di Francesca Romana de Angelis
L'Osservatore Romano, 10 giugno 2020
Iniziativa solidale dei detenuti nella Casa circondariale Cosmai di Cosenza. Tante e belle sono le storie che arrivano dall'Italia solidale in questo momento così difficile per l'emergenza sanitaria. Alcune di queste storie arrivano dalle carceri e conoscerle fa bene al cuore di tutti."Noi dentro, voi state a casa" recitava uno striscione di detenuti a Piazza Armerina. Parole che trasformano l'isolamento carcerario in un'esperienza che permette di comprendere meglio le sofferenze di un Paese costretto a difendersi, rinunciando ai ritmi consueti della vita per restare protetto al chiuso. "Insieme ce la faremo", questo il messaggio dei detenuti del carcere di Ragusa. Un invito alla fiducia e alla speranza da parte di chi, conoscendo bene le angustie della separatezza, in qualche modo torna a sentirsi parte, e parte attiva, della società civile.
"Chi è stato in esilio porta sempre dentro di sé l'esilio" scriveva il grande poeta spagnolo Pedro Salinas e non c'è esilio più doloroso del carcere. In un momento in cui la sospensione dei colloqui visivi con i familiari aggiunge un'ulteriore restrizione, ecco che i detenuti scelgono di venire in aiuto di quanti sono in difficoltà. In tanti istituti penitenziari italiani si sono attivate forme di solidarietà in un modo spontaneo e con un'altissima partecipazione, raccolte di fondi dove qualsiasi cifra, anche piccolissima, vale un tesoro.
Nella Casa circondariale Sergio Cosmai di Cosenza i detenuti hanno fatto qualcosa di più, grazie a una rete solidale che ha visto protagonisti istituzioni e volontari. Tutto nasce dall'amministrazione comunale di Rende che, per fronteggiare la povertà alimentare legata alla pandemia, decide di offrire pasti caldi alle persone e alle famiglie più bisognose e ai senzatetto. Con il passare dei giorni l'iniziativa cresce e diventa uno straordinario progetto che porta il nome di CuciniAmo e che Marcello Manna, sindaco di Rende, riassume in queste belle parole: "Vedere orizzonti dove vengono segnati confini".
Da questo momento a cucinare saranno anche i detenuti del carcere di Cosenza. Questo grazie alla sensibilità dell'assessore alle politiche sociali Annamaria Artese, della direttrice del carcere Maria Luisa Mendicino, della dirigente scolastica Concetta Nicoletti e dei docenti Andrea Caroprese e Pietro Paolo Marigliano dell'Istituto Cosentino - Todaro, dell'associazione La Terra di Piero con lo chef Francesco Chiariello e tutta la squadra di volontari. A partire da maggio i detenuti, che all'interno del carcere frequentano le cinque classi della sede distaccata dell'Istituto alberghiero rendese, iniziano a preparare i pasti per i più bisognosi.
Non è stato semplice dar vita a questo progetto, reso possibile dalla determinazione di chi ha creduto nel senso profondo dell'iniziativa: un'amministrazione virtuosa, i rappresentanti delle istituzioni che vivono quotidianamente il loro impegno con la pienezza di una vocazione, i volontari con la loro anima generosa e inclusiva. E gli studenti detenuti, che hanno risposto a questa opportunità con entusiasmo. Lo stesso entusiasmo con cui vivono il rapporto con la scuola, sentita come un'occasione per dare senso al tempo e come un'idea di libertà e di futuro.
In questa fase di didattica a distanza i docenti, non potendo recarsi personalmente nell'istituto penitenziario né fare lezioni on line, hanno preparato per gli allievi dispense cartacee con le ricette e i procedimenti da seguire. Il comune fornisce le materie prime e ogni mattina alle 8, dal lunedì al sabato, si aprono i laboratori di cucina e i detenuti si mettono ai fornelli, due per volta accompagnati da uno studente più grande che svolge la funzione di tutor. Tutto deve essere pronto per le 12 quando arrivano i volontari che provvedono a ritirare i pasti per poi distribuirli.
In questo generoso impegno dei detenuti non c'è solo slancio del cuore, c'è tanto di più. È un gesto il loro che ribalta il consueto meccanismo della solidarietà: da chi ha a chi non ha. In questo caso sono due sofferenze a incontrarsi: di chi, avendo sbagliato, si trova a scontare una pena nel chiuso di una cella e di chi non riesce più a vivere e in qualche caso neanche a sopravvivere non potendo sfamare sé stesso e la sua famiglia.
È un gesto il loro che va oltre il privarsi di qualcosa per donarlo a un altro. In quelle vaschette monoporzione dai profumi invitanti - gnocchi alla sorrentina, lasagne, cannelloni, arrosto di tacchino, cotolette e così via - ci sono lavoro, fatica, fantasia ma soprattutto c'è l'emozione di essere d'aiuto agli altri. "Nessun uomo è inutile se allevia il peso di qualcun altro" diceva Gandhi. Preparare pasti caldi è accudire, è portare conforto, è abbracciare le sofferenze altrui dimenticando le proprie, è riprogettarsi in una dimensione di reciprocità - il pensare a qualcuno e l'essere pensato da qualcuno - è riscoprire la meravigliosa sensazione di essere utili, una sensazione che quando non c'è manca tanto. Lo sanno bene gli anziani che, pur liberi nel mondo, quando la avvertono sprofondano in abissi di malinconia.
