di Giampaolo Piagnerelli
Il Sole 24 Ore, 10 giugno 2020
Corte di cassazione - Sezione V penale - Sentenza 9 giugno 2020 n. 17620. Il reato di bancarotta patrimoniale resta escluso se con valutazione ex ante i benefici indiretti per la fallita si dimostrino idonei a compensare efficacemente gli effetti immediatamente negativi, sì da rendere l'operazione incapace di incidere sulle ragioni dei creditori della società.
I fatti. Nel caso concreto il reato sussiste. È quanto chiarisce la Cassazione con la sentenza n. 17620/20. Nel caso di specie la Corte d'appello di Milano ha confermato la pronuncia del Tribunale della stessa città che aveva dichiarato un soggetto colpevole di bancarotta distrattiva fraudolenta per i reati commessi nella qualità di amministratore unico. Il tutto per aver versato senza causa in favore del consolato della Namibia la somma di 176.734, 50 euro mediante bonifici dai conti correnti sociali. La Cassazione, in funzione di questa operazione, ha ritenuto la colpevolezza dell'imputato. I Supremi giudici, infatti, hanno richiamato la giurisprudenza secondo cui in tema di bancarotta fraudolenta, la prova della distrazione e dell'occultamento dei beni della società dichiarata fallita può essere desunta dalla mancata dimostrazione da parte dell'amministrazione della destinazione dei beni richiamati. Questo orientamento si fonda sulla considerazione che nel nostro ordinamento l'imprenditore assume una posizione di garanzia nei confronti dei creditori i quali confidano nel patrimonio dell'impresa per l'adempimento delle obbligazioni sociali.
La responsabilità dell'imprenditore. Da qui la diretta responsabilità dell'imprenditore, quale gestore di tale patrimonio per la sua conservazione ai fini dell'integrità della garanzia.
di Errico Novi
Il Dubbio, 10 giugno 2020
La Corte costituzionale: "il Parlamento riequilibri le norme". I giudici sospendono i procedimenti in cui si è sollevata la questione e danno la parola alle Camere. Come il caso Cappato: "Un anno di tempo per intervenire con una nuova disciplina della pena detentiva prevista in caso di diffamazione a mezzo stampa". Un anno dato dalla Corte costituzionale al Parlamento per cambiare le norme e accantonare l'ipotesi del carcere ai giornalisti, come già sembrano intenzionati a fare sia le Camere sia lo stesso governo. "Una prima storica vittoria", esulta, interpellato dal Dubbio, il presidente dell'Ordine dei giornalisti Carlo Verna. Secondo il giudice delle leggi, dunque, il legislatore deve fare in fretta. Trovare una soluzione. Complessiva, che ridefinisca il quadro delle sanzioni per il cronista responsabile di diffamazione.
Ci sono analogie, molte, con la questione del fine vita, del reato di aiuto al suicidio, sul quale alla fine la Consulta ha dovuto intervenire per depenalizzare condotte come quella di Cappato nella tragica vicenda di Dj Fabo. Anche su una così delicata materia la Corte aveva dato al Parlamento un anno esatto per riconsiderare la disciplina. In quel caso l'anno è stato sprecato, la legge non è arrivata, e c'è stata una "supplenza" della Corte costituzionale. "Stavolta", dice Verna, "mi sembra che ci siano le condizioni per approvare una legge complessiva, che intervenga anche sulle querele temerarie e altri aspetti". E in effetti, nel comunicato del proprio ufficio stampa, Palazzo della Consulta inserisce un passaggio dal significato chiaro: "Poiché sono attualmente pendenti in Parlamento vari progetti di legge in materia", la Corte, "nel rispetto della leale collaborazione istituzionale, ha deciso di rinviare la trattazione delle questioni all'udienza pubblica del 22 giugno 2021, per consentire alle Camere di intervenire con una nuova disciplina". Sono proprio il riferimento ai "vari progetti di legge" all'esame del Parlamento, in particolare del Senato, a legittimare l'esultanza di Verna. Si tratta di proposte che tendono non solo all'abolizione della pena detentiva per il cronista, ma anche alla penalizzazione di chi avanzi una querela "al solo fine di intimidire l'autore dell'articolo", che sarebbe condannato a pagare una sanzione pari ad almeno un quarto della somma reclamata per la presunta diffamazione.
