro a carico della Regione e i rimanenti 16 mila e 265 euro a carico di Crea.
"È un progetto sperimentale decisamente innovativo, cui teniamo molto - spiega Grieco - perché consente, attraverso lo strumento della formazione, l'inserimento lavorativo e sociale dei detenuti e, nello stesso tempo, la promozione dello sviluppo delle attività economiche dei territori direttamente interessati, grazie a una rete di attori, pubblici e privati, costruita in modo strutturato e integrato. Da anni la nostra Regione è fortemente impegnata in progetti che favoriscano l'inclusione attiva, la promozione delle pari opportunità, lo sviluppo dell'occupazione e la fattiva partecipazione delle realtà istituzionali e imprenditoriali locali, dando il proprio contributo nel definire un modello organizzativo, che potrebbe poi essere replicato a livello nazionale".
Le attività previste dall'accordo sono molteplici: analisi dei contesti dove saranno avviate le sperimentazioni, definizione dei fabbisogni territoriali, benchmarking (analisi comparativa), raccolta di informazioni strutturate, finalizzate alla conoscenza approfondita dell'organizzazione interna delle colonie agricole, dei processi produttivi, della potenziale domanda e possibili modelli di business, che potranno fare da volano successive fasi progettuali. "Il progetto è complesso e coinvolge non solo la Toscana, ma anche altre Regioni come la Puglia, che è capofila, l'Abruzzo e la Sardegna - aggiunge l'assessora al diritto alla salute, al welfare e all'integrazione socio-sanitaria, Stefania Saccardi.
L'inclusione sociale e lavorativa di persone svantaggiate, in ambito agricolo e rurale, è una delle azioni su cui intendiamo investire. Il nostro intento è quello di rafforzare il rapporto tra i servizi sociali e quelli di politica attiva del lavoro tramite la sperimentazione di percorsi di inserimento lavorativo intramurario dei detenuti, a partire dai settori delle produzioni agricole e della falegnameria, aiutando queste persone ad acquisire le competenze necessarie. Peraltro, nei territori di Gorgona e Pianosa abbiamo già in essere alcuni progetti sociali e quest'ultima iniziativa non fa che rafforzare il nostro impegno per la valorizzazione di queste due isole straordinarie".
di Giada Ferraglioni
open.online, 9 giugno 2020
L'emergenza Coronavirus ha travolto le carceri da innumerevoli punti di vista. Tra questi c'è l'istruzione, che è andata avanti a fatica grazie all'impegno degli insegnanti e la voglia degli studenti.
Il 24 febbraio, nei giorni del carnevale, Luca Leccese, giovane professore di italiano che lavora a Milano, è sceso per le feste dalla sua famiglia in Puglia. Mentre cercava di godersi i primi giorni di sole, le serrande sulle regioni si sono abbassate a causa del Coronavirus e lui si è ritrovato quarantenato fuori dalla Lombardia.
Come tutti gli altri colleghi, nelle settimane di pandemia si è dovuto ingegnare per portare avanti il suo programma didattico nonostante l'emergenza sanitaria. Ma la difficoltà, per lui, è stata doppia: i suoi studenti sono detenuti del carcere di San Vittore e l'interruzione della frequenza ha creato non pochi ostacoli al proseguo delle attività. Il diritto allo studio, però, è una cosa seria - anche e soprattutto nei centri di detenzione. E una strada per continuare l'ha trovata.
L'8 giugno è stato l'ultimo giorno di lezione anche per loro, ma la situazione è rimasta bloccata da inizio marzo fino a metà aprile. Con lo scoppio dell'epidemia prima, e le proteste dei detenuti poi, le attività di educazione all'interno della casa circondariale di Milano hanno subito una brusca - e imprevista - interruzione. "Quando ci sono state le rivolte scatenate dallo stop alle visite dei familiari noi siamo stati allontanati", spiega Leccese. "Non siamo stati riammessi fino a che non si è capito come riorganizzare il tutto. Poi, a metà aprile, il momento è arrivato: il Ministero della Giustizia ha iniziato a chiedere al carcere in che modo avesse intenzione di garantire il diritto allo studio dei detenuti".
L'organizzazione con cui lavora il docente è pubblica: si tratta di un Cpia, cioè uno dei Centri provinciali (statali) per l'Istruzione degli adulti che si occupa anche di fare lezioni all'interno delle carceri. Dall'alfabetizzazione fino al perfezionamento della capacità, gli insegnanti e gli educatori hanno coinvolto solo quest'anno - e solo a San Vittore - circa 850 studenti nei programmi scolastici. Di questi, Leccese e i colleghi sono riusciti a portarne all'esame per la vecchia licenza media (ora si chiama primo livello - primo periodo) solo 4.