C'è un detto: tutti sono necessari, nessuno è indispensabile. Per una volta la saggezza popolare sbaglia. Ci sono persone indispensabili, come i due docenti, Caroprese e Marigliano, che hanno messo a disposizione professionalità e partecipazione per, sono parole loro, "stringersi a un paese che soffre senza limiti né sbarre perché la solidarietà va oltre. E la cucina, che è convivialità e condivisione, rappresenta un ottimo portale di connessione tra dentro e fuori". Ci sono persone indispensabili come i rappresentanti delle istituzioni e i volontari che con questa iniziativa hanno scritto la pagina bellissima di una storia a più voci.
Quanto ai detenuti della Casa circondariale di Cosenza a loro deve andare il grazie di tutti. Grazie perché con questo gesto solidale rendono onore a chi un tempo fu direttore di questo carcere e oggi gli dà il nome. Era il 1985 quando Sergio Cosmai, al servizio dello Stato nella difesa della legalità e delle istituzioni democratiche, cadeva vittima del fuoco della 'ndrangheta mentre con la sua Fiat 500 si recava a prendere alla scuola materna la sua bambina. Aveva appena 36 anni Sergio Cosmai e lasciava, oltre la figlia, una giovanissima vedova allora in attesa del secondogenito che sarebbe nato un mese dopo la sua morte.
"Se allevierò il dolore di una vita / o guarirò una pena / o aiuterò un pettirosso caduto / a rientrare nel nido / non avrò vissuto invano" scriveva Emily Dickinson. Grazie ai detenuti per una scelta di umanità che è una lezione di vita capace di parlare a tutti, dentro e fuori nel mondo. Grazie per non aver perduto nella reclusione il senso della vicinanza e della condivisione.
Il dolore spesso isola, esclude, indurisce e c'è bisogno di tanta forza e di tanta speranza per mantenere il cuore vivo e prossimo alle sofferenze degli altri. Grazie per un gesto che non solo va incontro a un bisogno, ma abbatte muri e spalanca finestre.
Grazie per averci ricordato che quando tutto sembra perduto c'è sempre da qualche parte un filo d'acqua che scorre, una nuvola che asseconda il vento, una stella che colora d'argento il cielo, una parola che scalda il cuore a riportarci dentro la vita. Grazie, detenuti della Casa circondariale di Cosenza, di essere dalla parte del bene.
tg24.info, 10 giugno 2020
Un gruppo di detenuti della casa circondariale "Pagliei" di Frosinone ha effettuato una donazione a favore della Protezione civile, "allo scopo di contribuire, per spirito di solidarietà, alle esigenze dei più bisognosi in questo periodo di emergenza sanitaria", si legge nella nota a firma della direttrice dell'istituto, dr.ssa Anna Del Villano.
"Con la presente - scrivono i donatori - vi informiamo che i detenuti della casa circondariale di Frosinone hanno partecipato in modo sensibile ad effettuare una piccola donazione, del tutto volontaria, affinché la somma da noi raccolta possa essere messa a disposizione per i più bisognosi o per ricerche, affinché il nostro piccolo e sentito aiuto possa contribuire ad andare ad affrontare quelle che sono le più disparate esigenze che in questo momento necessitano le strutture di assistenza sanitaria della provincia di Frosinone.
Nella speranza che a breve tutto torni alla normalità". La protezione civile del Comune di Frosinone, coordinata da Marco Spaziani con il supporto del responsabile dei volontari, Massimiliano Potenti, ha dunque inviato la nota, relativa alla donazione effettuata dai detenuti, alla segreteria del Capo Dipartimento, Angelo Borrelli che, appena qualche giorno dopo, ha voluto sottolineare "l'apprezzabile iniziativa dei detenuti della Casa Circondariale di voler destinare una donazione in denaro, a favore del Dipartimento della protezione civile, quale contributo per fronteggiare l'evoluzione dell'emergenza Covid-19. Il contributo devoluto sarà finalizzato all'acquisto di materiale sanitario medicale, per dotare le nostre strutture sanitarie di tutto ciò che è necessario per la salvaguardia delle vite umane".
Dall'inizio dell'emergenza sanitaria, la macchina comunale, coordinata dal sindaco, Nicola Ottaviani, ha attivato l'erogazione di servizi specifici e mirati, per attenuare i disagi connessi alla diffusione del Covid-19, mettendo in campo una serie di misure che potessero offrire supporto a tutti i cittadini.
Allo scopo di rendere il più agevole possibile la fruizione dei nuovi servizi, sia a favore delle persone direttamente colpite dal contagio, sia dei nuclei familiari che hanno dovuto affrontare nuove problematiche di carattere socio-sanitario, sono state attivate anche linee telefoniche dedicate e unità di personale e di volontari sempre reperibili: dal 31 gennaio (data della prima attivazione del Centro Operativo Comunale) ad oggi, sono stati impiegati 416 volontari, tra le donne e gli uomini del gruppo Comunale di Protezione civile, con attività di presidio del territorio, informative, di supporto, assistenza e consegna medicinali e generi di prima necessità.
di Gianni Bazzoni
La Nuova Sardegna, 10 giugno 2020
Il Pup sassarese all'avanguardia in Italia: il 3 giugno a Tempio-Nuchis la prima laurea a distanza. L'università come strumento di inclusione e di promozione sociale. E forse il carcere è l'ambiente dove il fenomeno emerge in tutta la sua evidenza, perché i risultati non sono mai casuali e ogni percorso richiede sacrifici che si sommano a quelli che una persona in regime di detenzione deve già fare nella vita di tutti i giorni.