Nel comunicato, la Corte ricorda che le questioni esaminate ieri sono state sollevate dai "Tribunali di Salerno e di Bari". Quei giudici avevano ritenuto non manifestamente infondate le riserve sulla legittimità costituzionale della pena detentiva prevista in caso di diffamazione a mezzo stampa, "con riferimento, in particolare, all'articolo 21 della Costituzione e all'articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo".
La Corte, fa sapere l'ufficio stampa "in attesa del deposito dell'ordinanza previsto nelle prossime settimane", ha rilevato che "la soluzione delle questioni richiede una complessa operazione di bilanciamento tra la libertà di manifestazione del pensiero e la tutela della reputazione della persona, diritti entrambi di importanza centrale nell'ordinamento costituzionale".
Al di là delle connotazioni specifiche, che saranno desumibili solo dalla lettura dell'ordinanza "è importantissimo", nota Verna, "che la Corte abbia detto: così certamente non va. Non solo, perché il riferimento alla necessità di un complesso bilanciamento chiama in causa tanti altri aspetti. Oltre a quello delle querele temerarie anche quello, per esempio, di una pena per il giornalista eventualmente responsabile che, seppur solo pecuniaria, sia ragionevolmente commisurata alle tasche del condannato. E qui", riflette a caldo il presidente dell'Ordine dei giornalisti, non a caso proveniente da una rara formazione giuridica, "è tutt'altro che irrilevante il riferimento alla Corte di Stasburgo".
Riferimento in effetti esplicito, perché la nota di Palazzo della Consulta ricorda come "una rimodulazione" del "bilanciamento" fra libertà di stampa e tutela della reputazione, sia "ormai urgente alla luce delle indicazioni della giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo".
Non certo irrilevante - osserva ancora un presidente dei giornalisti che con il collegio difensivo guidato da Giuseppe Vitiello si è battuto anche perché l'Ordine fosse legittimato a intervenire nella causa - "è anche il passaggio in virtù del quale, in attesa delle iniziative parlamentari e della futura sentenza costituzionale, restano sospesi i procedimenti penali nell'ambito dei quali sono state sollevate le questioni di legittimità appena discusse. Un sollievo", ricorda Verna, "che si potrà riverberare evidentemente anche sulle vicende processuali di tanti altri colleghi. E di cui, finalmente, noi giornalisti possiamo gioire. Tutti".
di Liana Milella
La Repubblica, 10 giugno 2020
Come per il caso Cappato, la Corte ravvisa una incostituzionalità nelle norme in vigore sulla stampa, ma non le boccia, visto che al Senato sono in corsa due disegni di legge.
Per il carcere ai giornalisti esattamente come per il caso Cappato e il fine vita. La Consulta, dopo quattro ore di camera di consiglio, ripropone il modello che usò due anni fa per affrontare il caso del suicidio di Dj Fabo. "Nel rispetto della leale collaborazione istituzionale" con il Parlamento, la Corte costituzionale dà alla politica un anno di tempo per decidere se è ancora possibile mantenere norme - l'articolo 13 della legge sulla stampa del 1948 e l'articolo 595 del codice penale sulla diffamazione - che prevedono, rispettivamente, la possibilità di finire in cella per sei, o per tre anni, per aver scritto una cronaca "diffamante" verso una persona.
Appuntamento, dunque, al 22 giugno del 2021, quando la Corte verificherà se il Parlamento ha osservato il suo invito. Sappiamo come finì per il caso Cappato, le Camere si baloccarono la questione del fine vita, e la Consulta, esattamente allo scadere del tempo concesso, decise da sola dando di fatto il via libera all'aiuto al suicidio.
Vedremo, stavolta, se i due progetti di legge attualmente in commissione Giustizia al Senato - il ddl di Primo di Nicola di M5S sulle querele temerarie; il ddl di Giacomo Caliendo di Forza Italia sulla diffamazione - raggiungeranno l'obiettivo di eliminare il carcere per i giornalisti, come l'articolo 10 della Convenzione dei diritti umani di Strasburgo stabilisce e come la stessa Cedu ha ribadito in più decisioni che riguardano la stampa italiana (vedi casi Sallusti e Belpietro).
Ma non c'è solo questo nella nota stampa della Consulta che dà conto della decisione presa dopo la relazione del giudice Francesco Viganò sulle due questioni sollevate, rispettivamente, dai tribunali di Bari e di Salerno, che in entrambi i casi lamentavano, nella previsione del carcere per i giornalisti, la violazione non solo delle norme Cedu, ma anche di numerosi articoli della nostra Costituzione, soprattutto il 21 che garantisce la stampa da pressioni e censure.
