di Michele Passione*
Ristretti Orizzonti, 8 giugno 2020
Il fatto (quotidiano) di sabato è la lista dei cattivi; al contrario di Oscar Schindler, la brava giornalista dà i numeri, facendo nomi e cognomi, e dal solito argomentare possiamo trarre qualche buona informazione per l'opinione pubblica.
La prima è che il Ministro Bonafede ha varato "un decreto "anti scarcerazioni", dopo che 253 detenuti dell'alta sicurezza e tre del 41 bis (356, non 376 complessivi, come ha scritto la stampa) sono stati posti ai domiciliari per alto rischio Covid-19, perché soffrono di altre patologie".
Già si sapeva, si dirà, ma la nostra zelante cronista ci fornisce argomenti di riflessione.
Il primo, com'è evidente, è che il decreto ha la finalità di impedire le scarcerazioni; siccome non si tratta di evasioni, ma appunto, di provvedimenti legalmente assunti da una moltitudine di magistrati, occorre prendere atto che il Governo, con decretazione di urgenza, ha deciso di far strame (tra l'altro) della separazione dei poteri.
Il secondo è che i provvedimenti legalmente assunti per motivi sanitari devono essere travolti per una ragion di Stato; dalla sicurezza della cura alla cura della sicurezza.
Il terzo, è che i numeri "scritti dalla stampa" non sono veri, ma leggermente inferiori; non è dato comprendere a quale categoria si riferisca l'autrice - di là la stampa, di qua ci sono loro, del Fatto - ma non è un mistero per nessuno che il quotidiano romano sia la sponda preferita del Ministro, e dunque parli con voce della verità.
Il quarto, di cui la brava giornalista non dice, è che la lista (la sua, quella del Ministro, il che è uguale) comprende anche persone che stanno scontando pene per reati comuni; poi certo, qualcuno dalla Commissione Antimafia propone di abolire lo scioglimento del cumulo, e dunque sarebbe possibile tenere incatenati al proprio agito anche persone che abbiano avuto condanne per fatti gravi lontani nel tempo, impedendo l'accesso a misure alternative per altri reati comuni che siano in espiazione.
Infine, con un virgolettato del nuovo Capo del Dipartimento, si assume che questi abbia affermato che "dar seguito al ruolo che il nuovo decreto assegna al Dap" sia un suo pensiero "in cima alla lista"; secondo quanto riportato nell'articolo, il Dott. Petralia avrebbe affermato che ciò si è fatto perché "lo dovevamo al corpo che mi onoro di guidare".
Vogliamo credere che non sia così, poiché è davvero incomprensibile che una condotta come quella richiesta al Dap dal decreto (fornire informazioni ai magistrati su istituti o reparti idonei alle cure di detenuti malati) sia "dovuta al corpo"; forse è il corpo delle persone malate (anche quelle cattivissime, checché ne pensi Renzi) che avrebbe bisogno di attenzione, e non un "corpo" dell'Amministrazione, cui non si deve proprio nulla di speciale per ciò che riguarda il rispetto della legge (anche di questo decreto), che va osservata per dovere costituzionale (art. 54), e non per risposta a qualcosa o qualcuno.
Infine, immancabile: la nostra giornalista afferma che "molti detenuti usciti con la scusa del Covid tornano dentro o in centri clinici penitenziari". Con la scusa. È un'affermazione grave e volgare, che sottende l'idea della mistificazione, della strumentalità, dello scambio tra salute e sicurezza, e non già della ricerca di un ragionevole equilibrio, giacché la Dignità (offesa da una detenzione degradante quando la salute è in pericolo - lo dice l'art. 3 della Cedu) non si acquista per meriti e non si perde per demeriti.
La "scusa" offende i tanti (decine e decine) magistrati che hanno fatto il loro dovere, utilizzando norme pre repubblicane, non certo emergenziali, e i tanti avvocati che hanno semplicemente fatto quel che si impegnano a fare quando prestano giuramento all'inizio della loro professione.
Manca ancora una cosa, che l'articolista dovrebbe sapere, e che invece non dice: non è passato un mese dalla pubblicazione in Gazzetta ufficiale del decreto legge n.29 e già due magistrati di sorveglianza (Spoleto e Avellino) hanno sollevato questioni di legittimità costituzionale. Forse non tutto funziona a dovere.
Ma tutto questo Federica non lo sa, e comunque non lo scrive; forse perché "è la punizione che mantiene nell'ordine l'intera razza degli uomini" (De Maistre).
*Avvocato
di Viviana Lanza
Il Riformista, 8 giugno 2020
Un problema all'interno delle carceri sono i suicidi in cella. E una possibile soluzione potrebbe essere quella di potenziare il sostegno psicologico se, come emerge dall'ultima relazione annuale del garante regionale dei detenuti, Samuele Ciambriello, "va riscontrata la difficoltà negli istituti di pena di avviare programmi di igiene mentale di comunità dato il limitato o assente accesso ai servizi psichiatrici".
Finire in cella per la prima volta, soprattutto per un'accusa che si ritiene infondata o quando ci si ritiene vittima di errori giudiziari, è dura. Durissima. Chi ha provato questa esperienza racconta lo smarrimento, lo sconforto, la paura. L'istituto che ha il più alto tasso di suicidi è Poggioreale sebbene non sia tra gli istituti con il maggior livello di sovraffollamento.