Il lockdown che ha tenuto chiusi in casa gli studenti, lontani dalle facoltà, negli istituti penitenziaria ha cambiato poco dal punto di vista della logistica. Ma ha registrato un dato importante: l'attività non si è mai interrotta (e poteva succedere, perché l'efficacia del collegamento non è mai scontata) e anzi il 3 giugno è stata celebrata la prima laurea a distanza del Polo universitario penitenziario dell'Università di Sassari.
La commissione nella sede sassarese dell'ateneo e il candidato nel carcere di Tempio-Nuchis e la connessione telematica ha consentito lo svolgimento di una sessione di laurea in Scienze della Politica e dell'Amministrazione. Il candidato ha discusso una tesi sulla nascita ed evoluzione del movimento femminista.
"Questa laurea è un traguardo non solo per lo studente - afferma il delegato rettorale per il Polo Universitario Penitenziario Emmanuele Farris - ma per tutte le persone dell'Università di Sassari e dell'amministrazione penitenziaria che hanno reso possibile tutto ciò. Gli istituti penitenziari che afferiscono al nostro Pup (Alghero, Nuoro, Sassari e Tempio) sono stati tra i primi in Italia a reagire positivamente in seguito alle restrizioni derivanti dalla pandemia.
La Casa di reclusione di Tempio Pausania è stato l'unico istituto penitenziario italiano ad avere tutti gli indicatori sulla didattica universitaria a posto già ad aprile. Da maggio, i quattro istituti garantiscono collegamenti a distanza (iniziando dal carcere di Alghero che ha fatto da apripista nel contesto regionale), esami sia scritti sia orali, fornitura regolare dei materiali di studio e comunicazioni costanti tra docenti e studenti.
Questo è merito di un lavoro continuo tra Università, Provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria e Direzioni penitenziarie", continua Farris. La laurea discussa a Nuchis nei giorni scorsi, è stato il punto di partenza di un nuovo percorso del Pup dell'Università di Sassari, che mira a migliorare la qualità dei suoi servizi portando direttamente in carcere le risorse informatiche dell'ateneo, il sistema di gestione delle carriere studenti, le piattaforme e i materiali e-learning. Una distanza reale che si riduce grazie proprio all'istruzione, alla cultura e alla formazione.
"L'aspetto umano rimarrà sempre centrale nel processo di apprendimento - dicono i docenti che hanno seguito lo studente fino alla laurea - per noi al centro c'è e ci sarà sempre la persona". Parecchi i progetti in ballo. Con il finanziamento premiale ottenuto dal Ministero nel 2018, l'Università di Sassari, in collaborazione con il Dap e il Provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria, sta cofinanziando la realizzazione di un'aula didattica informatizzata in ciascun istituto penitenziario.
Ci saranno altrettanti tutor grazie al finanziamento erogato al Pup dalla Fondazione di Sardegna. Un percorso ambizioso, solo in parte rallentato dalla pandemia, ma che negli intenti dell'Università e dell'amministrazione penitenziaria oggi appare più strategico e innovativo che mai. "Gli studenti detenuti del futuro - spiega il Rettore Massimo Carpinelli che ha fortemente sostenuto il progetto - studieranno in un contesto molto più tecnologico dell'attuale.
L'esperienza pandemica ci ha insegnato che le tecnologie aiutano a resistere alle difficoltà, e noi speriamo che le conquiste della didattica a distanza e della dematerializzazione, che hanno reso possibile la discussione di questa tesi di laurea, diventino un punto fermo e irrinunciabile della didattica universitaria rivolta a categorie di studenti con esigenze speciali come sono i detenuti".
latinacorriere.it, 10 giugno 2020
Il Garante regionale dei diritti delle persone private della libertà, Stefano Anastasia, con la dirigente Rosina Sartori, ieri ha visitato il carcere di Latina e incontrato la direttrice Nadia Fontana, il responsabile sanitario del carcere, Ciurleo, il personale e ha potuto interloquire con alcuni detenuti sulle loro condizioni di detenzione. Per i colloqui con i familiari, che dal 19 maggio sono nuovamente consentiti, sono state attrezzate due sale per un totale di 6 postazioni, scarsamente richieste per le limitazioni imposte alle loro modalità di svolgimento, continuano però i colloqui sostitutivi tramite smart phone e skipe.