Secondo la Consulta i quesiti posti - e che ieri hanno visto presenti durante l'udienza pubblica, anche se non ammessi alla discussione come amici curiae, i vertici dell'Ordine dei giornalisti e della Federazione nazionale della stampa - richiedono "una complessa operazione di bilanciamento tra la libertà di manifestazione del pensiero e la tutela della reputazione della persona, diritti entrambi di importanza centrale nell'ordinamento costituzionale".
Secondo la Corte di tratta di "una rimodulazione di questo bilanciamento, ormai urgente alla luce delle indicazioni della giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo, che spetta in primo luogo al legislatore". Opposta la tesi dell'Avvocatura dello Stato che invece ha difeso le norme attuali in quanto, cancellando una pena forte per la diffamazione, si finirebbe per creare una disparità di trattamento con la diffamazione "non" a mezzo stampa. E ciò significherebbe dare un enorme potere, nonché una sorta di "arma" in mano ai giornalisti.
Nasce invece dall'obiettiva constatazione che in Parlamento già esistono due disegni di legge in fase di avanzata discussione, la "decisione" di "non decidere" nel merito, ma di concedere alle Camere e alla politica ben 12 mesi di tempo per uscire dal guado di una legge sulla diffamazione che - bisogna ricordarlo - attraversa le varie legislatura dal lontano 2013.
Non è certo un caso se, anche stavolta, i progetti di legge di Di Nicola e di Caliendo sono stati presentati da tempo. Il 20 settembre 2018 quello di Caliendo, il 2 ottobre dello stesso anno quello di Di Nicola. Stanno per compiersi i due anni e i due testi sono ancora là, al Senato, al primo vaglio parlamentare. Un'intesa è stata raggiunta sul testo di Di Nicola che, sulle querele temerarie, recita così: "Nei casi di diffamazione commessa con il mezzo della stampa, delle testate giornalistiche online o della radiotelevisione, in cui risulta la malafede o la colpa grave di chi agisce in sede di giudizio civile per il risarcimento del danno, il giudice, con la sentenza che rigetta la domanda, condanna l'attore, anche al pagamento di una somma, determinata in via equitativa, non inferiore ad un quarto di quella oggetto della domanda risarcitoria".
Il minuscolo ddl di un solo articolo - due anni per un articolo... - dopo infinite mediazioni "è pronto per andare in aula, probabilmente a fine giugno", come dice a Repubblica il sottosegretario alla Giustizia Vittorio Ferraresi. Ma è sul testo di Caliendo invece - che riguarda tutta la complessa questione della diffamazione a mezzo stampa, delle rettifiche anche sui siti online, e la responsabilità non solo dei cronisti ma anche dei direttori - che la trattativa è ancora in corso, anche se molti emendamenti sono già pronti.
D'altra parte, per la Consulta, non c'era altra via da seguire, perché una decisione autonoma, sulla costituzionalità o meno sia dell'articolo 13 della legge sulla stampa, sia sull'articolo 595 del codice penale sulla diffamazione, sarebbe suonato come un vero e proprio schiaffo al Parlamento. Certo non nella linea della "collaborazione istituzionale", che ha preso il posto del vecchio "monito alle Camere", ancora meno stringente dei 12 mesi, già inaugurata dall'ex presidente Giorgio Lattanzi, e proseguito adesso con l'attuale presidente Marta Cartabia.
di Guido Camera
Il Sole 24 Ore, 10 giugno 2020
Durante l'emergenza sanitaria si sono celebrati solo pochi giudizi: dopo la sospensione feriale si prospetta un aumento del carico di lavoro straordinario. Le cause presso il Tribunale monocratico hanno subito un drastico stop a causa del Covid.
Infatti, durante l'emergenza sanitaria si sono celebrati solo pochi giudizi a carico di detenuti, mentre la maggior parte dei processi monocratici riguarda persone libere. La conseguenza è il rischio implosione del sistema: in autunno i processi rinviati si sovrapporranno a quelli che devono iniziare. In concreto, vuole dire un aumento del carico di lavoro dei Tribunali monocratici straordinario.