Nel corso dei mesi alcuni detenuti sono stati trasferiti (tutto il reparto femminile, ad esempio, si è svuotato) e non hanno potuto completare i moduli. Chi era in alfabetizzazione - soprattutto stranieri che stavano imparando l'italiano - sono rimasti indietro con i programmi, e gli unici che hanno potuto arrivare in fondo sono stati gli studenti di un altro blocco - quello del primo livello - che da più tempo stavano seguendo i corsi con loro.
"A metà aprile dal ministero iniziavano a chiederci come avremmo svolto gli esami per la licenza media", racconta il professore. "Abbiamo dovuto fare una scelta: visto che mancava un mese all'esame per quel livello e visto che ci era stata data una stanza piccola, abbiamo deciso di cercare le persone che erano state con noi fin sa ottobre e che avevano già le competenze per poterlo passare".
E così via di inventiva: gli insegnanti di italiano, di arte, di matematica e di tutte le altre materie hanno creato di loro pugno un manuale da consegnare ai 4 studenti (tutti di età compresa tra i 25 ai 50 anni, sia italiani che stranieri) e dal lunedì al venerdì sono riusciti a garantirgli due ore di lezione giornaliere per circa 4 settimane. Come? Con un computer piazzato al centro dell'unica aula nella quale arrivava la connessione internet.
A regime le aule disponibili sono circa una trentina, e ospitano attività dei generi più disparati (dalle lezioni di italiano fino ai laboratori artistici). "In questa situazione le difficoltà erano evidenti", racconta Leccese. "Ci siamo detti: ma come facciamo a fare la Dad come la fanno fuori? Qui abbiamo solo un pc a disposizione, loro non possono usarlo né - spesso - saprebbero come fare". L'unico modo era quello di usare uno schermo per fare una classica lezione frontale e preparare gli studenti a un esame che riguardasse una tesina compilativa.
"Mercoledì ci consegneranno tutto e noi li valuteremo senza il colloquio", ha detto. Presenteranno anche un libretto con sopra stampati i loro lavori di disegno svolti durante le ore di educazione artistica con il professor Vincenzo Samà.
Certo, la questione è tutt'altro che risolta. Eppure, sia gli studenti sia i professori si sentono fiduciosi. "Poter continuare a studiare è stato fondamentale per loro - soprattutto in un momento difficile come questo", racconta. "Non è certo una situazione definitiva, ma una base importante per poter pensare di non lasciare al caso il prossimo anno scolastico". Secondo Leccese, infatti, sarà difficile che a settembre si potrà tornare a fare lezione come nel pre-Covid. L'emergenza sarà ancora invalidante e "il fatto che si sia attivato un contatto online è già una piccola rivoluzione".
A rimanere scoperti saranno i percorsi di accoglienza e iscrizione, fondamentali per capire l'accessibilità dei singoli ai vari indirizzi. Ma per quanto ci sia la voglia e l'impegno da parte di allievi e professori, il vero ostacolo è la struttura.
"San Vittore è un carcere grande, dispersivo e vecchio", dice Luca. "Bisognerà trovare una soluzione per poter usare tutte le aule, altrimenti non avremo modo di seguire tutte le centinaia di persone che hanno diritto a un'istruzione. Anche questo è un problema pubblico di cui si dovrebbe discutere molto di più".
ilcapoluogo.it, 9 giugno 2020
Lezioni online per i detenuti-studenti del supercarcere di Sulmona. Due appuntamenti alla scoperta della zafferano. Zafferano protagonista di ben due video-lezioni online che hanno coinvolto i detenuti-studenti del supercarcere di Sulmona, da un lato, e il presidente del Consorzio di Tutela dello Zafferano, Massimiliano Di Crescenzo, dall'altro. L'iniziativa si inserisce nell'appassionante percorso "Impresa Cooperativa Simulata", che vede protagonisti l'Istituto tecnico e professionale agrario "Arrigo Serpieri" di Avezzano, Pratola Peligna e Castel di Sangro e Fedagripesca di Confcooperative Abruzzo.
Le due lezioni sono state coordinate da Angela Colangelo di Confcooperative, che racconta: "Una quindicina di detenuti-studenti hanno accolto il nostro invito a conoscere un'eccellenza territoriale come lo zafferano, magistralmente spiegato da D'Innocenzo che, nel presentare la storia e le attività della sua cooperativa, ha condotto i partecipanti alla scoperta di un prodotto importante e di una realtà dinamica del territorio. L'interesse suscitato è stato grande, non solo per quanto riguarda il prodotto ma anche per la modalità cooperativa, sconosciuta ai più. Alla luce di questa esperienza, con la scuola e la casa circondariale non escludiamo di realizzare in futuro un progetto che possa portare tra i detenuti una possibile produzione di zafferano. Sin da ora, il nostro grazie va alla dirigente scolastica del "Serpieri" Cristina Di Sabatino e al direttore del carcere, Sergio Romice".