Per quanto riguarda le criticità è stato messo in luce come nella sezione maschile vi è un alto tasso d'affollamento determinato dal frequente ricorso alla custodia cautelare da parte degli uffici giudiziari territoriali anche in periodo d'emergenza Covid. Nel reparto femminile invece, pesano le restrizioni dovute al regime di alta sicurezza e la chiusura delle stanze detentive al di fuori delle ore garantite per l'aria e la socialità. Attualmente nel carcere vi sono 117 uomini e 30 donne, per un totale di 147 persone su 77 posti regolamentari, con un sovraffollamento tra i più alti in Italia del 190%. In questo periodo tutti i detenuti sono stati sottoposti a tampone e sono risultati negativi. I nuovi ingressi sono collocati nella sezione nuovi giunti sottoposti anche loro a tampone.
di Marina Catucci
Il Manifesto, 10 giugno 2020
Il dibattito negli Stati uniti sui provvedimenti necessari per difendere la comunità afroamericana dagli abusi della polizia, sta vedendo il confronto tra due linee di pensiero politico e due schieramenti; chi vede come risolutoria una riforma della polizia, e chi pensa non sia sufficiente, e che alla polizia debbano essere concessi meno fondi economici in modo da depotenziata e demilitarizzarla.
Quest'ultima non è una richiesta nuova, esiste da anni, ma è diventata più popolare dopo la morte di George Floyd. Alcune città come New York e Los Angeles l'hanno adottata in questi giorni, ma a livello nazionale la situazione è molto più complessa.
Nonostante Trump affermi che Biden sia favorevole a togliere fondi alla polizia, in realtà l'ex presidente è un convinto sostenitore della linea delle riforme. Il suo partito ha annunciato una proposta di legge per introdurre alcune di queste riforme applicabili a livello federale, ma nonostante questa non sia la linea più radicale sembra difficile che la legge possa essere approvata al Senato, dove i Repubblicani hanno la maggioranza e nessun dubbio sul fatto che la polizia vada benissimo così com'è ora. La proposta dei democratici è sostenuta alla Camera da oltre 200 deputati ed è stata definito dalla stampa Usa "uno dei tentativi più completi per cambiare il modo in cui i poliziotti svolgono il loro lavoro".
Tra i sostenitori di questa riforma ci sono senatori e deputati del gruppo che riunisce la maggior parte dei parlamentari afroamericani, il Congressional Black Caucus, e tra i firmatari della legge ci sono gli ex candidati afroamericani alle primarie democratiche, la senatrice della California Kamala Harris e il senatore del New Jersey Cory Booker. I repubblicani del Senato hanno già avvertito di non voler votare per una legge federale che andrebbe quindi a depotenziare le amministrazioni locali a cui devono rispondere i corpi di polizia, ma anche in caso dovessero esserci i numeri è altamente improbabile che Trump apponga la sua firma alla legge.
di David Allegranti
Il Foglio, 10 giugno 2020
Al governo non c'è più Matteo Salvini da quasi un anno, ma i decreti sicurezza - quelli contro cui il Pd si scagliava con forza quando era all'opposizione - sono sempre lì. "Giuste le manifestazioni in questi giorni anche in Italia contro il razzismo, che esprimono un malessere che noi dobbiamo rappresentare, giusto inginocchiarsi in aula, ma i decreti sicurezza? E lo ius soli?", si chiede il deputato Matteo Orfini, che fin dal primo giorno del secondo governo Conte ha chiesto l'abolizione dei provvedimenti di punta dell'era salviniana, la cui esistenza non permette ad Amnesty International di vedere una "significativa discontinuità nelle politiche sui diritti umani in Italia, in particolare quelle relative a migranti, richiedenti asilo e rifugiati", ha detto nei giorni scorsi Emanuele Russo, presidente di Amnesty Italia.
"Il governo aveva detto che li modificherà non che li abolirà. Ma sono ormai mesi che attendiamo. Sono cose che andavano fatte all'inizio", dice ancora Orfini al Foglio. Poi è arrivata l'emergenza sanitaria e tutto s'è bloccato. Come il percorso sullo ius soli. Tre proposte di legge - una di Orfini, le altre due di Laura Boldrini e Renata Polverini - sono bloccate in commissione affari costituzionali, adesso il presidente Giuseppe Brescia dovrebbe unificare i testi, ma c'è da ricalendarizzare la discussione. Il problema è che al M5s ius soli e decreti sicurezza interessano poco. D'altronde, sono provvedimenti votati quando erano al governo con la Lega. "Il motivo per cui non si riescono a cambiare è perché il presidente del Consiglio non vuole", dice Orfini, ricordando però che anche il Pd durante la pandemia è riuscito a produrre "un triste decreto per la chiusura dei porti a firma Paola De Micheli, vice segretario del Pd".
I rimasugli salviniani nel governo Conte sono diventati un problema per la segreteria di Nicola Zingaretti, che adesso viene incalzata da tutte le componenti del Pd: "Esiste un nostro impegno preciso ad intervenire sui decreti Salvini", dice al Foglio Andrea Romano, portavoce di Base riformista: "Un impegno che abbiamo assunto proprio perché avevamo visto giusto quando ci eravamo battuti contro le scelte scellerate di Salvini al Viminale: quei decreti hanno moltiplicato l'insicurezza degli italiani, spingendo molti migranti verso l'invisibilità, e hanno fatto un gran favore alla criminalità organizzata. È un impegno che rispetteremo".
Insomma questi decreti sicurezza si cambiano o no? "Yes we can. Ma queste cose vanno costruite seriamente, non solo annunciate o auspicate. Per raggiungere davvero gli obiettivi", dice al Foglio il responsabile Giustizia del Pd Walter Verini. Certo, adesso bisogna passare ai fatti. Annunci sulla disarticolazione dei provvedimenti salviniani ne sono stati fatti molti e, come osserva Carmelo Palma, componente della direzione di Più Europa, "non è stata sbagliata la scelta dei deputati del Pd che si sono inginocchiati in aula, aderendo a una forma di protesta nonviolenta che ha coinvolto anche parlamentari statunitensi e che pone il problema di un sempre più evidente 'rigurgito' razzista nel cuore delle democrazie occidentali, e non solo di quella americana".