Ma di cosa si occupa il Tribunale monocratico? Le competenze tra Tribunale collegiale e monocratico si ripartiscono in base al titolo e alla gravità dei reati coinvolti. Quelli che appartengono alla cognizione del Tribunale collegiale sono individuati dall'articolo 33-bis del Codice di procedura penale, mentre la norma successiva attribuisce al monocratico un'estesa competenza residuale, che riguarda tutti gli altri reati puniti nel massimo con pena fino a 10 anni, con una sola attribuzione puntuale, cioè i delitti in materia di stupefacenti in cui non sia contestata una delle aggravanti per i casi di maggiore allarme sociale e caratura criminale.
Quest'ampia formulazione fa sì che la maggior parte dei reati siano giudicati dal Tribunale monocratico. Furti, infortuni sul lavoro, colpe mediche, incidenti stradali con morti o feriti, abusi edilizi, molti reati fiscali, in materia di tutela dei beni culturali, contravvenzioni ambientali, guida sotto l'effetto di alcol o droghe, doping, scommesse clandestine: sono solo pochi esempi.
I processi davanti al Tribunale collegiale e al monocratico si svolgono nello stesso modo, tranne che per i reati per cui il Pm può esercitare l'azione penale con citazione diretta a giudizio; in tal caso si salta l'udienza preliminare. Ciò avviene per questi reati:
● delitti puniti con la reclusione non superiore nel massimo a 4 anni o con la multa, sola o congiunta alla detenzione;
● violenza, minaccia o resistenza a pubblico ufficiale;
● oltraggio aggravato a un magistrato in udienza;
● violazione aggravata di sigilli apposti per disposizione di legge, o per ordine dell'autorità;
● rissa aggravata, con l'esclusione dei casi in cui uno dei contendenti sia rimasto ucciso o ferito gravemente;
● lesioni personali stradali gravi e gravissime;
● furto aggravato nei casi previsti dall'articolo 625 del Codice penale;
● ricettazione.
Nei processi con citazione diretta a giudizio ha un ruolo fondamentale la magistratura onoraria: le funzioni dell'accusa vengono infatti completamente appaltate ai vice procuratori onorari, ovvero dei laureati in legge che svolgono un tirocinio presso le Procure ordinarie ma non sono sottoposti ad alcun esame di Stato. Minore è invece il numero dei magistrati onorari che svolgono le funzioni di giudice. Il principio dell'impersonalità dell'ufficio del pubblico ministero comporta che, quasi sempre, non sia lo stesso vice procuratore onorario a trattare tutte le udienze di un processo; tale circostanza, insieme al gran numero di cause con citazione diretta che si celebrano quotidianamente, assegna un onere rafforzato al giudice nella ricostruzione del fatto e nell'individuazione delle responsabilità.
È perciò essenziale che il processo si celebri dall'inizio alla fine di fronte allo stesso giudice: non è possibile che la sentenza venga emessa da un magistrato diverso da quello che ha vissuto il dibattimento. Un principio che, invece, la bozza di riforma del processo penale approvata dal Governo a metà febbraio, prima dell'inizio dell'epidemia, metteva in discussione nel solco della sentenza 41736/2019 della Cassazione a Sezioni unite.
Il Giorno, 10 giugno 2020
La Giunta non si avvarrà di 900mila euro per inserire chi è a fine pena. Pizzul (Pd): mancanza totale di rispetto- È scontro tra il capogruppo lombardo del Pd, Fabio Pizzul, e l'assessore regionale Silvia Piani sui fondi per il reinserimento sociale dei detenuti a fine pena che la Regione ha deciso di non utilizzare e sui quali ieri in Consiglio comunale è stata presentata un'interrogazione a firma della consigliera Elisabetta Strada.
Da qui parte Pizzul: "A fronte della disponibilità di 900.000 euro della Cassa Ammende per azioni di reinserimento sociale di detenuti a fine pena, in particolare con interventi di housing sociale, che Regione Lombardia avrebbe semplicemente dovuto destinare alle associazioni che già si impegnano in questo settore, l'assessore Piani ha dichiarato di aver deciso di non accettarli per rispetto delle vittime di reato e per non favorire la scarcerazione di detenuti potenzialmente pericolosi.
Dichiarazioni che dimostrano una totale mancanza di rispetto per quanto avviene nel mondo carcerario, per gli operatori del settore e per il lavoro delle realtà del privato sociale che potrebbero essere destinatarie delle risorse di Cassa Ammende. Alla Piani è bene ricordare che la pena si può scontare anche fuori dal carcere e questo significa contribuire a far sì che chi finisce di scontare la pena non torni a delinquere".