Aggiunge la dirigente scolastica Di Sabatino: "Organizzare la didattica a distanza presso la casa di reclusione di Sulmona ha richiesto indubbiamente un impegno particolare da parte della scuola. Ma il desiderio di tornare ad incontrare, seppur virtualmente, gli studenti detenuti, e garantire loro il contatto con i docenti, ha condotto la comunità educante del Serpieri a raggiungere l'obiettivo. Con la collaborazione sinergica tra scuola, direzione carceraria e corpo delle guardie carcerarie siamo riusciti ad attivare le attività in sincrono tramite la piattaforma Meet G Suite strutturando un vero e proprio orario delle lezioni.
Si è trattato di garantire agli studenti ristretti il diritto allo studio e, per estensione, confermare il valore rieducativo della pena. Il progetto di Impresa Cooperativa Simulata ci ha consentito, inoltre, di ampliare l'offerta formativa per gli studenti delle classi quinte, che stanno per affrontare l'esame di Stato e che potranno parlare di questa preziosa esperienza durante il colloquio. Ringrazio Angela Colangelo di Confcooperative e Massimiliano D'Innocenzo, presidente del Consorzio per la tutela dello zafferano, che hanno saputo coinvolgere gli studenti in un percorso interessante e innovativo fornendo loro competenze pienamente coerenti con gli studi di agraria e trasmettendo il valore di cittadinanza insito nel lavoro cooperativo. Chissà che in futuro non si possa realizzare una piccola coltivazione di zafferano all'interno della casa di reclusione".
di Fiorenza Elisabetta Aini
gnewsonline.it, 9 giugno 2020
Riprendono con l'inizio del nuovo anno scolastico anche le lezioni del Centro Studi Pio La Torre: la 14esima edizione del Progetto educativo antimafia e antiviolenza ha come oggetto il "Terrorismo mafioso, le infiltrazioni negli uffici pubblici, il welfare della mafia e i rapporti tra boss e chiesa".
Il ciclo di videoconferenze promosso dal Centro fra gli studenti degli istituti scolastici secondari italiani e all'estero e gli allievi delle case circondariali, è patrocinato dal Ministero dell'Istruzione, Università e Ricerca, in collaborazione con il Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria (Dap) che gestisce la partecipazione dei detenuti interessati, la Direzione Investigativa Antimafia, le associazioni degli studenti universitari, la Regione Sicilia, la presidenza dell'Assemblea Regionale Sicilia e l'Anci.
Il sistema di videoconferenza, da sempre usato dal Centro per il collegamento con scuole e case circondariali, è stato potenziato ancor di più nel periodo di lockdown a causa della epidemia da Covid-19. "Il progetto educativo mira a contribuire - è scritto nel sito del Centro studi - a un generale processo di educazione civica degli studenti delle scuole secondarie di 2° grado pubbliche, paritarie e delle case circondariali, ispirato ai principi della nostra Costituzione, della Carta Europea dei diritti umani, della Dichiarazione Universale dei diritti umani. L'obiettivo di fornire agli studenti criteri, stimoli e strumenti di valutazione libera e critica".
Ogni lezione sarà tenuta da una sala della città di Palermo e all'inizio del ciclo gli studenti risponderanno a un questionario circa la loro percezione del fenomeno mafioso di cui si tratterà durante le lezioni. "In questo momento di grave crisi economica - ha spiegato Vito Lo Monaco, presidente del Centro - pesano gli allarmi, lanciati da varie parti politiche e istituzionali sui tentativi concreti di infiltrazioni mafiose nei territori, nel tessuto sociale ed economico del paese sofferente e a disagio per gli effetti negativi sulle famiglie, sulle imprese, sui lavoratori e sui soggetti sociali più deboli e poveri".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 9 giugno 2020
Il Garante campano Samuele Ciambriello: "ci vogliono azioni disciplinari sia su chi dal carcere manda notizie false, sia verso giornalisti che non verificano fonti e notizie". Un detenuto minorenne del carcere campano minorile di Airola avrebbe inviato foto, dall'interno della cella, a emittenti locali e, addirittura, avuto accesso a chat porno con i dispositivi telematici messi a disposizione per i colloqui? Tutto falso.