Ad essere sbagliato, semmai, osserva ancora Palma, "è che quegli stessi parlamentari accettino che il monumento più evidente e scandaloso al razzismo legale in Italia, cioè i decreti sicurezza, imposti ai tempi del Conte I dal ministro Salvini, continuino a rappresentare un valore non negoziabile anche per il governo Conte II, con tutto il corollario di decreti e provvedimenti di ostacolo all'attività di soccorso in mare da parte delle Ong".
La questione è inevitabilmente sentita, dopo le manifestazioni di questi giorni. "Ho scritto sui social che vanno aboliti i decreti Salvini e va approvato lo Ius soli (mi sta bene anche il più moderato Ius culturae). Ovviamente c'è chi replica che non è il momento. Ma allora non è mai il momento. Preferisco mi si dica guarda non ce ne fotte niente", dice in un tweet l'europarlamentare Pierfrancesco Majorino.
"Le piazze italiane del Black Lives Matter chiedono una risposta al razzismo anche da noi", aggiunge la deputata del Pd Giuditta Pini. "Come Pd dobbiamo abolire la Bossi-Fini, i decreti sicurezza e avviare l'iter per l'approvazione dello Ius culturae. Non bastano i segnali, serve la politica". In effetti, con gli spiragli, le aperture, i segnali incrociati e gli ammiccamenti la maggioranza di governo ha già dato parecchio. Ora resta da capire se il Pd sia oppure no ostaggio del M5s, sovente scambiato da Zingaretti per progressista.
di Mons. Vincenzo Paglia*
Il Riformista, 10 giugno 2020
Risse, accuse, sospetti: il Paese sprofonda nel rancore. Il Covid ci ha ricordato che siamo tutti fallibili. Non basteranno accuse e sentenze, però, a riconciliare il Paese. La pena passiva e inumana ripaga l'odio con l'odio. Ma a sanare le ferite, a sottrarci alla barbarie, sarà la pietas.
In queste settimane siamo stati capaci di altruismo e rispetto delle regole: tutelando noi stessi abbiamo tutelato anche gli altri. Una prova dura per tutti noi che ha smentito il più forte luogo comune che ci descrive come un popolo di egoisti e anarchici.
Siamo stati capaci di compiere un passo avanti! Il problema è ora la capacità di imboccare strade nuove, sicuramente difficili e piene di conseguenze civili positive. Vorrei fermare l'attenzione su una dimensione che richiede una riflessione e soprattutto una decisione più audace. Può sembrare una domanda peregrina. In realtà è parte essenziale di un nuovo umanesimo da realizzare. Ed anche, di un cristianesimo davvero evangelico da vivere.
Insomma, diventiamo capaci di perdonare? Guardando alle "risse" che punteggiano la vita politica, pane quotidiano per i media che sulle "risse" aumentano (o credono di aumentare) gli indici di ascolto; guardando alle "risse" a volte tra le nostre Regioni; oppure alle "risse" europee tra Paesi "virtuosi" e altri no, per finire ai litigi in famiglia e magari anche nella vita quotidiana in strada (tra auto, scooter, pedoni, ciclisti...).
Ebbene possiamo immaginare una società avviata sulla strada del "perdono", abbandonando quella tristissima consuetudine al conflitto permanente, alla vendetta illimitata? Non è un tema (solo) religioso; è un tema politico e sociale di ampia portata. Insomma, di vero umanesimo. E per questo diventa anche economico: si risparmierebbe molto in quantità di tempo personale, di tempi della giustizia, se ci fosse maggiore capacità di dialogo, ascolto, "perdono".
Perché l'altro comunque è una persona fallibile. E a ben guardare me stesso, sono fallibile anch'io allo stesso modo. Perdono e giustizia sono inestricabilmente collegati. Anzi rappresentano l'uno l'altra faccia della medaglia dell'altra. La giustizia è l'aspirazione di tutti noi, auspicando una società dove situazioni e persone vengano valutate in maniera equa ed imparziale.
Questo è davvero un processo lungo: coinvolge le leggi - sempre migliorabili - e le istituzioni da queste scaturite - migliorabili sempre anche loro - e infine coinvolge le persone il cui compito è applicare e discernere. È un tema attualissimo nell'Italia di oggi: ha a che fare con le risorse da investire per snellire i tempi dei processi e per fornire risposte rapide ai problemi del cittadino, migliorando la "qualità" della sua vita.
La giustizia in questo senso è un cantiere sempre aperto; non basta mai e tutti abbiamo il compito di fare qualcosa per includere tutti gli uomini e tutte le donne in un "grande disegno" di giustizia: uomini e donne di ogni età, ceto, condizione sociale, italiani o nati non in Italia. Per diventare cittadini a pieno titolo. La giustizia da sola non basta. Ci vuole un "di più" per contrassegnarci come paese davvero "civile". È necessaria la capacità di "perdonare". Dico subito - per evitare equivoci - che questo discorso è ben differente dal propugnare un universale "buonismo".