L'assessore non ci sta: "Si è ritenuto, senza venir meno alla prosecuzione del percorso già attivato con l'amministrazione penitenziaria e il terzo Settore di non procedere alla presentazione di proposte progettuali a valere sul bilancio della Cassa delle Ammende per il reperimento di alloggi gratuiti per i detenuti per l'uscita anticipata dal carcere, valutando che tali risorse avrebbero potuto ben più efficacemente essere erogate per migliorare gli standard sanitari e di sicurezza all'interno degli istituti penitenziari".
Il Dubbio, 10 giugno 2020
"Avvocati di presidio", recita la direttiva, che secondo la Camera penale ferrarese svilisce la professione: "Si affida all'avvocato - recita una nota - un compito che dovrebbe, invece, svolgere un cancelliere". Avvocati "uscieri". Si potrebbe definire così il ruolo attribuito dal presidente del Tribunale di Ferrara agli avvocati, chiamati ad avvisare, volta per volta, le persone interessate al processo e farle entrare in aula. "Avvocati di presidio", recita la direttiva, che secondo la Camera penale ferrarese svilisce la professione: "Si affida all'avvocato - recita una nota - un compito che dovrebbe, invece, svolgere un cancelliere".
Il tutto mentre il personale di cancelleria si trova ancora in buona parte impegnato in attività di smart working che, come evidenziato da più parti, non consente comunque di poter espletare il lavoro al meglio, dal momento che da remoto il personale non ha accesso ai fascicoli, per questioni di sicurezza.
La soluzione trovata dal Tribunale per consentire di fare i processi, in assenza di personale, è dunque questa: mettere gli avvocati "alla porta" e far loro dirigere il traffico delle udienze. Un'attività "pure comprensibile nelle intenzioni", affermano gli avvocati, ma comunque inaccettabile. "Il vero problema - afferma ancora l'avvocatura ferrarese - sta proprio nell'aver previsto il lavoro da casa senza conoscere effettivamente quale sia il reale dato di efficienza e produttività dello stesso. Senza, in sostanza, che vi sia un monitoraggio periodico. Ora, a queste condizioni - continua la nota -, si confida ancora una volta nel buon cuore dell'avvocato affinché le udienze in presenza possano riprendere.
Ci si affida, è bene ricordarlo, a quella categoria che da tutti i provvedimenti governativi è tra le poche, se non l'unica, a essere rimasta priva di tutele. Non si comprende, inoltre, come la disponibilità in udienza sia prestata unilateralmente da parte dell'avvocato".
Da qui, dunque, la contrarietà della Camera penale "a una prospettiva così come indicata nelle linee guida e si rende, comunque, sin da subito disponibile a un confronto al fine di trovare una soluzione che non svilisca il ruolo dell'avvocatura".
di Pietro Gorlani
Corriere della Sera, 10 giugno 2020
I decreti governativi hanno alleggerito del 12 per cento il numero dei reclusi ma è urgente una nuova struttura Con il Covid ed i distanziamenti servono più stanze ma l'ampliamento è in forte ritardo. Nell'era Covid e del distanziamento personale nelle carceri bresciane "mancano spazi per la didattica a distanza", dice il garante dei detenuti. Mai come ora servirebbe l'ampliamento di Verziano, atteso da troppi anni.
Il sovraffollamento, male endemico delle carceri italiane, resta anche a Brescia - 262 detenuti a Canton Mombello contro un massimo di 186 e 85 a Verziano a fronte di una capienza regolamentare di 71 posti - ma grazie alle pene alternative decise nell'era Covid l'emergenza non è così pressante come negli altri anni (basti pensare che nella casa circondariale in centro città spesso si superavano i 400 ospiti). Le due carceri bresciane però sono state gestite molto bene, visto che si è registrato un solo contagiato tra i detenuti (a Verziano) e quattro tra i dipendenti. Certo va registrata la drammatica scomparsa del medico Salvatore Ingiulla.
Questa l'estrema sintesi della situazione attuale fatta ieri dal garante dei detenuti, Luisa Ravagnani, alla commissione comunale servizi alla persona e sanità, alla quale ha letto la sua ultima relazione. Non ha toccato il tema del nuovo carcere di Verziano, che la città attende da anni. Non è di sua competenza anche se - ammette - è spesso incalzata da detenuti e agenti che chiedono quando partiranno i lavori. Già, perché nell'era Covid e la necessità di avere un maggior distanziamento interpersonale gli spazi diventano più angusti.