Qualche settimana fa i mezzi di informazioni, compresi quelli tv, hanno sbattuto in prima pagina il recluso minorenne prendendo per buona una nota del Sappe, il sindacato autonomo della polizia penitenziaria. Il Garante regionale Samuele Ciambriello ha smentito tutto, ricostruendo la verità fatti. Durante la famosa videochiamata la madre di un detenuto al temine del colloquio ha scattato la foto del figlio, in compagnia di un altro giovane che doveva effettuare la successiva telefonata. Questa immagine è diventata uno "screenshot", realizzato dalla mamma del giovane e imprudentemente inviata all'emittente locale "Campania 1".
Dopo la telefonata l'agente di Polizia penitenziaria, controllando il tablet, ha scoperto il tentativo, da sottolineare il tentativo, di connessione con un sito porno apparso per pochi istanti sullo schermo, forzando il sistema di protezione del dispositivo.
Quindi non c'è stato alcun collegamento con siti porno, alcun invio di foto o altro direttamente a tv e radio locali. "Chi riparerà al danno arrecato? È l'autogol dei sindacalisti sarà sanzionato?", si chiede Ciambriello.
"Il problema non era e non è se informare o non informare - osserva il garante regionale - il problema esiste su come informare, specie quando si tratta di minori. Ci vogliono, da tutte le parti in causa, segnali più concreti dell'esigenza di proteggere i minori, i soggetti più deboli, dalle conseguenze possibili di una non corretta informazione anche con i nuovi mezzi di informazione".
Il Garante campano Ciambriello poi ci va giù duro: "Ci vogliono azioni disciplinari sia su chi dal carcere manda notizie false e strumentalizza i ragazzi e le criticità interne per far emergere eventuali problemi organizzativi dell'Istituto, sia verso giornalisti che non verificano fonti e notizie".
Di certo è un periodo dove si fa a gara a dare notizie scandalistiche sul carcere. Dal tema "scarcerazioni" (termine sbagliato) al presunto utilizzo impertinente dei mezzi telematici per effettuare i colloqui. Sindacati a parte, ancora una volta nasce il problema deontologico del giornalismo. Allora vale la pena ricordare che nel testo unico del giornalista viene contemplata anche la "Carta del carcere e della pena" o più semplicemente la "Carta di Milano'', un protocollo deontologico obbligatorio per tutti i giornalisti italiani.
La Carta riafferma il dovere fondamentale di rispettare la persona detenuta e la sua dignità, contro ogni forma di discriminazione, tenendo ben presente i principi fissati dalla Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, dalla Costituzione italiana e dalla normativa europea.
Negli otto articoli della Carta si ribadisce il valore di ogni azione che tenda al reinserimento sociale del detenuto, un passaggio complesso che può avvenire a fine pena oppure gradualmente, come prevedono le leggi che consentono l'accesso al lavoro esterno, i permessi ordinari, i permessi premio, la semilibertà, la liberazione anticipata e l'affidamento in prova al servizio sociale.
Raccomanda l'uso di termini appropriati in tutti i casi in cui il detenuto usufruisca di misure alternative al carcere o di benefici penitenziari, un corretto riferimento alle leggi che disciplinano il procedimento penale, una aggiornata e precisa documentazione del contesto carcerario, un responsabile rapporto con il cittadino condannato non sempre consapevole delle dinamiche mediatiche, una completa informazione circa eventuali sentenze di proscioglimento e tenere conto dell'interesse collettivo ricordando, quando è possibile, i dati statistici che confermano la validità delle misure alternative e il loro basso margine di rischio. Viene rispettato tutto ciò, come la deontologia impone?
di Massimiliano Craus
iodanzo.com, 9 giugno 2020
Raccontiamo un'esperienza inedita nel mondo della danza, soprattutto in questi tempi di pandemia e solitudini a tutte le latitudini. Riportiamo la storia di una coreografa, Carmen Castiello, che per tre mesi ha seguito sei detenute nel carcere di Benevento, con un percorso concepito per risollevarle e ridarle dignità. Un viaggio nei meandri della casa circondariale sannita e nel cuore di ciascuna di loro, compresa la direttrice del Balletto di Benevento e ben quattro interpreti dell'ensemble impegnate in prima persona nello spettacolo "Oblivion" tenuto nell'auditorium di Sant'Agostino sotto l'egida della Questura.