Le regole vanno rispettate e fatte rispettare ovunque e per tutti. Non ci debbono essere "moratorie" o "zone franche" esenti. Questo sarebbe davvero il Paese dell'anarchia e della discrezionalità. No! Penso piuttosto al perdono come stato d'animo di persone che conoscono prima di tutto i loro limiti e dunque accettano i limiti degli altri, attribuendo prima di tutto buone intenzioni, fino a prova contraria.
Altro equivoco da scardinare: il perdono - sconfina nella cristiana caritas, cioè amore per l'altro, il primo comandamento di Gesù: amerai il prossimo tuo come te stesso - non è devozionismo o, peggio, segno di debolezza; è un atteggiamento politico. Di più: rivoluzionario. Chi conosce la caritas - diceva Dostoevskij - sa spingersi sino agli estremi territori della pietà e della compassione: è disposto a perdersi, pur di salvare una sola scintilla umana dalla rovina.
Farsi prossimo agli uomini e donne mezzi morti del mondo contemporaneo significa scardinare quella egolatria che sta portando all'imbarbarimento della vita dei singoli e delle società. Il perdono ci fa cambiare l'ordine dei santi del calendario: togliamo san Narciso dal primo posto! Il perdono non significa cancellare le responsabilità dei colpevoli e neppure far finta che non sia successo nulla. Il perdono suppone la consapevolezza del male compiuto e lo sdegno per quanto è accaduto, accompagnato dalla decisione di sradicarlo in radice.
L'esercizio del perdono, sia chiederlo sia concederlo, è un atto di maturità spirituale e sociale. Il perdono è un atto di grande spessore culturale: ognuno, perdonando, sa che il confine tra azione giusta e azione sbagliata è (anche) all'interno della coscienza, della consapevolezza; è radicato nelle universali debolezze, nelle paure, soprattutto la paura di scoprirci fragili e indifesi e deboli.
Proprio all'indomani di una esperienza forte come il lockdown sappiamo tutti molto bene quanto siamo fragili. Lo abbiamo sperimentato con gli anziani morti nelle "case di riposo" dove non sono stati tutelati. Lo sanno le famiglie degli anziani, le famiglie dei 34mila morti di Coronavirus in Italia. Ognuno chiede giustizia e dovrà venire ascoltato.
Dopo la giustizia, dopo le sentenze (speriamo rapide ed eque!) cosa accadrà? Ognuno dovrà fare i conti con i propri sentimenti, e pensare al futuro con speranza e fiducia. Il perdono non cancella le responsabilità del male compiuto. Non giustifica il male.
Anzi pretende di sradicarlo ripristinando la giustizia. La giustizia riparativa, di cui si parla sempre di più in anni recenti, mira esattamente a introdurre anche nel diritto penale questa logica. Essa intende promuovere la rinuncia all'idea di una pena subita passivamente dal condannato con il solo fine di rendere manifesta la gravità dell'illecito.
Attuando per di più uno spirito di vendetta. In tal modo si valorizza la capacità della sanzione di esprimere, riaffermandoli, valori antitetici a quelli contraddetti dal fatto criminoso e quindi ricomporre sul terreno dei rapporti intersoggettivi - e non appagando supposti bisogni di ritorsione - la frattura rappresentata dal fatto criminoso.
È importante ricordare san Giovanni Paolo II: nel messaggio per la Giornata mondiale della pace del 2002 collegava l'educazione alla legalità alla convivenza pacifica nella società. Parlava in proposito di fragilità della giustizia umana. "Poiché la giustizia umana è sempre fragile e imperfetta, esposta com'è ai limiti e agli egoismi personali e di gruppo, essa va esercitata e in certo senso completata con il perdono che risana le ferite e ristabilisce in profondità i rapporti umani turbati. Ciò vale tanto nelle tensioni che coinvolgono i singoli quanto in quelle di portata più generale e internazionale".
Come il Papa suggerisce, è strettissimo il legame tra giustizia e perdono. Per sanare in profondità le ferite che lacerano la convivenza tra gli uomini sono necessari ambedue: sia la giustizia sia il perdono. E allora chiediamoci: la nostra è una società capace di perdono? Chiediamoci ancora: sono capace di perdono? Non sarebbe più vivibile una società in grado di prendersi carico di tutte le persone e dei loro problemi, individuando risposte istituzionali da dare - attraverso il concreto e fattivo esercizio responsabile della giustizia - e capace di prendersi carico dei bisogni delle persone a partire dai più deboli e fragili?
Il perdono non si impone; si propone. È sincero quando scaturisce da un'esigenza interiore e intima di ricomporre una frattura e non una vendetta. Allo stesso tempo deve esistere una educazione alla capacità di perdonare. Ed è un grandissimo spazio di azione per le professioni che impattano sulla società civile. È un compito per la Chiesa che deve instancabilmente proporre la coniugazione di misericordia e giustizia, senza dare spazio a coperture di persone o di interessi. È uno spazio grande per la vita politica che potrebbe davvero testimoniare una capacità alta di guardare all'interesse di tutto il Paese e dunque di tutti noi. Soprattutto è un compito per ognuno di noi: trovare - riflettendo - lo spazio per sentirci vicini, non rivali, non antagonisti, ma tutti esseri umani, arricchiti dalla diversità.