"Risulta evidente dunque che i fattori di rischio suicidario non sono riconducibili esclusivamente alle caratteristiche dell'istituto, bensì si intrecciano con le caratteristiche personali, come dichiarato dall'Organizzazione mondiale della salute nel rapporto sul suicidio del 2003", si legge nella relazione del garante che fa il punto su un anno di storie ed eventi accaduti nei 15 penitenziari della Campania.
"Gli istituti di pena sono luoghi dove si concentrano gruppi vulnerabili che sono tradizionalmente tra quelli più a rischio. L'impatto psicologico dell'arresto e dell'incarcerazione, le crisi di astinenza dei tossicodipendenti, la consapevolezza di una condanna lunga o lo stress quotidiano della vita in carcere possono superare la soglia di resistenza del detenuto medio e a maggior ragione di quello a rischio elevato", è l'analisi.
Non in tutti gli ambienti carcerari esistono procedure che consentono di identificare e gestire i detenuti più fragili, quelli che possono tentare o realizzare l'estremo gesto di togliersi la vita. Non basta lo screening per gli indicatori di rischio elevato.
Quello che manca o va potenziato, secondo la relazione del garante, è un adeguato monitoraggio del livello di stress dei detenuti: "Vi è poca probabilità di identificare situazioni di rischio acuto". Eccolo il nodo, il punto su cui intervenire è la soluzione proposta. Perché, come emerge dall'analisi dei dati del rapporto annuale, "anche laddove programmi o procedure adeguate sussistono, eventuali condizioni di sovraccarico lavorativo per il personale o il loro mancato addestramento possono talvolta impedire il riconoscimento dei segnali precoci di rischio suicidario".
di Carla Forcolin*
Ristretti Orizzonti, 8 giugno 2020
Giovedì 4 giugno il Garante Regionale della Regione Piemonte, on Bruno Mellano, ha organizzato un'interessante video assemblea, dov'erano presenti molte importanti personalità, che ho ascoltato con attenzione, ma dove non mi è stato possibile intervenire.
Nessun rappresentante istituzionale del Veneto c'era e io sono solo la Presidente di un'associazione di volontariato, che però ha seguito i bambini del nido prima, dell'Icam poi, quotidianamente, per 16 anni. Portandoli all'asilo nido, alla scuola materna, in spiaggia d'estate, per tre giorni pieni a settimana, ecc.
Nella video assemblea, sono state dette molte cose importanti, per esempio che gli Icam sono un passo avanti rispetto ai nidi, ma rimangono carcere; anzi, la dott. Monica Cristina Gallo, garante del comune di Torino, ha fatto notare che negli Icam c'è bisogno soprattutto di svolgere attività e progetti, di dare vita alle giornate. Ora tenervi i bambini fino a sei anni, senza che questo sia fatto, è davvero creare dei disadattati, a cui è stata rovinata tutta la preziosa prima infanzia.
Un conto è se i bambini vanno in casa-famiglia, che non dev'essere necessariamente "protetta", come hanno fatto notare Lia Sacerdote di "Bambinisenzasbarre" e Giuseppe Longo dell'Associazione "Papa Giovanni XXIII" (possono essere accolti anche nelle strutture già preesistenti e non è chiaro in cosa le case protette siano diverse dalle altre) un altro è se stanno negli Icam. Per questo l'associazione "La gabbianella" ha lanciato una petizione, reperibile sul sito: www.lagabbianella.org, in cui chiede che finché i bambini staranno in carcere o in Icam, vi escano a tre anni, come succedeva prima della legge 62.
Se in casa-famiglia può andar bene vivere con la mamma fino a sei anni e anche fino a dieci (si spera in pochi casi), in carcere questo è pregiudizievole per il futuro del bambino e fonte di sofferenza per il suo presente. Le case-famiglia necessitano di finanziamenti per funzionare: piuttosto che spendere il denaro pubblico per farne di nuove, sembra sensato spendere per la loro gestione/mantenimento e stabilire se è di competenza dello Stato o delle Regioni.
Di certo non si può pensare che sia il terzo settore a mantenerle. Un detenuto allo Stato costa circa 250 € al giorno, una ristretta madre in casa-famiglia circa 50 €, secondo quanto ha detto Luigi De Mauro, presidente della Consulta Penitenziaria di Roma. Conviene a tutti "rieducare" le donne in un ambiente idoneo.
Ho spiegato diffusamente ogni cosa in un libro che uscirà in autunno con F. Angeli, ma è bene che si considerino da subito le conseguenze di certe giuste affermazioni: perché restare in Icam-carcere un tempo doppio di prima?
Tre anni sono già perfino troppi e dalla mamma si viene separati ugualmente, se il giudice di sorveglianza decide che la stessa non può accedere alla casa-famiglia! Il problema del mantenimento del rapporto a distanza con la madre si pone comunque ed è il modo in cui lo si risolve che determina la durezza o l'accettabilità della situazione per bambini e genitori.
Tutto ciò per invitare gli "addetti ai lavori" a considerare la proposta di rivedere la legge 62, anche alla luce di queste concrete riflessioni.