"Non ci sono spazi sufficienti per la didattica a distanza", spiega il garante. Servirebbe come il pane l'ampliamento da 16 milioni della struttura di Verziano: la gara del progetto è partita ancora due anni fa. Progetto che nasce monco, visto che per realizzare nuove strutture sportive, spazi per le attività lavorative dei carcerati (molto importanti perché ora, anche a causa dell'assenza di spazi, sono pochissime) e casermaggio degli agenti servirebbero altri 15 milioni.
Per realizzare questo secondo lotto servono però i 70 mila metri quadri appartenenti ad una azienda agricola di Verziano; la Loggia voleva entrarne in possesso cedendo in cambio palazzo Salvi Bonoris. Tre anni di trattative, poi saltate per volontà dell'amministrazione comunale che - forte della vittoria in Cassazione sulla correttezza dei tagli al Pgt - ha ritenuto di non dover più compensare in alcun modo il taglio ai diritti edificatori ottenuti da quegli agricoltori dalla Giunta Paroli: 25mila mq di aree lottizzabili in cambio appunto dei terreni per il carcere.
La giunta Del Bono proponeva la permuta con il palazzo in centro. Ora non più. Spetta al ministero decidere se comprare quei 70mila mq di terreni od espropriarli. Una complicazione che non facilita lo snellimento dell'iter pachidermico.
Del nuovo carcere probabilmente si potrebbe fare a meno se si spingesse più su misure alternative per chi ha buona condotta o pene residuali limitate (la metà dei detenuti sta scontando condanne inferiori ai 3 anni) e se ci fossero alloggi sociali dove far vivere i detenuti in libertà vigilata. "Sul tema alloggi dobbiamo vedere se ci sono situazioni di housing disponibili sapendo che è un bene molto scarso" replica l'assessore ai servizi sociali Marco Fenaroli.
Intanto anche le carceri bresciane, a causa del Covid, hanno perso circa il 12% della loro popolazione. "In Italia a fine dicembre contenevano 60 mila detenuti, oggi siamo a 52.520 - ricorda Ravagnani - una diminuzione importante non sufficiente: per essere a norma si dovrebbero avere 47mila detenuti". Dei numeri di Brescia si è già detto ma sono doverose due precisazioni in più: il 43% dei detenuti a Canton Mombello (112 su 262) sono stranieri (il 28% a Verziano). Una percentuale così alta anche perché, viste le loro problematiche di inserimento sociale, "molto spesso non riescono ad usufruire di misure alternative" ricorda il garante. Ma se con l'avvio del lockdown in altri istituti penitenziari italiani sono scoppiate rivolte violente a Brescia non si è vissuto alcuno scontro, grazie alla strategia preventiva basata sul dialogo ed il rispetto reciproco tra agenti di polizia penitenziaria e detenuti. Non sarà un caso se su 334 colloqui fatti nel 2019 con i detenuti il garante non ha mai registrato denunce di violenze.
Unico punto contestato della relazione - da parte di Davide Giori (Lega) e Paola Vilardi (Fi) - è quello riguardante il giudizio di "irresponsabilità" riguardo alle parole del centrodestra sul decreto svuota carceri. "Ho riportato le parole del garante nazionale Palma ma non era mia intenzione fare una critica politica. Le stralcerò".
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 10 giugno 2020
Corte di cassazione - Sezione I - Sentenza 9 giugno 2020 n. 17506. L'incostituzionalità dichiarata recentemente dalla Consulta per la revoca automatica della patente a chi causa lesioni stradali ai sensi della legge sull'omicidio stradale non incide su chi ha già subìto la revoca. La Corte di cassazione, con la sentenza 17506, respinge il ricorso teso ad ottenere la sostituzione della revoca con la meno afflittiva sospensione. Una richiesta che la difesa riteneva dovesse essere accolta in virtù della sentenza 88/2019 con la quale la Corte costituzionale aveva dichiarato il contrasto con la Carta dell'articolo 222, quarto comma 2, quarto periodo, del Codice della strada per la parte in cui non prevede un margine di valutazione per il giudice tra la sospensione e la revoca, in caso di omicidio stradale o lesioni personali stradali gravi o gravissime, in assenza di circostanze aggravanti. Ma il verdetto con il quale la Consulta ha bocciato l'automatismo, non ha "effetto retroattivo", se la revoca è stata disposta con sentenza di condanna o di pena patteggiata, divenuta irrevocabile prima della pubblicazione della decisione. La Suprema corte precisa che dalla sentenza della Consulta non deriva nessuna attrazione in ambito penale della sanzione accessoria della revoca, ma solo l'attribuzione al giudice della cognizione della facoltà di scegliere tra revoca e sospensione.
laprovinciadibiella.it, 10 giugno 2020
"Speriamo non diventi una "succursale" del carcere". Coinvolti in questo esperimento sociale senza essere stati consultati. "Ci fidiamo della capacità di valutazione della magistratura, ma non vogliamo rischiare di ritrovarci a confinare con una succursale del carcere".