*Presidente della Pontificia accademia per la Vita
di Massimo Gaggi
Corriere della Sera, 10 giugno 2020
Dai colossi della rete a Nike, Amazon e CitiGroup: i grandi gruppi che sostengono le proteste sono criticate sui social: molti accusati di "solidarietà di facciata" o "ipocrita". Il sostegno di molte grandi imprese Usa a Black Lives Matter è uno degli indicatori concreti di un cambio di passo dell'America sulla questione razziale o è solo solidarietà ipocrita se non, addirittura, una cinica strategia di marketing?
Dopo gli iniziali apprezzamenti, le prese di posizione a favore della protesta di giganti come Amazon, Nike, Netflix, Google, i grandi magazzini Target e Nordstrom, Facebook, le banche CitiGroup e Goldman Sachs, sono finite nel mirino delle reti sociali: a volte questi gruppi sono stati criticati perché sono intervenuti solo a parole, senza fare nulla di concreto, senza mettere mano al portafoglio.
In altri casi le imprese sono state accusate di volersi rifare una verginità: un colpo di spugna su un passato di tolleranza per la segregazione.
Amazon dona 10 milioni agli organismi per la difesa dei diritti civili e il suo capo Jeff Bezos il suo sostegno a Black Lives Matter. Cosa che è costata al gigante di Seattle la perdita di molti clienti di destra. Poi, però, sono arrivate anche le critiche dei movimenti progressisti contro un gruppo accusato di trattare con durezza (e con poche protezioni anti Covid) i dipendenti dei suoi centri di smistamento, in buona parte afroamericani e di aver venduto sulla sua piattaforma anche prodotti razzisti. Amazon, poi, ha adottato una tecnologia di sorveglianza basata sul riconoscimento facciale che mette in pericolo la privacy dei cittadini: sistemi che la società ha messo a disposizione delle polizie, estendendo, così, il loro potere di controllo sui cittadini.
CitiGroup e Google sono, invece, accusate di ipocrisia perché hanno finanziato più volte, e anche in questo scorcio del 2020, campagne elettorali di candidati ai quali le pagelle delle associazioni per i diritti civili avevano dato i voti più negativi. Quanto a Target, che ora sostiene le organizzazioni degli afroamericani, era da tempo invisa ai neri per i suoi accordi con la polizia di Minneapolis - quella della quale è stato chiesto lo scioglimento dopo l'uccisione di George Floyd - alla quale il gruppo (che ha sede nella città del Minnesota) aveva fornito i mezzi per creare un sistema di sorveglianza del centro della città con videocamere e anche un nuovo sistema basato su immagini ad alta risoluzione.
Fa sollevare qualche sopracciglio anche l'impegno contro il razzismo vantato da Mark Zuckerberg, e non solo perché il fondatore di Facebook è alle prese con la rivolta dei suoi stessi dipendenti per non aver obiettato (a differenza di Twitter) alla pubblicazione di post nei quali il presidente Trump tratta i manifestanti da teppisti (thugs) e usa un linguaggio violento minacciando: se ci sono saccheggi, noi spariamo. Chi ha la memoria più lunga ricorda, ad esempio, che per anni Facebook ha consentito agli agenti immobiliari che pubblicizzavano appartamenti in vendita sulla sua piattaforma, di escludere gli utenti di colore dalla ricezione di questi messaggi.
In un sistema economico dominato da un capitalismo spesso spietato, è facile trovare capi d'accusa contro le imprese: da Spotify che avrebbe penalizzato molti artisti di colore, pagando pochissimo per lo streaming della loro musica, alla Goldman Sachs, banca ora paladina dell'impegno contro il razzismo, ma accusata in passato di discriminare i dipendenti di colore.
Rimane il fatto che, ipocriti o no, questi gruppi prendono posizione e, così facendo, si alienano la simpatia di una parte dei loro utenti. Ma qui gli esperti di marketing parlano di "decisioni calcolate": si è già visto in passato che, quando c'è una disputa, un'impresa raccoglie risultati migliori se prende posizione sui valori, dandosi un'identità pubblica, anche a costo di scontentare molti, piuttosto che apparire passivi o, addirittura, complici. Vale per questioni di razza, orientamento sessuale, abusi sulle donne. Le aziende si tengono, invece, alla larga su questioni più politiche come aborto, impeachment, droga. E anche la pandemia.
di Leonardo Fiorentini
Il Manifesto, 10 giugno 2020
A vedere le tragiche immagini dell'agonia di George Floyd è impossibile che non tornino alla mente le ultime parole di Federico Aldrovandi. George Floyd era "ubriaco e non in sé", Federico Aldrovandi un drogato morto per una dose: etichettati e stigmatizzati, perché la vittima copra le responsabilità di coloro che dovevano custodire quei corpi in nome dello Stato. Floyd aveva però un'aggravante, era nero. Perché essere nero, a guardare le statistiche, pare essere già indizio di colpevolezza per la polizia americana. Di quale reato preciso si vedrà dopo la perquisizione. Si chiama "profiling", ed è quella pratica delle forze dell'ordine, volta a selezionare le persone da fermare a seconda dell'appartenenza etnica. Così i neri (ma anche ispanici, asiatici e nativi americani) hanno molte più probabilità di essere fermati, sottoposti a perquisizione e quindi arrestati. Succede anche in Italia, basta incrociare una qualsiasi perquisizione in una stazione.