*Associazione "La gabbianella e altri animali"
di Simona Musco
Il Dubbio, 8 giugno 2020
Il Consiglio di Stato dà torto a Salvini. L'allora ministro dell'Interno mise fine ai progetti dopo l'arresto del sindaco. Ma non avrebbe potuto farlo. Il ministero dell'Interno non avrebbe potuto chiudere i progetti d'accoglienza a Riace. A stabilirlo definitivamente è il Consiglio di Stato, che lo scorso 28 maggio ha respinto il ricorso avanzato dal Viminale dopo che, lo scorso anno, il Tar di Reggio Calabria aveva messo nero su bianco l'illegittimità di quella decisione.
Partendo, intanto, dal mancato invio di una diffida vera e propria, tant'è vero che le criticità evidenziate dal ministero non avevano impedito la proroga del progetto. Ma soprattutto, il ministero dell'Interno non avrebbe mai contestato puntualmente al Comune le irregolarità rilevate, né avrebbe assegnato un termine entro cui risolverle. E nonostante questo, ad ottobre 2018, pochi giorni dopo l'arresto dell'allora sindaco Domenico Lucano, che di quel progetto era l'anima, il ministero dell'Interno allora guidato da Matteo Salvini aveva disposto il trasferimento dei migranti, riportando il paese di nuovo allo spopolamento.
"L'Amministrazione statale prima di adottare qualunque misura demolitoria deve attivarsi per far correggere i comportamenti non conformi operando in modo da riportare a regime le eventuali anomalie", scrive il Consiglio di Stato, sottolineando come "il potere sanzionatorio/demolitorio è esercitabile solo se l'ente locale che si assume sia incorso in criticità sia stato avvisato, essendogli state chiaramente esposte le carenze e le irregolarità da sanare, gli sia stato assegnato un congruo termine per sanarle, e ciò nonostante, non vi abbia provveduto".
Insomma, l'atto del Viminale avrebbe dovuto essere chiaro nei richiami, consentendo così al Comune di Riace, laddove possibile, di risolvere le criticità. Analizzando la nota del 28 gennaio 2017, i giudici di Palazzo Spada hanno sottolineato "che tale atto non solo non soddisfa i requisiti di forma stigmatizzati dal Tar, ma neppure quelli sostanziali, non potendo ritenersi che abbia raggiunto il suo scopo". L'avviso avrebbe dovuto, infatti, rispettare tre requisiti: l'adozione da parte della Direzione centrale, l'individuazione di ogni inosservanza accertata e l'invito ad ottemperare alle inosservanze rilevate entro il termine assegnato, pena la decurtazione del punteggio.
Nel caso in questione, però, solo il primo dei tre requisiti è stato rispettato, presentando "gravi carenze in ordine ai successivi". La nota del 28 gennaio 2017, infatti, "contiene un elenco di criticità indicate sinteticamente con le lettere a), b), c) ecc. fino alla lett. k); per l'individuazione concreta dei rilievi si fa il generico riferimento alla nota del Servizio Centrale del 23 dicembre 2016 senza concretamente individuare i punti critici; con riferimento alle irregolarità amministrative e gestionali la nota è assolutamente generica limitandosi a richiamare la relazione della Prefettura".
Manca, inoltre, palesemente, l'indicazione del termine entro cui provvedere alla risoluzione delle criticità. "Se la ratio della diffida è quella di assegnare un termine per consentire all'ente locale di correggere le anomalie, è del tutto evidente che questo deve essere ragionevole e proporzionale allo scopo: tale può non ritenersi l'invito contenuto nella nota del 28 gennaio 2017 che impone una prestazione ad horas, pur in presenza di plurimi profili di irregolarità in precedenza evidenziati", scrivono i giudici. Inoltre, la chiusura del progetto è arrivata nel giro di circa un mese dall'adozione del provvedimento che aveva rifinanziato i progetti d'accoglienza per il triennio successivo, nonostante le criticità fossero già state manifestate in precedenza dal ministero dell'Interno: "ciò rende ragionevole ipotizzare che il Comune non avesse interpretato tale atto nel senso propugnato dal ministero appellante, in assenza di elementi formali idonei a farlo qualificare come invito/diffida, e cioè come l'atto propedeutico all'adozione del provvedimento di revoca del contributo assegnato".
Inoltre, il 26 gennaio 2017 la Prefettura di Reggio Calabria aveva redatto una relazione positiva sul "sistema Riace e ciò, nell'ottica del Comune, "avrebbe potuto incidere positivamente sulle valutazioni del ministero". "Se si considera il contesto anche temporale nel quale la nota è stata trasmessa, il tenore dell'atto, la carenza di un formale espresso riferimento alla natura di avviso/invito ex art 27 c. 2 cit. e la mancata rispondenza ai requisiti di forma di tale specifico atto - affermano i giudici - deve condividersi con il Tar che a tale atto "non può attribuirsi un valore diverso da quello di una nota volta richiamare l'attenzione dell'amministrazione comunale sull'esigenza di porre rimedio alle criticità riscontrate nel precedente triennio", che peraltro non avevano comportato il rifiuto di ammettere il progetto al contributo per il triennio successivo.
A ciò occorre aggiungere che come puntualmente rilevato dal Tar, nella nota del 28 gennaio 2017 non vi è alcun espresso riferimento alle criticità correlate alla banca dati che poi hanno comportato la decurtazione del punteggio e che le contestazioni relative alla gestione amministrativo-contabile dell'ente sono troppo generiche pur avendo assunto un effetto determinante ai fini della revoca del contributo".