La notizia della scarcerazione di una decina di detenuti, nell'ambito di quanto previsto dal decreto "Cura Italia", ha destato preoccupazione tra le persone che vivono vicino a una delle case protette della Caritas destinate a ospitare chi ha ottenuto i domiciliari ma non ha una fissa dimora. "Una di queste strutture - spiegano in una lettera alcuni residenti - è situata nel nostro rione e di protetto ha ben poco, perché incuneata fra altre case in un rione popolato prevalentemente da anziani e con molte vie d'uscita".
"Non mettiamo certo in discussione le disposizioni governative, anche se l'epidemia di Covid-19 sta regredendo e anche se il carcere si sta rivelando uno dei posti più sicuri come riportato anche nel vostro articolo - si legge ancora - e vogliamo fidarci della capacità di valutazione della magistratura. Però essendo contigui con questa struttura e apprendendo dal vostro articolo che il progetto può continuare non vorremmo poi confinare con una "succursale del carcere".
Attualmente sono una decina, non di più, le persone interessate da questo progetto voluto dal Governo Conte e sancito dal decreto "Cura Italia", nel caso specifico, pensato per rendere meno complessa la situazione nelle carceri italiane durante l'emergenza sanitaria. Tra i detenuti biellesi coinvolti dal provvedimento, inoltre, nessuno ha condanne gravi né tanto meno legate a reati di mafia, come avvenuto altrove con non poche polemiche politiche. In questo caso si tratta di persone condannate per reati contro il patrimonio e pure di lieve entità.
Per quelle senza una casa, verranno messe a disposizione alcune strutture protette della Caritas, una delle quali, appunto, si trova accanto alle abitazioni delle persone che hanno scritto la lettera.
I vicini avrebbero voluto perlomeno essere messi a conoscenza della situazione con il giusto anticipo: "Riteniamo che non sia stato corretto - è infatti la conclusione - coinvolgerci in questo esperimento sociale senza essere stati consultati per tempo".
di Stefano Anastasia
Il Riformista, 10 giugno 2020
Rebibbia, sarà scarcerato l'ultimo bambino. Finisce così la storia dell'isolamento del bimbo di 2 anni nel nido dell'istituto romano. Andrà in una casa famiglia. La madre Naza resterà in cella. Si è presa cura di lui con amore, ma per il tribunale non è idonea. Contano solo le sue condanne, anche se non ha mai commesso reati violenti.
Anche Edward alla fine ce la farà: uscirà dalla Sezione nido del carcere femminile di Rebibbia, lasciandola vuota e inutilizzata, speriamo per un tempo non brevissimo. Purtroppo, però, Edward non uscirà con la mamma, che invece resterà lì. Edward andrà, da solo, in una casa famiglia.
Il Tribunale per i minori ha deciso così, valutando la madre (e il padre) inidonei alla potestà genitoriale, probabilmente per quella lunga lista di precedenti e condanne che Naza si porta dietro e che le ha impedito di accedere alla detenzione domiciliare. E nulla conta che nessuna di esse sia per reati contro la persona, né - tantomeno - reati violenti.
E nulla conta che Naza curasse amorevolmente Edward in carcere, come i suoi dodici fratelli e sorelle lasciati già prima fuori da lì. Conta solo una lunga storia di devianza e di sopravvivenza, al di fuori delle regole e del diritto penale. Così andrà a finire la storia dell'isolamento di Edward, 2 anni, nel carcere di Rebibbia femminile.
Ciò detto, mano a mano, uno a uno, i bambini fino a ieri ospitati nella sezione Nido del carcere femminile di Rebibbia sono usciti. E si tratta di un evento straordinario. Da che io ricordi (e ho l'età, più che la memoria, per ricordare tempi abbastanza lontani) non era mai accaduto negli ultimi trent'anni. C'è voluta la minaccia del Covid-19 perché fossero adottati tutti gli strumenti già presenti nell'ordinamento per consentire a (quasi) tutte le mamme di Rebibbia di avere alternative alla detenzione in carcere.