Un percorso che sembrerebbe ad ostacoli e che, invece, ha sortito effetti largamente insperati con la soddisfazione per tutte le protagoniste. Come traspare evidentemente dalle parole della coreografa Carmen Castiello "L'attività corporea nella detenzione può essere un canale di comunicazione e può diventare sostegno dello stato fisico, mezzo di lavoro introspettivo: il corpo diventa una mediazione tra il sé e prendere coscienza di esistere attraverso la comunicazione silenziosa che permette un sano recupero del rapporto con il proprio corpo. Lo spazio dove si svolgevano le attività era piccolo ma con grandi finestre dove la luce e la visione del cielo rendevano il lavoro più leggero e piacevole. Nei nostri incontri nel loro raccontarsi, affiorava continuamente la paura di dimenticare il volto dei propri cari, il mare, il vento e gli odori della vita. Così attraverso i suoni cercavamo suggestioni ed alla sofferenza seguivano abbracci e condivisioni, momenti di dolore e felicità."
Ma qual è stato l'approccio emotivo e corporeo della nostra interlocutrice? "Attraversavo ogni volta molte porte prima di arrivare, accompagnata dai suoni freddi e metallici di grandi chiavi. L'ingresso che mi accoglieva era quello di una comunità con una parvenza di realtà domestica e continuando a percorrere il lungo corridoio, intriso di profumo di cibo e di caldo che veniva dalla cucina, si arrivava in una sala che somigliava ad un laboratorio. È lì che si poteva comunicare, apprendere e relazionarsi durante le attività: lavori esposti in un piccolo sistema sartoriale con manichini, pezzi di stoffa, penne, matite, pennelli e persino un metronomo... e poi l'incontro con Antonella, Patrizia, Ines, Marianna, Marinella e Lina con una profonda commozione dopo l'ansia dell'attesa.
L'incontro è stato con i loro occhi, occhi profondi e sguardi segnati dal dolore. Il volto scavato dal tempo, un tempo dilatato senza limiti! Iniziavamo a lavorare solo sull'ascolto della musica, poi dei rumori e suoni "dimenticati" come il mare ed il vento, i ricordi e la malinconia, un percorso attraverso il quale svanivano i nostri confini per dare spazio ad un viaggio in cui affiorava la paura di dimenticare la vita ed essere dimenticate. La paura di dimenticare ed essere dimenticate mi lasciava una profonda angoscia.
Lo spazio della reclusione, del castigo e della riflessione, uno spazio ristretto nella possibilità di svolgere esperienze, dove la percezione del tempo si estende a tal punto da non coincidere più con il tempo reale. L'esperienza della danza attraverso il laboratorio del movimento e della musica dava loro immediatamente la possibilità di appropriarsi di uno spazio interiore e di liberarsi, approdando ad una sensazione di libertà".
Oltre alle considerazioni della coreografa ci piace sottolineare anche quelle dell'interprete/detenuta Ines, una tunisina trentaquattrenne che si è messa in gioco insieme alle sue cinque compagne di sventura "Le sensazioni che provo quando danzo ed ascolto sono: chiudo gli occhi e sento il mio corpo ondeggiare e ricordo quando io e mia sorella da piccole ballavamo... le nostre risate! Per pochi minuti mi sento nel mio paese e sento il mare e con la mente sono lì".
Esperienza trimestrale che ha condotto tutte le protagoniste alla scena, proprio come ci spiega Carmen Castiello: "Dopo un mese circa di laboratorio interpretavano i loro gesti con molta consapevolezza e cominciammo a raccogliere idee, impressioni e sensazioni per un racconto coreografico che partiva dalle loro scritture di fine laboratorio. Racconti che parlavano di separazioni da figli, amori e famiglie in un passato che si fondeva al presente. E la paura del futuro che era, in realtà, la paura di non avere un futuro! Lavorammo intensamente ed ininterrottamente, sostenute dalla presenza delle quattro danzatrici volontarie della Compagnia Balletto di Benevento Odette e Giselle Marucci, Ilaria Mandato e Lucrezia Delli Veneri. I loro movimenti si amalgamavano e diventavano un corpo solo per la loro capacità di mettersi in gioco, di comprendersi grazie alla musica dell'Orchestra cosicché i loro volti diventavano più distesi, sembravano riappropriarsi della propria femminilità.
"Oblivion" era il titolo della performance, titolo introspettivo e struggente che si riallacciava al concetto della paura di dimenticare ed essere dimenticati da chi e da dove eravamo partite. Un pensiero triste che si trasforma in danza: riuscire a fondere un sentimento profondo, dolce e triste con l'istintualità della danza per potersi ritrovare.
Dopo circa tre mesi dall'inizio del nostro lavoro, abbiamo portato in scena la nostra esperienza in occasione di una grande manifestazione organizzata dalla Questura di Benevento, nell'Auditorium Sant'Agostino con la presenza dell'Orchestra e dei nostri indelebili ricordi di un'esperienza indimenticabile.
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