Tutto ha a che fare con due note del Viminale: una del gennaio 2017, con la quale, in vista del nuovo triennio di finanziamento, poi approvato, il Comune venne sollecitato a comunicare le iniziative per "ricomporre con immediatezza tutti gli aspetti di criticità emersi durante le visite ispettive", e una di luglio 2018, con la quale venne comunicato l'avvio del procedimento di revoca del contributo.
Per i giudici del Tar è "palesemente irragionevole e contraddittorio ritenere che, ad appena un mese dal decreto con il quale era stato rifinanziato il "sistema Riace", il Viminale abbia diffidato l'ente ed avviato il procedimento per revocare i fondi. Come se un procedimento già chiuso fosse stato riaperto e modificato nel suo contenuto. Il tutto con un atto che, in ogni caso, "violerebbe" le regole di "trasparenza" e "partecipazione al procedimento amministrativo degli interessati", affermano i giudici.
Contestazioni "troppo generiche", anche quando ritenute decisive nella scelta di revoca, "e che, pertanto, avrebbero dovuto essere previamente contestate con ben altra puntualità". La critica dei giudici è forte: l'amministrazione statale si sarebbe limitata a vuoti formalismi procedimentali, senza rispettare "le forme che essa stessa, peraltro, si è data", prorogando in un primo momento il progetto e poi decidendo, per le stesse ragioni, di cassarlo. Con una "contraddittorietà", affermano i giudici, "manifesta", in quanto le difficoltà del "sistema Riace" erano note e risalenti, almeno, al precedente triennio, ma il procedimento ispettivo non si era concluso con la revoca del finanziamento, bensì con la sua proroga, ragione per cui il Comune non poteva che dedurne il superamento delle criticità. E i risultati di quelle ispezioni non sono stati inoltrati alla Commissione deputata alla valutazione dei progetti o, se ciò è stato fatto, non si è provveduto ad impedire la proroga del finanziamento, peraltro richiesto dal Comune il 30 ottobre 2016, chiaro "indice dell'illegittimità" dell'atto del ministero.
"L'autorizzazione alla prosecuzione del progetto può, dunque, trovare spiegazione solo con "la massima benevolenza dell'amministrazione" che ha anche messo a disposizione del Comune "risorse umane e finanziarie", nonostante il caos gestionale ed operativo "che emerge con chiarezza dagli atti di causa". Insomma, "i riconosciuti ed innegabili meriti del "sistema Riace"", secondo i giudici, avrebbero "giocato un ruolo decisivo nel ritenere superate (e non penalizzanti) le criticità", che non potevano essere recuperate a posteriori, "per motivare la revoca, se non rinnovando per intero il procedimento".
Alla luce della documentazione, insomma, "il progetto avrebbe dovuto essere eventualmente chiuso alla scadenza naturale. Averne autorizzato la prosecuzione, lasciando la gestione di ingenti risorse pubbliche in mano ad un'amministrazione comunale, per quanto ricca di buoni propositi e di idee innovative, ritenuta priva delle risorse tecniche per gestirle in modo puntuale ed efficiente, appare fonte di danno erariale", da segnalare alle autorità competenti.
E "che il "modello Riace" fosse assolutamente encomiabile negli intenti ed anche negli esiti del processo di integrazione - si legge - è circostanza che traspare anche dai più critici tra i monitoraggi compiuti". Insomma, quell'atto non aveva fondamento. Ma i progetti, ormai, sono chiusi e Riace è di nuovo vuota.
di Paolo Foschini
Corriere della Sera, 8 giugno 2020
Nel reparto speciale che ha curato 62 pazienti: "Un gioco di squadra tra volontari, agenti e detenuti". Il primo contagiato di San Vittore è datato 30 marzo e in realtà non stava neanche a San Vittore: un detenuto ricoverato in ospedale da novembre e per altri motivi. Il virus lo prese là fuori, e altresì fuori guarì. Quella che in carcere era già entrata da un pezzo però era la paura. Tra i detenuti e tra gli agenti, non solo per sé ma quasi di più per le loro famiglie. "Non è stato semplice all'inizio", dice Ruggero Giuliani che di San Vittore è il coordinatore sanitario, finalmente sorridendo (o quasi) sotto la mascherina.
Ma ora intorno a lui l'équipe di Medici Senza Frontiere arrivata poco più di due mesi fa cammina lungo il corridoio che porta al Centro Covid allestito nel frattempo e al cui ingresso, appena di qua dal cancello, un agente tutto bardato indica ormai con naturalezza la bacinella di candeggina lì in terra per la disinfezione delle suole: in tutto simile a quella che potrebbe star fuori da un reparto colera in Haiti. L'ordinaria amministrazione per Msf. "È stata una lezione importante", dice il direttore Giacinto Siciliano. Molto impegnativa, va da sé, con in mezzo la rivolta esplosa il 9 marzo qui come in altre carceri italiane. Ma oggi San Vittore, forse, può ricominciare a guardare avanti con in più l'esperienza unica di aver allestito in tempo record un reparto Covid non solo per i "suoi" detenuti ma per anche per quelli degli altri istituti lombardi. In tutto 62 pazienti accolti e curati, finora. Una ventina di San Vittore. Gli altri soprattutto da Lecco e Voghera. Un paio da Bergamo e Brescia.