Il 31 gennaio a Rebibbia c'erano 15 donne con 15 bambini, a fine febbraio 13, a marzo 10, ad aprile 4, il 31 maggio solo 2: Edward e un suo coetaneo, destinato a seguire la madre in un programma di protezione per collaboratori di giustizia. Naturalmente, va dato merito a molte e molti di questo straordinario risultato, a partire dalla direzione e dagli operatori dell'Istituto penitenziario, fino ai magistrati competenti, di sorveglianza e non.
Ma un riconoscimento speciale va all'associazione A Roma insieme e al consorzio che anima la Casa di Leda, la prima casa-famiglia protetta per detenute madri e figli minori voluta - prima ancora che dalle istituzioni competenti - da Leda Colombini, che di A Roma insieme è stata fondatrice e animatrice, al termine di una vita dedicata con passione alle libertà e alla giustizia sociale. In una situazione di emergenza, dunque, c'è stata una risposta all'altezza delle necessità, e di questo bisogna rendere merito a tutti gli attori coinvolti.
Ciò detto, la necessità è che nessun bambino sia più costretto in carcere, e non solo in questo difficile momento di emergenza. I bambini nella primissima infanzia non possono essere privati della relazione materna così come della possibilità di crescere in un ambiente libero e possibilmente ricco di stimoli.
Dunque, il problema è come consolidare questo risultato momentaneo, estenderlo al territorio nazionale e farlo corrispondere alle durevoli necessità dei bambini e delle bambine. Qualcosa, certo, si potrà ancora fare, sul piano normativo, dopo i ripetuti interventi delle leggi del 1998, del 2001 e del 2011, in particolare in casi come quelli che hanno impedito a Naza di uscire dal carcere con il figlio: siamo proprio sicuri che qualsiasi pericolo di recidiva possa bastare a interrompere la relazione tra madre e figlio, ovvero a costringere il bambino a fare ingresso in carcere?
Ma molto va fatto anche sul piano amministrativo. A nove anni dalla loro previsione, sono solo due le case-famiglia protette sul territorio nazionale quella di Roma e una a Milano. La legge del 2011 ne affidava l'individuazione agli enti locali, sulla base delle caratteristiche definite dal Ministero della Giustizia. Purtroppo, però, nulla diceva dei mezzi per realizzarle.
A Roma si è provveduto con la destinazione, da parte della Giunta Marino, di un immobile confiscato alla criminalità organizzata a un consorzio destinato a gestirla grazie al contributo della Fondazione Poste, prima, della Regione Lazio dallo scorso anno.
Casa di Leda, che può ospitare sei donne con i propri figli, costa circa 150mila euro fanno. Negli ultimi trent'anni. mediamente in carcere ci sono state tra le 40 e le 60 madri con figli. Dunque, per far fronte alle necessità di accoglienza delle madri detenute, basterebbero dieci case e un milione e cinquecentomila euro l'anno da destinare a un fondo speciale a beneficio degli Enti territoriali che si assumessero la responsabilità di realizzarle.
Oltre a storiche associazioni come A Roma Insieme e Bambinisenzasbarre, anche Cittadinanzattiva sta lavorando in questo senso, e sia la Regione Piemonte che l'Emilia-Romagna sono pronte a fare la loro parte. Si può fare, si faccia!
Resterà, poi, la parte più difficile, che è quella della cultura, dell'effettivo riconoscimento della prevalenza dell'interesse del minore di fronte alla pretesa punitiva o cautelare dello Stato.
In questi primi quattro anni di attività, Casa di Leda si è riempita solo con il Covid-19 e all'epoca della tragica morte a Rebibbia di due bambini a opera della loro madre in uno stato di alterazione mentale. Solo due drammatiche emergenze hanno reso evidente l'intollerabilità della detenzione in carcere degli infanti.
Questo, ahinoi, è un problema di testa: il "mai più" deve essere tale che sbarri la strada a ogni prudente giustificazione, che finirà per motivarne altre e poi altre e poi altre, nella spirale senza fine che ha reso vani ben tre interventi legislativi e innumerevoli impegni politici. Questa è la parte più difficile, ma questa spetta a ciascuno e ciascuna di noi, giorno dopo giorno, senza soluzione di continuità.
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