La prima causa di arresto negli Stati Uniti è la droga. Basta il possesso, negli Usa come in Italia, per poter procedere per via penale o amministrativa. L'Fbi stima che nel 2018 vi siano stati 1.657.282 arresti per droghe, il 16% del totale. La gran parte per cannabis, nonostante in 11 stati sia legale per tutti gli usi (per uso terapeutico in 32) e che a partire dagli anni 70 sia stata depenalizzata in altri 27. Eppure gli arresti per marijuana negli Stati Uniti, sono tornati recentemente a crescere, uno ogni 48 secondi.
Per farsi un'idea di quello che davvero succede sulle strade americane è fondamentale andare a leggersi il rapporto A Tale of Two Countries: Racially Targeted Arrests in the Era of Marijuana Reform rilasciato dall'American Civil Liberties Union (Aclu). Viene offerta un'analisi in profondità, contea per contea, concentrata sugli arresti per cannabis.
Gli arresti per marijuana costituiscono "il 43% di tutti gli arresti per droga, più di qualsiasi altra droga". Nove su 10 casi sono per semplice possesso, e l'impatto personale può essere devastante. In molti Stati può cambiare la vita: "...i genitori possono perdere i loro figli; i beneficiari di prestazioni pubbliche, disabili o con basso reddito, possono perdere l'assistenza sanitaria; gli immigrati possono affrontare la deportazione; le famiglie possono essere sfrattate dalle case popolari; trovare un lavoro può essere difficile e assolutamente impossibile in alcuni casi".
Nonostante che la prevalenza d'uso della cannabis sia sostanzialmente uguale fra comunità nere e bianche, un nero ha 3,6 volte più possibilità di un bianco di essere arrestato per possesso di marijuana.
Ovviamente la frequenza degli arresti diminuisce negli stati dove è legale (ma neanche in tutti), ma permangono le differenze etniche. Nel Minnesota la disparità etnica è maggiore della media: 5 volte e mezzo. Nella contea di Hennepin, dove è morto George Floyd, il rapporto è ancora più alto: rispetto a un bianco arrestato, 7 sono i neri finiti in manette. Infine secondo uno studio pubblicato da Pnas nel 2019, 1 uomo nero su 1000 si può aspettare di essere ucciso dalla Polizia, il doppio di probabilità di un bianco.
Negli Stati uniti una pallottola sparata dalla polizia è la prima causa di morte per i giovani maschi neri. "A causa del razzismo nel nostro sistema di giustizia penale, le comunità di neri, ispanici e sud asiatici affrontano in modo sproporzionato queste ripercussioni dannose", conclude il rapporto di Aclu. "La profilazione etnica da parte delle forze dell'ordine è direttamente responsabile di queste disparità. I reati minori - incluso il possesso di marijuana - vengono applicati in modo aggressivo nelle comunità di colore mentre questi stessi reati vengono applicati raramente nelle comunità più ricche, prevalentemente bianche".
di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 10 giugno 2020
Lo annuncia il presidente Erasmo Palazzotto. La famiglia: "Offesi e indignati". Reazioni anche da Pd e M5S, ma non c'è stato governo italiano che non abbia venduto armi ad al-Sisi.
La notizia la rende nota il presidente della Commissione parlamentare d'inchiesta sulla morte di Giulio Regeni, Erasmo Palazzotto (LeU): "Alla luce degli ultimi rilevanti sviluppi in ordine alle relazioni bilaterali italo-egiziane, l'Ufficio di Presidenza, integrato dai rappresentanti dei gruppi, ha deliberato all'unanimità di procedere ad audire urgentemente il presidente del Consiglio dei Ministri Giuseppe Conte". Gli ultimi sviluppi: lunedì l'Italia avrebbe dato il via libera - in una telefonata di Conte al presidente egiziano al-Sisi - alla vendita di due fregate Fremm di Fincantieri (Spartaco Schergat e Emilio Bianchi, 1,2 miliardi di euro) al regime egiziano. Una luce verde che ha provocato la reazione dei genitori di Giulio, Paola Deffendi e Claudio Regeni, che si sono detti "offesi e indignati", "traditi". E che segue anni di profittevole business per l'industria bellica italiana con l'Egitto della repressione: nel 2019 è stato registrato un boom di autorizzazioni alla vendita, 871 milioni di euro.
Ora, con le fregate e il resto del pacchetto (caccia e velivoli da addestramento) che coinvolgerebbe anche Leonardo, quel boom è uno sbiadito ricordo: si parla di cifre che oscillano tra i 9 e gli 11 miliardi di euro. Conte, aggiunge Palazzotto, deve "urgentemente" riferire sugli sviluppi del caso Regeni. Inesistenti, visto lo stallo voluto e radicato dal regime egiziano.
Reazioni arrivano dal Pd: Laura Boldrini cita l'arresto di Patrick Zaki e Lia Quartapelle definisce la vendita pericolosa visto il coinvolgimento egiziano nel caos libico. Gianluca Ferrara (M5S) parla di fatto grave e della necessità di risolvere il caso per poter normalizzare i rapporti. Che sono però già normalissimi. Senza dimenticare quello che il Cairo fa agli egiziani, sottoposti a una repressione brutale e tentacolare. A cui ogni governo italiano, dal 2013 a oggi, ha venduto armi.
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