Centro clinico - Solo uno non ce l'ha fatta. Asintomatico, peggiorato in poche ore, ricoverato al San Paolo, due settimana di terapia intensiva, niente da fare. Il reparto Covid di San Vittore, realizzato in quello che prima era il Centro clinico, è attrezzato "solo" per i trattamenti normali. Che non è poco in un carcere: trasferiti al Centro clinico dell'altro carcere milanese di Opera i 90 pazienti presenti "prima", questo è stato trasformato secondo i criteri disegnati dagli esperti di Msf.
La loro équipe - ci sono Marco Bertotto, Sara Sartini, Silvana Gastaldi - è arrivata poche settimane dopo che il carcere aveva interrotto in via cautelare quasi tutte le attività di gruppo dei detenuti, i colloqui con gli esterni, l'ingresso dei volontari. "Momenti di tensione altissima", ricorda chi c'era. Nessuno sapeva bene cosa fare, come del resto fuori. "Ma quando siamo arrivati e abbiamo cominciato a spiegare come comportarsi - dice la dottoressa Sartini - il clima è diventato di fiducia e le cose sono andate sempre meglio". È divenuto un modello, spiega Bertotto: "Come Msf lo abbiamo portato nelle Marche, in Piemonte, in Liguria". Mentre a San Vittore il lavoro quotidiano, finita la formazione, veniva portato avanti dall'équipe medica del carcere.
Volontari - Tutti volontari gli operatori del reparto. Sia tra gli agenti ("Prima si son fatti avanti i più giovani - riconosce Pietro Corallo, 27 anni di servizio - e sul loro esempio anche noi più anziani abbiamo capito che dovevamo esserci") sia tra i detenuti addetti ai servizi di cucina e pulizia. Come Stefano Belfiore, 37 anni: "Una esperienza molto forte, che mi porterò fuori". Il resto del lavoro più impegnativo è stata la gestione ingressi dei nuovi arrestati: impossibile imporre una quarantena individuale a ciascuno, adottata una quarantena a gruppi divisi per giorno di arrivo, al quinto raggio. Ha funzionato. Così come sta funzionando una delle attività di cui Covid, a fronte dell'interruzione di tutte le altre, ha invece quasi imposto l'avvio: un gruppo di detenuti e detenute produce attualmente 2.500 mascherine al giorno, in parte destinate anche all'esterno.
Dopodiché questo ha rappresentato solo una parte di quel che sono stati i mesi Covid in carcere. Problemi giganteschi a cui si è cercata una soluzione nei limiti del possibile, e talora con risultati che sarebbe anche bello conservare: "Come le telefonate e videochiamate quotidiane tra detenuti e familiari", dice Siciliano. "E anche per la polizia penitenziaria - sottolinea il comandante Manuela Federico - è stato un momento di ritrovata collettività".
"All'inizio - ricorda il provveditore regionale Pietro Buffa - il timore era che il virus potesse essere per le carceri una tragedia: abbiamo sperimentato che agire in squadra consente di affrontare anche le situazioni più difficili".
Come era stata, in marzo, la rivolta che aveva devastato il Terzo raggio. Ora anche il reparto La Nave all'ultimo piano, coordinato dalla équipe di Graziella Bertelli, è stato completamente rimesso a posto dagli stessi detenuti. Il fotografo Nanni Fontana ha regalato al reparto fotografie giganti che ora lo riempiono. E quel che l'intero carcere aspetta, un po' alla volta, è a questo punto la ripresa delle attività. Che per fortuna, piano piano, sta iniziando. Perché di virus si muore ed è vero. Ma di inattività, in un luogo chiuso, si può comunque impazzire.
di Marilù Musto
Il Mattino, 8 giugno 2020
"Era un cofanetto, mi hanno detto che c'era del tabacco all'interno da consegnare a un detenuto, in realtà c'erano sette telefoni cellulari. Io non lo sapevo. È stata una mia ingenuità prendere in consegna il cofanetto, sono stato ingannato da questa persona che mi ha dato il pacco". Padre Pierangelo Marchi è frastornato. Ieri è stato perquisito, interrogato e trattenuto per cinque ore nel carcere di Carinola. Che non è certo Alzatraz, evidentemente. Lì, ci sono detenuti con condanne definitive con pene massime non superiori ai sette anni. Il metal detector è suonato al suo ingresso e quando gli agenti della polizia penitenziaria hanno aperto il cofanetto che il sacerdote aveva fra le mani, hanno trovo la sorpresa: 7 telefoni. Più uno, il suo.
La versione del sacerdote - Lui, nel carcere, ci era andato per consegnare un pacco con abiti a un detenuto con cui era entrato in confidenza, ma un amico di quest'ultimo gli aveva chiesto un favore per un altro detenuto. Una cosetta semplice: consegnare il cofanetto. "Io gli ho anche detto: ma non è che mi metti nei guai? Lui mi ha rassicurato. Me lo sentivo che c'era qualcosa di strano, a dirla tutta - spiega padre Marchi - è stata una pugnalata alle spalle".
Il Sindacato - La notizia è venuta a galla ieri pomeriggio, grazie a un comunicato stampa di Emanuele Moretti e Ciro Auricchio, presidente e segretario regionale dell'Uspp: "Un prete ha cercato di introdurre in carcere sette cellulari", hanno scritto i rappresentanti sindacali della polizia penitenziaria. "L'episodio evidenzia la necessità di dotare la penitenziaria di strumenti avanzati, in grado di schermare gli istituti di pena". Vero, ma non basta. Il 28 aprile nel carcere di Secondigliano era stato intercettato un drone con 6 cellulari per detenuti. Dal muro di cinta, una sentinella aveva intercettato il drone che, in avaria, era precipitato prima di giungere al Reparto detentivo S2, nel cortile dei passeggi del carcere.
Metal detector - Ora, l'attenzione si è spostata a Caserta. Padre Pierangelo Marchi, trevigiano trapiantato a Caserta, ha raccontato la sua versione dei fatti agli agenti, prima di tornare nella Tenda di Abramo, l'associazione che aiuta i più deboli in tutta la provincia. Cinque anni di volontariato nel carcere di Carinola, una vita passata ad accudire chi ha bisogno: padre Pierangelo, dell'ordine dei Sacramentini, non se lo aspettava.
"Questo episodio non mette in discussione i miei cinque anni di volontariato in carcere - spiega adesso - ho peccato di ingenuità. All'inizio la figlia di questo detenuto mi incaricava di portare abiti al padre, ma non è mai successo nulla. Tutto veniva controllato all'ingresso, questa volta invece il metal detector è suonato, con mia sorpresa. Non c'è dolo, ma colpa. Mi hanno ingannato e facendo questo hanno messo nei guai me e gettato cattiva luce sul carcere di Carinola, che non ha bisogno di questa etichetta". Ma chi era il destinatario dei telefoni cellulari? "C'era il destinatario, certo. Ma io non lo sapevo, per me dentro quel pacco c'era tabacco", conclude il sacerdote.
di Ilario Lombardo
La Stampa, 8 giugno 2020
Nella maggioranza si riapre la polemica. Dura 8 minuti e 46 secondi l'omaggio commosso di Piazza del Popolo a George Floyd, il cittadino afroamericano ucciso da un agente di polizia a Minneapolis, il 25 maggio.
Sono i minuti interminabili che scandiscono gli ultimi istanti di vita di un uomo ucciso da un agente di polizia mentre implorava: "I cant'breathe", non riesco a respirare. Sotto il cielo di Roma, a mezzogiorno migliaia di persone restano in ginocchio per quattro minuti, per altri quattro minuti restano in piedi con il pugno alzato per dire no al razzismo, in silenzio. "Black lives matter" riecheggiano i cartelli. E quelle parole ripetute ancora: "I can't breathe".
È stata una studentessa romana di 25 anni, Denise Fuja Berhane, a lanciare con due amici l'idea raccolta dalle associazioni che si battono contro ogni discriminazione, a partire da Women's March Rome, 6.000 sardine, Neri Italiani, Black Italians (Nibi). A rispondere è una folla di giovani (tremila persone secondo gli organizzatori) di ogni colore, origine e religione che riunisce per ricordare che sui diritti l'Italia non può dirsi innocente.
A partire dai colpevoli ritardi sulla cittadinanza ai nuovi italiani. "Noi saremmo per lo ius soli puro, ma bisogna bonificare la narrazione farlocca e strumentale portata avanti da certi personaggi della politica" sostiene Mattia Santori, leader delle Sardine. Il movimento, sommerso durante il lockdown, riparte da dove era rimasto.
Dalla proposta sulla cittadinanza. Dall'assedio alla politica per una legge troppe volte sventolata e rimasta poco più che uno slogan. Nella coda di un'emergenza sanitaria che fa intravedere gli albori di una crisi terribile, il dibattito sullo ius soli rischia di trasformarsi in merce politica sul mercato del consenso. Le opposizioni già pronte a colpire se il governo dovesse riaprire i cantieri della norma. E la maggioranza spaccata.
Leu è il primo partito a chiedere di rimetterla al centro dell'agenda. Mentre il M5S, che tra le sue mille anime non trova modo di mettersi d'accordo, ostenta indifferenza, pronto a sostenere che "la questione non è all'ordine del giorno".
Infine il Pd che per ora reagisce blandamente, nonostante sia titolare di due proposte su tre depositate alla Camera. In mezzo a tutti, il premier Giuseppe Conte resta convinto che, considerate le non facili conciliazioni, se ne debba occupare il Parlamento. Tentennamenti stigmatizzati dalla piazza romana. Lo ripete Aboubakar Soumahoro, bracciante e sindacalista Usb: "Una certa politica ha continuato a costruire il proprio consenso discriminando in base alla provenienza geografica, religiosa, sessuale".
Ma è di Stella Jean, giovane stilista italo-haitiana, la voce che arriva al cuore: "Non è possibile che i miei figli subiscano le stesse minacce, insulti e aggressioni che ho subito io. Tutti loro meritano la cittadinanza. Siamo tutti meticci, gli italiani per primi. L'altro già voi".
di Emanuele Ambrosio
ilsussidiario.net, 8 giugno 2020
Don Marco Pozza, il parroco del carcere "Due Palazzi" di Padova ospite della nuova puntata di "Da noi...a ruota libera", il programma condotto da Francesca Fialdini e trasmesso domenica 7 giugno 2020 nel pomeriggio di Raiuno. Il teologo e parroco è conosciuto anche come conduttore televisivo, mentre i più giovani lo chiamano don Spritz. Lui stesso, invece, si definisce come "uno straccio di prete al quale Dio s'intestardisce ad accreditare simpatia, usando misericordia" ed un grande appassionato di Antoine de Saint-Exupéry, l'autore de "Il piccolo principe", una delle opere letterarie più famose e conosciute al mondo.
La passione per la scrittura e per lo studio l'hanno spinto a conseguire il Dottorato in Teologia presso la Pontificia Università Gregoriana con una dissertazione su Cittadella, la sola opera postuma dello scrittore-aviatore francese. Non solo teologo e conduttore, Don Marco è anche autore di diversi libri. Il debutto arriva nel 2011 con il romanzo "Penultima lucertola a destra" seguito l'anno dopo da "Contropiede". La grande popolarità come autore arriva con la trilogia dedicata alla figura di Cristo iniziata nel 2015 con "L'imbarazzo di Dio" seguito da "L'agguato di Dio" e "L'iradiddìo".
Don Marco Pozza e Papa Francesco: "per me è un Papà" - Nel 2016 proprio grazie alle sue opere autoriali Don Marco Pozza riceve il Premio Speciale Biagio Agnes per il giornalismo e debutta come conduttore nel programma "Le ragioni della speranza" trasmesso su Rai1. L'anno dopo approda a Tv2000 dove conduce il programma "Padre Nostro" con la presenza fissa di Papa Francesco con cui ha scritto anche il libro "Quando pregate dite: Padre nostro" edito per Rizzoli.
Parlando proprio della fede, Don Marco intervisto da La voce dei Berici ha raccontato: "la mia fede è cresciuta e si è confermata sotto la guida di tre Pontefici: Giovanni Paolo è stato per me un Papa da guardare, Benedetto XVI un Papa da ascoltare, Francesco un Papa da toccare". In particolare il parroco si è soffermato proprio su Papa Francesco con cui ha collaborato e lavorato a stretto contatto.
"Con Papa Francesco, poi, ho dovuto aggiungere un accento: da Papa a Papà" - ha detto Don Marco - "Dio è generosissimo con me, mi sta donando una pagina sacra incredibile da vivere in questi anni: stare a contatto spiritualmente con Pietro è come stare seduti alla sorgente e poter bere l'acqua appena uscita dalla fonte. Freschezza pura".
Infine l'uomo si è soffermato anche sul suo compito di parroco all'interno del carcere "Due Palazzi" a Padova: "i detenuti mi chiedono di sedermi vicino e attraversare assieme a loro questo pezzo fastidioso di vita che mi cambia nel profondo. Sarò per sempre loro grato non del male che hanno commesso ma della sete di riscatto che qualcuno di loro mi mostra in presa-diretta. Sono il mio quinto Vangelo".
di Francesca Sforza
La Stampa, 8 giugno 2020
Colloquio fra i due leader, ma nessuna risposta sul ricercatore ucciso. L'impressione, però, è che il messaggio sia diventato una frase d'occasione, magari sentita, ma comunque non penetrante abbastanza da far in modo di non essere in agenda per l'incontro successivo.
Sarebbe ipocrita tuttavia caricare sulle spalle del solo premier Conte la vergogna di mercanteggiare con l'Egitto all'ombra del corpo di Giulio Regeni. Innanzitutto perché Conte non è andato a titolo personale a parlare della vendita di 6 fregate, di una ventina di pattugliatori navali, di 24 cacciabombardieri Eurofighter e di 24 aerei addestratori M346, con un contratto per forniture militari del valore complessivo di 9 miliardi di dollari, il maggiore mai rilasciato dall'Italia dal dopoguerra.
Ci è andato a nome di un governo che nei giorni scorsi è stato sul tema ampiamente consultato, a tutti i livelli. Un governo che aveva avviato l'operazione già nel 2019, ai tempi della maggioranza giallo-verde, prima del Conte 2, ma molto dopo l'assassinio di Giulio Regeni, avvenuto nel 2016. Nessuno sollevò obiezioni allora - e fu un errore - ed è dunque bizzarro che le polemiche si sollevino oggi.
Poi perché sono anni che l'interscambio Italia-Egitto non si ferma: trentacinque miliardi nell'ultimo triennio, una forte presenza di Eni, che addirittura riuscì a far entrare in produzione a tempo di record il giacimento egiziano di Baltim South West, scoperto nel giugno 2016, con l'opinione pubblica ancora sotto choc per quell'assassinio, avvenuto tra la fine di gennaio e gli inizi di febbraio dello stesso anno.
Ora, va bene difendere gli interessi nazionali, l'economia, i posti di lavoro, e va bene persino usare l'argomento "se non comprano le nostre fregate compreranno quelle dei francesi", ma quando arriverà il momento per chiedere giustizia sul caso Regeni e ottenerla sul serio, in modo che la famiglia e l'opinione pubblica possano avere la percezione di vivere un Paese che, senza ricorrere alle ipocrisie, sappia garantire sicurezza e rispetto dei diritti?
Non è secondario il fatto che gli egiziani ricerchino nell'Italia un partner per il processo di stabilizzazione in Libia. Nel corso della telefonata, il premier Conte ha preso atto del tentativo del Cairo di mandare avanti una mediazione con il generale di Bengasi Khalifa Haftar in vista della realizzazione degli obiettivi di Berlino.
A nessuno in Europa può piacere una Libia spartita tra la Turchia e la Russia, ed è interesse dell'Italia che l'Onu riprenda il controllo della situazione. A questo scopo si sono cercati di tenere sempre aperti i canali di comunicazione con le parti in conflitto, pur restando sulla carta a fianco del governo riconosciuto di Tripoli. Oggi il banco di prova è atteso a Ginevra, dove ci si aspetta che i contendenti si siedano fisicamente intorno allo stesso tavolo e siano in grado di definire gli scenari per il futuro di una Libia stabile.
Di nuovo, possibile non esista nessuna forma di "leverage" che la nostra diplomazia possa sollevare, per rendere la nostra interlocuzione con l'Egitto più motivata sulla soluzione del caso Regeni? Il fatto che quello tra Italia ed Egitto sia un binario di interessi trafficatissimo - che ci vede come interlocutori per le commesse militari e per il processo di stabilizzazione in Libia - rischia con il tempo di far passare il caso Regeni per un binario morto, l'unico in cui gli sforzi sono a senso unico, da parte della procura e delle autorità italiane.
E se certo garantisce che neanche un posto di lavoro vada perduto, e neanche un euro vada indirizzato ad altri anziché a noi, non toglie la sconfitta valoriale, né la rende meno grave. A quando dunque le prime risposte? L'arresto a febbraio scorso dello studente e attivista egiziano George Zaki, che frequentava un master presso l'Università di Bologna è il segno che perdere tempo, sul fronte dei diritti, non coincide con l'attesa e la speranza, ma con un rapido scivolare all'indietro, nella terra desolata delle "circostanze non del tutto chiarite".
di Fiorenza Sarzanini
Corriere della Sera, 8 giugno 2020
Libia e Turchia potrebbero allentare i controlli su chi parte. Sbarco autorizzato dai maltesi: "Minacce all'equipaggio". Allentare i controlli e consentire ai migranti di partire. È questa l'arma di ricatto che la Libia può utilizzare per ottenere nuove concessioni. Ma è soprattutto lo strumento di pressione che il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, ormai alleato principale del capo del governo di Tripoli Al Sarraj, per trattare con l'Europa.
Ecco perché il governo italiano ha riattivato le relazioni diplomatiche, ma anche l'attività di intelligence affidata all'Aise, nel Nord Africa. E la ministra dell'Interno Luciana Lamorgese sta gestendo personalmente questa fase di uscita dall'emergenza coronavirus nella consapevolezza che il ritorno in mare delle navi delle Ong potrebbe far ricominciare gli sbarchi sulle nostre coste, anche se i porti continuano ad essere chiusi.
Secondo gli ultimi report ci sarebbero almeno 20 mila stranieri pronti a salpare. Persone che in questi mesi di lockdown mondiale si sono affidati alle milizie e ai trafficanti in attesa di trovare un mezzo su cui imbarcarsi. La convinzione degli esperti è che i viaggi, adesso che è stata superata la fase peggiore della pandemia, potrebbero riprendere a ritmo elevato. Prova ne sia che moltissime persone sono già riuscite a partire: l'ultimo bollettino del Viminale parla di 5.461 approdate fino a ieri nonostante la sospensione delle attività delle organizzazioni non governative, a fronte dei 1.878 arrivati nel 2019. Tra loro anche molti tunisini - sono 818 - che arrivano con gommoni e pescherecci e approdano soprattutto sulle spiagge.
Ieri le autorità maltesi hanno autorizzato lo sbarco dei 425 migranti che si trovavano da 40 giorni a bordo di quattro barconi turistici affittati dal governo de La Valletta per tenerli al largo dell'isola durante la pandemia da coronavirus. "Siamo stati costretti perché minacciavano l'equipaggio", ha sostenuto il premier Robert Abela, prima di sollecitare una redistribuzione gestita dall'Europa. E potrebbe essere proprio questo il primo banco di prova di quello che potrebbe accadere nelle prossime settimane.
Dopo la Sea Watch, che ha ripreso l'attività di pattugliamento e soccorso due giorni fa, anche altre organizzazioni non governative hanno deciso di tornare in mare e questo fa presumere che riprendano gli sbarchi o comunque le richieste di approdo così come accadeva nei mesi scorsi. "Siamo finalmente in viaggio, nei tre mesi passati a Messina per adeguarci alle misure anti-Covid 19, le istituzioni non hanno garantito i soccorsi in mare e, dunque, "a nostra presenza è più che mai necessaria", è scritto nel tweet postato da Sea Watch. Un'attività che l'Italia non sembra aver intenzione di agevolare.
Proprio in queste ore il governo ha deciso di riattivare la trattativa con Tripoli offrendo la consegna dei mezzi e degli aiuti che erano già stati promessi. Oltre alle motovedette e agli altri strumenti per il controllo delle coste, l'Italia si è detta disponibile a trattare la fornitura di apparecchiature utili a garantire la sorveglianza delle frontiere interne, così come i libici chiedono ormai da anni.
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